Il territorio
Nella
fase più matura della modernità si e fortemente accentuato il processo
di globalizzazione, che sta fra l’altro riducendo il peso e il ruolo degli
stati nazionali: nell’economia per quanto riguarda la globalizzazione
dei mercati, nel campo della sicurezza per quanto riguarda la globalizzazione
dei rischi e, infine, in campo politico per il peso crescente delle
istituzioni multinazionali e transnazionali.
Con apparente paradosso, la
perdita di ruolo dello stato nazionale sta esaltando quello del territorio
come fattore di identità, di riconoscibilità, di appartenenza e come fattore
decisivo per la qualità della vita. È come se il timore di perdersi in una
nuova dimensione senza più. confini accrescesse il bisogno di legami con il
territorio. D’altra parte i rischi di omologazione del consumismo globale,
della cancellazione delle varietà e delle diversità culturali e i rischi
globali (come il cambiamento climatico e la globalizzazione dei rischi
generati da un esteso dominio della tecnica) sollecitano la riscoperta del
proprio territorio: la sede naturale e la memoria culturale delle proprie
radici, l’ambito delle relazioni personali e comunitarie, la base di un
rapporto sostenibile e non distruttivo con la natura. Il rilancio e la
riscoperta del territorio stanno suscitando in Italia grande interesse, forse
perché si spera di trovare nel grande patrimonio culturale e naturale la
spinta per uscire dall’angolo dove una vorticosa globalizzazione sembra voler
confinare il “bel paese”.
Mentre ne riscopriamo
l’importanza e il valore, non possiamo certo ignorare che il territorio e
investito da una transizione destinata a incidere in modo profondo anche sui
modelli d’uso e di trasformazione. A causa delle accelerazioni prodotte dalla
globalizzazione stiamo passando rapidamente da una modernità ancora recente
caratterizzata da una società e un’economia
prevalentemente industriali a una tarda modernità, con un’economia
prevalentemente postindustriale e dei servizi. E una transizione
accompagnata da gravi difficoltà economiche, che stanno producendo un serio
rischio di declino per il paese. La qualità del territorio
e l’esito delle trasformazioni in atto hanno gia e avranno ancora di più
in un futuro ormai prossimo un peso decisivo per il paese, per i suoi
cittadini, per le possibilità e le finalità del suo sviluppo.
Il
territorio rurale
Il
territorio rurale, in contrasto deciso con la sua immagine tradizionale, si
sta avviando a
ospitare gran parte dei processi trasformativi. Secondo l’OCSE (1997), in
tutti i paesi industrializzati maturi lo spazio rurale e destinato ad essere
coinvolto sempre di piu nei sistemi di relazioni economiche e sociali che
interessano i sistemi urbani e ad essere sempre meno legato all’attività
agricola, aumentando progressivamente i propri caratteri multifunzionali. Nei
prossimi anni, secondo lo “Schema di sviluppo dello spazio europeo”, dal 30
all’80% delle aree agricole potrebbe essere abbandonato.
E un’indicazione di tutto
rilievo, se si considera che attualmente più del 50% del territorio europeo e
dedicato all’agricoltura. Nonostante l’apparente esiguità del ruolo
strettamente economico del reddito agricolo, gran parte della biodiversità
europea ricade in paesaggi coltivati e la sua salute dipende dal modo in cui
l’agricoltura e condotta. Lo sviluppo degli spazi rurali, sulla base di
un’economia diversificata e multifunzionale (che include ad esempio il turismo
e l’industria culturale, insieme a produzioni agricole di qualità), e quindi
decisivo per il mantenimento o l’arricchimento della diversità biologica e
paesistica del territorio. L’abbandono, con il conseguente depauperamento di
vasti territori, provoca una spirale complessa di cambiamenti destinati a
destabilizzare i preesistenti equilibri. L’interruzione, spesso repentina,
delle cure manutentive con cui l’uomo aveva nei secoli adattato gli spazi
naturali alle proprie esigenze produttive e abitative, l’abbandono dei
versanti terrazzati, delle cure forestali e dei reticoli di drenaggio
superficiale hanno in alcune circostanze accentuato i rischi idrogeologici e
aggravato i rischi alluvionali (riduzione delle capacita di ritenzione idrica
dei suoli con aumento dei deflussi superficiali, innalzamento dei picchi di
piena nei canali ricettori, innesco di frane e dissesti, sovraccarico della
copertura boschiva su suoli instabili, ostruzione di alvei e formazione di
sezioni critiche per mancata pulizia a monte ecc). Inoltre i processi di
abbandono pregiudicano, spesso in modo irreversibile, la conservazione del
patrimonio storico edilizio, urbanistico e infrastrutturale nei territori
rurali, soprattutto collinari e montani, accelerandone il degrado fino al
cedimento, alla trasformazione in rudere e alla definitiva scomparsa.
L’interruzione delle attività agricole e da tempo alla base dei processi di
abbandono della montagna e dell’accresciuta spinta a dare un diverso valore ai
terreni non più coltivati, trasformandoli in aree edificate ed edificabili.
Nei territori rurali si
registrano pero anche nuove tendenze positive: come il ritorno di giovani a
produzioni agricole biologiche e di qualità, molto aumentate in questi anni,
come il forte sviluppo dell’agriturismo e l’avvio di alcune esperienze (in
particolare nelle zone limitrofe ai Parchi) di un tipo di agricoltura
multifunzionale, impegnata anche in interventi di manutenzione del territorio
e di recupero ambientale. Questo cambiamento di tendenza, che andrebbe
comunque sostenuto con convinzione e risorse, non ha pero ancora il peso
sufficiente a invertire la tendenza generale e consolidata da molti anni
all’abbandono delle attività agricole.
II
territorio montano
I processi di abbandono delle
attività agricole hanno assunto da tempo un’estrema rilevanza nelle aree
montane, vale a dire in gran parte del territorio nazionale (54%). Le
modificazioni conseguenti all’abbandono originano sintomi di collasso degli
apparati tradizionali di difesa e di sistemazione del suolo, di
desertificazione e destabilizzazione ecosistemica, di infragilimento o di
scomparsa dei sistemi economici locali e delle culture tradizionali, con gravi
ripercussioni anche sulle aree di pianura. A fronte di tali fenomeni, che si
associano ai costi sociali ed economici determinati dal rapido depauperamento
delle risorse umane e dalla crisi degli antichi tessuti comunitari,
l’operatore pubblico dalle comunità montane e dalle regioni direttamente
interessate fino al livello europeo ha avvertito da tempo la necessita di
frenare i processi di abbandono con politiche di sostegno, incentivazione e
assistenza. Sono interventi spesso molto onerosi ma largamente insufficienti e
di scarsa efficacia, nonostante abbiano contribuito al ripensamento delle
strategie riguardanti il mondo agricolo e spostato progressivamente
l’attenzione sulle funzioni ambientali dell’agricoltura.
Due dei grandi sistemi
territoriali, che il CIPE già nei 1999 ha considerato in sede di
programmazione dei fondi strutturali, sono proprio i due maggiori sistemi
montuosi del nostra paese: le Alpi e gli Appennini. Entrambi i sistemi sono
anche oggetto di due dei più importanti “progetti” di valorizzazione
territoriale d’interesse europeo: la Convenzione delle Alpi e il Progetto APE
(Appennino Parco d’Europa).
Sebbene per ambedue i
progetti le iniziative, le proposte e gli accordi istituzionali procedano a
rilento e diano I’impressione di essere ancora lontani dal generare azioni
concrete ed efficaci, il ricco dibattito politico e culturale che attorno a
essi si e sviluppato negli ultimi anni dimostra che, in entrambi i casi, si e
riconosciuto che si tratta di territori strategici di straordinaria importanza
ecologica e culturale per l’intero continente, esposti a rischi e minacce di
crescente gravita. In entrambi i casi, pur in presenza di una ricchissima
diversificazione ambientale, paesistica e culturale, si ha a che fare con
sistemi territoriali dotati di una riconoscibile identità e coerenza,
caratterizzati da un’immagine unitaria e da un gran numero di problemi comuni.
I processi di abbandono
hanno un peso rilevante, ma non sono i soli problemi della montagna. Alcune
zone soffrono per le pressioni e le trasformazioni derivanti dal turismo,
dagli sconfinamenti delle aree urbane in espansione, dallo sviluppo delle reti
infrastrutturali: pressioni e trasformazioni che producono impatti locali
rilevanti.
II
declino della presenza e delle attività antropiche porta pero con se, oltre ai
rischi citati, anche nuove possibilità di rinaturalizzazione e di riequilibrio
ecologico. Il ritorno del bosco, se opportunamente assecondato, può in molti
casi ripristinare antichi equilibri, ponendo termine ad anni di eccessiva
domesticazione degli spazi e delle risorse naturali.
Occorre comunque considerare
che un tale ritorno comporta anche difficili problemi di gestione attiva di
stadi successionali non stabili, perché siamo ormai in presenza di una
frammentazione non naturale del territorio; ne va dimenticato che, per far
restare i giovani e richiamare in montagna nuovi montanari, indispensabili
per mantenere in vita quei territori, occorre realizzare le condizioni per
una buona qualità della vita, diversa dal modello di benessere e di consumismo
urbano, sostenendo tecnologia e formazione attraverso incentivi e promuovendo
lo sviluppo di attivita (agricole, artigianali, di turismo culturale ecc.)
sostenibili per il territorio montano.

La proliferazione insediativa
Se la sindrome
dell’abbandono caratterizza in modo emblematico i territori di montagna, una
situazione ben diversa caratterizza invece i territori di pianura
e delle coste, assaliti dall’espansione edilizia e dalla proliferazione di
insediamenti.
Nella storia della città
europea e italiana si e prodotto negli ultimi decenni un cambiamento epocale.
Da forme insediative concentrate si e passati, in modi evidenti e dilaganti, a
forme insediative sempre più disperse; tale dispersione e avvenuta con
estensioni eccessive di nuove edificazioni, con costruzioni di scarsa qualità
e spesso mal inserite nel territorio e nel paesaggio.
Intere
regioni del paese sono state investite da massicci fenomeni di proliferazione
degli insediamenti: nel Nord dalla Lombardia al Friuli; lungo la costa
adriatica dalla Romagna alla Puglia; in Toscana da Firenze a Prato e Pistoia o
lungo la direttrice di Empoli; e poi in Lazio, in Campania e in Sicilia.
Ovunque sono state toccate in modo particolare le coste, ma anche le pianure
interne, le aree turistiche ma anche quelle in corrispondenza dello sviluppo
di nuovi distretti produttivi o del loro potenziamento.
La proliferazione insediativa
non e sempre l’esito di un movimento centrifugo dalla città verso la campagna
ne sempre si manifesta in un processo di urbanizzazione della campagna. In
molti casi e l’esito di una progressiva
densificazione di insediamenti dispersi che hanno — come nel caso del
Veneto, delle Marche, dell’Umbria o della Puglia una lunga storia alle
spalle: storia di crescita di piccole frazioni o attorno a piccoli nuclei
abitati, connessa o meno all’abbandono dell’agricoltura. La città diffusa, che
ha alimentato una tale proliferazione di insediamenti, e al contempo il
risultato di fenomeni di dispersione, densificazione, riuso, modifica e
trasformazione della città esistente.
All’origine di questi
fenomeni ci sono cause molteplici e tra loro differenti: la predilezione per
la casa unifamiliare, isolata, con giardino; la forte domanda di seconde e
terze case; l’allontanamento dalla città, dove la casa e diventata troppo cara
e dove con il reddito disponibile si spende di più e si vive male in una casa
piccola; la scelta di costruire case per valorizzare terreni che non conviene
più coltivare.
Una parte consistente di
questa proliferazione insediativa di bassa qualità e la conseguenza di un
diffuso abusivismo edilizio, soprattutto in alcune regioni.
L’abusivismo ha invaso aree prossime alle città e aree costiere e di notevole
pregio ambientale e paesistico. II danno prodotto da questo fenomeno
all’ambiente e al paesaggio e, in alcune regioni, di estrema gravita, per di
più accentuata dai condoni che hanno alimentato aspettative di
impunita.
La mancata comprensione dei
processi in atto sul territorio ha portato spesso la politica delle
infrastrutture a commettere errori gravi e a fissare le priorità in modo
profondamente errato, alimentando il traffico stradale e incentivando 1’uso
dell’automobile nei territori della dispersione e proliferazione insediativa.
Anche per questo fenomeno le
preoccupazioni sono in aumento e l’attenzione e viva da tempo. In alcune
regioni e in alcune province sono stati elaborati piani per contenerlo, con
nuove politiche di governo del territorio. Ma siamo ancora ben lontani dalla
definizione di strategie adeguate, in grado di incidere efficacemente: la
proliferazione insediativa infatti continua con modalità insostenibili e senza
adeguati interventi regolativi in grado di tutelare i valori naturali e
ambientali del territorio.
Un progetto per il territorio
La collaudata resilienza
degli ecosistemi del paese ha da tempo un potente alleato nell’ampia
fungibilità del patrimonio storico insediativo e infrastrutturale: entrambi
hanno dimostrato nel corso dei secoli di poter accogliere cambiamenti e
innovazioni, di potersi arricchire reagendo positivamente alle spinte
trasformatrici.
Come nell’800, sotto
l’impulso delle riforme teresiane, la lenta evoluzione dei paesaggi agrari
descritti dal Sereni diede spazio all’innovativa edificazione della campagna
lombarda, cosi le fitte maglie urbanizzative storicamente consolidate
dell’Italia centrale o delle fasce prealpine hanno rappresentato e
rappresentano una risorsa di eccezionale valore per incanalare e radicare nel
territorio le spinte diffusive, resistendo alle tendenze omologatrici.
Persino nelle anonime
periferie urbane e metropolitane, per poco che si scavi sotto la coltre
uniforme degli sviluppi recenti, riaffiorano con inaspettata densità i segni
superstiti degli antichi palinsesti, le trame delle precedenti organizzazioni
territoriali, segni in grado di restituire loro identità e riconoscibilità, di
sconfiggere l’idea che possa trattarsi di aree vuote, giacimenti immobiliari
cui attingere in modo indiscriminate per le nuove edificazioni: la periferia
italiana ha probabilmente più possibilità di quella di altri paesi di uscire
dalla condizione di marginalità e di dequalificazione. I principali processi
di transizione in atto nello spazio rurale, nei territori montani e in quelli
sottoposti alla proliferazione insediativa (e a volte anche infrastrutturale)
comportano rilevanti problemi e rischi di degrado, che tuttavia possono essere
fronteggiati in un territorio che dispone ancora di grandi risorse \: di
straordinarie potenzialità.
L’enfasi recentemente
accordata da molte pubbliche amministrazioni (Comuni, Province, Regioni,
Autorità di gestione delle aree protette,
Autorità di bacino) alla
pianificazione strategica e ai problemi di governance territoriale
anche se rappresenta un positivo indicatore di una nuova e vigile attenzione
non sempre riflette piena consapevolezza delle sfide che l’azione pubblica
deve fronteggiare.
La messa in campo di
strategie appropriate si scontra infatti con dinamiche di cambiamento sempre
più complesse e imprevedibili (basti pensare agli effetti del cambiamento
climatico), con l’intreccio a volte inestricabile dei problemi che si pongono
alle diverse scale (locali, regionali, interregionali e sempre più globali),
con la necessita di cooperazione tra diverse istituzioni di governo (spesso
assai gelose delle proprie autonomie), e naturalmente ancor di più con la
difficile coniugazione tra istanze conservative e di tutela e istanze
innovative e di sviluppo.
Tali difficoltà non sembrano
affrontabili solo con i tradizionali meccanismi autorizzativi del tipo
comando-controllo, ma richiedono anche e soprattutto strumenti di
indirizzo, promozione e condivisione, che scontano il pluralismo dei processi
decisionali, la relativa reversibilità delle scelte, 1’incertezza dei quadri
di riferimento.
Le attività di visioning,
di costruzione di immagini e di progetti guida, possono svolgere un ruolo
rilevante nella formazione del consenso sulle strategie In questo senso le
azioni di governo effettivamente esercitabili dalle istituzioni nell’ambito
della propria sfera di competenza vanno viste nel quadro di processi assai più
articolati e complessi di governance territoriale. I soggetti coinvolti a
vario titolo nei processi di trasformazione ambientale-territoriale devono
interagire ma, prima di ogni altra cosa, devono riuscire a “dialogare”. In
questo quadro va certamente potenziato il ruolo degli attori locali e va
allargata la possibilità di partecipazione e partenariato in vista di comuni
obiettivi di sviluppo sostenibile.
Ma questo allargamento e
questa riarticolazione dell’azione pubblica non possono in alcun modo
confondersi con l’indebolimento o la rinuncia a un’efficace regolazione dei
processi. Le sfide ambientali sempre piu complesse e la stessa crescita delle
domande sociali (di qualità ambientale, di sicurezza, di accesso alle risorse,
di natura e di paesaggio) richiedono al contrario un rafforzamento dell’azione
pubblica regolatrice. Tuttavia il necessario spostamento verso l’alto dei
sistemi di controllo, l’urgenza di avviare una “regolazione preventiva” dei
processi di cambiamento, la salvaguardia del patrimonio naturale-culturale e
la difesa dei valori di identità richiedono forme di regolazione assai più
sofisticate e complesse delle “gabbie di vincoli” cui si e spesso ridotta la
funzione della pianificazione. Lungimiranza delle strategie ed efficacia della
regolazione devono coabitare sempre più nella nuova cultura del governo del
territorio, cosi come occorre promuovere un’efficace integrazione della
valutazione (della conoscenza, del monitoraggio) dei valori naturali e
ambientali e dei potenziali impatti sul territorio nei processi di governance
e di pianificazione.
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