Aggiornamento 14-nov-2017

 

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COP 22: Il Partenariato di Marrakech

 

L'ACCORDO DI PARIGI ALLA COP 21 ED IL DOCUMENTO DI DECISIONE

Versione italiana

Versione originale

Il testo negoziale di ingresso alla COP 21 prodotto dai Climate Talks di Bonn in ottobre

Il testo negoziale in uscita da Ginevra  

(finale)

Il Lima Climate Call for Action

Il testo negoziale in uscita da Lima

La dichiarazione congiunta USA - Cina

La Dichiarazione congiunta USA - India

La Durban Platform

IL NEGOZIATO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI

Storia e Cronaca

L'attività del Comitato scientifico per documentare l'andamento dei negoziati sul clima copre tutte le annualità,  dalla COP 13 di Bali 2007 a Parigi 2015 ed ora a Marrakech 2016 e Bonn 2017. Il materiale raccolto è imponente e crescente, pertanto riteniamo opportuno che questa pagina sul negoziato documenti solo l'ultima annualità. Per le attività precedenti i resoconti sono raccolti in altrettanti volumi qui scaricabili in pdf. Scorri la pagina per trovare i documenti anno per anno.

 

Novembre 2017: IISD pubblica un resoconto del negoziato climatico da Bali a Marrakech

 

L'istituto canadese IISD, International Institute for Sustainable Development, ha garantito in questi anni una documentazione puntuale del negoziato sul clima, mettendo a disposizione una redazione forte e competente e potendosi servire del sostegno della Convenzione ONU UNFCCC. Parte della documentazione del nostro sito è stata desunta dai resoconti che l'IISD pubblica entro le 24 ore dagli eventi. Per questo riteniamo prezioso il saggio-resoconto che IISD pubblica col titolo "From Bali to Marrakech: a decade of international climate negotiations" con la presentazione formale di Patricia Espinosa UNFCCC Executive Secretary e di Christiana Figueres che è stata UNFCCC Executive Secretary dal 2010 al 2016, oltre Parigi (in figura).

Si tratta di un lavoro collettivo, accurato e prezioso. Se i testi dei resoconti IISD possono essere apparsi, cossì come i nostri stessi resoconti, un po' troppo per addetti ai lavori, questo libro, per stare a quanto gli stessi autori dichiarano, mette il lettore in condizione di seguire l'evolversi del negoziato piuttosto che  documentare in profondità la gran parte del lavoro di implementazione in corso. Il rapporto IISD  sottolinea come la negoziazione di un nuovo accordo per la sostituzione del Protocollo di Kyoto ha dominato il panorama negoziale in questo decennio benché i negoziati per estendere e sostituire il Protocollo di Kyoto siano stati solo uno degli enormi ostacoli da superare  per dare finalmente una governance al clima globale .

Per tutto questo periodo sono proseguiti i lavori per l'attuazione della Convenzione e del Protocollo di Kyoto. Sono state create istituzioni nuove, come in particolare il Green Climate Fund. Nuove idee hanno preso forma, come quelle relativo a REDD+, lo strumento di governo dei cambiamenti di uso del suolo, la questione della parità di genere e querlla del riconoscimento delle perdite e dei danni causati dal cambiamento climatico ai paesi più esposti. Tutto ciò ha modificato i modi in cui i negoziatori discutono e affrontano il cambiamento climatico alle riunioni delle Nazioni Unite e nel loro privato. Gran parte di questo lavoro ha avuto luogo negli organismi sussidiari - il SBI, Subsidiary Body for Implementation e il SBSTA, Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice.  Pur non volendo sminuire l'importanza del lavoro dei due organi sussidiari, i loro sforzi, sebbene importanti, hanno spesso ricevuto meno attenzione dei negoziati mainstream per un accordo giuridicamente vincolante che,  iniziati a Bali nel 2007, dopo la grave battuta d'arresto di Copenhagen nel 2009, si sono finalmente conclusi a Parigi nel 2015, come le nostre pagine documentano a fondo.

Imparare dalla storia per informare il futuro è la ragione principale di questa pubblicazione IISD.  L'accordo di Parigi delle Nazioni Unite si può dire oggi che sta ricevendo un inequivocabile e forte sostegno dalla comunità degli affari, dalla società civile e dalla maggior parte dei governi. Comprendere come il mondo ha lavorato insieme per creare, ricreare e implementare regole per affrontare  il cambiamento del clima può, speriamo, aiutare coloro che lavorano per garantire un futuro sostenibile per l'umanità. Il team IISD promette che il proprio impegno non verrà meno nel futuro a sostegno di questo sforzo.

 

Novembre 2016: Chiusa la COP 22 di Marrakesh in un clima avvelenato dall'elezione di Donald Trump

“Nessuno può fermare l’azione globale per il clima e “L’azione pre-2020 deve essere rafforzata e accelerata”. Con queste parole d’ordine si è conclusa il 18 di novembre 2016, ad un anno dall’Accordo di Parigi, la 22° Conferenza delle Parti della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici. Quali sono i passi in avanti concreti, se ci sono stati, al di là della grande preoccupazione per il possibile cedimento degli Stati Uniti?

 

 

Per uno strano gioco del destino i delegati della COP 22 si sono trovati a Marrakech per rendere operativo l’Accordo di Parigi, la stessa città dove si tentò 15 anni fa di avviare l’attuazione del Protocollo di Kyoto, che andò come sappiamo. Coincidenza infausta. L’euforia dei primi giorni per la ratifica straordinariamente tempestiva dell’Accordo di Parigi è naufragata pochi giorni dopo nella preoccupazione per l’elezione di Donald Trump, forse il peggiore dei negazionisti, certo il più pericoloso, alla Casa Bianca. Ebbene, che lo si voglia o no, Trump è stato il protagonista della COP 22 e resocontare su questo evento rischia di diventare una cronaca delle congetture fiorite a Marrakech sul ruolo futuro degli Stati Uniti.

Per molti aspetti il mondo è politicamente ed economicamente molto diverso da quello che era 15 anni fa. L'Accordo di Parigi è entrato in vigore, fornendo certezza al lavoro dei delegati che devono preparare il “Libro delle regole” dell’accordo ed eliminando la possibilità che alcuni paesi possano richiedere concessioni e indebolire il Trattato. Gli Stati Uniti non sono più il maggior emettitore del mondo. Economicamente, l’energia rinnovabile, in diversi paesi sviluppati e in via di sviluppo, compete ormai come prezzo e capacità tecnologica con i combustibili fossili. Questa da sola è più che una ragione che ha spinto un gran numero di multinazionali a scegliere la strada dello sviluppo low carbon, una scelta di strategia su cui Trump non potrà fare molto. Dal Marocco le prese di posizione di 360 imprese sono arrivate chiare, molte di loro erano state finanziatrici della campagna dei repubblicani negli Stati Uniti.. Il timore non è che queste cambino idea, ma che Trump possa invertire il trend recente degli Stati Uniti favorendo le produzioni più inquinanti e ostacolando lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Ma c’è il resto del mondo e il mercato è ormai definitivamente globale. Con l’inizio della operatività del sistema cap&trade nazionale cinese, nel marzo 2017, il 60% del prodotto interno lordo del mondo includerà un prezzo del carbonio.

Dalla COP 22 ci si aspettavano due cose: dimostrare che la Convenzione è in grado di dare concretezza allo a slancio generato da Parigi come è avvenuto a Kigali con l’emendamento del Protocollo di Montreal che ha messo al bando gli idrofluorocarburi (HFC), potenti gas serra, o con il nuovo meccanismo di compensazione delle emissioni di carbonio dal settore dell'aviazione civile internazionale (ICAO). C’era poi da avviare un imponente lavoro tecnico per il completamento accelerato delle modalità, procedure e linee guida che renderanno l'accordo di Parigi implementabile. È difficile rendicontare di progressi significativi a fronte di un lavoro tecnico ancora troppo preliminare. COP 22 è riuscita a creare un senso di urgenza e di responsabilità per la messa a punto di un “Libro delle regole” che dovrà essere concluso per il 2018 come termine ultimo: un anno in meno di quanto molti avevano previsto a Parigi, ma un anno in più di quanto richiesto dai paesi meno sviluppati e più vulnerabili che sostengono l'adozione delle decisioni quando sono pronte, per evitare l’attesa della decisione dell’ultima regola e la pubblicazione del Libro. La storia dice che per le regole di Kyoto ci sono voluti tre anni e la convocazione di una COP supplementare ad-hoc. I delegati a Marrakech si sono fatti effettivamente carico di un lavoro tecnico accelerato, ma i segnali di natura politico-economica attesi dalla seconda settimana ministeriale sono piuttosto quelli che vengono dall’esterno della COP 22.

La Presidenza marocchina ha invitato e ospitato circa 50 capi di Stato e di governo e ha convocato molti eventi di alto livello, tra cui una iniziativa per accelerare l'azione sui finanziamenti per il clima. È stata inoltre rafforzata l’Agenda d'azione globale per il clima, lanciata nel 2014 con lo scopo di catalizzare l'azione pubblica, privata e della società civile pre-2020 mediante il lancio del Partenariato di Marrakech, che mira a concretizzare l'agenda e dare una roadmap per l'azione 2017-2020. Molti paesi hanno infatti lamentato che, nonostante l'Accordo di Parigi in vigore, l’emendamento Doha del 2012 non ha ancora una ratifica e le parti non hanno negoziato il nuovo accordo per migliorare l’azione pre-2020 ai sensi del Protocollo di Kyoto. Per i paesi in via di sviluppo, questa è stata una promessa ancora non onorata. Il documento è stato ridotto nel corso della seconda settimana da quattro ad una sola pagina che ribadisce l’Accordo di Parigi nelle sue parti meno controverse. Voluto dal paese ospitante, vuole evitare che l’eredità di Marrakech sia solo quella dei piccoli passi in avanti sull’implementazione tecnica di Parigi.

Nei fatti gli incontri ad alto livello sono stati un campionario di perorazioni dei governi, delle imprese e della società civile contro un probabile “trumpismo” climatico negli anni avvenire. Sul concetto di irreversibilità dell’Accordo di Parigi si sono spesi Ban Ki-moon, alla sua ultima COP, Patricia Espinosa, alla sua prima ed anche l’inviato speciale obamiano per i Cambiamenti climatici Jonathan Pershing, per cui questa potrebbe essere l’ultima. Secondo tutti loro la rapida entrata in vigore dell'Accordo di Parigi lo renderebbe a prova di Trump in quanto una volta entrato in vigore vi è un periodo di attesa di tre anni per qualsiasi paese che intenda ritirarsi, seguito da un anno prima che il ritiro abbia effetto. Non è pero chi non abbia visto, tra i delegati, che un conto è non ritirarsi, altro è coinvolgersi attivamente nell’azione climatica. John Kerry, segretario di Stato americano, infine pessimisticamente ha detto che "nessuno ha il diritto di prendere decisioni basate esclusivamente sulla ideologia per conto di miliardi di persone". Un elemento su cui hanno fatto leva tutti è che la politica di Trump consegnerebbe la leadership mondiale della green economy nelle mani della Cina e con essa tutti i vantaggi del mercato … e del prestigio, anche perché ora, a differenza dei tempi di Kyoto, tutti gli emettitori, grandi e piccoli, aziende e società civile, sono dentro l’Accordo, quello che per anni aveva chiesto l’altro Presidente negazionista Bush figlio, l’affossatore di Kyoto.

Ha finito per passare in secondo piano l’elemento di maggiore importanza nella dinamica globale del clima, cioè che a conti fatti gli impegni attuali (INDC) sono inadeguati a rimanere al di sotto di 2 °C a fine secolo e a colmare il divario delle emissioni stimato in 12-14 GtCO2eq, pari ad un quindicennio delle emissioni delle auto in Europa. Parzialmente consolatorio è risultato l’annuncio che il Fondo per l’adattamento ha ricevuto contributi per il 2016 di 81 milioni di dollari, superando il suo obiettivo di raccolta fondi.

Tornando alle tecnicalità interne all’Accordo di Parigi, Marrakech ha registrato discreti progressi nella definizione del Libro delle regole da scrivere entro il 2018 e per la gestione delle cosiddette "questioni orfane”, come l'articolo 12 (istruzione, formazione e sensibilizzazione del pubblico), che non erano ancora state esplicitamente incluse nelle agende degli organi della Convenzione. Nuovi elementi di chiarezza sono stati forniti sui preparativi per il dialogo facilitante del 2018, che dovrà fare avanzare l’ambizione dell’Accordo di Parigi e orientare la preparazione degli NDC, la versione aggiornata degli INDC alla luce degli obiettivi e del Rapporto sullo scenario a 1,5 °C che l’IPCC sta preparando. Progressi sono stati compiuti durante la prima settimana della conferenza su vari elementi di merito, vale a dire la mitigazione, l'adattamento, la trasparenza, lo stocktake globale del 2023, l'implementazione e la conformità, e altre questioni relative all'attuazione. Proficuo anche il lavoro degli organi tecnici SBI e SBSTA, su una serie di questioni come la capacitazione, le perdite e i danni per i quali è stato approvato un Piano di lavoro quinquennale a partire dal 2017, la trasparenza e la contabilità dei contributi pubblici ai paesi in via di sviluppo. Si poteva fare di più, dicono molti, anche perché il negoziato non è andato avanti nella settimana ministeriale pur essendo tutti i delegati ancora a Marrakech.

Nella realtà poi i delegati stessi dichiaravano per lo più di non essere ancora pronti a discutere le regole e che preferivano per ora i piccoli passi. Nella discussione in APA, il Ad Hoc Working Group on the Paris Agreement, non poteva che evidenziarsi il perdurare delle contraddizioni pur sempre ancora presenti alla conclusione di Parigi, in particolare la non chiara differenziazione delle responsabilità tra paesi con livelli di sviluppo diversi, la troppo diversa attenzione ai periodi pre e post 2020 che preoccupa i paesi che temono che l’atteggiamento dei paesi sviluppati sia meramente dilatorio, la portata non ben definita degli NDC, ora che è chiaro che gli INDC non sono adeguati agli obiettivi dell’Accordo, se registrali in maniera separata o unitaria, come dare lo spazio necessario all’adattamento, compito per ora mal supportato negli INDC anche se si è raggiunto l’accordo che tutti i Paesi dovranno rendicontare sull’adattamento entro i primi cinque mesi del 2017, i flussi dei finanziamenti e delle tecnologie ed altro ancora.

A Conferenza chiusa dobbiamo ammettere che le aspettative per quanto riguarda i progressi a Marrakech sono state, forse ingiustamente, esaltate dalla rapida entrata in vigore dell'Accordo di Parigi, e sono ulteriormente cresciute per la necessità di inviare forti segnali di unità e determinazione data l'incertezza causata dai risultati delle elezioni americane. Un'altra lezione appresa è che in tempi di incertezza il mondo guarda ad una nuova leadership. Alla COP 7, nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti usciti dal Protocollo di Kyoto, la leadership fu dell'UE che riuscì a portare dentro Canada, Giappone e Federazione Russa. Con un vuoto di leadership in arrivo, molti stanno scrutando i segni di una nuova guida. Saranno i grandi player, vale a dire la Cina e l'UE, a portare avanti l’azione per il clima? L’Europa francamente non ci sembra godere di buona salute. La Cina, pur da sempre leader indiscusso dei paesi in via di sviluppo e dotata di capacità, prestigio e forza economica, non è un paese democratico e finora avrebbe badato piuttosto alle proprie convenienze, ma resta il candidato d’elezione: una vera rivoluzione. Intanto 48 paesi membri del Forum vulnerabili si sono impegnati ad avere il 100% dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2050. Può essere un segno di spostamento della leadership verso i paesi di piccole dimensioni e grandi in ambizione. Sembra poco probabile. L’incredibile è che a metà della seconda settimana il vice ministro degli Esteri cinese, Liu Zhenmin, ha dovuto dichiarare che il suo paese non ha inventato il cambiamento climatico per ingannare gli Stati Uniti, secondo l’accusa elettorale di Trump. Se si guarda alla storia dei negoziati sul cambiamento climatico, ha detto Liu, l’IPCC è nato con il sostegno dei repubblicani durante l'amministrazione di Reagan e del Bush senior alla fine degli anni 1980. Siamo al punto che la Cina deve garantire agli Stati Uniti che il cambiamento climatico è un fatto serio e certo quando, fino a ieri, erano gli Stati Uniti ad accusare la Cina di approfittare del suo status di esente da obblighi di mitigazione ai sensi della Convenzione pre-Parigi.

Tutti i documenti della COP 22 si possono scaricare dalla pagina dedicata del sito dell’UNFCCC. Intanto apprendiamo che la COP 23 sarà presieduta dalle Isole Fiji ma ospitata dalla Germania a Bonn, perché il piccolo Stato non ha proprie strutture e capacità.

 

Novembre 2016: LA COP 22 di MARRAKECH

Per uno strano gioco del destino i delegati della COP 22 si sono trovati a Marrakech per rendere operativo l’Accordo di Parigi, la stessa città dove si tentò 15 anni fa di avviare l’attuazione del Protocollo di Kyoto, che andò come sappiamo. Coincidenza infausta. L’euforia dei primi giorni per la ratifica straordinariamente tempestiva dell’Accordo di Parigi è naufragata pochi giorni dopo nella preoccupazione per l’elezione di Donald Trump, forse il peggiore dei negazionisti, certo il più pericoloso, alla Casa Bianca. Ebbene, che lo si voglia o no, Trump è stato il protagonista della COP 22 e resocontare su questo evento rischia di diventare una cronaca delle congetture fiorite a Marrakech sul ruolo futuro degli Stati Uniti.

Per molti aspetti il mondo è politicamente ed economicamente molto diverso da quello che era 15 anni fa. L'Accordo di Parigi è entrato in vigore, fornendo certezza al lavoro dei delegati che devono preparare il “Libro delle regole” dell’accordo ed eliminando la possibilità che alcuni paesi possano richiedere concessioni e indebolire il Trattato. Gli Stati Uniti non sono più il maggior emettitore del mondo. Economicamente, l’energia rinnovabile, in diversi paesi sviluppati e in via di sviluppo, compete ormai come prezzo e capacità tecnologica con i combustibili fossili. Questa da sola è più che una ragione che ha spinto un gran numero di multinazionali a scegliere la strada dello sviluppo low carbon, una scelta di strategia su cui Trump non potrà fare molto. Dal Marocco le prese di posizione di 360 imprese sono arrivate chiare, molte di loro erano state finanziatrici della campagna dei repubblicani negli Stati Uniti.. Il timore non è che queste cambino idea, ma che Trump possa invertire il trend recente degli Stati Uniti favorendo le produzioni più inquinanti e ostacolando lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Ma c’è il resto del mondo e il mercato è ormai definitivamente globale. Con l’inizio della operatività del sistema cap&trade nazionale cinese, nel marzo 2017, il 60% del prodotto interno lordo del mondo includerà un prezzo del carbonio.

Dalla COP 22 ci si aspettavano due cose: dimostrare che la Convenzione è in grado di dare concretezza allo a slancio generato da Parigi come è avvenuto a Kigali con l’emendamento del Protocollo di Montreal che ha messo al bando gli idrofluorocarburi (HFC), potenti gas serra, o con il nuovo meccanismo di compensazione delle emissioni di carbonio dal settore dell'aviazione civile internazionale (ICAO). C’era poi da avviare un imponente lavoro tecnico per il completamento accelerato delle modalità, procedure e linee guida che renderanno l'accordo di Parigi implementabile. È difficile rendicontare di progressi significativi a fronte di un lavoro tecnico ancora troppo preliminare. COP 22 è riuscita a creare un senso di urgenza e di responsabilità per la messa a punto di un “Libro delle regole” che dovrà essere concluso per il 2018 come termine ultimo: un anno in meno di quanto molti avevano previsto a Parigi, ma un anno in più di quanto richiesto dai paesi meno sviluppati e più vulnerabili che sostengono l'adozione delle decisioni quando sono pronte, per evitare l’attesa della decisione dell’ultima regola e la pubblicazione del Libro. La storia dice che per le regole di Kyoto ci sono voluti tre anni e la convocazione di una COP supplementare ad-hoc. I delegati a Marrakech si sono fatti effettivamente carico di un lavoro tecnico accelerato, ma i segnali di natura politico-economica attesi dalla seconda settimana ministeriale sono piuttosto quelli che vengono dall’esterno della COP 22.

La Presidenza marocchina ha invitato e ospitato circa 50 capi di Stato e di governo e ha convocato molti eventi di alto livello, tra cui una iniziativa per accelerare l'azione sui finanziamenti per il clima. È stata inoltre rafforzata l’Agenda d'azione globale per il clima, lanciata nel 2014 con lo scopo di catalizzare l'azione pubblica, privata e della società civile pre-2020 mediante il lancio del Partenariato di Marrakech, che mira a concretizzare l'agenda e dare una roadmap per l'azione 2017-2020. Molti paesi hanno infatti lamentato che, nonostante l'Accordo di Parigi in vigore, l’emendamento Doha del 2012 non ha ancora una ratifica e le parti non hanno negoziato il nuovo accordo per migliorare l’azione pre-2020 ai sensi del Protocollo di Kyoto. Per i paesi in via di sviluppo, questa è stata una promessa ancora non onorata. Il documento è stato ridotto nel corso della seconda settimana da quattro ad una sola pagina che ribadisce l’Accordo di Parigi nelle sue parti meno controverse. Voluto dal paese ospitante, vuole evitare che l’eredità di Marrakech sia solo quella dei piccoli passi in avanti sull’implementazione tecnica di Parigi.

Nei fatti gli incontri ad alto livello sono stati un campionario di perorazioni dei governi, delle imprese e della società civile contro un probabile “trumpismo” climatico negli anni avvenire. Sul concetto di irreversibilità dell’Accordo di Parigi si sono spesi Ban Ki-moon, alla sua ultima COP, Patricia Espinosa, alla sua prima ed anche l’inviato speciale obamiano per i Cambiamenti climatici Jonathan Pershing, per cui questa potrebbe essere l’ultima. Secondo tutti loro la rapida entrata in vigore dell'Accordo di Parigi lo renderebbe a prova di Trump in quanto una volta entrato in vigore vi è un periodo di attesa di tre anni per qualsiasi paese che intenda ritirarsi, seguito da un anno prima che il ritiro abbia effetto. Non è pero chi non abbia visto, tra i delegati, che un conto è non ritirarsi, altro è coinvolgersi attivamente nell’azione climatica. John Kerry, segretario di Stato americano, infine pessimisticamente ha detto che "nessuno ha il diritto di prendere decisioni basate esclusivamente sulla ideologia per conto di miliardi di persone". Un elemento su cui hanno fatto leva tutti è che la politica di Trump consegnerebbe la leadership mondiale della green economy nelle mani della Cina e con essa tutti i vantaggi del mercato … e del prestigio, anche perché ora, a differenza dei tempi di Kyoto, tutti gli emettitori, grandi e piccoli, aziende e società civile, sono dentro l’Accordo, quello che per anni aveva chiesto l’altro Presidente negazionista Bush figlio, l’affossatore di Kyoto.

Ha finito per passare in secondo piano l’elemento di maggiore importanza nella dinamica globale del clima, cioè che a conti fatti gli impegni attuali (INDC) sono inadeguati a rimanere al di sotto di 2 °C a fine secolo e a colmare il divario delle emissioni stimato in 12-14 GtCO2eq, pari ad un quindicennio delle emissioni delle auto in Europa. Parzialmente consolatorio è risultato l’annuncio che il Fondo per l’adattamento ha ricevuto contributi per il 2016 di 81 milioni di dollari, superando il suo obiettivo di raccolta fondi.

Tornando alle tecnicalità interne all’Accordo di Parigi, Marrakech ha registrato discreti progressi nella definizione del Libro delle regole da scrivere entro il 2018 e per la gestione delle cosiddette "questioni orfane”, come l'articolo 12 (istruzione, formazione e sensibilizzazione del pubblico), che non erano ancora state esplicitamente incluse nelle agende degli organi della Convenzione. Nuovi elementi di chiarezza sono stati forniti sui preparativi per il dialogo facilitante del 2018, che dovrà fare avanzare l’ambizione dell’Accordo di Parigi e orientare la preparazione degli NDC, la versione aggiornata degli INDC alla luce degli obiettivi e del Rapporto sullo scenario a 1,5 °C che l’IPCC sta preparando. Progressi sono stati compiuti durante la prima settimana della conferenza su vari elementi di merito, vale a dire la mitigazione, l'adattamento, la trasparenza, lo stocktake globale del 2023, l'implementazione e la conformità, e altre questioni relative all'attuazione. Proficuo anche il lavoro degli organi tecnici SBI e SBSTA, su una serie di questioni come la capacitazione, le perdite e i danni per i quali è stato approvato un Piano di lavoro quinquennale a partire dal 2017, la trasparenza e la contabilità dei contributi pubblici ai paesi in via di sviluppo. Si poteva fare di più, dicono molti, anche perché il negoziato non è andato avanti nella settimana ministeriale pur essendo tutti i delegati ancora a Marrakech.

Nella realtà poi i delegati stessi dichiaravano per lo più di non essere ancora pronti a discutere le regole e che preferivano per ora i piccoli passi. Nella discussione in APA, il Ad Hoc Working Group on the Paris Agreement, non poteva che evidenziarsi il perdurare delle contraddizioni pur sempre ancora presenti alla conclusione di Parigi, in particolare la non chiara differenziazione delle responsabilità tra paesi con livelli di sviluppo diversi, la troppo diversa attenzione ai periodi pre e post 2020 che preoccupa i paesi che temono che l’atteggiamento dei paesi sviluppati sia meramente dilatorio, la portata non ben definita degli NDC, ora che è chiaro che gli INDC non sono adeguati agli obiettivi dell’Accordo, se registrali in maniera separata o unitaria, come dare lo spazio necessario all’adattamento, compito per ora mal supportato negli INDC anche se si è raggiunto l’accordo che tutti i Paesi dovranno rendicontare sull’adattamento entro i primi cinque mesi del 2017, i flussi dei finanziamenti e delle tecnologie ed altro ancora.

A Conferenza chiusa dobbiamo ammettere che le aspettative per quanto riguarda i progressi a Marrakech sono state, forse ingiustamente, esaltate dalla rapida entrata in vigore dell'Accordo di Parigi, e sono ulteriormente cresciute per la necessità di inviare forti segnali di unità e determinazione data l'incertezza causata dai risultati delle elezioni americane. Un'altra lezione appresa è che in tempi di incertezza il mondo guarda ad una nuova leadership. Alla COP 7, nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti usciti dal Protocollo di Kyoto, la leadership fu dell'UE che riuscì a portare dentro Canada, Giappone e Federazione Russa. Con un vuoto di leadership in arrivo, molti stanno scrutando i segni di una nuova guida. Saranno i grandi player, vale a dire la Cina e l'UE, a portare avanti l’azione per il clima? L’Europa francamente non ci sembra godere di buona salute. La Cina, pur da sempre leader indiscusso dei paesi in via di sviluppo e dotata di capacità, prestigio e forza economica, non è un paese democratico e finora avrebbe badato piuttosto alle proprie convenienze, ma resta il candidato d’elezione: una vera rivoluzione. Intanto 48 paesi membri del Forum vulnerabili si sono impegnati ad avere il 100% dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2050. Può essere un segno di spostamento della leadership verso i paesi di piccole dimensioni e grandi in ambizione. Sembra poco probabile. L’incredibile è che a metà della seconda settimana il vice ministro degli Esteri cinese, Liu Zhenmin, ha dovuto dichiarare che il suo paese non ha inventato il cambiamento climatico per ingannare gli Stati Uniti, secondo l’accusa elettorale di Trump. Se si guarda alla storia dei negoziati sul cambiamento climatico, ha detto Liu, l’IPCC è nato con il sostegno dei repubblicani durante l'amministrazione di Reagan e del Bush senior alla fine degli anni 1980. Siamo al punto che la Cina deve garantire agli Stati Uniti che il cambiamento climatico è un fatto serio e certo quando, fino a ieri, erano gli Stati Uniti ad accusare la Cina di approfittare del suo status di esente da obblighi di mitigazione ai sensi della Convenzione pre-Parigi.

Tutti i documenti della COP 22 si possono scaricare dalla pagina dedicata del sito dell’UNFCCC. Intanto apprendiamo che la COP 23 sarà presieduta dalle Isole Fiji ma ospitata dalla Germania a Bonn, perché il piccolo Stato non ha proprie strutture e capacità.

 

2015: COP 21, L'ACCORDO DI PARIGI

Il testo integrale dell'Accordo è qui disponibile in lingua italiana assieme al documento delle decisioni. Tutta la vicenda futura della lotta ai cambiamenti climatici si svolgerà attorno ai contenuti di questo articolo dell'Accordo:

 

Articolo 2

1.    Questo Accordo, nel rafforzare l’implementazione della Convenzione, inclusi i suoi obiettivi, mira a rafforzare la risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico, nel contesto dello sviluppo sostenibile e degli sforzi per sradicare la povertà, incluso attraverso:

a)    il contenimento dell’incremento della temperatura media globale molto al di sotto dei 2 °C sopra i livelli pre-industriali (to well below 2 °C above pre-industrial levels) perseguendo tutti gli sforzi per limitare l’incremento della temperatura media globale a 1,5 °C al di sopra dei livelli pre-industriali, riconoscendo che questo ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico;

b)    l’incremento della capacità di adattamento agli impatti avversi del cambiamento climatico e il rafforzamento della resilienza climatica e di uno sviluppo a basse emissioni di gas serra in una modalità che non minacci la produzione di cibo;

c)     la coerenza dei flussi finanziari con i percorsi verso uno sviluppo resiliente a basse emissioni.

2.    Questo Accordo sarà implementato in modo da garantire l’equità e riflettere il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e le capacità specifiche, alla luce dei diversi contesti nazionali.

 

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2015: LA COP 21 E LE ATTIVITà PREPARATORIE

Volume III - COP 21

 

INDICE:

LA COP 21 ORA PER ORA

Sabato 12 Dicembre, ore 19:30. Si chiude la COP 21 con l'approvazione per acclamazione del Patto di Parigi

Sabato 12 Dicembre, ore 11. Il Comitè de Paris consegna il testo finale del Patto di Parigi

LA PREPARAZIONE DELLA COP 21 DI PARIGI

I climate Talks di Bonn-3, ottobre 2015

I climate Talks di Bonn-2, settembre 2015

I Climate Talks di Ginevra, Febbraio 2015

2015, Febbraio - Ginevra. Resoconti dei "Climate talks"

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Ruolo e responsabilità della COP 21

La ventunesima Conferenza delle Parti. I governi di più di 190 nazioni vanno a Parigi per discutere un nuovo accordo globale sui cambiamenti climatici, per ridurre le emissioni antropogeniche globali di gas serra ed evitare la minaccia di cambiamenti irreversibili del clima. Ma a Parigi c’è il terrore e la guerra. Non ce lo saremmo mai aspettato ma la COP 21 è blindata, le manifestazioni vietate e gli ambientalisti obbligati agli arresti domiciliari.

 Ci saranno Barack Obama degli Stati Uniti, Xi Jinping della Cina, Narendra Modi dell’India, Angela Merkel, David Cameron e anche Matteo Renzi. A differenza dei colloqui di Copenaghen,  in cui i leader mondiali sono arrivati all'ultimo minuto delle due settimane di colloqui, per trovare i loro team negoziali nel caos e senza un accordo chiaro per consentire loro di firmare, questa volta i leader arriveranno all'inizio della conferenza e potranno dare ai loro team negoziali istruzioni chiare per un accordo definitivamente strutturato alla fine delle due settimane. Lunedì mattina la Presidenza francese aprirà la conferenza con una sessione riservata ai capi di stato, un “leaders event” sollecitato dal governo francese, e guidato dal ministro degli Esteri Laurent Fabius, Presidente della COP 21, e dal ministro dell'ambiente Ségolène Royal. Certo è che negli incontri bilaterali si parlerà di terrorismo più che di clima. La speranza è che la gravità del contesto porti a risultati per l’uno e per l’altro.

Sappiamo che se le emissioni di gas a effetto serra continueranno ad aumentare, passeremo la soglia oltre la quale il riscaldamento globale diventa catastrofico e irreversibile. Tale soglia è stimata probabilisticamente ad un aumento della temperatura superficiale media terrestre a fine secolo di 2 °C di sopra dei livelli pre-industriali, mentre sulle traiettorie delle emissioni attuali ci stiamo dirigendo verso un aumento di circa 5 °C, la differenza di temperatura tra il mondo di oggi e l'ultima era glaciale.

Nonostante un apparente rallentamento del riscaldamento terrestre le temperature continuano a salire, smentendo i proclami degli scettici, ormai pochi ma agguerriti e ben finanziati. I record termici degli ultimi mesi confermano purtroppo che le variazioni osservate nei ritmi di crescita non sono statisticamente significative.

Per invertire questa tendenza occorre il contributo di tutti, in parziale contraddizione con quelli che sono stati i primi passi della Convenzione climatica alle COP di Berlino e di Kyoto. Quel mondo diviso in due, tra poveri e ricchi, Nord e Sud, Paesi obbligati ed esentati dall’abbattere le emissioni non esiste più. Ma raggiungere un accordo tra 196 paesi sarà mai facile, come abbiamo visto nel 2009 a Copenhagen, dove la COP fu accompagnata da attese paragonabili a quelle di oggi per Parigi, dove c’era il nuovo Presidente americano e un nuovo Patto si prevedeva che sarebbe stato scritto. A distanza di sei anni ed altrettante COP, un osservatore da lontano potrebbe dire che siamo allo stesso punto. Abbiamo invece ragione di credere che il lungo e logorante lavoro di questi anni darà i suoi frutti, anche sotto la spinta dei sempre più frequenti disastri climatici che colpiscono tutti, anche i più tiepidi come la Federazione Russa.

Come si legge sul Guardian il Protocollo di Kyoto è stato un trattato internazionale ben scritto, a tenuta stagna, completamente giuridicamente vincolante, un trattato sotto la Convenzione climatica di Rio de Janeiro, essa stessa vincolante. Ma non ha raggiunto i suoi obiettivi, perché non è stato ratificato dagli Stati Uniti, e perché la Russia gli ha dato il via quando forse era troppo tardi. E nessuno dei paesi che non hanno rispettato i loro impegni assunti nel quadro di Kyoto è stato sanzionato né lo sarà mai. Il disimpegno dei paesi non Annesso 1 si è inoltre rivelato una applicazione restrittiva e controproducente del Principio delle responsabilità comuni ma differenziate che non si è ancora riusciti a rimontare adeguatamente.

Il peso di un accordo a Parigi, questo lo si sa, ricadrà finalmente su tutti i paesi in modo proporzionato, ma il successo della lotta al cambiamento  climatico dipende dai grandi emettitori. L'UE taglierà le proprie emissioni del 40%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030. Gli Stati Uniti ridurranno le emissioni del 26-28%, rispetto ai livelli del 2005, entro il 2025. La Cina porterà le sue emissioni al picco entro il 2030. La diplomazia climatica ha adottato per Parigi un approccio bottom-up che è quanto di più  lontano ci possa essere da un impegno globale vincolante. Anzi si è chiesto ad ogni paese di fare la sua proposta e inviarla alla Convenzione con un formato che conosciamo con l’acronimo INDC. Il cambio di tattica ha avuto successo: nazioni responsabili di oltre il 90% delle emissioni globali di oggi hanno inviato i loro INDC con i loro obiettivi. Ci sono tutti i principali paesi sviluppati e in via di sviluppo, anche se il loro contributo è alquanto differenziato: nel caso dei paesi sviluppati si sono richiesti tagli effettivi delle emissioni, ma per i paesi in via di sviluppo il discorso si è articolato in una serie di obiettivi tra cui certamente l’abbattimento delle emissioni rispetto al business as usual, ma anche impegni per aumentare l'energia a basse emissioni, per l’adattamento e per preservare le foreste.

Le analisi degli INDC approvati dalle Nazioni Unite, che presentiamo in altra parte di questa stessa pagina, dicono che questi impegni volontari sarebbero sufficienti a tenere il mondo a circa 2.7-3 °C dell’anomalia termica terrestre. Non è sufficiente senza impegni vincolanti a rispettare le proposte, a non retrocedere da esse (backsliding) ed anzi a istituire un sistema di revisione in avanti degli obiettivi di emissione ogni cinque anni, tutti elementi chiave di qualsiasi accordo di Parigi.

Parigi lancerà poi un appello universale al di fuori della cerchia delle sue competenze, rivolto alla società civile e alle imprese affinché le città, i governi locali e le imprese stesse diano il loro contributo alla mitigazione. Qui siamo certi, leggendo i movimenti in atto in tutto il mondo, che questa chiamata di corresponsabilità avrà successo.

L'altra questione chiave è il finanziamento. I paesi più poveri vogliono che si fornisca loro aiuto per investire in tecnologie pulite, per ridurre le loro emissioni di gas serra, e per adattare il loro territorio ai più che probabili danni del cambiamento climatico. Si tratta di un problema estremamente controverso. A Copenaghen, i paesi donatori hanno deciso di erogare 30 miliardi US$ all’anno come  assistenza finanziaria "fast-start” ai paesi poveri, e hanno dichiarato che entro il 2020 , avrebbero portato i flussi finanziari ad almeno  100 miliardi  di US$ l'anno. Come pietra angolare di qualsiasi accordo di Parigi, i paesi poveri vogliono assicurazioni che questo impegno sarà coperto. Vogliono anche che i danni climatici (Loss and Damage) siano risarciti con fondi ulteriori e che si diano garanzie per gli anni oltre il 2020. Ci sono valutazioni moderatamente ottimistiche. Vedremo. Certo è che finora l’impegno non è stato confermato ed anzi si è chiesto che non solo i paesi ricchi, ma tutti contribuiscano con la formula “qualora siano in condizioni di farlo”.

Il cambiamento climatico aumenta il rischio degli eventi estremi come tempeste, siccità e inondazioni, precipitazioni ricorrenti e cambiamenti a lungo termine delle temperature e dei livelli del mare. Sarebbe un errore limitare le valutazioni d'impatto alla natura ed alle infrastrutture, perché il cambiamento climatico interessa una gamma di questioni relative allo sviluppo sostenibile molto più ampia come la salute, la sicurezza alimentare, l'occupazione, i redditi e le condizioni di vita, l'uguaglianza di genere, l’istruzione, le abitazioni, la povertà e la mobilità.

I disastri legati al clima interessano già oltre 200 milioni di persone ogni anno. Per gli oltre due miliardi e mezzo di persone che vivono con meno di 2$/die, le crisi climatiche possono innescare temibili spirali di sottosviluppo. Persone e paesi ad alto reddito possono far fronte agli shock attraverso assicurazioni private, vendendo beni o impegnando risorse economiche. I poveri possono solo ridurre i consumi, l'alimentazione, rinunciare alla cura delle malattie, all’istruzione dei bambini o vendere risorse da cui dipende la loro sopravvivenza.

Emissioni pro-capite di CO2 nel mondo (fonte: IEA WEO 2015)

Gli impatti sulla salute sono causati dal degrado ambientale dell’aria, dell’acqua potabile, del cibo e delle abitazioni. In forma acuta sono causati dalle ondate di calore, da inondazioni e siccità, dalle tempeste tropicali, da inattese forme di infezioni. Aggravano inoltre la cronica scarsità  d'acqua, la malnutrizione, lo stress psicosociale, gli spostamenti, le migrazioni e i conflitti. È stato stimato che entro il 2004, il modesto riscaldamento in corso dal 1970 aveva già provocato oltre 140 000 vittime in più all'anno. Il cambiamento climatico può contribuire alla diffusione del virus HIV, a causa della crescente povertà e degli spostamenti delle popolazione. I bambini di età fino a due anni, nati durante una siccità, hanno oltre il 70% di probabilità di patire la malnutrizione. Negli anni che seguono le inondazioni, sono stati riscontrati gravi effetti  tra i bambini in età prescolare a causa di un accesso ridotto al cibo, di una maggiore difficoltà di fornire cure adeguate e di una maggiore esposizione ai contaminanti ambientali.

Il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore del rischio della fame che,  entro il 2050, subirà un aumento dal 10 al 20% a causa delle perdite di produttività. Per quella data si prevedono 24 milioni di bambini malnutriti in più, +21%, quasi la metà nell’Africa sub-sahariana.  Al contempo i prezzi per le colture più importanti,  riso, grano, mais potrebbero aumentare fino al 150% entro il 2060. Studi recenti (FAO) sostengono che i prezzi dei prodotti alimentari saranno più che raddoppiati nei prossimi 20 anni con un trend superiore a quello del decennio a venire e con il cambiamento climatico tra le cause più importanti.

Il cambiamento climatico aumenta la vulnerabilità, impattando i sistemi e le istituzioni che sostengono la salute umana e il benessere, compresi gli ecosistemi, i mezzi di sussistenza, l'occupazione, e la prestazione di servizi sociali. La sola Africa è la patria di più di 650 milioni di persone che dipendono da colture pluviali in ambienti già colpiti da carenza idrica e dal degrado del territorio. Due terzi della superficie coltivabile potrebbe essere persi entro il 2025.  Disastri legati al clima possono danneggiare le infrastrutture che supportano la salute e il benessere, come i servizi sanitari, i servizi pubblici comuni, l’energia, i sistemi di comunicazione, la polizia, ed anche sovraccaricare i sistemi di protezione sociale e le reti di sicurezza. 5,3 miliardi di persone non hanno alcun accesso alla copertura di sicurezza sociale, e le politiche esistenti e i sistemi di protezione sociale sono spesso insufficienti per migliorare la resilienza del territorio. Il cambiamento climatico potrebbe causare un picco della disoccupazione e un peggioramento delle condizioni di lavoro nelle aree urbane, a cominciare dai trasporti.  

A causa dell’esistente marginalità sociale, delle discriminazioni o di politiche e istituzioni di protezione insufficienti, gli impatti del cambiamento climatico sono distribuiti tra i diversi gruppi sociali in maniera ineguale. Alcune caratteristiche come l'età, il sesso, l’etnia, il ceto sociale o la casta, sono fortemente associate alla vulnerabilità sociale. In particolare le norme, i ruoli e le relazioni di genere già determinano impatti diversi su uomini e donne, anche per la salute. Il mondo si sta sempre più urbanizzando: già più della metà della popolazione vive in aree urbane, ed entro il 2050 potrebbe arrivare ai due terzi. Quasi tutta la crescita urbana avverrà nei paesi in via di sviluppo, dove più del 50% della popolazione vive in baraccopoli, luoghi altamente vulnerabili, con materiali edilizi precari, accesso limitato alle infrastrutture e mancanza di sicurezza. Ciò è aggravato dal fatto che il 15% della popolazione urbana mondiale vive in zone costiere basse, altamente esposte agli impatti dell'aumento del livello del mare e agli eventi climatici estremi. (> more)

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2014: LA COP 20 E LE ATTIVITà PREPARATORIE

Volume II - COP 20

 

INDICE:

 

Introduzione

Le tappe del negoziato internazionale sul clima dal 1992 al 2013

2014, 1-12(14) dicembre - La 20° Conferenza delle Parti a Lima traccia la strada del negoziato di Parigi

Mitigazione dei cambiamenti climatici e forma giuridica dell'accordo di Parigi

Il gruppo di lavoro ADP prepara l'accordo universale vincolante

2014, ottobre - Bonn, la sessione 2(6) del GdL ADP

Il Climate Summit di New York

I risultati del Climate Summit di New York, del 23 settembre nelle parole conclusive del Segretario generale Ban ki-moon

Il Summit

La discussione sui singoli temi

Le principali prese di posizione dei Governi espresse in Assemblea Generale

Tabella che riassume gli impegni di mitigazione assunti da ciascun paese (pledge) in occasione del Summit di New York

Europe

The Americas and Atlantic Islands

Africa

Middle East and Asia

2014, giugno - Bonn, la sessione 2(5) del GdL ADP

Le precedenti riunioni del GdL ADP

 

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2013: DA BALI A VARSAVIA

Volume I   COP 13 - COP 19

 

INDICE

Introduzione. Le tappe del negoziato internazionale sul clima 1992 – 2013

La COP 19 e la CMP 9 di Varsavia

Notizie tristi dalla COP 19 di Varsavia, la capitale del carbone

Premesse ed aspettative della COP 19 di Varsavia

Conferenza delle Parti COP19 - MOP 9 della Convenzione UNFCCC: La

cronaca del negoziato di Varsavia, la capitale europea del carbone

Considerazioni del 17 novembre 2013, sotto lo shock per l'alluvione in Sardegna e il disastro delle Filippine

La COP 18 e la CMP 8 di Doha

Le conclusioni su Doha

Fondazione per lo Sviluppo sostenibile: Seminario su Doha

I documenti conclusivi di Doha

I commenti della società civile

La cronaca del negoziato di Doha

Come la politica italiana presenta la COP 18 di Doha

Come la stampa italiana presenta la COP 18 di Doha

Il negoziato preparatorio di Doha

La COP 17 di Durban

Salvo il negoziato, ma i tempi della diplomazia internazionale non coincidono con

quelli della crisi climatica

Il Durban Package: che prospettive per il clima da ora al 2020?

Tre donne per il futuro del clima

I documenti chiave del Durban Package

I resoconti giornalieri della COP 17

I Panama talks, 1-7 ottobre 2011

La Conferenza di Cancún: "Riparte il negoziato multilaterale"

Gli esiti della Conferenza di Cancùn

Ulteriori riflessioni sugli accordi di Cancún

I documenti costitutivi dell'Accordo di Cancún

Le attese per la Conferenza di Cancún

Le valutazioni delle NGO dei risultati della Conferenza di Cancún

The road from Cancùn

Al di là del cambiamento climatico: scenari di emissione per un nuovo mondo

Voltaire, Candide e la Conferenza di Cancún

L’aumento delle emissioni serra in Cina e la responsabilità degli altri

Dopo Copenhagen

Lo svuotamento dell'Accordo di Copenhagen

Gli esiti della COP 15 di Copenhagen, l'Europa e la rete dei Sindaci

Il negoziato internazionale sul clima e la roadmap di Bali fino a Copenhagen

Lo scenario IEA 450 ppm per l’Europa

Lo scenario WRI 450 ppm per gli Stati Uniti

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Il ruolo dell'Europa nella lotta al cambiamento climatico

Volume IV - Il Ruolo dell'Europa

 

Il Volume IV contiene tutta la documentazione più recente sul ruolo svolto dall'Europa in preparazione della COP 21 di Parigi, compreso lo INDC che è identico per tutti i paesi EU - 28, e sulla sua strategia energetico-ambientale al 2030 - 2050. è chiaro che un discorso a parte va fatto per la Francia, artefice dell'Accordo di Parigi. Per questa documentazione rinviamo al Volume III.

 

INDICE DEL VOLUME IV

2015, 15 OTTOBRE. L'EUROPA RIVENDICA IL SUO RUOLO GUIDA

DALL'ALTO DEL SUO -23% DI EMISSIONI SERRA RISPETTO AL 1990 2015: LA PROPOSTA EUROPEA PER PARIGI IL PROTOCOLLO DI PARIGI

LO INTENDED NATIONALLY DETERMINED CONTRIBUTION - INDC - AVANZATO DALLA COMMISSIONE EUROPEA IN VISTA DI PARIGI

2014, 23 OTTOBRE - IL CONSIGLIO EUROPEO INDICA GLI OBIETTIVI AL 2030

L’UNIONE EUROPEA SU ENERGIA E CLIMA AL 2030: UN COMPROMESSO AL RIBASSO

DA EU 2020 A EU 2030

2013, MARZO - IL DOCUMENTO DI CONSULTAZIONE DELLA COMMISSIONE EU

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Cronologia europea in vista di Parigi

13 luglio 2015. Ratificando l'emendamento di Doha il Consiglio ha adottato, il 13 luglio, la legislazione necessaria per aderire formalmente al secondo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto, (2013-2020) che funge da ponte verso un accordo sul cambiamento climatico globale post-2020. In tale contesto, l'UE, i suoi Stati membri e l'Islanda si sono impegnati a raggiungere congiuntamente una riduzione del 20% delle loro emissioni di gas serra combinate per il periodo 2013-2020 rispetto al livello del 1990 o il loro anno di riferimento prescelto.

26 marzo 2013: La Commissione Europea fa circolare un documento, dal titolo "The 2015 International Climate Change Agreement: Shaping international climate policy beyond 2020", che fa il punto della situazione e che propone, per la con-sultazione dei Paesi membri e degli stakeholder, una serie piuttosto complessa di quesiti intorno alle problematiche dell'accordo del 2015. Non vi sono proposti, tuttavia, elementi di orientamento né suggerimenti per il metodo da seguire per conseguire l'obiettivo Clima 2015.  Assieme al documento sopra citato per la consultazione intorno all'obiettivo 2015, la Commissione ha pubblicato un documento di lavoro "Commission Staff Working Document" che contiene una importante serie di dati sullo stato mondiale dell'economia e del clima. Alcuni dei dati vengono da noi riportati alla pagina dei dati statistici e delle metodologie.

4 marzo 2015: La Commissione pubblica un  Annesso al Paris Protocol contiene i dati e i grafici di riferimento della proposta europea per la COP21 di Parigi.

25 febbraio 2015: Il "Paris Protocol. A blueprint for tackling global climate change beyond 2020" della Commissione Europea contiene il cosiddetto Energy Union Package, cioè la strategia europea al 2030 e la proposta per Parigi, che comporta a quella data un abbattimento delle emissioni pari al 40% riferito all'anno 1990, il punto di partenza dei conteggi della Convenzione climatica e del Protocollo do Kyoto.  Il documento è accompagnato da uno Staff Working Document che ne approfondisce le tematiche.

Il 25 febbraio la Commissione Europea lancia l’Europa dell’energia. Tempestiva rispetto alla crisi  ucraina e alle difficoltà mediorientali in progressivo aggravamento,  la Comunicazione parte dagli attuali dati ed avanza una proposta, che comprende tutto il quadro delle strategie al 2030 e al 2050 ed una proposta per la Conferenza climatica di Parigi della fine del 2015.

Gli ultimi dati dimostrano che l'UE ha importato il 53% della sua energia ad un costo di circa 400 G€, che la rende il più grande importatore di energia al mondo. Sei Stati membri dipendono da un solo fornitore esterno per le loro importazioni di gas. È stato stimato inoltre che l’incremento marginale dell'1% nel risparmio energetico taglia le importazioni di gas del 2,6%. Il 75% del patrimonio abitativo europeo è inefficiente. Il 94% per cento dei trasporti si basa sui prodotti petroliferi, di cui il 90% è importato. Collettivamente, l'UE ha speso più di 120 M€ l’anno in sovvenzioni per l'energia, spesso non giustificate. Oltre 1 G€ in investimenti è necessario entro il 2020. I prezzi all'ingrosso dell'energia elettrica per i paesi europei sono a livelli bassi, ma ancora superiori del 30% rispetto agli Stati Uniti. Allo stesso tempo, i prezzi dell'energia elettrica  per le famiglie,  imposte comprese, sono aumentati in media del 4,4% dal 2012 al 2013. I prezzi del gas all'ingrosso sono ancora più del doppio di quelli US. Le imprese europee di energia rinnovabile hanno un fatturato annuo di 129 G€ e impiegano oltre un milione di persone. Le imprese europee hanno una quota del 40% di tutti i brevetti per le tecnologie rinnovabili.

Tutto ciò premesso, la proposta di strategia dell'Europa dell’energia poggia su cinque pilastri sinergici e strettamente interdipendenti:

Sicurezza delle forniture. Per ridurre la dipendenza dalle importazioni di fonti energetiche occorre fare meglio, con un uso più efficiente delle fonti energetiche, in particolare quelle interne, e la diversificazione delle fonti e delle forniture esterne. L'Unione europea si è impegnata a diventare il leader mondiale nel settore delle energie rinnovabili, e l’hub globale per sviluppare la prossima generazione di tecnologia delle energie rinnovabili, avanzata e competitiva. L'UE ha fissato un obiettivo pari almeno al 27% per la quota di energia rinnovabile consumata nell'UE nel 2030, essendo già sulla buona strada per raggiungere la quota entro del 20% entro il 2020 nella sua energia e facendo tesoro della riduzione dei costi per energia eolica e fotovoltaica, dovuta in gran parte all'impegno dell'Unione europea in questo settore ed agli incentivi posti in essere.

Mercato interno dell'energia. L’energia deve fluire liberamente in tutta l'UE senza barriere tecniche né regolamentari. Solo allora i produttori di energia potranno liberamente competere e offrire l'energia ai migliori prezzi, e l’Europa potrà realizzare pienamente il suo potenziale di energie rinnovabili. È stato fissato un obiettivo di interconnessione specifico minimo per l'energia elettrica al 10% della capacità di produzione di energia elettrica degli Stati membri entro il 2020. Nel 2016, la Commissione riferirà in merito alle misure necessarie per raggiungere un obiettivo del 15% entro il 2030.

Efficienza energetica. Consumare meno energia significa meno inquinamento, una maggiore protezione delle nostre fonti energetiche interne e la riduzione del nostro bisogno di importazioni di energia. Il Consiglio europeo ha fissato, nell’ottobre 2014, un obiettivo indicativo a livello di UE, pari almeno al 27% di miglioramento dell'efficienza energetica nel 2030, obiettivo che sarà riesaminato entro il 2020, avendo in mente un livello portato al 30%.

Riduzione delle emissioni. Il nostro obiettivo di emettere almeno il 40% in meno di gas serra entro il 2030 è un primo passo. Il prossimo sarà il rinnovo del sistema di scambio delle emissioni europeo (EU – ETS) e investire di più nello sviluppo delle fonti di energia rinnovabili.

Ricerca e innovazione in campo energetico. Se otterremo il ruolo di leader tecnologico in fatto di energie alternative e di riduzione dei consumi, si creeranno alti flussi di esportazione e nuove opportunità industriali, una maggiore crescita spinta e più occupazione. In particolare le reti elettriche devono evolvere in modo significativo. Occorre ampliare le possibilità della generazione distribuita e della gestione della domanda, e sviluppare nuovi collegamenti di lunga distanza ad alta tensione in corrente continua (supergrids) e nuove tecnologie di stoccaggio.

L'obiettivo dell’Europa dell’energia resiliente con una politica climatica ambiziosa è di dare a famiglie ed imprese energia a prezzi accessibili,  sicura, sostenibile e competitiva. Il raggiungimento di questo obiettivo richiede una trasformazione profonda del sistema energetico europeo. Vogliamo che gli Stati membri confidino negli altri per fornire energia sicura ai propri cittadini;  che l'energia fluisca liberamente attraverso le frontiere, sulla base della concorrenza e dell’uso razionale delle risorse, aiutato da una efficace regolamentazione dei mercati energetici europei. L’ Europa dell’energia è a basse emissioni di carbonio e progettata per durare. La forza lavoro europea deve sviluppare le competenze per costruire e gestire questo tipo di energia. I cittadini devono essere protagonisti della transizione energetica e beneficiare di nuove tecnologie per ridurre le bollette.

Per raggiungere questi obiettivi, i combustibili fossili e un’economia dove l'energia è basata un’offerta centralizzata, vecchie tecnologie e modelli di business obsoleti devono essere lasciati alle spalle. Le sovvenzioni ambientalmente dannose devono essere eliminate e deve essere riformato il sistema EU-ETS per dare un importante segnale agli investitori. È altrettanto indispensabile incoraggiare gli Stati membri a stabilire una roadmap per la graduale eliminazione di tutti i prezzi regolamentati.

La roadmap dell’Europa dell’energia è contenuta per punti, in dettaglio, nell’Annesso alla Comunicazione del 25 febbraio 2015.

 

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