Aggiornamento 28-nov-2020

 

 

 

 

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La COP 21 di Parigi

 

I documenti

 

L'ACCORDO DI PARIGI

versione italiana

Il testo dell'accordo come entra a Parigi

 

CRONACA E STORIA DEL NEGOZIATO CLIMATICO

Energia e Clima (ppt)

Le basi fisiche (ppt)

Il negoziato in breve (ppt)

 

La governance del Cambiamento climatico

Volume I. Da Bali a Varsavia

Volume II. Da Varsavia a Lima

Volume III. Parigi

Volume IV. Il ruolo dell'Europa

 

IL V RAPPORTO IPCC

 

Il Rapporto di sintesi

ll sommario del Rapporto di sintesi in italiano

Il Rapporto del WKG III

Il sommario in italiano

Il Rapporto del WKG II

Il sommario in italiano

Il Rapporto del WKG I

Il Sommario in italiano

 

I DATI CLIMATICI

I dati globali

I dati italiani

LE PUBBLICAZIONI GUIDA DELLA SCIENZA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

 

UNEP.  La serie dei Rapporti sul Emissions Gap

Rapporto 2018

Rapporto 2017

Rapporto 2016

Rapporto 2015

Rapporto 2014

Rapporto 2013

Rapporto 2012

Il Sommario in italiano (2012)

Rapporto 2010

 

2015: OECD IEA. World Energy Outlook - Energy and Climate Change

 

2014: World Bank. Terzo rapporto sullo stato del pianeta qualora la temperatura media superficiale si alzi di 4°

Il Rapporto 2014

Il Rapporto 2013

Il Rapporto 2012

Il Sommario in italiano (2012)

2013: Relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio:“Progressi nella realizzazione degli obiettivi di Kyoto”

2011: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al CESE e al Comitato delle Regioni

"Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell'impiego delle risorse"

2011: Il rapporto McKinsey

"Resource Revolution"

Il Sommario

Il Rapporto completo

 2010: McKinsey&Company: Impact of the financial crisis on carbon economics: Version 2.1 of the global greenhouse gas abatement cost curve

2006: Il Rapporto Stern

Le cronache del clima

2015, agosto

Tromba d'aria a Genova

o

2015, luglio.

Tromba d'aria in Veneto

2014, febbraio. L'alluvione sommerge il Regno Unito

filmato 

2014, gennaio.  Il grande freddo in nordamerica

2013, novembre. Il tifone Cleopatra investe la Sardegna 

filmato          

filmato          

2013, novembre. Il tifone Hayian colpisce le Filippine

 

2012, dicembre. Il tifone Bohpa nelle Filippine

2012, novembre. Tromba d'aria a Taranto

 

2012, novembre.  Il ciclone Medusa

 2012, novembre. Albinia

 

  L'alluvione di Albinia del 2012 nei disegni dei bambini

2012, Ottobre. L'uragano Sandy

 

Filmati sul cambiamento climatico

 

 

IL CLIMA GLOBALE, LA SFIDA PRIMARIA DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

10 Novembre 2030. Lo studio  di Prometeia sulla transizione energetica e l'Accordo di Parigi

Lo studio Fiscal tools to reduce transition costs of climate change mitigation, pubblicato da Prometeia e dall'Università di Padova, offre un'analisi approfondita della transizione e dei metodi fiscali per promuoverla, in particolare della carbon tax. C'è un ampio consenso sul fatto che la tassazione del carbonio combinata con i sussidi green è la politica più efficiente per ottenere una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. I costi economici stimati di una transizione al carbonio variano notevolmente a seconda degli strumenti di scala utilizzati e dell'attuazione della politica fiscale. Gli autori non considerano la spesa per l'adattamento, ovvero gli investimenti pubblici per adattarsi al clima e cambiare o riparare le spese di soccorso post-catastrofe. Una politica fiscale espansiva potrebbe essere ottimale nel senso che il debito pubblico più elevato che si è contratto a breve termine tramite politiche di adattamento potrebbe portare in futuro a un onere del debito inferiore e a minori spesa per l'adattamento. Considerare la spesa per l'adattamento  aumenterebbe la necessità di tasse sul carbonio poiché comporterebbe il finanziamento di una maggiore quantità di spesa legata al clima.

Sulla base dei dati disponibili in serie storica vengono calibrati alcuni trend: demografia, capitale umano, obsolescenza tecnica (tramite il tasso di deprezzamento), lavoro e quota di capitale, integrazione commerciale e flussi di capitale. Al fine di affrontare l'impatto demografico sulla crescita economica, si utilizzano dati storici sulla popolazione e proiezioni fornite dalle Nazioni Unite per il periodo 1960-2100. Per valutare il ruolo dell'accumulazione del capitale umano e della produttività del lavoro nelle economie, ci si basa sui livelli di istruzione dal 1950 al 2010, raggruppati in tre livelli: primaria, secondaria e terziaria. Il tasso di deprezzamento del capitale è calibrato utilizzando i dati del FMI per l'investimento totale, mentre per calibrare la quota di capitale utilizziamo i dati della quota di reddito da lavoro forniti da ILO. I livelli di PIL di ciascuna economia vengono usati per calibrare la produttività totale dei fattori. Allo stesso modo i dati sulla spesa pensionistica e sull'aliquota dell'imposta sul lavoro servono per calibrare la prestazione pensionistica e il valore storico del debito rispetto al PIL. Inoltre, al fine di calibrare i tassi di interesse, viene introdotto un tasso di sconto variabile.

Vengono messi a calcolo quattro scenari:

  • D0 in cui si assume che i danni climatici legati all'aumento delle temperature globali non hanno alcun effetto sul sistema socio-economico e sulle risorse naturali in forza dell'adattamento.

  • BAU, Business as usual che comporta un danno climatico in aumento nel tempo. Questo scenario riproduce la situazione corrente con i paesi europei in prima linea, cioè più impegnati nella riduzione dell'impatto climatico, ma ancora non abbastanza per raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi. Lo  scenario BAU è in linea con l'SSP2 (Middle of the Road) dell'IPCC che include un forte aumento globale delle emissioni totali di gas serra, intorno al 43% e al 107% rispetto ai livelli del 2010 rispettivamente nel 2050 e nel 2100.

  • BAUx6, più dannoso perché  senza forti azioni di mitigazione condivise a livello globale.

  • PARIGI è quello che prevede il minor danno climatico possibile in quanto prevede il raggiungimento degli obiettivi di Parigi per i + 2 °C. L'azione di mitigazione è implementata con l'introduzione di un carbon pricing che aumenta il costo dell'energia prodotta con combustibili fossili (che nel modello sono costituiti da carbone, petrolio e gas naturale e incoraggia l'uso di fonti green. Le entrate della tassa sul carbonio vengono usate per aumentare gli incentivi per le imprese e per investimenti green, riducendo ulteriormente le emissioni di CO2. La neutralità del carbonio si imposta per il 2050 in Europa e per il 2070 nel resto del mondo.

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Dopo una accurata e convincente descrizione dei modelli econometrici e climatici adottati nello studio, al quale rimandiamo, vengono pubblicati con grande cura i risultati. Vengono considerate diverse opzioni politiche per supportare la transizione a un'economia a basse emissioni di carbonio, come la possibilità di utilizzare le entrate della tassa sul carbonio per investimenti nella green economy o per ridurre altre tasse come quelle sui redditi da lavoro e sostenere la domanda o la possibilità di maggiori investimenti pubblici, soprattutto in ricerca e sviluppo.

L'andamento globale delle emissioni  è nella figura (c) accanto. Lo scenario PARIS ha il picco dopo il 2040 oltre le 50 Gt di CO2, poi scende a zero, come previsto nel 2070. A fine secolo il radiative forcing è a 2,6 W/m2 come previsto dalla IPCC e la concentrazione è intorno alle 400 ppm.

In termini di crescita economica a lungo termine, lo scenario D0 fornisce le migliori prestazioni in tutti i paesi, poiché il danno climatico non influisce né sul sistema socio-economico né sull'ambiente. Al contrario, la maggiore perdita di PIL a lungo termine è quella registrata nello scenario BAUx6 con i maggiori danni climatici e, come abbiamo detto, nessun ulteriore sforzo di mitigazione rispetto alle misure attuali.

L'effetto di una migliore efficienza energetica e della tassazione del carbonio nello scenario PARIGI è significativo e determina una diminuzione del PIL mediamente superiore al 10% in circa 4 anni. Lo shock sui prezzi dell'energia  attiva un'inflazione che a medio termine influisce in modo simile su tutte le economie. I vantaggi in termini di crescita più elevata potranno essere apprezzati dopo il 2040, quando i livelli di PIL sono più elevati.

A lungo termine, gli incentivi alla green economy sono vantaggiosi per i paesi emergenti e in particolare per la Cina. Per i paesi emergenti come India e Africa, la crescita è meno influenzata dai processi di transizione perché le loro economie meno mature sono più inclini ad adottare tecnologie green prima di altri paesi.

In termini di effetti economici il PIL per l'Italia, posto pari ad 1 nel 1960, ha una caduta nello scenario PARIS fino a metà secolo, come previsto, ma poi supera chiaramente gli altri tre andando a crescere e stabilizzarsi fino a fine secolo (prima fig. (a) a sinistra). Qui la caduta peggiore è per il BAUx6, che paga il prezzo della rinuncia a politiche di contenimento del cambiamento climatico e di adattamento.

La sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili in Italia è disegnata nella seconda figura (a) a sinistra.

Lo scenario PARIS produce i migliori risultati in termini di riduzione delle emissioni e di crescita del PIL nel lungo termine. L'adozione del carbon pricing porterebbe a una forte diminuzione delle emissioni lorde fino a che si raggiunge un valore negativo nel 2070, anche grazie alle tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio, come la BECCS, una combinazione della combustione della biomassa con la cattura e lo stoccaggio del carbonio, che inietta il carbonio rimosso dai fumi industriali in serbatoi geologici.

Lo scenario BAU è in una posizione intermedia rispetto agli altri scenari e in alcuni casi produce una maggiore crescita del PIL nel medio termine perché non comporta gli effetti recessivi dovuti alla transizione, ovvero il carbon pricing e gli stranded asset delle fonti energetiche brown, non recuperabili a breve e medio periodo, al pari dello scenario PARIS. In effetti, l'aumento del prezzo del carbonio a livello regionale e globale porta a un permanente aumento del livello dei prezzi dell'energia brown, carbone, petrolio e gas. Comporta vieppiù un deprezzamento del capitale sociale brown.

L'aumento dei costi energetici aumenta i costi della produzione industriale. A sua volta spinge al ribasso il valore degli investimenti e delle azioni. Di conseguenza, il valore ridotto aumenta i prezzi che si applicano ai consumatori e il reddito disponibile delle famiglie diminuisce, il che implica un calo dei consumi. Minori consumi e minori investimenti portano ad una diminuzione del PIL, almeno a breve e medio periodo. Di fatto, gli effetti positivi della ridistribuzione delle risorse verso i settori green non sono immediati, né sufficienti a medio termine per ovviare all'effetto depressivo della svalutazione dei capitali brown. Il progressivo disinvestimento dai combustibili fossili dovrebbe essere accompagnato da ingenti investimenti privati ​​nelle rinnovabili per garantire che queste forme alternative di energia possano fornire servizi in tempi brevi. Inoltre, l'impatto negativo sui consumi potrebbe essere ridotto con la restituzione del gettito della carbon tax alle famiglie, ad esempio riducendo la tassazione sul reddito da lavoro. Infatti, gli effetti sul PIL, in azioni e tassi di interesse, varieranno ampiamente a seconda di come le entrate del carbon pricing verranno restituite all'economia.

Per quasi tutti i paesi, l'inflazione aumenta a due cifre e poi diminuisce rapidamente grazie al benefico effetti degli incentivi green. Man mano che diminuisce la pressione inflazionaria, i tassi di interesse iniziano a riprendersi, tornando ai valori pre-shock entro un periodo di circa quattro-cinque anni.

La terza figura (a) a sinistra mostra l'andamento del prezzo del carbonio per l'Italia, sia per BAU che per PARIS, che è simile a quello di tutti gli altri Paesi. I prezzi aumentano costantemente fino al 2050-70, quando viene raggiunto il picco. L'aumento è coerente con la graduale riduzione della quota di energia brown nel consumo totale di energia. Una volta raggiunta la transizione completa, il prezzo del carbonio inizia a diminuire.

La quarta figura (a) mostra la dinamica del debito per l'Italia. I fatti più significativi sono l'enorme aumento del debito nello scenario BAUx6 e l'aumento iniziale dello scenario PARIS, nel quale si presume che i proventi del prezzo del carbonio vengano utilizzati per aumentare gli incentivi per le imprese a investire nel green.

Pertanto, l'iniziale aumento del debito è il risultato del calo del PIL negli anni subito dopo l'introduzione della carbon tax. Tuttavia, grazie ai bassi tassi di interesse e all'aumento del PIL nel medio/lungo termine si ha un effetto benefico sulla stabilità della finanzia pubblica.

La transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio è una fonte sia di  rischi significativi che opportunità per l'azienda. In generale, i rischi sono previsti principalmente a breve termine, mentre le opportunità a lungo termine.

Nell'ultima parte dello studio viene affrontato uno dei principali dilemmi che ci tormentano per l'immediato futuro della green economy e della transizione: è meglio destinare il gettito della carbon tax alla riduzione del cuneo fiscale o a qualche altra forma di ricompensa ai lavoratori colpiti o investire in innovazione green e attività di R&D nel settore colpito. Il discorso vale anche per altri tipi di politiche fiscali. Si pensi in Italia ai primi goffi tentativi di applicare una plastic tax, ora rinviata, una tipica tassa per accelerare l'economia circolare e facilitare il recupero di materia in uno dei settori più delicati ed inquinanti dell'economia mondiale, nel quale l'Italia vanta alcuni campioni in fatto di bioplastiche degradabili.

Per contrastare gli effetti negativi del  carboni pricing sul sistema economico, lo studio presenta ulteriori simulazioni che permettono di confrontare l'effetto di diversi strumenti di scala e la loro interazione sulla crescita. Alle ipotesi dello scenario PARIS, viene aggiunto un aumento degli investimenti pubblici nell'energia rinnovabile in misura pari  all'1% del PIL per cinque anni (PARIS2) e un ulteriore incentivo finanziato in R&S nei settori privati ​​per aumentare l'efficienza energetica attraverso l'innovazione tecnologica (PARIS1).

In uno scenario di confronto si assume che le entrate della carbon tax non siano utilizzate per gli investimenti green, come negli scenari PARIS, ma per tagliare le tasse sul reddito da lavoro (scenario LABTAX), al fine di mitigare gli effetti negativi della carbon tax sui consumi. La quinta figura (a) per l'Italia mostra che sia PARIS1 che PARIS2 mostrano livelli di PIL significativamente più alti rispetto allo scenario PARIS, dove gli incentivi per la green economy sono stati realizzati a gettito invariato utilizzando le entrate della carbon tax.

A PARIS1 e PARIS2 queste spese aggiuntive portano inevitabilmente a un forte aumento iniziale nel debito pubblico. Tuttavia, la crescita del PIL più che compensa l'aumento del debito, guidando il rapporto debito / PIL in forte calo nel medio e lungo termine in quasi tutti i paesi. Queste politiche sostenere la domanda nella fase di transizione risultano quindi estremamente e caci sia in termini di lungo periodo crescita economica e stabilità del debito.

Infine, l'utilizzo delle entrate per ridurre la tassazione sul lavoro (LABTAX) ha solo effetti positivi a breve e medio termine in quanto sostiene il consumo e la domanda. Tuttavia, l'assenza di incentivi alla green economy riduce gli effetti della carbon tax sull'economia brown e sugli investimenti green, minando così a lungo termine crescita. Questo impatto negativo sul PIL rende lo scenario LABTAX lo scenario meno performante in Italia e in molti paesi, evidenziando così l'importanza di sostenere la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio attraverso maggiori investimenti sulla green economy.

Lo studio produce ancora altre simulazioni per studiare gli effetti dell'aumento della popolazione rispetto alle proiezioni ONU usate in tutti gli scenari precedenti. Vengono studiati i casi con la popolazione aumentata o diminuita al limite del 95% di confidenza rispetto alla previsione centrale dell'ONU. In generale, con una popolazione più alta rispetto alle proiezioni il PIL nel caso PARIS cresce più velocemente sull'intero orizzonte rispetto allo scenario base PARIS per tutti i paesi. Gli effetti positivi di una popolazione più ampia sul PIL sono evidenti solo nel breve-medio termine, mentre nel lungo periodo il PIL è inferiore addirittura rispetto allo scenario BAU con lo stesso differenziale demografico. Questo perché una popolazione più numerosa implica consumi maggiori e quindi emissioni maggiori e più forti danni climatici che, senza alcuno sforzo di mitigazione, mina la produttività e la crescita di lungo periodo in tutti i paesi. Al contrario, una bassa crescita della popolazione produce sempre le peggiori prestazioni, in tutti gli scenari.

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Novembre 2020. Il Convegno dell'ASVIS: "Clima ed energia nel green deal per la ricostruzione dell’Italia".   

Le proposte del gruppo di lavoro

Il Green Deal deve costituire l’asse portante del Next Generation Eu per l’Italia. Può dare grande impulso all’occupazione, con attenzione ai processi di conversione industriale e di formazione dei lavoratori e dei giovani. Il Piano di ripresa e resilienza del nostro Paese deve dunque costituire l’elemento di condizionamento e di guida della ripresa, stimolando l’abbandono del modello business as usual, che ha aggravato le diseguaglianze a livello mondiale, pregiudicando l’equità intergenerazionale e scaricando sui lavoratori il peso delle criticità. Il Gruppo di lavoro sui Goal 7-13 ASviS ha scelto dunque di individuare le possibili vie per l’attuazione del Green Deal, sia a livello nazionale che europeo, favorendo la transizione energetica e la lotta ai cambiamenti climatici.

Prima Samantha Cristoforetti e subito dopo Papa Francesco nella nuova enciclica Fratelli tutti, hanno parlato del COVID-19 come un avvertimento da parte della natura. Entrambi, guardando alla Terra da in alto se non da molto in alto, pensano alla crisi climatica il cui rischio continua a non essere ben compreso.

Alle Nazioni Unite il 29 di settembre la EU e altri 63 paesi hanno sttoscritto un Leaders’ Pledge for Nature che recita tra l’altro: “Faremo in modo che la nostra risposta all'attuale crisi sanitaria ed economica sia green e giusta e contribuisca direttamente alla migliore ripresa e al raggiungimento di società sostenibili; ci impegniamo a mettere la biodiversità, il clima e l'ambiente al centro delle strategie e degli investimenti del recupero, e della  cooperazione nazionale e internazionale… Ci impegniamo ad aumentare l'ambizione e ad allineare le nostre politiche climatiche interne con quelle dell’Accordo di Parigi … con l'obiettivo della decarbonizzazione entro la metà del secolo…”

Contemporaneamente la Cina ha annunciato la sua decarbonizzazione entro il 2060, uno sforzo ciclopico. A livello globale la Cina emette il 30% della CO2, + di US e EU messi insieme, e brucia metà del carbone.

Poco prima la Commissione europea, ristabilendo i target della decarbonizzazione al -55% al 2030 e al 100% al 2050, aveva invitato gli Stati membri a tenere conto nei propri PNRR delle sei priorità definite nel regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 giugno 2020, con il clima al primo posto:

1) mitigazione del cambiamento climatico

2) adattamento ai cambiamenti climatici

3) uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine

4) transizione verso un'economia circolare

5) prevenzione e controllo dell'inquinamento

6) protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.

Nel complesso, le misure da finanziare nell'ambito di ciascun piano dovrebbero garantire che la spesa nel piano contribuisca per il 37% al mainstreaming climatico. Gli Stati membri dovrebbero pertanto definire nei loro piani in che modo intendono contribuire all'obiettivo del 37%, sia ex ante nella fase di programmazione, che ex post nell'esercizio di rendicontazione annuale.

Il nostro Paese è alle prese, come gli altri, con la crisi COVID-19. Il timore è che questa emergenza, forse risolvibile, oscuri quella più esiziale e di difficile soluzione che è il cambiamento climatico. Questa scala di gravità non è affatto presente nel dibattito pubblico italiano, ostacolata da attività imprenditoriali guidate da azionisti invece che da stakeholder, da una finanza usata in modi inadeguati e inappropriati e da una governance basata su un pensiero economico obsoleto con presupposti errati (Mazzucato). Le regole del Next Generation EU, però, non lasciano alcuno spazio all’improvvisazione.

In questa prospettiva il GdL clima ed energia dell’ASVIS, che promuove gli  SDG 7 e 13, posto che non si tratta più di se e quando agire, ma di come agire, propone che questo Convegno espliciti i modi in cui deve avvenire in Italia la ripresa economica post pandemia che, se green, dovrà avere come cardini il clima e l’energia. Avremo dimostrato una resilienza capace di futuro, se sapremo muoverci lungo un percorso sostenibile, che sarà presto un dettato costituzionale, nel rispetto delle scadenze non lontane dell’Agenda 2030. Il GdL è consapevole  che lo sforzo necessario, che sarà possible solo con l’appoggio dell’Europa, e rinnova le raccomandazioni per una transizione che sia inclusive e giusta, secondo le indicazioni del Decalogo che fu rilasciato nel corso del nostro Convegno  sulla Just Transition del Festival 2019.

 L’Italia è passata dalle emissioni di 518 MtCO2eq del 1990 a:

¯       2018 – 427,5 MtCO2eq   pari al -17,5%; ottenuto con un trend del +5%/y (al 2005), -18%/y (al 2014) e un pigro -1,5%/y al (2019)

¯       2030 – 232 MtCO2eq     pari al -55%; per cui occorre una discesa del 17%/y (al 2030)

¯       2050 – 55 MtCO2eq      pari al -17,5%; per cui occorre una discesa del 12%/y (al 2050). Si tratta di un residuo del 9% che andrà sottratto all’atmosfera con CCS, DAC e assorbitori (ri e afforestazione).

L’analisi dell’Italy4climate, della Fondazione per lo sviluppo sostenibile per settori dà risultati che vanno considerati attentamente:

 

Settore

nel 1990 MtCO2eq

nel 2018 MtCO2eq

nel 2019 %

variazione rispetto al 1990 in %

2019 – 2030 in MtCO2eq

2019 – 2030 in %

Industria

224,2

141

32

-37

81

-42

Trasporti

106,6

108

25

+1,3

76

-29

Residenziale

88

68

16

-23

29

-57

Terziario

33

52

12

+58

20

-62

Agricoltura

46

40

9,5

-13

28

-30

Rifiuti

17

18

4,2

+6

9

-50

  

Energia elettrica

Impronta carbonica 1990 in g/kWh

Impronta carbonica 2019 in g/kWh

592

284

  

Fonte e percorsi al 2030

TWh 2019

TWh 2030

Idro

49

50

Eolico

18

55

Fotovoltaico

23

102

Geotermico

6

8

Bio

19

25

Totale FER

114

240

Carbone

28

0

Gas

129

117

Petrolio

13

4

Totale fossili

170

121

 

Abbiamo riassunto ancora una volta in 10 punti le azioni che riteniamo necessarie per il rilancio green dell’Italia e per la capacità di abbattere le diseguaglianze create da uno stolto modello di sviluppo, di riprendere il cammino della transizione energetica dopo cinque anni di sostanziale stasi, di riposizionare il paese su un percorso di sviluppo mediante la ricerca e l’innovazione e di creare sostenibilità, benessere e nuova occupazione.

La nostra proposta in dieci punti che raccomandiamo a questo Congresso richiama tutto sommato contenuti largamente condivisi che devono al più presto essere cantierati

 

1.   Rapido adeguamento delle misure e degli impegni italiani alla Roadmap della decarbonizzazione europea al 2050 e riscrittura del PNIEC per le emissioni GHG ridotte di almeno il -55% al 2030. Il Parlamento Europeo ha votato l'altroieri una proposta al -60%.

2.   Riscrittura conseguente della Legge sul clima e varo del Piano di adattamento, a partire dalla Strategia esistente ma in chiave Green Deal.

3.  Conferma del phase out del carbone al 2025 in un quadro di just transition, come indicato nel Decalogo 2019 di questo GdL.

4.  Rilancio degli investimenti sulle rinnovabili elettriche, per dotare il paese di un sistema industriale rinnovato e green. Forte incentivazione dell’idrogeno green per i trasporti pesanti, l’industria e l’abitativo, per affiancare e sostituire il metano. Bene il recente impegno del Governo per 3 miliardi di investimenti sull'idrogeno, purché sia green.

5.  Innovazione e digitalizzazione della rete elettrica (smart grid) in favore delle energie rinnovabili elettriche e della autoproduzione.

6.  Investimenti tecnologici e incentivi per l’edilizia a consumi ed emissioni zero utilizzando rinnovabili, idrogeno e pompe di calore elettriche. Confermare il lodevole il contributo fiscale del 110% adottato dal Governo. Niente asfalto o cementificazione aggiuntivi ma manutenzione del capitale infrastrutturale costruito.

7.  Elettrificazione dei trasporti pubblici e privati. Programma di costruzione di stazioni di ricarica, obbligo di punti di ricarica di potenza in tutte le stazioni di servizio. Obbligo di veicoli elettrici per la logistica merci dell’ultimo km.

8.  Promozione della filiera elettrica industriale nazionale per i veicoli elettrici, mediante condizionamento dei sussidi e delle garanzie sui prestiti ed anche con l’intervento di capitali pubblici. Promozione della ferrovia, passeggeri e merci, del trasporto pubblico, della mobilità dolce e forte sostegno alla sharing mobility. Riduzione della velocità massima a 30 km/h nei centri urbani e limiti di velocità ridotti sulle strade di tutte le classi.

9.  Riforma fiscale e adeguamento delle accise sui carburanti a parità di gettito in funzione del contenuto in carbonio dei combustibili. Adeguamento del prezzo del carbonio per le attività ETS, che dovrebbero presto includere trasporti ed edilizia, e non ETS.

10.  Definizione del percorso e dei target per la eliminazione degli incentivi ambientalmente dannosi entro il 2025 a partire dai combustibili per aviazione civile, autotrasporto, agricoltura e pesca. Disegno delle compensazioni per una transizione giusta.

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23 Marzo 2020. Toni Federico: Partire dalla crisi sanitaria per risolvere la crisi climatica

La pandemia Covid-19 fu definita all’inizio come un cigno nero, ovvero come un evento a probabilità zero secondo la ben nota definizione di N.N. Taleb. Niente di più falso, se si considera che avvisaglie di zoonosi virali epidemiche, AIDS, Ebola, MERS, SARS, ne sono arrivate in continuazione in questi ultimi anni. Che si sia trattato di focolai asiatici e africani ci ha spinto alla falsa idea che si trattasse di problemi altrui. Così i piani pandemici e la medicina territoriale sono stati declassati in tutto l’occidente. Oggi impariamo dalla Corea del Sud, paese ad alto sviluppo tecnologico e sociale, che la preparedness alle epidemie, come per Giappone e la California ai terremoti, può salvare la vita a milioni di persone.

Ma abbiamo una chance per il dopo Covid-19, imparare dall’esperienza. Tutti i governi sono stati messi alla frusta dal coronavirus. Hanno commesso una serie incredibile di errori di visione, di strategia e di azione pratica. Sarebbe davvero grave che gli stessi errori venissero fatti in fase di ripartenza. Non sfugge che ci sono tristi coincidenze tra la crisi in atto e quelle che temiamo saranno le prime gravi manifestazioni del cambiamento climatico. Queste possono comparire improvvisamente, con gradi elevati di impatto sulla popolazione e con gravità e durata imprevedibili. Potrebbero, si teme, essere addirittura irreversibili. Quantomeno dell’Accordo di Parigi in avanti, del 2015, tutti i paesi del mondo sono avvertiti, eppure l’azione politica ristagna.  Farsi trovare impreparati una seconda volta sarebbe intollerabile.

Tra cambiamenti climatici ed inquinamento dell’aria c’è uno stretto legame. La cronaca e la ricerca scientifica stanno dimostrando ora che le popolazioni esposte a lungo all’inquinamento dell'aria, come nella nostra Lombardia, stanno pagando un prezzo altissimo al coronavirus, quando già oltre 5 milioni di persone in tutto il mondo muoiono prematuramente ogni anno a causa del degrado della qualità dell’aria. Non sorprende che questa crisi globale stia portando a una riduzione della domanda di energia e delle emissioni globali di gas serra. Eppure si tratterebbe a fine anno, secondo il WMO, di una contrazione delle emissioni serra su scala globale del 5-6% che sappiamo essere una misura affatto inadeguata al contenimento del riscaldamento terrestre a fine secolo di 1,5 – 2 °C, per il quale ci siamo impegnati a Parigi.

Per affrontare questo tipo di crisi distruttive e riaprire concrete possibilità di un futuro migliore, servono politiche e misure innovative e di vasta portata, un intervento pubblico - nazionale ed europeo - di dimensioni mai viste prima e un impegno straordinario dei governi, dei cittadini e delle imprese. Un numero crescente di prove dimostra che il perseguimento di una crescita a basse emissioni di carbonio e resiliente al clima è il modo migliore per sbloccare durevolmente benefici economici e sociali. Si calcola che un'azione decisa per il clima potrebbe offrire benefici economici globali netti tra oggi e il 2030 pari a 26 trilioni di US$, con la creazione di oltre 65 milioni di nuovi posti di lavoro.

Tutto ciò è possibile conservando un’adeguata consapevolezza, una visione condivisa e scelte chiare con un’accelerazione dei Green Deal europeo e italiano, con la promozione delle fonti rinnovabili, del risparmio energetico e della decarbonizzazione, a partire dalla conferma del phase out dal carbone entro il 2025.

Il Green Deal  è la via da seguire  per una più forte e duratura ripresa, perché  valorizza le  migliori potenzialità dell’Italia: quelle delle sue produzioni di qualità, sempre più green e inscindibili dalla decarbonizzazione e dalla circolarità dei modelli di produzione, distribuzione e consumo; quelle del riciclo dei rifiuti, pilastro dell’economia circolare come le fonti rinnovabili di energia e le smart grid elettriche lo sono per un’economia climaticamente neutra; quelle del suo modello di agricoltura sostenibile, strategica per la sicurezza alimentare, e della sua bioeconomia rigenerativa; quelle delle sue città da rilanciare con un vasto programma di rigenerazione urbana nella chiave della transizione energetica; quelle della mobilità futura, decarbonizzata, elettrica e condivisa; quelle dell’innovazione digitale che può contribuire a migliorare il  lavoro , lo studio e la  cura della nostra salute, riducendo la nostra impronta ecologica e realizzando una barriera di monitoraggio, difesa ed early warning per la salute, per il degrado ambientale, la qualità dell’aria ed il clima. L’attuale crisi sanitaria ha posto definitivamente in luce le potenzialità dello smart working e dello smart learning, con prospettive promettenti di riduzione della mobilità e vantaggi per il clima e la qualità dell’aria.

Tutto ciò ovviamente comporta un aumento ed una focalizzazione degli investimenti pubblici e privati verso la conversione alla sostenibilità di un’economia malata e bisognosa di un forte rilancio, ed una nuova sensibilità dei cittadini in fatto di consumi, non ultimi quelli alimentari, attualmente insostenibili e iniquamente distribuiti. La lezione della pandemia apre la strada ad un rinnovato ruolo dello Stato nei settori strategici e nei beni comuni essenziali: la difesa del territorio, settore nel quale abbiamo perso di vista il Piano nazionale  di adattamento, che sarebbe stato molto utile per la stessa pandemia, la sanità pubblica, la ricerca e l’istruzione, l’accelerazione della transizione energetica con un rilancio delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, e un nuovo sistema di trasporto decarbonizzato, smart e sostenibile. Una nuova economia rilanciata su catene del valore più corte e sulle eccellenze nazionali permetterebbe inoltre un aumento delle esportazioni rispetto alle importazioni e rendendo così sempre meno difficile la eliminazione dei sussidi dannosi per l’ambente. Gli aiuti alle imprese dovranno essere condizionati dagli obiettivi climatici e di sviluppo sostenibile. Il concetto, i piani e le misure di questa transizione giusta devono essere intrapresi senza esitazioni nella trasformazione economica e sociale che farà seguito alla crisi sanitaria.

Questa scelta è indispensabile per garantire una difesa strategica dei livelli occupazionali, dell’innovazione e delle risorse industriali del nostro Paese a fronte di un quadro commerciale compromesso e di possibili rischi a carico della presenza italiana sui mercati. L’Europa e l’Italia debbono conservare il ruolo di punta nelle politiche di mitigazione climatica, sostenendo il carbon pricing, rafforzando il sistema ETS non meno che il negoziato multilaterale sul clima a partire dalla COP 26, nonostante il suo rinvio di dodici mesi, dalla cooperazione internazionale e dal rinnovato sostegno al Fondo per il clima (GCF).

Che ci piaccia o no, il mondo è cambiato, sembra completamente diverso da come ci appariva qualche mese fa e probabilmente non sembrerà più lo stesso e dovremo scegliere un nuovo modo di procedere. Sono parole di Greta Thunberg, semplici, come lei stessa è, dette in occasione della Giornata della Terra del 22 aprile dell’anno del Covid-19.

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20 Marzo 2020. Toni Federico ed Edo Ronchi: La carbon tax: dare un prezzo alle emissioni che alterano il clima

Publicato nel n° 2020/1 di ECONOMIA ITALIANA, Rivista quadrimestrale fondata nel 1979 da Mario Arcelli

Si è appena conclusa la COP 25 ospitata a Madrid dal governo spagnolo con un rinvio all’anno prossimo della regolazione dei mercati del carbonio di cui all’Art. 6 dell’Accordo di Parigi. Le grandi manifestazioni per il clima che si sono svolte nel 2019 in tutto il mondo hanno posto a un fronte ampio di opinione pubblica, di forze sociali e politiche l’interrogativo “Cosa possiamo fare di concreto per ridurre in modo più consistente le emissioni di gas serra che stanno sconvolgendo il clima?”

In Italia le emissioni di gas serra sono a 426 MtCO2eq (Milioni di tonnellate di CO2 equivalenti) e non calano dal 2014. Per allinearci con la traiettoria dell’Accordo di Parigi per il clima dovremmo almeno dimezzare, entro il 2030, le emissioni del 1990, cioè ridurle a 260 MtCO2eq. Con le misure attualmente vigenti, secondo ISPRA, ci mancano misure per tagliare 120 MtCO2eq nei prossimi 10 anni,12 all’anno,. C’è un solo strumento in grado di disincentivare l’impiego di combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) e di generare risorse finanziarie rilevanti in grado di finanziare la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio: è la carbon tax. Secondo la World Bank è in atto una forte diffusione di questo strumento nel mondo: i paesi che hanno introdotto misure per dare un prezzo alle emissioni di carbonio sono cresciuti da 19 nel 2010 a ben 56 nel 2019. In Europa già 10 Paesi hanno introdotto una carbon tax: Finlandia, Danimarca, Slovenia, Polonia, Norvegia, Svezia, Francia, Spagna, Portogallo e, recentemente, anche la Germania.

La carbon tax è necessaria per coinvolgere i consumatori e le imprese in scelte di riduzione delle emissioni di gas serra. La carbon tax va introdotta gradualmente nei settori non regolati da sistemi EU ETS (Emissions Trading System) di scambio delle emissioni, tipicamente i trasporti e il civile, che già pagano un prezzo per le proprie emissioni, partendo da un livello basso cheva fatto crescere gradualmente preparando la sua introduzione con una fase di discussione e di confronto pubblico. Una parte di questa tassa va impiegataper ridurre altre tasse, a partire da quelle sul lavoro e per compensazioni sociali per le famiglie a basso reddito. La parte rimanente, intorno alla metà, andrebbe investita in attività che riducano le emissioni, alimentino la green economy e l’occupazione.

La carbon tax è anche lo strumento più efficace per ridurre i sussidi esistenti, dannosi per l’ambiente, perché consente di applicare e comunicare un criterio omogeneo per la loro graduale riallocazione: dare e far pagare un prezzo per le emissioni di carbonio. (> leggi l'intero articolo)

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16 Febbraio 2020. Lucrezia Reichlin: fatti, non retorica sui cambiamenti climatici, dal Corriere della Sera

Oggi, nel mondo, e in particolare in Europa, sta crescendo la consapevolezza che, in assenza di azioni drastiche per la difesa dell'ambiente, si andrà verso una catastrofe climatica.

Questo sta producendo nuove politiche e nuove regole, oltre ad influenzare l'orientamento di chi investe. L'idea che ci avrebbe pensato il mercato a risolvere la situazione non convince più nessuno. Siamo di fronte a quello che gli economisti chiamano un'esternalità, cioè il fatto che le attività produttive di singole imprese hanno un costo per l'ambiente che non è Casella di testo: r
riflesso nel prezzo. In questo caso l'esternalità tocca quasi tutti gli aspetti dell'attività economica e rende impraticabile il modello di consumo che fin qui ha caratterizzato le nostre società.

Il consenso tra gli scienziati è chiaro: il cambiamento climatico è associato a disastri naturali sempre più frequenti i cui costi sono molto ingenti. Siamo di fronte a un rischio molto più grande di quello di una crisi finanziaria. Il cambiamento climatico può portare a eventi irreversibili per difendersi dai quali non ci si può assicurare. È urgente quindi mettere in campo politiche adeguate, che arrestino la tendenza al riscaldamento della Terra e che permettano di raggiungere a livello globale l'obbiettivo di emissione zero per il 2050.

Questo richiederà decisioni radicali per la politica economica, poiché significa limitare e/o tassare le attività nocive, mettere in campo risorse per favorire le transizioni ad altre forme di produzione e compensare chi ne sarà penalizzato. In Europa, il Green Deal, votato ad amplissima maggioranza a dicembre dal Parlamento dell’Unione, definisce un nuovo quadro per le politiche economiche comuni che ha al centro la difesa dell’ambiente. Ursula Von der Leyen ne parla come una nuova strategia per la crescita. Secondo il piano tutti gli aspetti dell'attività economica dell'Unione saranno rivisti alla luce del nuovo imperativo dell'emergenza climatica. Ci si propone di tramutare l'obbiettivo di emissione zero per il 2050 in legge, di dimezzare le emissioni per il 2030 e di stabilire standard per i beni manifatturieri in modo da incentivare l'economia circolare. Per esempio dal 2021 almeno il 40% del bilancio della politica agricola comune sarà dedicato alla riduzione delle emissioni invece che ai sussidi che le alimentano.

Nonostante che il Piano sia stato criticato per non essere abbastanza ambizioso, è ovvio che comunque comporterà grandi trasformazioni e una riallocazione tra diversi settori produttivi, penalizzando in particolare alcuni settori chiave del manifatturiero. È certo che i costi si distribuiranno in modo diseguale tra Paesi, settori e gruppi di lavoratori. Nella discussione pubblica si è enfatizzato l'aspetto win­win (comunque vincente) del Green Deal. Per esempio il fatto che ci siano sul piatto nuovi fondi per l'investimento pubblico, che attraverso le politiche ambientali si potranno superare i limiti alla spesa previsti dal Patto di stabilità (cosa peraltro per nulla scontata) e che questa missione darà al progetto europeo una rinnovata direzione comune in grado di superare le divisioni degli ultimi anni.

Questa retorica del win-win a me sembra quanto mai preoccupante quanto lo è la mancanza di discussione - a livello nazionale, e non solo in Italia - su quali siano le responsabilità degli Stati singoli e le implicazioni per le politiche fiscali e di bilancio. Guardando ai fatti, pochi Paesi hanno messo in campo politiche coerenti con l'ambizione del Green Deal. Per esempio, come ha recentemente ricordato Pisani-Ferry, solo tre Paesi nella Ue (e l'Italia non è tra questi) tassano l'emissione di carbonio a più di 30 euro per tonnellata quando si stima che la tassa compatibile con il Green Deal dovrebbe arrivare a 50 € per tonnellata nel 2021 almeno a 100 € per tonnellata nel 2030.

Una discussione realistica e trasparente è quanto mai urgente perché è la condizione per trovare il consenso a un percorso trasformativo. Ma come ha detto il governatore della Banca d'Inghilterra Mark Carney siamo prigionieri della trappola dell'orizzonte: i governi - per sopravvivere - danno priorità ai problemi immediati e sono strutturalmente inadeguati ad affrontare fenomeni i cui costi ricadono sulle generazioni future nonostante affrontarli oggi ne riduca l'onere complessivo.

Ma poiché il pianeta appartiene a tutti bisognerà trovare il modo di definire un'azione collettiva efficace che possa far fronte alle resistenze di interessi costituiti e ai conflitti redistributivi che deriveranno dalle politiche green.

Il Green Deal europeo è qualcosa di più di un insieme di politiche. È una missione che definisce una nuova identità dell'Unione e afferma la leadership globale dell'Europa sulle politiche ambientali. Ma definire una missione non significa necessariamente portare a casa risultati. Il pericolo che, come per l'unione monetaria, interessi diversi non siano ricomposti, ma che, al contrario, le divisioni tra Paesi e gruppi sociali si approfondiscano, è tangibile. Dopo tante promesse, il fallimento, oltre a essere tragico per il futuro dell'umanità, potrebbe anche essere la tomba dell'Unione. Come al solito la responsabilità di evitarlo ricade non solo su Bruxelles ma su tutte le capitali europee, inclusa – ovviamente - Roma.

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15 Dicembre 2019.  Termina una inutile COP 25 a Madrid. Conclusioni e cronaca giorno per giorno hanno finalmente avuto un po' di attenzione da parte dei media italiani

Conclusioni. Per chi come noi del comitato scientifico segue e rendiconta da anni, giorno dopo giorno, le varie sessioni del negoziato per il clima, la penna si fa pesante nel registrare un'altra delusione ancora. COP 25 è stata sostanzialmente inutile, nonostante la ormai enorme mobilitazione, in particolare dei giovani, tranne che per un aspetto: COP 25 ha messo definitivamente in chiaro che esiste una ridotta di paesi sedicenti avanzati, che ne guidano alcuni altri che avanzati non sono, che non intende rinunciare di un epsilon ai propri affari fossili. Lo scontro  con i volenterosi o come li volete chiamare è ormai netto. Il negoziato è negato in radice quando le parti vanno in trincea. Sarà difficile con la sola arma del blame and shame arrivare ad un compromesso e salvare Parigi, né gli appelli alla COP 26 dell'anno prossimo riusciranno a tanto. Il cambiamento climatico ci verrà addosso con tutta la sua forza e pagheranno i più deboli.

Ci consola relativamente che stampa e TV italiane si siano finalmente accorte che esiste un problema climatico, più per merito di Greta che per il drammatico spettacolo di Venezia. Così possiamo trovare le cronache climatiche sulle pagine dei giornali e dei TG, e forse questo nostro lavoro non serve più. Ma l'atteggiamento dei giornalisti, benché in divenire, sembra ancora di chi pensa che i nostri problemi sono ben altri. La sinistra si distingue, guarda un po', per i suoi distinguo, un esempio dei quali sono gli articoli di un sempre più desolante Federico Rampini su Repubblica. La destra è viceversa compatta sul chissenefrega.

Intanto quali conclusioni dalla COP 25?

  • La COP 25 aveva il motto "Time for action" e avrebbe dovuto essere, secondo la presidenza cilena, l'occasione per dispiegare le nuove ambizioni in vista dell'impegno per il 2020, preso a Parigi, di rappresentare una progressione che rispecchi  la più alta ambizione possibile di ogni paese, anche se molti NDC coprivano il periodo fino al 2030. Il testo di Parigi non richiede esplicitamente nuovi impegni: le parti possono semplicemente [ri] comunicare la stessa offerta che avevano fatto nel 2015 o nel 2016. Dato che gli attuali NDC non sono sufficienti per  limitare il riscaldando a 1,5 °C, ci sono stati sforzi nelle COP successive a concordare messaggi che richiedono maggiori ambizioni da tutte le parti. COP 25 era il vertice finale prima della scadenza del 2020, ed è quindi stata vista da molti, ONU, Cile e Spagna compresi, come un ultima possibilità per garantire maggiore ambizione.
    Allo stato solo 80 paesi, principalmente paesi piccoli e in via di sviluppo, hanno dichiarato la loro intenzione di migliorare i loro NDC entro il 2020, rappresentando solo il 10,5% delle emissioni mondiali. Tutti i  grandi emettitori sono assenti da questo elenco. Fa eccezione l'Europa, della quale abbiamo rappresentato nel corso della settimana finale il Green Deal climatico, che però non ha avuto effetti di trascinamento. 

  • La versione di sabato del documento finale della COP 25 si limitava a “reiterate the invitation to parties to communicate their plans". Meno di niente. Forti reazioni generalizzate portavano domenica all'ora di pranzo a un nuovo testo di 1/CMA.2 che richiama con grave preoccupazione l'urgente necessità di affrontare il divario significativo  tra l'ambizione attuale e gli obiettivi di limitare il riscaldamento a 1,5 °C o ben al di sotto di 2 °C. Al paragrafo 7, il testo esorta le parti a considerare [quel] divario quando [ri] comunicano o aggiornano i loro NDC, anche se non in un tempo stabilito. Chiede inoltre al segretariato dell'UNFCCC di preparare un rapporto sommando gli NDC prima della COP 26. poco più di niente.

  • Tutti i problemi del mercato del carbonio di cui all'articolo 6 di Parigi, così come i requisiti di rendicontazione, trasparenza e tempi comuni per gli impegni sul clima sono stati tutti rimandati al 2020, quando i paesi dovrebbero anche sollevare l'ambizione dei loro sforzi. Sull'articolo 6 alla fine della settimana l'accordo era sembrato molto vicino, ma così non è stato. Se ne riparlerà a Bonn, a giugno 2020, una specie di COP 25 e mezza, ricominciando da capo, come molti temono. Lo scontro duro è stato e sarà sul double counting e sul riuso dei permessi di emissione di Kyoto. Poche le prospettive di accordo.

  • Ci sono state iniziative per aumentare l'ambizione da parte di alcuni attori non statali, ad esempio di 177 aziende, parti della Climate Ambition Alliance, disponibili a tagliare le loro emissioni  in linea con l'obiettivo degli 1.5 °C, dopo che un gruppo di 477 investitori, che controllano 34 GUS$ in attività, avevano invitato i leader mondiali ad aggiornare i loro NDC e intensificare l'ambizione. Nessun effetto.

  • Su Loss and damage la discussione è stata durissima ma alla fine hanno avuto ragione gli Stati Uniti, che pure stanno uscendo da Parigi, nel rifiutare ogni responsabilità e ogni finanziamento aggiuntivo da parte dei paesi sviluppati, anche a testimonianza del loro rifiuto di assumersi una responsabilità diretta di tali danni. Resta un rimando al GCF, peraltro non ancora finanziato, e un generico invito ad una generica platea di donatori ad aumentare la contribuzione.

  • Sulla contemporaneità dell'assunzione degli NDC, nota come common timeframes, alla fine, non è stato possibile raggiungere un accordo a Madrid e  la questione sarà ripresa automaticamente alla prossima riunione intersessionale a Bonn.

  • Nessun accordo sui formati e i contenuti del reporting. Rinvio a Bonn anche qui.

  • Entrambi i Rapporti dell'IPCC, quello sugli 1,5 °C, SR15, e quello sugli oceani, SROCC, sono stati solo registrati (noted), piuttosto che accolti (welcomed), dalla risoluzione  politica finale. In più il documento esprime gratitudine e riconoscenza agli scienziati che hanno fatto il lavoro.

  • Sugli effetti dei cambiamenti climatici su oceani e terraferma in materia di adattamento, uno dei testi delle decisioni finali chiede che sia aperto un dialogo a Bonn nel giugno 2020.

  • Una delle poche, se non l'unica storia di successo alla COP di quest'anno è stata una decisione sul nuovo piano d'azione quinquennale per il genere
    (GAP), destinato a supportare l'implementazione delle decisioni e dei mandati relativi al genere nell'UNFCCC.

Tutto ciò premesso, cioè una battuta d'arresto esiziale, pur conservando al prossimo anno il ruolo di un importante traguardo per l'Accordo di Parigi, molti alla COP 25 stavano addirittura prendendo in considerazione il fatto che  potrebbe essere necessario cambiare l'intero processo delle COP dopo Glasgow e ripensare tutto il metodo multilaterale della negoziazione sul clima.

I fatti però suonano diversamente. La UK (e l'Italia, partner della COP 26 che fine ha fatto?), ora con un governo conservatore e populista,  dovrà fronteggiare la brexit in totale disaccordo con la Scozia che ospiterà la COP 26. Il presidente scozzese della COP 26, Claire O’Neill,  non ha potuto nemmeno aprir bocca a Madrid perché impedita da una legge che regola i periodi pre-elettorali. Si attendono i risultati di un vertice UE-Cina a settembre 2020 e le elezioni presidenziali statunitensi a novembre. Entrambi gli eventi  potrebbero svolgere un ruolo critico nell'ambizione climatica, inviando un chiaro segnale di intenzione di altri paesi o, nel caso degli Stati Uniti, invertendo la decisione di lasciare l'accordo di Parigi. Nel frattempo i vertici del G7 e del G20 del prossimo anno saranno organizzati dai paesi che hanno svolto un ruolo dirompente nelle COP recenti: Stati Uniti e Arabia Saudita, rispettivamente. Auguri!

 

La sede della COP 25

 

Sabato 14 Dicembre. La spaccatura tra un'avanguardia climatica in crescita e una manciata di paesi che ostacolano il progresso ha comportato che i paesi non sono riusciti a mettere a punto le regole dell'Accordo di Parigi durante i colloqui, conclusi addirittura nelle prime ore di domenica. Ministri e diplomatici  dovevano concordare regole comuni per istituire un mercato globale del carbonio e segnalare la loro disponibilità a dare impulso all'azione per il clima. Ma l'incapacità di raggiungere il consenso su questioni chiave ha indebolito la decisione finale sull'ambizione e spostato la decisione sui mercati del carbonio al prossimo anno.

Spalleggiati dagli Stati Uniti e dal crescente populismo in patria, il Brasile, l'Australia e l'Arabia Saudita, si sono opposti agli impegni per rafforzare l'azione per il clima. Altri grandi  come la Cina e l'India hanno insistito sull'erogazione di finanziamenti e sostegno promessi dai paesi ricchi prima del 2020 come prerequisito per qualsiasi discussione sul miglioramento dei loro attuali obiettivi.

Al contempo alcuni paesi europei, incoraggiati dalle richieste di attivisti pubblici e giovanili, hanno aderito alla richiesta dei paesi vulnerabili di spingere per regole forti che garantiscano l'integrità dell'accordo di Parigi. A chiusura dell'incontro, la presidente della COP 25 Carolina Schmidt ha affermato che gli accordi raggiunti non sono sufficienti per affrontare l'urgenza della crisi sui cambiamenti climatici. Guterres, segretario dell'ONU, si è dichiarato fortemente contrariato e ha definito la COP 25 un'occasione persa. In base all'accordo di Parigi, i paesi devono rivedere i loro piani climatici entro il 2020, ma la maggior parte non è costretta a migliorarli. Ma scienziati e molti cittadini chiedono che i governi agiscano ora, quindi il prossimo anno viene visto come un momento definitivamente critico per cercare di tenere il riscaldamento della terra almeno al di sotto dei 2 °C.

Per responsabilità degli Stati Uniti, del Brasile e della Cina, il testo della decisione finale è debole e si limita a ricordare l'impegno dei paesi ai sensi dell'accordo di Parigi di comunicare o aggiornare i loro piani climatici entro il 2020. Esorta i paesi a considerare il divario tra gli impegni esistenti e ciò che è necessario per limitare il riscaldamento "ben al di sotto dei 2 ° C", al fine di riconsiderare la loro ambizione al massimo livello possibile. Il nulla!

Sui mercati del carbonio, per i quali un'alleanza progressista di 31 paesi guidata dalla Costa Rica con grandi economie europee aveva richiesto regole rigorose, i paesi erano così vicini a raggiungere un accordo, ha detto la Schmidt alla plenaria di chiusura, che enorme è la sua delusione per essere stata costretta a  rimandare la questione alla COP 26 di Glasgow. I crediti di carbonio rivendicati da Australia e Brasile metterebbero gli a 1,5 °C di Parigi fuori portata, affermano i 31 paesi. Ma ancora una volta, le posizioni inconciliabili sulle scappatoie che permettevano di negoziare vecchi crediti di Kyoto sul nuovo mercato - una posizione favorita da Australia e Brasile - sono rimaste tali. Anche la spinta del Brasile verso un imbroglio che consentirebbe il doppio conteggio della riduzione delle emissioni era inaccettabile. Le tensioni hanno raggiunto il picco sabato notte quando alcuni paesi vulnerabili e in via di sviluppo sono stati esclusi dalle discussioni.

L'ulteriore rifiuto da parte dei paesi ricchi agli impegni di fornire finanziamenti a lungo termine ai più vulnerabili ha ulteriormente alzato la tensione con i paesi in via di sviluppo.

Il ministro spagnolo per la transizione ecologica Teresa Ribera, che ha lavorato incessantemente nelle ultime ore per trovare un accordo,  nonostante le sfide geopolitiche e le difficoltà a piegare le grandi economie, ha voluto dichiarare: "Siamo riusciti a ottenere un forte sostegno al multilateralismo, un forte sostegno alla scienza e un forte supporto per aumentare l'ambizione”. Ottimismo fuori luogo!

Tutta la società civile ha evidenziato la frattura tra i negoziati e le richieste delle persone che protestano per l'azione per il clima in tutto il mondo. Un diplomatico della Costa Rica avrebbe detto che coloro che ostacolano il processo stavano diventando sempre meno numerosi e sempre più isolati. Sperava che i giovani avrebbero aiutato a portare avanti il ​​negoziato. Solo una pressione pubblica per un'azione più forte - insieme a un'enorme spinta diplomatica - potrà alla fine convincere i paesi ad aumentare i loro piani climatici il prossimo anno a Glasgow.

Venerdì 13 Dicembre: La democrazia dell'ONU è unanimità. e non potrebbe essere diversamente. I contrasti sul clima non sono dettagli ma opposte visioni ed interessi. Questo spiega perché ancora una volta con la COP 25 si sta sfiorando il fallimento. Paesi come USA, Brasile, Arabia Saudita, Australia non vogliono ragionare ma solo bloccare ed impedire. Si potrebbe fare a meno di loro? E l'Amazzonia? E le emissioni USA?

I negoziati per i colloqui sul clima delle Nazioni Unite stanno per scadere, mentre i diplomatici sono alle prese con impegni per aumentare l'ambizione e le regole per creare un nuovo mercato globale del carbonio. I negoziatori sono stati messi al lavoro venerdì notte per  finalizzare le ultime regole irrisolte dell'Accordo di Parigi. Ma ci sono paesi in trincea che hanno determinato un grave stallo politico, con pochi progressi sulle questioni più controverse, tra cui la creazione di un nuovo mercato del carbonio, la questione dell'articolo 6. La questione dell'integrità ambientale sta dominando la situazione di stallo nelle discussioni sui mercati del carbonio. Le scappatoie per consentire il doppio conteggio delle riduzioni delle emissioni e la possibilità di negoziare vecchi crediti nell'era di Kyoto sul nuovo mercato - un'opzione favorita dall'Australia - sono ancora sul tavolo. Per la maggior parte dei paesi, si tratta di posizioni inaccettabili.

Nel frattempo, i paesi in via di sviluppo hanno avvertito che la situazione di stallo stava minando un pacchetto di misure che avrebbero potuto fornire finanziamenti e sostegno tanto necessari ai paesi vulnerabili colpiti da innalzamento del livello del mare, siccità, inondazioni ed eventi meteorologici estremi. Le richieste di finanziamenti aggiuntivi per aiutare i paesi in via di sviluppo a riprendersi dai danni causati dagli impatti climatici non sono state incluse nell'ultimo progetto di testo. Banalmente, il testo sulla perdita e il danno sollecita i paesi a potenziare la finanza e il rafforzamento delle loro capacità. Chiede inoltre la creazione di un gruppo di esperti per esplorare ulteriori opzioni a sostegno dei paesi vulnerabili. La richiesta da parte dei paesi in via di sviluppo di distribuire una quota dei proventi del commercio bilaterale del carbonio tra i paesi e il fondo di adattamento trova contrari i paesi più ricchi.

I grandi paesi tacciono, con l'eccezione dell'Europa, mentre il mondo là fuori cerca nuove azioni sul clima. I paesi come l'Italia che hanno aderito a una coalizione ad alta ambizione hanno espresso preoccupazione per il fatto che il testo del progetto di decisione della COP 25 non abbia incluso un chiaro appello per i paesi a migliorare i loro piani climatici il prossimo anno. In base all'accordo di Parigi, i paesi devono rivedere i loro piani climatici entro il 2020 e sono sotto pressione per dare impulso all'azione per il clima prima dei colloqui del prossimo anno a Glasgow. "La coalizione ad alta ambizione non se ne andrà senza un chiaro invito a tutti i paesi a rafforzare le loro ambizioni l'anno prossimo", ha dichiarato Tina Stege, l'inviata climatica delle Isole Marshall. "Questo è ciò che è stato concordato a Parigi." La Commissione europea ha appoggiato le richieste della coalizione. Il vicepresidente esecutivo Timmermans ha affermato che tutti i paesi dovrebbero recarsi a Glasgow con nuovi piani ed essere ritenuti responsabili della loro attuazione. Ma altri paesi, tra cui Brasile, Cina e India, finora si sono rifiutati di impegnarsi a migliorare i loro piani climatici l'anno prossimo, dal momento che, a fondato parer loro,  i paesi ricchi devono prima dar segno di voler mantenere gli impegni per fornire finanziamenti e supporto ai paesi in via di sviluppo.

 

Greta Thunberg a Torino venerdì allo strike di Friday for future, mentre Donald Trump le twitta:

 "So ridiculous, Greta must work on her Anger Management problem, then go to a good old fashioned movie with a friend! Chill Greta, Chill!

La frustrazione causata dai paesi che spingono per regole deboli per i mercati del carbonio - tra cui Brasile e Australia - è diventata di dominio pubblico quando un gruppo di trenta paesi, guidati dal Costa Rica, Germania e UK,  si è staccato dai colloqui per pubblicare una serie di principi che dicono essere il minimo per garantire che l'accordo di Parigi sia solido e porti a riduzioni delle emissioni. Tra le altre cose, escludono che l'Australia di utilizzare i crediti dell'era di Kyoto per raggiungere gli obiettivi climatici. Puoi leggere su di loro qui.

I nuovi progetti di testo sulla maggior parte dei punti  controversi rimanenti sono stati rilasciati in mattinata tardi, incluso l'ultimo aggiornamento sullo stato dei negoziati sulle regole del mercato del carbonio (noto come articolo 6.4). Questo ultimo documento mostra pochi progressi sulle posizioni chiave, con le molte parentesi quadre, opzioni che mostrano che il più rimaneo ancora in discussione. Vi è stato tuttavia un cambiamento significativo: la rimozione di tutte le menzioni sui diritti umani e quasi tutti i riferimenti alle salvaguardie sociali e ambientali. Un invito a una futura revisione per l'eventuale necessità di questi rimane attualmente nel testo. La scadenza per questa revisione? Il 2028, eureka!

La COP 25 continuerà sabato. La presidente Carolina Schmidt lo ha confermato in seduta plenaria quando ha chiesto ai co-facilitatori di vari articoli di continuare a lavorare, senza fornire una chiara tempistica per la conclusione. Invitando tutte le parti a dimostrare al mondo che siamo in grado di raggiungere un accordo, ha delineato il nuovo modello di lavoro in futuro. I negoziati procederebbero su due tracce. La prima traccia si concentra sull'articolo 6 (meccanismo di mercato e non di mercato). La seconda traccia comprende tre questioni: la revisione del Meccanismo internazionale di Varsavia per perdite e danni associati agli impatti dei cambiamenti climatici; misure di risposta; e  il documento politico finale sulla COP 25. Con il passare della giornata, i negoziati sono proseguiti solo tra le parti, facilitati dai ministri. Diversi delegati hanno espresso preoccupazione sia per il numero di questioni irrisolte, sia per le diverse posizioni divergenti su ciascuna questione. Alcuni sussurrano che la conferenza "potrebbe fallire del tutto", considerando che non è in vista alcun accordo. Altri più ottimisti, si chiedono come sarebbe emerso un accordo dagli straordinari.

Fuori dai locali, con bandiere e striscioni in alto, Extinction Rebellion ha già etichettato l'incontro come un'altra opportunità persa.

Giovedì 12 Dicembre: In una drammatica notte per la politica europea, la Gran Bretagna ha confermato che presto lascerà l'Unione europea, dato che il partito conservatore appoggiato dalla Brexit ha stravinto il turno  elettorale. Il Regno Unito ospiterà il vertice delle Nazioni Unite sul clima del prossimo anno, il più importante dopo i colloqui di Parigi e una pesante impresa diplomatica. Ora negozierà contemporaneamente la più grande transizione nazionale degli ultimi decenni. Intanto il ritmo della COP 25 sembra ulteriormente rallentare. Sono proseguite le consultazioni delle parti su diverse questioni, che hanno pesato sulle spalle di alcuni ministri mentre altri sono stati lasciati in disparte. Al mattino, una sessione di valutazione ha dato a tutti i delegati l'opportunità di aggiornarsi sulle discussioni a porte chiuse. I ministri hanno fornito aggiornamenti, con vari livelli di dettaglio, sui negoziati su: Articolo 6 (meccanismi di mercato e non di mercato); Meccanismo internazionale di Varsavia per le perdite e i danni associati agli impatti dei cambiamenti climatici (WIM); Misure di risposta. Per questioni di competenza della Presidenza della COP, vale a dire la revisione periodica dell'obiettivo globale a lungo termine, del genere e del gruppo consultivo di esperti (CGE), la presidente della COP ha chiarito che ci dovrebbe essere un accordo entro la sera. Ha incoraggiato le parti a preparare le questioni relative alla finanza entro questa sera in modo che possano essere concordate il giorno successivo. Quando si è riunita in seduta plenaria la sera, alcune questioni erano state finalizzate. La COP ha adottato decisioni, anche in merito al mandato per il CGE. Sono state adottate le decisioni trasmesse dagli organi sussidiari lunedì 9 dicembre, così come le decisioni procedurali.

Per chi si accontenta, i risultati a Madrid, non importa quanto tecnici, possono forse amplificare lo slancio con cui riprenderanno i negoziati un anno da adesso: un più o meno  solido trampolino di lancio per Glasgow. Tuttavia, le discussioni sull'articolo 6 erano notevolmente al di sotto delle attese, e questo è un obbligo di Madrid, non di Glasgow. Rimangono ufficialmente due giorni di colloqui alla COP 25. Senza ulteriori progressi sull'aspetto più controverso dei negoziati, si prevede che le discussioni scenderanno al minimo. Mercoledì sarebbe stato il giorno dell'ambizione. Ma nessuna grande economia si è dimostrata disposta a cambiare il proprio impegno di Parigi. Solo l'UE, che mercoledì ha rilasciato il Green Deal, è stata chiara sulle sue intenzioni, nonostante abbia bisogno di superare qualche opposizione interna.In un annuncio un po' contrastante nelle prime ore, l'UE ha affermato di aver fissato un obiettivo comune per diventare neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050. Ma alla Polonia era stato concesso più tempo per impegnarsi nell'attuazione, cioè, per fare di testa sua col carbone. Non è così che la Polonia lo ha letto, con il primo ministro Mateusz Morawiecki che ha affermato di aver guadagnato l'esenzione dall'obiettivo dell'Europa. "Lo raggiungeremo al nostro ritmo", ha detto.

Il maggiore dei problemi per  la COP 25 è se i mercati del carbonio contribuiranno effettivamente a ridurre le emissioni. Le domande sono: "Quali tagli alle emissioni sono più accessibili e per chi?", e poi: "I paesi possono trasformare il sistema energetico globale usando un meccanismo fondamentalmente in contrasto con le opinioni correnti degli esperti delle dinamiche dei mercati?" Oggi è stato celebrato il quarto anniversario dell'adozione dell'accordo di Parigi, un momento storico da ogni punto di vista. Quattro anni dopo, la politica globale non potrebbe essere più lontana da quell'Accordo.

Il ministro spagnolo Teresa Ribera afferma che c'è stato uno scollamento  tra i paesi che spingono per l'ambizione e altri che bloccano gli impegni per un'azione rafforzata. Alcuni paesi hanno trovato molto difficile aggiornare i loro piani climatici e hanno sottolineato che non erano obbligati a farlo ai sensi dell'accordo di Parigi. Altri, particolarmente colpiti dagli impatti climatici o particolarmente impegnati a promuovere le ambizioni, desiderano che la necessità di un miglioramento sia ben chiara nella decisione finale dell'incontro. Per i piccoli stati insulari, lo spirito dell'accordo di Parigi, in base al quale i paesi hanno concordato di migliorare regolarmente il loro impegno per il clima, viene di fatto disatteso. Secondo loro anche i paesi politicamente corretti in fatto di dichiarazioni, non sono coerenti con i loro comportamenti all'interno delle sale di negoziazione. Lo spirito e gli obiettivi dell'Accordo di Parigi vengono erosi clausola per clausola, discussione per discussione, avvertono. Parlando in pubblico Zhao Yingmin, vice ministro cinese per l'ecologia e l'ambiente e capo della delegazione cinese, ha dichiarato che l'azione per il clima non è in conflitto con la crescita economica della Cina. L'esperienza della Cina ha pienamente dimostrato che le nostre misure politiche miglioreranno la qualità della crescita economica e miglioreranno anche la nostra produttività, ha affermato, invitando gli imprenditori cinesi ad accelerare la trasformazione green delle industrie tradizionali. L'ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, ha espresso il desiderio di vedere la Cina e gli Stati Uniti tornare a lavorare molto da vicino sulla diplomazia climatica. Tuttavia, ha un rispettoso messaggio per Pechino: "Saremmo in eterno  debito con la Cina se la sua politica di finanziamento di così tante centrali a carbone in altri paesi potesse essere ripensata".

Nel frattempo, una serie di questioni irrisolte sono state trasmesse alla presidenza cilena per tentare di trovare un compromesso. Questo è stato il caso della revisione del meccanismo che affronta la perdita e il danno, noto come meccanismo internazionale di Varsavia.

Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ospiterà il suo secondo vertice speciale sul clima in due anni, nel settembre 2020 a New York, con l'obiettivo di trarre nuovi impegni dai leader. L'evento di alto livello sarà un bilancio dei progressi dei paesi. Sarà anche un momento per i governi di accumulare pressione sui ritardatari annunciando nuovi piani climatici. L'inviato speciale delle Nazioni Unite per l'azione per il clima Luis Alfonso de Alba ha affermato che l'impegno delle Nazioni Unite per il 2020 sarà di ottenere dai grandi emittenti migliori piani climatici. Le Nazioni Unite hanno già avviato conversazioni con paesi con emissioni in rapida crescita in Africa, America Latina e in particolare in Asia. Ieriì Guterres ha presentato un rapporto che riassume gli impegni del vertice di New York. La responsabilità è una priorità fondamentale per l'ONU. I check-in regionali assicureranno che gli impegni si trasformino in azioni concrete sul campo. Una piccola squadra delle Nazioni Unite che lavora sotto Guterres, agenzie delle Nazioni Unite, Cile e Regno Unito, contribuirà a monitorare i progressi in vista della COP 26 a Glasgow (Magnana direbbero gli amici messicani!).

Oggi finalmente un successo: i negoziatori hanno approvato un nuovo Piano d'azione di genere, per la soddisfazione dei rappresentanti delle NGO che lavorano per i diritti delle donne e la giustizia di genere presso l'UNFCCC. Il piano è incentrato sui diritti umani, l'uguaglianza e la necessità di una giusta transizione verso una green economy, e riconosce anche la partecipazione delle ragazze alla scienza e alla tecnologia.
L'agenda delle Nazioni Unite per venerdì è qui.

A fine giornata i negoziati non appaiono sulla buona strada per finire in tempo. Qualcuno può immaginare se sia possibile trovare un accordo sabato mattina, sera, notte, domenica o oltre. Domani, venerdì, è la giornata dello sciopero del clima. C'è da aspettarsi proteste dentro e fuori i colloqui. Le relazioni tra le Nazioni Unite e le NGO sono già tese. Ieri, la presidenza della COP ha inviato un messaggio ai diversi presidenti dei gruppi di lavoro chiedendo a tutti di concludere l'ultimo round dei negoziati entro  mezzanotte di oggi. Ciò include le aree chiave di perdita e danno, l'articolo 6 e l'ambizione nella dichiarazione finale politica di COP 25.

 

Mercoledì 11 Dicembre: La COP 25 ha prodotto una serie di eventi di alto livello: a porte chiuse, ministri e negoziatori hanno discusso dell'articolo 6 (meccanismi di mercato e non di mercato), perdite e danni, genere e revisione periodica dell'obiettivo globale a lungo termine. Un evento di alto livello sull'emergenza climatica ha iniziato la giornata, moderato da Gonzalo Muñoz. Tra i relatori c'erano lo scienziato Johan Rockström, il ministro Teresa Ribera, della Spagna, e i leader della società civile Jennifer Morgan e Greta Thunberg. Insieme, hanno messo in evidenza i messaggi urgenti della scienza del clima e hanno chiesto vera leadership e trasformazioni urgenti. L'attivista Greta Thunberg ha riposto la sua speranza nella democrazia: “È l'opinione pubblica che gestisce il mondo libero. Ogni grande cambiamento nel corso della storia è venuto dalla gente. Non dobbiamo aspettare. Possiamo iniziare subito il cambiamento noi, le persone ", ha detto.

Ragionando sul cammino fatto, i ministri hanno discusso dello stato dell'azione di mitigazione e del sostegno che le è stato dato prima del 2020. Mentre alcuni hanno osservato che il periodo pre-2020 termina tra 20 giorni, altri hanno dato la massima importanza all'evento per creare fiducia tra le parti nel momento i cui si inizia ad attuare l'accordo di Parigi, il 2020. Coloro che hanno partecipato all'evento di alto livello sull'azione globale per il clima hanno sentito parlare di iniziative di sostenibilità del settore privato, come del settore finanziario, e hanno riflettuto su come queste iniziative possano raggiungere dimensioni adeguate e portare a cambiamenti realmente incisivi.

Mettendosi in contatto con la Stazione Spaziale Internazionale ISS in una video chat dal vivo, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha discusso con Luca Parmitano, astronauta dell'Agenzia spaziale europea e attuale comandante dell'ISS, su come un sogno condiviso può favorire la collaborazione tra le nazioni. Parmitano ha sottolineato la necessità di rendere giustizia alla bellezza e alla fragilità del nostro pianeta, rilevando il ruolo della scienza nello sviluppo di soluzioni innovative.

Nelle fasi plenarie, i ministri e altri funzionari hanno parlato degli sforzi di mitigazione e del sostegno ai paesi in via di sviluppo. I negoziatori hanno lasciato le discussioni sull'articolo 6, incentrati sulla condivisione dei proventi e sul riporto dei crediti di Kyoto, spiegando che "sta andando meglio del previsto finora". Eppure la rabbia irrompe attraverso i corridoi nei locali e sulle strade. La società civile interrompe i negoziati con proteste di massa e sit-in con una forza mai vista prima. Invitano i paesi sviluppati a "andare avanti e pagare", facendo eco alle richieste di alcuni delegati che chiedevano un onesto inventario delle ambizioni pre-2020, osservando che le parti dell'Annesso I hanno a malapena ridotto le loro emissioni dal 1990. Alcuni personaggi ad alto livello erano pronte a lasciarsi la storia alle spalle, date le tre settimane ormai rimaste rimaste dell'infelice periodo pre-2020. Ma l'analisi di un programma di lavoro che identifica le lacune nell'attuazione degli impegni pre-2020 conferma che, per altri, portarsi a bordo la storia delle proprie emissioni  dopo il 2020 potrebbe essere l'unica via percorribile. Contro il tiepido ritmo dei negoziati, i manifestanti della strada hanno fatto massa con gli appelli all'azione. Se Parigi aveva dato la speranza che il regime climatico fosse entrato nell'era della saggezza, le proteste hanno inchiodato il negoziato precedente, prima di loro, alla definizione di era della follia.

Rimangono ufficialmente due giorni di colloqui alla COP 25. Senza ulteriori progressi sull'aspetto più controverso dei negoziati, si prevede che le discussioni scenderanno al corrente. Oggi avrebbe dovuto essere il giorno dell'ambizione. Ma nessuna grande economia era disposta a impegnarsi a cambiare il proprio impegno di Parigi. Solo l'UE, che mercoledì ha rilasciato il Green Deal, è stata chiara sulle sue intenzioni, nonostante abbia bisogno di superare qualche opposizione interna. Eppure, la COP 25 potrebbe ancora riuscire a mandare un segnale che aumenterebbe la pressione per i governi a portare impegni nuovi o aggiornati il prossimo anno.

Non dovremmo accettare alcun tipo di marcia indietro né dovremmo accettare alcun tipo di silenzio sull'impegno, ha avvertito il ministro dell'ambiente spagnolo Teresa Ribera, dando  tono alla discussione. Greta Thunberg, persona dell'anno della rivista Time, si è rivolta per l'ultima volta ai colloqui prima di tornare a casa, per ricordare ai negoziatori e ai ministri il misero bilancio del carbonio residuo del mondo per limitare il riscaldamento a 1,5 °C. "Trovare soluzioni olistiche è ciò che dovrebbe fare la COP", ha detto. "Ma invece sembra essersi trasformata in un'opportunità per i paesi di negoziare scappatoie ed evitare di sollevare le loro ambizioni". Ci sono state parole forti di Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace, che ha supplicato i diplomatici, in nome  delle differenze tra ciò che sta accadendo tra l'interno di queste mura e l'esterno, di  non mollare l'accordo di Parigi. Hilda Nakabyue, giovane manifestante  sul clima dice di non capire perché i paesi più colpiti siano sempre sottorappresentati. Dice "Vengo qui per rappresentare milioni di giovani africani che stanno subendo il peso della crisi climatica". In una insolita conferenza stampa, il ministro giapponese per l'ambiente Shinjiro Koizumi ha avuto, a proposito del  carbone giapponese ha affermato di non volere mettere in ombra i buoni sforzi del Giappone e ha sottolineato i cambiamenti nella loro politica del credito all'esportazione per il finanziamento di progetti di carbone all'estero. In una dichiarazione, Brasile, Sudafrica, India e Cina, i BRIICS,  hanno invitato i paesi sviluppati ad adempiere ai loro impegni di fornire finanziamenti e sostegno ai paesi in via di sviluppo entro il 2020. Questa è una priorità chiave per i paesi emergenti. Resta ancora da vedere se il Brasile ammorbidirà la sua posizione e accetterà un accordo per l'Amazzonia.

Le plenarie di chiusura della COP 25 dovrebbero iniziare questo pomeriggio. Ma ci saranno ritardi. Alcune delle questioni politiche scottanti di questi colloqui potrebbero esplodere una volta rese pubbliche e l'azione di protesta potrebbe riprendere da qui.

Con una mossa inattesa, oltre 200 attivisti climatici sono stati costretti a lasciare il centro conferenze oggi pomeriggio dalla sicurezza delle Nazioni Unite dopo aver organizzato una protesta non autorizzata davanti alla plenaria. La sicurezza ha attaccato i manifestanti che chiedevano ai paesi ricchi di pagare per i danni causati dagli impatti climatici ai paesi vulnerabili e li hanno buttati fuori. La politica delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici non consente manifestazioni non autorizzate né il sequestro dei badge ai delegati che devono fare  il loro lavoro e si vedono negato l'accesso alla sede. Una dichiarazione dei gruppi della società civile ha denunciato una repressione senza precedenti. La UNFCCC ha rilasciato una dichiarazione congiunta con organizzazioni di osservatori senza nome, che ha definito la protesta uno sfortunato incidente. La dichiarazione afferma che le organizzazioni avevano accettato di rispettare le regole e che alla luce di questo rinnovato impegno i manifestanti avrebbero potuto rientrare i alla COP 25.

 

Martedì 10 Dicembre: Oggi la COP 25  passa a una modalità più politica. I ministri sono arrivati ​​con molto lavoro davanti a loro, con l'obiettivo di conciliare problemi difficili e aumentare il profilo e l'ambizione della conferenza. Dopo la chiusura tardiva degli organi sussidiari nelle prime ore del mattino di martedì, sono rimaste diverse questioni per le consultazioni che devono essere co-agevolate dai ministri:

  • L'articolo 6 (approcci di mercato e non di mercato) sarà discusso nelle consultazioni condotte dal ministro Barbara Creecy, Sudafrica, e dal ministro James Shaw, Nuova Zelanda;

  • La revisione del meccanismo internazionale di Varsavia per le perdite e i danni associati agli impatti dei cambiamenti climatici (WIM) sarà discussa nelle consultazioni condotte dal ministro Simon Stiell, Grenada e dal ministro Ola Elvestuen, Norvegia;

  • La decisione finale della conferenza sarà discussa nell'ambito delle consultazioni condotte dal ministro Masagos Zulkifli, Singapore, e dal ministro Teresa Ribera Rodríguez, Spagna;

  • Le misure di risposta saranno discusse nell'ambito delle consultazioni condotte dai ministri, come verrà comunicato in seguito.

Carolina Schmidt, presidenta della COP 25

La presidenza della COP faciliterà le discussioni sulla revisione periodica dell'obiettivo globale a lungo termine, il gruppo consultivo di esperti (CGE) e le questioni di genere. I ministri presenti sono stati impegnati a condividere le dichiarazioni nel segmento di alto livello e ad un dialogo ministeriale sull'ambizione per l'adattamento. Aprendo il segmento di alto livello, la presidente della COP 25 Carolina Schmidt ha dato il tono alle discussioni generali sull'azione per il clima, sottolineando come i cambiamenti climatici aggravano le disuguaglianze esistenti e che l'azione per il clima deve essere equa per tutti. Ringraziando i giovani attivisti, il ministro Teresa Ribera Rodríguez, Spagna, ha invitato tutti ad essere attivisti climatici e a fare di più. Nel pomeriggio, la presidenza della COP ha convocato un dialogo ministeriale ad alto livello sull'ambizione per l'adattamento. Un ministro ha osservato che nessun paese è al sicuro dagli impatti dei cambiamenti climatici e che pertanto tutti devono raddoppiare gli sforzi di adattamento. I ministri di Giappone, Botswana, Figi, Uruguay e Paesi Bassi, tra gli altri, hanno presentato gli sforzi dei loro paesi per strutturare un adattamento ambizioso, discutendo l'uso di soluzioni basate sulla rinaturalizzazione; il finanziamento del clima per i paesi in via di sviluppo e lezioni apprese. Il partenariato di Marrakech per l'azione globale per il clima ha organizzato eventi durante il giorno. Tavole rotonde sono state convocate secondo i principi dell'economia circolare nei settori dell'edilizia e dell'imballaggio. I partecipanti hanno anche discusso di resilienza e SDG 7 (energia pulita e accessibile).

La responsabile del cambiamento climatico delle Nazioni Unite, Patricia Espinosa, ha esortato i diplomatici a raggiungere un accordo sull'ultima questione irrisolta del regolamento di Parigi, i mercati del carbonio, di cui all'Art. 6 di Parigi. La mancata istituzione di un nuovo mercato globale del carbonio manderebbe un messaggio negativo che può minare lo sforzo globale per il clima. Abbiamo bisogno delle decisioni e della leadership di tutti. Siamo fuori tempo. La presidenza cilena ha assegnato sei ministri per cercare di far avanzare le discussioni. Carolina Schmidt, presidente della COP 25, ha avvertito i negoziatori che i colloqui devono segnare un vero cambio di direzione nella nostra ambizione. Il linguaggio del documento finale della COP 25 rifletterà il messaggio politico dell'ambizione e sarà la vera prova testimoniale del successo della COP 25, se ci sarà.

L'incapacità dell'accordo di Parigi di affrontare direttamente la necessità di frenare la produzione di combustibili fossili è vista da molti come un difetto fatale. L'estrazione pianificata di carbone, petrolio e gas è già sufficiente per superare l'obiettivo di 1,5 °C. E sono i grandi produttori - Stati Uniti, Australia, Arabia Saudita, Brasile, Russia e altri - che lavorano costantemente per minare anche le restrizioni sul lato della domanda incoraggiate dall'accordo di Parigi. Martedì, un legislatore dell'UE ha accusato alcune di queste nazioni di aver ostacolato i progressi alla COP 25. Ma il vento sta cambiando e un numero crescente di paesi è pronto a parlare apertamente di eliminare gradualmente i combustibili fossili. Ci sono spazi nel processo negoziale delle Nazioni Unite in cui questi governi possono mostrare la propria leadership, e in cui potrebbero costruire un dialogo globale adeguato sulla fine dell'estrazione di carbone, petrolio e gas.

Sul versante opposto si vedono gli Stati Uniti intenti ad assicurarsi che non possano mai essere ritenuti responsabili per le perdite e i danni causati dagli impatti climatici nei paesi vulnerabili, nonostante siano responsabili di quasi un terzo dei gas che ora riscaldano il pianeta. La posizione degli Stati Uniti, non ancora formalmente presentata alle Nazioni Unite, estenderebbe il disimpegno in materia di responsabilità e risarcimento dei danni a qualsiasi decisione dell'UNFCCC nell'ambito dell'accordo di Parigi. Consentirebbe anche alle parti della convenzione delle Nazioni Unite, ma non parti dell'accordo di Parigi, cioè per ora solo a loro stessi, di far parte  a partire dal prossimo anno del comitato governativo per la discussione sulle "perdite e danni". Si può capire come i paesi in via di sviluppo prendano questa pretesa. Michael Bloomberg, che ha rassegnato le dimissioni da inviato speciale delle Nazioni Unite per l'azione per il clima per partecipare alla corsa presidenziale democratica negli Stati Uniti, è arrivato martedì a COP 25 dichiarando: "Sono qui perché la Casa Bianca non lo è", prima di consegnare l'ultimo rapporto sull'impegno americano alla Espinosa.Ha condiviso un palcoscenico con Mark Carney, il suo sostituto come inviato speciale delle Nazioni Unite e governatore uscente della Bank of England, e l'attore Harrison Ford. Si è fatto vedere anche l'ex segretario di stato americano John Kerry.

Claire O'Neill, presidente designata della COP 26 (a meno di sorprese elettorali in UK), durante un evento di alto livello si lascia andare a dire che non può promettere il ​​sole, ma può promettere un caloroso benvenuto. O'Neill ha affermato che i colloqui sul clima del prossimo anno a Glasgow, in Scozia, saranno un momento critico in cui i paesi dovrebbero migliorare i propri piani climatici. È un obiettivo elevato, ha detto, che sappiamo di poter ottenere insieme. Dobbiamo farlo, questa non è un'opzione. Non esiste un piano B.

Domani sarà il giorno dell'ambizione alla COP 25. La presidenza cilena sta organizzando un inventario pre-2020 affinché i paesi prendano in considerazione i loro sforzi per affrontare il cambiamento climatico prima del prossimo anno. L'evento dovrebbe essere guidato da un gruppo di ministri e seguito da una discussione aperta in plenaria. Il pomeriggio sarà dedicato all'ampliamento delle ambizioni degli "attori non statali". Si prevede che parleranno la presidente della COP 25 Carolina Schmidt, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e l'ex presidente irlandese Mary Robinson. Il Green Deal della Commissione europea per l'Europa dovrebbe essere presentato oggi a Bruxelles. Si prevede che il piano stabilisca una tempistica per i piani della commissione di alzare l'obiettivo di mitigazione al 2030  e l'obiettivo delle zero emissioni nette al 2050. Il ministro tedesco dell'ambiente Svenja Schulze ha dichiarato che alla COP25 l'UE deve dare l'esempio.

 

Lunedì 9 Dicembre: I negoziatori hanno chiuso la prima fase dei colloqui martedì mattina con testi di negoziazione pieni di opzioni tra parentesi che indicano differenze irrisolte. "Sono forse più deluso che in altri incontri che ho presieduto", ha detto Paul Watkinson, il presidente visibilmente stanco dell'organismo tecnico delle Nazioni Unite mentre dichiarava l'incontro in modo inconcludente. I lenti progressi nella prima settimana dei colloqui significano che i ministri dovranno risolvere le questioni più controverse, in particolare le regole per i mercati del carbonio, di cui all' Art. 6 di Parigi.

I negoziatori non hanno potuto concordare un testo di revisione degli sforzi per aiutare i paesi vulnerabili a riprendersi dalla perdita e dal danno degli impatti climatici. Anche questa questione viene lasciata ai ministri. I tentativi per allineare il periodo di tempo che i futuri impegni climatici dei paesi copriranno oltre il 2030 non hanno potuto essere risolti e sono stati rinviati a giugno.

La Cina ha ripetutamente accusato i paesi sviluppati di ostacolare il progresso, danneggiare il processo multilaterale e di minare la fiducia tra i paesi. Le tensioni politiche hanno iniziato a emergere. Sostenuta da altri importanti inquinatori del gruppo dei paesi in via di sviluppo, la Cina ha cercato di indebolire i requisiti per le nazioni in fatto di trasparenza e documentazione sulle proprie emissioni di carbonio nell'ambito dell'accordo globale. Questa trasparenza è vitale per poter conteggiare i contributi dei vari paesi.

La plenaria ha visto un disperato incontro di due ore nel quale diplomatici provenienti da Stati Uniti, UE, Canada, Australia, Giappone, piccoli stati insulari e America Latina hanno chiesto al presidente Watkinson di non chiudere l'incontro senza un accordo, ma di concedere loro più tempo di negoziazione. "Non possiamo spiegare al mondo perché non abbiamo consegnato parti essenziali dell'accordo di Parigi", ha dichiarato un diplomatico dell'UE in Aula. Non ci sono riusciti. La Cina, sostenuta dall'India e dalle nazioni africane, ha chiesto che l'incontro fosse chiuso senza una decisione. I diplomatici cinesi sono quindi intervenuti per ben sette volte per chiedere ripetutamente alla presidenza di dichiarare che loro erano i vincitori della giornata, affermando che la questione era "molto importante per la loro delegazione", con buona pace della pretesa leadership cinese sulla lotta ai cambiamenti climatici.

Più di 50 ministri delle finanze dell'Europa e dei paesi vulnerabili hanno lanciato un'iniziativa per integrare i finanziamenti per il clima nelle loro politiche economiche interne. è stato inoltre lanciato il piano d'azione di Santiago per aiutare i paesi ad allineare il proprio sistema finanziario agli obiettivi di Parigi, anche utilizzando la tariffazione del carbonio (carbon pricing). Il ministro delle finanze cileno Rojas ha anche annunciato il lancio della prima strategia finanziaria del paese per affrontare i cambiamenti climatici. Contemporaneamente la presidente della Cop25 e la ministra dell'ambiente del Cile, Carolina Schmidt, hanno detto ai giornalisti che il congresso del paese voterà  la prossima settimana una legge sul clima che stabilirà il suo obiettivo di neutralità del carbonio entro il 2050. Il Cile aveva programmato di innalzare il suo obiettivo di Parigi in questi colloqui, ma aveva poi rinunciato.

Un gruppo di 16 giovani scioperanti ha scritto al primo ministro Canadese Justin Trudeau e al primo ministro norvegese Erna Solberg accusandoli di aver violato i diritti internazionali dei bambini sostenendo nuovi sviluppi nel settore del petrolio e del gas. Keep it in the ground, affermano le lettere, esortando entrambi i paesi a praticare una  leadership internazionale sul clima in tutte le politiche nazionali. A settembre, il gruppo, che comprende Greta Thunberg e l'americana Alexandria Villaseñor, ha presentato una denuncia legale alle Nazioni Unite contro Argentina, Brasile, Francia, Germania e Turchia per aver violato i loro diritti di bambini non riuscendo a ridurre adeguatamente le emissioni. Nel frattempo, Thunberg ha utilizzato la sua eccezionale piattaforma multimediale per dare voce agli altri. "È tempo di far parlare gli altri", ha detto a una stanza piena di giornalisti."Gli indigeni di tutto il mondo stanno solo chiedendo di essere ascoltati, di stare con loro", ha detto Rose Whipple, un'attivista climatica di 18 anni americana. "Spetta a ognuno di noi costruire movimenti centrati sui diritti degli indigeni". L'ex vice presidente americano Al Gore ha salutato gli scioperanti del clima giovanile per la loro autorità morale. "Hanno ragione in quello che dicono, non stiamo affrontando questa sfida", ha detto.

 

Lunedì 9 Dicembre: Greta Thunberg interviene alla COP 25. La stampa italiana apre al completo con la dichiarazione di Greta alla Conferenza: “Le emergenze climatiche non sono qualcosa che avrà un impatto sul futuro, che avrà effetto sui bambini nati oggi una volta adulti, hanno già effetto sulle persone che vivono oggi”. La grande quantità di persone che si sono presentate per ascoltarla ha costretto a chiudere gli accessi e riaprirli solo alla stampa. “Abbiamo il dovere di usare l’attenzione dei media per la nostra piattaforma e per far sentire la nostra voce. Noi, io e Luisa, non parleremo oggi, siamo privilegiate perché le nostre storie sono state già dette, ma non sono le nostre storie che devono essere ascoltate ma quelle degli altri, soprattutto nel sud del mondo e nelle comunità indigene. Abbiamo creato questo evento come una sorta di piattaforma per condividere le storie che devono essere conosciute”. Il primo a prendere la parola dopo Greta, che ha anche ricordato l’importanza di “ascoltare le storie delle popolazioni indigene, che sono in prima linea nel subire gli effetti dei cambiamenti climatici”, è stato un ragazzo delle isole Marshall, alle prese con l’innalzamento delle acque. “Ci hanno detto che per resistere dobbiamo adattarci, andare più in alto – ha affermato – o che una soluzione che abbiamo è emigrare”. Gli altri interventi hanno visto alternarsi ragazzi da tutto il mondo, dalle Filippine agli Usa al Cile. A prendere la parola anche un attivista russo, che ha ricordato come nel proprio paese sono state arrestate delle persone per aver partecipato alle proteste sul clima. Tra gli speaker anche una ragazza nativa americana, che ha ricordato le lotte in corso contro lo sfruttamento dei territori contro il volere degli indigeni. Il messaggio di tutti ai politici è stato la richiesta di avere più visibilità. “Chiediamo di essere ascoltati, perché nessuno più di noi sperimenta sulla propria pelle i danni dai cambiamenti climatici”, ha ricordato ad esempio un’attivista dall’Uganda.

All'inizio della seconda e ultima settimana della  COP 25 si può fare il punto sui progressi acquisiti. Un nuovo testo sui mercati globali del carbonio, cioè l'articolo 6, inizialmente previsto venerdì mattina, è finalmente arrivato sabato sera. Le opzioni sono state ridotte ma rimangono tutti i principali punti critici. I ministri, che riprenderanno i colloqui dopo lunedì, dovranno sfruttare il ioro potere politico per sperare in una svolta. L'ultimo testo su come affrontare perdite e  danni riassume la varietà delle opinioni su come fornire finanziamenti ai paesi vulnerabili che si stanno riprendendo da eventi meteorologici estremi o da impatti a lenta insorgenza come l'innalzamento del livello del mare. La creazione di una struttura di finanziamento su misura r non ha il supporto di paesi come gli Stati Uniti e l'Australia. Nel frattempo un gruppo di paesi in via di sviluppo e la Cina, il G77, chiede la creazione di un gruppo di esperti per esplorare ulteriormente le opzioni del finanziamento.

Un progetto di bozza di testo per una decisione della COP 25 riflette gli sforzi per mantenere l'ambizione in cima all'agenda. La bozza del testo,che potrebbe cambiare in modo significativo entro la fine della settimana, sottolinea la necessità che la scienza sia il punto di partenza dell'azione per il clima e chiede impegni climatici più ambiziosi nel 2020. Il testo finale fornirà un segnale chiaro sulle reali ambizioni dei vari paesi, per oggi e per il prossimo anno alla COP 26. Nel frattempo proseguono le discussioni su a chi attribuire le “circostanze speciali" con un ulteriore supporto per rispondere alle minacce del cambiamento climatico. La scorsa settimana è stata istituita una consultazione informale per considerare le esigenze particolari dei Paesi africani ma non dei latino americani, causando non pochi malumori. L'ambasciatore egiziano, presidente del Gruppo africano, ha insistito sul fatto che dovrebbero essere prese in considerazione le esigenze di sviluppo economico del continente quanto gli impegni per  frenare le emissioni.

Vi è una richiesta dei paesi in via di sviluppo affinché la  COP 25 bandisca l'utilizzo di crediti di emissione derivanti dal protocollo di Kyoto per raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi, e la maggior parte dei paesi ha affermato che ciò non rientrerebbe  nello "Spirito di Parigi". C'è un solo paese esplicitamente schierato: l'Australia, come abbiamo già visto.

La plenaria di chiusura dei diversi flussi di lavoro dei colloqui è prevista per lunedì pomeriggio. Ci sono forti tensioni causate dal lento progredire degli ultimi giorni che, certamente, si riverseranno in assemblea. Il secondo dei quattro eventi ministeriali di alto livello previsti è la riunione dei ministri delle finanze.  Finlandia e Cile ad aprile avevano dato luogo ad una coalizione di ministri  delle finanze per l'azione per il clima con l'obiettivo di portare i problemi del clima nel mainstream della politica economica. L'incontro pomeridiano di tre ore ha un ricco programma di interventi di alto livello. Molti  ministri si prevede che parteciperanno. Tra essi il ministro delle finanze lussemburghese, il viceministro dell'economia del Paraguay e il segretario di stato e ministro delle finanze tedesco. C'è grande attesa per possibili dichiarazioni di maggiore ambizione.

                                                                             Interview: What needs to happen by COP 26 to keep the Paris Agreement on track?

 

Si può dunque concordare con chi dice che la COP 25 ha concluso la sua prima settimana in una pletora di discussioni sulle varie questioni che dovrebbero essere completate prima della chiusura degli organi sussidiari lunedì. Gli esiti sono quindi incerti. Gli organi sussidiari avranno decisioni concordate da prendere in considerazione per i piani di adattamento nazionali e per il programma strategico di Poznan sul trasferimento di tecnologia. Dopo lunghe trattative, i delegati hanno concordato una decisione sulla ricerca e l'osservazione sistematica, che affronta la cooperazione globale in materia di monitoraggio e dati sul clima. I negoziati sono proseguiti fino a notte fonda su perdite e danni, alcuni aspetti tecnologici, trasparenza e revisione dell'obiettivo globale a lungo termine. I delegati non sono stati in grado di trovare un accordo su diverse questioni, tra cui le tempistiche comuni e l’agricoltura. In molti casi, le parti speravano che le discussioni tra i capi delegazione potessero risolvere i problemi risolvendo i pochi punti che rimangono in disaccordo. L'imminente arrivo dei ministri aggiunge una certa pressione, poiché i negoziatori hanno espresso riluttanza a portare tutti questi testi in disaccordo a livello politico.

La presidente Carolina Schmidt ha sottolineato la necessità di riunire tutti gli attori per catalizzare impegni e azioni più ambiziosi. Gli osservatori hanno colto l'occasione per discutere del quadro più ampio e delle crisi multiple che il mondo deve affrontare. Le NGO sindacali hanno messo in guardia dai "punti di svolta sociale" che, una volta violati, minano il sostegno delle popolazioni alla politica climatica. Le NGO ambientaliste hanno sottolineato gli incombenti tipping point, di non ritorno ambientale. Le organizzazioni delle popolazioni indigene hanno richiesto un impegno reale, non simbolico, con la cultura e le tradizioni nella ricerca di soluzioni. Sempre alla ricerca di una più ampia inclusione, le NGO giovanili hanno chiesto di rendere la scienza disponibile a tutti e di sostenere la partecipazione di osservatori dei paesi in via di sviluppo. Nel contesto di tre seminari su energia, trasporti e insediamenti umani, il partenariato di Marrakech per l'azione globale per il clima ha anche sottolineato l'importante ruolo della scienza. Diversi oratori hanno discusso su come promuovere soluzioni credibili, basate sulla scienza, efficaci e redditizie. L'interazione di quegli interessi, in particolare nel settore energetico, è stata sottolineata come la chiave per sbloccare le ambizioni climatiche di tutti.

 

Venerdì 6 Dicembre. Ancora una volta, Greta Thunberg e il movimento giovanile Fridays For Future hanno mostrato il loro potere di mobilitare sistematicamente decine di migliaia di persone. Ma mentre parlava con i giornalisti a Madrid, Thunberg si è chiesta se un anno che ha visto nascere uno dei più grandi movimenti sociali del secolo abbia davvero fatto la differenza. "Se lo guardi da un certo punto di vista, non abbiamo ottenuto nulla", è stata la sua sincera valutazione".

Le sale della COP 25 a metà dei colloqui sul clima vivono il momento in cui i diplomatici hanno esaurito i loro mandati e guardano attentamente all'arrivo dei loro ministri la prossima settimana per sbloccare la situazione.

Con la pressione generale e crescente sui paesi affinché non si limitassero a negoziare regole, il Cile e la Spagna speravano che questo incontro avrebbe fatto venire alla ribalta un gruppo di paesi disposti a farsi avanti e ad aumentare i loro obiettivi climatici. La presidenza della COP 25 del Cile aveva programmato di dare l'esempio annunciando il suo nuovo INDC durante i colloqui. Ma venerdì, un funzionario del governo cileno ha fatto sapere che il piano sarebbe stato ritardato, probabilmente fino al prossimo anno.

Nelle sale di negoziazione la pressione è stata palpabile in tutta la giornata. I delegati hanno lavorato per rispettare le scadenze incombenti. Diverse consultazioni sono andate in extra time. Le discussioni sull'adattamento sono state intense, ma non tali da aprire le vie per l'ambizione. Era sembrato che diverse parti sarebbero state disposte a valutare proposte ponte sull'articolo 6. Questa sensazione si era diffusa la sera durante le consultazioni informali, in cui le parti avevano incaricato i co-facilitatori di sviluppare una seconda versione del progetto di testo entro sabato mattina. Consapevoli delle difficoltà ancora davanti, i co-facilitatori avevano preparato le parti su cosa sarebbe avvenuto, assicurando tutti che avrebbero consolidato un possibile accordo almeno sui punti dove loro stessi pensavano di aver percepito del consenso. Nella realtà, come al solito, si è finito per sperare che l'imminente arrivo di ministri potrà fornire la spinta che serve per sbloccare le controversie.

A conclusione dei negoziati sulle "tempistiche comuni", i paesi non sono riusciti a raggiungere un accordo neanche minimo sulla durata dei futuri impegni sul clima. Una bozza di testo presenta ben otto opzioni diverse ancora sul tavolo, che vanno da cinque a dieci anni e varia altra miscellanea. Il problema di andare verso una conclusione sui punti rimanenti del regolamento di Parigi si sta complicando al punto che è improbabile che il problema venga risolto ai colloqui di quest'anno. Nell'agenda ufficiale è stato concesso poco tempo ai negoziatori per fare progressi su questo punto. L'Australia è stata una delle nazioni che ha sostenuto di spingere i colloqui comuni fino al 2023. Ma questo non è quello che vogliono veramente. Loro come altri tentano di dissimulare il fatto che sono gli unici paesi che hanno in mente di utilizzare i crediti riportati dal protocollo di Kyoto per conseguire gli obiettivi dell'accordo di Parigi.

Merita in conclusione di giornata, per non farsi travolgere dal pessimismo, riferire che il parlamento danese ha adottato una nuova legge sul clima venerdì con alcuni obiettivi importanti. La legge danese prescrive di raggiungere un taglio delle emissioni del 70% al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2030, raggiungendo emissioni nette pari a zero entro il 2050 e realizzando azioni per il clima sulla scena internazionale, incluso il finanziamento del clima.

 

Giovedì 5 Dicembre. Lo slogan della COP 25 a Madrid, nella Fiera che la ospita e fuori, è ormai: 11 anni rimasti per salvare il pianeta. La crisi climatica accumula stress nella società e nell'economie a fronte di fenomeni che non possono essere dissimulati, come lo scongelamento del permafrost contenente metano o la perdita di ghiaccio marino riflettente, che minacciano di spingere i cambiamenti climatici al di fuori del controllo umano. I leader politici di oggi, si dice a Madrid,  i governi ora presenti alla COP 25, potrebbero essere gli ultimi che possono effettivamente fare qualcosa per fermare una catastrofe incombente. Questa osservazione contraddice l'idea che possiamo semplicemente aspettare che i giovani crescano e prendano il controllo del clima. Questo è qualcosa che  Greta Thunberg ha detto fin da quando è entrata nella scena globale. La Thunberg, che ha attraversato due volte l'Atlantico per venire ai colloqui, terrà una conferenza stampa nel centro di Madrid a La Casa Encendida alle 16 di venerdì, proprio prima di unirsi alle proteste climatiche che iniziano alla stazione ferroviaria di Atocha alle 18:00. Gli scioperanti dovrebbero organizzare un sit-in all'interno del centro conferenze della COP 25 per protestare contro l'inazione dei governanti.

La presidente della COP 26, Claire O'Neill, ha invitato i negoziatori a completare il regolamento dell'Accordo di Parigi a Madrid, in modo che il prossimo anno a Glasgow, un passaggio critico per i paesi se vogliono implementare i loro piani climatici, ci si possa concentrare sull'ambizione. "Cominciamo a mettere avanti l'orologio, che è ciò che le persone qui fuori si aspettano che facciamo". C'è un problema per la O'Neill e sono le elezioni nel Regno Unito della prossima settimana, che potrebbero comportare la sua sostituzione se i laburisti andranno al governo. La O'Neill non è quindi probabilmente in grado di parlare dei piani del Regno Unito per la COP 26 tanto che il suo impegno nei colloqui è stato finora piuttosto basso. Il "period of sensitivity" pre-elettorale terminerà la mattina dell'ultimo giorno della COP 25, quando anche la O’Neill dovrebbe tornare a casa. La O'Neill e il suo team avranno poco più di 10 mesi per spingere in alto l'ambizione dei più grandi emettitori del mondo. Non una cosa da nulla.  La Francia ha avuto due anni per preparare la COP 21 nel 2015, quando è stato firmato l'accordo di Parigi. Solo venerdì prossimo il Regno Unito dovrebbe essere ufficialmente confermato come ospite del negoziato dell'anno prossimo. Rispetto a questo quadro preoccupante la coscienza di qualcuno in Italia dovrebbe rimordere, posto che la prima probabile assegnataria della COP 26 era il nostro paese, i cui governanti hanno rilasciato l'impegno per viltà o incompetenza o per entrambe, alla fine.

Lo stato del negoziato di oggi registra che l'ultima versione del testo dell'articolo 6 dell'Accordo di Parigi, che avrebbe dovuto essere pronto venerdì mattina, ora è previsto per venerdì molto tardi o nelle prime ore di sabato, a dimostrazione di quanto siano state difficili le cose. Sette anni dopo l'inizio delle discussioni sui mercati globali del carbonio, non esiste ancora un percorso chiaro per trovare un accordo. Riflettendo sui negoziati svolti finora, qualcuno ha osservato che i colloqui sono "velati da un sottile strato di cinismo" quando si deve vedere che "minimi dettagli tecnici sono diventati l'oggetto dei compromessi politici".

Un gruppo di investitori con oltre 6 trilioni di euro di attività, più del PIL annuale combinato di Regno Unito e Germania, chiedono ai leader dell'UE di concordare un obiettivo di neutralità del carbonio all 2050. Il Consiglio dell'UE si riunirà la prossima settimana e l'obiettivo di emissioni zero nette al 2050 è in cima all'ordine del giorno. La Polonia, l'Ungheria e la Repubblica ceca hanno richiesto garanzie finanziarie per rendersi disponibili. La lettera degli investitori invita l'UE ad allineare tutta la legislazione necessaria per limitare il riscaldamento in coerenza con l'accordo di Parigi. Non è un segreto che gli investitori pretendono certezze a lungo termine e pertanto sostengono fortemente un obiettivo certo di emissioni nette pari a zero per l'UE, da raggiungere entro il 2050. Non così per le manovre finanziare delle compagnie petrolifere, in particolare dell'Aramco che è di proprietà della famiglia reale saudita e che è molto attiva in questi stessi giorni. Diventa più rischioso per i loro traffici se negoziati come la COP 25 producono regole rigide per ridurre le emissioni. Ecco perché i loro delegati spingono a  Madrid per intralciare ogni prospettiva.

Mercoledì 4 Dicembre. I giovani del Fridays for future stanno arrivando ​​alla COP25 in vista di una grande marcia di protesta venerdì. Raccogliendo lo slogan della conferenza "tempo di agire", viene citato uno dei manifestanti che dice: "È tempo di agire ed è passato troppo tempo. Siamo qui insieme e continuiamo a colpire fino a quando i leader mondiali non solo ci sentiranno ma ci ascolteranno". Le preoccupazioni del pubblico aumentano con livelli crescenti di intensità fin dagli anni '50. È fondamentale mantenere questo movimento in atto non solo fino alla COP26 italo inglese ma anche oltre. Oggi  una lettera inviata da Papa Francesco chiede "una volontà politica chiara, lungimirante e forte". Ha ricordato di aver definito, nella Laudato sì, il mercato del carbonio, il principale argomento di negoziazione di COP 25, "uno stratagemma che consente di mantenere il consumo eccessivo di alcuni paesi e settori". In una conferenza stampa la presidente della COP Carolina Schmidt, dice: "Ciò che abbiamo riconosciuto con la scienza è che gli impegni presi nel 2015 non sono sufficienti per limitare l'aumento della temperatura a 1,5 °C ... Dobbiamo aggiornare l'impegno nel 2020 in un modo più ambizioso."  Nel frattempo, EurActiv riferisce che i leader dell'UE spingeranno per un accordo su un progetto di piano per raggiungere emissioni di gas serra nette zero entro il 2050 in un vertice del 12-13 dicembre. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel dice che lavorerà per convincere tutti gli Stati membri a firmare il piano.

Su un fronte diverso, un negoziatore cinese ha sostenuto che la prevista carbon border tax dell'UE potrebbe portare nel negoziato incertezze e alcuni fattori dannosi ... l'adozione di questo tipo di misura transfrontaliera potrebbe influenzare l'atmosfera amichevole di cooperazione nel processo di lotta ai cambiamenti climatici. Mentre i diplomatici si dibattono sulle regole finali dell'Accordo di Parigi, la domanda più importante che pende sulla politica climatica è ciò che la Cina farà nel 2020. Aumenterà il suo obiettivo per il clima? Di quanto? Le emissioni cinesi sono prossime al doppio degli Stati Uniti, secondo quanto pubblicato oggi dal Global Carbon Budget.  In una rara conferenza stampa ospitata dal governo cinese, un gruppo di esperti, che non includeva funzionari governativi, ha evitato le domande sul fatto che Pechino avrebbe migliorato il suo piano per il clima il prossimo anno. L'attuale piano cinese di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030, e se possibile prima, sarebbe già stato realizzato con grande ambizione, hanno affermato. Lui Jiankun, professore dell'Università di Tsinghua e vicedirettore del comitato di esperti nazionali sui cambiamenti climatici, ha affermato che la Cina sta passando da un'economia in via di sviluppo ad alta velocità a un'economia in via di sviluppo di alta qualità. La guerra commerciale con gli Stati Uniti non avrà alcun impatto sugli obiettivi climatici della Cina, ha affermato. In realtà, ci sono alcuni lati positivi della controversia con gli USA, perché le aziende cinesi sono state costrette a forzare l'innovazione delle industrie nazionali.

Dal mondo industriale si comunica che un totale di aziende con più emissioni di gas serra rispetto alla Francia e alla Spagna hanno conseguito una riduzione delle emissioni in linea con l'accordo di Parigi. Un nuovo rapporto pubblicato dall'iniziativa Science Based Targets (SBTi) rivela che, raggiungendo i loro obiettivi, 285 aziende ridurranno le proprie emissioni di 265 milioni di tonnellate di CO2eq pari allo spegnimento di 68 centrali a carbone.

Nelle stanze del negoziato un nuovo progetto di testo sui mercati del carbonio e l'articolo 6  risulta semplificato con meno parentesi quadre e opzioni, ma tutti i principali punti critici restano da affrontare. Una seconda bozza di testo è prevista per venerdì, in vista della ministeriale. La Cina sta cercando di spostare i vecchi crediti di carbonio dell'era di Kyoto  sui mercati globali del carbonio sotto il regime di Parigi, ma gli esperti rassicurano che  che la questione creerà rotture. Sulle perdite e danni, i paesi stanno rafforzando le loro richieste. Climate News fornisce gli approfondimenti su questa questione. Parlando a nome dell'alleanza dei piccoli stati insulari (Aosis), un negoziatore di Saint Lucy  ha affermato che gli enti e le strutture esistenti come il GCF, il GEF e il Fondo per l'adattamento dovrebbero essere usati come strumenti per fornire fondi anche se Aosis non ha escluso la creazione di una struttura di finanziamento su misura per perdite e danni.  L'Australia ha però dichiarato che al centro del negoziato  dovrebbe  esserci la governance e non solo le richieste di soldi.

Carolina Schmidt, presidente cilena della Cop25, ha voluto ricordare che la COP 25 è  latino-americana, pur se ospitata in Spagna.  Pertanto vogliamo rendere visibili le nostre circostanze speciali come paesi dell'America Latina, ha detto per rassicurare i suoi, dopo la concessione alle esigenze speciali dei paesi africani lunedì. Nel frattempo, Patricia Espinosa, il grande capo dell'ONU, ha affermato che non era prevista una specifica decisione della COP 25 sulle ambizioni, ma le discussioni che si svolgono in eventi di alto livello sull'ambizione nei prossimi giorni potrebbero trovare spazio nel testo finale. A proposito di ambizioni, la presidente dell'isola di Marshall, Hilda Heine, in una lettera personale a Shinzō Abe, ha sollecitato il Giappone per aumentare il suo obiettivo sul clima l'anno prossimo. Noi del Pacifico cerchiamo nel Giappone una leadership globale, ha affermato.

Una nuova bozza dei negoziati per la revisione del piano d'azione di genere sui cambiamenti climatici è stata cancellata ieri. Il piano mira a far progredire la partecipazione piena, equa e significativa delle donne ai colloqui delle Nazioni Unite, a promuovere una politica climatica sensibile al genere e al mainstreaming del ruolo delle donne. La tendenza verso organismi più equilibrati rispetto al genere, che è stata segnalata nel 2018, si è invertita nel 2019, afferma un Rapporto ONU di quest'anno, rilevando che le donne costituiscono solo un terzo dei membri del corpo in generale. Le donne sono sottorappresentate in tutti tranne due dei 15 corpi studiati. Ad esempio, il comitato esecutivo del Meccanismo internazionale di Varsavia ha sei donne e 13 uomini. Il comitato esecutivo del Clean Development Mechanism è il peggiore: solo uno dei suoi dieci membri del consiglio è di sesso femminile. Nella lista dei delegati a COP 25 i rappresentanti governativi uomini sono il 60% .

Martedi 3 Dicembre. Con l'arrivo di Greta Thunberg a Lisbona e i diplomatici climatici a discutere di chissacosa a Madrid, c'è la sensazione che due mondi stiano per scontrarsi alla COP 25. Parlando con i giovani, o con una qualsiasi delle nuove, coraggiose attiviste del clima ispirate dalla giovane svedese, si coglie un'aspettativa che questi colloqui delle Nazioni Unite debbano essere capaci di cambiare le sorti del cambiamento climatico. Tutto ciò è molto lontano dalla realtà del negoziato, i cui attori conoscono fin troppo bene i limiti del processo in cui vivono. Anche con una spinta in più per i paesi per aumentare i loro obiettivi climatici a Madrid, una COP 25 decisiva è una fantasia. Si parla piuttosto del collasso del negoziato climatico ONU sotto il peso delle aspettative. La realtà è che non ci sono opzioni migliori e il fallimento dell'UNFCCC porterebbe a una regressione generale. La diplomazia climatica si fa nelle capitali mondiali, non alla Fiera di  Madrid. Ma con la voce che Thunberg arriverà a Madrid in tempo per la prevista protesta del venerdì, la pressione non fa che aumentare.

Oggi, durante una riunione dei capi delle delegazioni, i paesi hanno dichiarato di voler trovare un terreno comune sui mercati del carbonio e sull'articolo 6. Su quuesto Paul Watkinson, une dei negoziatori francesi e presidente del SBSTA, ha dichiarato che tutti sono pronti a lavorare per un risultato concordato qui in Madrid. Il Brasile  ha affermato di essere molto impegnato in un risultato positivo ed equilibrato, aggiungendo che si può contare sulla loro delegazione per raggiungere questi obiettivi (Bolsonaro lo sa?). I disaccordi su alcuni dei punti critici sono chiari. I piccoli stati insulari e la Nuova Zelanda hanno sottolineato l'importanza di avere la cancellazione obbligatoria dei crediti, in modo che i mercati producano ulteriori riduzioni delle emissioni. L'Egitto e l'Arabia Saudita hanno chiesto la cancellazione volontaria. L'Arabia Saudita ha affermato di non vedere la necessità di adeguamenti corrispondenti, il meccanismo che eviterebbe ai paesi di raddoppiare la richiesta di riduzioni delle emissioni - una linea rossa per la maggior parte dei paesi progressisti. Entro la giornata è prevista una prima bozza del testo dell'articolo 6 sui mercati del carbonio.

Al di fuori dell'articolo 6 ... L'altro aspetto incompiuto delle regole di Parigi è l'allineamento degli impegni nazionali sul clima - noti nell'UNFCCC come "tempi comuni" ovvero common timeframes. I colloqui su questo argomento iniziano mercoledì, mentre la bozza del testo è prevista per venerdì. Si teme che periodi di tempo più lunghi possano portare a riduzioni più lente delle emissioni. Perché? Lo spiega in un articolo Climate Home News.

Nel frattempo, un nuovo rapporto lanciato a Madrid dall'Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), commentato largamente nel telegiornale di Enrico Mentana di mercoledì su La7, ha scoperto che le temperature medie dell'ultimo decennio sono quasi sicuramente le più alte mai registrate. Il 2019 è anche in procinto di essere il secondo o il terzo anno più caldo mai registrato con una temperatura globale media di 1,1 °C rispetto al periodo preindustriale. Tutto ciò dimostra che le cose non stanno andando nel verso dell'accordo di Parigi.

The WMO provisional statement on the State of the Global Climate,

Osservatori influenti hanno sollevato preoccupazioni sull'appello del governo spagnolo per gli aiuti delle imprese a portare a termine questa conferenza dell'ultimo minuto. Tra queste aziende vi sono Iberdrola ed Endesa, entrambe società di servizi energetici con interessi nei combustibili fossili e affette da grandi impronte di carbonio. Se questi incontri hanno lo scopo di spianare la strada a soluzioni reali, non a interessi di parte, e affrontare in modo significativo questa crisi, sicuramente possiamo essere d'accordo, hanno osservato,  sul fatto che non devono essere finanziati e influenzati da coloro che sono la causa principale della crisi più responsabili",

Poiché questa Conferenza deve essere una COP blu, il Cile ha lanciato un'iniziativa per promuovere soluzioni per l'oceano. L'iniziativa mira a colmare il divario tra le evidenze scientifiche e le politiche pubbliche per includere gli oceani nelle strategie climatiche e proteggerli meglio dagli impatti del cambiamento. Ieri, il parlamento spagnolo si è riunito per la prima volta dalle elezioni del mese scorso, che non sono riuscite a risolvere la situazione di stallo politico del paese. Sono in corso negoziati per formare un governo, con un accordo preliminare già concluso tra socialisti e Podemos, ma non è ancora in vista una risoluzione. Oltre alla politica, lunedì sera, il re spagnolo Felipe VI ha ospitato un ricevimento presso il palazzo reale per i capi di stato e i rappresentanti del governo presenti alla COP 25. Il re ha invitato i paesi a mostrare "leadership" e "determinazione" nel prendere provvedimenti per il clima. "Nessun confine può proteggerci dagli effetti dei cambiamenti climatici, non possiamo ritardare queste decisioni", ha detto. 

L'ultimo rapporto sul bilancio globale delle emissioni di carbonio dovrebbe essere pubblicato oggi. Il rapporto è un'istantanea dell'andamento delle emissioni di carbonio e dei maggiori produttori di emissioni.  I ministri della ricerca scientifica dovrebbero dare il via a una delle quattro riunioni ministeriali che si svolgono durante i colloqui. Uno degli obiettivi della riunione è di ricevere specifici impegni volontari sull'azione per il clima. Potrebbe essere una iniziativa di sostegno  del più ampio sforzo per sollevare l'ambizione su scala globale. Anche l'Agenzia europea dell'ambiente pubblica a Madrid il suo sondaggio sullo stato dell'ambiente.

Sulle fonti rinnovabili le aziende chiedono una risposta più rapida sul mercato. Il Rapporto annuale RE100 del 2019, sui progressi e le dinamiche delle rinnovabili,  pubblicato dall'associazione internazionale non profit The Climate Group, segue i progressi di oltre 200 aziende membri di RE100 verso i loro obiettivi di elettricità rinnovabile al 100%. La buona notizia è che oltre 30 aziende associate a RE100 hanno già raggiunto il 100% di energia elettrica rinnovabile e uno su tre membri sono ora oltre il 75%.

Lunedì 2 Dicembre. La COP 25 è iniziata in mezzo ai flash delle fotocamere e ai riflettori registrando la presenza di capi di stato e di governo. ha tenuto Con la partecipazione di circa 50 tra capi di stato e di governo è stata tenuta una tavola rotonda sullo stato delle ambizione per il clima e il segretario generale António Guterres e il relatore della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti Nancy Pelosi hanno parlato in una affollata conferenza stampa. Nel frattempo, i delegati hanno lanciato una massa imponente di lavoro durante il primo giorno che si è protratto fino alla sera.  Le discussioni nei pre-incontri si sono dimostrate fruttuose per alcuni punti dell'ordine del giorno poiché l'accordo sulle agende è stato trovato rapidamente.

António Guterres ha chiesto "un rapido e profondo cambiamento di atteggiamento. Ha richiamato le aspettative dei paesi in via di sviluppo per un'adeguata erogazione dei finanziamenti per il clima e ha invitato le parti a compiere progressi sull'articolo 6 dell'accordo di Parigi (approcci cooperativi) per incentivare il settore privato e sostenere l'azione collettiva. Nell'assemblea di apertura della mattina la Palestina, per il G-77/Cina, ha dichiarato che i negoziati sull'articolo 6 dovrebbero, tra l'altro, riflettere la diversità di determinati contributi a livello nazionale (NDC) e concentrarsi sull'evitare il doppio conteggio e assicurare fondi sicuri per l'adattamento, cercando di evitare che la COP sia incentrata unicamente sulla mitigazione. Ha anche chiesto di far avanzare il Meccanismo internazionale di Varsavia su danni e perdite, un meccanismo efficace, anche attraverso il sostegno finanziario e il trasferimento tecnologico. La Finlandia, per l'UE, ha delineato le priorità, tra cui: "robuste e complete" norme contabili per l'articolo 6 per evitare il doppio conteggio.

Le polemiche sono iniziate quando le nazioni africane hanno chiesto di prendere in considerazione l'idea di riconoscere al continente circostanze speciali, conferendo un accesso preferenziale ai finanziamenti e allo sviluppo delle capacità. L'accordo di Parigi riconosce le circostanze speciali dei paesi meno sviluppati e dei piccoli stati insulari. Esistono 20 nazioni africane al di fuori di questi paesi, comprese le economie più grandi come l'Egitto, il Sudafrica, la Nigeria e il Marocco. Questo è stato un problema già nel  corso del 2015. Carolina Schmidt, presidente della COP 25, ha dichiarato che durante i colloqui si terrà una consultazione informal sulla questione. Ha sollecitato i paesi a riconoscere le circostanze speciali dell'Africa, aprendo una non piccola diatriba diplomatica.  Lois Young, presidente della AOSIS, ha affermato che i piccoli stati insulari non sosterranno alcun negoziato che di fatto metta in discussione l'accordo di Parigi. Una delegazione del Congresso degli Stati Uniti, guidata dal presidente dem della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, dice: Siamo venuti qui per dire che siamo ancora dentro l'Accordo. Lo slogan è stato sostenuto da una coalizione di politici, governatori, città e imprese progressisti dopo che Donald Trump ha annunciato la sua intenzione di ritirarsi dall'accordo di Parigi. Meno di un mese fa, la Casa Bianca ha avviato il processo formale di ritiro. Oggi è stato anche il primo giorno del mandato della nuova Commissione europea, ma con una prova di forza generale il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio dell'UE Charles Michel e il presidente del parlamento europeo David Sassoli hanno fatto tutti il ​​viaggio a Madrid per assistere all'apertura della COP 25. Le ambizioni rilanciate dell'Unione Europea  sono ormai oggetto di una vasta serie di provvedimenti ed iniziative. Se ne veda una trattazione approfondita in: The EU’s plan to become the first climate-neutral continent.

Apertura della COP 25. La conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, COP 25,  si svolge sotto la presidenza del governo del Cile  con il supporto logistico del governo spagnolo. Il Presidente designato per la conferenza è  Carolina Schmidt, Ministro dell'Ambiente del Cile, paese che ha preferito rinunciare alla COP 25 per timore dei conflitti sociali in quel paese.

Nonostante questa partenza controversa i delegati dovranno fare il punto dell'attuazione e dell'ambizione dell'azione per il clima prima del 2020 attraverso una serie di aspetti tecnici e di incontri durante la prima settimana e un evento di alto livello  durante la seconda settimana. Vi sono diversi punti all'ordine del giorno che meritano attenzione. È ia prima volta che l'organo di governo dell'accordo di Parigi (CMA) affronterà un programma completo di questioni sostanziali di discussione e decisione. Considererà, tra le altre cose, le esigenze e le circostanze speciali dei paesi in via di sviluppo, in particolare di Africa e America Latina. Uno dei principali risultati attesi da questo incontro è la conclusione di negoziati per le norme dell'Articolo 6 dell'accordo di Parigi lasciate incompiute alla COP 24 di Katowice. Il lavoro su questo articolo include la trasferibilità a livello internazionale dei risultati di mitigazione,  i meccanismi di mercato e non-market (> vedi per approfondire). Le parti dovrebbero inoltre completare una revisione del Meccanismo di Varsavia per le perdite e i danni associati con impatti sul cambiamento climatico. Altre questioni chiave includono una guida al Global Environment Fund (GEF) e al Green Climate Fund (GCF).

Il Segretario generale dell'ONU Guterres ha osservato a Madrid che il mondo ha le conoscenze scientifiche e i mezzi tecnici per limitare il riscaldamento globale, ma ciò che manca è la volontà politica. La volontà politica di mettere un prezzo sul carbonio. La volontà politica di fermare i sussidi ai combustibili fossili. La volontà politica di fermare la costruzione di centrali a carbone dal 2020 in poi. La volontà politica di spostare la tassazione dal reddito al carbonio. Tassare l'inquinamento anziché le persone. Mentre il vertice dell'anno scorso in Polonia ha prodotto un quadro per la comunicazione e il monitoraggio degli impegni di emissione e dei piani di aggiornamento per ulteriori tagli, rimangono dei punti critici, non da ultimo su un articolo su come fissare un prezzo per le emissioni, e quindi consentire loro di essere scambiate.

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5 Novembre 2019: Nuovo Rapporto su clima ed economia in un mondo più green: Stato e tendenze del 2018, con un focus sugli impatti ecosistemici dei cambiamenti climatici, di Toni Federico

 

Venezia: alluvione del 5 Novembre 2019

VeneziaNegli ultimi decenni, i cambiamenti climatici hanno causato impatti sui sistemi naturali e umani in tutti i continenti. Allo stato delle conoscenze l’evidenza dell'impatto dei cambiamenti climatici è più forte e completa per i sistemi naturali. Alcuni impatti sui sistemi umani sono stati attribuiti ai cambiamenti climatici, con un contributo più o meno distinguibile da altre influenze.

In molte regioni, il cambiamento del regime delle precipitazioni o lo scioglimento della neve e del ghiaccio stanno alterando i sistemi idrologici, influenzando le risorse idriche in termini di quantità e qualità. I ghiacciai continuano a ridursi quasi in tutto il mondo a causa dei cambiamenti climatici, influenzando il deflusso delle risorse idriche a valle. Il cambiamento climatico sta causando il riscaldamento e lo scongelamento del permafrost in regioni ad alta latitudine e ad alta quota.

Molte specie terrestri, di acqua dolce e marine, hanno modificato in risposta ai cambiamenti climatici la loro distribuzione geografica, le attività stagionali, i modelli di migrazione, la loro numerosità e le interazioni tra le specie. Anche se solo poche recenti estinzioni di specie sono state finora attribuite ai cambiamenti climatici, si deve osservare che, negli ultimi milioni di anni, cambiamenti climatici globali naturali più lenti di quelli attuali hanno causato cambiamenti significativi nell'ecosistema ed estinzioni di specie.

Gli impatti negativi dei cambiamenti climatici sui raccolti sono stati maggiori degli impatti positivi ed hanno influito negativamente sui raccolti di frumento e granoturco per molte regioni e nell'aggregato globale. Sulla resa del riso, che è un altro alimento di importanza globale, gli effetti sono inferiori rispetto alle altre colture. Gli impatti osservati riguardano principalmente gli aspetti produttivi della sicurezza alimentare. Diversi recenti rapidi aumenti dei prezzi alimentari, conseguenti ad eventi climatici estremi nelle principali regioni produttrici, indicano una sensibilità dei mercati a tali eventi.

Fortunatamente i danni alla salute umana causati dai cambiamenti climatici sono relativamente ridotti rispetto ad altri fattori di stress, anche se non sono ben quantificati. Tuttavia, c'è stata una maggiore mortalità correlata alle ondate di calore e una diminuzione della mortalità attribuita al freddo in alcune regioni. I cambiamenti locali della temperatura e delle piogge hanno alterato la distribuzione di alcuni vettori acquatici di malattie. Le differenze di vulnerabilità e di esposizione derivano da fattori non climatici, socioeconomici e demografici, e da disuguaglianze multifattoriali prodotte da processi di sviluppo irregolari. Le persone socialmente, economicamente, culturalmente, politicamente, istituzionalmente o altrimenti emarginate sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici e si segnalano anche pericoli derivanti da alcune delle risposte di adattamento e mitigazione. Tali processi sociali comprendono la discriminazione di genere, di classe, di etnia, di età e di disabilità.

Gli impatti di recenti eventi climatici estremi, come ondate di calore, siccità, inondazioni, cicloni e incendi, rivelano vulnerabilità ed esposizioni di alcuni ecosistemi e di molte comunità umane all’attuale variabilità climatica. Gli impatti di tali estremi legati al clima comprendono l'alterazione degli ecosistemi, l'interruzione della produzione alimentare e dell'approvvigionamento idrico, danni alle infrastrutture e agli insediamenti, morbilità, mortalità e conseguenze per la salute mentale e il benessere umano. Questi impatti sono più gravi per effetto di una significativa mancanza di preparazione per i rischi generati dall'attuale variabilità climatica. I pericoli legati al clima esacerbano altri fattori di stress, spesso con esiti negativi per i mezzi di sussistenza, specialmente per le persone che vivono in povertà. I pericoli legati al clima influenzano la vita delle persone povere direttamente attraverso l'impatto sui mezzi di sostentamento, la riduzione dei raccolti o la distruzione delle case e indirettamente, ad esempio, attraverso l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e l'insicurezza alimentare. Anche i conflitti violenti aumentano la vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Conflitti violenti su larga scala danneggiano le risorse che facilitano l'adattamento, comprese le infrastrutture, le istituzioni, le risorse naturali, il capitale sociale e le opportunità di sostentamento.

I dati dimostrano che gli eventi estremi hanno sviluppato negli ultimi decenni una tendenza a gravare sulla collettività con costi crescenti. Secondo Figueres[1], Segretario della UNFCC a Parigi 2015, i disastri innescati dal clima nel 2017 sono costati all'economia globale 320 GUS$ e circa 10.000 vite perdute[2]. I costi totali dei disastri del 2018, inclusi i tifoni, gli uragani, le ondate di caldo e gli incendi che hanno devastato l'Europa e gli Stati Uniti, sono fortunatamente inferiori. È probabile che questi eventi contribuiscano a un aumento esponenziale dei danni, stimabili a circa 2.200 GUS$ negli ultimi due decenni[3].  Il recente Rapporto speciale dell’IPCC SR15 (cit.) prevede impatti devastanti anche solo con un’anomalia di 2 °C a fine secolo. Si tratterebbe della perdita in quasi tutto il mondo delle barriere coralline e di ondate di calore estreme che metterebbero in pericolo la vita di più di un terzo della popolazione mondiale.

Il clima è anche la principale causa di spostamenti: gli ultimi dati mostrano che il 76% dei 31,1 milioni di sfollati durante il 2016 sono stati costretti lontano dalle loro case a seguito di eventi climatici.

Secondo il WHO l'inquinamento dell'aria indoor e outdoor, è causa del 10% dei decessi a livello mondiale. Le morti sono concentrate in modo schiacciante nei paesi a basso e medio reddito. L’inquinamento dell’acqua causa perdite umane pari a non meno della metà di quelle dell’aria[4]. Solo in questo ultimo anno l’attenzione dei media è stata richiamata sul grave inquinamento da microplastiche nel mare e negli alimenti e, in piena emergenza, nessuno sembra in grado di affrontare questa drammatica distopia per tutte le specie viventi.

Lo sforzo di ricerca maggiore è oggi dedicato alla previsione di quello che succederà con il progredire del riscaldamento terrestre. I conti economici sono difficili e differenziati a seconda dell’evoluzione dei modelli di sviluppo e la distribuzione del danno sarà inevitabilmente ineguale e forzatamente iniqua. Secondo alcuni scenari, gli impatti e i costi saranno molto più gravi di quanto non potrebbe sembrare dalle differenze, apparentemente piccole, di gradi o frazioni di grado centigrado, delle anomalie termiche a fine secolo. A 2 °C, le calotte polari inizieranno a disfarsi, portando, nel corso dei secoli a decine di metri di innalzamento del livello del mare. Altri 400 milioni di persone soffriranno di scarsità d'acqua, le grandi città della fascia equatoriale del pianeta diventeranno invivibili e anche nelle latitudini settentrionali le ondate termiche uccideranno migliaia di persone ogni estate. Ci sarebbero 32 volte più ondate di calore estreme in India, ognuna di durata cinque volte più alta, cui sarebbero esposte 93 volte più persone rispetto ad oggi.

A 3 °C, l'Europa meridionale sarebbe in condizioni di siccità permanente e la siccità media in America centrale durerebbe 19 mesi in più. Nell'Africa settentrionale, la cifra è di 60 mesi in più: cinque anni. A 4 °C, ci sarebbero 8 milioni di casi in più di febbre dengue ogni anno nella sola America Latina e andremmo a rischio di crisi alimentari globali ogni anno. I danni provocati dalle inondazioni dei fiumi sarebbero cresciuti trenta volte in Bangladesh, venti in India e fino a sessanta nel Regno Unito. A livello globale, i danni provocati dai disastri naturali legati al clima potrebbero superare di più del doppio la ricchezza che esiste oggi nel mondo. Conflitti interetnici e guerre per le risorse potrebbero raddoppiare questa stima[5].

Il cambiamento climatico impatta ogni territorio in ogni paese in ogni continente.  Nature stima che, se le temperature aumentassero di soli 2 °C, il PIL globale scenderebbe del 15% a fine secolo. A +3 °C, il PIL globale scenderebbe del 25%. Se non si fa nulla, le temperature saliranno di 4 °C entro il 2100 e il PIL mondiale si ridurrà di oltre il 30% rispetto ai livelli del 2010. È peggio della Grande depressione del secolo scorso, dove il commercio globale è diminuito del 25% ma, questa volta, il danno sarebbe permanente.           

Rossiglione (Alessandria), alluvione del 2019

 

[1] C. Figueres et al., 2018, Emissions are still rising: ramp up the cuts, Nature 564, 27-30 (2018), in: https://www.nature.com/articles/d41586-018-07585-6/

[2] Petra Low, 2018, Hurricanes cause record losses in 2017 - The year in figures, in: https://www.munichre.com/topics-online/en/climate-change-and-natural-disasters/natural-disasters/2017-year-in-figures.html

[3] UN ISDR; 2018, Economic Losses, Poverty and Disasters 1998-2017, in: https://www.unisdr.org/files/61119_credeconomiclosses.pdf

[4] AA.VV., 2017, The Lancet Commission on Pollution and Health, in: http://www.thelancet.com/pdfs/journals/lancet/PIIS0140-6736(17)32345-0.pdf

[5] David Wallace-Wells, 2019, The Uninhabitable Earth: A Story of the Future, Allen Lane

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30 Ottobre 2019: Le emissioni cinesi di CO2 da combustibili fossili e produzione di cemento sono cresciute del 4% nella prima metà del 2019

L'analisi dei primi dati da parte di Greenpeace mostra che si sono fermate le emissioni del settore energetico, che hanno guidato il rimbalzo delle emissioni complessive dopo il  2017. Tuttavia, c'è stata un'impennata nella costruzione di immobili e infrastrutture che ha visto le emissioni di acciaio e cemento espandersi rapidamente. Stime basate su dati preliminari per la prima metà del 2019, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, indicano che la domanda cinese di carbone è aumentata del 3%; la domanda di petrolio è aumentata del 6%; la domanda di gas è aumentata del 12%; e la produzione di cemento è aumentata del 7%.

La ripartizione per fonti (in figura) mostra che il consumo di carbone è molto al di sotto del suo picco nel 2013, ma è in ripresa dall'inizio del 2017, mentre le emissioni dalla produzione di cemento hanno iniziato a crescere lo scorso inverno. Petrolio e gas, sebbene costituiscano meno di un quarto del totale delle emissioni, stanno contribuendo a metà dell'aumento complessivo a causa degli alti tassi di crescita.

Emissioni di CO2 in Cina in Mt/anno (media mobile di 12 mesi)

 

L'aumento delle emissioni nel settore energetico ha guidato gran parte dell'aumento della CO2 cinese nell'ultimo decennio, con crescenti forniture di elettricità alimentata a carbone per una rapida crescita economica. Nella prima metà del 2019, tuttavia, la crescita è stata prossima allo zero perché, nel complesso, la crescita della domanda è rallentata, consentendo un output aggiuntivo da fonti rinnovabili. In un anno sono stati aggiunti oltre 50 TWh di solo idroelettrico e poco meno di 30 TWh tra solare ed eolico. Apparentemente i dati dimostrerebbero che la grid parity del solare è stata ormai raggiunta. Sul fronte fossile, viceversa,   aumentano i fallimenti e le difficoltà finanziarie delle compagnie carbonifere. Circa il 47% di queste aziende sono in perdita tra gennaio e agosto 2018, e il loro 5rendimento economico è sceso a un misero 1,1%. Le ragioni della bassa redditività includono l'eccesso di capacità, il che significa che in media le centrali lavorano meno ore del previsto.

Il settore dei trasporti in Cina è di grande interesse. Il 2019 registra un momento difficile per l'industria automobilistica convenzionale. Le vendite di autovetture sono crollate del 14% nella prima metà dell'anno,  essendosi registrato l'anno scorso il primo declino anno su anno da15 anni a fronte di una crescita media del 15% all'anno nel decennio fino al 2017. Le vendite di veicoli elettrici hanno continuato a crescere rapidamente, aumentando del 61% nella prima metà del 2019 rispetto a un anno prima passando dall'1,4% delle vendite complessive di automobili due anni fa al 6%. Dopo giugno, il governo centrale ha tagliato i sussidi per veicoli elettrici, causando un calo del 9% delle vendite a luglio. Ma rimane in vigore una serie di incentivi  non monetari che sono in grado di supportare la crescita continua.

Vendite e share dei veicoli elettrici in Cina

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23 Settembre 2019: Il Rapporto speciale IPCC SROCC sull'oceano e la criosfera

L'IPCC ha pubblicato il suo Rapporto speciale sull'oceano e la criosfera in un clima caldo al termine di una settimana di approvazione plenaria a Monaco. In questa riunione i delegati del governo hanno approvato linea per linea il Sommario di 42 pagine per i politici. Approvato il Sommario, l’IPCC ha pubblicato l’intero Rapporto di assessment SROCC che copre sei capitoli e oltre 800 pagine, oltre ai materiali supplementari. I singoli capitoli sono ancora soggetti ad aggiornamenti che devono essere apportati al Report completo per assicurarsi che sia coerente con il Sommario votato.

Lo SROCC è il secondo rapporto speciale che l'IPCC ha pubblicato quest'anno e il terzo del sesto ciclo di valutazione dell'IPCC. La Relazione sui cambiamenti climatici e sulla terra  è stata pubblicata nel mese di agosto, mentre il Rapporto SR15, sugli 1.5°C è stato pubblicato nell'ottobre del 2018. Il prossimo Rapporto speciale sarà "Cambiamenti climatici e città", sarà pubblicato dopo il suo sesto Rapporto di assessment, AR6, nel 2021-22.

Il rapporto speciale SROCC valuta le nuove conoscenze acquisite dopo AR5 e addirittura SR15 per spiegare come l'oceano e la criosfera si prevede che cambino con il riscaldamento globale in atto, i rischi e le opportunità che questi cambiamenti offrono agli ecosistemi e alle persone e le opzioni di mitigazione, di adattamento e di governance per ridurre i rischi futuri. La dichiarazione di apertura del Rapporto afferma che "tutte le persone sulla Terra dipendono direttamente o indirettamente dall'oceano e dalla criosfera che svolgono ruoli fondamentali come l'assorbimento e la ridistribuzione della CO2 e del calore antropogenici da parte dell’oceano, nonché il loro coinvolgimento cruciale nel ciclo idrologico”. L'oceano globale copre il 71% della superficie terrestre, e contiene "circa il 97% dell'acqua, fornisce il 99% dello spazio biologicamente abitabile e circa la metà della produzione primaria”. La criosfera include "neve, ghiacciai, calotte glaciali, banchi di ghiaccio, iceberg, ghiaccio marino, ghiaccio di lago, ghiaccio di fiume, permafrost e terreno stagionalmente ghiacciato”.  Gli oceani e la criosfera forniscono servizi tra cui "cibo e acqua dolce, energia rinnovabile, salute e benessere, valori culturali, commercio e trasporti”.

È "praticamente certo" che l'oceano globale si sia riscaldato senza sosta dal 1970, mentre "il riscaldamento globale ha portato a un diffuso restringimento della criosfera”.

 L'innalzamento del livello del mare

Gli oceani sono già aumentati di circa 0,2 m dalla fine del 1800, con un ritmo che accelera negli ultimi decenni. Nel suo quinto rapporto di valutazione (AR5, 2013), l'IPCC ha stimato che fosse improbabile superare 1 m in questo secolo, anche negli scenari di emissioni molto elevate.

Tuttavia, una serie di studi pubblicati negli anni suggeriscono che le proiezioni potrebbero essere molto più elevate, fino a 2m o più in questo secolo. Con il rilascio di questa settimana del Rapporto speciale IPCC: Ocean and Cryosphere in Changing Climate, SROCC, è utile prendere visione del livello attuale di comprensione delle dinamiche del livello del mare passate e future.

Ricostruire i cambiamenti passati nei livelli globali del mare è lungi dall'essere un compito semplice. Misurazioni satellitari di alta qualità con copertura globale sono disponibili dai primi anni '90, mentre prima si faceva affidamento sugli indicatori di marea sparsi in tutto il mondo. Questi indicatori di marea coprono principalmente le regioni costiere e sono anche soggetti a fattori che possono complicare l'interpretazione delle variazioni locali del livello del mare, in particolare la subsidenza o lo scioglimento dei ghiacciai. AR5 presentava tre stime dell'innalzamento globale del livello del mare: Due set di dati aggiuntivi sono stati pubblicati negli ultimi anni. Tutti e cinque questi set di dati sono mostrati nella figura seguente (linee colorate), insieme all’altimetro satellitare (in nero) dopo il 1993. La seconda figura mostra il tasso di variazione medio a 20 anni in mm /anno.

Livello del mare e velocità di variazione annua secondo varie stime

Il livello del mare è aumentato tra 18 e 20 cm dal 1900. Il più recente set di dati mostra un aumento inferiore rispetto ai precedenti. Le stime sono per lo più d'accordo negli ultimi decenni; divergenze maggiori sono evidenti prima del 1980. I tassi di variazione dei livelli globali del mare sono indicati come medie mobili a 20 anni, a più lungo termine perché i singoli anni sono sensibili alle temperature globali della superficie influenzate da fenomeni come El Niño. Il tasso attuale di innalzamento del livello del mare, misurato da altimetri satellitari accurati, è circa il 50% più veloce di quanto sperimentato negli anni '40. Secondo il recente Rapporto BAMS sullo stato del clima del 2018, l’accelerazione durante il periodo post-1993 è di circa 0,1 mm/anno ogni anno. È importante notare che il livello globale nasconde molta variabilità locale. Secondo l'IPCC AR5, spostando i venti superficiali, l'espansione del riscaldamento dell'acqua dell'oceano e l'aggiunta dello scioglimento del ghiaccio può alterare le correnti oceaniche che, a loro volta, portano a cambiamenti nel livello del mare che variano da un luogo all'altro.

IPCC AR5 suggerisce inoltre che i ghiacciai in fusione possono influenzare la forma e il campo gravitazionale della Terra, causando fluttuazioni regionali dei livelli del mare. Compattazione dei sedimenti, la piastra tettonica e la subsidenza localizzata possono svolgere un ruolo in regioni specifiche. Queste differenze locali sono chiaramente visibili nella figura seguente, che mostra i dati da altimetri satellitari durante il periodo dal 1992 al 2014. Parti del mondo,  come l'Australia, hanno visto innalzamenti molto più veloci della media globale nella, mostrati in tonalità di rosso, mentre altri, come parti degli Stati Uniti e delle coste occidentali Messico, hanno effettivamente visto scendere il livello del mare (sfumature di blu).

Variazioni locali del livello del mare tra 1992 e 2014

L’impatto sociale ed economico

Le comunità che vivono a stretto contatto con ambienti polari, montani e costieri sono particolarmente esposte ai pericoli attuali e futuri del cambiamento dell'oceano e della criosfera. Quasi il 10% della popolazione mondiale, circa 670 milioni di persone, vivono in regioni di alta montagna, mentre circa quattro milioni di persone vivono nell'Artico. Le coste sono le aree più densamente popolate della Terra. A partire dal 2010, il 28% della popolazione globale (1,9 miliardi di persone) vive in aree a meno di 100 km dalla costa e meno di 100 metri sul livello del mare, comprese 17 grandi città, che ospitano ciascuna più di cinque milioni di persone. Gli stati in via di sviluppo delle piccole isole ospitano circa 65 milioni di persone.

Le osservazioni indicano che i cambiamenti pervasivi dell'oceano e della criosfera ... stanno già avvenendo, causati dal cambiamento climatico indotto dall'uomo, dalle alte montagne, alle regioni polari, verso le coste e nelle profondità dell'oceano. Su questo trend si prevede che questi impatti avranno costi enormi: "I previsti degradi della salute e dei servizi oceanici entro il 2050 costano all'economia globale 428 G$ all'anno e 1.979 G$ all’anno entro il 2100”. Le comunità "saranno obbligate ad adattarsi” anche se gli sforzi attuali e futuri per ridurre le emissioni di gas serra riusciranno a mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 °C. Semplicemente diminuirebbe il costo dell'adattamento.

Criosfera. Entro la fine del secolo, i ghiacciai dovrebbero perdere18% della loro massa rispetto ai livelli del 2015 in uno scenario a basse emissioni. La perdita prevista raddoppia a circa un terzo in uno scenario ad alte emissioni. Si prevede che si verifichi l'innalzamento del livello del mare che accompagna la perdita di questi ghiacciai tra 94 e 200 mm per gli scenari a basse e alte emissioni, rispettivamente. Nelle regioni non polari con relativamente poca copertura del ghiaccio, come l'Europa centrale e l'Asia del Nord, gli effetti sono molto più pronunciati, con in media oltre l'80% della massa attuale del ghiacciaio perduta al 2100. Come già previsto da AR5, i ghiacciai continueranno a sciogliersi anche senza ulteriori cambiamenti climatici.

Un servizio chiave della criosfera è fornire una fonte di acqua potabile. Il rapporto considera minore il rischio che il declino del ghiacciaio comporta per l'approvvigionamento di acqua potabile, ma la tendenza è stata segnalata nelle aree rurali dell'Himalaya e delle Ande. Vi sono prove del fatto che tali cambiamenti potrebbero determinare un declino della qualità dell'acqua in alcune regioni perché  i ghiacciai detengono un'importante riserva di sostanze chimiche tossiche di origine umana, tra cui DDT,metalli pesanti e fuliggine.

Oltre agli umani, ci si aspetta che le condizioni mutevoli in alta montagna abbiano conseguenze per gli ecosistemi alpini. In molti casi questi cambiamenti sono utili, almeno a breve termine. La biodiversità complessiva è infatti aumentata a quote più elevate a causa di aree più abitabili. Tuttavia, ciò avviene a scapito di alcune specie montane che diminuiranno in numero.

La sorte delle regioni polari

Il Rapporto viene pubblicato nella stessa settimana in cui l'estensione minima del ghiaccio marino artico è stata annunciata come la seconda più piccola mai registrata. Raggiunta ogni anno alla fine dell'estate, fa registrare il 18 settembre 2019 4,15 Mkm2 contro il minimo storico di 3.39 Mkm2 nel 2012. Il rapporto afferma: "Vi è una forte fiducia nel fatto che la stagione di scioglimento dei ghiacci nel mare artico si sia prolungata di tre giorni per decennio dal 1979 a causa della precoce fusione, e sette giorni per decennio a causa del successivo congelamento".

Il Rapporto riferisce che le temperature dell'aria superficiale dell'Artico negli ultimi due decenni sono "aumentate di oltre il doppio rispetto alla media globale". “Gli studi di attribuzione mostrano l'importante ruolo degli aumenti antropogenici dei gas a effetto serra nel causare gli aumenti osservati della temperatura della superficie artica, e un ulteriore prevedibile riscaldamento dell'Artico. Questo rapido fenomeno in parte deriva dalla rapida perdita della copertura del ghiaccio marino nella regione. Man mano che il ghiaccio marino artico diminuisce, l'energia del sole che sarebbe stata riflessa dal ghiaccio è invece assorbita dall'oceano, causando ulteriore riscaldamento. Anche le temperature del mare artico superficiale hanno continuato a riscaldarsi: “Le tendenze di agosto 1982-2017 rivelano che le temperature estive  aumentano di circa mezzo grado per decennio su vasti settori del bacino artico che sono privi di ghiaccio in estate"...

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21 settembre 2019: Greta Thunberg alle Nazioni Unite

"This is all wrong. I shouldn’t be standing here. I should be back in school on the other side of the ocean. Yet you all come to me for hope? How dare you! You have stolen my dreams and my childhood with your empty words. And yet I’m one of the lucky ones. People are suffering. People are dying. Entire ecosystems are collapsing. We are in the beginning of a mass extinction. And all you can talk about is money and fairytales of eternal economic growth. How dare you!

For more than 30 years the science has been crystal clear. How dare you continue to look away, and come here saying that you are doing enough, when the politics and solutions needed are still nowhere in sight. With today’s emissions levels, our remaining CO2 budget will be gone in less than 8.5 years. You say you “hear” us and that you understand the urgency. But no matter how sad and angry I am, I don’t want to believe that. Because if you fully understood the situation and still kept on failing to act, then you would be evil. And I refuse to believe that.

The popular idea of cutting our emissions in half in 10 years only gives us a 50% chance of staying below 1.5 °C, and the risk of setting off irreversible chain reactions beyond human control. Maybe 50% is acceptable to you. But those numbers don’t include tipping points, most feedback loops, additional warming hidden by toxic air pollution or the aspects of justice and equity. They also rely on my and my children’s generation sucking hundreds of billions of tonnes of your CO2 out of the air with technologies that barely exist. So a 50% risk is simply not acceptable to us – we who have to live with the consequences. To have a 67% chance of staying below a 1.5C global temperature rise – the best odds given by the Intergovernmental Panel on Climate Change – the world had 420 gigatonnes of carbon dioxide left to emit back on 1 January 2018. Today that figure is already down to less than 350 gigatonnes. How dare you pretend that this can be solved with business-as-usual and some technical solutions. With today’s emissions levels, that remaining CO2 budget will be entirely gone in less than eight and a half years. There will not be any solutions or plans presented in line with these figures today. Because these numbers are too uncomfortable. And you are still not mature enough to tell it like it is. You are failing us. But the young people are starting to understand your betrayal. The eyes of all future generations are upon you. And if you choose to fail us I say we will never forgive you. We will not let you get away with this. Right here, right now is where we draw the line. The world is waking up. And change is coming, whether you like it or not".

 

16 Settembre 2019: Sfatati in linguaggio semplice cinque luoghi comuni dei negazionisti sul cambiamento climatico

Il cambiamento climatico non è altro che una parte del ciclo naturale

                                                 Temperature globali negli ultimi 65 milioni di anni e possibile futuro riscaldamento globale a seconda della quantità di GHG che emetteremo

emperature globali negli ultimi 65 milioni di anni e possibile futuro riscaldamento globale a seconda della quantità di gas serra che emettiamoIl clima della Terra è sempre cambiato, ma lo studio della paleoclimatologia o dei climi passati ci mostra che i cambiamenti negli ultimi 150 anni - dall'inizio della rivoluzione industriale - sono stati eccezionali e non possono essere naturali. I risultati della modellazione suggeriscono che il riscaldamento previsto per il futuro potrebbe essere senza precedenti rispetto ai precedenti 5 milioni di anni. L'argomento dei cambiamenti naturali è ripreso dalla storia secondo cui il clima della Terra si sta appena riprendendo dalle temperature più fredde della Piccola era glaciale (1300-1850 d.C.) e che le temperature oggi sono davvero le stesse del periodo caldo medievale (900-1300 d.C.) . Il problema è che sia la Piccola era glaciale che il periodo di riscaldamento medievale non furono cambiamenti globali ma regionali a livello del nord-ovest, dell'America orientale, della Groenlandia e dell'Islanda. Uno studio che utilizza 700 record climatici ha mostrato che, negli ultimi 2000 anni, l'unica volta in cui il clima in tutto il mondo è cambiato contemporaneamente e nella stessa direzione è stato negli ultimi 150 anni, quando oltre il 98% della superficie del pianeta si è riscaldato.

 

I cambiamenti sono dovuti a macchie solari e ai raggi cosmici 

Comparison of global surface temperature changes (red line) and the sun’s energy received by the Earth (yellow line)

 since 1880 (NASA)

Le macchie solari sono tempeste sulla superficie del sole che provengono da un'intensa attività magnetica e possono essere accompagnate da brillamenti solari. Queste macchie solari hanno il potere di modificare il clima sulla Terra. Ma gli scienziati che utilizzano sensori sui satelliti registrano la quantità di energia solare che colpisce la Terra dal 1978 e non vi è stata alcuna tendenza al rialzo. Quindi non possono essere la causa del recente riscaldamento globale.

I raggi cosmici galattici (GCR) sono radiazioni ad alta energia che hanno origine al di fuori del nostro sistema solare e possono persino provenire da galassie distanti. È stato suggerito che potrebbero aiutare a seminare o creare nuvole. Così i GCR ridotti che colpiscono la Terra significherebbero meno nuvole, il che rifletterebbe meno luce solare nello spazio e causerebbe il riscaldamento della Terra. Ma ci sono due problemi con questa idea. In primo luogo, le prove scientifiche mostrano che i GCR non sono molto efficaci nel seminare nuvole. In secondo luogo, negli ultimi 50 anni, la quantità di GCR è effettivamente aumentata, raggiungendo livelli record negli ultimi anni. Se questa idea fosse corretta, i GCR dovrebbero raffreddare la Terra, cosa che non fanno.

La CO₂ è poca cosa in atmosfera - non può avere un grande effetto di riscaldamento.

Questo è un tentativo di giocare una classica carta di buon senso ma è completamente sbagliato. Nel 1856, lo scienziato americano Eunice Newton Foote condusse un esperimento con una pompa ad aria, due cilindri di vetro e quattro termometri. Ha dimostrato che un cilindro contenente anidride carbonica e posto al sole intrappolava più calore e rimaneva più caldo più a lungo di un cilindro con aria normale. Gli scienziati hanno ripetuto questi esperimenti in laboratorio e nell'atmosfera, dimostrando ancora l'effetto serra del biossido di carbonio. Per quanto riguarda l'argomentazione a senso comune secondo cui una parte molto piccola di qualcosa non può avere un grande effetto su di essa, bastano solo 0,1 grammi di cianuro per uccidere un adulto, che rappresenta circa lo 0,0001% del peso corporeo. Confrontalo con l'anidride carbonica, che attualmente costituisce lo 0,04% dell'atmosfera ed è un forte gas serra. Nel frattempo, l'azoto costituisce il 78% dell'atmosfera e tuttavia è altamente non reattivo.

Gli scienziati manipolano i dati per mostrare una tendenza al riscaldamento

Questo è un argomento semplicistico utilizzato per attaccare la credibilità degli scienziati del clima. Richiederebbe una cospirazione che coinvolga migliaia di scienziati in oltre 100 paesi per raggiungere le dimensioni richieste per farlo. Gli scienziati correggono e convalidano i dati continuamente. Ad esempio, dobbiamo correggere i record storici della temperatura in base al modo in cui sono stati misurati. Tra il 1856 e il 1941, la maggior parte delle temperature del mare furono misurate usando l'acqua di mare issata sul ponte in un secchio. Anche questo non era coerente in quanto vi era uno spostamento da secchi di legno a tela e da navi a vela a navi a vapore, che alterava l'altezza del ponte della nave - e questi cambiamenti a loro volta alteravano la quantità di raffreddamento causata dall'evaporazione mentre il secchio veniva sollevato. Dal 1941, la maggior parte delle misurazioni sono state effettuate alle prese d'acqua del motore della nave, quindi non c'è raffreddamento dall'evaporazione per giustificare. Dobbiamo anche tener conto del fatto che molte città si sono espanse e che le stazioni meteorologiche che si trovavano nelle aree rurali si trovano ora in aree urbane che di solito sono significativamente più calde della campagna circostante. Se non avessimo apportato queste modifiche alle misurazioni originali, il riscaldamento della Terra negli ultimi 150 anni sarebbe sembrato addirittura maggiore del cambiamento che è stato effettivamente osservato, che ora è circa 1 °C di riscaldamento globale.

I modelli climatici sono inaffidabili e troppo sensibili agli effetti dell'anidride carbonica

Ciò è errato e fraintende il funzionamento dei modelli. È un modo per minimizzare la gravità dei futuri cambiamenti climatici. Esiste una vasta gamma di modelli climatici, da quelli rivolti a meccanismi specifici come la comprensione delle nuvole, ai modelli di circolazione generale (GCM) che vengono utilizzati per prevedere il clima futuro del nostro pianeta. Esistono oltre 20 importanti centri internazionali i cui  team hanno costruito ed eseguito GCM contenenti milioni di righe di codice che rappresentano la più approfondita comprensione del sistema climatico. Questi modelli vengono continuamente testati in base a dati storici e paleoclimatici nonché a singoli eventi climatici come le grandi eruzioni vulcaniche, per assicurarsi che ricostruiscano il clima in maniera adeguata. Nessun singolo modello potrà mai essere considerato esatto in quanto rappresenta un sistema climatico globale molto complesso. Ma avere così tanti modelli diversi, costruiti e calibrati in modo indipendente, significa che si tratta di rappresentazioni affidabili proprio perché tra loro convergenti. Prendendo l'intera gamma di modelli climatici, un raddoppio dell'anidride carbonica potrebbe riscaldare il pianeta da 2 °C a 4,5 °C, con una media di 3,1 °C (la cosiddetta climate sensitivity). Tutti i modelli mostrano una notevole quantità di riscaldamento quando all'atmosfera viene aggiunta ulteriore anidride carbonica. La scala del riscaldamento previsto è rimasta molto simile negli ultimi 30 anni, nonostante l'enorme aumento della complessità dei modelli, dimostrando che si tratta di un risultato scientifico che è  già da tempo sulla strada giusta. Combinando tutte le nostre conoscenze scientifiche sui fattori naturali (solare, vulcanico, aerosol e di ozono) e di origine umana (gas serra e cambiamenti nell'uso del suolo) il riscaldamento e il raffreddamento del clima mostra che il 100% del riscaldamento osservato negli ultimi 150 anni è a causato dall'uomo e dalle sue attività (IPCC, AR5). Non esiste alcun supporto scientifico per la negazione del cambiamento climatico. Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), istituito dalle Nazioni Unite per sintetizzare apertamente e in modo trasparente la conoscenza climatica, fornisce sei chiare linee di prova per i cambiamenti climatici. Man mano che il clima estremo diventa sempre più evidente, le persone si stanno rendendo conto che non hanno bisogno degli scienziati per dire loro che il clima sta cambiando - lo stanno purtroppo vedendo e vivendo in prima persona.

Le ultime due figure qui presentate mostrano, la prima, la ricostruzione del modello della temperatura globale dal 1970 con la media dei modelli in nero con intervallo di modelli in grigio rispetto ai record di temperatura osservati della NASA, dal NOAA, da HadCRUT, da Cowtan e Way, da Berkeley Earth e da Carbon Brief, nei vari colori evidenziati.

L'ultima figura qui accanto, prodotta da Carbon Brief,  rappresenta per linee separate  ciascuna delle influenze naturali e umane sulle temperature globali dal 1850.

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Luglio 2019: Un articolo di Toni Federico fa il punto sul "Cambiamento climatico e la transizione energetica dopo Parigi"

Pubblicato sul n° 2/2019 di Economia Italiana il nuovo saggio fornisce materiali di orientamento necessari per mettere a fuoco la crisi climatica alla vigilia dell'entrata in vigore dell'Accordo di Parigi, prevista per il 2020.

C’è un nesso stretto, causale, tra la crisi climatica in atto che mette in seria discussione l’equilibrio ecologico del pianeta e lo stesso sviluppo economico e sociale così come lo conosciamo, determinato in gran parte dalle modalità di uso delle risorse naturali dalle quali ricaviamo l’energia. La base scientifica del cambiamento climatico è ormai piuttosto evidente e condivisa, al di là di ogni polemica o negazione: pompando in atmosfera gas serra oltre la resilienza dell’ecosistema atmosfera-oceano, cambiano i flussi di energia riemessi dalla terra che si scalda in misura proporzionale all’aumento della concentrazione atmosferica dei gas ad effetto serra. Le basi scientifiche delle dinamiche climatiche sono affidate ad un Panel di scienziati appartenenti a tutti i maggiori istituti di ricerca del mondo, lo International Panel on Climate Change, IPCC, che ha finora prodotto 5 rapporti di assessment climatici e si appresta a pubblicare il prossimo, AR6, nel 2022. Si tratta di un’impresa scientifica epocale in termini di investimenti e di partecipazione, che sta via via cancellando ogni illusione negazionista, in particolare quella che non sarebbero le attività umane l’origine dei cambiamenti climatici. A Parigi, nel Dicembre 2015, al culmine di un quarto di secolo di trattative, in un quadro di governance globale piuttosto incerta, si è finalmente trovato un Accordo in base al quale l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe stare ben al di sotto dei 2° C di anomalia rispetto al periodo preindustriale. Poiché la quota delle emissioni serra attribuibile agli usi energetici dei combustibili fossili si avvicina all’80%, l’ipotesi di contenere i cambiamenti climatici è condizionata da una trasformazione del modello globale della produzione e del consumo dell’energia. Nell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile l’obiettivo SDG 13 (lotta ai cambiamenti climatici), i cui target sono fissati dall’Accordo di Parigi, è strettamente connesso allo SDG 7 (energia pulita ed accessibile), i cui target prescrivono aumenti adeguati delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, in un quadro di garanzie di un accesso equo all’energia. Questo mutamento, assieme alle implicazioni di carattere sociale ed ambientale, è l’asse di quella che chiamiamo transizione energetica.

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5 Giugno 2019: Il Senato rifiuta di dichiarare l'emergenza climatica per l'Italia

Il Senato, il 5 giugno,  vota la mozione 135 che riconoscendo che le attività antropiche, contribuisc(ono) al "riscaldamento globale" (global warming)… ignora la COP 26 ed impegna il governo a:

  1. adottare ogni iniziativa finalizzata alla decarbonizzazione dell'economia … garantendo la sicurezza del sistema energetico …;

  2. attuare ogni misura che favorisca la transizione dalle fonti energetiche fossili alle fonti rinnovabili, compatibilmente con la grid parity, e il passaggio dall'economia lineare all'economia circolare (?);

  3. porre in essere ogni iniziativa volta a favorire l'autoproduzione distribuita di energia da fonti rinnovabili…;

  4. promuovere politiche di sviluppo infrastrutturale e … iniziative virtuose di mobilità urbana…;

  5. promuovere … misure per l'utilizzo responsabile del suolo;

  6. ad attuare tutte le misure necessarie al raggiungimento degli obiettivi di riduzione di GHG concordate a livello internazionale ed europeo.

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31 maggio 2019: Manifesto per la "Giusta transizione"

Promosso dal GdL Energia e Clima dell'Alleanza per lo sviluppo sostenibile, SDG 7 e 13, per l’edizione 2019 del Festival dello sviluppo sostenibile, e organizzato da Cgil, Cisl e Uil, il Convegno “Priorità per una transizione ambiziosa, giusta e sostenibile” ha posto al centro il tema degli impatti sociali dei cambiamenti climatici e delle misure necessarie per fronteggiarli nello spirito dell’Accordo di Parigi e del recente Rapporto speciale dell’IPCC per l’obiettivo degli 1,5 °C. La lotta ai cambiamenti climatici e il rispetto dell’Accordo di Parigi del 2015 richiedono a tutti i paesi, indipendentemente dalle condizioni sociali e politiche, il sollecito abbandono delle fonti di energia fossile e quindi la decarbonizzazione definitiva in tutti i settori per la metà del secolo. Si tratta di porre mano a cambiamenti dei mezzi e degli stessi fini dello sviluppo che, nel rispetto delle peculiarità nazionali e locali, configurano una transizione che deve essere gestita senza traumi di natura sociale e nel rispetto della giustizia inter ed intra generazionale che è propria dello sviluppo sostenibile e dell’Agenda 2030, sottoscritta all’unanimità nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nello stesso anno dell’Accordo di Parigi e dell’Enciclica Laudato sì di Papa Francesco.

In merito alla Just transition  il Convegno ha lanciato un Manifesto in 10 punti che  sottolinea la questione della giustizia climatica e della transizione tecnologica:

  1. Accelerare la transizione rispettando le indicazioni dello Special Report IPCC SR15 per contenere l'incremento medio globale della temperatura della superficie terrestre entro gli 1,5°. Ritardi e inadempienze nel mitigare il cambiamento avranno un impatto concentrato sulle popolazioni più vulnerabili, sulle classi sociali più esposte e sulle future generazioni.

  2. Sostenibilità. Nella transizione verso la decarbonizzazione si deve considerare non solo la sostenibilità ambientale ed economica ma anche quella sociale, attraverso il raggiungimento di tutti gli SDG dell’Agenda 2030, valorizzandone tutti i potenziali benefici e le sinergie in termini di piena occupazione, di rispetto del diritto alla salute, di prosperità economica, di resilienza ambientale e sociale, nazionale e globale. Lo SR15 indica i percorsi per una transizione sostenibile ma segnala il rischio di espedienti socialmente o ambientalmente non sostenibili nella lotta al cambiamento climatico.

  3. Diritti delle generazioni future.  Consegnare alle generazioni future un pianeta in condizioni almeno pari rispetto a quelle in cui l'abbiamo ereditato, garantendo ad esse il diritto di usufruire nella stessa misura e senza degrado delle stesse risorse naturali e degli stessi servizi ecosistemici di cui beneficiamo come generazione attuale.

  4. Giustizia intragenerazionale. La transizione deve essere socialmente giusta e garantire che nessuno sia lasciato indietro, che i possibili impatti siano equamente ripartiti ma con una maggior tutela per le categorie e i soggetti più esposti, adottando misure di compensazione per contenere gli impatti economici, preservare l’occupazione di qualità, il diritto all'acqua, all'energia e alla mobilità sostenibili anche per le fasce più deboli delle popolazioni, e per combattere la povertà energetica.

  5. Partecipazione democratica. Attivare processi di partecipazione democratica nella pianificazione e nelle misure di attuazione della transizione, con il pieno coinvolgimento di cittadini, istituzioni centrali, aziende, enti locali, lavoratori, sindacati, imprenditori, enti finanziari, centri di ricerca, università, associazioni della società civile e comunità. Promuovere l’allineamento tra misure nazionali e piani d’azione locali e il coinvolgimento di comunità, parti sociali ed associazioni, anche mediante l’adozione di nuove regole che favoriscano un ruolo attivo di cittadini con cambi comportamentali e stili di vita sostenibili.

  6. Contrattazione. Partendo dalle linee guida dell’UN ILO e dalla dichiarazione di Slesia del 2018, si riconosce che la centralità del lavoro, in ogni possibile ordinamento sociale, rende necessaria una definizione delle misure di giusta transizione tra Governo e parti sociali, per il sostegno al reddito, la riqualificazione professionale mediante una appropriata formazione, la creazione di nuovi spazi occupazionali e la ricollocazione nei nuovi posti di lavoro, nonché la sicurezza della pensione per i lavoratori più anziani.

  7. Programmazione. Assicurare una pianificazione puntuale, trasparente e sostenibile della decarbonizzazione di tutti i settori e di tutte le attività economiche utilizzando a pieno allo stesso tempo le opportunità dell’economia circolare. Per la programmazione della transizione nel nostro paese il Piano nazionale Energia e Clima, insoddisfacente nella bozza del gennaio 2019, deve accogliere le indicazioni dello SR 15 anche al di là dei target europei mirando alla totale decarbonizzazione non oltre il 2050.

  8. Investimenti. La transizione richiede adeguati investimenti pubblici e privati per la decarbonizzazione, l’innovazione tecnologica, le infrastrutture per le energie rinnovabili, l’efficienza energetica e la realizzazione delle smart grid elettriche, la rigenerazione urbana, la mobilità sostenibile, la prevenzione e messa in sicurezza del territorio e i piani di adattamento al cambiamento climatico. Altri investimenti sono fin d’ora necessari per la conversione dei posti di lavoro associati con l’economia fossile e la creazione di nuovi posti di lavoro senza remissione di qualità. 

  9. Formazione, ricerca e sviluppo. Gli investimenti pubblici per il sostegno alla formazione, alla ricerca, all’innovazione tecnologica e all’automazione devono essere orientati prioritariamente alla trasformazione sostenibile di tutti i settori del sistema produttivo e all’adeguamento delle competenze dei lavoratori. Occorre assicurare un’offerta formativa che garantisca ai lavoratori attuali e futuri le competenze, le capacità e la consapevolezza per contribuire ad accelerare la transizione e svolgere attività economiche pienamente sostenibili.

  10. Strumenti finanziari. Sono ineludibili una riforma fiscale ecologica ed un utilizzo degli appalti pubblici, capaci di spostare l’imposizione dal reddito all’uso delle risorse, e di orientare il mercato e gli investimenti privati verso produzioni e consumi sostenibili. Occorre promuovere in sede Europea e internazionale riforme strutturali delle regole della finanza al fine di orientarne i flussi e il credito in favore della transizione. Eliminare gli incentivi dannosi per l’ambiente, adottando la carbon tax per dare un prezzo certo ed equo alle emissioni serra, sia pure con la necessaria gradualità e con la dovuta partecipazione. In particolate i cospicui finanziamenti, come i proventi delle aste del sistema EU ETS, dovranno essere destinati alla transizione compreso il fondo di accompagnamento per i lavoratori dei settori in trasformazione.

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31 maggio 2019: La lezione di Francesco per la giustizia climatica

In occasione del Convegno di cui al punto precedente, "Priorità per una transizione ambiziosa, giusta e sostenibile" che mette al centro le implicazioni sociali della lotta al cambiamento climatico e della transizione energetica che comporta innovazione e nuovi investimenti, quindi cambiamenti che possono avere un peso sociale,  è più che mai di attualità la lezione di Francesco sulla giustizia climatica dell'Enciclica Laudato sì del 2015.

I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituisco­no una delle principali sfide attuali per l’umanità. Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento, e i loro mezzi di sostentamento dipendono fortemente dalle riserve naturali e dai cosiddetti servizi dell’ecosistema, come l’agricoltura, la pesca e le risorse forestali. Non hanno altre disponibilità economiche e altre risorse che permettano loro di adattarsi agli impatti climatici o di far fronte a situazioni catastrofiche, e hanno poco accesso a servizi sociali e di tutela.

I cambiamenti climatici danno origine a migrazioni di animali e vegetali che non sempre possono adattarsi, e questo a sua volta intacca le risorse pro­duttive dei più poveri, i quali pure si vedono obbligati a migrare con grande incertezza sul futuro della loro vita e dei loro figli. È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa.

Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera. Per esempio, l’esaurimento delle riserve ittiche penalizza specialmente coloro che vivono della pesca artigianale e non hanno come sostituirla, l’inquinamento dell’acqua colpisce in particolare i più poveri che non hanno la possibilità di comprare acqua imbottigliata e l’innalzamento del livello del mare colpisce principalmente le popolazioni costiere impoverite che non hanno dove trasferirsi. L’impatto degli squilibri attuali si manifesta an­che nella morte prematura di molti poveri e nei conflitti generati dalla mancanza di risorse

Spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più li si considera un mero danno collaterale.

Ciò si deve in parte al fatto che opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Ciò a volte convive con un discorso “verde”. Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente.

Si pretende di legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzio­ne che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo. Inoltre, sappiamo che si spreca approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono, e "il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero".

L’iniquità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali. C’è infatti un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con con­seguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi. Le esportazioni di alcune materie prime per soddisfare i mercati nel Nord industrializzato hanno prodotto dan­ni locali, come l’inquinamento da mercurio nelle miniere d’oro o da diossido di zolfo in quelle di rame.

In modo particolare c’è da calcolare l’uso dello spazio ambientale di tutto il pianeta per depositare rifiuti gassosi che sono andati accumulandosi durante due secoli e hanno generato una situazione che ora colpisce tutti i Paesi del mondo. Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura unito alla siccità ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni. A questo si uniscono i danni causati dall’esportazione verso i Paesi in via di sviluppo di rifiuti solidi e liquidi tossici e dall’at­tività inquinante di imprese che fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale: spesso le imprese che operano così sono multinazionali, che fanno qui quello che non è loro permesso nei Paesi sviluppati o del cosiddetto primo mondo. Generalmente, quando ces­sano le loro attività e si ritirano, lasciano grandi danni umani e ambientali, come la disoccupazione, villaggi senza vita, esaurimento di alcune riserve naturali, deforestazione, impoverimento dell’agricoltura e dell’allevamento locale, crateri, colline devastate, fiumi inquinati e qualche opera sociale che non si può più sostenere.

Il debito estero dei Paesi poveri si è trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico. In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le riserve più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei Paesi più ricchi a prezzo del loro presente e del loro futuro. La terra dei poveri del Sud è ricca e poco in­quinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commer­ciali e di proprietà strutturalmente perverso. È necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile. Le regioni e i Paesi più poveri han­no meno possibilità di adottare nuovi modelli di riduzione dell’impatto ambientale, perché non hanno la preparazione per sviluppare i processi necessari e non possono coprirne i costi. Perciò, bisogna conservare chiara la coscienza che nel cambiamento climatico ci sono responsabilità diversificate ed è opportuno puntare specialmente sulle necessità dei poveri, deboli e vulnerabili, in un dibattito spesso dominato dagli interessi più potenti.

Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’in­differenza.

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15 gennaio 2019: I conti del clima del 2018

C'è una storia dei cambiamenti climatici con cui dobbiamo fare i conti che lascia poco spazio agli scettici. La racconta ormai da anni Ed Hawkins dell'Università inglese di Reading con la spirale delle temperature che egli stesso tiene aggiornata con i dati del MetOffice britannico. Si veda quanto siamo ormai vicini alla soglia dell'anomalia di 1,5 °C. C'è poi il sequel del 2018 che aggiunge altri record:  è stato l'anno più caldo mai registrato per il contenuto termico degli oceani, aumentato notevolmente tra il 2017 e2018. è il quarto anno più caldo mai registrato per la temperatura superficiale ed il sesto anno più caldo nella bassa troposfera, la parte inferiore dell'atmosfera. Le concentrazioni di gas serra hanno raggiunto livelli record per CO2, metano e protossido di azoto. Il ghiaccio marino è ormai ben al di sotto della media a lungo termine su entrambi i poli per la maggior parte dell'anno. Il livello del mare artico estivo è stato il sesto più basso da quando sono iniziate le registrazioni alla fine degli anni '70.

Dai dati USA - Cina il contenuto termico degli oceani (OHC) è arrivato nel 2018 a 370 zettajoule (1018 joule) dal 1955, con un aumento di circa 9 zettajoule nell'ultimo anno, pari a18 volte il consumo mondiale totale di energia nel 2018. I gas serra emessi dall'uomo intrappolano il calore in eccesso nell'atmosfera, riscaldando la superficie della Terra. La stragrande maggioranza, circa il 93%  dell'energia, entra negli oceani secondo la NOAA americana, un istituto che trovereste chiuso per effetto del blocco dei finanziamenti statali imposto da Trump.  Circa due terzi di questo accumulo avviene nei primi 700 metri. Per una serie di ragioni l'OHC rappresenta una misura molto migliore del cambiamento climatico rispetto alla temperatura globale superficiali medie proprio perché riscontra la maggior parte del calore in eccesso, è molto meno variabile su base annuale rispetto alle temperature superficiali e molto più facilmente misurabile. 

La temperatura superficiale globale, quella il cui target è stato fissato a Parigi,  si ottiene invece combinando la temperatura media oceanica con quella terrestre. Nel 2018 è stata la quarta più calda mai registrata dal 1850, quando le temperature globali possono essere calcolate con ragionevole accuratezza. La temperatura nel 2018 era tra 0.9 °C e 1.1 °C superiore rispetto alla fine del 19° secolo (tra il 1880 e il 1900). La variabilità a breve termine delle registrazioni delle temperature è dovuta principalmente all'influenza degli eventi noti come El Niño e La Niña, che hanno un impatto a breve termine sul riscaldamento o sul raffreddamento. Altri cali sono associati a grandi eruzioni vulcaniche. Il riscaldamento a lungo termine del clima è dovuto all'aumento della CO2 atmosferica e di altri gas a effetto serra emessi dall'attività umana. Le temperature per il 2018 subiscono gli effetti di raffreddamento dell'evento di La Niña all'inizio del 2018, altrimenti il 2018 sarebbe stato il terzo anno più caldo in quella classifica. Per tener conto delle fluttuazioni è utile sovrapporre il dato sperimentale della temperatura superficiale con le previsioni dei modelli climatici. La figura seguente mostra la gamma di previsioni dei singoli modelli presenti nel quinto Rapporto di valutazione IPCC tra il 1970 e il 2020 con ombreggiatura grigia e proiezione media su tutti i modelli mostrati in nero. I dati di temperatura misurati dai vari istituti sono rappresentati con linee colorate.

Le concentrazioni di gas serra hanno continuato a crescere linearmente ed hanno raggiunto un nuovo massimo nel 2018, trainate dalle emissioni umane da combustibili fossili, dall'uso del suolo e dall'agricoltura. La CO2 è di gran lunga il principale GHG che rappresentando circa il 50% dell'incremento del forzante radiativo dal 1750. raggiunge a luglio 2018 la concentrazione di 405 ppm. Il metano conta per il 29% e arriva a 1860,2 ppb a settembre 2018. Il protossido di azoto rappresenta circa il 5% ed arriva a 330,7 ppb a luglio. Il restante 16% proviene da altri fattori tra cui il monossido di carbonio, il nero di carbonio e gli alocarburi, come i CFC.

Il ghiaccio marino è rimasto per gran parte dei primi mesi del 2018 ai minimi storici nell'Artico e piuttosto basso nell'Antartico. Ha recuperato un po' in entrambi i poli entro la metà dell'anno, ma alla fine dell'anno era tornato ai minimi storici nell'Antartico ed è attualmente il terzo minimo mai registrato nell'Artico che ha registrato il sesto minimo estivo da quando sono iniziate le registrazioni alla fine degli anni '70.

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8 Ottobre 2018: Il Rapporto speciale dell'IPCC sul riscaldamento della terra a 1,5 °C

Atteso, arriva puntualmente oggi il Rapporto speciale SR15 dell'IPCC, come dagli impegni presi dal pool di scienziati a Parigi, alla COP 21 del 2015.

Il piano editoriale del Rapporto SR15 è impostato su cinque capitoli per un totale di 225 pagine ed è preceduto dal Sommario per i decisori politici, votato in plenaria dall'IPCC riga per riga dopo una settimana di dure trattative ad Incheon nella Corea del Sud, complicate dall'atteggiamento negazionista della delegazione statunitense post-Obama. Il Rapporto dovrà essere modificato per tener conto dei cambiamenti introdotti per far approvare il Sommario. C'è un documento che li contiene, fatto sta che il testo dello SR15 che qui presentiamo non è ancora definitivo. La lista degli autori, inclusi i revisori, è composta da 91 scienziati ed esperti di politica provenienti da 44 nazionalità. I capitoli sono i seguenti:

Capitolo 1: Inquadramento e contesto (15 pagine)
Capitolo 2: Percorsi di mitigazione compatibili con 1,5 ° C nel contesto dello  sviluppo  sostenibile e dell'Agenda 2030 (40 pagine)
Capitolo 3: Impatti del riscaldamento globale di 1,5 ° C su sistemi naturali e umani (60 pagine)
Capitolo 4: Rafforzamento e attuazione della risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico (50 pagine)
Capitolo 5: Sviluppo sostenibile, eliminazione della povertà e riduzione delle disuguaglianze (20 pagine)
Box - Casi di studio integrati / temi regionali e trasversali (fino a 20 pagine)
Domande frequenti (FAQ - 10 pagine)

figura SPM_1

Va innanzitutto segnalata l'eliminazione della premessa contenuta nella prima bozza del documento come High level statement (> vedi) che sarebbe stata ottima per chiarezza per illustrare i risultati del Rapporto.  È un chiaro segno delle difficoltà che ci sono state per ottenere l'unanimità dei governi su quali elementi evidenziare nella presentazione del documento. La fattibilità e le linee guida dell'azione per mantenere l'aumento della temperatura a 1,5 ° C e l'importanza di renderla coerente con l'Agenda 2030  sono state tagliate dalla prima sezione del documento. Sono considerate in dettaglio altrove, ma questa censura dimostra la mancanza di consenso sulle conclusioni generali.

I contenuti del Rapporto SR15  nella sua edizione definitiva si possono così rappresentare:

Per capire di cosa si tratta parlando di 1,5 °C: Il mondo si è riscaldato di 1 °C sin dai tempi pre-industriali (1850 -1900 secondo IPCC) a causa dell'attività umana.

“Estimated anthropogenic global warming matches the level of observed warming to within ±20%”

In base alle tendenze attuali, è probabile che supereremo il limite di 1,5 ° C tra il 2030 e il 2052. Il pianeta si sta riscaldando in modo tutt'altro che uniforme", la terraferma più velocemente degli oceani e l'Artico si sta riscaldando a 2-3 volte il tasso medio globale. Il trend del riscaldamento antropogenico è di 0,2 °C per decade (linea rossa nella fig. SPM_1).

“Warming greater than the global annual average is being experienced in many land regions and seasons, including two to three times higher in the Arctic. Warming is generally higher over land than over the ocean"

C'è un lasso di tempo tra le emissioni di gas serra e il loro effetto sul clima. Ciò significa che il mondo si sta riscaldando ulteriormente e che il livello del mare sta crescendo. Il Rapporto però ritiene  improbabile che le emissioni passate siano sufficienti a far salire le temperature oltre la soglia del 1,5 ° C.

The anthropogenic emissions ... will continue to cause further long-term changes in the climate system, such as sea level rise, with associated impacts”

Per stabilizzare le temperature, le emissioni devono raggiungere lo zero e rimanerci (Fig. SPM_1). Ciò significa ridurre le emissioni il più possibile e sottrarre l'anidride carbonica dall'aria per eliminare le emissioni residue. L'entità del riscaldamento è in definitiva determinata dal tempo che impiegheremo per raggiungere le zero emissioni.  Il riscaldamento globale sta già impattando le persone e gli ecosistemi. I rischi tra 1,5 °C e 2 °C sono proporzionalmente crescenti.

“Temperature rise to date has already resulted in profound alterations to human and natural systems, bringing increases in some types of extreme weather, droughts, floods, sea level rise and biodiversity loss, and causing unprecedented risks to vulnerable persons and populations"

Gli impatti e i rischi del cambiamento climatico. Ci saranno ondate di caldo, siccità e inondazioni più pesanti a 2 °C rispetto a 1,5 °C. La bozza le definiva "differenze sostanziali negli estremi". Questa formulazione è stata sostituita da "robuste differenze nelle caratteristiche climatiche regionali", dando ragione agli Stati Uniti che sostenevano che sostanziale era un concetto troppo soggettivo. Si prevede che i livelli del mare aumenteranno  in questo secolo di 10 cm in più sotto i 2 °C di riscaldamento rispetto agli 1,5 °C. Ciò espone 10 milioni di persone in più ad impatti come le inondazioni costiere, l'acqua salata che si riversa nei loro campi e le forniture di acqua potabile. Il riscaldamento più lento fa loro guadagnare tempo per potersi adattare. Nel corso di secoli e millenni i livelli del mare continueranno a salire dopo che le temperature si saranno stabilizzate. Il disfacimento delle calotte glaciali in Groenlandia e in Antartide potrebbe portare a innalzamenti di diversi metri.

Uno dei risultati quantitativi più eclatanti riguarda la perdita di biodiversità. SR15 prevede la proporzione di specie che perderanno metà della loro estensione geografica. Su 105.000 specie studiate, il tasso raddoppia tra il riscaldamento di 1,5 °C e quello del 2 °C, al 16% per le piante, all'8% per i vertebrati e al triplo, il 18% per gli insetti.

Circa 1,5-2,5 milioni di chilometri quadrati di permafrost in più scongeleranno in questo secolo con un riscaldamento 2 °C rispetto a 1,5 °C. Una superficie equivalente all'area geografica dell'Iran, del Messico o dell'Algeria. In un circolo vizioso, lo scongelamento del permafrost rilascia metano, uno dei gas serra. La probabilità di un'estate artica senza ghiaccio in mare aumenta di dieci volte, da una volta al secolo a 1,5 °C a una volta ogni dieci anni a 2 °C. Gli ecosistemi marini saranno colpiti dall'acidificazione e dal riscaldamento degli oceani. I 2 °C eliminano virtualmente le barriere coralline, rispetto a un calo del 70-90% per gli 1,5 °C. Le comunità agricole e di pesca saranno colpite più duramente da questi effetti, in particolare nell'Artico, nelle zone aride, nelle isole e nei paesi più poveri. Limitare il riscaldamento globale a 1.5 °C riduce l'importo dei rischi associati alla povertà e ai cambiamenti climatici per un valore che arriva a diverse centinaia di milioni di dollari entro il 2050.

Quel mezzo grado di riscaldamento in più è molto negativo per la salute. Espande la gamma di zanzare che trasportano malattie come la malaria e la dengue e il caldo rende l'intera gamma di condizioni più letali. La quantità e la qualità delle colture di base soffrono maggiormente un riscaldamento di 2 °C rispetto agli 1,5 °C, così come il bestiame, peggiorando la disponibilità di cibo in molte parti del mondo.

“Overall, food security is expected to be reduced at 2 °C warming compared to 1.5 °C warming, due to projected impacts of climate change and extreme weather on crop nutrient content and yields, livestock, fisheries and aquaculture, and land use (cover type and management)”

Si prevede che la crescita economica subirà gli effetti del riscaldamento globale, a parità di tutte le altre condizioni. SR15 non tenta di bilanciare questi danni valutando con i costi e i benefici del taglio delle emissioni e dell'investimento nella resilienza agli impatti dei cambiamenti climatici.

Esistono molti strumenti per proteggersi dagli impatti del riscaldamento globale, come le dighe sulle coste marine  o le colture resistenti alla siccità. Ma questi adattamenti hanno dei limiti e alcune popolazioni vulnerabili subiscono perdite. L'Accordo di Parigi ha dato riconoscimento al capitolo "perdite e danni", ma il sistema delle Nazioni Unite non ha ancora dato un sostegno concreto alle vittime.

I percorsi verso gli 1.5 °C (Figura SPM_1). Vengono prefigurati due tipi di percorso, il secondo dei quali caratterizzato da un overshoot che si riduce a zero a fine secolo. Solo 9 dei 91 scenari referenziati in SR15 si mantengono sempre sotto gli 1,5°C. Per mantenersi sotto gli 1,5 °C, le emissioni di CO2 dovrebbero diminuire di circa il 45% tra il 2010 e il 2030 e raggiungere lo zero netto nel 2050. Questo percorso è significativamente più arduo di quello necessario per 2 °C che comporta una riduzione di circa il 20% entro il 2030 e zero netto solo entro il 2075.

“The first involves global temperature stabilising at or below before 1.5 °C above pre-industrial levels. The second pathway sees warming exceed 1.5 °C around mid-century, remain above 1.5 °C for a maximum duration of a few decades, and return to below 1.5C before 2100. The latter is often referred to as an ‘overshoot’ pathway”

Il grafico sottostante (Figura SPM_3a) mostra quanto siano rapide le discese delle emissioni di CO2 (a sinistra) e di non CO2 (a destra)  per conseguire gli 1,5 °C. Le linee e le ombreggiature blu mostrano esempi di percorsi che soddisfano il limite di 1,5 ° C con poco (< 0,2 °C) o nessun superamento, mentre il grigio mostra quelli in cui le temperature hanno un overshoot alto temporaneo prima di tornare indietro di nuovo. L'obbligo di raggiungere lo zero netto entro il 2050 è lo stesso per i percorsi futuri con e senza overshoot. Il metano e il black carbon, i gas serra più potenti, dovranno essere ridotti di almeno il 35% entro il 2050, rispetto al 2010. Tuttavia, i tagli delle emissioni non di CO2 devono essere effettuati con attenzione. Il maggior utilizzo di bioenergia per sostituire i combustibili fossili, potrebbe spingere verso l'alto l'inquinamento da ossido di azoto dall'agricoltura che riscalda il clima.

Figura SPM_3a

Nel complesso il Rapporto SR15 prefigura una transizione senza precedenti verso una green economy.

“These systems transitions are unprecedented in terms of scale, but not necessarily in terms of speed, and imply deep emissions reductions in all sectors, a wide portfolio of mitigation options and a significant upscaling of investments in those options.”

I dettagli di questa transizione sono illustrati nel capitolo due di 113 pagine del Rapporto e in un allegato tecnico di 99 pagine, basato sulla ricerca che utilizza modelli di valutazione integrati (IAM, > vedi più avanti). Questi modelli combinano diversi filoni di conoscenza per esplorare in che modo lo sviluppo umano e le scelte sociali interagiscono e influenzano l'ecosistema globale. Ci sono molti modi diversi per rispettare il limite dell'1,5 °C sotto un'ampia gamma di ipotesi sul futuro sviluppo umano ed economico. Questi percorsi riflettono diversi futuri in termini di politiche globali e preferenze sociali, implicando compromessi e co-benefici diversi per lo sviluppo sostenibile e altre priorità. Tuttavia, tutti i percorsi 1,5 °C condividono alcune caratteristiche, tra cui le emissioni di CO2 che scendono a zero netto e il consumo di carbone residuo che è in gran parte eliminato gradualmente entro la metà del secolo. Includono anche le energie rinnovabili che soddisfano la maggior parte delle future forniture di energia elettrica, con un uso dell'energia resa più efficiente.

Gli investimenti negli usi industriali del  carbone non diminuiti sono fermati entro il 2030 nella maggior parte dei percorsi 1,5 °C, dice il secondo capitolo. Alcuni investimenti fossili realizzati nei prossimi anni, o quelli realizzati negli ultimi anni trascorsi, avranno probabilmente bisogno di essere ritirati prima di recuperare completamente i loro investimenti di capitale o prima della fine della loro vita operativa.

Questi cambiamenti sono ancora più marcati per il settore elettrico, che va decarbonizzato intorno alla metà del secolo. Ciò significa che entro il 2050 l'utilizzo del carbone nel settore energetico si ridurrà vicino allo 0% e le fonti rinnovabili forniranno il 70-85% del mix energetico. Non includendo la bioenergia, il dispiegamento di energie rinnovabili nei percorsi 1.5C aumenta tra le sei e le 14 volte entro il 2050, rispetto al 2010. L'uso di energia nucleare aumenta nella maggior parte dei percorsi 1.5 °C, ma non in tutti. Tutti i  percorsi di 1,5 ° C includono tutti profondi tagli in altri gas a effetto serra, come una riduzione del 35% delle emissioni di metano al di sotto dei livelli del 2010 entro il 2050.

La transizione energetica è accelerata di diversi decenni nei percorsi di 1,5 °C rispetto ai percorsi dei 2 °C. Oltre a passare all'elettricità a zero emissioni di carbonio, le riduzioni supplementari nei percorsi da 1,5 °C a quelle da 2 °C provengono principalmente dai trasporti e dall'industria,  con le emissioni dell'industria che scendono del 75-90% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2050.  Inoltre, la domanda di energia deve essere ridotta in misura maggiore mediante gli sforzi per migliorare l'efficienza degli usi finali.

Vale la pena notare che gli IAM hanno una ben nota propensione verso le soluzioni tecnologiche, come la commutazione della fonte di approvvigionamento energetico o l'aggiunta della cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). Gli scienziati IPCC hanno iniziato a esplorare altri modi per limitare il riscaldamento a 1,5 °C, ad esempio cambiando radicalmente il modo in cui viene utilizzata l'energia. Infine, vale la pena aggiungere che i modelli IAM sono in grado di esplorare ciò che è tecnicamente fattibile, ma non ciò che è socialmente, ambientalmente, politicamente o istituzionalmente fattibile.
Quanta anidride carbonica può essere emessa prima di superare la soglia di 1,5 °C? Il modo in cui vengono calcolati questi carbon budget è cambiato rispetto all'ultima grande valutazione dell'IPCC nel 2014, aumentando le stime di circa 300 Gt. Ma il margine rimane stretto. Le stime del carbon budget variano a seconda della misura del riscaldamento che si utilizza. Se si  usa la temperatura media della terra è di 420 Gt di CO2 per dare una probabilità del 66% di rimanere al di sotto di 1,5 °C. Se si calcolano le temperature della superficie del mare, che aumentano più lentamente, il carbon budget è di 570 Gt. In entrambi i casi stiamo esaurendo il budget a un ritmo di 42 Gt all'anno. Ci sono anche "sostanziali" incertezze su quanto sia sensibile il clima alle emissioni di gas serra e al livello delle emissioni storiche, che influenzano le dimensioni del carbon budget. Ulteriori emissioni di carbonio rilasciate durante lo scioglimento del permafrost e il metano emesso dalle zone umide potrebbero ridurre il budget fino a 100 Gt nel corso del secolo e continuare anche oltre.

Forse la più dibattuta tra le questioni è stata in questi anni quella delle tecnologie carbon negative (NET o CDR). Il rapporto SR15 riconosce che limitare il riscaldamento a 1,5 °C richiederà l'uso delle NET che rimuovono la CO2 dall'atmosfera. Per limitare l'innalzamento della temperatura globale a 1,5 °C senza overshoot, sarà necessario un certo utilizzo delle NET:

“All pathways that limit global warming to 1.5C with limited or no overshoot project the use of CDR on the order of 100-1000 GtCO2 [billion tonnes] over the 21st century”

Vale la pena notare che l'SPM sembra sottovalutare il grado in cui potrebbero essere necessarie le NET per limitare il riscaldamento a 1,5 °C rispetto al rapporto SR15 completo. Il SPM afferma che la mitigazione convenzionale non è sufficiente e che c'è un ulteriore bisogno di NET ma  dipinge un'immagine troppo rosea su questo. L'SPM parla di rimozione 100-1000 GtCO2 entro il 2100. Ma il rapporto completo mostra un valore  medio molto più vicino all'estremità superiore dell'intervallo.

Anche con sforzi di mitigazione rapidi, è probabile che le NET saranno tenuti a compensare le emissioni di settori che non possono facilmente ridurre le loro emissioni a zero. Questi settori includono la produzione di riso e carne, che producono metano e il trasporto aereo. Il grado in cui saranno necessarie le NET è importante perché ognuna di esse incontra "barriere economiche e istituzionali" e può essere causa di possibili impatti su persone e animali selvatici.  Molte tecnologie NET richiederebbero di cambiare drasticamente il modo in cui utilizza la terra. Ciò include bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS) e afforestazione. La BECCS coinvolge coltivazioni, bruciandole per produrre energia, catturando la CO2 rilasciata durante il processo e conservandola in un sito sotterraneo. Non ci sono nemmeno, finore, esperienze significative di BECCS che ne possano assicurare l'efficacia e la sostenibilità. L'afforestazione comporta inoltre la trasformazione di terre sterili in foreste:

“Afforestation and bioenergy may compete with other land uses and may have significant impacts on agricultural and food systems, biodiversity and other ecosystem functions and services”

Alla geoingegneria viene dedicata poca attenzione. La cosiddetta modificazione della radiazione solare - il pompaggio di particelle nell'aria per riflettere la luce solare - potrebbe essere "teoricamente efficace" nel raggiungere l'obiettivo degli 1,5 °C. Ma è escluso dagli scenari SR15 del modello a causa di "grandi incertezze", "il gap di conoscenza", "rischi sostanziali" e "vincoli istituzionali e sociali". La eccessiva attenzione dedicata dai media e dal mondo industriale alla geoingegneria finirà, si teme, per creare un alibi ai decisori politici per ritardare ulteriormente l'inizio delle azioni necessarie.

Una domanda comune sul limiti dell'obiettivo degli 1,5 °C è se ne vale la pena dal punto di vista economico. In altre parole, i benefici dei danni climatici evitati dovuti alle inondazioni, ad esempio, superano i costi cumulativi di riduzione delle emissioni? Sfortunatamente, SR15 non considera esplicitamente il costo totale dei percorsi per gli 1,5 °C, perché la letteratura scientifica sull'argomento è limitata. Invece, il rapporto SR15 esamina i costi di abbattimento marginali globali di questo secolo, i costi per tonnellata delle emissioni evitate. Questi costi sono talvolta calcolati come prezzo del carbonio utilizzato dai modello IAM che utilizzano spesso un prezzo del carbonio come proxy per tutte le politiche climatiche. Il prezzo del carbonio può essere imposto direttamente dal mercato come costo marginale effettivo di abbattimento o implicitamente da politiche di regolamentazione.

In generale, l'SPM afferma che i costi di abbattimento marginali sono circa tre o quattro volte più alti nei percorsi degli1,5 ° C, rispetto ai 2 °C. Stabilisce inoltre le esigenze di investimento previste per i percorsi di 1,5 °C:  per il periodo dal 2015 al 2050 i costi dei percorsi che limitano il riscaldamento a 1,5 °C sono stimati in circa 900 miliardi di dollari. Si deve tener conto che gli investimenti annuali in tecnologie energetiche a basse emissioni di carbonio e nell'efficienza energetica devono aumentare di circa 5 volte nel 2050 rispetto al 2015. Il SPM aggiunge che le "lacune di conoscenza" rendono difficile confrontare questi costi di mitigazione con i benefici del riscaldamento evitato. Ad esempio, i costi dell'adattamento a 1,5 °C potrebbero essere inferiori a quelli dei 2 °C,  anche se sono "difficili da quantificare e confrontare".

In particolare, tuttavia, mentre i percorsi IAM stabiliscono i costi per limitare il riscaldamento a 1,5 °C, in genere non ne considerano i vantaggi. Questi potenziali danni climatici evitati, limitando il riscaldamento a 1,5 °C, sono molto incerti:

“Balancing of the costs and benefits of mitigation is challenging because estimating the value of climate change damages depends on multiple parameters whose appropriate values have been debated for decades (for example, the appropriate value of the discount rate) or that are very difficult to quantify (for example,the value of non-market impacts; the economic effects of losses in ecosystem services; and the potential for adaptation, which is dependent on the rate and timing of climate change and on the socioeconomic content)”

L'altro grande capitolo della via agli 1,5 °C è quello dell'adattamento. Il rapporto rileva che, in generale, la necessità di adattamento ai cambiamenti climatici sarà inferiore a 1,5 °C rispetto a 2 °C. Tuttavia, avverte che, anche se il riscaldamento globale è limitato a 1,5 °C, non sarà possibile prepararsi a tutti gli impatti dei cambiamenti climatici. Il rapporto descrive l'adattamento umano ai cambiamenti climatici come "il processo di adeguamento al clima attuale o previsto e ai suoi effetti, al fine di moderare il danno o sfruttare opportunità vantaggiose". La prima opzione di una lista di otto, la gestione del rischio di catastrofi, è definita dagli autori come "un processo per progettare, implementare e valutare strategie, politiche e misure per migliorare la comprensione del rischio di catastrofi e promuovere il miglioramento nella preparazione, risposta e recupero di emergenza".

Mentre le temperature continuano a salire, è probabile che ci sia una richiesta crescente di integrazione tra mitigazione e adattamento, "per ridurre la vulnerabilità, anche se capacità istituzionali, tecniche e finanziarie nelle agenzie in prima linea costituiscono dei vincoli". Un'altra opzione di adattamento è la migrazione climatica. Il rapporto rileva che, al momento, vi è "poco accordo sul fatto che la migrazione sia adattabile, in relazione al rapporto costo-efficacia":

Migrating can have mixed outcomes on reducing socio-economic vulnerability and its feasibility is constrained by low political and legal acceptability, and inadequate institutional capacity”

Diversamente dal testo del Rapporto SR15, la migrazione non è elencata come opzione di adattamento nell'SPM. L'ultima opzione di adattamento, si riferisce alla possibile diffusione di informazioni climatiche pertinenti tramite previsioni giornaliere e avvisi meteorologici, oltre a previsioni stagionali e persino proiezioni multi-decadali. Questi tipi di servizi sono già utilizzati in settori come l'agricoltura, la salute e la gestione delle catastrofi. Per ridurre i rischi per gli ecosistemi naturali si può procedere con il ripristino degli spazi naturali degradati, il rafforzamento delle azioni per fermare la deforestazione e il perseguimento di un'agricoltura e un'acquacoltura sostenibili. Anhe i costi totali associati all'adattamento al riscaldamento globale di 1,5 °C sono difficili da quantificare e confrontare con i 2 °C per effetto delle lacune nella letteratura scientifica. Il SPM rileva che l'adattamento è stato, in genere, finanziato da fonti del settore pubblico, come i governi nazionali, i canali associati all'ONU e attraverso fondi multilaterali sul clima.

L'Accordo di Parigi e lo sviluppo sostenibile. Gli obiettivi climatici si collocano nell'SDG 13 dell'Agenda 2030, il cui obiettivi e target furono lasciati generici quando l'Agenda 2030 fu votata nel 2015, prima dell'Accordo di Parigi. Ma questo non risolve tutti i problemi: tra lotta ai cambiamenti climatici e obbiettivi di sviluppo sostenibile ci possono essere contraddizioni.

Il capitolo finale del rapporto (il quinto) è dedicato all'esame di come i cambiamenti climatici potrebbero avere un impatto sullo sviluppo sostenibile, la povertà e la disuguaglianza. Il SPM rileva che, in tutto il mondo, le comunità più povere, svantaggiate e vulnerabili, alcune popolazioni indigene e comunità locali dipendenti da mezzi di sussistenza agricoli o costieri, rischiano di essere influenzate in modo sproporzionato dal riscaldamento globale.

Una gran parte dei poveri del mondo fa affidamento sull'agricoltura di sussistenza e quindi sarà direttamente influenzata dall'impatto dei cambiamenti climatici su temperatura, precipitazioni e siccità. Una affermazione chiave del rapporto è che questi sforzi per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C possono effettivamente andare di pari passo con molti altri intesi a risolvere i problemi di disuguaglianza e di eliminazione della povertà. In effetti, limitare la temperatura a 1,5 °C anziché a 2 °C potrebbe risparmiare la povertà, entro il 2050, a diverse centinaia di milioni di persone.

La limitazione del riscaldamento globale potrebbe anche aiutare il mondo a raggiungere molti degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (gli SDG), afferma il rapporto. I 17 SDG sono una serie di obiettivi, concordati nel 2015, che mirano a "porre fine alla povertà, proteggere il pianeta e assicurare a tutti i popoli pace e prosperità" entro il 2030, secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite. Già segnalate da molti autori, alcune contraddizioni potrebbero sorgere tra le azioni per limitare il riscaldamento a 1,5 °C e gli SDG. Le opzioni di mitigazione coerenti con i percorsi 1.5 °C determinano molteplici sinergie e qualche contraddizione con gli SDG. Gli effetti netti dipenderanno dalla velocità e dall'entità dei cambiamenti, dalla composizione del portafoglio di mitigazione e dalla gestione della transizione. L'adattamento agli effetti del cambiamento climatico e la riduzione delle vulnerabilità climatica può promuovere lo sviluppo sostenibile. Può garantire la sicurezza di cibo e acqua, ridurre i rischi di disastri, migliorare la salute e ridurre la povertà e la disuguaglianza. Le misure di adattamento che riducono anche le emissioni, come gli edifici a basse emissioni di carbonio efficientemente raffreddati, possono aiutare i settori a diventare più green a un costo inferiore.

La mitigazione si adatta particolarmente bene agli obiettivi di sviluppo per la salute, l'energia pulita, le città e le comunità e il consumo e la produzione responsabili. Ma se non correttamente gestiti, potrebbero danneggiare gli obiettivi di povertà, fame, acqua e accesso all'energia. Indirizzare i finanziamenti verso infrastrutture che riducano le emissioni e si adattino ai cambiamenti climatici può contribuire a raggiungere l'obiettivo degli 1,5 °C in modo da sostenere lo sviluppo sostenibile e ridurre la povertà. Si intendono compresi fondi privati ​​da investitori istituzionali, gestori patrimoniali e banche di sviluppo o di investimento, nonché fondi pubblici. I governi possono aiutare con politiche che riducono il rischio di investimento per i progetti a bassa emissione e per l'adattamento.

Nel SPM viene pubblicato il grafico seguente che riassume gli effetti positivi (sinergie) e negativi (contraddizioni) delle opzioni di mitigazione per raggiungere gli 1,5 °C su ciascuno degli SDG. Sul grafico, la lunghezza totale delle barre rappresenta la dimensione dell'effetto positivo o negativo, mentre l'ombreggiatura mostra il livello di sicurezza (da chiaro a scuro: da basso a molto alto). Le tecniche di mitigazione sono suddivise in tre settori: approvvigionamento energetico, domanda di energia e terra. Le opzioni valutate nel settore dell'approvvigionamento energetico includono biomassa e fonti rinnovabili, nucleare, CCS con i combustibili fossili e BECCS. Il settore della domanda energetica comprende opzioni per migliorare l'efficienza energetica nei settori dei trasporti e dell'edilizia. Il settore fondiario comprende l'afforestazione e la riduzione della deforestazione, l'agricoltura sostenibile, le diete a basso contenuto di carne, una riduzione degli sprechi alimentari e la gestione del carbonio nel suolo.

Il grafico a barre mostra come le opzioni di mitigazione che riducono la domanda di energia, in gran parte attraverso il passaggio a tecnologie e comportamenti più efficienti dal punto di vista energetico, hanno i maggiori impatti positivi e il minimo impatto negativo sugli SDG. Gli obiettivi che vedono i maggiori impatti positivi includono quelli per città e comunità sostenibili, buona salute e benessere ed energia pulita a prezzi accessibili. Impatti negativi possibili e temibili sono quelli della crescita delle popolazioni svantaggiate che fanno ricorso ai consumi di energia fossile o, al converso, politiche di contenimento dei consumi e delle emissioni che aggravano l'arretratezza e la disponibilità di risorse proprio per coloro che già stanno pagando i prezzi maggiori del cambiamento climatico a causa della loro posizione geografica o dell'arretratezza tecnologica. Del pari grave potrebbe essere l'esclusione dal lavoro di coloro che contribuiscono alla catena del valore dei combustibili fossili, ove non si provveda per tempo alle conversioni tecnologiche ed occupazionali necessarie. Le opzioni legate sia all'approvvigionamento energetico che al settore terrestre potrebbero avere un impatto considerevole sulla disponibilità di acqua dolce e sui servizi igienico-sanitari, così come sulla vita terrestre, come mostra il grafico. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che queste opzioni si basano sulla BECCS e sull'afforestazione, che, se implementati su larga scala, potrebbero assorbire grandi quantità di suolo e altre risorse, come l'acqua e la biodiversità.  Le contraddizioni tra mitigazione e adattamento, limitando il riscaldamento globale a 1,5 °C, come quando le colture bioenergetiche, il rimboschimento o l'afforestazione invadono il terreno necessario per l'adattamento agricolo, possono minare la sicurezza alimentare, i mezzi di sostentamento, le funzioni e i servizi ecosistemici e altri aspetti della sostenibilità. La gestione di queste contraddizioni richiederà una attenta governance delle energie rinnovabili e delle tecnologie come la BECCS. Afferma il rapporto: "I risultati sottolineano l'importanza di un approccio integrato nello sviluppo di acqua, energia e politica climatica".

Le cose da fare. Le più grandi industrie inquinanti dovranno intraprendere cambiamenti radicali. Le energie rinnovabili dovranno fornire dal 70 all'85% di energia entro il 2050. C'è ancora spazio per la generazione da combustibili fossili se combinata con la tecnologia per catturare e immagazzinare le emissioni di CO2, ma è un piccolo spazio: circa l'8% per il gas e quasi zero per il carbone entro il 2050. Le industrie ad alta intensità energetica dovranno ridurre la loro CO2 dal 75 al ​​90% entro il 2050 rispetto al 2010, se si vogliono rispettare gli 1,5 °C. Un limite a 2 °C richiederebbe una riduzione dal 50 all'80%. Questi abbattimenti possono essere ottenuti con tecnologie nuove e già esistenti che sono tecnicamente provate, ma devono ancora essere implementate su larga scala e sono limitate dai costi e da altri vincoli. Anche l'edilizia e i trasporti dovranno spostarsi pesantemente verso l'elettricità. Gli edifici dovrebbero usare energia elettrica dal 55 al ​​75% della loro energia consumata entro la metà del secolo, mentre il settore dei trasporti dovrebbe spingere le sue fonti a basse emissioni dal 35 al 65% dei consumo energetico, da meno del 5% nel 2020.

Ci saranno scelte difficili su come usare il terreno. Molti scenari dipendono in larga misura dalla bioenergia e/o dall'espansione delle foreste, la afforestazione, potenzialmente in conflitto con la domanda di pascoli e seminativi. Una maggior sostenibilità dell'agricoltura e "diete a minor consumo di risorse", cioè mangiare meno carne, può aiutare a mitigare i fattori di pressione.

La riduzione delle emissioni nel settore dell'energia per l'obiettivo degli 1,5 °C richiederà circa 900 miliardi di dollari di investimenti all'anno tra il 2015 e il 2050. L'investimento totale necessario per l'approvvigionamento energetico sale così a livelli tra 1600 a 3800 GUS$ e per la domanda di energia da 700 a 1000 GUS$ in 35 anni. L'investimento necessario è superiore del 12% circa rispetto ai 2 °C. Saranno necessari strumenti per rimuovere la CO2 dall'atmosfera, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio e/o le foreste, per catturare da 100 a 1000 Gt  nel corso del secolo, per stare entro gli 1,5 ° C. Se il consumo di materia viene tenuto sotto controllo (tipicamente con l'economia circolare), si riduce al minimo la necessità di rimozione del carbonio dall'atmosfera. Le misure di rimozione del carbonio potrebbero contribuire a contenere o riportare il riscaldamento a 1,5 °C al di sopra dei livelli preindustriali se il mondo superasse la soglia ma, se utilizzate su larga scala potrebbero avere impatti significativi su terra, energia, acqua e sostanze nutritive. I governi dovranno limitare le contraddizioni (trade offs) e assicurarsi che la CO2 sia rimossa in modo effettivamente permanente.

Gli attuali impegni nazionali sul clima previsti dall'accordo di Parigi sono inadeguati all'obiettivo. Porterebbero a 52-58 Gt di emissioni di CO2 all'anno nel 2030, in linea con un aumento della temperatura di 3 °C. Quasi tutti i percorsi verso gli 1,5 °C richiedono che le emissioni di gas a effetto serra scendano al di sotto delle 35 Gt / anno. Minori saranno le emissioni nel 2030, più facile sarà limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Il ritardo nella riduzione dei gas serra rischia di aumentare il costo delle riduzioni, di legare i paesi ad infrastrutture che emettono carbonio o, al contrario, di sprecare gli investimenti effettuati in attività ad alte emissioni. Potrebbe anche aggravare la distribuzione disomogenea degli impatti climatici tra paesi sviluppati e in via di sviluppo.

Nel complesso, gli autori del Rapporto mettono nel Sommario per gli operatori politici che precede il Rapporto stesso solo argomentazioni di cui sono ragionevolmente sicuri. Alcuni resoconti hanno valutato l'entità del consenso contando le quotazioni riportate nelle parentesi che accompagnano le affermazioni. "Sicurezza molto alta" appare cinque volte, "Alta confidenza" 107 volte, "Media confidenza" 60 volte e "Scarsa confidenza" solo due volte.

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Marzo 2017: Tre scenari di decarbonizzazione dell’energia a confronto in vista del G20 di Amburgo del luglio 2017, quello dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), quello dell’Agenzia Internazionale per le fonti Rinnovabili (IRENA) e la carbon law di Rockström, uno scenario semplificato capace di conseguire l'obiettivo massimo di Parigi per un riscaldamento di +1,5 °C

OECD/IEA, IRENA, 2017, “Perspectives for the energy transition – investment needs for a low-carbon energy system”

Johan Rockström et al., 2017, “A roadmap for rapid decarbonization. Emissions inevitably approach zero with a “carbon law”

 

Nessuna transizione energetica capace di affrontare le pesanti sfide dei cambiamenti globali, climatici e della green economy è pensabile senza l’apporto massiccio degli investimenti pubblici, ma soprattutto del sistema industriale-finanziario privato. La raccolta, trasformazione, trasporto e il consumo delle risorse energetiche sono probabilmente il nodo globale degli equilibri economici a venire. Capire come il panorama degli investimenti energetici può evolvere per soddisfare gli obiettivi della decarbonizzazione dell’economia è indispensabile, basti pensare che circa due terzi dei gas responsabili dell'effetto serra (GHG) derivano dalla produzione e dall’uso dell’energia.

In preparazione del difficile G20 di Amburgo, il governo tedesco ha chiesto all’OECD-IEA e all’IRENA di far luce sugli elementi essenziali di una transizione energetica coerente con l'accordo di Parigi sul clima. I paesi del G20 consumano l’80% dell’energia,  il 95% del carbone e tre quarti del petrolio e del gas naturale a livello globale. Inoltre emettono l’80% dei gas ad effetto serra. Il risultato dell’iniziativa tedesca è uno studio originale il cui obiettivo è quello di analizzare la scala e la portata degli investimenti in tecnologie low-carbon nella produzione e nel consumo di energia nei vari settori: trasporti, costruzioni, riscaldamento, raffreddamento e industria necessari per gestire la transizione in un modo economicamente efficace (scarica il Rapporto).

Nel Rapporto l'IEA e l’IRENA hanno esaminato separatamente le esigenze di investimento, delineando due scenari che metterebbero il mondo sulla strada giusta verso una significativa riduzione delle emissioni di gas serra legate all'energia. Gli scenari proposti dalle due Agenzie limitano l'aumento della temperatura media globale a 2 °C al 2100 con una probabilità del 66%, che è meno di quanto richiesto dall’Accordo di Parigi. Sia l'IEA che l’IRENA fissano un identico budget del carbonio per il settore energetico, ma i percorsi che propongono sono diversi: l'analisi modellistica condotta dall'IEA disegna un percorso tecnologicamente neutro che include tutte le tecnologie a basse emissioni, tenendo conto delle circostanze specifiche di ciascun paese. L'analisi condotta dall’IRENA delinea piuttosto una transizione energetica che fa leva sul potenziale delle energie rinnovabili > leggi tutto

Il Rapporto stima per i due approcci un identico bilancio del carbonio residuo per il settore energetico tra il 2015 e il 2100 pari a 790 GtCO2, al netto delle emissioni non-CO2, delle emissioni da parte dell'industria e dell’uso e del cambiamento d’uso del suolo. Al conteggio degli impegni presi prima di Parigi (INDC) il settore energetico emetterebbe invece 1.260 GtCO2 già entro il 2050. Il profilo dei due scenari non darebbe luogo ad overshoot, cioè al superamento temporaneo del target della temperatura nel corso del secolo, a differenza di molti scenari IPCC che devono però ricorrere per estrarre carbonio dall’atmosfera a tecnologie carbon negative, per ora indisponibili.

Lo scenario IEA (in figura) impone un picco delle emissioni prima del 2020 e la discesa di oltre il 70% dai livelli attuali entro il 2050, che equivale a dimezzare tra 2014 e 2050 la quota di combustibili fossili nella domanda di energia primaria. Nel contempo le fonti energetiche low carbon - compresi secondo l’IEA nucleare e fossili con cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) - devono triplicare fino a coprire il 70% della domanda globale di energia.

Lo scenario IRENA impone un'azione tempestiva, con la quale le emissioni di CO2 legate all'energia dovranno ridursi del 70% entro il 2050 e azzerarsi entro il 2060. IRENA stima che la crescita economica sarebbe pari nel 2050 allo 0,8% del PIL globale per un guadagno complessivo di $ 19.000 Mld$. Tale azione deve comprendere non solo le più che redditive fonti rinnovabili, ma anche tutte le tecnologie in fase di sviluppo che per ora non danno ritorni di investimento.

Il livello degli investimenti necessari per una tale transizione energetica è considerevole. Lo scenario IEA richiederebbe infatti un investimento medio per l’energia di 3.500 Mld$ all'anno fino al 2050, quasi il doppio dei 1.800 Mld$ investiti globalmente nel 2015. Si tratta di un investimento aggiuntivo non superiore allo 0,3% del PIL mondiale nel 2050 da destinare alle tecnologie low-carbon su parte degli usi finali dell’energia - auto elettriche, riscaldamento e lavori di ristrutturazione degli edifici – dove sono richiesti investimenti in aumento di dieci volte entro il 2050. Gli investimenti nell'approvvigionamento energetico, nel frattempo, rimarrebbero più o meno invariati, perché la spesa calante per i fossili in declino sarebbe più che compensata dalla spesa per le fonti rinnovabili in aumento del 150% entro il 2050.

Lo scenario IRENA richiede un investimento supplementare entro il 2050 leggermente superiore all’IEA, pari allo 0,4% del PIL mondiale e porterebbe ad una domanda di investimento totale di 29.000 Mld$ entro il 2050, in aggiunta ai $ 116.000 Mld$ già previsti dalle politiche pianificate e dalle previsioni di crescita del mercato. Si avrebbe un impatto positivo netto sull'occupazione e sulla crescita economica.

Nello scenario IEA, la quota maggiore del potenziale di riduzione delle emissioni viene dalle rinnovabili e dall'efficienza energetica. Eolico e solare sarebbero la principale fonte di energia elettrica entro il 2030, mentre quasi il 95% di energia elettrica sarebbe low-carbon per il 2050. A quella data il 70% delle nuove auto sarebbe elettrico, 100 volte la quota di oggi. L’intensità carbonica del settore industriale cadrebbe dell’80% e tutti gli edifici di oggi che esistono ancora nel 2050 sarebbero stati ricondizionati. L'intensità energetica dell'economia globale avrebbe bisogno fino al 2050 di diminuire su base annua ad un tasso 3,5 volte superiore alla media del 2,5% degli ultimi 15 anni, cosa che significa raddoppiare i miglioramenti del 2,5% l’anno fino al 2050. L’energia di fonte nucleare rimarrebbe la stessa del 2016 e la CCS sarebbe usata solo nel settore industriale.

Lo scenario IRENA pone ancora di più l'accento su una diffusione crescente delle fonti rinnovabili e delle misure di efficienza energetica. L’effetto combinato darebbe luogo al 90% dell’abbattimento delle emissioni necessario entro il 2050. IRENA prevede una diminuzione dei costi del solare del 65% entro il 2050. La quota di energia rinnovabili in primaria aumenterebbe dal 15 al 65% tra il 2015 e il 2050, portando l’uso finale di energia rinnovabile a quattro volte quello che è oggi. Ciò comporta un aumento medio dell’1,2% all'anno della quota di energie rinnovabili, un tasso sette volte superiore rispetto agli ultimi anni.

L'utilizzo di combustibili fossili è un settore in cui IEA ed IRENA dissentono. Per entrambi i casi, l'uso di combustibili fossili rimane significativo nel 2050, anche se il ricorso al petrolio e al carbone declina rapidamente. Il gas naturale viene però mantenuto come una risorsa di transizione per settori difficili da gestire, come calore e trasporto. Per l’IEA il gas naturale, con ciò che resta degli altri fossili, darebbe ancora il 40% della domanda primaria di energia nel 2050, circa la metà del livello attuale. Nello scenario IRENA, l'uso di combustibili fossili nel 2050 è inferiore, attestandosi ad un terzo del livello attuale, anche la domanda di petrolio sarebbe ancora al 45% del livello di oggi. L’IEA affida un ruolo alla CCS sia nella generazione elettrica che nell'industria, anche per ridurre al minimo la perdita degli utili negli investimenti nel fossile (stranded assets). Lo scenario IRENA utilizza la CCS solo nel settore industriale ed avverte che l'uso del gas naturale come combustibile di transizione è accettabile solo in combinazione con alti livelli di CCS.

Sia IEA che IRENA concordano sulla tendenza crescente allo stranding degli investimenti. Con una transizione ben gestita, l'IEA valuta l'esposizione finanziaria globale in 320Mld$, in gran parte per le centrali a carbone. Tuttavia ritardare la transizione di un decennio triplicherebbe la quantità di investimenti a rischio fino ad oltre $ 1.300 Mld$, ovviamente a carbon budget invariato. Secondo l’IEA il tipico esempio di stranded assets sarebbero le spese per le centrali cinesi a carbone di nuova costruzione.  IRENA mette tali rischi ad un livello molto più alto, con una stima di 10.000 Mld$ per attività a rischio nel suo scenario di transizione energetica, pari al 4% del PIL globale nel 2015, anche se sottolinea che questi costi sarebbero più che compensati dai guadagni negli altri settori dell'economia. Secondo l'IRENA, il massimo di rischio di attivi non recuperabili (stranded) è nel settore dell’edilizia. Nella sua valutazione IRENA include il valore degli investimenti che andrebbero persi a causa della futura ristrutturazione necessaria per eliminare la dipendenza dai combustibili fossili. La lunga vita degli edifici inefficienti in costruzione oggi costerebbe 5.000 Mld$ quando si dovrà procedere al ricondizionamento. Inoltre IRENA stima che il rischio globale di stranding raddoppierebbe a più di 20.000 Mld$ se la decarbonizzazione del settore energetico fosse in ritardo nel 2030.

Né IEA né IRENA ritengono che i meccanismi di mercato siano sufficienti per gestire la transizione. Tuttavia i meccanismi di prezzo, come i sussidi e il mercato del carbonio (cap&trade e/o carbon tax), sono ritenuti un passaggio obbligato. IRENA osserva che il sovvenzionamento dei combustibili fossili in molti paesi, e il fallimento dei tentativi di stabilire un prezzo del carbonio significano che i "mercati di oggi sono distorti" e che la governance mondiale dell’energia è inadeguata.

Diverse sono anche le valutazioni dei benefici della transizione. I modelli economici e le visioni sono molto diversi. IRENA vede il PIL globale aumentare di circa lo 0,8% (0,6% nel peggiore dei casi) entro il 2050, attraverso la crescita economica e nuove opportunità di lavoro. Il PIL cumulato da ora fino al 2050 ammonterebbe a 19.000 Mld$. Il settore energetico (compresa l'efficienza) creerebbe circa sei milioni di nuovi posti di lavoro nel 2050 compensando pienamente i posti di lavoro perduti. Altri benefici sarebbero indotti dalla transizione, basti pensare alla riduzione dell'inquinamento dell'aria e agli altri vantaggi per la salute. IRENA ritiene che i benefici complessivi sarebbero da due a sei volte superiori ai costi del sistema di decarbonizzazione: in termini assoluti e stima che la riduzione delle esternalità ambientali negative potrebbe apportare globalmente benefici fino a 10.000 Mld$ ogni anno da qui al 2050.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del Rapporto appena presentato, un gruppo di scienziati degli istituti scientifici di punta e, ovviamente, dell’IPCC, tra cui Rockström, Rogelj, Nakicenovic e Meinshausen, indubbiamente le massime autorità mondiali in fatto di cambiamenti globali e climatici, hanno pubblicato su Science un breve, ma non meno impressivo, articolo per presentare quella che chiamano la loro carbon law (scarica l’articolo).

Gli autori vogliono dare una semplificazione netta degli scenari di Parigi che tutti possano facilmente leggere e ricordare a fronte delle elaborazioni esoteriche correnti troppo spesso per addetti ai lavori. Propongono di inquadrare la sfida della decarbonizzazione in termini di una tabella di marcia globale basata su una semplice legge di dimezzamento lordo delle emissioni antropiche di CO2 ogni dieci anni, la “carbon-law”. Accompagnata da una rimozione di carbonio dall’atmosfera di scala adeguata e da uno sforzo di riduzione delle emissioni da uso del suolo, questa progressione porterebbe a zero le emissioni intorno alla metà del secolo, un percorso necessario per limitare il riscaldamento a ben al di sotto dei 2 °C, l'obiettivo di Parigi.

Limitare riscaldamento terrestre a 1,5 °C entro il 2100 con il 50% di probabilità, o a 2 °C con il 66% di probabilità, implica il picco delle emissioni globali entro il 2020 ed emissioni lorde di CO2 che diminuiscono da 40 GtCO2/anno nel 2020, a 24 entro il 2030, 14 al 2040 e 5 al 2050. Dimezzare le emissioni ogni dieci anni è un impegno un po' più severo che limita il carbon budget dal 2017 a fine secolo a circa 700 GtCO2 ma, dicono gli autori,  aggiunge sicurezza a questo percorso. Questa “carbon law” euristica va applicata a tutti i settori in tutti i paesi e a tutte le scale e può servire anche a dare un quadro di maggior chiarezza e ad incoraggiare i governi a farsi carico a breve termine della mitigazione. Significa, per esempio, raddoppiare le quote zero-carbon nel sistema energetico globale ogni 5-7 anni, un tasso che in fondo non è diverso da quello degli ultimi dieci anni. Inoltre, in assenza di alternative valide, occorre portare la capacità di rimozione della CO2 dall’atmosfera da zero ad almeno 0,5 GtCO2/anno nel 2030, 2,5 nel 2040, e 5 entro il 2050. Le emissioni di CO2 da uso del suolo devono diminuire da 4 GtCO2/anno nel 2010 a 2 nel 2030, 1 nel 2040 e fino a zero nel 2050. A fine secolo la concentrazione di CO2 in atmosfera, oggi oltre le 400 ppm, tornerebbe a 380 ppm.

Sono evidenti alcune prime implicazioni necessarie. Intanto gli INDC di Parigi sono insufficienti ed andranno rapidamente aumentati, i sussidi ai combustibili fossili, oggi valutati in 500-600 Mld$, dovranno essere azzerati entro il 2025 e non entro il 2030 come concordato al G7 del 2016, occorre un’immediata moratoria sulla costruzione di nuove centrali a carbone, il sistema europeo ETS deve rapidamente portare il prezzo del carbonio oltre i 50$/t ed entro il 2020 tutte le città e le grandi corporation dovrebbero aver messo in atto la loro strategia  di decarbonizzazione. Infine i 49 paesi già impegnati a essere carbon-neutral entro il 2050 dovrebbero al 2020 diventare più di 100.

Al di là di queste azioni più o meno scontate vanno messi in campo altri sforzi, anche gravosi. Nel 2020, i prezzi del carbonio in tutto il mondo devono coprire tutte le emissioni di gas serra, partendo da 50$/t fino ad oltre 400$/t entro la metà del secolo. L’efficienza energetica da sola potrà ridurre le emissioni del 40-50% intorno al 2030 in molti usi domestici e industriali. Grandi città, seguendo l’impegno già di Copenhagen e Amburgo, dovranno essere fossil-free entro il 2030, dovranno essere fermamente stabiliti dei regimi di mitigazione cap&trade in tutte le scale territoriali ed una adeguata carbon tax, in particolare per i trasporti, anche marittimi ed aerei. Seguendo Norvegia, Germania e Paesi Bassi, molti altri paesi dovrebbero bandire i motori a combustione interna nelle auto nuove al più tardi entro il 2030. Dopo il 2030 tutte le nuove costruzioni dovranno essere carbon-neutral o addirittura negative. La BECCS con biomasse di terza generazione è attesa nella generazione elettrica avere una capacità di rimozione di 1-2 GtCO2 già subito dopo il 2040 per arrivare oltre le 5 GtCO2 al 2050.

In conclusione di questo programma che lascia senza fiato, gli autori chiedono che nella governance globale, la stabilizzazione del clima sia posta alla pari con lo sviluppo economico, i diritti umani, la democrazia e la pace. La progettazione e la realizzazione della roadmap climatica post-Parigi dovrebbe inoltre prendere il centro della scena al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per garantire la stabilità e la resilienza della società e del sistema Terra.

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Giugno 2016: Parigi: una nuova governance per il cambiamento climatico, di Toni Federico

Abstract C’è una crisi climatica in atto che mette in seria discussione l’equilibrio ecologico del pianeta e lo stesso sviluppo economico e sociale così come lo conosciamo. La base scientifica del cambiamento climatico è piuttosto evidente, al di là di ogni inutile polemica: pompando in atmosfera gas serra oltre la resilienza dell’ecosistema atmosfera-oceano, cambiano i flussi di energia riemessi dalla terra che si scalda in misura proporzionale all’aumento dello stock atmosferico di gas ad effetto serra. A Parigi, nel Dicembre 2015, al culmine di un quarto di secolo di trattative in un quadro di governance globale piuttosto incerta, si è finalmente trovato un Accordo in base al quale l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe stare ben al di sotto dei 2° C di anomalia rispetto al periodo preindustriale. (> leggi il testo completo)

 

  

11 settembre 2015: Udienza di Papa Francesco in sostegno della lotta mondiale contro i cambiamenti climatici

 

"Siamo qui per rivolgerle umilmente una preghiera: faccia un messaggio, un suo messaggio, alla Conferenza di Parigi. Noi l'aspettiamo e pensiamo che possa fare da contributo importante affinché abbia un esito positivo e veramente importante per tutti".

 

Con queste parole il Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Edo Ronchi,  ha concluso l'11 settembre nella Sala Clementina  del Vaticano la sua presentazione dei risultati della due giorni del  Convegno sulla giustizia ambientale e i cambiamenti climatici (> ascolta una registrazione di sala della presentazione di Edo Ronchi".

 

La presentazione ha dato spunto alle parole del Santo Padre, che a sua volta ha concluso accogliendo la richiesta di Ronchi "... potete contare sul sostegno mio personale e di tutta la Chiesa, a partire da quello, indispensabile, della preghiera. Fin da ora offro al Signore il nostro comune sforzo, chiedendogli di benedirlo perché l’umanità sappia finalmente dare ascolto al grido della terra - oggi la nostra madre terra è tra i tanti esclusi che gridano al Cielo per un aiuto! La nostra madre terra è un'esclusa! -, anche al grido della terra, nostra madre e sorella e dei più poveri tra coloro che la abitano, e prendersene cura. In questo modo la creazione si avvicinerà sempre di più alla casa comune che l’unico Padre ha immaginato come dono per la famiglia universale delle sue creature". (> leggi il testo dell'allocuzione di Papa Francesco oppure ascolta l'allocuzione).

Il Convegno si è tenuto nella sede vaticana a Roma dell'Istituto Patristico Agostiniano dal 10 all'11 settembre. Il Convegno è documentato per intero nei siti della Fondazione (> vedi) e nel sito creato ad hoc per il Convegno (> vai al sito).

La relazione di apertura della fondazione per lo sviluppo sostenibile è stata tenuta dal Presidente Edo Ronchi (> scarica il testo del documento e le slide della presentazione) che dice: "Dal 1990 al 2014 le emissioni sono cresciute di oltre il 30% e la concentrazione di gas serra ha superato le 400 ppm, la più alta negli ultimi 800 mila anni. La temperatura media è aumentata di 0,85°C dal 1880.Il tasso di crescita annua è passato dalla media dell’1,3% del 1970-2000, al 2,2% del 2000-2010". Le proposte principali sono:

  •  Definire target legalmente vincolanti e periodicamente verificabili che,almeno per i grandi emettitori, siano coerenti con l’obiettivo dei 2°C e con il principio di progressiva convergenza in pro-capite.

  • I Paesi con emissioni pro-capite superiori a 3 tonnellate dovrebbero vietare la costruzione di nuove centrali a carbone e cominciare a chiudere quelle più vecchie e inefficienti. Occorre ridurre anche il consumo di petrolio e non realizzare nuove perforazioni per sfruttare giacimenti petroliferi in zone ecologicamente delicate.

  • I sussidi ai combustibili fossili, che sono alla notevole cifra di 510 mld di dollari nel 2014, vanno eliminati.

  • Andrebbe invece estesa l’introduzione della carbon tax.

Interventi di grande rilievo hanno fatto eco all'introduzione di Ronchi. Nella prima giornata sono intervenuti tra gli altri Lord Nicholas Stern, autore nel 2006 del  Rapporto sull'Economia dei cambiamenti climatici, (> scarica il testo e la presentazione) e Jeffrey Sachs della Columbia University (> scarica la presentazione). Nella seconda giornata, introdotta dal Cardinale Madariaga, è intervenuto il direttore dell'UNEP Achim Steiner (> scarica il testo dell'intervento). Tutti gli interventi sono disponibili nei siti sopra referenziati.

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