Aggiornamento 27-mag-2018

 

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CRONACA E STORIA DEL NEGOZIATO CLIMATICO

La governance del Cambiamento climatico

Volume I. Da Bali a Varsavia

Volume II. Da Varsavia a Lima

Volume III. Parigi

Volume IV. Il ruolo dell'Europa

 

La COP 23 di Bonn sotto la presidenza Fiji

 

La COP 22 di Marrakech

 Il "Partenariato di Marrakech"

 

La COP 21 di Parigi

 

I documenti

 

L'ACCORDO DI PARIGI ALLA COP 21 ED IL DOCUMENTO DI DECISIONE

Versione italiana

Versione originale

Il testo negoziale di ingresso alla COP 21 prodotto dai Climate Talks di Bonn in ottobre

Il testo negoziale in uscita da Ginevra  

(finale)

Il Lima Climate Call for Action

Il testo negoziale in uscita da Lima

La dichiarazione congiunta USA - Cina

La Dichiarazione congiunta USA - India

La Durban Platform

IL NEGOZIATO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI

Storia e Cronaca

L'attività del Comitato scientifico per documentare l'andamento dei negoziati sul clima copre tutte le annualità,  dalla COP 13 di Bali 2007 a Parigi 2015 ed ora a Marrakech 2016 e Bonn 2017. Il materiale raccolto è imponente e crescente, pertanto riteniamo opportuno che questa pagina sul negoziato documenti solo gli avvenimenti più recenti. Per le attività precedenti i resoconti sono raccolti in altrettanti volumi qui scaricabili in pdf. Scorri la pagina per trovare i documenti anno per anno.

 


30 aprile - 10 maggio 2018: La Conferenza sui cambiamenti climatici di Bonn

La Conferenza riuniva tutti gli organi sussidiari della Convenzione, SBI e SBSTA,  e la quinta sessione del primo incontro del Gruppo di lavoro Hoc sull'accordo di Parigi (APA). La conferenza ha riunito oltre 3400 partecipanti, tra cui quasi 2000 funzionari governativi, 1400 rappresentanti delle Nazioni Unite enti e agenzie, organizzazioni intergovernative e organizzazioni della società civile. Si dovevano raggiungere risultati sul Programma di lavoro degli accordi di Parigi (PAWP), una serie di decisioni per rendere operativo l'accordo di Parigi. La scadenza per il completamento del PAWP è il dicembre 2018. Alla fine le tre Commissioni non hanno fatto altro che concordare che ci sarà una sessione di negoziazione aggiuntiva dal 3 all'8 Settembre 2018 a Bangkok. La Conferenza utilizzava per la prima volta il dialogo talanoa articolato intorno alle domande "Dove siamo?", "Dove vogliamo andare?" e "Come ci arriviamo?".

La discussione nel Gruppo APA, come è ovvio, si è svolta interamente sulle modalità di compilazione dei Report nazionali sulla mitigazione e sull'adattamento e sui problemi degli standard, della trasparenza e dell'aiuto tecnologico ai paesi meno dotati. In molti chiedono che i Report contengano il resoconto del sostegni finanziari effettivamente ricevuti dal Paese. Provando a usare le categorie del dialogo talanoa per valutare gli esiti di questa conferenza, in termini di "Dove siamo?" le questioni sul tappeto vedono divisi i PVS, che temono che la mitigazione abbia il sopravvento sull'adattamento e sugli aspetti del finanziamento, dai paesi sviluppati che, al contrario, hanno portato in primo piano questioni tecnicamente più complesse, come la trasparenza e gli standard delle rendicontazioni e degli NDC. Un equilibrio tra il rigore formale e le questioni politiche è ancora da raggiungere anche perché molti hanno sottolineato che c'è una forte interdipendenza tra le varie questioni. Lo sviluppo di linee guida per gli NDC, l'adattamento, la comunicazione, la trasparenza e le modalità finali dello stocktacking globale, richiede non solo la massima attenzione ai dettagli su ogni aspetto, ma anche attenzione a come si relazionano tra loro. Queste dinamiche sono accentuate da una consapevolezza collettiva che qualsiasi pacchetto adottato alla COP 24 di Katowice 2018 sarà prevedibilmente l'ultimo per il futuro. Le parti temono che gli elementi lasciati fuori dal  pacchetto potrebbe essere messi da parte nell'operazionalizzazione dell'Accordo e che questa potrebbe essere l'ultima opportunità significativa per parlare di cose come le perdita e i danno e l'assicurazione che i flussi di finanziamento siano garantiti.

Sul "Dove vogliamo andare?" il punto è che il dialogo talanoa ha replicato a Bonn il racconto di una larga diversità di visioni che il PAWP dovrebbe prendere in considerazione. Nell'interesse di raggiungere il consenso globale sostenuto dalla forza politica della COP 21, le parti che si sono incontrate a Parigi nel 2015 portando con sé profonde differenze su questioni come mitigazione, adattamento, differenziazione, prevedibilità della finanza, tecnologia, e perdita e danno, devono ora trovare un modo di convergere. La scadenza 2018 per l'adozione del PAWP richiede alle parti di riconsiderare queste differenze per trovare un terreno di atterraggio in cui i principi generali dell'Accordo possano essere tradotti in una guida dettagliata e accettabile per tutti. Piuttosto ovvio, ma certamente non facile.

Infine "Come ci arriviamo?".  Durante la Conferenza è apparso chiaro che alcune questioni trarrebbero beneficio da ulteriori considerazioni tecniche, dedicando più tempo alle riflessioni sull'adattamento, le comunicazioni e le questioni relative al finanziamento e alla trasparenza, eventualmente preparando ulteriori "strumenti" per facilitare il lavoro dei paesi, razionalizzare le note informali e dando esempi di come le parti potrebbero progredire verso lo sviluppo di un testo negoziale per il PAWP. In alcuni casi, potrebbero essere necessari  negoziati da affidare ad un livello politico più elevato. Come alla COP 23, il finanziamento è emerso come un nodo  politico condizionante per qualsiasi pacchetto PAWP concordato. I Paesi in via di sviluppo, guidati dal gruppo africano, hanno continuato a spingere per avere le comunicazioni del finanziamento del clima (ex-ante) nonché una maggiore chiarezza in merito al sostegno fornito e mobilitato (ex post). Contrari i paesi sviluppati, incredibilmente a causa, hanno detto, dei loro ciclo elettorali e di bilancio. La sensibilità intorno a questo problema è stata accresciuta dalla percezione di molti PVS che i paesi sviluppati non sono sulla buona strada per realizzare il loro impegno a mobilitare 100 Mld$/anno entro il 2020. Di qui il loro insistere sul fatto che la fiducia necessaria per andare avanti con il PAWP non può prescindere dal rispetto degli impegni finanziari.

Per altro verso l'ambito e le informazioni da includere negli NDC possono richiedere un impegno che va al di là del tecnico. Non si tratta solo di approntare gli strumenti giusti, si tratta piuttosto di salvaguardare l'approccio bottom up di Parigi, cioè l'autonomia dei contributi, e di costruire la necessaria fiducia per fare di più nei successivi NDC. A tal fine molti paesi in via di sviluppo si potrebbero associare per garantire progressi comparabili in materia di adattamento e finanziamento. In tutto questo, molte delle parti interessate stanno anche in attesa della relazione speciale dell'IPCC (la SR15) sul riscaldamento a 1,5 °C come un input oggettivo, basato sulla scienza, che metterà in risalto l'urgenza dell'azione da intraprendere. Tutti hanno il dubbio su quali paesi o quali soggetti prenderanno la guida del processo di implementazione dell'Accordo di Parigi: la Cina, l'Europa, la Francia, i raggruppamenti dei paesi poveri?. Nulla è chiaro, tranne che la leadership della COP 24 non potrà certo essere quella del governo polacco.
 

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6 -17 Novembre 2017: La COP 23 a Bonn sotto la presidenza delle isole Fiji

La COP23 tenuta a Bonn è stata in realtà la prima presieduta da una piccola isola in via di sviluppo, le isole Fiji, ma ospitata dalla Germania per motivi logistici e solidaristici. Le speranze erano che questa novità avrebbe dato ulteriore slancio ai negoziati. Un ragazzino figiano di 12 anni ha ricordato kennedianamente ai delegati che "non si tratta di come o chi, ma di ciò che puoi fare come individuo". Almeno il “Piano d'azione per la parità di genere” che evidenzia il ruolo delle donne nell'azione per il clima e promuove l'uguaglianza di genere nel negoziato e la piattaforma delle Comunità locali e dei popoli indigeni, che mira a sostenere il scambio di esperienze e condivisione delle migliori pratiche in materia di mitigazione e adattamento, e l'Ocean Pathway Partnership che mira a rafforzare l'inclusione degli oceani all'interno del negoziato, sono risultati che la Presidenza Fiji può vantare. I discorsi ufficiali della sezione ministeriale della COP23 sono terminati durante le prime ore del sabato mattina, dopo qualche discussione all'ultimo minuto sulla difficile questione della finanza per il clima.

Il Brasile ha presentato un'offerta ufficiale per ospitare la COP25 nel 2019, che dovrebbe essere assegnata all’America Latina o ai Caraibi (anche l'Argentina e la Giamaica sarebbero in corsa). L'offerta del Brasile è stata inizialmente "accettata con apprezzamento” ma un intervento all'ultimo minuto dal Venezuela ha riportato la questione in assemblea. Nel frattempo, Turchia e Italia hanno entrambi segnalato il loro interesse ad ospitare la COP26 nel 2020, un altro anno chiave per il prossimo ciclo di verifica degli NDC.

A due anni dall’Accordo di Parigi era previsto che la COP23 sarebbe stata un affare per addetti ai lavori per stabilire le regole di implementazione di quell’accordo. I cronisti riferiscono invece che cj ha pensato la delegazione nordamericana, post Trump natum, a movimentare la platea. Cominciamo allora dalla fine. Dopo la decisione di Trump a giugno che voleva far uscire gli Stati Uniti dal Accordo di Parigi, tutti gli occhi erano sulla delegazione ufficiale degli Stati Uniti per vedere come si sarebbe comportata nei negoziati. Intanto nella prima settimana una Ngo africana chiede di escludere la delegazione US dal negoziato, in altri termini “o dentro o fuori”. Poi, il secondo giorno della COP, la Siria ha annunciato che avrebbe firmato l'accordo di Parigi. Con la recente firma del Nicaragua, in chiave antiamericana più che per abbandono della posizione espressa a Parigi, gli Stati Uniti restano soli al mondo a negare il loro contributo al contrasto ai cambiamenti climatici di cui poi, è incredibile, sono una delle principali vittime.

Tuttavia, la delegazione americana ha mantenuto un profilo relativamente basso se si esclude un side event sui “combustibili fossili puliti”, un po’ ridicolo e pesantemente contestato.   La delegazione statunitense ha co-presieduto validamente un gruppo di lavoro con la Cina sugli NDC, Nationally Determined Contributions. Vale la pena notare, al proposito, che molti dei negoziatori statunitensi sono gli stessi funzionari che hanno rappresentato gli Stati Uniti ai COP per anni, Parigi compresa. Apparentemente hanno continuato i negoziati con pochi cambiamenti di atteggiamento, anche se si sono messi in posizioni più rigide su questioni come "perdita e danni" e sui finanziamenti. Un po’ di trambusto lo ha provocato un tale Banks dichiarandosi, a nome del governo americano, contrario alla  "differenziazione", che è la formula con la quale si recepisce nel cuore dell’Accordo di Parigi il Principio di Rio (e della Convenzione) delle responsabilità comuni ma differenziate, un passo diplomatico essenziale per mettersi alle spalle il muro contro muro tra i paesi Annesso 1 e tutti gli altri, durato dal Mandato di Berlino della COP1 fino alla COP21 di Parigi, venti anni.

Per il resto il comportamento della delegazione statunitense non ha mostrato differenze significative rispetto agli anni precedenti. Ma di delegazione americana ce n’era un’altra: la "We Are Still In" che ha allestito un grande padiglione appena fuori dalla sede principale per i colloqui. Ne hanno fatto parte figure importanti, come l'ex sindaco di New York Michael Bloomberg e il governatore della California Jerry Brown, per dimostrare che ci sono molte voci negli Stati Uniti contro le politiche negazioniste di Trump. La coalizione di città, stati e imprese rappresenta di fatto oltre la metà dell'economia americana. Alla presentazione del Rapporto, Bloomberg ha quindi sostenuto al gruppo dovrebbe essere assegnato un posto al tavolo dei negoziati sul clima: una proposta off the records ma tutt’altro che scandalosa.

Il ruolo guida della Cina. Questo ruolo, indiscutibile, è un regalo di Trump. Un modo concreto in cui la Cina ha iniziato a svolgere questo ruolo è nella nuova coalizione Ministerial on Climate Action, MOCA, un gruppo misto costituito da UE, Cina e Canada, concepita durante la COP dello scorso anno dopo il risultato delle elezioni americane. Vale la pena notare, come fa Greenpeace, che questo è unico tra processi negoziali climatici di alto livello in collaborazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. È anche un caso molto concreto che dimostra che la Cina sta supportando il negoziato climatico internazionale come partner in una leadership collettiva e condivisa.

Il carbone messo al bando? Regno Unito e Canada hanno lanciato a Bonn la "Powering Past Coal Alliance" cui hanno aderito più di 20 paesi e altri attori subnazionali, tra cui Danimarca, Finlandia, Italia, Nuova Zelanda, Etiopia, Messico e gli Stati americani di Washington e Oregon. L'analisi dell’Alleanza dimostra che l'eliminazione del carbone è necessaria entro e non oltre il 2030 nell'area OECD e nell'UE28 ed entro il 2050 nel resto del mondo, pur concedendo che rispettare l'accordo di Parigi, non obbliga i firmatari a iniziare il phase out del carbone ad una specifica data. Inoltre, non impegna i firmatari a porre fine al finanziamento delle centrali elettriche a carbone quanto più semplicemente a limitarlo. Il Regno Unito è già impegnato a eliminare il carbone entro il 2025, come l’Italia, mentre il Canada ha la scadenza al 2030. Non ci sono ovviamente gli Stati Uniti, ma nemmeno Germania, Polonia, Australia, Cina e India. Può sembrare a questo punto paradossale che la cancelliera tedesca Angela Merkel abbia manovrato a Bonn nel tentativo di mantenere la sua leadership climatica sulla scena mondiale. La storia è che il 19 novembre, poco dopo la conclusione della COP23, si è chiuso in Germania il tavolo della possibile coalizione con i grunen e i liberali, anche proprio sulla questione climatica. Per di più la Merkel sa che la Germania non centrerà l’obiettivo di abbattimento delle emissioni di EU 2020.

Separatamente, Michael Bloomberg ha usato un side event per impegnare 50 M$ a sostegno della sua campagna anti-carbone negli Stati Uniti e in Europa.

Che si fa tra oggi e il 2020? Manca ormai poco al 2020 ma Kyoto2 non è stato ancora ratificato. I PVS possono così accusare i pochi ex Annesso 1 che hanno sottoscritto il Doha amendment (Kyoto2) di non aver fatto abbastanza per rispettare gli impegni presi per il periodo fino al 2020 e tutti gli ex Annesso 1 di non aver dato fondi sufficienti al Global Climate Fund, concordati nel 2009 a Copenhagen. Cina e India, sono stati particolarmente duri rispetto agli impegni pre-2020 anche se Kyoto2 non aveva uno spazio formale nell'agenda dei negoziati della COP23. Facevano notare che, al di là dell’agenda formale, è una questione che mina la fiducia degli uni negli altri. Probabilmente molti paesi sviluppati volevano glissare su Kyoto2 e concentrarsi sul post-2020, ma gli altri hanno insistito per effettivamente raggiungere il picco delle emissioni globali entro il 2020 nei paesi Kyoto2. Alla fine hanno avuto ragione e l'implementazione pre-2020 trova posto nel testo decisionale della COP23. concordato e pubblicato il sabato mattina. L’accordo finale include un accordo per tenere nel 2018 e 2019 ulteriori sessioni di valutazione (stocktaking) dei progressi nella riduzione delle emissioni, nonché due valutazioni dei finanziamenti per il clima che dovranno essere pubblicati nel 2018 e nel 2020. Questi contributi saranno quindi riuniti in una relazione di sintesi sull'ambizione pre-2020 in vista della COP24, che si svolge a dicembre l'anno prossimo a Katowice, in Polonia. Le comunicazioni relative saranno inviate anche ai paesi firmatari del Protocollo di Kyoto che non hanno ancora ratificato l'emendamento di Doha invitandoli a depositare i loro strumenti di accettazione il prima possibile. Diversi paesi europei hanno persino ratificato l'emendamento di Doha qui a Bonn, tra essi Germania e Regno Unito mentre la Polonia, il paese zavorra dell’UE che ha impedito finora la ratifica di Kyoto2 a livello comunitario,  ha annunciato i suoi intendimenti di ratificare l'emendamento quest'anno. L'Unione Europea che è formalmente una Parte dell’UNFCCC ha anche suggerito di ratificare Kyoto2 senza la Polonia.

Il “dialogo Talanoa”. A Parigi si stabilì che nel 2018 dovrebbe esserci un momento unico per "fare il punto" di come starà procedendo l'azione per il clima. Queste informazioni saranno utilizzate per informare il prossimo round degli NDC, previsto per il 2020. Questo modo di riconoscere "l'ambizione potenziata (enhanced)" - un termine ormai di gergo - è stato visto come un importante premessa del meccanismo di ratcheting a lungo termine dell'Accordo di Parigi che mira ad aumentare l'ambizione in cicli scanditi con scadenze ogni cinque anni. Originariamente chiamato "dialogo facilitativo", il nome di questo processo una tantum del 2018 è stato cambiato in "dialogo Talanoa" per riflettere un approccio tradizionale alle discussioni utilizzato nelle isole Fiji per un modo di dialogare "partecipativo, trasparente e inclusivo". L’approccio" finale del dialogo Talanoa è stato incluso in un allegato di quattro pagine al documento finale della COP23. È strutturato attorno a tre domande: "Dove siamo? Dove vogliamo andare? Come ci arriviamo? ", ma include anche nuovi dettagli, come la decisione di accettare interventi da stakeholder non governativi e la decisione di creare una piattaforma online per ricevere contributi e dare una nuova enfasi sugli sforzi compiuti nel periodo pre-2020. Inoltre, afferma esplicitamente che il dialogo "non dovrebbe portare a confronti conflittuali che escludono talune Parti.

Il dialogo Talanoa, che partirà nel 2018 (ma perché non da subito?), è stato inserito nelle decisioni della COP23. Questo testo è stato soggetto a modifiche fino alla fine della COP23, quando le Parti hanno negoziatola misura in cui volevano essere impegnate nel processo Talanoa. Alla fine si dice di "accogliere con apprezzamento" il dialogo, una frase significativa, posto che una bozza precedente, che pure parlava di endorsment, non lanciava ufficialmente il dialogo Talanoa come ha fatto il testo finale. Sul tavolo c’erano anche proposte più deboli. La fase preparatoria del dialogo Talanoa inizierà nel prossimo anno in vista della fase politica condotta dai ministri del COP24 in Polonia. Un momento chiave per il dialogo Talanoa sarà anche la pubblicazione dell'IPCC del Rapporto speciale sugli 1.5 °C previsto per il settembre 2018.

Il libro delle regole di Parigi. Come già alla COP22 di Marrakech, l'anno scorso, i negoziati in questa sessione erano centrati attorno ai tentativi del GdL APA di compiere progressi significativi nello sviluppo delle regole di attuazione di Parigi. Il lavoro dell’APA copre diversi settori, tra cui la definizione del quadro degli impegni delle Parti, gli NDC,  la segnalazione trqasparente degli sforzi di adattamento e delle azioni intraprese per un "stocktacking globale" degli sforzi di mitigazione nel 2023 e come monitorare il rispetto dell'accordo di Parigi. La scadenza per questo lavoro è la COP del prossimo anno in Polonia, ma l'obiettivo a Bonn era di creare una bozza di queste linee guida per l'implementazione, con opzioni e disaccordi delineati nel modo più chiaro possibile per mostrare ciò che ancora occorre risolvere.

Il testo finale COP23 dà atto che nel 2018 potrebbe essere necessaria una sessione negoziale supplementare tra i colloqui intersessionali di maggio e la COP24 a dicembre per garantire che il regolamento di Parigi sia finito in tempo. Questo sarà deciso durante l'incontro di maggio, anche se le prime bozze del testo suggerivano agosto-settembre 2018 come il momento preferito per tale sessione aggiuntiva.

Gli NDC. È stato rilasciato all'inizio della settimana un documento di 179 pagine che raccoglie le posizioni di tutte le Parti sulle modalità necessarie per comunicare i piani d'azione nazionali NDC sul clima. La dimensione del testo indica che rimangono differenze significative su come dovrebbero essere organizzati, consegnati e aggiornati gli NDC. Il WRI dice che le Parti si sarebbero bloccate sui temi della flessibilità e della differenziazione. Il documento va perciò sintetizzato nelle opzioni possibili.

Migliore l’intesa su come affrontare il global stocktacking del 2023 e poi ogni cinque anni, per cui si prevede una versione più formale del dialogo Talanoa. Le discussioni si sono incentrate sull'equità, così come lo scopo dello stock, cioè per esempio se includerà perdite e danni. Hanno mostrato progressi reali anche i negoziati sulla trasparenza prevista dal regolamento di Parigi riguardano il monitoraggio della conformità egli impegni delle Parti, in linea con il "quadro di trasparenza rafforzata" definito dall’Accordo di Parigi. Per ora il testo sulla trasparenza è di 46 pagine.


Il finanziamento. Qui la conclusione della COP23 non è stata altrettanto confortante. Due le questioni finanziarie controverse:
l'articolo 9.5 dell'Accordo di Parigi, che chiede ai paesi sviluppati di riferire sui loro flussi di finanziamento del Fondo per il clima globale e il Fondo per l’adattamento. Il punto chiave dell'articolo 9.5 è migliorare la prevedibilità dei flussi finanziari verso paesi in via di sviluppo, per consentirgli di sviluppare tempestivamente i loro piani. Non c’era anche qui spazio in agenda e alla fine, i negoziatori hanno deciso di concedere più tempo per discutere di questo problema durante i meeting  intersessionali tra oggi e COP24 in dicembre. Il Fondo per l’adattamento è un fondo multilaterale relativamente piccolo che ha ricevuto a Bonn più di 90 M$, di cui 50 M$ dalla Germania, ma che è politicamente significativo per progetti su piccola scala. Le parti avevano precedentemente concordato che il Fondo sarebbe stato inquadrato ai sensi dell'accordo di Parigi, e così è stato concordato in extremis tra i paesi di Kyoto2, cui il Fondo fa riferimento.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha detto ai delegati della COP23 durante il suo discorso che l'Europa coprirà eventuali deficit di finanziamento per l'IPCC causati dal dietro-front degli Stati Uniti decisione di tirare il suo finanziamento del corpo scientifico. "Non mancherà un euro", ha detto Macron. Il Regno Unito ha anche annunciato che si impegnava a raddoppiare il suo contributo.


Perdita e danni. L'accordo di Parigi include una sezione che riconosce l'importanza di evitare e affrontare le perdite e i danni causati dai cambiamenti climatici. Dichiara anche che si dovrebbe migliorare "comprensione, azione e supporto" su questo argomento chiave, che è diventato un po’ lo spauracchio nelle trattative negli ultimi anni. Per alcuni ora questo è diventato il "terzo pilastro" di azione per il clima, insieme alla mitigazione e all'adattamento. Ma a differenza di questi ultimi, per cui vige il GCF, non ci sono attualmente fonti di finanziamento per le perdite e i danni. Il regolamento di Parigi attualmente non ha all’ordine del giorno include perdite e danni nonostante le insistenti richieste dei paesi in via di sviluppo di un finanziamento aggiuntivo. La COP23 ha incluso il negoziato sulle perdite e i danni come parte di un processo tecnico separato, di più basso livello, chiamato Meccanismo Internazionale Varsavia, WIM. Originariamente concordato nel 2013 alla COP19 in Polonia, questo resta un filone separato dall'Accordo di Parigi, con un proprio comitato esecutivo e un nuovo piano di lavoro quinquennale In realtà, il WIM deve ancora presentare un piano concreto sul finanziamento che resta la principale difficoltà negoziale. È stato anche concordato un "dialogo di esperti" una tantum per l'intersessionale di maggio 2018, che informerà la prossima revisione del WIM nel 2019. Non è molto.

Agricoltura. Un risultato notevole, ma di basso profilo, dalla conferenza di quest'anno è stata la fine dello stallo sull’agricoltura durato anni. Le parti hanno concordato di orare nei prossimi anni su una serie di questioni che collegano il cambiamento climatico e l’agricoltura. Alle parti è stato chiesto di presentare le loro proposte sull’agenda dei lavori entro il 31 marzo 2018 su materie come aumentare il carbonio nel suolo e la fertilità, come valutare l’adattamento e la resilienza e come migliorare i sistemi per la zootecnia.  È la prima volta che si raggiunge un consenso su come intervenire sull’agricoltura. La posta in gioco è molto alta e molto diverse sono le posizioni delle Parti. Al centro della contesa c’è il calcolo del GWP, il Global Warming Potential del metano. Il Brasile, paese che ne aveva fatto un suo punto già a Parigi, l’Argentina e l’Uruguay hanno formato un consorzio per affermare che la metrica attualmente in uso sovrastima il GWP e li danneggia ingiustamente. Lo vorrebbero sostituire con un GTP per la temperatura, ma non c’è stato un accordo chiaro e la discussione è stata spostata fino al giugno 2019.

I big data. La Repubblica Democratica del Congo (RDC) e sei altri Paesi hanno chiesto un nuovo punto all'ordine del giorno per considerare un nuovo “Gateway” informatico, come piattaforma di scambio delle emissioni controllata dalle Nazioni Unite e progettata per "incoraggiare, misurare, riferire, verificare e rendere conto delle maggiori ambizioni da parte di entità aziendali, investitori, regioni, stati, province, città e organizzazioni della società civile". La proposta ha suscitato preoccupazioni perché potrebbe aumentare l'influenza delle multinazionali sui negoziati delle Nazioni Unite. Preoccupazioni simili sono emerse durante la prima settimana della COP23 in ordine ad una proposta dall'Ucraina per avvicinare le società energetiche al processo negoziale climatico dell'ONU posizionando le multinazionali dell'energia in un "livello intermedio" tra l'UNFCCC e i governi nazionali. Strada da esplorare nel 2018.

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Novembre 2017: IISD pubblica un resoconto del negoziato climatico da Bali a Marrakech

 

L'istituto canadese IISD, International Institute for Sustainable Development, ha garantito in questi anni una documentazione puntuale del negoziato sul clima, mettendo a disposizione una redazione forte e competente e potendosi servire del sostegno della Convenzione ONU UNFCCC. Parte della documentazione del nostro sito è stata desunta dai resoconti che l'IISD pubblica entro le 24 ore dagli eventi. Per questo riteniamo prezioso il saggio-resoconto che IISD pubblica col titolo "From Bali to Marrakech: a decade of international climate negotiations" con la presentazione formale di Patricia Espinosa UNFCCC Executive Secretary e di Christiana Figueres che è stata UNFCCC Executive Secretary dal 2010 al 2016, oltre Parigi (in figura).

Si tratta di un lavoro collettivo, accurato e prezioso. Se i testi dei resoconti IISD possono essere apparsi, cossì come i nostri stessi resoconti, un po' troppo per addetti ai lavori, questo libro, per stare a quanto gli stessi autori dichiarano, mette il lettore in condizione di seguire l'evolversi del negoziato piuttosto che  documentare in profondità la gran parte del lavoro di implementazione in corso. Il rapporto IISD  sottolinea come la negoziazione di un nuovo accordo per la sostituzione del Protocollo di Kyoto ha dominato il panorama negoziale in questo decennio benché i negoziati per estendere e sostituire il Protocollo di Kyoto siano stati solo uno degli enormi ostacoli da superare  per dare finalmente una governance al clima globale .

Per tutto questo periodo sono proseguiti i lavori per l'attuazione della Convenzione e del Protocollo di Kyoto. Sono state create istituzioni nuove, come in particolare il Green Climate Fund. Nuove idee hanno preso forma, come quelle relativo a REDD+, lo strumento di governo dei cambiamenti di uso del suolo, la questione della parità di genere e querlla del riconoscimento delle perdite e dei danni causati dal cambiamento climatico ai paesi più esposti. Tutto ciò ha modificato i modi in cui i negoziatori discutono e affrontano il cambiamento climatico alle riunioni delle Nazioni Unite e nel loro privato. Gran parte di questo lavoro ha avuto luogo negli organismi sussidiari - il SBI, Subsidiary Body for Implementation e il SBSTA, Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice.  Pur non volendo sminuire l'importanza del lavoro dei due organi sussidiari, i loro sforzi, sebbene importanti, hanno spesso ricevuto meno attenzione dei negoziati mainstream per un accordo giuridicamente vincolante che,  iniziati a Bali nel 2007, dopo la grave battuta d'arresto di Copenhagen nel 2009, si sono finalmente conclusi a Parigi nel 2015, come le nostre pagine documentano a fondo.

Imparare dalla storia per informare il futuro è la ragione principale di questa pubblicazione IISD.  L'accordo di Parigi delle Nazioni Unite si può dire oggi che sta ricevendo un inequivocabile e forte sostegno dalla comunità degli affari, dalla società civile e dalla maggior parte dei governi. Comprendere come il mondo ha lavorato insieme per creare, ricreare e implementare regole per affrontare  il cambiamento del clima può, speriamo, aiutare coloro che lavorano per garantire un futuro sostenibile per l'umanità. Il team IISD promette che il proprio impegno non verrà meno nel futuro a sostegno di questo sforzo.

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Novembre 2016: Chiusa la COP 22 di Marrakesh in un clima avvelenato dall'elezione di Donald Trump

“Nessuno può fermare l’azione globale per il clima e “L’azione pre-2020 deve essere rafforzata e accelerata”. Con queste parole d’ordine si è conclusa il 18 di novembre 2016, ad un anno dall’Accordo di Parigi, la 22° Conferenza delle Parti della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici. Quali sono i passi in avanti concreti, se ci sono stati, al di là della grande preoccupazione per il possibile cedimento degli Stati Uniti?

Per uno strano gioco del destino i delegati della COP 22 si sono trovati a Marrakech per rendere operativo l’Accordo di Parigi, la stessa città dove si tentò 15 anni fa di avviare l’attuazione del Protocollo di Kyoto, che andò come sappiamo. Coincidenza infausta. L’euforia dei primi giorni per la ratifica straordinariamente tempestiva dell’Accordo di Parigi è naufragata pochi giorni dopo nella preoccupazione per l’elezione di Donald Trump, forse il peggiore dei negazionisti, certo il più pericoloso, alla Casa Bianca. Ebbene, che lo si voglia o no, Trump è stato il protagonista della COP 22 e resocontare su questo evento rischia di diventare una cronaca delle congetture fiorite a Marrakech sul ruolo futuro degli Stati Uniti.

Per molti aspetti il mondo è politicamente ed economicamente molto diverso da quello che era 15 anni fa. L'Accordo di Parigi è entrato in vigore, fornendo certezza al lavoro dei delegati che devono preparare il “Libro delle regole” dell’accordo ed eliminando la possibilità che alcuni paesi possano richiedere concessioni e indebolire il Trattato. Gli Stati Uniti non sono più il maggior emettitore del mondo. Economicamente, l’energia rinnovabile, in diversi paesi sviluppati e in via di sviluppo, compete ormai come prezzo e capacità tecnologica con i combustibili fossili. Questa da sola è più che una ragione che ha spinto un gran numero di multinazionali a scegliere la strada dello sviluppo low carbon, una scelta di strategia su cui Trump non potrà fare molto. Dal Marocco le prese di posizione di 360 imprese sono arrivate chiare, molte di loro erano state finanziatrici della campagna dei repubblicani negli Stati Uniti.. Il timore non è che queste cambino idea, ma che Trump possa invertire il trend recente degli Stati Uniti favorendo le produzioni più inquinanti e ostacolando lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Ma c’è il resto del mondo e il mercato è ormai definitivamente globale. Con l’inizio della operatività del sistema cap&trade nazionale cinese, nel marzo 2017, il 60% del prodotto interno lordo del mondo includerà un prezzo del carbonio.

Dalla COP 22 ci si aspettavano due cose: dimostrare che la Convenzione è in grado di dare concretezza allo a slancio generato da Parigi come è avvenuto a Kigali con l’emendamento del Protocollo di Montreal che ha messo al bando gli idrofluorocarburi (HFC), potenti gas serra, o con il nuovo meccanismo di compensazione delle emissioni di carbonio dal settore dell'aviazione civile internazionale (ICAO). C’era poi da avviare un imponente lavoro tecnico per il completamento accelerato delle modalità, procedure e linee guida che renderanno l'accordo di Parigi implementabile. È difficile rendicontare di progressi significativi a fronte di un lavoro tecnico ancora troppo preliminare. COP 22 è riuscita a creare un senso di urgenza e di responsabilità per la messa a punto di un “Libro delle regole” che dovrà essere concluso per il 2018 come termine ultimo: un anno in meno di quanto molti avevano previsto a Parigi, ma un anno in più di quanto richiesto dai paesi meno sviluppati e più vulnerabili che sostengono l'adozione delle decisioni quando sono pronte, per evitare l’attesa della decisione dell’ultima regola e la pubblicazione del Libro. La storia dice che per le regole di Kyoto ci sono voluti tre anni e la convocazione di una COP supplementare ad-hoc. I delegati a Marrakech si sono fatti effettivamente carico di un lavoro tecnico accelerato, ma i segnali di natura politico-economica attesi dalla seconda settimana ministeriale sono piuttosto quelli che vengono dall’esterno della COP 22.

La Presidenza marocchina ha invitato e ospitato circa 50 capi di Stato e di governo e ha convocato molti eventi di alto livello, tra cui una iniziativa per accelerare l'azione sui finanziamenti per il clima. È stata inoltre rafforzata l’Agenda d'azione globale per il clima, lanciata nel 2014 con lo scopo di catalizzare l'azione pubblica, privata e della società civile pre-2020 mediante il lancio del Partenariato di Marrakech, che mira a concretizzare l'agenda e dare una roadmap per l'azione 2017-2020. Molti paesi hanno infatti lamentato che, nonostante l'Accordo di Parigi in vigore, l’emendamento Doha del 2012 non ha ancora una ratifica e le parti non hanno negoziato il nuovo accordo per migliorare l’azione pre-2020 ai sensi del Protocollo di Kyoto. Per i paesi in via di sviluppo, questa è stata una promessa ancora non onorata. Il documento è stato ridotto nel corso della seconda settimana da quattro ad una sola pagina che ribadisce l’Accordo di Parigi nelle sue parti meno controverse. Voluto dal paese ospitante, vuole evitare che l’eredità di Marrakech sia solo quella dei piccoli passi in avanti sull’implementazione tecnica di Parigi.

Nei fatti gli incontri ad alto livello sono stati un campionario di perorazioni dei governi, delle imprese e della società civile contro un probabile “trumpismo” climatico negli anni avvenire. Sul concetto di irreversibilità dell’Accordo di Parigi si sono spesi Ban Ki-moon, alla sua ultima COP, Patricia Espinosa, alla sua prima ed anche l’inviato speciale obamiano per i Cambiamenti climatici Jonathan Pershing, per cui questa potrebbe essere l’ultima. Secondo tutti loro la rapida entrata in vigore dell'Accordo di Parigi lo renderebbe a prova di Trump in quanto una volta entrato in vigore vi è un periodo di attesa di tre anni per qualsiasi paese che intenda ritirarsi, seguito da un anno prima che il ritiro abbia effetto. Non è pero chi non abbia visto, tra i delegati, che un conto è non ritirarsi, altro è coinvolgersi attivamente nell’azione climatica. John Kerry, segretario di Stato americano, infine pessimisticamente ha detto che "nessuno ha il diritto di prendere decisioni basate esclusivamente sulla ideologia per conto di miliardi di persone". Un elemento su cui hanno fatto leva tutti è che la politica di Trump consegnerebbe la leadership mondiale della green economy nelle mani della Cina e con essa tutti i vantaggi del mercato … e del prestigio, anche perché ora, a differenza dei tempi di Kyoto, tutti gli emettitori, grandi e piccoli, aziende e società civile, sono dentro l’Accordo, quello che per anni aveva chiesto l’altro Presidente negazionista Bush figlio, l’affossatore di Kyoto.

Ha finito per passare in secondo piano l’elemento di maggiore importanza nella dinamica globale del clima, cioè che a conti fatti gli impegni attuali (INDC) sono inadeguati a rimanere al di sotto di 2 °C a fine secolo e a colmare il divario delle emissioni stimato in 12-14 GtCO2eq, pari ad un quindicennio delle emissioni delle auto in Europa. Parzialmente consolatorio è risultato l’annuncio che il Fondo per l’adattamento ha ricevuto contributi per il 2016 di 81 milioni di dollari, superando il suo obiettivo di raccolta fondi.

Tornando alle tecnicalità interne all’Accordo di Parigi, Marrakech ha registrato discreti progressi nella definizione del Libro delle regole da scrivere entro il 2018 e per la gestione delle cosiddette "questioni orfane”, come l'articolo 12 (istruzione, formazione e sensibilizzazione del pubblico), che non erano ancora state esplicitamente incluse nelle agende degli organi della Convenzione. Nuovi elementi di chiarezza sono stati forniti sui preparativi per il dialogo facilitante del 2018, che dovrà fare avanzare l’ambizione dell’Accordo di Parigi e orientare la preparazione degli NDC, la versione aggiornata degli INDC alla luce degli obiettivi e del Rapporto sullo scenario a 1,5 °C che l’IPCC sta preparando. Progressi sono stati compiuti durante la prima settimana della conferenza su vari elementi di merito, vale a dire la mitigazione, l'adattamento, la trasparenza, lo stocktake globale del 2023, l'implementazione e la conformità, e altre questioni relative all'attuazione. Proficuo anche il lavoro degli organi tecnici SBI e SBSTA, su una serie di questioni come la capacitazione, le perdite e i danni per i quali è stato approvato un Piano di lavoro quinquennale a partire dal 2017, la trasparenza e la contabilità dei contributi pubblici ai paesi in via di sviluppo. Si poteva fare di più, dicono molti, anche perché il negoziato non è andato avanti nella settimana ministeriale pur essendo tutti i delegati ancora a Marrakech.

Nella realtà poi i delegati stessi dichiaravano per lo più di non essere ancora pronti a discutere le regole e che preferivano per ora i piccoli passi. Nella discussione in APA, il Ad Hoc Working Group on the Paris Agreement, non poteva che evidenziarsi il perdurare delle contraddizioni pur sempre ancora presenti alla conclusione di Parigi, in particolare la non chiara differenziazione delle responsabilità tra paesi con livelli di sviluppo diversi, la troppo diversa attenzione ai periodi pre e post 2020 che preoccupa i paesi che temono che l’atteggiamento dei paesi sviluppati sia meramente dilatorio, la portata non ben definita degli NDC, ora che è chiaro che gli INDC non sono adeguati agli obiettivi dell’Accordo, se registrali in maniera separata o unitaria, come dare lo spazio necessario all’adattamento, compito per ora mal supportato negli INDC anche se si è raggiunto l’accordo che tutti i Paesi dovranno rendicontare sull’adattamento entro i primi cinque mesi del 2017, i flussi dei finanziamenti e delle tecnologie ed altro ancora.

A Conferenza chiusa dobbiamo ammettere che le aspettative per quanto riguarda i progressi a Marrakech sono state, forse ingiustamente, esaltate dalla rapida entrata in vigore dell'Accordo di Parigi, e sono ulteriormente cresciute per la necessità di inviare forti segnali di unità e determinazione data l'incertezza causata dai risultati delle elezioni americane. Un'altra lezione appresa è che in tempi di incertezza il mondo guarda ad una nuova leadership. Alla COP 7, nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti usciti dal Protocollo di Kyoto, la leadership fu dell'UE che riuscì a portare dentro Canada, Giappone e Federazione Russa. Con un vuoto di leadership in arrivo, molti stanno scrutando i segni di una nuova guida. Saranno i grandi player, vale a dire la Cina e l'UE, a portare avanti l’azione per il clima? L’Europa francamente non ci sembra godere di buona salute. La Cina, pur da sempre leader indiscusso dei paesi in via di sviluppo e dotata di capacità, prestigio e forza economica, non è un paese democratico e finora avrebbe badato piuttosto alle proprie convenienze, ma resta il candidato d’elezione: una vera rivoluzione. Intanto 48 paesi membri del Forum vulnerabili si sono impegnati ad avere il 100% dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2050. Può essere un segno di spostamento della leadership verso i paesi di piccole dimensioni e grandi in ambizione. Sembra poco probabile. L’incredibile è che a metà della seconda settimana il vice ministro degli Esteri cinese, Liu Zhenmin, ha dovuto dichiarare che il suo paese non ha inventato il cambiamento climatico per ingannare gli Stati Uniti, secondo l’accusa elettorale di Trump. Se si guarda alla storia dei negoziati sul cambiamento climatico, ha detto Liu, l’IPCC è nato con il sostegno dei repubblicani durante l'amministrazione di Reagan e del Bush senior alla fine degli anni 1980. Siamo al punto che la Cina deve garantire agli Stati Uniti che il cambiamento climatico è un fatto serio e certo quando, fino a ieri, erano gli Stati Uniti ad accusare la Cina di approfittare del suo status di esente da obblighi di mitigazione ai sensi della Convenzione pre-Parigi.

Tutti i documenti della COP 22 si possono scaricare dalla pagina dedicata del sito dell’UNFCCC. Intanto apprendiamo che la COP 23 sarà presieduta dalle Isole Fiji ma ospitata dalla Germania a Bonn, perché il piccolo Stato non ha proprie strutture e capacità.

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Dicembre 2015: GLI IMPEGNI ASSUNTI A PARIGI

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Dicembre 2015: COP 21, L'ACCORDO DI PARIGI

Il testo integrale dell'Accordo è qui disponibile in lingua italiana assieme al documento delle decisioni. Tutta la vicenda futura della lotta ai cambiamenti climatici si svolgerà attorno ai contenuti di questo articolo dell'Accordo:

 

Articolo 2

1.    Questo Accordo, nel rafforzare l’implementazione della Convenzione, inclusi i suoi obiettivi, mira a rafforzare la risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico, nel contesto dello sviluppo sostenibile e degli sforzi per sradicare la povertà, incluso attraverso:

a)    il contenimento dell’incremento della temperatura media globale molto al di sotto dei 2 °C sopra i livelli pre-industriali (to well below 2 °C above pre-industrial levels) perseguendo tutti gli sforzi per limitare l’incremento della temperatura media globale a 1,5 °C al di sopra dei livelli pre-industriali, riconoscendo che questo ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico;

b)    l’incremento della capacità di adattamento agli impatti avversi del cambiamento climatico e il rafforzamento della resilienza climatica e di uno sviluppo a basse emissioni di gas serra in una modalità che non minacci la produzione di cibo;

c)     la coerenza dei flussi finanziari con i percorsi verso uno sviluppo resiliente a basse emissioni.

2.    Questo Accordo sarà implementato in modo da garantire l’equità e riflettere il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e le capacità specifiche, alla luce dei diversi contesti nazionali.

 

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2015: LA COP 21 E LE ATTIVITà PREPARATORIE

Volume III - COP 21

 

INDICE:

LA COP 21 ORA PER ORA

Sabato 12 Dicembre, ore 19:30. Si chiude la COP 21 con l'approvazione per acclamazione del Patto di Parigi

Sabato 12 Dicembre, ore 11. Il Comitè de Paris consegna il testo finale del Patto di Parigi

LA PREPARAZIONE DELLA COP 21 DI PARIGI

I climate Talks di Bonn-3, ottobre 2015

I climate Talks di Bonn-2, settembre 2015

I Climate Talks di Ginevra, Febbraio 2015

2015, Febbraio - Ginevra. Resoconti dei "Climate talks"

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Ruolo e responsabilità della COP 21

La ventunesima Conferenza delle Parti. I governi di più di 190 nazioni vanno a Parigi per discutere un nuovo accordo globale sui cambiamenti climatici, per ridurre le emissioni antropogeniche globali di gas serra ed evitare la minaccia di cambiamenti irreversibili del clima. Ma a Parigi c’è il terrore e la guerra. Non ce lo saremmo mai aspettato ma la COP 21 è blindata, le manifestazioni vietate e gli ambientalisti obbligati agli arresti domiciliari.

 Ci saranno Barack Obama degli Stati Uniti, Xi Jinping della Cina, Narendra Modi dell’India, Angela Merkel, David Cameron e anche Matteo Renzi. A differenza dei colloqui di Copenaghen,  in cui i leader mondiali sono arrivati all'ultimo minuto delle due settimane di colloqui, per trovare i loro team negoziali nel caos e senza un accordo chiaro per consentire loro di firmare, questa volta i leader arriveranno all'inizio della conferenza e potranno dare ai loro team negoziali istruzioni chiare per un accordo definitivamente strutturato alla fine delle due settimane. Lunedì mattina la Presidenza francese aprirà la conferenza con una sessione riservata ai capi di stato, un “leaders event” sollecitato dal governo francese, e guidato dal ministro degli Esteri Laurent Fabius, Presidente della COP 21, e dal ministro dell'ambiente Ségolène Royal. Certo è che negli incontri bilaterali si parlerà di terrorismo più che di clima. La speranza è che la gravità del contesto porti a risultati per l’uno e per l’altro.

Sappiamo che se le emissioni di gas a effetto serra continueranno ad aumentare, passeremo la soglia oltre la quale il riscaldamento globale diventa catastrofico e irreversibile. Tale soglia è stimata probabilisticamente ad un aumento della temperatura superficiale media terrestre a fine secolo di 2 °C di sopra dei livelli pre-industriali, mentre sulle traiettorie delle emissioni attuali ci stiamo dirigendo verso un aumento di circa 5 °C, la differenza di temperatura tra il mondo di oggi e l'ultima era glaciale.

Nonostante un apparente rallentamento del riscaldamento terrestre le temperature continuano a salire, smentendo i proclami degli scettici, ormai pochi ma agguerriti e ben finanziati. I record termici degli ultimi mesi confermano purtroppo che le variazioni osservate nei ritmi di crescita non sono statisticamente significative.

Per invertire questa tendenza occorre il contributo di tutti, in parziale contraddizione con quelli che sono stati i primi passi della Convenzione climatica alle COP di Berlino e di Kyoto. Quel mondo diviso in due, tra poveri e ricchi, Nord e Sud, Paesi obbligati ed esentati dall’abbattere le emissioni non esiste più. Ma raggiungere un accordo tra 196 paesi sarà mai facile, come abbiamo visto nel 2009 a Copenhagen, dove la COP fu accompagnata da attese paragonabili a quelle di oggi per Parigi, dove c’era il nuovo Presidente americano e un nuovo Patto si prevedeva che sarebbe stato scritto. A distanza di sei anni ed altrettante COP, un osservatore da lontano potrebbe dire che siamo allo stesso punto. Abbiamo invece ragione di credere che il lungo e logorante lavoro di questi anni darà i suoi frutti, anche sotto la spinta dei sempre più frequenti disastri climatici che colpiscono tutti, anche i più tiepidi come la Federazione Russa.

Come si legge sul Guardian il Protocollo di Kyoto è stato un trattato internazionale ben scritto, a tenuta stagna, completamente giuridicamente vincolante, un trattato sotto la Convenzione climatica di Rio de Janeiro, essa stessa vincolante. Ma non ha raggiunto i suoi obiettivi, perché non è stato ratificato dagli Stati Uniti, e perché la Russia gli ha dato il via quando forse era troppo tardi. E nessuno dei paesi che non hanno rispettato i loro impegni assunti nel quadro di Kyoto è stato sanzionato né lo sarà mai. Il disimpegno dei paesi non Annesso 1 si è inoltre rivelato una applicazione restrittiva e controproducente del Principio delle responsabilità comuni ma differenziate che non si è ancora riusciti a rimontare adeguatamente.

Il peso di un accordo a Parigi, questo lo si sa, ricadrà finalmente su tutti i paesi in modo proporzionato, ma il successo della lotta al cambiamento  climatico dipende dai grandi emettitori. L'UE taglierà le proprie emissioni del 40%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030. Gli Stati Uniti ridurranno le emissioni del 26-28%, rispetto ai livelli del 2005, entro il 2025. La Cina porterà le sue emissioni al picco entro il 2030. La diplomazia climatica ha adottato per Parigi un approccio bottom-up che è quanto di più  lontano ci possa essere da un impegno globale vincolante. Anzi si è chiesto ad ogni paese di fare la sua proposta e inviarla alla Convenzione con un formato che conosciamo con l’acronimo INDC. Il cambio di tattica ha avuto successo: nazioni responsabili di oltre il 90% delle emissioni globali di oggi hanno inviato i loro INDC con i loro obiettivi. Ci sono tutti i principali paesi sviluppati e in via di sviluppo, anche se il loro contributo è alquanto differenziato: nel caso dei paesi sviluppati si sono richiesti tagli effettivi delle emissioni, ma per i paesi in via di sviluppo il discorso si è articolato in una serie di obiettivi tra cui certamente l’abbattimento delle emissioni rispetto al business as usual, ma anche impegni per aumentare l'energia a basse emissioni, per l’adattamento e per preservare le foreste.

Le analisi degli INDC approvati dalle Nazioni Unite, che presentiamo in altra parte di questa stessa pagina, dicono che questi impegni volontari sarebbero sufficienti a tenere il mondo a circa 2.7-3 °C dell’anomalia termica terrestre. Non è sufficiente senza impegni vincolanti a rispettare le proposte, a non retrocedere da esse (backsliding) ed anzi a istituire un sistema di revisione in avanti degli obiettivi di emissione ogni cinque anni, tutti elementi chiave di qualsiasi accordo di Parigi.

Parigi lancerà poi un appello universale al di fuori della cerchia delle sue competenze, rivolto alla società civile e alle imprese affinché le città, i governi locali e le imprese stesse diano il loro contributo alla mitigazione. Qui siamo certi, leggendo i movimenti in atto in tutto il mondo, che questa chiamata di corresponsabilità avrà successo.

L'altra questione chiave è il finanziamento. I paesi più poveri vogliono che si fornisca loro aiuto per investire in tecnologie pulite, per ridurre le loro emissioni di gas serra, e per adattare il loro territorio ai più che probabili danni del cambiamento climatico. Si tratta di un problema estremamente controverso. A Copenaghen, i paesi donatori hanno deciso di erogare 30 miliardi US$ all’anno come  assistenza finanziaria "fast-start” ai paesi poveri, e hanno dichiarato che entro il 2020 , avrebbero portato i flussi finanziari ad almeno  100 miliardi  di US$ l'anno. Come pietra angolare di qualsiasi accordo di Parigi, i paesi poveri vogliono assicurazioni che questo impegno sarà coperto. Vogliono anche che i danni climatici (Loss and Damage) siano risarciti con fondi ulteriori e che si diano garanzie per gli anni oltre il 2020. Ci sono valutazioni moderatamente ottimistiche. Vedremo. Certo è che finora l’impegno non è stato confermato ed anzi si è chiesto che non solo i paesi ricchi, ma tutti contribuiscano con la formula “qualora siano in condizioni di farlo”.

Il cambiamento climatico aumenta il rischio degli eventi estremi come tempeste, siccità e inondazioni, precipitazioni ricorrenti e cambiamenti a lungo termine delle temperature e dei livelli del mare. Sarebbe un errore limitare le valutazioni d'impatto alla natura ed alle infrastrutture, perché il cambiamento climatico interessa una gamma di questioni relative allo sviluppo sostenibile molto più ampia come la salute, la sicurezza alimentare, l'occupazione, i redditi e le condizioni di vita, l'uguaglianza di genere, l’istruzione, le abitazioni, la povertà e la mobilità.

I disastri legati al clima interessano già oltre 200 milioni di persone ogni anno. Per gli oltre due miliardi e mezzo di persone che vivono con meno di 2$/die, le crisi climatiche possono innescare temibili spirali di sottosviluppo. Persone e paesi ad alto reddito possono far fronte agli shock attraverso assicurazioni private, vendendo beni o impegnando risorse economiche. I poveri possono solo ridurre i consumi, l'alimentazione, rinunciare alla cura delle malattie, all’istruzione dei bambini o vendere risorse da cui dipende la loro sopravvivenza.

Emissioni pro-capite di CO2 nel mondo (fonte: IEA WEO 2015)

Gli impatti sulla salute sono causati dal degrado ambientale dell’aria, dell’acqua potabile, del cibo e delle abitazioni. In forma acuta sono causati dalle ondate di calore, da inondazioni e siccità, dalle tempeste tropicali, da inattese forme di infezioni. Aggravano inoltre la cronica scarsità  d'acqua, la malnutrizione, lo stress psicosociale, gli spostamenti, le migrazioni e i conflitti. È stato stimato che entro il 2004, il modesto riscaldamento in corso dal 1970 aveva già provocato oltre 140 000 vittime in più all'anno. Il cambiamento climatico può contribuire alla diffusione del virus HIV, a causa della crescente povertà e degli spostamenti delle popolazione. I bambini di età fino a due anni, nati durante una siccità, hanno oltre il 70% di probabilità di patire la malnutrizione. Negli anni che seguono le inondazioni, sono stati riscontrati gravi effetti  tra i bambini in età prescolare a causa di un accesso ridotto al cibo, di una maggiore difficoltà di fornire cure adeguate e di una maggiore esposizione ai contaminanti ambientali.

Il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore del rischio della fame che,  entro il 2050, subirà un aumento dal 10 al 20% a causa delle perdite di produttività. Per quella data si prevedono 24 milioni di bambini malnutriti in più, +21%, quasi la metà nell’Africa sub-sahariana.  Al contempo i prezzi per le colture più importanti,  riso, grano, mais potrebbero aumentare fino al 150% entro il 2060. Studi recenti (FAO) sostengono che i prezzi dei prodotti alimentari saranno più che raddoppiati nei prossimi 20 anni con un trend superiore a quello del decennio a venire e con il cambiamento climatico tra le cause più importanti.

Il cambiamento climatico aumenta la vulnerabilità, impattando i sistemi e le istituzioni che sostengono la salute umana e il benessere, compresi gli ecosistemi, i mezzi di sussistenza, l'occupazione, e la prestazione di servizi sociali. La sola Africa è la patria di più di 650 milioni di persone che dipendono da colture pluviali in ambienti già colpiti da carenza idrica e dal degrado del territorio. Due terzi della superficie coltivabile potrebbe essere persi entro il 2025.  Disastri legati al clima possono danneggiare le infrastrutture che supportano la salute e il benessere, come i servizi sanitari, i servizi pubblici comuni, l’energia, i sistemi di comunicazione, la polizia, ed anche sovraccaricare i sistemi di protezione sociale e le reti di sicurezza. 5,3 miliardi di persone non hanno alcun accesso alla copertura di sicurezza sociale, e le politiche esistenti e i sistemi di protezione sociale sono spesso insufficienti per migliorare la resilienza del territorio. Il cambiamento climatico potrebbe causare un picco della disoccupazione e un peggioramento delle condizioni di lavoro nelle aree urbane, a cominciare dai trasporti.  

A causa dell’esistente marginalità sociale, delle discriminazioni o di politiche e istituzioni di protezione insufficienti, gli impatti del cambiamento climatico sono distribuiti tra i diversi gruppi sociali in maniera ineguale. Alcune caratteristiche come l'età, il sesso, l’etnia, il ceto sociale o la casta, sono fortemente associate alla vulnerabilità sociale. In particolare le norme, i ruoli e le relazioni di genere già determinano impatti diversi su uomini e donne, anche per la salute. Il mondo si sta sempre più urbanizzando: già più della metà della popolazione vive in aree urbane, ed entro il 2050 potrebbe arrivare ai due terzi. Quasi tutta la crescita urbana avverrà nei paesi in via di sviluppo, dove più del 50% della popolazione vive in baraccopoli, luoghi altamente vulnerabili, con materiali edilizi precari, accesso limitato alle infrastrutture e mancanza di sicurezza. Ciò è aggravato dal fatto che il 15% della popolazione urbana mondiale vive in zone costiere basse, altamente esposte agli impatti dell'aumento del livello del mare e agli eventi climatici estremi. (> more)

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Cronologia europea in vista di Parigi

 

13 luglio 2015. Ratificando l'emendamento di Doha il Consiglio ha adottato, il 13 luglio, la legislazione necessaria per aderire formalmente al secondo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto, (2013-2020) che funge da ponte verso un accordo sul cambiamento climatico globale post-2020. In tale contesto, l'UE, i suoi Stati membri e l'Islanda si sono impegnati a raggiungere congiuntamente una riduzione del 20% delle loro emissioni di gas serra combinate per il periodo 2013-2020 rispetto al livello del 1990 o il loro anno di riferimento prescelto.

26 marzo 2013: La Commissione Europea fa circolare un documento, dal titolo "The 2015 International Climate Change Agreement: Shaping international climate policy beyond 2020", che fa il punto della situazione e che propone, per la con-sultazione dei Paesi membri e degli stakeholder, una serie piuttosto complessa di quesiti intorno alle problematiche dell'accordo del 2015. Non vi sono proposti, tuttavia, elementi di orientamento né suggerimenti per il metodo da seguire per conseguire l'obiettivo Clima 2015.  Assieme al documento sopra citato per la consultazione intorno all'obiettivo 2015, la Commissione ha pubblicato un documento di lavoro "Commission Staff Working Document" che contiene una importante serie di dati sullo stato mondiale dell'economia e del clima. Alcuni dei dati vengono da noi riportati alla pagina dei dati statistici e delle metodologie.

4 marzo 2015: La Commissione pubblica un  Annesso al Paris Protocol contiene i dati e i grafici di riferimento della proposta europea per la COP21 di Parigi.

25 febbraio 2015: Il "Paris Protocol. A blueprint for tackling global climate change beyond 2020" della Commissione Europea contiene il cosiddetto Energy Union Package, cioè la strategia europea al 2030 e la proposta per Parigi, che comporta a quella data un abbattimento delle emissioni pari al 40% riferito all'anno 1990, il punto di partenza dei conteggi della Convenzione climatica e del Protocollo do Kyoto.  Il documento è accompagnato da uno Staff Working Document che ne approfondisce le tematiche.

Il 25 febbraio la Commissione Europea lancia l’Europa dell’energia. Tempestiva rispetto alla crisi  ucraina e alle difficoltà mediorientali in progressivo aggravamento,  la Comunicazione parte dagli attuali dati ed avanza una proposta, che comprende tutto il quadro delle strategie al 2030 e al 2050 ed una proposta per la Conferenza climatica di Parigi della fine del 2015.

Gli ultimi dati dimostrano che l'UE ha importato il 53% della sua energia ad un costo di circa 400 G€, che la rende il più grande importatore di energia al mondo. Sei Stati membri dipendono da un solo fornitore esterno per le loro importazioni di gas. È stato stimato inoltre che l’incremento marginale dell'1% nel risparmio energetico taglia le importazioni di gas del 2,6%. Il 75% del patrimonio abitativo europeo è inefficiente. Il 94% per cento dei trasporti si basa sui prodotti petroliferi, di cui il 90% è importato. Collettivamente, l'UE ha speso più di 120 M€ l’anno in sovvenzioni per l'energia, spesso non giustificate. Oltre 1 G€ in investimenti è necessario entro il 2020. I prezzi all'ingrosso dell'energia elettrica per i paesi europei sono a livelli bassi, ma ancora superiori del 30% rispetto agli Stati Uniti. Allo stesso tempo, i prezzi dell'energia elettrica  per le famiglie,  imposte comprese, sono aumentati in media del 4,4% dal 2012 al 2013. I prezzi del gas all'ingrosso sono ancora più del doppio di quelli US. Le imprese europee di energia rinnovabile hanno un fatturato annuo di 129 G€ e impiegano oltre un milione di persone. Le imprese europee hanno una quota del 40% di tutti i brevetti per le tecnologie rinnovabili.

Tutto ciò premesso, la proposta di strategia dell'Europa dell’energia poggia su cinque pilastri sinergici e strettamente interdipendenti:

Sicurezza delle forniture. Per ridurre la dipendenza dalle importazioni di fonti energetiche occorre fare meglio, con un uso più efficiente delle fonti energetiche, in particolare quelle interne, e la diversificazione delle fonti e delle forniture esterne. L'Unione europea si è impegnata a diventare il leader mondiale nel settore delle energie rinnovabili, e l’hub globale per sviluppare la prossima generazione di tecnologia delle energie rinnovabili, avanzata e competitiva. L'UE ha fissato un obiettivo pari almeno al 27% per la quota di energia rinnovabile consumata nell'UE nel 2030, essendo già sulla buona strada per raggiungere la quota entro del 20% entro il 2020 nella sua energia e facendo tesoro della riduzione dei costi per energia eolica e fotovoltaica, dovuta in gran parte all'impegno dell'Unione europea in questo settore ed agli incentivi posti in essere.

Mercato interno dell'energia. L’energia deve fluire liberamente in tutta l'UE senza barriere tecniche né regolamentari. Solo allora i produttori di energia potranno liberamente competere e offrire l'energia ai migliori prezzi, e l’Europa potrà realizzare pienamente il suo potenziale di energie rinnovabili. È stato fissato un obiettivo di interconnessione specifico minimo per l'energia elettrica al 10% della capacità di produzione di energia elettrica degli Stati membri entro il 2020. Nel 2016, la Commissione riferirà in merito alle misure necessarie per raggiungere un obiettivo del 15% entro il 2030.

Efficienza energetica. Consumare meno energia significa meno inquinamento, una maggiore protezione delle nostre fonti energetiche interne e la riduzione del nostro bisogno di importazioni di energia. Il Consiglio europeo ha fissato, nell’ottobre 2014, un obiettivo indicativo a livello di UE, pari almeno al 27% di miglioramento dell'efficienza energetica nel 2030, obiettivo che sarà riesaminato entro il 2020, avendo in mente un livello portato al 30%.

Riduzione delle emissioni. Il nostro obiettivo di emettere almeno il 40% in meno di gas serra entro il 2030 è un primo passo. Il prossimo sarà il rinnovo del sistema di scambio delle emissioni europeo (EU – ETS) e investire di più nello sviluppo delle fonti di energia rinnovabili.

Ricerca e innovazione in campo energetico. Se otterremo il ruolo di leader tecnologico in fatto di energie alternative e di riduzione dei consumi, si creeranno alti flussi di esportazione e nuove opportunità industriali, una maggiore crescita spinta e più occupazione. In particolare le reti elettriche devono evolvere in modo significativo. Occorre ampliare le possibilità della generazione distribuita e della gestione della domanda, e sviluppare nuovi collegamenti di lunga distanza ad alta tensione in corrente continua (supergrids) e nuove tecnologie di stoccaggio.

L'obiettivo dell’Europa dell’energia resiliente con una politica climatica ambiziosa è di dare a famiglie ed imprese energia a prezzi accessibili,  sicura, sostenibile e competitiva. Il raggiungimento di questo obiettivo richiede una trasformazione profonda del sistema energetico europeo. Vogliamo che gli Stati membri confidino negli altri per fornire energia sicura ai propri cittadini;  che l'energia fluisca liberamente attraverso le frontiere, sulla base della concorrenza e dell’uso razionale delle risorse, aiutato da una efficace regolamentazione dei mercati energetici europei. L’ Europa dell’energia è a basse emissioni di carbonio e progettata per durare. La forza lavoro europea deve sviluppare le competenze per costruire e gestire questo tipo di energia. I cittadini devono essere protagonisti della transizione energetica e beneficiare di nuove tecnologie per ridurre le bollette.

Per raggiungere questi obiettivi, i combustibili fossili e un’economia dove l'energia è basata un’offerta centralizzata, vecchie tecnologie e modelli di business obsoleti devono essere lasciati alle spalle. Le sovvenzioni ambientalmente dannose devono essere eliminate e deve essere riformato il sistema EU-ETS per dare un importante segnale agli investitori. È altrettanto indispensabile incoraggiare gli Stati membri a stabilire una roadmap per la graduale eliminazione di tutti i prezzi regolamentati.

La roadmap dell’Europa dell’energia è contenuta per punti, in dettaglio, nell’Annesso alla Comunicazione del 25 febbraio 2015.

 

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25 Settembre 2015: Seconda dichiarazione congiunta Stati Uniti-Cina sulla volontà comune di un accordo forte alla COP 21 di Parigi

 

In occasione della visita di Stato a Washington DC di Xi  Jinping ad Obama, i due Presidenti riaffermano la loro comune convinzione che il cambiamento climatico è una delle più grandi minacce per l'umanità e che i due paesi hanno un ruolo fondamentale da svolgere nell'affrontare questa crisi. I due Presidenti hanno anche riaffermato la loro determinazione ad andare avanti con decisione per attuare politiche climatiche nazionali, a rafforzare il coordinamento e la cooperazione bilaterale  e a promuovere lo sviluppo sostenibile e la transizione verso la green economy a basse emissioni di carbonio e le economie resilienti ai cambiamenti climatici. (> scarica il testo del comunicato congiunto Stati Uniti - Cina)

I due Presidenti ribadiscono la visione comune USA-Cina sul cambiamento climatico espressa dal documento di intesa del 12 novembre 2014. Ricordando il mandato di Durban di adottare un protocollo, un altro strumento giuridico o un risultato concordato con forza legale ai sensi della Convenzione applicabile a tutte le parti, rafforzano la loro volontà di lavorare insieme e con gli altri verso un esito ambizioso e di successo a Parigi che promuova la realizzazione dell'obiettivo della Convenzione, con attenzione all’obiettivo di tenere l’aumento della temperatura globale media sotto sotto i 2° C. Essi ribadiscono il loro impegno a raggiungere un accordo ambizioso nel 2015 che rifletta il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità, alla luce delle diverse situazioni nazionali. Essi considerano inoltre che la differenziazione dovrebbe riflettersi in modo appropriato nei punti essenziali dell'accordo di Parigi.

Gli Stati Uniti e la Cina si sono impegnati a realizzare le loro rispettive azioni post-2020, come annunciato nell’intesa del novembre 2014. Da quel momento, entrambi i paesi hanno compiuto passi importanti verso l'attuazione e si sono impegnati a proseguire con gli sforzi più intensi e a promuovere investimento globali rilevanti nelle tecnologie e nelle soluzioni a basso tenore di carbonio.

 

Dalla data del primo comunicato congiunto, gli Stati Uniti hanno adottato importanti iniziative per ridurre le proprie emissioni, e hanno annunciato proprio oggi importanti piani aggiuntivi di attuazione. Nel mese di agosto 2015, gli Stati Uniti hanno finalizzato il Clean Power Plan, che ridurrà entro il 2030 del 32% rispetto ai livelli del 2005 le emissioni di CO2 dal settore energetico. Nel 2016, gli Stati Uniti finalizzeranno un piano federale per implementare gli standard di emissione di carbonio per le centrali elettriche negli stati che non scelgono di implementare propri piani di attuazione come previsto dal Clean Power Plant. Gli Stati Uniti si impegnano a portare a termine il prossimo passo, l’emissione nel 2016 degli standard di efficienza di portata mondiale del carburante per i veicoli pesanti e la loro attuazione nel 2019. Nel mese di agosto 2015, gli Stati Uniti hanno proposto norme separate per le emissioni di metano dalle discariche e dai settore di petrolio e gas  impegnandosi a portare a termine entrambi gli standard nel 2016. Nel luglio 2015, gli Stati Uniti hanno finalizzato nuove significative misure per ridurre l'uso e le emissioni di HFC attraverso il programma Significant New Alternatives Policy (SNAP), e si impegnano da oggi a continuare a perseguire nuove azioni nel 2016 per ridurre l'uso e le emissioni di HFC. Infine, nel settore dell'edilizia, gli Stati Uniti si impegnano a mettere a punto più di 20 standard di efficienza per gli elettrodomestici e la strumentazione per la fine del 2016.

La Cina, per parte sua, sta facendo grandi sforzi per far progredire la consapevolezza ecologica e per promuovere lo sviluppo sostenibile mediante la green economy a basse emissioni di carbonio, climaticamente resiliente, accelerando l'innovazione istituzionale e migliorando le politiche e le azioni. La Cina ridurrà le emissioni di anidride carbonica per unità di PIL dal 60 al 65% rispetto al livello del 2005 entro il 2030 e aumenterà il volume dello stock forestale di circa 4,5 miliardi di metri cubi entro il 2030 rispetto al livello del 2005. La Cina promuoverà la sua smart grid elettrica, dando la priorità , nella distribuzione e dispacciamento, alla produzione di energia da fonti rinnovabili e di energia fossile da combustibili di maggiore  efficienza e di livelli di emissione più bassi. La Cina prevede inoltre di avviare nel 2017 il suo sistema cap&trade di scambio delle emissioni nazionali, che coprono settori industriali chiave come il ferro e l'acciaio, la generazione di energia, i prodotti chimici, i materiali da costruzione, la fabbricazione della carta e i metalli non ferrosi. La Cina si impegna a promuovere un’edilizia e sistemi di trasporto a basse emissioni di carbonio, con la quota di edifici green che raggiunge il 50% degli edifici di nuova costruzione in città e paesi entro il 2020 e la quota del trasporto pubblico a traffico motorizzato che raggiunge il 30% nelle  città grandi e medie entro il 2020. Finalizzerà in un prossimo passo, nel 2016, gli standard di efficienza dei carburanti per i veicoli pesanti e li attuerà entro il 2019. Continuerà a sostenere ed accelerare le azioni sugli HFC, ed in particolare controlli efficaci  sulle emissioni di HFC-23 entro il 2020.

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30 Giugno 2015: La Cina presenta il suo INDC nazionale

La proposta è stata trasmessa sotto forma di INDC, come d’obbligo. Si tratta ovviamente di un documento di grande rilievo.

Gli elementi essenziali sono i seguenti: la Cina ridurrà le sue emissioni di gas a effetto serra per unità di PIL (intensità carbonica) del 60-65% rispetto ai livelli del 2005. La Cina dichiara di voler aumentare la quota di energia di origine non fossili  in energia primaria di circa il 20% entro il 2030, e di impegnarsi a fondo per avere il picco delle emissioni alla stessa data o prima ancora. La Cina prevede di aumentare la sua capacità installata di energia eolica a 200GW e solare a circa 100 GW dagli attuali 96 e 28GW. Aumenterà il suo uso di gas naturale con il quale prevede di recuperare oltre il 10% del suo consumo di energia primaria entro il 2020.

Ad una prima valutazione il Piano della Cina comporta installazioni di energia a basso tenore di carbonio pari all'intera capacità del sistema statunitense di energia elettrica fino ad oggi. Impegno della Cina riflette in gran parte gli impegni assunti nel novembre dello scorso anno, come parte di un accordo raggiunto con gli Stati Uniti. Del pari la Cina tenterà di ridurre i livelli di inquinamento atmosferico che sono l’effetto della sua rapida crescita economica basata sul carbone, che il documento descrive come una "piaga" sulla qualità della vita delle persone.

Il consumo di carbone rappresenta ancora circa il 66% del consumo energetico della Cina. L'anno scorso la Cina ha annunciato un piano per limitare il consumo di carbone entro il 2020 ad un livello di 4,2 Gt di carbone riportandolo a meno del 62% del mix di energia primaria entro lo stesso anno. Nel documento la Cina dice che i risultati dei negoziati di Parigi  dovrebbero tener conto delle responsabilità storiche differenziate, dal momento che i paesi sviluppati hanno immesso molto più carbonio nell'atmosfera nel corso del tempo rispetto ai paesi in via di sviluppo. Resta il fatto, riconosciuto dallo stesso governo cinese,  che non è probabile che gli impegni che sono stati presentati, dalla Cina e dagli altri, siano sufficienti a mantenere le temperature globali entro i +2°C. L’impegno generale deve essere ulteriormente aumentato, dicono i cinesi.  (> scarica il Documento INDC della Cina in mandarino e in inglese)

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8 Giugno 2015: Il G7 al castello di Elmau in Baviera si conclude con una chiara posizione dei sette capi di governo per il phase out definitivo dei combustibili fossili

 

 

I leader del G7, in un quadro di generale scetticismo, hanno inviato un chiaro segnale che il mondo deve abbandonare i combustibili fossili e verso un futuro alimentato da energia rinnovabile. Associazioni ecologiste, investitori e imprese hanno commentato il documento finale interpretandolo come un tentativo positivo di  "avanzare il modello di politica sul clima" (CAN) in vista dei negoziati della COP 21 della UN FCCC delle Nazioni Unite a Parigi nel mese di dicembre di quest'anno. Alcuni hanno sottolineato  l'impegno come "un altro segnale che la fine dell'era dei combustibili fossili è inevitabile", mentre rappresentanti delle imprese dicono che il comunicato rappresenta un "segnale urgente per catalizzare l'azione per il clima": IKEA annuncia un contributo di 1 G€ per il Fonda climatico.

I sette capi di governo  hanno dichiarato, e quindi si sono formalmente impegnati, ad una decarbonizzazione totale nel corso del secolo, dando un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra a livello internazionale dal 40 al 70% entro il 2050, ed a decarbonizzare i loro settori energetici entro la metà del secolo: "We commit to doing our part to achieve a low-carbon global economy in the long-term, including developing and deploying innovative technologies striving for a transformation of the energy sectors by 2050". L'annuncio mostra che le maggiori economie del mondo non vedono un futuro per i combustibili fossili, e mettono in discussione eventuali nuovi investimenti in energia fossile come le centrali a carbone che, a questo punto, dovrebbero essere eliminate dalla programmazione, cosicché nessuna di loro sarebbe più attiva nel 2050.

Si tratta di vedere, come altri hanno commentato, quanti fatti seguiranno queste parole ma, a detta di tutti, riuscire a convincere Canada e Giappone a sponsorizzare la lotta ai cambiamenti climatici e a firmare questo tipo di documento finale, è stato un successo personale ed inatteso di Angela Merkel, cui non sono mancate né la tenacia né il carisma. Segnaliamo che, senza ombra di dubbio, il documento congiunto Cina-USA  dello scorso novembre ha facilitato di molto questo andamento del G7.

Per quanto riguarda gli effetti dei cambiamenti climatici, che non possono essere più evitati, i governi hanno deciso di proteggere e assicurare i paesi più poveri e più vulnerabili. Si sono anche impegnati ad accelerare l'accesso alle energie rinnovabili in Africa, e hanno riconfermato la volontà di conferire i promessi 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020 al Fondo per il clima per sostenere le nazioni in via di sviluppo nei loro sforzi nazionali per la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. Anche qui, poiché ne siamo lontani, ci si attende che i conferimenti avvengano sollecitamente.

Le NGO ecologiste hanno avvertito che "fissare gli obiettivi, senza aumentare i propri impegni nazionali non è accettabile", e hanno esortato i leader ad accelerare il passo prima di Parigi e ad "abbandonare i combustibili fossili nel più breve tempo possibile, sostituendoli con le energie rinnovabili e l'efficienza energetica". l'impegno di questi governi può accelerare la transizione dai fossili alle energie rinnovabili, che  cittadini, scienziati, imprese e investitori di tutto il mondo ormai chiedono. I governi locali e regionali stanno aprendo la strada, e nuovi dati forniti dalla Confederazione mondiale dei Sindacati, dimostrano che nove persone su dieci vogliono che a livello mondiale i loro governanti facciano di più per evitare gli impatti i peggiori dei cambiamenti climatici.

Le letture del G7 tedesco possono essere diverse. Certo è che un'aria di ottimismo viene dalla Baviera, anche in contrasto con l'andamento lento dei Climate Talks (> vai al resoconto) che, praticamente in contemporanea, si sono tenuti a Bonn, che è pur sempre Germania. (> scarica il documento finale del G7 2015)

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28 gennaio 2015: Il punto sul negoziato sul clima, di Toni Federico (> leggi l'intera nota)

Nel dicembre 2015, tutti i paesi si incontreranno a Parigi per firmare un accordo globale sul cambiamento climatico. L'accordo, è ormai chiaro, si sta avviando su un sentiero nuovo, diverso da molti degli accordi multilaterali più comuni nel sistema delle Nazioni Unite1. Oggi, l’approccio pone al centro la volontà e le capacità dei singoli paesi, nell’ipotesi, tutta da verificare, che la sommatoria delle ambizioni, benché spesso condizionate da politiche interne inadeguate, consenta al mondo di raggiungere gli obiettivi della Convenzione climatica: ai singoli paesi viene chiesto di presentare i propri progetti per la mitigazione delle emissioni e le proprie politiche di sviluppo, energetiche, di adattamento climatico ed altre ancora. Al livello di governance globale spetta piuttosto assicurare le condizioni necessarie per ottenere i livelli necessariamente alti di ambizione e la capacitazione finanziaria, tecnologica ed informativa di tutti.

Il sostegno finanziario e tecnologico per le azioni di mitigazione e di adattamento deve favorire ovunque una transizione verso economie e consumi a basso tenore di carbonio, deve cioè in sostanza affermare la validità universale della green economy. Un buon accordo potrà fornire un quadro di riferimento, consentendo ai singoli paesi di fare di più di  quello che possono fare da soli e garantendo, per quanto possibile, la trasparenza per migliorare la cooperazione e per rendere possibile una gestione degli sforzi a livello globale.

Il quadro negoziale si sta dunque adeguando alle nuove realtà mondiali, ma con troppo ritardo. L’accordo di Parigi, se sarà raggiunto, andrà in vigore a partire dal 2020 e una prima verifica dei risultati è improponibile prima del 2015. Ma, alla COP 17 di Durban nel 2011, si convenne di accelerare l'azione prima del 2020. Limitare il cambiamento climatico a lungo termine dipende dallo stock delle emissioni cumulative che permane in atmosfera e negli oceani, pertanto fare meno oggi rende necessario uno sforzo maggiore in futuro per cogliere l’obiettivo, ormai condiviso dopo Copenhagen, di limitare l’aumento termico medio terrestre a meno di 2 °C sopra il livello pre-industriale.

Sono più di 90 i paesi che hanno dichiarato impegni di riduzione delle emissioni per il periodo fino al 2020 (pledge) che però, sommati, sono, nelle parole dell’UN FCCC, "Lungi dall'essere sufficienti per colmare il divario delle emissioni rispetto all’obiettivo (emissions gap)". Altrettanto insufficienti sono, fino ad oggi, le contribuzioni finanziarie volontarie al Green Climate Fund, dispositivo concordato a Cancùn, dotato di una propria struttura autonoma a Durban, la cui sede è stata assegnata alla Corea del Sud, per sostenere i paesi svantaggiati nello sforzo contro i cambiamenti climatici.

Il desiderato accordo globale di Parigi dovrebbe includere piani ambiziosi di azione per ogni paese dal 2020 in poi e un pacchetto di azioni pre-2020, con impegni di mitigazione nazionali più ambiziosi degli attuali, una migliore erogazione di risorse finanziarie ed iniziative più esplicite in settori chiave,come l'efficienza energetica, le energie rinnovabili e la protezione delle foreste.(> leggi l'intera nota)

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Settembre 2014: A New York per aprire la strada verso Parigi

 

Mantenendo fede agli impegni presi a Varsavia, il Segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon ha invitato i leader mondiali, governi, finanza, imprese, e società civile ad un Summit sul Clima, questo 23 settembre del 2014 al fine di stimolare e potenziare l’azione per il clima. Ban ha chiesto a tutti i leader di portare a  New York annunci coraggiosi per azioni in grado di ridurre le emissioni serra, rafforzare la resilienza del sistema climatico, e mobilitare le volontà politiche per un accordo vincolante e  significativo da raggiungere a Parigi nella COP del dicembre 2015.

I rappresentanti dei 28 paesi dell'UE hanno per parte loro rinviato ad ottobre la decisione sugli obiettivi climatici dell’Europa per il 2030, per decidere  dopo la conferenza di Ban-Ki-Moon. I leader mondiali presenti al vertice di Martedì 23 dovrebbero offrire una rinnovata azione sul cambiamento climatico,  abbastanza ambizioso per mantenere l'aumento della temperatura globale a livelli di sicurezza – cioè entro i +2°C a fine secolo.

La formula assembleare del Summit lascia alquanto perplessi. Cosa si potrà fare in 24 ore che non sia già stato fatto in tutti questi anni? L’incontro andrebbe bene per una celebrazione di un accordo, che peraltro non c’è. Angela Merkel e il Capo del Governo indiano non verranno. Non verrà il nuovo protagonista assoluto della vicenda climatica, il Presidente Cinese Xi Jinping, al suo posto il vice Zhang Gaoli , ma c’è Barak Obama, già portatore della croce a Copenhaghen. Sono questi due i veri protagonisti, il primo non può spegnere le sue centrali a carbone, il secondo pare non riuscire a convincere i suoi concittadini della gravità della situazione e della necessità di una leadership climatica americana. L’Europa non dissimula la tentazione di fare l’ago della bilancia à l'envers, magari abbandonando alla fine il campo per motivi di competitività industriale.

Ci saranno oltre 120 Capi di Stato e di Governo il 23 a New York. Parleranno? Difficile in un cerimoniale che non prevede che ci si presenti al Summit con posizioni ben consolidate, quindi già note. Ascolteranno? È probabile, per tornare a casa con l’ennesimo fardello di buoni propositi. Né potrà bastare l’azione volontaria da parte del settore privato che non può essere sufficiente da sola. I governi hanno promesso di cercare di limitare il riscaldamento globale a +2 °C, ma l’UNEP calcola che gli impegni di riduzione finora dichiarati (pledge), se onorati,  ci portano dritti dritti ad un aumento di temperatura compresa tra 3 e 4 °C. I governi hanno fissato una scadenza a marzo 2015 per delineare quello che sono disposti a offrire per un nuovo accordo sul clima, compreso quanto essi sono disposti a frenare le proprie emissioni. Se il termine è questo è improbabile che i vari Paesi scoprano le carte a New York la prossima settimana.

Il 21 settembre ci sarà una manifestazione, certamente grande, convocata da Ban ki-moon con Leonardo di Caprio, cui lui stesso parteciperà contro ogni protocollo. altre ce ne saranno nel resto del mondo. Ci saranno le imprese, i gruppi ambientalisti e la popolazione in una nuove alleanza che dovrebbe creare un ambiente che può mettere più pressione sui governi per agire. Ban ha dichiarato: “L’azione sul cambiamento climatico è urgente. Più ritardiamo, più si pagherà in vite umane e in denaro. Il vertice sul clima che sto convocando ha due obiettivi: mobilitare la volontà politica per un accordo universale e significativo del clima il prossimo anno a Parigi; e in secondo luogo suscitare impegni e misure ambiziose per ridurre le emissioni. Prevediamo un'affluenza impressionante dei leader di governo, delle imprese, della finanza e della società civile. Da tutti ci aspettiamo impegni significativi e progressi".

L'ultima volta che Ban ha convocato un vertice come questo è stata prima della conferenza sul clima di Copenaghen del 2009, che è stato un disastro diplomatico, con gli ultimi giorni segnati da caos e recriminazioni. La speranza delle Nazioni Unite è che far incontrare i leader in una serie di incontri privati permetterà loro di assumere più liberamente nuovi impegni, necessari dal momento che gli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni si esauriscono nel 2020.

E la Cina? Zou Ji, vice direttore di un think tank che lavora per il governo cinese in materia di politica climatica, ha detto ai giornalisti che Pechino non specificherà obiettivi per l'accordo sul clima - in corso di negoziato separatamente dal summit - fino alla prima metà del prossimo anno. Xie Zhenhua, funzionario responsabile per il cambiamento climatico, ha segnalato nuovi impegni di lotta al cambiamento climatico in vista del Summit, dicendo che la Cina potrebbe presentare "alcune azioni positive".

La fondazione per  lo sviluppo sostenibile produrrà il resoconto puntuale sul Summit di New York del 23 settembre e tutta la documentazione dell'evento nella pagina http://www.comitatoscientifico.org/temi%20CG/clima/index.htm

 

La manifestazione per il clima del 21 settembre 2014 a Roma

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Novembre 2014: I giganti si muovono in vista di Parigi 2015. Stati Uniti - Cina: Dichiarazione congiunta sul cambiamento climatico

I due giganti finalmente si muovono. La stessa Fondazione per lo Sviluppo sostenibile dichiarò a valle di Copenhagen che non si sarebbero fatti passi avanti nella trattativa globale senza un accordo tra Cina e Stati Uniti.

A Pechino, il 12 Novembre gli Stati Uniti e la Cina hanno presentato, con dichiarazione pubblica dei due Presidenti Obama e Xi, un accordo segretamente negoziato per ridurre il loro emissioni di gas a effetto serra, con la Cina che accetta per la prima volta di limitare le emissioni e gli Stati Uniti di impegnarsi in riduzioni profonde entro il 2025. Gli impegni di questo accordo forniscono, secondo il Guardian, una spinta importante agli sforzi internazionali per raggiungere un accordo globale sulla riduzione delle emissioni dopo il 2020 in vista della Conferenza delle Nazioni Unite a Parigi a fine 2015.

La Cina, il più grande emettitore di gas serra nel mondo, ha deciso di invertire la crescita delle sue emissioni nel 2030 o prima, se possibile. In precedenza la Cina si era sempre e solo impegnata a ridurre il rapido tasso di crescita delle proprie emissioni. Ora ha anche promesso di incrementare l'uso di energia da fonti a emissioni zero al 20% entro il 2030.

Gli Stati Uniti si sono impegnati a ridurre le proprie emissioni del 26-28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025.

L'Unione europea, ricordiamo (> consulta la documentazione) ha già approvato, il 23 Novembre, un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40% rispetto al 1990 entro il 2030, vincolante per i suoi paesi membri.

Gli Stati Uniti emettevano nel 2005 un totale di 6197,4 MtCO2. Circa il  massimo, oltre il quale si osserva l’inversione. L’impegno assunto in Cina stabilisce un percorso che nel 2020 porterebbe gli USA entro il 2025 a 4462,1 MtCO2. Ci sembra opportuno ricordare che gli US sottoscrissero nel 1997 a Kyoto, senza poi ratificarlo, un impegno di riduzione del 6% rispetto al 1990 che li avrebbe portati tra il 2008 e il 2012 (in media) a 5065,4 MtCO2, rispetto alle emissioni del 1990 pari a 5388.7 MtCO2 (4748,5 dagli usi finali, fonte US EPA).  

Viceversa le emissioni registrate nel 2011 dagli US sono pari a 5797,3 MtCO2. Un semplice calcolo lineare ci dice che gli Stati Uniti, se avessero ratificato il Protocollo di Kyoto, e se avessero proseguito la mitigazione con lo stesso ritmo, avrebbero raggiunto nel 2020 le 4935,1 MtCO2 e nel 2025 le 4862.8 MtCO2. Il nuovo impegno US al 2025 è dunque ben più impegnativo di Kyoto, anche se ancora decisamente inferiore a quello europeo, rappresentando una riduzione delle emissioni del 17% su base 1990 al 2025.

Eseguendo il calcolo in termini di convergenza nelle emissioni pro-capite, ricordando che gli US nel 2011, secondo EU EC JRC,  sono a 17,3 tCO2 (17,6 tCO2 in media 2010-2014, fonte World Bank)e la Cina a 7,7 tCO2 (6,2 in  media 2010-2014), a popolazione crescente al ritmo degli ultimi 50 anni .- il 3%-, avremmo per il cittadino US una emissione annuale di 11 tCO2 nel 2025.: un calo importante anche se non in linea con una ipotesi di convergenza in pro capite al 2050 verso un valore inferiore a 3 t pro capite.

Volendo fare i calcoli sulle emissioni complessive di gas serra secondo UNFCCC, nel 1990 USA emetteva 6219 MtCO2eq, nel 2005  erano 7228, nel 2011 (ultimo dato) 6716 MtCO2eq. Il target sottoscritto a Kyoto dagli US, nella media 2008-2012 era pari a 5.846 MtCO2eq. Il target al 2020 già deciso era 5999 MtCO2eq. La proposta attuale di -27% rispetto al 2005 al 2025 corrisponde a 5276, pari al -15% su base 1990.

Il testo del pronunciamento (informale per gli Stati Uniti in assenza di un pronunciamento del Congresso - > leggi il testo completo) è stato reso pubblico dalla casa Bianca. Lo riportiamo di seguito nei punti essenziali in lingua originale, data la delicatezza dell’argomento.

 “1.     The United States of America and the People’s Republic of China have a critical role to play in combating global climate change, one of the greatest threats facing humanity. The seriousness of the challenge calls upon the two sides to work constructively together for the common good.

2.     To this end, President Barack Obama and President Xi Jinping reaffirmed the importance of strengthening bilateral cooperation on climate change and will work together, and with other countries, to adopt a protocol, another legal instrument or an agreed outcome with legal force under the Convention applicable to all Parties at the United Nations Climate Conference in Paris in 2015. They are committed to reaching an ambitious 2015 agreement that reflects the principle of common but differentiated responsibilities and respective capabilities, in light of different national circumstances.

3.     Today, the Presidents of the United States and China announced their respective post-2020 actions on climate change, recognizing that these actions are part of the longer range effort to transition to low-carbon economies, mindful of the global temperature goal of 2 °C. The United States intends to achieve an economy-wide target of reducing its emissions by 26%-28% below its 2005 level in 2025 and to make best efforts to reduce its emissions by 28%. China intends to achieve the peaking of CO2 emissions around 2030 and to make best efforts to peak early and intends to increase the share of non-fossil fuels in primary energy consumption to around 20% by 2030. Both sides intend to continue to work to increase ambition over time.

4.     The United States and China hope that by announcing these targets now, they can inject momentum into the global climate negotiations and inspire other countries to join in coming forward with ambitious actions as soon as possible, preferably by the first quarter of 2015. The two Presidents resolved to work closely together over the next year to address major impediments to reaching a successful global climate agreement in Paris.”

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2014: LA COP 20 E LE ATTIVITà PREPARATORIE

Volume II - COP 20

 

INDICE:

 

Introduzione

Le tappe del negoziato internazionale sul clima dal 1992 al 2013

2014, 1-12(14) dicembre - La 20° Conferenza delle Parti a Lima traccia la strada del negoziato di Parigi

Mitigazione dei cambiamenti climatici e forma giuridica dell'accordo di Parigi

Il gruppo di lavoro ADP prepara l'accordo universale vincolante

2014, ottobre - Bonn, la sessione 2(6) del GdL ADP

Il Climate Summit di New York

I risultati del Climate Summit di New York, del 23 settembre nelle parole conclusive del Segretario generale Ban ki-moon

Il Summit

La discussione sui singoli temi

Le principali prese di posizione dei Governi espresse in Assemblea Generale

Tabella che riassume gli impegni di mitigazione assunti da ciascun paese (pledge) in occasione del Summit di New York

Europe

The Americas and Atlantic Islands

Africa

Middle East and Asia

2014, giugno - Bonn, la sessione 2(5) del GdL ADP

Le precedenti riunioni del GdL ADP

 

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2013: DA BALI A VARSAVIA

Volume I   COP 13 - COP 19

 

INDICE

Introduzione. Le tappe del negoziato internazionale sul clima 1992 – 2013

La COP 19 e la CMP 9 di Varsavia

Notizie tristi dalla COP 19 di Varsavia, la capitale del carbone

Premesse ed aspettative della COP 19 di Varsavia

Conferenza delle Parti COP19 - MOP 9 della Convenzione UNFCCC: La

cronaca del negoziato di Varsavia, la capitale europea del carbone

Considerazioni del 17 novembre 2013, sotto lo shock per l'alluvione in Sardegna e il disastro delle Filippine

La COP 18 e la CMP 8 di Doha

Le conclusioni su Doha

Fondazione per lo Sviluppo sostenibile: Seminario su Doha

I documenti conclusivi di Doha

I commenti della società civile

La cronaca del negoziato di Doha

Come la politica italiana presenta la COP 18 di Doha

Come la stampa italiana presenta la COP 18 di Doha

Il negoziato preparatorio di Doha

La COP 17 di Durban

Salvo il negoziato, ma i tempi della diplomazia internazionale non coincidono con

quelli della crisi climatica

Il Durban Package: che prospettive per il clima da ora al 2020?

Tre donne per il futuro del clima

I documenti chiave del Durban Package

I resoconti giornalieri della COP 17

I Panama talks, 1-7 ottobre 2011

La Conferenza di Cancún: "Riparte il negoziato multilaterale"

Gli esiti della Conferenza di Cancùn

Ulteriori riflessioni sugli accordi di Cancún

I documenti costitutivi dell'Accordo di Cancún

Le attese per la Conferenza di Cancún

Le valutazioni delle NGO dei risultati della Conferenza di Cancún

The road from Cancùn

Al di là del cambiamento climatico: scenari di emissione per un nuovo mondo

Voltaire, Candide e la Conferenza di Cancún

L’aumento delle emissioni serra in Cina e la responsabilità degli altri

Dopo Copenhagen

Lo svuotamento dell'Accordo di Copenhagen

Gli esiti della COP 15 di Copenhagen, l'Europa e la rete dei Sindaci

Il negoziato internazionale sul clima e la roadmap di Bali fino a Copenhagen

Lo scenario IEA 450 ppm per l’Europa

Lo scenario WRI 450 ppm per gli Stati Uniti

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Il ruolo dell'Europa nella lotta al cambiamento climatico

Volume IV - Il Ruolo dell'Europa

 

Il Volume IV contiene tutta la documentazione più recente sul ruolo svolto dall'Europa in preparazione della COP 21 di Parigi, compreso lo INDC che è identico per tutti i paesi EU - 28, e sulla sua strategia energetico-ambientale al 2030 - 2050. è chiaro che un discorso a parte va fatto per la Francia, artefice dell'Accordo di Parigi. Per questa documentazione rinviamo al Volume III.

 

INDICE DEL VOLUME IV

2015, 15 OTTOBRE. L'EUROPA RIVENDICA IL SUO RUOLO GUIDA

DALL'ALTO DEL SUO -23% DI EMISSIONI SERRA RISPETTO AL 1990 2015: LA PROPOSTA EUROPEA PER PARIGI IL PROTOCOLLO DI PARIGI

LO INTENDED NATIONALLY DETERMINED CONTRIBUTION - INDC - AVANZATO DALLA COMMISSIONE EUROPEA IN VISTA DI PARIGI

2014, 23 OTTOBRE - IL CONSIGLIO EUROPEO INDICA GLI OBIETTIVI AL 2030

L’UNIONE EUROPEA SU ENERGIA E CLIMA AL 2030: UN COMPROMESSO AL RIBASSO

DA EU 2020 A EU 2030

2013, MARZO - IL DOCUMENTO DI CONSULTAZIONE DELLA COMMISSIONE EU

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Comitato Scientifico della

Fondazione per lo Sviluppo sostenibile

Via Garigliano 61a, 00198 Roma

Tel.: +39 06 8414815

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Coordinatore: Toni Federico (email:federico@susdef.it)

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