Aggiornamento 11-mar-2022

 

 

 

 

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2021

La COP 26 di Glasgow

 

 

Cronologia

degli eventi storici  rilevanti per i cambiamenti climatici

 

La COP 21 di Parigi

 

I documenti

 

L'ACCORDO DI PARIGI

versione italiana

Il testo dell'accordo come entra a Parigi

 

CRONACA E STORIA DEL NEGOZIATO CLIMATICO

Energia e Clima (ppt)

Le basi fisiche (ppt)

Il negoziato in breve (ppt)

 

La governance del Cambiamento climatico

Volume I. Da Bali a Varsavia

Volume II. Da Varsavia a Lima

Volume III. Parigi

Volume IV. Il ruolo dell'Europa

Volume V. Madrid e Glasgow

 

IL V RAPPORTO IPCC

 

Il Rapporto di sintesi

ll sommario del Rapporto di sintesi in italiano

Il Rapporto del WKG III

Il sommario in italiano

Il Rapporto del WKG II

Il sommario in italiano

Il Rapporto del WKG I

Il Sommario in italiano

 

I DATI CLIMATICI

I dati globali

I dati italiani

LE PUBBLICAZIONI GUIDA DELLA SCIENZA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

 

UNEP.  La serie dei Rapporti sul Emissions Gap

Rapporto 2018

Rapporto 2017

Rapporto 2016

Rapporto 2015

Rapporto 2014

Rapporto 2013

Rapporto 2012

Il Sommario in italiano (2012)

Rapporto 2010

 

2015: OECD IEA. World Energy Outlook - Energy and Climate Change

 

2014: World Bank. Terzo rapporto sullo stato del pianeta qualora la temperatura media superficiale si alzi di 4°

Il Rapporto 2014

Il Rapporto 2013

Il Rapporto 2012

Il Sommario in italiano (2012)

2013: Relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio:“Progressi nella realizzazione degli obiettivi di Kyoto”

2011: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al CESE e al Comitato delle Regioni

"Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell'impiego delle risorse"

2011: Il rapporto McKinsey

"Resource Revolution"

Il Sommario

Il Rapporto completo

 2010: McKinsey&Company: Impact of the financial crisis on carbon economics: Version 2.1 of the global greenhouse gas abatement cost curve

2006: Il Rapporto Stern

Le cronache del clima

2015, agosto

Tromba d'aria a Genova

o

2015, luglio.

Tromba d'aria in Veneto

2014, febbraio. L'alluvione sommerge il Regno Unito

filmato 

2014, gennaio.  Il grande freddo in nordamerica

2013, novembre. Il tifone Cleopatra investe la Sardegna 

filmato          

filmato          

2013, novembre. Il tifone Hayian colpisce le Filippine

 

2012, dicembre. Il tifone Bohpa nelle Filippine

2012, novembre. Tromba d'aria a Taranto

 

2012, novembre.  Il ciclone Medusa

 2012, novembre. Albinia

 

  L'alluvione di Albinia del 2012 nei disegni dei bambini

2012, Ottobre. L'uragano Sandy

 

Filmati sul cambiamento climatico

 

 

IL CLIMA GLOBALE, LA SFIDA PRIMARIA DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

 

Lunedì 28 Febbraio 2022. Presentato dall'IPCC il secondo volume del sesto Assessment Report su Adattamento, resilienza e vulnerabilità

Secondo il sesto rapporto del Gruppo di lavoro 2 del IPCC, gli impatti negativi dei cambiamenti climatici stanno aumentando molto più velocemente di quanto gli scienziati avessero previsto meno di un decennio fa. Molti impatti sono inevitabili e colpiranno più duramente le popolazioni più vulnerabili del mondo, ma l'azione collettiva dei governi per ridurre le emissioni di gas serra e preparare le comunità a convivere con il riscaldamento globale potrebbe ancora evitare i peggiori risultati. Le prove scientifiche cumulative sono inequivocabili. Qualsiasi ulteriore ritardo nell'azione globale sull'adattamento e la mitigazione mancherà una finestra di opportunità breve e che si chiude rapidamente per garantire un futuro vivibile e sostenibile per tutti. Il Rapporto esamina gli impatti dei cambiamenti climatici sulle persone e sugli ecosistemi. I punti chiave del rapporto sono:

  • Secondo le stime, tra 3,3 miliardi e 3,6 miliardi di persone, più del 40% della popolazione mondiale, vivono in luoghi e situazioni altamente vulnerabili ai cambiamenti climatici. Alcuni stanno già sperimentando gli effetti del cambiamento climatico, che variano da regione a regione e sono guidati da fattori quali la geografia, il modo in cui quella regione è governata e il suo status socioeconomico. Il Rapporto fa anche riferimento per la prima volta a modelli storici e in corso di iniquità come il colonialismo che contribuiscono alla vulnerabilità di molte regioni ai cambiamenti climatici.

  • Anche se finanziamenti e pianificazione aggiuntivi potrebbero aiutare molte comunità a migliorare i loro preparativi per il cambiamento climatico, l'umanità presto raggiungerà limiti definitivi alla sua capacità di adattarsi se le temperature continuano a salire. Ad esempio, le comunità costiere possono temporaneamente proteggersi da tempeste estreme ripristinando le barriere coralline, le mangrovie e le zone umide, ma i mari in aumento finiranno per sopraffare tali sforzi, provocando erosione costiera, inondazioni e perdita di risorse di acqua dolce.

  • Il cambiamento climatico ha già causato morte e sofferenza in tutto il mondo e continuerà a farlo. Oltre a contribuire ai decessi aiutando a innescare disastri come incendi e ondate di caldo, ha influito in vari modi sulla salute pubblica. alla diffusione di malattie come il colera. Sono in aumento anche i problemi di salute mentale, legati al trauma del vivere eventi estremi e alla perdita di mezzi di sussistenza e cultura.

  • Se le temperature globali aumentano di oltre 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, alcuni cambiamenti ambientali potrebbero diventare irreversibili, a seconda dell'entità e della durata del superamento di questa soglia. Nelle foreste e nelle zone di permafrost artico che fungono da serbatoi di anidride carbonica, ad esempio, il riscaldamento globale estremo potrebbe portare al rilascio di emissioni di carbonio in eccesso, che a loro volta provocherebbero un ulteriore riscaldamento, un ciclo che si autoalimenta.

  • Lo sviluppo economico sostenibile deve includere la protezione della biodiversità e degli ecosistemi naturali, che assicurino risorse come l'acqua dolce e le coste che proteggono dagli effetti delle tempeste, afferma il rapporto. Molteplici linee di evidenza suggeriscono che il mantenimento della resilienza della biodiversità e degli ecosistemi durante il riscaldamento climatico dipenderà da una conservazione effettiva ed equa di circa il 30-50% delle aree terrestri, d'acqua dolce e oceaniche della Terra.

Leggi il brief sul Rapporto IPCC AR6 WG2

 

I materiali messi a disposizione dal IPCC sono i seguenti:

§  Summary for Policymakers (approved version)

§  Headline Statements

§  Technical Summary

§  Full Report

§  Frequently Asked Questions

§  Fact sheets

§  Global to Regional Atlas

§  Press conference presentation in high resolution and low resolution

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Sabato 13 Novembre 2021. Finisce qui la COP 26 con l'assemblea plenaria di chiusura e il documento finale emendato dall'India

 

Oggi alle 8:00 precise vengono rilasciati una nuova bozza di accordo finale in sette pagine e 71 punti, e una nuova bozza di decisione dell'organismo di gestione dell'Accordo di Parigi, CMA, in nove pagine e  97 punti. L'assemblea informale di stocktaking è rimandata di qualche ora al primo pomeriggio. Il confronto tra i due documenti, quello di oggi e quello di mercoledì, mette in evidenza qualche ulteriore passo indietro frutto della negoziazione e delle discussioni di questa notte. La terza bozza di questa mattina ha mantenuto le risoluzioni chiave per perseguire i tagli delle emissioni di gas serra in linea con l'aumento della temperatura globale a 1,5 °C. Alle nazioni verrà chiesto di tornare il prossimo anno per rafforzare i loro obiettivi sui tagli alle emissioni, gli NDC che finora sono inadeguati, e per accelerare l'eliminazione graduale dei sussidi per l'energia a carbone e i combustibili fossili. I delegati studieranno attentamente la decisione fino all'una, ora locale, quando saranno chiesti i loro commenti, dopo di che la presidenza cercherà di passare rapidamente a una sessione conclusiva in cui  possono essere adottate le decisioni finali.

I paesi lasceranno Glasgow ben consapevoli che gli attuali impegni collettivi per la riduzione delle emissioni entro il 2030 non sono abbastanza ambiziosi. Non sono allineati con l'obiettivo dell'accordo di Parigi di mantenere l'aumento del riscaldamento ben al di sotto dei 2 °C e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. La migliore delle stime pubblicate in questi giorni proietta l'anomalia termica a fine secolo a 2,4 °C, guadagnando appena 0,3 °C rispetto agli NDC ufficiali di Luglio. Il progetto di testo della presidenza invita inoltre tutti i paesi ad accelerare gli sforzi verso l'eliminazione (phaseout) dell'energia a carbone  e dei sussidi inefficienti (termine rimasto per tutti misterioso) per i combustibili fossili. L'atmosfera dei colloqui è stata generalmente costruttiva, sebbene alcune nazioni abbiano cercato di annacquare gli accordi sull'eliminazione graduale dei combustibili fossili e di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. I paesi in via di sviluppo vogliono, da parte loro, ulteriori garanzie sui finanziamenti per il clima, necessari per aiutarli a far fronte agli impatti di condizioni meteorologiche estreme, perdite e danni.

La plenaria conclusiva ha inizio alle 19:25 di Sabato. All'esterno Greta Thunberg sventola il cartellino rosso alla COP 26. Le opposizioni di Cina ed India al phaseout tendenziale del carbone e dei combustibili fossili sembrano insuperabili, così come la riluttanza dei paesi poveri al testo del documento a causa del deficit dei finanziamenti tanto del GCF di Copenhagen quanto delle perdite e danni di Varsavia, il WIM. Cina ed India alla fine avranno ragione della resistenza presidenziale. Il testo viene emendato last minute suscitando una marea di dissensi. Dopo il primo, cash, salta così anche il terzo punto del programma della presidenza inglese: il coal. Opportunamente Boris Johnson si guarda bene dal farsi vedere. Draghi non può fare diversamente. Hollande a Parigi era andato.

Il Presidente Sharma, visibilmente contrariato, nel suo ultimo commosso intervento dichiara: "è il momento della decisione e delle scelte di importanza vitale che tutti voi avete impostato e che hanno lanciato un decennio di crescente ambizione sui temi come l'adattamento, la mitigazione, la compensazione delle perdite finanziarie e dei danni e per rimanere sulla strada per mantenere gli 1,5 °C a portata di mano.  Abbiamo confermato l'obiettivo dei cento miliardi di dollari e abbiamo quantificato il nuovo obiettivo per la  Climate Finance. Queste decisioni concludono gli elementi in sospeso del libro delle regole dell'Accordo di Parigi. Credo che le decisioni che stiamo per prendere dimostrino la rilevanza e la leadership di questo processo multilaterale che promuovono un'azione per il clima inclusiva, riconoscendo l'importante ruolo svolto dai giovani, dalla società civile, delle popolazioni indigene, delle comunità locali e degli altri stakeholder. Ci complimentiamo per l'impressionante impegno e le azioni di tutti coloro che si sono uniti a noi a Glasgow nella nostra visione cash, car, coal, trees. I negoziati sono stati tutt'altro che facili. ve lo dico sinceramente, ma sono rimasto colpito dall'impegno che avete dimostrato per portare a termine il nostro lavoro, per creare consenso su un'agenda senza precedenti e alla fine concordare qualcosa di significativo per la nostra gente e il nostro pianeta. Ognuno di voi e la nazione che rappresentate  si è fatto avanti qui a Glasgow accettando di fare ciò che serve per mantenere gli 1.5 °C alla portata. è mio grande onore accompagnarvi attraverso la procedura formale di adozione della decisione finale. Pertanto invito ora la COP ad adottare la decisione denominata Patto sul clima di Glasgow contenuta nel documento FCCC/PA/CMA/2021/L.16. Rispetto a questo testo l'India ha proposto un emendamento dell'ultimo minuto che sostituisce il "phase out" del carbone con un "phase down", ovvero una riduzione graduale. Il nuovo testo in lingua originale è:

Parties would commit to “escalating efforts to phase down unabated coal power and inefficient fossil fuel subsidies while providing targeted support to the poorest and the most vulnerable in line with national circumstances and recognising the need for support towards a just transition.”

Il testo di questa mattina era invece:

“including accelerating efforts towards the phase out of unabated coal power and inefficient fossil fuel subsidies, recognising the need for support towards a just transition.”

In data 17 novembre il Glasgow Climate Pact, emendato, si trova ancora in forma "unedited" sui siti UN FCCC.

In precedenza, India, Iran e alcuni altri paesi avevano espresso opposizione ai riferimenti alla graduale eliminazione dei sussidi al carbone e ai combustibili fossili. Molti delegati dei paesi svantaggiati hanno espresso il loro disappunto per la proposta dell'India, ma hanno affermato che l'avrebbero accettata, sia pure con riluttanza. Il testo non prevede strumenti di finanziamento specifici per perdite e danni, una richiesta cruciale dei paesi in via di sviluppo. Ma la Guinea, parlando a nome dei paesi del G77, ha affermato che con questa grave mancanza "si può convivere", purché non porti pregiudizio alle nostre sacrosante aspirazioni. "Accettiamo questo cambiamento con la massima riluttanza", hanno detto le Isole Marshall. La Svizzera fa eco alla delusione generale dei paesi occidentali, ribadisce che l'eliminazione del carbone è indispensabile ma non si oppone al documento emendato dall'India. Pesante il dissenso dell'Europa, che si sente tagliata fuori dall'intesa USA - Cina. "Sappiamo benissimo che il carbone non ha futuro", afferma Timmermans, chairman del clima dell'UE, "ma questo non dovrebbe impedirci di prendere oggi  una decisione storica". "Per il bene più grande, dobbiamo ingoiare questo boccone amaro", ha dichiarato il Lichtenstein.  L'Europa dichiara: "è importante che siamo stati in grado di concordare sulla necessità di ridurre significativamente le emissioni globali in questo momento critico in cui le parti devono aggiornare i loro NDC per dare risposta all'emergenza climatica in linea con ciò che la scienza  dice per mantenere vivo l'obiettivo degli 1,5 °C.  Per l'UE è di fondamentale importanza che si sia stati in grado di concludere il Rulebook  che  consentirà di attuare pienamente l'accordo di Parigi. Altrettanto importante è la determinazione ad aumentare la finanza per il clima soprattutto per l'adattamento per i paesi in via di sviluppo più vulnerabili. EU si impegna ad aumentare i suoi contributi e a sostenere la  Rete di Santiago per perdite e danni. Il fatto che abbiamo stabilito che dobbiamo mantenere in vita gli 1,5 °C è di importanza storica, ha aggiunto Timmermans. Per molta gente gli 1.5 °C non significano niente. Ma noi potremo dire ai nostri figli che, se facciamo quello che abbiamo promesso qui, l'umanità imparerà a vivere dentro precisi confini, il che significa che c'è un futuro prospero per ogni essere umano su questo pianeta. John Kerry, che certamente ha consentito a Cina e India di prevalere, dichiara che:  "La negoziazione perfetta è quella che scontenta tutti", con buona pace di Obama. 

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che i testi finali sono sostanzialmente dei compromessi che riflettono gli interessi, le condizioni, le contraddizioni e lo stato della volontà politica nel mondo di oggi. “Stiamo ancora bussando alla porta della catastrofe climatica”, ha detto."... credo ancora che il mondo debba eliminare gradualmente il carbone, porre fine ai sussidi ai combustibili fossili e dare un prezzo al carbonio, oltre a onorare l'impegno di 100 miliardi di dollari di finanziamenti per il clima a sostegno dei paesi in via di sviluppo. Non abbiamo raggiunto questi obiettivi in questa conferenza. Ma abbiamo alcuni elementi per andare avanti”.

In poche ore, a fine Conferenza, sono stati annunciati e pubblicati resoconti e commenti da tutte le parti, operatori, esperti, giornalisti, radio e TV, per lo più improntati ad uno scetticismo che talvolta è interessato, talaltra segno di delusione da parte di chi, nel combattimento contro i cambiamenti climatici, non vuol cadere nella abusata trappola di dare spazio a chi cerca di far profittare i propri interessi in salsa green. Ma quella che impressiona è la mobilitazione intorno ai temi del clima, che a questi livelli non si era mai vista: la società civile è in moto e questo ci sembra più importante degli esiti della riunione di condominio di Glasgow o del G20.

I conseguimenti della COP 26:

  • "They said everything and did nothing", si dice dalla strada. Dal punto di vista politico Cina e Stati Uniti hanno ripreso la scena del negoziato, tagliando la strada all'Unione Europea che vuole stare alla guida del processo internazionale sul clima. Si incontreranno lunedì in via telematica, la COP 26 è finita, decidono loro. I giudizi sono i più vari. I più duri vengono dall'Europa e, ovviamente, dalla strada.

  • L'obiettivo maggiore di Parigi a 1,5 °C viene acquisito formalmente con l'impegno  "... to pursue efforts to limit the temperature increase to 1.5 °C;  recognizing that limiting global warming to 1.5 °C requires rapid, deep and sustained reductions in global greenhouse gas emissions, including reducing global carbon dioxide emissions by 45% by 2030 relative to the 2010 level and to net zero around midcentury, as well as deep reductions in other greenhouse gases" (21,22).

  • in materia di mitigazione alla fine la COP 26 decide "... accelerate the development, deployment and dissemination of technologies, and the adoption of policies, to transition towards low-emission energy systems, including by rapidly scaling up the deployment of clean power generation and energy efficiency measures, including escalating efforts  to phase down unabated coal power and phase out inefficient fossil fuel subsidies ..." (36). C'è tutto quello che serve per la transizione energetica, ma il lavorio degli emendamenti ha reso tutto labile, le centrali a carbone unabated, i sussidi ai fossili eliminati solo se inefficient, gli abbattimenti divenuti escalating efforts. Si sfugge come si vuole. Finalmente però, oltre alle emissioni, si comincia a parlare in qualche modo dei combustibili fossili che ne sono la causa: è ufficialmente la prima volta in ambito UN FCCC. Il conflitto a Glasgow sembra prefigurare, in nome delle responsabilità differenziate del Principio 7 di Rio de Janeiro, la differenziazione dei percorsi. L'occidente decarbonizzato e l'oriente per la sua strada che, però, non porta a Parigi. Al di là del riconoscimento alle indicazioni di percorso dell'IPCC, non ci sono decisioni a Glasgow sugli impegni per il 2030, nonostante le pressioni dell'Europa. Di phaseout di petrolio e gas naturale non ha parlato nessuno.

  • Gli NDC presentati prima di Glasgow portano lontano dagli obiettivi di Parigi, al netto degli impegni annunciati dai Capi di Stato e dalle imprese nei primi due giorni della COP 26. L'accordo prevede che entro l'anno prossimo i Paesi che ancora non l'hanno fatto devono consegnare i loro piani nazionali. Poi parte un programma di lavoro per accelerare il taglio delle emissioni, che presenterà i suoi risultati alla COP 27,  e si darà vita ad una commissione annuale di verifica delle strategie sul clima dei vari Paesi. Sulla questione del timing degli NDC (Art. 4 di Parigi) si è scelto che siano rinnovati ogni cinque anni nel rispetto del principio del ratcheting-up di Parigi (78) e di anticipare gli impegni programmati per il  2035 e il 2040 al 2025 e al 2030.

  • In materia di trasparenza del sistema di contabilità delle emissioni, con il quale i Paesi dichiarano le loro emissioni e sottopongono i propri sforzi al giudizio altrui, l'accordo raggiunto a Glasgow prevede che i Paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di flessibilità nella contabilità delle emissioni possono evitare di consegnare alcuni dati. Si parte dal 2024.

  • Si è trovato l'accordo sul mercato del carbonio, di cui all'Articolo 6 dell'Accordo di Parigi e alle relative regole lasciate inevase a Madrid. Dopo sei anni di trattative, si è deciso come regolamentare il mercato dei crediti ed evitare i doppi conteggi, con un sistema cap&trade di scambio delle emissioni tra i Paesi, che riporta al CDM di Kyoto, attraverso cui chi emette meno compensa chi supera i limiti. La compensazione del carbonio consente ad aziende, governi e individui di annullare l'impatto di alcune delle loro emissioni investendo in progetti che riducono o immagazzinano il carbonio.I crediti maturati all'interno dei Protocollo di Kyoto fino alla scadenza del 2020 grazie alla riduzione della deforestazione, avevano suscitato forti dubbi e sono stati cancellati. Comprensibile l'ira dei paesi detentori di quei crediti che la Bolivia ha voluto rappresentare: “Ci rifiutiamo di essere intrappolati nel colonialismo del carbonio. I paesi sviluppati continuano a usare il carbon budget di quelli in via di sviluppo, e questo non è corretto”.

  • La finanza dell'azione climatica è stato l'oggetto più duro del contendere. Confermati i cento miliardi/anno di Copenhagen, ma  rimandati al 2023. I Paesi meno sviluppati sono arrivato a Glasgow senza che le economie più ricche avessero raggiunto nemmeno l'80% del sostegno  promesso nel 2009. L'impegno di Glasgow è di aumentare, persino raddoppiare gli stanziamenti  in futuro, però tra il 2025 e il 2030.  I Paesi meno sviluppati avrebbero voluto una formula più stringente per recuperare anche le quote non versate in precedenza. Per l'adattamento (pp. 11 - 19) la COP: "... Urges developed country Parties to at least double their collective provision of climate finance for adaptation to developing country Parties from 2019 levels by 2025, in the context of achieving a balance between mitigation and adaptation in the provision of scaled-up financial resources" (18). Viene sollecitato l'intervento degli investimenti privati (19).

  • Perdite e danni. Niente soldi ma viene riconosciuto il diritto al risarcimento e il pieno appoggio tecnologico e capacitativo. Loss and damage è una formula convenzionale per indicare i risarcimenti che i Paesi meno sviluppati, ma più vulnerabili, chiedono alle economie più ricche. Verrà potenziata la Santiago Network, una rete che mette a disposizione aziende e operatori che possano fornire aiuto ai paesi poveri nell'affrontare le emergenze climatiche (61 - 74).

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Venerdì 12 Novembre 2021.  è la giornata finale. Per la prima volta non ci sono eventi ma c'è una bozza di accordo da parte della presidenza

Arriva a fine nottata di venerdì, alle 7:13, una nuova bozza di accordo finale in otto pagine e 94 punti, frutto di una notte intera di negoziato. Include alcuni segnaposto per l'esito dei colloqui tecnici sulla finalizzazione del Regolamento di Parigi, l'Articolo 6, che sono ancora in corso. "Limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C richiede riduzioni rapide, profonde e sostenute delle emissioni globali di gas serra, inclusa la riduzione delle emissioni globali di anidride carbonica del 45% entro il 2030 rispetto al livello del 2010 e azzeramento netto intorno alla metà del secolo", afferma il testo. Attualmente si prevede che i paesi tornino con migliori impegni nel 2025, in base all'accordo di Parigi, ma molti ora chiedono che la scadenza venga anticipata. Questa è  l'area di disaccordo più combattuta mentre i padroni di casa del Regno Unito lottano per un compromesso. La questione di quando e come rivedere gli NDC è cruciale perché, anche se i colloqui di Glasgow continueranno probabilmente fino a questo fine settimana, non c'è alcuna possibilità che i governi migliorino i loro NDC a questo vertice. Ma una clausola nella bozza di testo che costituirà l'esito principale dei colloqui consentirebbe un ritorno l'anno prossimo per aggiornare e rafforzare gli obiettivi.

Per il commercio del carbonio, secondo quanto riferito, il Brasile è disposto ad accettare regole di integrità più severe, probabilmente puntando a un potenziale terreno di compromesso per un accordo elusivo sul testo dell'Articolo 6. Gli Stati Uniti e la Cina hanno mostrato buona volontà con la dichiarazione congiunta di mercoledì, ma hanno continuato a negoziare in modo aggressivo come sempre dietro le porte chiuse. La Bolivia, a nome dei paesi in via di sviluppo Like minded (LMDC), i cui membri vanno incredibilmente dall'Arabia Saudita al Bangladesh, giovedì aveva criticato i paesi ricchi in una conferenza stampa per "colonialismo del carbonio" e ha chiesto che l'intera sezione dell'accordo sulla riduzione delle emissioni venga rottamata. A meno che non si attribuiscano maggiori responsabilità agli inquinatori storici ma la bozza non l'accontenta. In realtà, come dice il negoziatore UK, "Non c'è ancora un consenso in questa conferenza sul fatto che abbiamo bisogno di aumentare collettivamente la nostra ambizione". Il pericolo è quello di un compromesso debole. António Guterres, segretario ONU, ha incontrato i ministri per dare urgenza ai colloqui. "Non possiamo accontentarci del minimo comune denominatore dell'azione per il clima. Faccio appello a tutti i paesi per aumentare l'ambizione nella mitigazione, nell'adattamento e nella finanza".

Avevamo già detto che nelle 25 pagine dell'Accordo di Parigi non compare mai il termine "combustibili fossili", né c'è menzione di carbone, petrolio o gas,  perché molte nazioni produttrici di combustibili fossili vogliono continuare a parlare di emissioni piuttosto che delle fonti energetiche che ne sono la causa. Lo stesso vale finora per tutti i documenti della convenzione climatica. Tutti erano scettici su un possibile cambiamento a Glasgow. In realtà nella bozza di questa mattina una citazione la troviamo al punto 36:"... accelerating the phaseout of unabated coal power and of inefficient subsidies  for  fossil fuels". Non vengono fissate date né obiettivi precisi su questo problema. Questo punto è relativamente più debole rispetto al testo precedente (Guardian), ma è comunque un segnale importante: il termine inefficient non c'era e i sussidi "efficienti" non si capisce cosa sono. Inoltre vengono di fatto accreditati gli impianti dotati di cattura e sequestro del carbonio (CCS). L'aumento a breve termine degli impegni climatici entro il 2022, che continua a essere nel testo, non è ancora congruente agli 1,5 °C se non viene abbinato a una solida azione a breve termine, ad esempio, accettando di eliminare gradualmente i trilioni spesi annualmente per sovvenzionare i combustibili fossili. Non sorprende perciò che quando i ministri della Danimarca e del Costa Rica hanno lanciato un'alleanza per porre fine all'era del petrolio e del gas, l'azione sia stata considerata una provocazione. All'Alleanza hanno aderito, fissando una data di fine per l'estrazione di petrolio e gas e di stop alle nuove concessioni, licenze o round di leasing, Francia, Irlanda, Portogallo, Svezia, Groenlandia, Quebec e Galles. Nuova Zelanda e California, che non soddisfano tutti i criteri di adesione, hanno aderito all'alleanza come "membri associati" e l'Italia si è dichiarata "amica" del gruppo.

è invece molto positivo che uno dei pezzi più cruciali del primo testo sia sopravvissuto. è l'invito ai paesi a elaborare nuovi obiettivi di emissioni per il 2030 entro la fine del prossimo anno. Il testo recita ora “requests” ai Paesi, dove prima si diceva “urges”. La cosa fondamentale, al di là del vocabolario,  è che l'indicazione per elaborare nuovi piani entro la fine del 2022 è passata attraverso l'ultima serie di modifiche e potrebbe arrivare al testo finale.

Altre questioni fortemente divisive sono le soluzioni basate sulla natura (ripristino, compensazioni, offsetting). Già la bozza pubblicata mercoledì ha sottolineato "l'importanza fondamentale delle soluzioni basate sulla natura e degli approcci basati sugli ecosistemi, compresa la protezione e il ripristino delle foreste, per ridurre le emissioni, migliorare gli asportazioni e proteggere la biodiversità". La Bolivia, a nome dei paesi in via di sviluppo LMDC, affermava che così si presume che "la natura sia solo al servizio dei bisogni delle persone" invece di qualcosa "che ha un valore intrinseco". I sostenitori vedono le soluzioni basate sulla natura come un modo per colmare il divario tra le agende del clima e della biodiversità. Il WWF afferma che l'inserimento nel documento della COP 26 potrebbe favorire l'accettazione del fatto che faccia parte di un accordo sulla biodiversità a Kunming, in Cina, il prossimo anno:
"È incoraggiante che il nuovo testo sottolinei il ruolo fondamentale della natura nel raggiungimento dell'obiettivo della temperatura dell'accordo di Parigi. La scienza è chiara, non esiste una strada praticabile per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C senza la natura. È fondamentale che le parti garantiscano che questo linguaggio rimanga nel testo finale". I critici viceversa affermano che il termine è usato in modo improprio dalle grandi società per giustificare l'inquinamento continuo e che sono necessarie salvaguardie dei diritti umani per proteggere le comunità indigene. Secondo ActionAid International le soluzioni basate sulla natura spesso diventano sinonimo di compensazione del carbonio e non esistono attualmente  definizioni, criteri o meccanismi di salvaguardia ufficiali per le soluzioni basate sulla natura.

In materia di finanza la bozza  esorta le economie sviluppate ad aumentare "urgentemente e significativamente la loro fornitura di finanziamenti per il clima, il trasferimento di tecnologia e la capacitazione" per aiutare le nazioni sviluppate ad adattarsi ai cambiamenti climatici. Anche le istituzioni finanziarie e il settore privato vengono esortati nel documento a mobilitare finanziamenti che aiuterebbero a fornire risorse su larga scala per realizzare piani climatici, osservando con "profondo rammarico" che l'impegno delle nazioni sviluppate a mobilitare 100 miliardi di dollari all'anno per la mitigazione del cambiamento climatico non è stato ancora rispettato. I paesi in via di sviluppo temono che non ci siano abbastanza garanzie per loro sui finanziamenti per il clima.  La bozza mostra alcuni progressi in questo settore. Alcuni elementi sembrano poter essere più forti, in particolare l'adattamento, la finanza e le perdite e i danni, che erano davvero molto necessari. Questi problemi sono i finanziamenti per uno sviluppo pulito, l'adattamento agli impatti climatici e il pagamento dei danni inevitabili. Ora ci sono date specifiche, che chiedono ai paesi di raddoppiare i finanziamenti per l'adattamento entro la fine del 2025.  Non va però dimenticato che sui 100 miliardi di dollari all'anno promessi dal 2020, non c'è ancora alcuna data (si accenna addirittura al 2025) per colmare il deficit che i paesi non sono riusciti a ottemperare l'impegno nel 2020 e nel 2021.

Nella serata di venerdì il presidente Sharma diffonde un comunicato di scuse per non essere riuscito a concludere la Conferenza nei termini stabiliti. Si lavorerà tutta la notte e il documento dovrebbe essere pronto per le 10 di Sabato e per l'assemblea conclusiva intorno alle 10;00. Ma, alla luce delle difficoltà del negoziato, neanche questo è sicuro.  Molte decisioni cruciali, in particolare sui mercati del carbonio e sul testo fondamentale dell'accordo, rimangono incerte. Ora tocca ai ministri concludere un accordo che apra le porte a maggiori finanziamenti per il clima e impegni i paesi a rafforzare le loro ambizioni. Mentre ci inoltriamo nella notte, facciamo il punto dei progressi di questa COP rispetto alla precedente nei suoi contenuti fondamentali:

Mitigazione e adattamento: pochi progressi. A Parigi, sei anni fa, l'obiettivo di mitigazione era quello di limitare l'aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, con un'ulteriore e più ambiziosa aspirazione a mantenerlo al di sotto degli 1,5 °C. Gli scienziati ora affermano che mantenere l'obiettivo di 1,5 gradi è imperativo per frenare alcune delle conseguenze più gravi del riscaldamento globale, comprese alcune transizioni irreversibili. Quindi, alla COP di quest'anno spetta di concordare l'obiettivo più ambizioso e convincere i paesi ad aumentare i propri obiettivi di mitigazione per raggiungerlo mediante la eliminazione graduale dei combustibili fossili Ma a partire da giovedì, 22 nazioni, tra cui Cina e India, si sono opposte al testo aggiornato, affermando che i paesi in via di sviluppo pagherebbero ancora una volta per un problema causato principalmente dai paesi ricchi. Manca una definizione delle risorse che necessitano per l'adattamento e dei relativi standard. Le cifre che vengono indicate sono una frazione minima del fabbisogno indicato dall'UNEP.

Phase out dei fossili. Qualche progresso. Più di 100 nazioni si sono impegnate a ridurre le proprie emissioni di metano. Ma alcuni dei principali emettitori, tra cui Cina e India, non hanno firmato. Più di 40 paesi si sono impegnati a eliminare gradualmente il carbone, il combustibile fossile più sporco. Ma nelle ultime ore sono state escogitate delle scappatoie nel testo che secondo i critici ne indeboliscono significativamente l'efficacia.

Finanza: pochi progressi. Il più grande ostacolo alla ricerca di un consenso  è chi pagherà per la transizione dai combustibili fossili, l'adozione di energia pulita, la costruzione di infrastrutture più resilienti al clima. Tutto ciò richiede massicci investimenti che nessuno si vuole sobbarcare. Nel 2009, gli Stati Uniti avevano promosso a Copenhagen un accordo per 100 miliardi all'anno, a partire dal 2020, per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare il cambiamento climatico. La scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno rinnovato il loro impegno,  affermando che avrebbero stanziato oltre 3 miliardi di dollari all'anno per tale sforzo a partire dal 2024. Ma nell'ultima bozza di testo dell'accordo non sono indicati modi né tempi per quella promessa finanziaria. Sul meccanismo di Varsavia, per il risarcimento delle perdite e dei danni, nonostante le dichiarazioni, non ci sono progressi a questa sera. La bozza di testo di venerdì mattina si limita ad includere una decisione per creare una struttura di assistenza tecnica.

Carbon pricing: pochi progressi. Uno schema di tariffazione del carbonio del tipo cap&trade stabilisce essenzialmente un limite (cap) alle emissioni, cosicché gli inquinatori che superano tale limite possono acquistare crediti sotto forma di permessi da coloro che rimangono al di sotto del cap. C'è disaccordo su quanto sia efficace un tale schema nel frenare l'aumento delle emissioni. Finora i paesi membri non sono riusciti a ottenere un consenso sulle cosiddette regole dell'"Articolo 6" dell'accordo di Parigi, che si occupano del prezzo del carbonio. E a partire da giovedì, diverse questioni importanti sono rimaste irrisolte, incluso come contare i crediti, quali tipi di crediti dovrebbero essere consentiti e se i paesi in via di sviluppo dovrebbero ottenere disposizioni speciali.

Soluzioni basate sulla natura: qualche progresso. Oltre a ridurre l'uso di combustibili fossili, il modo migliore per combattere il cambiamento climatico è fare affidamento sulla capacità naturale delle foreste e degli oceani di togliere carbonio dall'atmosfera. Su questo fronte, un nuovo impegno di oltre 130 paesi per fermare e invertire la deforestazione entro il 2030 ha mostrato alcuni progressi compiuti al vertice di quest'anno. Tuttavia, molti  rimangono scettici sul fatto che i paesi possano mantenere questo impegno, considerando le promesse simili che in passato sono state disattese.

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Giovedì 11 Novembre 2021. è nelle città il fulcro del cambiamento individuale, sociale ed economico per un futuro sostenibile

I colloqui sul clima della COP 26 sono stati scossi iersera da un annuncio inaspettato dei due maggiori emettitori del mondo: Cina e Stati Uniti hanno annunciato un accordo per rafforzare la loro cooperazione sull'azione per il clima e accelerare i tagli alle emissioni in questo decennio. I due maggiori emettitori del mondo hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano la loro intenzione di cogliere questo momento critico per impegnarsi in sforzi estesi, individuali e concordati, per accelerare la transizione verso un'economia globale zero netta. Entrambe le parti hanno promesso di agire in questo decennio decisivo per ridurre le emissioni e mantenere gli obiettivi dell'accordo di Parigi per limitare l'aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 °C e perseguire gli sforzi per tenere gli 1,5 °C a portata di mano. Riconoscono che rimane un divario significativo tra gli attuali impegni, le politiche nazionali di riduzione del carbonio e ciò che è necessario per raggiungere gli obiettivi di Parigi. Le due parti sottolineano l'importanza vitale di colmare questo divario il prima possibile,  attraverso sforzi intensificati. L'accordo è stato discusso dalle due parti per mesi ha detto alla conferenza John Kerry. Una delle aree chiave di cooperazione è sul metano, con entrambe le parti che hanno stabilito di concordare ulteriori misure alla COP 27 nel 2022. Gli Stati Uniti hanno guidato gli sforzi con l'UE per riunire un'alleanza di oltre 100 paesi impegnati a ridurre collettivamente le emissioni di metano del 30% entro il 2030. Sebbene la Cina non abbia firmato l'impegno, ha dichiarato che intende sviluppare un piano d'azione nazionale completo e ambizioso sul metano per ridurne le emissioni negli anni '20. Creeranno un gruppo di lavoro ad hoc e i Presidenti si incontreranno sul web a giorni.

è di oggi la lettera di Papa Francesco ai cattolici scozzesi che li invita a pregare per il successo della COP 26, alla quale avrebbe voluto partecipare, perché "... il tempo stringe per salvare il pianeta. Questo incontro è inteso ad affrontare una delle grandi questioni morali del nostro tempo: la conservazione della creazione di Dio, data a noi come un giardino da coltivare e come una casa comune per la nostra famiglia umana. Questa occasione non deve essere sprecata, per non dover affrontare il giudizio di Dio per la nostra incapacità di essere amministratori fedeli del mondo che ha affidato alle nostre cure". In un messaggio formale alla conferenza letto a suo nome il 2 novembre, Francesco ha affermato che le doppie ferite inflitte dalla pandemia di Covid-19 e dai cambiamenti climatici sono paragonabili a quelle causate da un conflitto globale e dovrebbero essere affrontate allo stesso modo.

Oggi è la Giornata delle città, delle regioni e dell'ambiente. I relatori si sono concentrati sulle questioni urbane, in particolare su come assicurarsi che le città, i paesi e le infrastrutture del mondo riducano le emissioni e si preparino a condizioni meteorologiche estreme in un mondo più caldo. Le città del mondo, a volte più numerose in abitanti di un intero paese, non hanno posto nel negoziato sul clima delle COP. Alla fine metà della popolazione mondiale che abita le città non è rappresentata direttamente nelle decisioni finali. Tuttavia, anche senza un posto ufficiale al tavolo dei negoziati, con oltre 400 delegati tra governatori, sindaci e consiglieri presenti, città e regioni rivaleggiano con le più grandi delegazioni nazionali della COP 26.  Ogni anno le voci delle città sono più forti e ascoltate come è stato dimostrato ieri, quando i rappresentanti della LGMA sono interventi al segmento di alto livello della COP 26 con il primo ministro britannico Boris Johnson e il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Inoltre, i rappresentanti di città e regioni hanno esercitato pressioni su più rappresentanti nazionali per aggiungere un riferimento esplicito alla collaborazione e all'azione multilivello nella bozza del documento finale. Yunus Arikan,  per ICLEI – Local Governments for Sustainability, ha parlato della necessità e dei benefici della collaborazione multilivello: “Dal 2015, pochissimi Paesi del Nord e del Sud hanno alzato le loro ambizioni nazionali. E questi sono quelli che hanno coinvolto le loro città e regioni. Vogliamo che l'accordo di Parigi sia realizzato attraverso un'azione multilivello e vogliamo replicare quello spirito nei risultati di Glasgow in modo che l'azione multilivello sia abbracciata da tutti i paesi". Il Sindaco di Manchester ha detto: “Lasciato a sé stesso, il mercato non ci porterà agli obiettivi. Quindi avremo bisogno che i nostri governi abbiano il coraggio di fare la loro parte… Abbiamo anche bisogno che abbiano il coraggio di passare il testimone a città e regioni, poiché questa è una corsa che può essere veramente vinta solo muovendo dal basso verso l'alto... Le città sono pronte a guidare questo cambiamento. Proprio come l'accordo di Parigi ha riconosciuto la collaborazione a più livelli, Glasgow deve rafforzare questa chiamata e riconoscere che il suo momento è davvero arrivato. Quindi da Glasgow mandiamo il messaggio che le città e le regioni guideranno la transizione insieme alla giustizia climatica e sociale, non solo per un mondo più verde, ma anche più equo". è importante notare che anche  lil documento congiunto USA - Cina di ieri fa specificamente riferimento all'inclusione delle realtà subnazionali nel loro gruppo di lavoro e nei controlli sulle emissioni di metano.

Le città sono al centro della transizione net zero. Nel Regno Unito, ad esempio, le città rappresentano il 45% delle emissioni di carbonio. Può sembrare molto, ma non se si considera che rappresentano il 54% della popolazione, il che significa che su base pro capite le emissioni di carbonio nelle città sono minori che altrove. In media, una persona che vive in una città emette 4tCO2 all'anno, contro le oltre sei del resto del Paese. Ciò è in parte dovuto al fatto che l'attività industriale tende a localizzarsi al di fuori delle città, ma anche nei trasporti e negli alloggi le città sono più green. Le emissioni dei trasporti sono inferiori nelle città per il modo in cui l'ambiente edificato influenza lo stile di vita quotidiano. La densificazione, una caratteristica distintiva delle città, rende più accessibili le opzioni di trasporto a basse emissioni: i viaggi sono più brevi e possono essere più facilmente effettuati  a piedi o in bicicletta. Anche il trasporto pubblico è più utilizzabile a causa della maggiore domanda.  La relazione tra densità ed emissioni, osservata in tutte le città del UK e mostrata in figura, è una proprietà urbana generale. Vale anche per le abitazioni, più efficienti dal punto di vista energetico, con conseguente minore impronta di carbonio: circa quattro tonnellate di carbonio per abitazione per le città, più di otto fuori. Ciò significa che se vogliamo rendere la COP 26 un successo e rispettare gli impegni in termini di trasporti ed edifici più puliti, dobbiamo cambiare il modo in cui le città sono pianificate, costruite e gestite. È necessario costruire più alloggi all'interno delle aree edificate esistenti, vicino alla rete dei trasporti pubblici, anziché costruire in periferia o in aree isolate. Oltre a una maggiore densità, occorrerà fare altre cose, come il retrofit delle case, l'abbandono dei combustibili fossili, il passaggio alle rinnovabili e l'eliminazione graduale delle auto a benzina e diesel. Le città e le regioni sono importanti siti di azione per il clima. Consumano il 78% dell'energia mondiale e producono più del 60% delle emissioni  e sono vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. Nell'ultimo anno, le principali città hanno sperimentato condizioni meteorologiche estreme, come inondazioni improvvise e uragani, e il lento innalzamento dei mari minaccia molte città vicino alle coste.

Le campagne Race To Zero e Race to Resilience di Global Climate Action evidenziano sia la necessità di ridurre le emissioni sia di costruire la resilienza.  Race To Zero è l'iniziativa ONU intorno alla quale si sono raccolte le realtà locali pubbliche e private e la società civile.  è una campagna globale per raccogliere la leadership e il sostegno di aziende, città, regioni e investitori per una ripresa sana, resiliente e a zero emissioni di carbonio che prevenga minacce future, crei posti di lavoro dignitosi e sblocchi una crescita inclusiva e sostenibile. Mobilita una coalizione delle principali iniziative net zero, che rappresenta 733 città, 31 regioni, 3.067 imprese, 173 dei maggiori investitori e 622 istituti di istruzione superiore. Questi attori dell'economia reale si uniscono a 120 paesi nella più grande alleanza di sempre impegnata a raggiungere emissioni nette di carbonio zero entro il 2050 al più tardi. Insieme, questi attori coprono ora quasi il 25% delle emissioni globali di CO2 e oltre il 50% del PIL. Guidata da Muñoz e Topping, Race To Zero mobilita attori al di fuori dei governi nazionali uniti nell'Alleanza per l'ambizione per il clima, lanciata al Summit sull'azione per il clima del Segratario generale ONU nel 2019. Race To Zero, prima della COP 26, si è data l'obiettivo di dare slancio al passaggio a un'economia decarbonizzata, in cui i governi devono rafforzare i loro contributi all'accordo di Parigi. Il messaggio è che imprese, città, regioni e investitori sono uniti per raggiungere gli obiettivi di Parigi e creare un'economia più inclusiva e resiliente. Proprio il Segretario dell'ONU Guterres, nell'evento di chiusura di oggi dell'agenda dell'azione globale per il clima alla COP 26, Racing To a Better World, ha lanciato un gruppo di esperti che analizzerà gli impegni del settore privato per raggiungere lo zero netto al riparo dal greenwashing.   Gli sforzi di tutti coloro che hanno aderito alla Race to Zero, hanno avuto il riconoscimento e un posto di rilievo nella manifestazione. Nicola Sturgeon, Primo Ministro della Scozia, che ha invitato i paesi ricchi a pagare i propri debiti ai paesi poveri e vulnerabili sotto forma di finanziamenti per perdite e danni, e Sadiq Khan, Sindaco di Londra, hanno offerto le loro prospettive come operatori nello spazio dell'azione per il clima.  Italy For Climate, della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che pubblica questo bollettino, è il referente ufficiale, in collaborazione con l’Ambasciata Britannica, per la promozione di Race To Zero. Altri eventi di oggi:

  • Ricostruire meglio: accelerare la collaborazione profonda per l'azione per il clima dell'ambiente costruito

  • Sbloccare il Net Zero nelle città attraverso la trasformazione digitale sostenibile e soluzioni innovative

  • Sostenibilità e resilienza delle città nella crisi climatica e durante la pandemia di Covid.

Notizia di oggi che è d'obbligo citare è che anche l'Italia, insieme ad altri 11 Paesi, ha aderito alla Beyond Oil and Gas Alliance (BOGA) lanciata oggi alla COP 26 da Danimarca e Costa Rica. BOGA afferma nella sua dichiarazione di intenti di essere una coalizione internazionale di governi e parti interessate che lavorano insieme per facilitare l'eliminazione graduale della produzione di petrolio e gas. La coalizione mira all'eliminazione graduale della produzione di petrolio e gas, a mobilitare nei dialoghi internazionali sul clima azioni e impegni e a creare una comunità internazionale di pratica di questo obiettivo. Purtroppo però l’Italia è l’unica ad aver aderito al Boga solo in qualità di friend, con l’impegno meno stringente possibile previsto dall’iniziativa: mentre ai livelli più ambiziosi di adesione è richiesto, ad esempio, di fissare una data di azzeramento delle nuove estrazioni di combustibili fossili sul suolo nazionale, di mettere in campo riforme per il taglio ai sussidi fossili o di eliminare i finanziamenti per le estrazioni fossili all’estero, ad un friend” del BOGA, è richiesto solo, genericamente, di impegnarsi e lavorare per ridurre il ricorso ai fossili garantendo al contempo una transizione socialmente equa e giusta. A BOGA non aderiscono, è ovvio, i paesi grandi produttori di fossili (Italy for climate).

Il negoziato. La sensazione che dava la COP 26 di oggi è quella dell'attesa di un parto (Nature). I delegati hanno davanti una lunga notte insonne per consegnare i testi finali che devono essere concordati da tutte le parti domani. Il problema nella mente di tutti è come mettere in moto i mercati globali del carbonio e come completare l'articolo 6. Nelle prossime ore i negoziatori di quasi 200 paesi contratteranno su ogni riga. La bozza di proposta pubblicata mercoledì mira a rendere realizzabile l'obiettivo più ambizioso dell'accordo di Parigi: limitare l'aumento della temperatura globale media a non più di 1,5 °C. In serata questo grande passo in avanti non sembrava più impossibile. Il testo rileva che gli attuali impegni nazionali sono insufficienti per evitare un riscaldamento catastrofico e sollecita i paesi, in particolare quelli che non hanno adottato obiettivi più ambiziosi da quando è stato firmato l'accordo di Parigi, ad aggiornare i propri piani di riduzione del carbonio entro la fine del prossimo anno. Senza aumento di ambizioni il target a fine secolo rimarrà a 2,4 °C, o peggio, secondo l'UNEP. Molti operatori di nazioni vulnerabili non hanno gradito la forma generale dell'accordo emergente, giudicato debole. Hanno espresso il timore che anche il riferimento ai combustibili fossili, che non prevede una tempistica fissa, potrebbe finire per essere annacquato. Johnson ha detto che i negoziatori devono trovare un modo per plasmare un accordo che sposti il ​​mondo nella giusta direzione. Il rischio di scivolare indietro sarebbe un disastro assoluto per il pianeta. Da parte sua Kerry ha affermato che mentre rimangono molti ostacoli prima che qualcuno possa dichiarare un successo il vertice di Glasgow, la partnership formale di mercoledì con i cinesi può aiutare le possibilità che i leader mondiali scelgano la solidarietà. "Potremmo andarcene da qui senza lavorare insieme, il mondo chiedendosi dove sarà il futuro", ha detto. "Oppure possiamo andarcene da qui con persone che lavorano insieme per aumentare l'ambizione e percorrere una strada migliore". Tra i lati positivi, c'è "molta più urgenza nel linguaggio, più allarme, più di quanto ho visto in qualsiasi testo precedente, e questo è eccellente", ha detto Christiana Figueres. "Sono anche entusiasta che il testo riconosca che questo è il decennio critico e che dobbiamo dimezzare le emissioni entro il 2030". Lei stessa teme che "Dalla maturità del testo,  la COP non finirà venerdì, penso che andrà a sabato a causa di un grande, grande problema che è la finanza".

Il penultimo giorno, i delegati si sono confrontati con le grandi idee, ma per scoprire che le singole parole contano sempre. Un membro dell'IPCC ha notato quello che sperava fosse un problema "innocuo, perché facilmente risolvibile" nelle decisioni finali. Si tratta della dicitura  "limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C entro il 2100 richiede... di ridurre le emissioni globali di anidride carbonica del 45% entro il 2030 rispetto al 2010 e allo zero netto intorno alla metà del secolo”, che rappresenta in modo errato quanto dice lo  SR15 dell'IPCC sugli 1,5 °C. Infatti sostituisce la frase "1,5 °C con nessun o limitato overshoot" (che richiede riduzioni del 45% entro il 2030) con "1,5 °C entro il 2100 (che non le richiede)". Questo cambiamento potrebbe suggerire che uno scenario in cui le temperature medie globali raggiungono p.es. 1,8 °C entro il 2070 e tornano a 1,5 °C entro il 2100 attraverso una rimozione attiva e significativa di CO2 dopo il 2070 sarebbe ancora coerente con gli obiettivi indicati nel documento finale. In breve, il mondo potrebbe superare gli  1,5°C e tentare di fronteggiare i danni atmosferici, ma, ha spiegato, ci sarebbero danni irreversibili alle persone e al pianeta associati a questo ulteriore riscaldamento globale. E, ha detto, sarebbe diventato formalmente impossibile valutare se l'obiettivo di 1,5 °C sia stato mancato (o raggiunto) se non oltre il 2100. Teme che consentire scenari che limitano il riscaldamento globale a 1,5 °C entro il 2100 attraverso  la rimozione nella seconda metà di questo secolo di livelli arbitrariamente alti di CO2 potrebbe soffocare qualsiasi imperativo per una riduzione tempestiva delle emissioni.

Altre due parole sentite sono state "tornare indietro" in relazione ai negoziati sull'articolo 6. Lo stanco delegato non si riferiva al fatto se ci sarebbe stato o meno accordo, ma piuttosto all'ambizione rappresentata dalle opzioni sul tavolo. A Madrid, i timori di un meccanismo di mercato che possa minare l'integrità ambientale hanno portato alcuni paesi vulnerabili al clima a dichiarare che "nessun accordo è meglio di un cattivo accordo". Un altro delegato ha anche ricordato Madrid, osservando che "questo è in molti modi lo stesso pacchetto che non siamo riusciti a completare a Madrid". Finanza, governance delle perdite e dei danni e l'articolo 6 sono state tra le questioni rimaste irrisolte durante l'ultima COP del 2019. I delegati hanno esperienza con i compromessi tanto che, negli ultimi giorni di questo incontro, molti hanno sperato che i ministri potessero trovare le forme finali delle parole che in passato sono loro mancate. Si vedrà.

C'è stata ressa, per lo più di osservatori, in attesa dell'inizio della plenaria di chiusura che è stata aperta oggi in chiava meramente procedurale, un modo per raccogliere e rendere pubbliche le decisioni che sono pronte per essere adottate, consentendo al contempo il proseguimento delle trattative. Aprendo la plenaria il presidente Sharma ha osservato che "non siamo ancora arrivati" e ha affermato di non avere l'illusione che le parti siano soddisfatte dei testi attuali. Ha chiesto un "cambio di marcia" per raggiungere un accordo sulla finanza, in particolare sull'obiettivo della finanza quantificata collettiva e sulla finanza a lungo termine; sull'articolo 6; sul quadro rafforzato per la trasparenza e sulla mitigazione e il mantenimento degli 1,5 °C a portata di mano, dicendo "sappiamo che non possiamo permetterci di fallire".

Per concludere la giornata in bellezza l'Egitto (campione della libertà) è stato confermato come l'ospite della prossima COP nel 2022 e gli Emirati Arabi Uniti (campione delle rinnovabili, è la sede dell'IRENA) ospiteranno la COP 28 nel 2023.

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Mercoledì 10 Novembre 2021. I trasporti? Ma chi ci pensa? Tutti gli occhi sono puntati sulle bozze del documento finale che la Presidenza sta elaborando. In serata, a sorpresa, arriva la notizia che Stati Uniti e Cina collaboreranno per la decarbonizzazione a breve termine.

Usando il treno questa volta, anziché l'aereo con cui era tornato a Londra, Boris Johnson è tornato oggi al vertice sul clima COP 26 a Glasgow per il Transport Day, dove dovrebbero essere fatti una serie di annunci sui trasporti a basse emissioni di carbonio. Arriva quando diversi obiettivi per i trasporto sono già stati elaborati, incluso il fatto che i nuovi veicoli pesanti venduti nel Regno Unito dovranno essere a emissioni zero entro il 2040. Dato che lo stesso limite esisteva già per i veicoli leggeri, possiamo dire che in UK tutti i veicoli saranno decarbonizzati entro il 2040. Trenta paesi hanno anche concordato di lavorare insieme per rendere i veicoli a emissioni zero la nuova normalità. Per i trasporti marittimi saranno presentati piani per corridoi di spedizione green, facilitando il passaggio a navi a emissioni zero. 14 stati, che insieme costituiscono oltre il 40% delle emissioni globali dell'aviazione, hanno sottoscritto un impegno per un nuovo obiettivo di decarbonizzazione. Nel corso della giornata un gruppo di paesi e aziende ha firmato un impegno a "lavorare verso", curiosa dicitura, le automobili a emissioni zero entro il 2040 ed entro il 2035 nei mercati automobilistici maggiori, come aveva preannunciato nei giorni scorsi il Financial Times. L'elenco dei paesi include Canada, Israele e Regno Unito, ma non include diverse nazioni con enormi industrie automobilistiche, tra cui Stati Uniti, Cina, Giappone e Germania. Ci sono anche lunghi elenchi di città, proprietari di flotte e investitori che hanno aderito. Le case automobilistiche coinvolte includono Mercedes-Benz, Ford e General Motors ma VW, BMW e Toyota non vogliono essere coinvolte. Al contrario, alcuni governi avevano da tempo approvato vari tipi di divieti per il commercio dei veicoli a combustione: il governo britannico sta dettando il passo con il divieto del motore a combustione interna dal 2030. La Norvegia è ancora più severa, perché i veicoli con quel tipo di motorizzazione non potranno più essere venduti dal 2025. La Commissione UE ha proposto il 2035, ma molti paesi vogliono posticipare la data.

Il Transport Day della COP 26, deve essenzialmente dire parole chiare sui veicoli elettrici e sulla dinamica della transizione ai veicoli a emissioni zero per raggiungere gli obiettivi climatici. È anche chiaro che è necessario un impegno per garantire che tutte le vendite di auto nuove siano limitate ai veicoli a emissioni zero e che i paesi dovrebbero mettere in atto politiche per garantire che le aziende proprietarie di flotte si impegnino a dotarsi di flotte a emissioni completamente zero. Queste esigenze sono tutte illustrate nella presentazione ufficiale del Transport Day e, nonostante siano misure innegabilmente necessarie, ciò che manca è l'incoraggiamento per un trasporto veramente green. La transizione elettrica nella mobilità è indispensabile, ma ha i suoi tempi. Al contrario, camminare, treno, bicicletta e altri mezzi simili, le mobilità dolci  e lo sharing delle risorse, sono gli unici modi in grado di ridurre drasticamente le emissioni entro il 2030. I trasporti rappresentano circa il 25% delle emissioni totali di gas serra e, inoltre, sono la principale causa di mortalità nelle città e sulle strade e autostrade. L'inquinamento atmosferico, strettamente legato ai trasporti, provoca ogni anno milioni di morti premature e malattie, come le malattie coronariche o respiratorie ed è il più importante fattore di rischio ambientale per la salute umana. Ciò significa un conto pesante di miliardi di dollari l'anno per la salute individuale e per i sistemi sanitari pubblici. Sfortunatamente, inquinamento atmosferico e cambiamento climatico non sono mai, ipocritamente, indicati come responsabili sui certificati di morte. La cosiddetta tecnologia verde è vista da molti come una panacea alla crisi climatica, inclusa la Presidenza britannica nel caso dei trasporti, ed è al centro di molte politiche pubbliche attuali. Nel caso del trasporto di persone su strada, che in molti paesi avviene principalmente in auto, la grande scommessa è sulle auto elettriche, in linea di principio molto più pulite di quelle convenzionali. Ma una sostituzione uno ad uno dei veicoli con l'auto elettrica non è una soluzione sostenibile. Per rispettare gli obiettivi climatici, è essenziale ridurre le auto in circolazione (reduce) e non solo sostituirle con equivalenti elettrici (improve). Occorre inoltre promuovere il trasporto pubblico (shift), la mobilità condivisa (share), la bicicletta e il buon vecchio camminare. Il trasporto pubblico deve raddoppiare nelle città nel prossimo decennio per raggiungere l'obiettivo di 1,5 °C, secondo l'analisi delle città C40 pubblicata mercoledì. Daniel Firth di C40 Cities ha dichiarato: “Se domani interrompessimo la vendita di veicoli a combustibili fossili, ci vorrebbero 15-20 anni per avere il 100% dei veicoli a emissioni zero. Quindi ci vorrebbe troppo tempo se quella fosse la nostra unica strategia. Considerate invece che possiamo iniziare a costruire piste ciclabili e corsie per autobus domani”.

è importante tener conto che né l'accordo di Parigi, né l'Agenda 2030 dell'ONU del 2015, impegnano i paesi a includere le emissioni del trasporto aereo o marittimo internazionale nei loro contributi nazionali NDC o nei loro progetti di sostenibilità. L'accordo non fa nemmeno menzione diretta delle automobili, lasciando che le loro emissioni siano affrontate dai paesi nei loro piani d'azione individuali. Più di recente, tuttavia, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha chiesto di eliminare gradualmente la vendita di motori a combustione interna a livello globale entro il 2040 e ancor prima nei principali paesi produttori. Alcune aziende e governi si stanno già muovendo in quella direzione. Il Canada, ad esempio, ha fissato un obiettivo obbligatorio per tutte le nuove auto leggere e autocarri passeggeri a emissioni zero entro il 2035.

Strada, acqua ed aria sono i settori trasportistici in ordine di difficoltà crescente per la decarbonizzazione. La Dichiarazione sui trasporti ha coronato la giornata per i veicoli stradali.

Per il trasporto marittimo diciotto paesi hanno lanciato la Dichiarazione di Clydebank che mira a stabilire almeno sei corridoi di spedizione green entro il 2025, tra le altre azioni. Ciò richiederà lo sviluppo di forniture di combustibili a emissioni zero, quadri normativi e infrastrutture necessarie per la decarbonizzazione.

L'industria del trasporto aereo globale ha delineato come raggiungere il suo obiettivo climatico a lungo termine durante gli eventi di oggi mediante aerei di nuova tecnologia e carburanti per jet ricavati dai rifiuti. L'impegno è azzerare le emissioni di carbonio entro il 2050, a sostegno dell'accordo di Parigi. L'aviazione è uno dei pochi settori ad aver assunto un simile impegno globale. L'analisi dettagliata nel rapporto Waypoint 2050 delinea i percorsi per il settore del trasporto aereo per raggiungere lo zero netto. L'industria afferma che un mix di nuove tecnologie,  il potenziale passaggio all'elettricità e all'idrogeno per alcuni servizi più brevi; i miglioramenti nelle operazioni e nelle infrastrutture e una transizione verso il carburante per l'aviazione sostenibile entro la metà del secolo, fornirebbe la maggior parte delle riduzioni di carbonio. In uno degli eventi di oggi si è detto: "Abbiamo identificato gli elementi costitutivi necessari e le la portata della sfida è sostanziale, ma con una politica di sostegno dei governi e il sostegno del settore energetico, si può fare la decarbonizzazione al 2050.  Esortiamo inoltre gli Stati membri dell'ICAO a sostenere l'adozione di un obiettivo climatico a lungo termine alla 41° Assemblea ICAO nel 2022, in linea con impegni del settore".

La bozza del documento finale. Continua ad essere qui il centro dell'attenzione, anche se i negoziati sui punti critici, che abbiamo ripetutamente illustrato, continuano tra mille difficoltà. "La mia grande, grande richiesta a tutti voi è di venire armati della valuta del compromesso", ha perorato il presidente della COP 26 Alok Sharma. “Ciò che concorderemo a Glasgow deciderà il futuro dei nostri figli e nipoti”. Sharma ha anche detto che intende concludere i colloqui venerdì. "Chiedo a tutti noi collettivamente di rimboccarci le maniche e metterci al lavoro", ha aggiunto. Con la prima bozza, presentata questa notte alle 6:00,  la presidenza spera di affrontare le discrepanze negli impegni tra i paesi e chiarire come le dichiarazioni e gli annunci  soddisferanno i requisiti dell'accordo di Parigi del 2015, che si propone di limitare l'aumento della temperatura globale. Il primo ministro britannico Boris Johnson è da oggi tornato a Glasgow e, insieme al presidente Sharma, ha esortare le nazioni partecipanti a dare una spinta finale verso azioni concrete, senza paura di fare compromessi laddove altro non sia possibile. "Abbiamo fatto dei buoni progressi nell'ultima settimana e le parti sono arrivate al tavolo con un atteggiamento propositivo. E abbiamo concordato risultati sostanziali su una serie di questioni, dal genere all'agricoltura. Ma abbiamo ancora molto da fare", ha detto Alok Sharma ai delegati. "Francamente, su alcune questioni vitali, c'è ancora troppa distanza tra di noi. E quindi nei prossimi giorni avremo assolutamente bisogno di vedere un cambio di marcia. Sono sicuro che condividiamo tutti il ​​desiderio di finire venerdì, avendo concordato un risultato ambizioso", ha aggiunto.

La bozza, secondo New Scientist,  va letta nei punti chiave: in primo luogo, il testo invita le Parti ad accelerare l'eliminazione graduale del carbone e dei sussidi per i combustibili fossili. Arriva così finalmente un riferimento esplicito ai combustibili fossili. è la prima volta, dicevamo ieri,  che i combustibili fossili sono menzionati in una bozza di testo decisionale sul clima delle Nazioni Unite. Secondo il WRI non ci sarebbe mai stato un testo del genere prima nelle COP, un riferimento specifico all'eliminazione graduale dei sussidi ai combustibili fossili né all'eliminazione graduale del carbone. Se questa linea entrerà nel documento finale, per la prima volta tutti i governi del mondo avranno ammesso che il problema sono i combustibili fossili. Può sembrare assurdo per il comune sentire, ma questo riconoscimento non è mai stato condiviso, in quarant'anni, da tutti i Paesi membri della Convenzione.

Probabilmente la parte più significativa del testo riguarda gli impegni sulle emissioni, riportati nella figura. Molti paesi si sono impegnati a ridurre le proprie emissioni di gas serra di tanti punti percentuali entro una data futura. Il testo della bozza li invita a rivisitare e rafforzare i loro piani climatici per il 2030 entro la fine del 2022, cioè a fare in 12 mesi quanto non sono riusciti a fare in sei anni dopo Parigi. In precedenza, non si era loro richiesto che presentassero nuovi piani fino al 2025, quindi questi nuovi piani arriverebbero ​​con tre anni interi di anticipo e riguarderebbero le emissioni di questo decennio piuttosto che della metà del secolo e oltre. In sostanza questa parte di testo spinge i paesi a fare piani, entro la fine del prossimo anno, per tagliare le emissioni in questo decennio. Questo è cruciale, perché come abbiamo notato prima, mentre molti paesi si sono impegnati a raggiungere lo zero delle emissioni nette in questo secolo, nella maggior parte dei casi non hanno dato seguito ai piani di riduzione delle emissioni nel breve termine. Naturalmente, il grosso problema qui è che il testo esorta solo i governi a farlo, non li obbliga. Quindi, anche se questo testo sopravviverà ai prossimi giorni di negoziati, non sarà in alcun modo giuridicamente vincolante. Perché il testo abbia raggiunto il suo scopo, dovremo fare affidamento sul fatto che i governi sentano un senso di obbligo, o forse di vergogna. Qualsiasi acquisizione del testo di stanotte potrebbe essere annullata prima che i negoziati si concludano venerdì sera tardi o durante il fine settimana. Proposte ambiziose, come tagliare le emissioni globali del 45% entro il 2030 o accelerare obiettivi climatici aggressivi, sono sul filo del rasoio. Intanto i negoziatori restano bloccati sulle regole che governano il mercato globale del carbonio. I rappresentanti dei paesi in via di sviluppo lamentano che sono stati compiuti pochissimi progressi nel finanziamento dell'adattamento climatico e di perdite e danni. Le delegazioni sembrano rimanere trincerate nelle posizioni pre-COP, muovendosi verso un compromesso a passi da formica, o per niente.

Verso sera un annuncio a sorpresa sembra cambiare le carte in tavola. Cina e Stati Uniti lavoreranno insieme per contrastare i cambiamenti climatici, annuncia questa sera Pechino, con un accordo siglato a margine della  COP 26.  Il contenuto dell'accordo,  importantissimo, è tutto da verificare e si sente dire che i dettagli verranno forniti domani. La Cina e gli Stati Uniti concordano di collaborare su "standard ambientali relativi alla riduzione delle emissioni di gas serra negli anni 2020" e altre "azioni rafforzate per il clima". Include la cooperazione sul metano e un gruppo di lavoro sul miglioramento dell'azione per il clima negli anni '20. Entrambi i paesi intendono comunicare nuovi NDC nel 2025, che dureranno fino al 2035. Ciò potrebbe aiutare i ministri a scegliere tra le due opzioni attualmente dinanzi a loro per dare tempi comuni agli NDC. Entrambi i paesi si sono impegnati a risolvere l'articolo 6 e la trasparenza alla COP 26. Questo annuncio potrebbe essere un regalo tardivo alla Presidenza, proprio mentre cerca di aiutare i paesi a appianare le molte questioni sul tavolo. L'accordo offre agli Stati Uniti più possibilità di impegnare la Cina in una reale responsabilità di una azione climatica corretta e trasparente e potrebbe mitigare l'opinione, che si sta ormai consolidando, che la Cina abbia contribuito poco alla COP 26. Cina in recupero, dunque. Sarebbe stato un grave errore da parte cinese farsi scivolare dalle mani le immense opportunità che si aprono con la green economy ed anche il vantaggio di prime mover che tuttora detiene assieme alla rappresentanza fiduciaria di gran parte dei paesi poveri. Probabilmente i due Presidenti terranno un Summit virtuale nei primi giorni della prossima settimana, su un orizzonte politico che potrebbe andare oltre la questione climatica. L'annuncio arriva a conclusione di una giornata in cui, a partire dal mattino quando è stata diffusa la bozza del testo finale della conferenza sul clima, è stato tutto un susseguirsi di critiche, talvolta pesantissime, al lavoro svolto giudicato debole dagli ecologisti e perfino  incapace di additare i combustibili fossili, carbone gas e petrolio  come la causa principale della crisi climatica.

Negli stessi momenti della serata  viene a conoscenza la decisione di Greta Thunberg e di altre 13 figure simbolo dell'ambientalismo  di bypassare di fatto la COP 26 rivolgendosi con una lettera direttamente al segretario generale dell'ONU Guterres per pregarlo di considerare l'emergenza climatica alla stessa stregua della pandemia, di cui forse è più grave ancora.

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Martedì 9  Novembre 2021. Le donne, protagoniste nelle piazze contro il cambiamento climatico e minoranza entro le mura della COP 26. A notte inoltrata  la presidenza avanza una prima coraggiosa bozza del doccumento finale sotto la spinta di UE e Stati Uniti. Sarà battaglia

Oggi è il giorno dedicato alla questione femminile. Un evento della presidenza è stato dedicato in mattinata all'azione per il clima per la salute e sull'avanzamento dell'uguaglianza di genere. In occasione del Gender Day, la COP 26 si è concentrata sugli impatti climatici sproporzionati subiti da donne e ragazze in tutto il mondo. "Il cambiamento climatico è sessista", ha affermato martedì un funzionario del governo degli Stati Uniti. Secondo l'UNFCC, Oltre il 70% dei poveri del mondo è rappresentato da donne, così come l'80% delle persone sfollate a causa del cambiamento climatico sono donne e bambini. In Bangladesh, durante le alluvioni, molte donne sono morte per annegamento aspettando i mariti, senza i quali non potevano uscire di casa, invece di mettersi in salvo. E l’Europa? Durante l’ondata di caldo del 2003, solo il 25% dei deceduti era di sesso maschile. Non va meglio negli Stati Uniti. Durante l’uragano Kathrina nel 2005, più di metà dei nuclei familiari poveri era costituito da madri single, dipendenti dalle reti sociali e di solidarietà, ma le donne e le ragazze stanno guidando oggi gli sforzi per affrontare il cambiamento climatico nelle comunità di tutto il mondo, ha affermato il presidente  Sharma mentre delineava gli impegni per un finanziamento climatico sensibile al genere. Qui alla  COP 26 le donne nelle delegazioni sono aumentate, passando dal 12% in media delle prime edizioni al 38% di oggi. Yemen, Turkemnistan, Corea del Nord e Vaticano hanno compagini completamente maschili. Ma anche il Giappone non brilla: tra 225 delegati, solo 45 sono donne. Maglia rosa, invece, a Moldavia (89%), Samoa (79%) e Messico (78%), che registrano la più alta presenza femminile. Nel complesso, però, la questione di genere non sembra aver molo scaldato gli animi all'interno del Campus. Gli omaggi sono stati alquanto rituali.

Nelle sale di negoziazione è proseguito il lavoro sulla decisione finale del vertice il cui stato è al momento quanto mai deludente e contrastato. La presidenza britannica ha dichiarato che pubblicherà una prima bozza della decisione finale del vertice durante la notte (vedi più avanti). Finora sono stati presentati nuovi testi su tempistiche, trasparenza, finanza e adattamento. "Abbiamo ancora una montagna da scalare", ha avvertito Sharma. Il testo finale specificherà come i paesi hanno promesso di rivedere i loro piani climatici per il 2030. I contenuti saranno cruciali per mettere il mondo sulla strada per gli obiettivi di Parigi. Il testo principale deve essere forte, perché gli annunci fatti al vertice non hanno risolto il problema.

Le nuove previsioni rilasciate martedì suggeriscono che il mondo è ancora lontano dall'obiettivo di Parigi. Il Climate Action Tracker ha rimesso tutto in discussione, affermando che le attuali politiche climatiche ci mettono sulla strada per un spaventoso riscaldamento di 2,7 °C, o 2,4 °C se tutti i governi raggiungessero i loro obiettivi per il 2030. Abbiamo dato numeri migliori nei giorni scorsi:  Il WRI, ad esempio, era stato il più ottimista calcolando che il rispetto degli annunci fatti a Glasgow ci porterebbe a fine secolo a +1,7 °C, addirittura vicini all'obiettivo massimo di Parigi. Sarà bene che alla fine tutti si chiariscano le idee sui vari scenari. Per capire quali paesi stanno facendo di più e di meno, viene in aiuto l'ultima edizione del Climate Change Performance Index che copre 61 paesi che rappresentano il 92% delle emissioni globali. Non un paese sta facendo abbastanza su tutta la linea. I primi classificati sono Danimarca, Svezia e Norvegia. Anche la Cina è tra i primi 10, dopo aver scalato la classifica interrompendo l'aumento delle emissioni e ampliando e fissando obiettivi ambiziosi sulle rinnovabili. Nel frattempo, i ritardatari climatici includono gli Stati Uniti al 55° posto, l'Australia al 58° e il Canada a 61°. Prima dell'inizio della COP 26, eravamo in rotta per 2,7 °C, quindi le promesse finora abbatterebbero di 0,3°C il riscaldamento totale secondo il CAT. Mentre i leader mondiali e i diplomatici negoziano sul clima nuovi dati mostrano che le emissioni globali di CO2 aumenteranno drasticamente quest'anno, probabilmente superando il massimo storico raggiunto prima della pandemia da Covid-19.  Nuovi dati, pubblicati mercoledì scorso sulla rivista Earth System Science Data, evidenziano i fattori chiave che stanno guidando le emissioni globali, incluso il rilancio dell'uso del carbone da parte di Cina e India.

Ancora una volta, anche oggi, le dispute finanziarie hanno occupato gran parte della giornata. Il tempo dedicato a questi temi è il risultato sia della complessità del lavoro, sia delle profonde divisioni tra le posizioni dei paesi sviluppati e di quelle in via di sviluppo. C'era la volontà di impegnarsi su alcune questioni relative alla definizione del nuovo obiettivo di finanziamento collettivo quantificato per il clima. Lo scopo di queste discussioni è stabilire un processo per stabilire l'obiettivo, non assegnare l'obiettivo stesso. C'era più impegno su come portare avanti questo processo, forse attraverso un gruppo di lavoro ad hoc, o un comitato, o una serie di workshop per aiutare i paesi a sviscerare il problema. L'altra arena bollente sono le discussioni sull'adattamento che si sono concentrate sull'obiettivo globale. L'obiettivo globale dell'adattamento, sancito dall'Accordo di Parigi, è una priorità per i paesi in via di sviluppo, che sono più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. A differenza degli obiettivi di temperatura, l'adattamento è più sensibile al contesto, localizzato e, in qualche modo, qualitativo. I colloqui negoziali mirano a istituire un processo che possa chiarire come rendere operativo questo obiettivo e portare verso la  parità tra adattamento e mitigazione nel processo climatico delle Nazioni Unite.

In questa seconda settimana, i negoziati sono sempre sul filo del rasoio: a Madrid i paesi sono stati  molto vicini all'accordo sull'articolo 6 per il mercato del carbonio e sul timing degli NDC, ma sono usciti a mani vuote. Ora Glasgow non può più fallire e deve completare il Paris Rulebook. Sembra che alcuni elementi si stiano combinando in senso favorevole. I ministri ora hanno due opzioni per i tempi comuni per gli NDC, finora erano addirittura nove. Le discussioni tecniche sull'articolo 6 sono state completate e le parti stanno ora condividendo le preoccupazioni sulle questioni cruciali con i ministri facilitatori di Singapore e Norvegia. Può essere  delicato il passaggio dal livello tecnico a quello politico, soprattutto se non tutte le questioni vengono affrontate insieme. Le decisioni spesso arrivano invece ai ministri in pacchetti  rendendo loro difficile andare ad una conclusione. L'equilibrio si può rompere su problemi come la governance del meccanismo internazionale di Varsavia su perdite e danni per i quali sono richieste risorse aggiuntive. Sembra che le posizioni siano più radicate che mai, nonostante il rientro degli Stati Uniti nell'Accordo di Parigi. La posta in gioco è quale organo della Convenzione debba assumersi le responsabilità, se l'organo di governo dell'Accordo di Parigi CMP da solo, o insieme a quello della Convenzione. E, naturalmente, la pandemia incombe. Dopo che diversi negoziatori, incluso il coordinatore finanziario del G-77/Cina, sono risultati positivi al Covid-19, altri hanno dovuto autoisolarsi. Molti di loro sono i negoziatori chiave per l'esito dei colloqui.

Questa sera il Presidente francese Macron ha trovato il modo (ed il tempo giusto) per annunciare che la Francia costruirà nuovi reattori nucleari. Certo, ognuno vende la propria mercanzia, lui il nucleare, Putin il gas, Bolsonaro l'Amazzonia, tutti insieme la Terra. Il governo del Regno Unito ha impegnato 210 milioni di sterline per nuovi impianti nucleari. Questi sarebbero piccoli reattori modulari Rolls Royce da 470 MW, SMR, ciascuno in grado di alimentare 1 milione di case (o un sottomarino?). Gli SMR sono pensati per essere prodotti in serie e quindi più economici. Il governo metterà dei soldi in anticipo, in cambio di prezzi più bassi dell'elettricità in seguito, per far risparmiare denaro alle imprese. L'unico paese che  sta riponendo vera fiducia nel nucleare sembra essere la Cina. La scorsa settimana Bloomberg ha riferito che la Cina sta per costruire almeno 150 nuovi reattori nei prossimi 15 anni, più di quanto il resto del mondo abbia costruito negli ultimi 35 anni. Ciò costerà fino a 440 miliardi di dollari e la Cina supererà gli Stati Uniti. Faranno festa i generali. I quattro paesi citati sviluppano il nucleare da sempre per ragioni militari, come del resto Russia, Israele, Pakistan e India, magari anche l'Iran. Cosi ad un dramma, il clima, se ne aggiunge un altro, con la buona scusa di salvare il mondo dal primo. Grande idea! Un articolo del New York Times si concentra sulle richieste di alcuni leader africani per una transizione più lenta alle energie rinnovabili per i loro paesi, osservando che non ci si può aspettare che rifaranno i loro sistemi così rapidamente come le nazioni ricche. il governo australiano creerà un nuovo fondo da 1 miliardo di dollari per aiutare a commercializzare la tecnologia a basse emissioni, compresa la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) e il carbonio nel suolo. Facile il commento che il debole piano australiano per il cambiamento climatico è guidato da preoccupazioni di politica interna, dove Scott Morrison è stato oggetto di pesanti critiche per proposte che sembrano voler mantenere tranquille le aziende di combustibili fossili e del carbone in particolare.

Oggi è stato anche il giorno dedicato alla scienza e all'innovazione. Scienza climatica e genere si incontrano per la verità poco, ma ci sono alcuni grandi esempi come Corinne Le Quéré (in figura). è una scienziata del clima presso l'Università dell'East Anglia, e studia il ciclo del carbonio e come l'oceano sta rispondendo al riscaldamento globale. È membro dell'IPCC e del  Global Carbon Project, un consorzio di scienziati che tiene traccia delle emissioni di carbonio in tutto il mondo e pubblica regolarmente il carbon budget della Terra. Nature dedica oggi un articolo che dà spazio alle opinioni degli scienziati sulla COP 26.

Durante tutta la pandemia, la scienza è stata centrale e il grande pubblico si è confrontato con quella che è la realtà della scienza, le sue certezze e i suoi limiti. Al pari la scienza del clima è una parte fondamentale degli sforzi globali per comprendere e affrontare il cambiamento climatico. Le azioni politiche ed economiche richiedono una adeguata comprensione dei problemi e delle loro complesse interazioni e per tutto questo la scienza ha dato contributi essenzialie più ancora ne darà in futuro. La Giornata della scienza e dell'innovazione alla COP 26 ha cercato di mostrare i molti modi in cui tutti i tipi di scienza contribuiscono ad affrontare la crisi climatica. Un evento in risposta al recente assessment report dell'IPCC sulla scienza fisica ha mostrato come la scienza può aiutare a guarire il pianeta, non solo a diagnosticare i suoi problemi. La conoscenza della realtà sociali indigene è stata al centro della conversazione, poiché la nepalese Pasang Dolma Sherpa ha attirato l'attenzione sul fatto che le popolazioni indigene proteggono l'80% della biodiversità, sebbene rappresentino solo il 6% della popolazione mondiale. Ha detto che i sistemi indigeni della conoscenza devono essere considerati alla pari con altre forme di conoscenza scientifica. Il presidente della COP 26 Sharma ha chiuso il panel, dicendo: “Il futuro non è ancora scritto; possiamo ancora lavorare per mantenere in vita gli 1,5 °C. Ora dobbiamo tradurre gli sforzi degli accademici in un risultato ambizioso e in un decennio di azione, lasciando che la scienza faccia da apripista". La Giornata della scienza e dell'innovazione ha visto anche il lancio dell'Alleanza per la ricerca sull'adattamento, che riunisce 90 organizzazioni di 30 paesi per aumentare la resilienza delle comunità vulnerabili in prima linea nel cambiamento climatico.

Alle 6 della notte è apparsa la prima bozza del testo della decisione finale di copertura. È una lista dei desideri che incorpora le richieste di una dichiarazione della High Ambition Coalition, approvata dalle nazioni vulnerabili, dagli Stati Uniti e dall'UE. Più che scontata una feroce opposizione dai soliti noti  che la vedono come una minaccia ai loro interessi nazionali. La bozza di sette pagine fissa l'obiettivo di 1,5°C come obiettivo di temperatura critica ai sensi dell'accordo di Parigi. La lettera "f" contrassegna i testi che sarebbero introdotti per la prima volta, se adottati. Nella bozza si invitano le parti ad accelerare l'eliminazione graduale del carbone e dei sussidi per i combustibili fossili.  Nemmeno l'Accordo di Parigi citava i combustibili fossili. La bozza riconosce che mantenere l'aumento della temperatura a 1,5 °C in questo secolo richiede una riduzione delle emissioni del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010 e a zero netto intorno alla metà del secolo. Esorta i paesi che non hanno ancora presentato contributi nazionali nuovi o aggiornati al raggiungimento dell'obiettivo, a farlo il prima possibile prima della Cop 27 del novembre 2022. Ricorda loro che possono aumentare l'ambizione dei loro piani in qualsiasi momento e li esorta a farlo se necessario per allinearsi all'obiettivo di Parigi ed entro la fine del 2022. Per le vittime dei disastri climatici, il testo esorta i paesi, le organizzazioni internazionali e il settore privato a fornire un supporto rafforzato e aggiuntivo per le attività che affrontano perdite e danni. La bozza di decisione della COP rileva con rammarico che i paesi sviluppati non hanno raggiunto l'obiettivo di 100 miliardi di dollari/anno di finanziamenti per il clima e chiede un aumento delle disposizioni, incluso almeno un raddoppio dei finanziamenti per l'adattamento. Su come impostare un obiettivo finanziario a lungo termine oltre il 2025, c'è solo un segnaposto. Ciò potrebbe suscitare controversie: i paesi in via di sviluppo non vorranno lasciare Glasgow senza un risultato chiaro. Sulla bozza gli africani hanno già detto che da un lato della bilancia, fa avanzare un processo dettagliato per accelerare gli obiettivi di mitigazione del clima, ma, dall'altro, su finanza, perdite e danni, è confuso e vago. Il testo riflette alcuni degli impegni assunti dai leader all'inizio della conferenza. Include un riferimento per ridurre le emissioni non  CO2, come il metano, e riconosce l'importanza della protezione e del ripristino delle foreste. Ci sono anche nuove versioni del testo negoziale sull'articolo 6 e sulle regole del commercio di carbonio. È probabile che gli elementi sull'obiettivo di 1,5 °C, la fissazione di una data per tornare con nuovi piani prima del 2025 e il linguaggio sull'eliminazione graduale del carbone vengano accolti con un forte ostilità. Le principali economie emergenti hanno messo in guardia contro l'inclusione di elementi che secondo loro riaprirebbero i negoziati sul trattato di Parigi e che non dispongono di alcun mandato per discuterne all'interno del processo dei cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. Possiamo spostare l'attenzione sull'attuazione, se smettiamo di rinegoziare gli elementi dell'accordo di Parigi, aveva detto lunedì in plenaria un diplomatico indiano per conto del gruppo Basic che comprende Brasile, Sudafrica, India e Cina. La strada per un accordo è impervia stanotte.
 

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Lunedì 8  Novembre 2021. Dopo il discutibile stocktaking del presidente Sharma, adattamento e loss and damage danno inizio ad una settimana difficile

La domenica è servita per i commenti sulla prima settimana della COP 26. Sulla stampa internazionale è un diluvio. Più discreta la stampa italiana, forte del suo ormai atavico disinteresse. Impossibile riferire di questa moltitudine di opinioni e di pareri. Se un commento ci è permesso, a valle di un numero estenuante di letture di giornali e di blog, la nostra impressione è che ci sia una più grande attenzione nel mondo e che si manifestino delle linee di leggero ottimismo da una parte, ma che da un'altra, non piccola, si stia preparando una trappola: dichiarare il fallimento della COP 26 e spingere sulla frustrazione per riaccreditare gas, nucleare innovativo (inesistente), CCS, ostilità alle rinnovabili (intermittenti, si sà), offsetting e quant'altro, come compagni ineluttabili di un presunto progresso e quindi anche di ogni possibile transizione ecologica. Salvare il pianeta vabbè, ma intanto occorre progredire più o meno come sempre e poi, a metà secolo (circa) ne parleremo. Poi se Cina, India, Russia e compagnia non ne vogliono sapere non saremo noi a lasciare i mercati nelle loro mani. Vedete bene che solo parlare di decarbonizzazione fa andare alle stelle i prezzi dell'energia! Altro che fare da soli, come dice Ronchi. Quindi è un eversore chi, come Greta, invita a fare in fretta. Sono voci di casa nostra. Se, per fare un esempio, si legge il Corriere della sera di oggi, è tutto un fiorire di un educato negazionismo e di scetticismo ed ironia sugli impegni ecologici e finanziari annunciati a Glasgow. Intanto oggi il Washington Post ha denunciato che ci sono frodi generalizzate nel conteggio delle emissioni di molti paesi che equivarrebbero, dai calcoli del giornale, a qualcosa come da 8 a 13 GtCO2eq ogni anno, compromettendo gravemente i trend di mitigazione da Parigi ad oggi.

è venuto oggi a Glasgow il Presidente Obama, padre dell'Accordo di Parigi. Sono stati compiuti progressi significativi dall'Accordo di Parigi del 2015 ma, dice intervenendo nel pomeriggio, non abbiamo fatto abbastanza. Non siamo affatto vicini a dove dovremmo essere. Obama ha cercato di tagliare il nodo gordiano della trattativa con un discorso di grande visione, implorando i negoziatori sia di esplicitare i risultati raggiunti finora, sia di spingere per ottenere di più. Nel suo discorso rivolto tanto alle persone che osservano ed ascoltano dall'esterno della conferenza, quanto agli stessi negoziatori, Obama ha affermato che risolvere la crisi climatica sarà un lavoro lungo. Non ha mancato di aggiungere che è stato particolarmente scoraggiante vedere i leader di due dei più grandi emettitori del mondo, Cina e Russia, rifiutarsi di partecipare ai lavori. I loro piani nazionali sembrano riflettere una pericolosa mancanza di urgenza e la volontà di mantenere lo status quo, ed è un peccato. Obama ha lanciato critiche ai politici repubblicani statunitensi, affermando che sia lui che Joe Biden erano stati vincolati in gran parte dal fatto che uno dei loro due maggiori partiti ha deciso non solo di sedersi in disparte, ma di esprimere un'attiva ostilità verso la scienza del clima e fare del cambiamento climatico una questione di parte. Sono stati quattro anni di ostilità attiva dell'ex presidente Donald Trump nei confronti della scienza del clima. Altrove, secondo il Guardian, in una riunione privata dei ministri della High Ambition Coalition (HAC), Obama ha detto che ciò che l'HAC sta cercando di realizzare  è vitale... Vi siete riuniti ancora una volta per parlare non solo della necessità di arrivare a 1,5 °C, ma anche di fornire i fondi di adattamento necessari per coloro che potrebbero finire per pagare il prezzo più alto per azioni che loro stessi non hanno intrapreso. Secondo il giornale, questo ha dato sostegno ai paesi in via di sviluppo che spingono per il rispetto dell'Accordo di Parigi e per gli 1,5 °C per i quali Obama ha espresso profonda preoccupazione per i divari tra gli impegni attuali e l'azione necessaria.

Da Glasgow cosa ci si può aspettare? Il risultato più importante della COP 26, come di ogni vertice delle Nazioni Unite, è un testo che tutti i paesi coinvolti sono disposti sottoscrivere. Questo testo esporrà ciò che i paesi avranno promesso di fare. È in effetti un nuovo trattato internazionale. I negoziatori ci hanno lavorato la scorsa settimana, in capo alla quale il risultato appare un coacervo di bozze di documenti, domande, risposte, bozze, battute, cavilli, cavilli sui cavilli, cavilli metatestuali sulla natura del cavillo come concetto e molto altro ancora, tutti disponibili sul sito web della COP 26 alla pagina "documenti". Una babele nella quale l'uso di una parola sgradita tra milioni può portare a intense discussioni che durano giorni. La difficoltà di fondo è che alla fine ogni paese deve essere d'accordo, altrimenti non ci sarà nessun accordo. Quindi i paesi che sono alla disperata ricerca delle modalità per apportare quei  tagli urgenti alle emissioni che hanno promesso, devono sottoscrivere lo stesso testo dei paesi le cui economie attualmente dipendono dalle esportazioni di petrolio, gas o carbone. Facile il gioco, così, no? è il drammatico limite dell'intera istituzione delle Nazioni Unite. Per questo la COP 26 ha i limiti che abbiamo richiamato ripetutamente: si farà quello che sarà possibile, ma i conti si devono fare sulla mobilitazione dell'intero corpo della società civile mondiale. Tutti gli entusiasmanti annunci della scorsa settimana, come l'India che promette di raggiungere l'azzeramento delle emissioni nette entro il 2070, sono di fatto esterni ai negoziati formali. Il vero test della COP 26 è quanto sia forte il testo finale e se sarà forte. Quali promesse conterrà? Con quale fermezza verranno applicate? E cosa aggiungerà in termini di emissioni di gas serra e aiuti ai paesi vulnerabili ai cambiamenti climatici? In proposito Laurence Tubiana, una delle principali artefici dell'Accordo di Parigi ha avvisato, in una conferenza stampa,  che secondo lei è il greenwashing  la nuova anima nera del movimento mondiale contro il cambiamento  climatico. Parlare per non fare, ora che gli inquinatori sembrano un po' alle corde.

La situazione attuale è decisamente incerta. Per arginare i tentativi di aggirare gli impegni presi, sta uscendo forte la proposta di  fare in modo che i paesi rivedano e, se necessario, aggiornino i loro impegni di riduzione delle emissioni (gli NDC) ogni anno, anziché ogni cinque anni, secondo l'attuale programma. Oggi, il presidente della COP 26 Alok Sharma ha affermato che trovare il consenso non sarà semplice. Sharma aveva programmato di tenere un incontro di inventario sabato, per capire dove fossero arrivati ​​i colloqui, ma è poi stato rimandato a oggi. Ora vuole che una bozza del testo principale sia disponibile domani, che i testi siano più o meno finiti entro mercoledì e che le questioni finali vengano risolte giovedì. Ci sono preoccupazioni per i documenti prodotti finora. Uno di questi documenti, emesso domenica mattina dalla Presidenza come traccia per il documento finale e chiamato al solito nonpaper, è un elenco di termini che dovrebbero essere inclusi nel testo principale. È particolarmente grave  che non menziona l'eliminazione graduale dei combustibili fossili. Ciò potrebbe significare che il testo della presidenza inglese è attualmente del tutto insufficiente, tanto che la stessa Patricia Espinosa, segretaria esecutiva della Convenzione sui cambiamenti climatici, ha affermato che non riflette né lo stato né le prospettive del negoziato. Il governo del Regno Unito sta ricevendo aspre critiche per questa bozza, da alcuni definita  nonsensical, che non fa alcuna menzione delle parole energia, fossile, carburante  o rinnovabile. C'è anche il consueto sforzo per interferire nei negoziati degli interessi costituiti, in particolare dell'industria dei combustibili fossili e dei paesi produttori, sauditi in testa. Un'analisi condotta dalla NGO Global Witness ha rilevato che l'industria dei combustibili fossili ha inviato 503 delegati alla conferenza, più che da ogni singolo paese e più dello stesso paese organizzatore. Greenpeace ha affermato che la delegazione saudita sta cercando di bloccare diversi passaggi chiave. La frustrazione è in agguato, è bene saperlo e prevederlo. Lo stesso Obama ha incoraggiato le persone a trattenere la propria rabbia e ad usarla per continuare a combattere. "Ve lo garantisco, ogni vittoria sarà incompleta", ha detto. “A volte saremo costretti ad accontentarci di compromessi imperfetti perché anche se non contengono tutto ciò che vogliamo, almeno portano avanti la causa. Ma se lavoriamo abbastanza duramente per abbastanza tempo, quelle vittorie parziali si sommeranno. Se spingiamo abbastanza forte, rimaniamo abbastanza concentrati e siamo intelligenti al riguardo, quelle vittorie accelereranno e creeranno slancio”.

Oggi i due temi in calendario, adattamento e loss and damage sono quelli che, come il mercato del carbonio, appaiono i più lontani da un accordo alla COP 26. Adattamento significa aiutare i paesi e le persone che sono direttamente colpite dai cambiamenti climatici, ad esempio coloro che vivono sulle coste devastate dalle tempeste, ma non solo loro,  a trovare modi per sopravvivere e prosperare. è impossibili che i paesi a basso reddito, che sono spesso in prima linea in questi impatti, ce la possano fare da soli. Un loro rappresentante dice: "Sono stati presi molti impegni. È stato molto stimolante... ma una volta che ti siedi nella stanza dei negoziati, i problemi politici sono ancora sempre gli stessi". Apparentemente i paesi ad alto reddito stanno spingendo per una versione del testo finale sui finanziamenti a lungo termine come se si stesse iniziando da zero, il che implicitamente significa che non menzionerebbe le promesse esistenti per i 100 miliardi di dollari. La perdita e il danno sono una contraddizione correlata all'adattamento. Si riferisce a danni climatici a cui non ci si può adattare perché sono gravi oltre ogni ragionevole precauzione, quindi l'unica soluzione è risarcire le persone colpite. Perdite e danni sono stati storicamente visti come un problema dirimente, secondo la dichiarazione dello stesso Sharma, ma è dubbio che questo si tradurrà in azioni concrete per compensare le persone danneggiate dai cambiamenti climatici. Nel Campus si dice sottovoce che gli Stati Uniti hanno fatto tutto il possibile per bloccare la discussione sul finanziamento di perdite e danni. A conti fatti finora non è stato raggiunto un accordo accettabile né sui finanziamenti a lungo termine per il clima, nè sull'adattamento, né su perdite e danni. Gli impegni su danni e perdite su cui si sta discutendo sono: agire con urgenza, necessità di fondi aggiuntivi, rendere operativo il Santiago Network, una rete per mettere in contatto i paesi in via di sviluppo con aziende e operatori che possano fornire aiuto nell'affrontare la crisi climatica. Troppo poco e troppo tardi.

Il Times riporta oggi che i paesi sviluppati, incluso il Regno Unito, devono affrontare un'azione legale di centinaia di miliardi di sterline per risarcire le nazioni più povere per i danni causati dalle tempeste e dall'innalzamento dei mari causati dai danni climatici. Una coalizione di nazioni insulari, guidata da Antigua e Barbuda e Tuvalu, si sta preparando ad avviare un caso presso la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia… Molwyn Joseph, ministro dell'ambiente di Antigua e Barbuda, che rappresenta l'Alleanza SIDS delle Small Island States alla COP 26, ha affermato che le sue isole hanno affrontato i peggiori uragani e hanno diritto al risarcimento, non ad una specie di  carità aleatoria. Per l'adattamento e per le perdite e i danni, secondo alcuni, il tempo sta per scadere ed è già scaduto per molti altri. Mentre le persone in prima linea nel cambiamento climatico stavano raccontando le loro storie, dalla perdita delle loro case all'innalzamento del livello del mare fino alle perdite di mezzi di sussistenza che una siccità persistente può portare, un gruppo di delegati dei paesi in via di sviluppo esprimeva la forte preoccupazione che l'adattamento e le perdite e i danni possano essere declassati nel pacchetto finale di Glasgow. Benché i due temi, a differenza dei temi della decarbonizzazione, abbiano avuto un posto di rilievo nel nonpaper programmatico della Presidenza, questi delegati avrebbero preferito una definizione sostanziale dei due punti nel testo,  piuttosto che quella debole dichiarazione politica.

Oggi, nel primo dialogo ministeriale ad alto livello sulla finanza climatica, il presidente della COP 26 Sharma ha sottolineato che la finanza è un pilastro essenziale dell'accordo di Parigi e ha riconosciuto la necessità di mobilitare migliaia di miliardi, insieme al settore privato, per soddisfare le esigenze di adattamento dei paesi in via di sviluppo e compiere progressi verso l'accordo su un obiettivo finanziario post 2025. Sul miglioramento della prevedibilità dei finanziamenti per il clima, i relatori hanno evidenziato: la necessità di informazioni dettagliate che disaggregano i finanziamenti per l'adattamento; chiarezza sulle tipologie di strumenti, con preferenza per le sovvenzioni rispetto ai prestiti; processi semplificati e tempi di erogazione più brevi per facilitare l'accesso; coinvolgimento delle comunità locali e metodologie chiare per monitorare i progressi, anche attraverso una definizione concordata di finanziamenti per il clima. Sulla finanza per l'adattamento, i relatori hanno discusso, tra gli altri, il rischio di catastrofi e le assicurazioni del raccolto per l'adattamento nel settore agricolo; le riforme normative per i paesi in via di sviluppo per migliorare la mobilitazione delle risorse interne; l'integrazione dell'assessment della resilienza in tutti i settori e l'urgenza porre fine ai sussidi ai combustibili fossili, che non solo favoriscono il cambiamento climatico, ma costituiscono anche una distorsione del mercato che disincentiva lo sviluppo a basse emissioni di carbonio. Sulle tendenze future, i relatori hanno dichiarato che la finanza deve fluire da tutte le fonti, pubbliche e private, nazionali e multilaterali, con l'intero sistema finanziario e una combinazione di diversi strumenti necessari per fornire finanziamenti su larga scala. è stata richiamata l'attenzione sul fatto che i numeri sono importanti, affermando che i paesi vulnerabili hanno accumulato debiti per ricostruire dopo i disastri legati al clima, mentre i paesi sviluppati hanno potuto spendere trilioni per il loro quantitative easing. In tutti i panel del negoziato è stata condivisa la necessità di colmare il divario aumentando i finanziamenti per l'adattamento e riducendo le barriere all'accesso; il ruolo della finanza pubblica nel moderare i rischi degli investimenti e nella mobilitazione dei finanziamenti del settore privato e passare da approcci basati su progetti a approcci programmatici per supportare le trasformazioni settoriali. Anche per l'adattamento è il tempo dei pledges: oggi i paesi hanno annunciato stanziamenti di 232 milioni di dollari per il Fondo per l'adattamento , più del doppio della precedente cifra annuale più alta. Di questi, 20 milioni di dollari provengono dal Regno Unito, con altri contributi forniti da Stati Uniti, Canada, Svezia, Qatar e Germania, tra gli altri. Il Regno Unito ha annunciato  390 milioni di dollari in finanziamenti per l'adattamento dal suo budget per gli aiuti esteri.  Non c'è invece alcun finanziamento separato stanziato per perdite e danni. Il primo ministro delle Barbados Mia Mottley ha definito la mancanza di supporto come immorale. Chiedere a chi è in prima linea del cambiamento climatico di pagare i danni è come chiedere ai passeggeri di un incidente d'auto di pagare, piuttosto che all'autista, ha detto al summit. Un testo di perdite e danni pubblicato nel fine settimana è stato rimandato per essere riscritto. Gli altri eventi della giornata hanno incluso:

  • Eventi della presidenza sull'azione di adattamento e sull'approfondimento di perdite e danni;

  • Dialogo tra i contributori del Fondo di adattamento e riflessioni dei destinatari dei fondi e degli stakeholder;

  • Eventi di azione globale per il clima che analizzano cosa significa resilienza nella pratica;

  • Eventi dell'hub per lo sviluppo della capacitazione dei paesi svantaggiati dell'UNFCCC.

Oggi il negoziato si è faticosamente avviato sul nuovo obiettivo collettivo di finanziamento del clima post-2025. I paesi sviluppati vedono la questione come in gran parte procedurale, cioè il negoziato non dovrebbe prefigurare il risultato. I paesi in via di sviluppo, d'altra parte, hanno iniziato a mettere i numeri sul tavolo. Le nazioni africane e un gruppo di 24 Like minded, gruppo negoziale che include Cina e India, chiedono la mobilitazione di almeno 1.300 miliardi di dollari ogni anno per il resto del decennio. Almeno la metà del denaro dovrebbe essere destinata all'adattamento e almeno 100 miliardi  dovrebbero essere erogati in sovvenzioni. Il capo negoziatore per la Guinea, che ha parlato a nome di un gruppo di 77 paesi in via di sviluppo e della Cina, ha detto alla plenaria che finanziamenti adeguati e affidabili sono una precondizione affinché le nazioni vulnerabili rafforzino i loro piani climatici. I paesi in via di sviluppo vogliono una tabella di marcia chiara per negoziare l'obiettivo finanziario post 2025 e un elenco di argomenti che verranno discussi. Un processo che si concentri su workshop senza obiettivi chiari o discussioni vaghe fino al 2024 non è accettabile secondo loro. Il paradosso è che  questi argomenti sono imbarazzanti per le grandi economie emergenti, tra cui Cina e India: a chi dovrebbe essere chiesto di fornire finanziamenti su larga scala? Un diplomatico indiano ha affermato che le domande sollevate su chi sarebbero i fornitori di risorse sono motivo di preoccupazione. L'India sostiene che   la responsabilità dei paesi sviluppati non è certo diminuita, non avendo ancora rispettato l'impegno di mobilitare $ 100 miliardi all'anno a partire dal 2020. Le controversie procedurali e le interpretazioni legali dell'accordo di Parigi potrebbero mettere la Cina in difficoltà per dover  fornire finanziamenti. Altre economie emergenti più ricche, che stanno già fornendo aiuti ai più vulnerabili, come la Corea del Sud e il Messico, desiderano che i loro contributi vengano conteggiati. Ma la Cina vuole che il suo aiuto rimanga volontario.

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Sabato 6  Novembre 2021. Land use and forestation. Mille interrogativi nel giorno dedicato ai sistemi naturali

La strada e il negoziato oggi hanno preso due direzioni diverse. In strada decine di migliaia di manifestanti, se ne valutano a fine giornata 250.000, chiedono giustizia per il clima. Oggi come venerdì, le attenzioni dei media, sono tutte per loro. Decine di filmati circolano sul web. Piove. Perfino la televisione italiana ha servizi su tutti i canali, più attenti all'indiscutibile glamour delle manifestazioni giovanili che alla diffusione di una informazione corretta, grande assente finora.

Al chiuso del Campus oggi ci si dedica alla natura e alle modalità naturali per contenere e mitigare le emissioni di CO2. Arriva la notizia che il Congresso degli Stati Uniti ha dato il via libera al piano di infrastrutture del Presidente Biden da 1,2 triliardi di dollari, dai quali derivano gli ingenti fondi per il clima e per l'ambiente, 550 miliardi, annunciati da Biden nella sessione di apertura. Negli eventi al di fuori dei negoziati intergovernativi, il tema della giornata era la natura, sia il mare che il verde degli alberi. Una tavola rotonda su Blue Finance ha riunito i governi, il settore privato e la società civile per discutere di soluzioni pronte per gli investimenti basate sulla natura. Un evento sulla natura e l'uso del suolo ha riunito scienziati, popolazioni indigene e governi per esplorare come lavorare con la natura che può aiutare a raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Un evento della presidenza ha discusso della roadmap del commercio di prodotti agricoli e forestali (FACT, Forest, Agriculture and Commodity Trade), un nuovo piano di collaborazione per sfruttare il commercio sostenibile di prodotti agricoli per affrontare la deforestazione. Il suo lavoro include il sostegno ai piccoli proprietari e il miglioramento della tracciabilità e della trasparenza nelle catene dei prodotti. Ci sono poi stati:

  • Un invito all'azione per gli oceani: verso la salute e la resilienza degli oceani;

  • L'Agenda d'azione globale Climate Shot per l'innovazione in agricoltura;

  • Eventi di azione globale per il clima sull'uso del suolo e sul monitoraggio di azioni credibili per il clima.

Comincia in mattinata il Presidente Johnson ad esortare i leader mondiali a impegnarsi a intraprendere azioni radicali per invertire il catastrofico degrado delle foreste mondiali. Non esiste una risposta credibile alla crisi climatica che non implichi la protezione e il ripristino della natura su vasta scala. A livello globale, soluzioni basate sulla natura come foreste, mangrovie e torbiere potrebbero fornire circa un terzo delle soluzioni più efficaci ed economiche alla crisi climatica, oltre ad aiutare le comunità ad adattarsi agli ormai inevitabili cambiamenti. Attualmente attirano solo il 3% del totale dei finanziamenti globali per il clima. Perdiamo circa 30 campi da calcio di foresta ogni minuto, distruggendo complessi sistemi naturali che sostengono centinaia di milioni di persone e di specie viventi.

Il Regno Unito, dice  Lord Goldsmith (International Minister for  the Environment, in figura), ha creato una coalizione di paesi impegnati a porre fine alla deforestazione entro la fine di questo decennio. Più di 100 paesi hanno firmato la dichiarazione  sulle foreste e l'uso del suolo, che rappresentano l'85% delle foreste del mondo. Abbiamo mobilitato, dice,  impegni finanziari senza precedenti: 19,2 miliardi di dollari, 12 dei quali  dai governi, e almeno  7,2 miliardi di investimenti privati ​​e da filantropi. Abbiamo sollecitato le grandi banche multilaterali di sviluppo, inclusa la Banca Mondiale, a impegnarsi non solo ad allineare le loro politiche con gli obiettivi di Parigi, ma a riconciliare i loro interi portafogli con la natura. Attualmente, gli incentivi a favore della distruzione delle foreste superano gli incentivi per proteggerle di 40 a 1. Ci siamo assicurati un impegno pubblico da parte dei maggiori acquirenti di materie prime del mondo a smettere di acquistare prodotti coltivati ​​su terreni deforestati. E poiché la produzione di materie prime è responsabile della stragrande maggioranza della deforestazione, abbiamo riunito 28 paesi chiave, produttori e consumatori, che rappresentano i tre quarti del commercio mondiale di prodotti come olio di palma, soia, cacao, carne bovina e legname per impegnarsi a rompere il legame tra catene di approvvigionamento di materie prime agricole e deforestazione, come stiamo facendo attraverso la legislazione qui nel Regno Unito. Inoltre, le principali istituzioni finanziarie, responsabili di circa 8,7 trilioni di dollari di asset, si impegneranno pubblicamente a eliminare dai loro portafogli la deforestazione per approvvigionare materie prime e a sostenere in trasparenza il passaggio verso la produzione sostenibile di materie prime agricole. Infine, dobbiamo sostenere le comunità indigene che hanno difeso le loro case nella foresta per generazioni, senza supporto o riconoscimento significativi e spesso di fronte di gravi minacce. Le terre delle popolazioni indigene ospitano più di un terzo dei territori forestali vergini  e quasi un quarto del carbonio immagazzinato nelle foreste tropicali del mondo. Oggi abbiamo assicurato 1,7 miliardi di dollari per aiutare quelle comunità a salvaguardare il possesso della terra che è già loro di diritto.

Per comprendere il ruolo delle foreste e dei suoli, ai sensi della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici il tasso di accumulo di CO2 nell'atmosfera può essere ridotto sfruttando il fatto che la CO2 atmosferica può accumularsi negli ecosistemi terrestri sotto forma di carbonio nella vegetazione e nei suoli. Qualsiasi processo, attività o meccanismo che rimuove un gas serra dall'atmosfera viene definito sink (pozzo). Le attività umane impattano sui pozzi terrestri, attraverso l'uso del suolo, il cambiamento di uso del suolo e le attività forestali (LULUCF), impattando  di conseguenza sul ciclo del carbonio, cioè sullo scambio di CO2, tra il sistema della biosfera terrestre e l'atmosfera. Fa testo un Rapporto speciale IPCC su cambiamento climatico, desertificazione, degrado del suolo, gestione sostenibile del territorio, sicurezza alimentare e flussi di gas serra negli ecosistemi terrestri. I recenti dati del Global Carbon Project ci dicono però che oggi il bilancio degli assorbimenti LULUCF è negativo ed è equivalente stabilmente a 6 Gt di emissioni di CO2 ogni anno (Barbabella, Italy4climate). In valori assoluti, viceversa,  i pozzi di CO2 terrestri e oceanici combinati hanno continuato ad assorbire circa la metà (53% nell'ultimo decennio) della CO2 emessa nell'atmosfera. A livello globale, durante il decennio 2011-2020, i cambiamenti climatici hanno però ridotto l'assorbimento del suolo di circa il 15% e quello degli oceani di circa il 5%.

Questo è il quadro che sta sotto al negoziato di Glasgow sul mercato del carbonio e sui permessi di emissione. Da un lato ci sono soggetti e paesi con larghe carbon footprint (in figura). Dall'altra i detentori di risorse forestali premono per tramutare i loro sink in altrettanti permessi commerciabili su un mercato mondiale tutto da costruire. Ne è un esempio la Russia, refrattaria ad ogni approccio di abbattimento, ma ricca di risorse naturali. Altri casi poco raccomandabili sono  sotto gli occhi di tutti, come il Brasile che sta deforestando in maniera irresponsabile la foresta amazzonica ma ritiene di avere permessi da vendere. La pratica della compensazione delle emissioni è già in realtà molto diffusa, anche nei paesi sviluppati e da noi. è una pratica per ora volontaria e prevalentemente non-market che va sotto il nome di carbon offsetting. Piantare più alberi è una metodologia molto comune per compensare le emissioni di imprese ed iniziative.  Ma mentre la deforestazione continua, piantare alberi non può compensare il carbonio perso quando le foreste in piedi vengono disboscate e non può sostituire le popolazioni perse di fauna selvatica, piante e altre specie, o il danno alle persone che abitano le foreste. I dubbi su queste pratiche sono più che legittimi. Anche gli appassionati della compensazione del carbonio non negano che la pratica sia affetta da gravi pecche. Il programma di compensazione Gold Standard,  sostenuto da gruppi come il WWF, pur non emettendo crediti per progetti di deforestazione evitata a causa delle preoccupazioni di cui sopra, finisce per cadere negli stessi equivoci.

In ambito UNFCCC la compensazione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale (REDD+) è un meccanismo  che crea un valore finanziario per il carbonio immagazzinato nelle foreste, offrendo incentivi ai paesi in via di sviluppo per ridurre le emissioni dai terreni boschivi e investire in percorsi a basse emissioni di carbonio per lo sviluppo sostenibile.  REDD+ e schemi simili soffrono dei medesimi limiti sopra evidenziati.

A Glasgow, pertanto, gran parte del successo sarà alla fine legato alla conclusione del negoziato sull'articolo 6 dell'Accordo di Parigi, come più volte abbiamo ricordato nei resoconti dei giorni precedenti. Il negoziato che si occupa delle regole per i mercati del carbonio, come ampiamente previsto, è diventato una delle parti più difficili da finalizzare dell'accordo sul clima di Parigi. Sei anni dopo che l'accordo è stato siglato, i paesi sembrano finalmente fare qualche progresso e si parla persino di una svolta su questa che è la questione che è stato impossibile concludere  a Madrid due anni fa. Gli osservatori affermano che Brasile e India potrebbero essere disposti a rinunciare alle richieste di conteggiare i loro vecchi  crediti di carbonio accumulati in base ai precedenti meccanismi di Kyoto, che molti vorrebbero privi di valore. Il prezzo per questo potrebbe essere che le nazioni ricche concedano ai paesi poveri una quota dei proventi delle transazioni del mercato del carbonio per finanziane l'adattamento ai cambiamenti climatici, ma finora questa è stata una linea rossa per gli Stati Uniti e l'Unione Europea, che si dimostrano intransigenti. Un accordo sull'articolo 6 è considerato cruciale perché molti paesi e aziende mirano a ridurre le loro emissioni a zero netto entro il 2050. Ciò richiede di bilanciare le emissioni residue con una quantità uguale di carbonio che possono dire che viene catturato con certezza  altrove, con gestioni forestali o con mezzi tecnologici.

Il negoziato: Oggi  gli organi sussidiari, il SBSTA, scientifico, e il SBI, operativo completano i lavori sui temi loro assegnati, tra cui finanza, trasparenza e articolo 6. Le discussioni finanziarie sono proseguite durante tutto il giorno. Il pletorico testo licenziato sul nuovo obiettivo collettivo quantificato di finanziamento del clima, post Copenhagen,  mostra quanto distanti su questo tema siano i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo sono. Sull'articolo 6, il mercato del carbonio,  i negoziatori restano convinti che una decisione alla fine sarà presa. I documenti rilasciati finora sono zeppi di parentesi quadre.  Col progredire della giornata, l'elenco dei punti irrisolti è diventato più chiaro: finanza, articolo 6, questioni di trasparenza e tempi comuni per gli NDC ai sensi dell'accordo di Parigi e anche perdita e danno, l'obiettivo globale sull'adattamento e le misure di risposta. I testi risultato dei lavori della prima settimana andranno alla "ministeriale" della seconda per arrivare alle sospirate conclusioni. I negoziatori per la trasparenza erano ansiosi di assicurarsi dell'altro tempo prima inviare il testo ai ministri. I negoziatori dell'articolo 6, pure loro, sono desiderosi di continuare in modalità tecnica e ridurre le opzioni per i ministri. Forse dei facilitatori ministeriali, nominati dalla Presidenza, potrebbero fare la spola con i gruppi tecnici la prossima settimana. Ci sono dei limiti a ciò che il lavoro tecnico può dare, ed a volte è necessaria una guida a livello politico per aiutare a finalizzare le regole tecniche. Le questioni  inoltrate alla seconda settimana della conferenza per ulteriori negoziati includono:

  • L'Articolo 6 (approccio cooperativo);

  • La trasparenza;

  • Perdita e danno;

  • Le misure di risposta;

  • L'adattamento;

  • I tempi comuni per i contributi determinati a livello nazionale (NDC).

Si tratta di una lunga lista di problemi da affrontare nella prossima settimana, che è la stessa   del pacchetto finale della COP 26. I negoziati si svolgeranno in consultazioni agevolate dai ministri, ulteriori colloqui tecnici e consultazioni guidate dalla presidenza. L'esatto equilibrio tra questi tre approcci sarà più chiaro lunedì, quando la Presidenza comunicherà i suoi piani nel corso della sessione di stocktacking.

Per tutta la giornata sono proseguite le trattative finanziarie. La maggior parte di questi negoziati sono a carico degli organi di governo, COP, CMA (Parigi) e CMP (Kyoto) e non dei due organi sussidiari. Non avevano quindi la scadenza di concludere oggi, ma hanno ancora un enorme carico di lavoro di questioni spinose da risolvere. La giornata ha registrato diversi appelli dei paesi in via di sviluppo affinché i finanziamenti per il clima siano di migliore qualità e quantità. L'obiettivo di mobilitare 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020 non è stato ancora raggiunto e alcuni paesi in via di sviluppo hanno sottolineato che i finanziamenti per il clima non possono essere sotto forma di prestiti che aumentano l'onere del debito dei paesi poveri e vulnerabili, in particolare a causa della pandemia. I paesi sviluppati hanno sottolineato i loro sforzi per fornire e mobilitare maggiori finanziamenti per il clima e per migliorare la trasparenza dei loro piani per fornire finanziamenti, come un modo per migliorare la prevedibilità dei flussi di finanziamento per il clima, attraverso relazioni biennali ai sensi dell'articolo 9.5 dell'Accordo di Parigi.

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Venerdì 5 Novembre 2021. Nella giornata dedicata a loro i giovani si rappresentano da soli per le strade di Glasgow

Ci sono davvero due COP in corso. All'interno del vasto Centro conferenze, i delegati in giacca e cravatta fanno discorsi e negoziano un accordo sul clima. Dall'altra parte del fiume Clyde, gli attivisti e chiunque altro abbia una passione per l'azione per il clima ma nessun ruolo ufficiale, sta cercando di far sentire la propria voce. La COP 26 ha visto un numero senza precedenti di manifestanti e attivisti arrivare dalle prime linee della crisi climatica. Dice uno studente: "La gente va in strada perché non può andare alla COP, ma i leader non ci vedono. Non vedono il nostro lavoro". Ciò non ha impedito al movimento giovanile per il clima di Greta Thunberg di ammassarsi oggi in 25.000 nel centro di Glasgow . Ma la più grande protesta finora della COP 26 è prevista per domani.

Nel giorno dedicato ai giovani Greta è incredibilmente per strada, lontana dalla COP. Tutti gli occhi sono puntati su di lei e al Centro Conferenze rimangono in pochi. Compare alla fine della giornata sul palco di George Square per dire: "Siamo stanchi di promesse vuote, di impegni per domani e non vincolanti, siamo stanchi di blablabla. La Cop sarà un fallimento. Non possono pensare di risolvere il problema utilizzando gli stessi metodi che ci hanno portato fin qui. I leader là dentro sanno esattamente quali valori stanno sacrificando per mandare avanti ii loro affari, lo sfruttamento della gente e della natura, i fantasiosi impegni e la mancanza di una drastica azione per il clima. Questa COP è il festival del greenwashing del mondo sviluppato. Inutile invocare nuove tecnologie che arriveranno chissà da dove. Occorre invece un cambiamento radicale delle nostre società". Dice: "Questa COP è meno inclusiva di sempre, è una parata ambientale di facciata, il solito e bla bla bla".

Allineata ai giudizi critici di Greta e degli attivisti, comunica Sky,  anche l’attrice inglese Emma Watson, da sempre molto attiva nelle battaglie civili e sociali. La star  ha partecipato oggi con Thumberg e altri, al Climate Hub organizzato dal New York Times a Glasgow, un forum per discutere di strategie climatiche attuabili. Dice: "Dato che siamo così lontani da ciò di cui abbiano effettivamente bisogno, penso che sarebbe considerato un successo se le persone si rendessero conto di quanto sia un fallimento questa COP". Lo scienziato del clima Myles Allen dell'Università di Oxford ha scritto una lettera aperta agli scioperanti della scuola, in cui ha affermato che loro "sembrano aver avuto un impatto maggiore sulla questione climatica negli ultimi due anni di quanto non sia riuscito a tutti noialtri nei tre precedenti decenni”. Allen sostiene che le società che rilasciano i gas serra dovrebbero essere obbligate a pagare per ripulirlo. Questa, dice, dovrebbe essere la richiesta chiave dei manifestanti. Forzare i potenti inquinatori a pagare sarebbe,  di tutte, probabilmente la più grande sfida politica.

Dentro il campus. Mentre migliaia di giovani manifestanti scendevano per le strade di Glasgow per chiedere giustizia climatica, le voci dei giovani si sentivano anche all'interno della sede del vertice. Una decisione della presidenza della COP 26 ha stabilito che le opinioni di oltre 40.000 giovani leader del clima devono essere ascoltate da ministri, negoziatori e funzionari. Il presidente della COP Alok Sharma esorta i ministri a considerare le priorità dei giovani nei negoziati della COP e nelle azioni nazionali per il clima. La presidenza ha anche annunciato un'iniziativa di 23 paesi per prendere impegni nazionali in materia di educazione al clima, comprese le scuole net-zero e mettere il clima al centro dei curricula scolastici nazionali.

Oggi, la COP 26 si è concentrata su Youth and Public Empowerment, in collaborazione con YOUNGO (l'Ente dei bambini e dei giovani della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) e altri partner giovanili. Nel tentativo di garantire una piattaforma in cui le voci dei giovani possano interagire con i decisori, oggi mirava a dimostrare il ruolo di responsabilizzare ed educazione del pubblico a guidare le azioni per il clima. Gli eventi chiave si sono così articolati:

  • Unificare per il cambiamento: la voce dei giovani globali alla COP 26 – YOUNGO presenta la dichiarazione dei giovani delle loro Conferenze giovanili locali, virtuali e globali, mostrando la posizione globale dei giovani, le proprie azioni per il clima e i loro appelli all'azione da parte dei leader globali;

  • Il ruolo dei parlamenti nelle politiche per il clima e la natura. Questo evento ha toccato il ruolo dei legislatori nel vagliare e rispettare gli impegni nazionali in materia di clima e una più ampia politica in materia di clima e natura. L'evento ha fornito un forum per i parlamentari per offrire le migliori pratiche sulla promozione della responsabilità per la politica del governo e lo sviluppo di un più ampio impegno pubblico;

  • Nel pomeriggio, alle 16 si è tenuto l'incontro dei ministri dell'Istruzione, al quale ha partecipato anche il ministro italiano Patrizio Bianchi; 

  • Youth4Climate alla COP 26. Il Ministro italiano per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, e il Presidente designato della COP26, Alok Sharma, hanno fatto i facilitatori in una discussione sui risultati del summit Youth4Climate: Guidare l'ambizione tenutosi a Milano questo settembre. l'Italia intende rendere stabile questo appuntamento.

Sono iniziati oggi anche due giorni di eventi riguardanti la natura e l'uso del suolo, incentrati su come una serie di parti interessate può guidare la transizione verso una gestione più sostenibile della terra e degli oceani e su come riformare il sistema alimentare e agricolo. Gli eventi chiave includeranno:

  • Una tavola rotonda sulla finanza blu della UK e Ocean Risk and Resilience Action Alliance (ORRAA). Questo evento riunirà i leader del governo, delle imprese e della società civile per identificare gli impegni necessari per mobilitare i finanziamenti per sostenere soluzioni pronte all'investimento e basate sulla natura per creare soluzioni positive e risultati tangibili per le comunità e il pianeta.

  • Un invito all'azione oceanica: verso la salute e la resilienza degli oceani. Questo evento si concentrerà sull'importanza di un'azione urgente per il clima per la salute dell'oceano e cercherà il sostegno globale per la protezione di almeno il 30% dell'oceano globale entro il 2030, oltre a mobilitare risorse finanziarie per farlo.

Il negoziato. I negoziatori hanno continuato a cercare di risolvere le questioni chiave prima delle plenarie di chiusura degli organi sussidiari di sabato 6 novembre. Finora, le regole specifiche per l'articolo 6 dell'accordo di Parigi del 2015, cioè sul mercato del carbonio,  sono uno degli ultimi argomenti di negoziazione che rimangono irrisolti. Oggi è circolata una bozza di testo che consente ai paesi di conteggiare i crediti di carbonio verso i loro obiettivi di emissione  e che potrebbe correggere i difetti dei mercati del carbonio che finora sono stati ampiamente inefficaci, o confinarli definitivamente al greenwashing. Un punto critico è il linguaggio che dice che gli acquirenti di crediti di carbonio dovrebbero ricevere meno crediti di quelli che acquistano, come modo per promuovere reali riduzioni complessive delle emissioni. Nella bozza, il controverso volume di crediti inutilizzabili varia dal 2% al 30% del volume scambiato, con i paesi in via di sviluppo che si battono per la fascia più alta. Una seconda proposta devia una parte di ogni transazione del mercato del carbonio in un fondo per l'adattamento nei paesi in via di sviluppo, noto come share-of-proceeds. Gli Stati Uniti e altri paesi ricchi vogliono escludere alcuni scambi da questa tassa. Sono in gioco miliardi di dollari. Il capo negoziatore per il Ruanda, ha dichiarato che gli sviluppatori di progetti climatici nel suo paese chiedono a gran voce una risoluzione all'articolo 6, in modo che possano iniziare a vendere crediti all'estero da energie rinnovabili, fornelli puliti, conservazione delle foreste e altri progetti di riduzione delle emissioni.  I negoziatori non sono riusciti a concordare le regole dell'articolo 6 nelle ultime quattro COP, quindi non c'è alcuna garanzia che avranno successo questa volta.

Per le trattative sulla finanza ci sono state ampie discussioni, mattina e pomeriggio, sul nuovo obiettivo collettivo post-2020 da quantificare sui finanziamenti per il clima. Si tratta di un nuovo punto all'ordine del giorno e le  parti avanzano le loro prime proposte. L'obiettivo a Glasgow non è stabilire un numero specifico, ma stabilire un processo affinché i paesi apprendano, riflettano e i paesi sviluppati, e coloro che sono in grado e disposti a farlo, decidano quanto finanziare e quanto forniranno e mobiliteranno.

L'adattamento è stato il secondo grande cluster della giornata. Le discussioni hanno incluso come sviluppare e implementare processi di pianificazione nazionale per costruire la resilienza e ridurre la vulnerabilità agli effetti del cambiamento climatico. Molti paesi in via di sviluppo sono colpiti in modo sproporzionato, in contrasto con il loro basso contributo alle emissioni globali, per effetto dell'elevata vulnerabilità agli impatti climatici negativi. Molti dei punti all'ordine del giorno riguardano il sostegno ai paesi in via di sviluppo nei loro sforzi. Questa settimana, il l'UNEP ha pubblicato l'ultima edizione del suo Adaptation Gap Report, che esamina quanto viene speso per l'adattamento e quanto è effettivamente necessario. Il rapporto stima che il costo annuale dell'adattamento sarà di 140 - 300 miliardi di dollari entro il 2030 e di 280 - 500 miliardi di dollari entro il 2050. Nel frattempo, i paesi sviluppati non sono nemmeno riusciti a mantenere la promessa di fornire 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020. Chiaramente c'è  una lunga strada da percorrere. Poiché è già stato rilasciato così tanto gas serra, il mondo ne risentirà gli impatti nei secoli a venire, specialmente sotto forma di innalzamento del livello del mare, che è lento ma inesorabile. Di conseguenza, fermare tutte le nostre emissioni di gas serra è solo metà della battaglia, per quanto monumentale sia la sfida. È anche essenziale aiutare le persone più vulnerabili del mondo a trovare modi resilienti di vivere, che si tratti di coltivare colture diverse in grado di far fronte alla siccità o di costruire rifugi per i cicloni. Finora, la COP 26 si sta rivelando molto attiva e propositiva quando si tratta di ridurre le emissioni. Ma è stato fatto ben poco per aiutare le persone ad adattarsi al mondo che cambia.

Perdite e danni si riferiscono a effetti permanenti e dannosi del cambiamento climatico, sia attraverso eventi a rapida insorgenza, come gli eventi meteorologici estremi, o eventi a lenta insorgenza, come l'innalzamento del livello del mare. Poiché i paesi subiscono sempre più questi effetti duraturi, dalla perdita di attività economica a vite perse, le richieste di includere perdite e danni sono state dibattute nele sale di negoziazione, dalla finanza alla trasparenza. Sotto il punto dell'ordine del giorno dedicato alle perdite e ai danni, i negoziati hanno coinvolto il tentativo di capire come riunire le diverse comunità di azione che lavorano sulla riduzione del rischio di catastrofi o sull'agricoltura, per fare due esempi, per sostenere i paesi in via di sviluppo.

Intorno alla sede dei negoziati c'è stata una serie completa di eventi della Presidenza per considerare il ruolo dei giovani e anche per fare il punto sugli impegni assunti finora da paesi e imprese. Le NGO giovanili sono state protagoniste di un evento intitolato Unifying for Change: The Global Youth Voice at COP 26. È stata un'occasione per rendere nota la Dichiarazione della 16a Conferenza dei Giovani, tenutasi poco prima dell'inizio della COP 26 in Glasgow. Firmato da oltre 40.000 rappresentanti dei giovani, con il contributo di 2.000 organizzazioni di 130 paesi, il messaggio principale della dichiarazione è che i giovani devono essere inclusi in modo significativo e attivo nei processi decisionali per salvaguardare il loro futuro. L'ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore ha aperto un evento intitolato Destination 2030: Making 1.5°C a Reality convocato dagli stakeholder di alto livello del clima  con un forte avvertimento: ha proclamato che stiamo entrando in un'era di trasparenza radicale, in cui qualsiasi discrepanza tra impegni e azioni scatenerebbe un'ondata di pressione per la responsabilità e l'azione per il clima. Lord Adair Turner, dello Energy Transition Council, ha presentato le prime stime degli impegni assunti alla COP 26 da paesi e aziende. Elaborando i numeri,  ha sottolineato che, se questi impegni saranno pienamente realizzati, porterebbero a una riduzione di nove delle 22 GtCO2eq, necessarie per tenere in vista gli  1,5 °C.

Gli altri eventi di oggi:

  • Eventi della Global Climate Action Agenda su giovani, acqua e oceano;

  • Evento di alto livello sui bisogni dei paesi in via di sviluppo;

  • Una presentazione di Al Gore: il pericolo in cui ci troviamo e le ragioni della speranza;

  • Il ruolo dei parlamenti nelle politiche per il clima e la natura;

  • Il potere dell'impegno pubblico per sfruttare l'azione per il clima: storie e lezioni di responsabilizzazione da tutto il mondo.

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Giovedì 4 Novembre 2021. Il giorno dell'energia, la chiave della transizione. è solo il carbone il problema?

I primi due giorni della COP 26 sono stati pensati per rilanciare le ambizioni mondiali sul clima. La giornata di oggi è dedicata all'energia, che di quelle ambizioni è la protagonista indiscussa.

Tirando le prime somme delle dichiarazioni dei leader il mondo potrebbe essere sulla buona strada per limitare il riscaldamento al di sotto dei due gradi, obiettivo principale dell'accordo di Parigi sul clima. L'analisi, condotta da Malte Meinshausen, uno degli scienziati dell'IPCC, e pubblicata ieri da  Climate Resource, suggerisce che il mondo potrebbe raggiungere il picco delle temperature medie globali di 1,9 °C rispetto ai livelli preindustriali entro la fine del secolo, a condizione che tutte le misure nazionali di riduzione del carbonio e tutte le strategie net zero dichiarate vengano rispettate.  è la prima volta che le proiezioni climatiche prevedono un riscaldamento al di sotto dei due gradi. "Per la prima volta nella storia, l'effetto aggregato degli impegni combinati di 194 paesi potrebbe portare il mondo a un riscaldamento inferiore a 2 °C con una probabilità superiore al 50%", si legge in una nota informativa. I nuovi obiettivi climatici annunciati dall'India, incluso l'obiettivo finale di raggiungere zero emissioni nette entro il 2070, sono uno dei fattori chiave delle nuove proiezioni. Anche l'impegno della Cina a raggiungere le emissioni nette zero entro il 2060 – formalizzato nell'ambito del processo dell'Accordo di Parigi la scorsa settimana – ha contribuito a cambiare lo scenario della temperatura.

Proprio la scorsa settimana l'analisi delle Nazioni Unite aveva previsto un aumento della temperatura di 2,2 ° C se tutte le nazioni avessero mantenuto la rotta per raggiungere i loro obiettivi di zero netto. Il rapporto presentato oggi dal responsabile delle Nazioni Unite per il clima Patricia Espinosa, che espone i risultati più significativi dell'anno passato, sostiene che stabilizzarsi a 1,5°C di riscaldamento è ancora tecnicamente possibile, ma richiede un'azione globale immediata e drastica che potrebbe non essere fattibile. La finestra degli 1,5°C è ancora aperta, non ci sono segnali che suggeriscano che non potremmo restare entro gli 1,5 °C, dice Johan Rockström, uno degli autori del Rapporto. Un messaggio simile è stato presentato da Fatih Birol, amministratore delegato dell'IEA, che ha di recente pubblicato una Roadmap per gli 1,5 °C: "La nostra nuova analisi  mostra che il pieno raggiungimento di tutti gli impegni zero netti fino ad oggi e l'impegno globale sul metano da parte di coloro che lo hanno firmato limiterebbero il riscaldamento globale a 1,8 °C". L'analisi dell'Agenzia di Parigi non è stata ancora resa pubblica.

Energy Day significa per noi una cosa: una transizione completa verso le rinnovabili, ma anche pensare all'efficienza energetica, ridurre il consumo eccessivo, programmare una transizione socialmente giusta e garantire l'accesso all'energia per tutti. L'energia rinnovabile è distribuita in modo molto più equo rispetto ai combustibili fossili. Possiamo usare il sole per riscaldare gli edifici, per riscaldare la nostra acqua e per produrre elettricità. Alternative come il nucleare non sono sostenibili e sono ormai bocciate dalla storia. Le molte cose da dire sul nucleare  e l suo recupero paradossale con strizzatine d'occhio da molte parti, non esclusa casa nostra, si legga il commento alla giornata di oggi di Antonio Cianciullo da Glasgow. L'eolico e il solare, tendenzialmente più economici dei combustibili fossili, possono fornire già ingenti quantità di energia  e hanno il potenziale per fornirne molto di più. Nessun discorso sulle tecnologie emergenti, e ce ne sono stati molti al G20 di Roma e all'esordio di questa COP 26, come si è visto proprio ad opera del Presidente americano Joe Biden,  dovrebbe oscurare una realtà fondamentale: il solare e l'eolico sono già pienamente accessibili. Sono le due opzioni definitivamente meno costose per la generazione di elettricità, come richiamato ripetutamente dall'IRENA di Francesco La Camera e,  la scorsa settimana, nel rapporto annuale pubblicato  dalla banca d'affari Lazard. L'energia solare ha un costo medio globale di 36 dollari per megawattora quest'anno, in calo rispetto ai 37 dollari dell'anno precedente e ai 359 dollari della prima edizione del rapporto nel 2009. IL costo medio globale dell'energia eolica è di 38 dollari per megawattora, in calo rispetto ai 40 dollari dell'anno precedente e ai 135 dollari del 2009. Nel frattempo, l'energia del gas naturale è di 60 dollari per megawattora, in aumento rispetto ai 59 dollari dell'anno precedente ma in calo rispetto agli 83 dollari del 2009. Altri, come il carbone e il nucleare, sono molto più costosi (Cianciullo, cit.). I numeri delle serie storiche mostrati nella figura rappresentano i costi livellati dell'energia, un calcolo che tiene conto dei costi di costruzione sommati ai costi di esercizio degli impianti.

Ma oggi a Glasgow si è tentato di fare i conti con il carbone, il vero kingmaker del disastro climatico. All'interno dello Scottish Event Campus, l'incontro principale della giornata è iniziato con l'adesione della Conferenza alle parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres: “Consegnare il carbone alla storia”. Il presidente della conferenza Alok Sharma ha annunciato la nuova Dichiarazione di transizione per l'energia pulita globale, un impegno a porre fine agli investimenti nel carbone, aumentare l'energia pulita, effettuare una transizione giusta e eliminare gradualmente il carbone. L'impegno ha 77 firmatari, tra cui 46 paesi come Polonia, Vietnam e Cile, 23 dei quali si impegnano per la prima volta a porre fine al carbone. Questi  23 paesi hanno promesso di fermare i nuovi impianti per l'energia a carbone e di eliminare gradualmente quelli esistenti. La lista comprende cinque dei primi 20 paesi consumatori di carbone: Corea del Sud, Indonesia, Vietnam, Polonia e Ucraina ma non Stati Uniti, Cina, India, Russia e Australia. Il piano prevede di eliminare gradualmente il carbone entro il 2030 per i paesi sviluppati, mentre quelli a basso reddito potranno arrivare fino al 2040. La Polonia si è voluta classificare come un paese a basso reddito, nonostante sia una delle 25 maggiori economie del mondo. Successivamente ha disdetto l'impegno dichiarando che userà il carbone fino al 2049. L'accordo promette anche una "giusta transizione dall'energia a carbone in modo da avvantaggiare i lavoratori e le comunità" e un rapido aumento della diffusione di energia pulita come l'energia eolica e solare.

Uno dei motivi per cui è così difficile fermare le emissioni di gas serra è che le emissioni provenienti da un paese sono spesso sostenute, finanziariamente o meno, da altri paesi. Quindi è anche una buona notizia che 20 governi abbiano promesso di smettere di finanziare progetti di petrolio, carbone e gas oltre i loro confini. L'elenco include Canada, Regno Unito e Stati Uniti. Il provvedimento entrerà in vigore entro la fine del 2022. La Banca asiatica di sviluppo ha lanciato mercoledì un piano per accelerare la chiusura delle centrali elettriche a carbone in Indonesia e nelle Filippine. La Cina ha segnalato mercoledì di puntare a una riduzione dell'1,8% del consumo medio di carbone per la produzione di elettricità nelle centrali elettriche nei prossimi cinque anni, nel tentativo di ridurre le emissioni di gas serra. Ieri abbiamo segnalato che i governi di Sudafrica, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, insieme all'Unione Europea, hanno annunciato una nuova  Just Energy Transition Partnership, ambiziosa e a lungo termine, per sostenere gli sforzi di decarbonizzazione del Sudafrica.

Dalle NGO presenti a Glasgow arriva un giudizio che definisce insufficienti questi impegni rispetto a ciò che richiede il momento. Un accordo che riguarda solo il carbone non risolve nemmeno la metà del problema. Le emissioni di petrolio e gas già superano di gran lunga il carbone e sono in forte espansione, mentre il carbone sta già entrando in un declino terminale. La scienza, dicono,  è assolutamente chiara sul fatto che i combustibili fossili devono essere eliminati completamente se vogliamo evitare i peggiori impatti dell'emergenza climatica. Questi accordi sul carbone sono un piccolo passo in avanti quando ciò di cui abbiamo bisogno è un balzo da giganti.

Al di sotto degli annunci, procede intanto il negoziato sui suoi obiettivi schedulati. Le trattative sono proseguite oggi a ritmo sostenuto, con la scadenza di sabato per la chiusura dei lavori degli organi sussidiari che si profila ormai vicina. Come è comune in questa fase dei negoziati, molti punti sembrano scontrarsi con le scadenze poiché sfugge ancora il consenso su molte bozze di testo. I momenti salienti della giornata includevano negoziati in materia di finanza, trasparenza e articolo 6 (approcci cooperativi), oltre alla serie di eventi per la giornata dell'energia e ad un evento speciale sul recente rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici.

Negoziati. È stato dedicato molto tempo a tre delle questioni principali: finanza, trasparenza e articolo 6. I negoziatori si sono incontrati anche per lavorare su altre questioni chiave, tra cui adattamento, perdite e danni, tecnologia, scienza e revisione. Le discussioni finanziarie hanno continuato a dominare l'agenda per tutta la giornata. C'è stata una lunga discussione  sulla quarta valutazione biennale e panoramica dei flussi finanziari per il clima. Alcuni hanno evidenziato l'aumento complessivo dei flussi di finanziamento per il clima, mentre altri hanno notato che solo lo 0,34% dei finanziamenti per il clima passa effettivamente attraverso i fondi per il clima delle Nazioni Unite e non raggiunge necessariamente i soggetti più vulnerabili ai cambiamenti climatici. I paesi hanno anche discusso delle linee guida su come i fondi per il clima delle Nazioni Unite - il Global Environment Facility e il Green Climate Fund - dovrebbero allocare i soldi. Le discussioni sulla trasparenza sono andate avanti per sette ore. Queste discussioni ruotano attorno al modo in cui i paesi riferiranno sulle loro azioni, sulle loro ambizioni e sul sostegno ai sensi dell'accordo di Parigi, dalle loro riduzioni delle emissioni e dalle misure di costruzione della resilienza relative agli NDC, al sostegno finanziario e di altro tipo fornito, o ricevuto, per intraprendere azioni per il clima. Sebbene molti abbiano notato progressi, vi sono ancora questioni in sospeso, a partire dalla natura giuridica delle tabelle  e dalla modalità di segnalazione delle perdite e danni. Diversi negoziatori dell'articolo 6 sono rimasti ottimisti sul fatto che questo problema potrebbe essere risolto a Glasgow. Si sono concentrati sul meccanismo di mercato di cui all'articolo 6.4, che regolerà l'acquisto e la vendita dei crediti di carbonio. Le discussioni hanno compreso come includere e salvaguardare i diritti delle popolazioni indigene e come garantire che gli strumenti di mercato (lo scambio dei permessi di emissione) possano portare a una riduzione complessiva delle emissioni globali. I delegati hanno inoltre discusso le modalità di governance e le possibili attività di un programma di lavoro per approcci non di mercato ai sensi dell'articolo 6.

L'energy day è stata una giornata intensa entro e intorno al campus. Il tema della giornata era l'energia e una serie di eventi mirava a mostrare la volontà di porre fine all'uso costante del carbone. La Powering Past Coal Alliance ha organizzato un evento con un'ampia gamma di parti interessate che hanno parlato della fine degli investimenti e della pianificazione della produzione di carbone.  Con un evento speciale, l'IPCC ha dimostrato gli effetti della produzione e dell'uso di combustibili fossili e di altri fattori trainanti del cambiamento climatico. I ricercatori dell'IPCC hanno presentato i risultati chiave del contributo del Gruppo di lavoro I al sesto rapporto di valutazione, che si concentra sulle basi scientifiche fisiche del cambiamento climatico. Il presidente dell'IPCC, Hoesung Lee, ha definito il rapporto come un campanello d'allarme. Il rapporto spiega i cambiamenti senza precedenti nel nostro clima dovuti alle attività umane che colpiscono ogni regione. Come ha spiegato Lee, tutti ne sono colpiti, in più modi e con conseguenze inique, ma, con l'azione, alcuni degli effetti potrebbero essere rallentati e fermati. I cambiamenti climatici e le transizioni energetiche richiedono di mettere al centro le persone. La presidenza ha poi incontrato i membri della Piattaforma delle comunità locali e dei popoli indigeni. Un precedente evento di oggi aveva considerato come accelerare una transizione energetica giusta e inclusiva. In margine all'Energy day di oggi, mette conto di ricordare che l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, in settembre e in preparazione della COP 26, aveva convenuto un High level dialogue on Energy, il primo incontro ad alto livello per affrontare le questioni energetiche nell'ambito dell'Assemblea generale in 40 anni. L'incontro ha dimostrato un ampio interesse nell'accelerare l'ambizione verso il raggiungimento dell'Obiettivo di sviluppo sostenibile 7 (SDG 7) sull'energia pulita e accessibile e le emissioni nette a zero entro il 2050, obiettivo dell'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Quarantatrè capi di Stato e di governo e oltre 100 altri leader di alto livello di governi, entità delle Nazioni Unite, altre organizzazioni intergovernative, settore privato e società civile hanno partecipato al Dialogo HLDE, annunciando oltre 137 impegni chiamati Energy Compacts. L'HLDE è stato organizzato attorno a quattro dialoghi  tematici di leadership:

  • accelerare l'azione per raggiungere l'accesso universale all'energia e l'azzeramento delle emissioni nette;

  • garantire transizioni giuste e inclusive per non lasciare indietro nessuno;

  • catalizzare finanza e investimenti;

  • potenziare l'azione attraverso i patti energetici.

Il principale risultato del Dialogo è la prima tabella di marcia globale per un'attuazione accelerata dell'SDG 7, che presenta una strategia chiara per il raggiungimento dell'accesso universale all'energia e della transizione energetica entro il 2030, inclusa una serie di milestone concreti e pratici. A sostegno di questi obiettivi, i governi e il settore privato hanno impegnato nei citati Energy Compact più di 400 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti e investimenti. Gli impegni presi mirano a fornire a centinaia di milioni di persone l'accesso all'energia pulita e ad accelerare la transizione energetica, creando al contempo green jobs per non lasciare indietro nessuno.

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Mercoledì 3 Novembre 2021. La finanza internazionale si muove in favore della decarbonizzazione

Consideriamo la COP 26, pur nei suoi evidenti limiti,  il momento e il luogo focali per rilanciare la riduzione delle emissioni di carbonio, ma il gran problema resta quello degli investimenti, e finora non ce ne sono abbastanza. La giornata di oggi è dedicata al finanziamento della lotta al cambiamento climatico. Al di là dell'erogazione di 100 miliardi all'anno del GCF, obiettivo rilanciato e ripromesso al G20 e a Glasgow, ma ancora inevaso, il grande numero che domina il vertice è di 130 trilioni di dollari. Questo è il valore delle attività detenute da 450 istituzioni finanziarie globali che si sono impegnate a raggiungere obiettivi di emissioni nette zero come parte della Glasgow Financial Alliance for Net Zero (GFANZ), in crescita di 25 volte rispetto a solo un anno fa, come risulta dal Rapporto datato novembre 2021. La GFANZ, attiva in 45 paesi, ha affermato che potrebbe fornire fino a  100 trilioni di US$ di finanziamenti per aiutare le economie a passare allo zero netto nel prossimo tre decenni.

In teoria, le istituzioni, dalle banche agli assicuratori, hanno un enorme potere di spingere le aziende ad abbracciare gli obiettivi di decarbonizzazione. In pratica, ciò sta accadendo lentamente, se non per niente affatto nella maggior parte dei settori. Oggi c'è poco accordo in tutto il settore finanziario su quali obiettivi dovrebbero essere assunti per il net zero e su come misurarli. Inoltre i membri di GFANZ non sono tenuti a smettere di finanziare i combustibili fossili. I gestori di patrimoni che si erano iscritti a GFANZ hanno per ora impegnato solo il 35% del loro patrimonio totale a obiettivi net zero. Il mese scorso le banche che hanno aderito a GFANZ si sono opposte ad una roadmap più esplicita per la riduzione delle emissioni di gas serra proposta dall'IEA che avrebbe richiesto loro di fermare il finanziamento di tutti i nuovi progetti di esplorazione per petrolio, gas e carbone. In effetti, le banche private stanno investendo di più nei combustibili fossili rispetto a quando è stato firmato l'Accordo di Parigi nel 2015. Il grafico a barre mostra il finanziamento totale dei combustibili fossili da parte delle banche dal 2016 al 2020. JPMorgan ha il totale più alto con 317 miliardi di dollari, seguito da Citi con 238 miliardi di dollari, Wells Fargo con 223 miliardi di dollari e Bank of America con 199 miliardi di dollari. La cifra di 130 trilioni di dollari sopravvaluta la quantità di denaro effettivamente destinata alle emissioni nette zero: solo una parte dei portafogli di investimento della maggior parte dei gestori patrimoniali include l'obiettivo di azzeramento. In assenza di una regolamentazione internazionale, i finanzieri dovrebbero attenersi a uno standard chiaro e trasparente. A questo fine, l'International Financial Reporting Standards Foundation, l'organismo di contabilità globale, ha lanciato l'International Sustainability Standards Board per stabilire standard di trasparenza per la finanza climatica per i mercati finanziari coerenti a livello globale. Oggi il cancelliere del Regno Unito Rishi Sunak ha ribadito i piani annunciati a ottobre per richiedere alle società britanniche dal 2023 di pubblicare programmi a emissioni zero, stabilendo come intendono decarbonizzare entro il 2050. Per risolvere le controversie sull'interpretazione del concetto di net zero da parte delle istituzioni della finanza privata, il segretario  delle Nazioni Unite António Guterres ha cercato di mediare annunciando la costituzione di un organo di controllo per analizzare gli impegni zero netto da parte di attori non statali. "C'è un deficit di credibilità e un'eccedenza di confusione sulle riduzioni delle emissioni e sugli obiettivi di zero netto, con significati diversi e metriche diverse", ha detto in un discorso lunedì. Forti contestazioni da parte delle associazioni della società civile, hanno avuto corso nella giornata di oggi, con Greta Thunberg e Greenpeace in prima linea.

Oggi è stato dato l'annuncio da più di 40 leader mondiali che affermano che lavoreranno insieme per potenziare l'adozione delle tecnologie pulite imponendo standard e politiche a livello mondiale in una iniziativa denominata  Glasgow Breakthroughs. Inizialmente saranno interessati cinque settori ad alto contenuto di carbonio, tra cui l'agricoltura e la generazione elettrica, l'acciaio, il trasporto su strada e l'idrogeno. Il piano è stato lanciato dal primo ministro britannico Boris Johnson, insieme a rappresentanti di Stati Uniti, India, UE e, soprattutto, Cina. I firmatari rappresenterebbero oltre il 70% dell'economia mondiale e di ogni regione. Il primo ministro britannico ha dichiarato: "Rendendo la tecnologia pulita la scelta più conveniente, accessibile e attraente, il punto di partenza predefinito in quelli che sono attualmente i settori più inquinanti, possiamo ridurre le emissioni in tutto il mondo. Daremo una spinta in avanti, in modo che entro il 2030 le tecnologie pulite possano essere utilizzate ovunque, non solo riducendo le emissioni ma anche creando più posti di lavoro e maggiore prosperità". I leader firmatari si sono impegnati a discutere i progressi ogni anno in ogni settore, a partire dal 2022. Sarà l'IEA a documentare lo stato di avanzamento dell'iniziativa.

Parallelamente oggi vengono lanciate la Green Grids Initiative, ​​per interconnettere continenti, paesi e comunità alle fonti di energia rinnovabili e garantire che nessuno rimanga senza accesso all'energia pulita; la AIM4C, una nuova iniziativa guidata da Stati Uniti e Emirati Arabi Uniti, con oltre 30 paesi sostenitori, impegnata ad accelerare l'innovazione nell'agricoltura sostenibile; il programma Breakthrough Energy Catalyst che mira a raccogliere fino a 30 miliardi di dollari di investimenti e ridurre i costi per l'idrogeno verde, la DAC, cattura diretta  di CO2 dall'aria e l'accumulo di energia a lungo termine; la First Movers Coalition, annunciata dal Presidente Biden, un club di acquirenti  di 25 grandi aziende globali, guidato dagli Stati Uniti, che si impegnano a impegnare settori come acciaio, autotrasporti, spedizioni, aviazione, alluminio, cemento e prodotti chimici.

Partiti i leader, Johnson con un jet privato,  con la scia delle promesse e delle telecamere al seguito, il negoziato riprende secondo le tradizioni, ma forse in uno stato d'animo più intenso. La giornata ha visto sessioni di consultazione su molti dei principali punti all'ordine del giorno, la finanza, all'ordine del giorno,  e l'articolo 6, il temibile punto sui mercati del carbonio. Sono stati avviati con un successo ineguale i negoziati sui cinque dei punti dell'agenda finanziaria. Sulla guida al Green Climate Fund, GCF, dopo la grande esibizione di dollari dei primi due giorni, i paesi non hanno potuto accettare di dare ai copresidenti un mandato per sviluppare una bozza di testo. Risuona l'eco dell'intervento del primo ministro delle Barbados Mottley di lunedì: "Il fallimento nel fornire i finanziamenti critici e quello delle perdite e dei danni è misurato, amici miei, nelle vite e nei mezzi di sussistenza nelle nostre comunità. Questo è immorale ed è ingiusto”. Bloomberg riferisce che  Greta Thunberg ha usato la giornata finanziaria della COP 26 di ieri per far sentire la sua presenza. Greta e altri attivisti di Greenpeace e dell'Indigenous Environmental Network hanno interrotto un panel sulle compensazioni di carbonio con gli alberi da piantare (offsetting) per protestare contro il greenwashing e i pericoli di fare affidamento sui crediti di emissione.

Nel cuore del negoziato sono state discusse le questioni relative alla finanza, a cominciare dalla compilazione  e relazione di sintesi sulle comunicazioni biennali ai sensi dell'articolo 9.5 dell'accordo di Parigi (trasparenza finanziaria). Sul Rapporto e le linee guida per il GCF,  l'Alleanza dei piccoli stati insulari (Aosis), ha sottolineato la necessità di evidenziare le sfide uniche che i piccoli stati insulari in via di sviluppo devono affrontare nell'accesso ai finanziamenti per il clima, tra cui la mancanza di finanziamenti per perdite e danni e gli elevati costi di transazione delle domande di progetto. Citando una proposta di progetto che attende da quattro anni una decisione di finanziamento, il Malawi, per i paesi meno sviluppati (PMA), ha indicato che i fondi non sono sempre accessibili e ha chiesto di riconsiderare le procedure di accreditamento progetto per progetto. La Colombia, (AILAC), ha proposto diverse idee di miglioramento per il GCF tra cui: efficienza e trasparenza; finanziamento di progetti con co-benefici; aumentare le sovvenzioni ai paesi indebitati a reddito medio e medio-alto e fornire prestiti in valute nazionali. Il gruppo è stato sospeso, poiché, come anticipato, le parti non erano d'accordo sulla possibilità che i copresidenti potessero emettere un nuovo testo che fungesse da base per i negoziati.

Nel SBSTA sono state discusse questioni metodologiche nell'ambito dell'accordo di Parigi: i formati tabulari comuni (CTF) per monitorare i progressi nell'attuazione e nel raggiungimento degli NDC; le tabelle di rendicontazione comuni per le relazioni sull'inventario nazionale; gli schemi di relazioni biennali sulla trasparenza (BTR), i documenti di inventario nazionale (NID) e le relazioni di revisione tecnica di esperti (TERR). Nel corso della giornata sono state affrontate le prime difficoltà in merito all'Articolo 6 di Parigi e quindi al mercato del carbonio. Per tutta la giornata, le parti hanno scambiato opinioni sulla bozza di testo in consultazioni informali. I punti in discussione sono l'Articolo 6.2, sulle opzioni di mitigazione trasferite a livello internazionale, ITMO; sull'ambizione di cui al punto 6.2, laddove diversi hanno sostenuto il principio di nessun aumento netto delle emissioni dei partecipanti; sull'Articolo 6.4 (meccanismo); sull'Articolo 6.8 (approcci non di mercato) e sulle fonti di informazione accreditate per l'inventario globale previsto per il 2023. L'ultima versione del testo negoziale, che è stata rilasciata martedì sera, include 373 sezioni tra parentesi quadre, in cui i paesi non sono d'accordo e stanno valutando diverse opzioni. In effetti, la gamma di opzioni proposte dai paesi è aumentata dagli ultimi colloqui sul clima nel 2019. Anche se il Regno Unito riuscisse a ottenere un accordo sull'Articolo 6, ci sono poche possibilità che venga accolto con favore dagli attivisti che sostengono che i governi dovrebbero concentrarsi sulla riduzione delle emissioni in casa propria, piuttosto che cercare di aggirare il problema con i permessi di emissione.

Nei settori tecnici si è riaperto il discorso sui piani di adattamento nazionali (NAP) e sui relativi fondi. Toccata anche la questione dei common time frames, cioè della tempistica, quinquennale, decennale o altro, per l'aggiornamento degli NDC che adombra la difficoltà di avere un quadro di valutazione degli impegni di abbattimento sincronizzato nel tempo. Discussioni informali ci sono state sul Koronivia Joint Work on Agriculture (KJWA).


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Martedì 2 Novembre 2021. Proseguono gli interventi dei leader. L'intervento del Presidente Biden fissa gli obiettivi americani. Finalmente una dichiarazione sulle foreste e sull'uso del suolo

Cominciamo dalla Cina? Il presidente Xi Jinping, in una dichiarazione scritta che non contiene alcun nuovo impegno significativo, ha invitato i paesi sviluppati a "fornire supporto per aiutare i paesi in via di sviluppo a fare meglio nell'affrontare la crisi climatica". Il leader cinese ha anche esortato tutti i Paesi a intraprendere azioni più forti per "affrontare congiuntamente la sfida climatica" e ha affermato che il suo paese "accelererà la transizione verso l'energia green e a basse emissioni di carbonio, svilupperà vigorosamente le energie rinnovabili e pianificherà e costruirà grandi impianti eolici e fotovoltaici".

Diverso il contributo degli Stati Uniti, l'altro grande paese sotto osservazione. Dopo aver duramente criticato Cina e Russia alla conclusione del G20 di Roma, nell’intervento di ieri il presidente Joe Biden si è scusato per il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo sul clima di Parigi e ha riconosciuto che "ogni giorno che rimandiamo, il costo dell'inazione aumenta". Biden aveva riconfermato il ritorno all'Accordo di Parigi nel suo primo giorno in carica ed ha ora confermato il piano a lungo termine per decarbonizzare l'economia degli Stati Uniti entro il 2050. Nel piano si chiede al settore elettrico di eliminare le emissioni entro il 2035 attraverso innovazioni di trasmissione, efficienza energetica, stoccaggio e generazione. Saranno necessarie, dice,  diverse altre strategie, tra cui la cattura del carbonio nelle centrali elettriche e la tecnologia DAC per rimuovere la CO2 dall'atmosfera.

Gli esperti affermano che è necessario limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C sopra i livelli preindustriali per mitigare gli impatti peggiori del cambiamento climatico. Biden ha affermato che gli Stati Uniti ora comprendono la sfida che li attende e possono aiutare a raggiungere tale obiettivo. "Stiamo pianificando sia uno sprint a breve termine fino al 2030 che manterrà gli 1,5 °C a portata di mano, sia una maratona che ci porterà al traguardo e trasformerà la più grande economia del mondo in una fiorente economia innovativa, equa e giusta, motore di energia pulita". Il piano di decarbonizzazione a lungo termine emesso dalla Casa Bianca si baserà su cinque strategie, tra cui la decarbonizzazione del settore elettrico entro il 2035, l'aumento dell'efficienza e l'elettrificazione degli edifici e dei trasporti. Altri approcci includono la riduzione delle emissioni di metano attraverso il rilevamento delle perdite e la riparazione dei sistemi di petrolio e gas e lo sviluppo delle tecnologie per rimuovere il carbonio dall'atmosfera. L'amministrazione Biden ha fissato l'obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra in tutta l'economia del 50-52% entro il 2030. Il piano, tuttavia, dipende dall'approvazione dell'agenda di Biden da parte di un Congresso diviso. Giovedì scorso, la Casa Bianca e i Democratici sembravano aver raggiunto un accordo su un quadro di bilancio di 1,85 trilioni di US$, che include 550 miliardi per programmi per l'energia pulita e il clima nel prossimo decennio. Non è chiaro, tuttavia, se il senatore Joe Manchin sosterrà il piano e i democratici non possano permettersi di perdere voti al Senato. Continua Biden dicendo che l'accordo sulle infrastrutture e il quadro Build Back Better "ci metteranno su un percorso decisivo per raggiungere i nostri obiettivi climatici. Abbiamo e continueremo a utilizzare ogni agenzia e ogni strumento a nostra disposizione per organizzare una risposta climatica che non sia di sacrificio, ma di opportunità e possibilità". Nella figura seguente è riportato il profilo previsto dagli Stati Uniti per la decarbonizzazione al 2050. Il presidente Biden ha anche annunciato al vertice che gli Stati Uniti inizieranno a fornire 3 miliardi di US$ all'anno, entro il 2024, per aiutare i paesi in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici.

Secondo l'inviato speciale degli Stati Uniti per il clima John Kerry, “il mondo è sempre più concentrato sul mantenimento del limite di 1,5 °C sull'aumento della temperatura. Circa il 65% del PIL globale è ora impegnato su questo obiettivo. A gennaio c'erano solo due o tre entità sulla buona strada per cercare di mantenere gli 1,5 °C. Ora abbiamo più della metà del G20 e dei paesi di tutto il mondo che sono venuti al tavolo per aumentare le loro ambizioni".

Per gli Stati Uniti, il piano di Biden include un'iniziativa dell'intero governo che accelererà i finanziamenti per la mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso "fondi di adattamento multilaterali e bilaterali" e lo sviluppo di "investimenti bancabili" per mobilitare capitali privati. L'obiettivo è mobilitare $ 100 miliardi all'anno per i finanziamenti per il clima, ha detto Biden ai leader mondiali.

Intervenendo questa mattina sulla questione delle foreste all'evento Action on Forests & Land-use,  il Presidente Biden ha confermato l’impegno di conservare il potenziale per assorbire oltre un terzo del carbonio a livello globale e di affrontare questo problema con lo stesso obiettivo negli Stati Uniti. Abbiamo già superato, dice, la sfida di oltre 20 milioni di ettari di terreni forestali in recupero e faremo almeno il 30% di tutte le risorse entro il 2030, ivi compresa, in Alaska, la più grande foresta pluviale temperata del mondo. Oggi Biden ha annunciato un nuovo piano Global Forest che raccoglierà una gamma completa di strumenti diplomatici finanziari e politici per ripristinare i pozzi critici di carbonio e migliorare la gestione del territorio: "Con questo piano gli Stati Uniti aiuteranno il mondo a raggiungere questo obiettivo condiviso e ripristinare almeno altri 200 milioni di ettari di foresta e altri ecosistemi entro il 2030, distribuendo fino a nove miliardi di dollari… Lavoreremo per garantire che i mercati riconoscano il valore economico della tassa sul carbonio naturale e motivino i proprietari terrieri e gli organi di controllo e conservazione del clima, per la creazione di una catena di approvvigionamento sostenibile, il  perseguimento di materie prime più sostenibili … come parte della strategia net zero degli Stati Uniti. Così intendiamo guidare con l'esempio e sostenere altre nazioni e i paesi in via di sviluppo a studiare e immagazzinare le emissioni di carbonio…".

La giornata ha portato, durante questo evento, ad alcune grandi novità sul salvataggio e il ripristino delle foreste, poiché 110 nazioni, che ospitano l'85% delle foreste mondiali, hanno firmato una dichiarazione per fermare e invertire la distruzione di foreste e territori. Si tratta di venti miliardi di dollari mobilitati per porre fine alla deforestazione entro il 2030.  Affrontare il cambiamento climatico non può essere fatto senza porre fine alla perdita di foreste che sono i polmoni del pianeta, secondo il primo ministro Boris Johnson che ha esortato i leader dicendo: "Mettiamo fine a questo grande massacro" .Allo stesso evento ha nuovamente preso la parola il Principe di Galles Carlo d'Inghilterra, che si dice abbia convinto nella notte il Presidente di Amazon, Jeff Bezos a raddoppiare il suo sforzo finanziario. Per questo è stato di grande importanza il suo intervento di oggi nello stesso evento,  per capire il ruolo che si riservano le grandi multinazionali nella lotta al cambiamento climatico. Dice Bezos: "La natura fornisce tutto il cibo che mangiamo l'acqua che beviamo e l'ossigeno che respiriamo ci dà la vita, ma è anche fragile.  Mi hanno criticato a luglio per essere andato nello spazio...  Non ero preparato a vedere da là fuori l'atmosfera che sembra così sottile, il mondo così finito e così fragile.  Quello che tutti sappiamo è che inizia il decennio decisivo in cui dobbiamo stare tutti insieme per proteggere il nostro mondo, un motivo potente per investire nella natura. Ogni anno le foreste e i territori assorbono 11 MtCO2 dall'atmosfera contribuendo a rallentare il cambiamento climatico. Mentre distruggiamo la natura invertiamo questo processo, abbattiamo le foreste, distruggiamo le mangrovie, pavimentiamo le praterie e invece di sequestrare il carbonio lo emettiamo... Ecco perché con 9 organizzazione filantropiche abbiamo annunciato altri 5 miliardi di dollari per sostenere l'obiettivo del recupero ambientale del 30% di tutta la Terra e del mare entro il 2030. Con un miliardo ho istituito il fondo Bezos Earth e sono lieto di annunciare un impegno di due miliardi di dollari di Amazon per ripristinare la natura e trasformare i sistemi alimentari... Oggi 2/3 della terra in Africa è degradata ma  il ripristino può migliorare la fertilità del suolo, aumentare i raccolti, migliorare la sicurezza alimentare, rendere l'acqua più affidabile, creare posti di lavoro e stimolare la crescita economica... Tuttavia non possiamo fare affidamento solo sulle NGO per risolvere la crisi climatica. Anche il settore privato sta facendo la sua parte per ridurre le emissioni di carbonio di cui le aziende hanno bisogno per assumere posizioni di leadership. Perciò Amazon si pone  l'obiettivo di raggiungere il net zero carbon entro il 2040...  Noi possiamo invertire il trend del degrado. Lavoreremo insieme in questa Conferenza e faremo il duro lavoro insieme? è un debito verso  i nostri figli e nipoti. So che la risposta è sì e non vedo l'ora di lavorare con tutti voi in questo viaggio importante e gratificante. Grazie mille per aver alzato l'asticella". Ha dichiarato anche  che Amazon si impegna per 10 miliardi di US$ per accelerare l'adozione di fonti di energia rinnovabile in Africa.

Questa fase del summit dei leader si conclude con la pubblicazione della Glasgow Leaders’ Declaration on Forests and Land use la cui sostanza dice "We therefore commit to working collectively to halt and reverse forest loss and land degradation by 2030 while delivering sustainable development and promoting an inclusive rural transformation".  Il Brasile di Bolsonaro, incredibilmente, ha firmato. Un'alleanza di governi e finanziatori privati ​​si è impegnata a fornire 1,7 miliardi di US$ per aiutare le popolazioni indigene a promuovere i loro diritti alla terra entro il 2025, in riconoscimento del loro ruolo fondamentale nella conservazione delle foreste. Dodici paesi donatori hanno promesso un totale di 12 miliardi di US$ in fondi pubblici, con un cofinanziamento privato per 7,2 miliardi. Regno Unito, Norvegia, Germania, Stati Uniti e Paesi Bassi, insieme a 17 organizzazioni private e filantropiche, hanno stanziato il citato fondo di 1,7 miliardi di US$ per le comunità indigene e locali per aiutarle a preservare le foreste, con la promessa di includerli nel processo decisionale e nella progettazione di programmi climatici e strumenti finanziari. In una dichiarazione, il gruppo si è impegnato a “Riconoscere e promuovere il ruolo dei popoli indigeni e delle comunità locali come custodi delle foreste e della natura” di fronte a “casi crescenti di minacce, molestie e violenza contro di loro”.

Le buone notizie sono continuate in giornata con la comunicazione che decine di paesi, non è del tutto chiaro quanti, ma sicuramente oltre 80 e molto vicino a 100, hanno firmato un impegno a ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030. è stato sottoscritto un documento preparato a settembre da EU ed USA: il Global Methane Pledge. Cina, India, Australia e Russia non hanno voluto dare il consenso. L'annuncio è arrivato da Ursula von der Leyen dell'UE e dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Nell'attesa dell'annuncio, l'inviato speciale per il clima John Kerry si è dato da fare per riempire il tempo con alcune osservazioni a braccio ai negoziatori riuniti, tra cui possibili buone notizie dal Giappone, che si impegna per 10 miliardi di US$ in cinque anni per il finanziamento climatico. Ciò significa che l'obiettivo di Copenhagen di 100 miliardi di dollari potrebbe essere raggiunto l'anno prossimo. Ci sono stati anche nuovi impegni finanziari da parte di paesi come Spagna e Svizzera. L'Italia si era impegnata al G20 di Roma. La Scozia ha promesso un milione di sterline per sostenere i paesi in via di sviluppo che subiscono perdite e danni dagli impatti climatici oltre ciò a cui possono adattarsi. Si tratta del primo impegno di questo genere.  Il presidente Buhari ha impegnato la Nigeria al net-zero entro il 2060, nonostante qualche dubbio sulle risorse. Il Kenya punta più in alto segnalando che la nuova strategia a lungo termine del Paese includerà l'obiettivo di raggiungere il net-zero entro il 2050, in attesa del supporto finanziario e tecnologico internazionale. Un gruppo di paesi che rappresentano il 32% della produzione mondiale di acciaio, tra cui Regno Unito, UE, Stati Uniti, Canada, Egitto, Israele, Marocco, Corea, Turchia, Giappone, Australia e India, hanno concordato di raggiungere emissioni prossime allo zero entro il 2030. L'accordo è il risultato di un intenso lavoro diplomatico da parte del Regno Unito ed è la prima volta che la decarbonizzazione del settore è stata discussa in modo approfondito in una COP. Sul carbone ci sono 8,5 miliardi US$ da Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania per sostenere la transizione del Sudafrica verso l'energia pulita, compresa la creazione di buoni posti di lavoro alternativi nelle regioni minerarie. Panama ha affermato di aver formato una coalizione di paesi carbon negative con Bhutan e Suriname per facilitare il trasferimento globale di conoscenze e migliori pratiche per raggiungere e mantenere questo status. In un NDC aggiornato, l'Argentina si è impegnata a non superare l'emissione netta di 349 MtCO2eq nel 2030. Il suo NDC di dicembre 2020 riferiva un obiettivo di 359 MtCO2eq. Le sue attuali emissioni di gas serra sono di circa 365 MtCO2eq.

Ora i leader se ne vanno e comincia il negoziato. Boris Johnson conclude la due giorni dei leader con una conferenza stampa che è sembrata meno euforica, almeno un po', del discorso di apertura. Per concludere questi due primi giorni della COP 26 possiamo dire che si sta cercando di sfruttare questo slancio nel negoziato che comincia. I negoziatori devono lavorare per mettere a frutto un rinnovato spirito di solidarietà. I paesi sviluppati dovrebbero presentare dettagli sui loro impegni finanziari aggiuntivi per rispettare l'impegno annuale di 100 miliardi di US$, compreso il colmare eventuali carenze, e concordare il processo per stabilire il prossimo obiettivo del sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo. I principali responsabili delle emissioni con piani per il clima per il 2030 insufficienti dovrebbero accettare di tornare al tavolo con piani per il clima più forti entro il 2023. Al di fuori dei negoziati, paesi, imprese, investitori e altri attori dovrebbero sostenere le loro promesse con azioni, risorse finanziarie e senso di responsabilità.

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Lunedì 1 Novembre 2021. Parlano i leader per alzare i livelli di ambizione. Xi Jinping e Putin sono rimasti a casa in un clima di crescente tensione con Biden

Questi primi due giorni sono stati programmati per raccogliere nuove e più alte ambizioni da parte dei capi di stato e di governo che sono venuti a Glasgow in 120. Ma, come abbiamo visto al G20, quelli di loro che contano di più non si sono spostati di un millimetro dai livelli di ambizione dichiarati in precedenza. Is up to you, ha detto il Segretario generale dell'ONU Guterres, in un intervento dai toni severi, dopo essersene andato da Roma piuttosto contrariato. La partita in gioco è la decarbonizzazione al 2050 con metà del percorso da fare al 2030.  Lo dicono gli studi di ogni fonte, senza che più nessuno si azzardi sui sentieri del negazionismo. Del 2030 e del phase out del carbone, che qualcuno aveva visto nelle bozze preparatorie, non c'è traccia nel documento finale del G20. Purtroppo il processo di Parigi è su base volontaria. A Glasgow si finirà di metterlo a punto. Ma l'ambizione è un'altra cosa, che per ora non si vede. Gli interventi di oggi, a parte le belle perorazioni, non portano novità. Per questa strada al 2030, invece di una riduzione del 45% delle emissioni avremo un aumento del 16%. Che si tratti, come dice Greta, del solito bla-bla?

Alok Sharma, il Presidente della COP, ha detto: "Non aspettatevi dalla COP 26 la silver bullet per il clima. Le aspettative irrealistiche per il processo COP, in gran parte volontario, non sono utili, perché non ci sono modi per far rispettare le promesse e gli accordi sul clima, o imporre sanzioni per la loro violazione. Certamente non otterremo una risposta o un risultato che risolverà il cambiamento climatico per noi in questo COP o in qualsiasi COP. Quello che abbiamo è quello che i paesi hanno deciso. Quindi l'unico modo in cui possiamo spingere l'ambizione, per spingere il mondo, è che ognuno di noi spinga i propri governi a impegnarsi a fare di più. Noi, come società civile, abbiamo un ruolo enorme da svolgere nello spingere i nostri governi a fare meglio e nel cercare di contrastare l'influenza dei grandi interessi acquisiti che spingono in altre direzioni. Sta ai paesi essere il più ambiziosi possibile e portare con sé gli altri paesi per mostrare la stessa ambizione. In particolare i paesi che hanno storicamente contribuito al problema devono mostrare la dovuta responsabilità. Questo è il tipo di gioco che si può fare in questo momento".

I leader di Cina e Russia non ci sono. In linea con quanto dichiarato da Joe Biden al G20 di Roma, aumentano le tensioni con Cina e Russia e anche in questo contesto potrebbe essere interpretata l'assenza di Vladimir Putin e Xi Jinping da Glasgow. Per molti anni, la Russia non ha preso sul serio il cambiamento climatico. Ad un certo punto, Mosca celebrava l'aumento delle temperature perché ha aperto nuove rotte marittime nell'Oceano Artico. Poco più di un decennio fa, la Cina si è fortemente opposta alla riduzione delle emissioni causate dalla sua crescita economica in forte espansione alimentata dal carbone, puntando il dito sulle responsabilità delle nazioni sviluppate. Le cose sono cambiate. Ora sia la Cina che la Russia riconoscono la sfida climatica e stanno elaborando strategie per affrontarla, sebbene in modi che soddisfano il loro interesse nazionale immediato. La Cina, in particolare, ha sofferto di un inquinamento atmosferico mai visto nel mondo occidentale. Ora è di gran lunga il leader mondiale nell'energia solare con 254 GW seguita dagli Stati Uniti con 75 GW. Le installazioni di energia eolica in Cina erano più del triplo di quelle di qualsiasi altro paese nel 2020. Si prevede inoltre che la Cina produrrà batterie per auto con una capacità doppia rispetto a quelle prodotte dal resto del mondo insieme. Ma la Cina non è sulla stessa linea per quanto riguarda l'eliminazione graduale del carbone. Nemmeno la Russia. Se ne parlerà a metà secolo, hanno fatto sapere. Prima della COP 26 Xi Jinping ha affermato che il suo Paese raggiungerà il picco delle emissioni prima del 2030, per poi diminuire e raggiungere la neutralità carbonica prima del 2060. Ma  non ha detto esattamente come saranno raggiunti questi obiettivi. Il mese scorso, Putin ha affermato che è impossibile negare il cambiamento climatico. Nel suo discorso annuale sullo stato della nazione ad aprile, ha dichiarato che le emissioni nette totali di gas serra della Russia saranno inferiori a quelle dell'UE nei prossimi 30 anni. Ha impegnato la Russia a raggiungere zero emissioni di carbonio entro il 2060. Ancora una volta, non sono disponibili dettagli. Putin afferma che le foreste russe faranno la maggior parte del lavoro, il che è discutibile nella migliore delle ipotesi. L'interesse della Russia è continuare a vendere il suo petrolio e il suo gas, in particolare all'Europa, il suo miglior cliente, il più a lungo possibile. La Russia, tuttavia, deve allinearsi con l'UE se vuole evitare complicazioni. La prevista tariffa doganale dell'UE sulle merci inquinanti è una seria minaccia per l'economia russa e potrebbe infliggere più danni alla Russia delle sanzioni imposte a Mosca dopo l'annessione della Crimea.

Oggi e domani essendo il cosiddetto vertice del leader mondiale della COP 26, molti leader nazionali faranno discorsi.

Il primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, ha paragonato il cambiamento climatico a un preludio del giorno del giudizio che c'è urgente bisogno di disinnescare. Tuttavia, il discorso di Johnson è stato pieno del suo solito ottimismo, con il verbo possiamo ripetuto ossessivamente. Come il principe Carlo, che in particolare ha sottolineato i potenziali positivi dei mercati, della finanza privata e della tecnologia. Il governo del Regno Unito ha annunciato oggi che darà una parte del denaro ai paesi in via di sviluppo per aiutarli a implementare tecnologie verdi e sostenibili. L'impegno è di 3 miliardi di sterline nei prossimi cinque anni, il doppio di quanto ha dato il governo nel periodo 2017-2021. All'inizio di quest'anno, però' il governo del Regno Unito ha tagliato il budget per gli aiuti all'estero dallo 0,7% del PIL, lo storico obiettivo della cooperazione internazionale (ODA), allo 0,5%, infrangendo un impegno pubblicamente assunto. Ciò equivale a un taglio di circa 4 miliardi di sterline all'anno. Quindi, mentre questo nuovo impegno di 3 miliardi di sterline in cinque anni è in un certo senso un miglioramento, sta accadendo nel contesto di un taglio significativamente più grande degli aiuti internazionali. tanto per confermarsi il più brillante, Johnson ha scomodato James Bond, uno scozzese di chiara fama nell'interpretazione originale. "Siamo più o meno nella stessa posizione, miei colleghi leader globali: di fronte al problema di disinnescare una bomba che provocherebbe la fine del mondo, siamo qui a chiederci quale filo tagliare quale filo tagliare".

Il Principe Carlo, ambientalista di lungo corso, parlando prima degli altri leader in sostituzione della Regina Elisabetta, ammalata, chiama alla responsabilità tutti i presenti perché, dice, non abbiamo più tempo. Non si potrà procedere da soli, dice, e nemmeno solo con i governi e la società civile. è ormai indispensabile la partecipazione attiva e massiva del settore privato e del settore finanziario. “La portata della minaccia che affrontiamo richiede una risposta globale. Una soluzione a livello di sistema basata sulla trasformazione radicale della nostra attuale economia basata sui combustibili fossili in un'economia realmente rinnovabile e sostenibile. Quindi, signore e signori, il mio appello oggi è che i paesi si uniscano per creare l'ambiente che consenta a ogni settore dell'industria di agire". Dopo di lui ha preso la parola Sir David Attenborough, che s ha lanciato un messaggio potente avvertendo che ora è il momento di agire. Sir David ha detto: "È così che la nostra storia dovrebbe finire? Forse il fatto che le persone più colpite dal cambiamento climatico non siano più una generazione immaginaria futura, ma i giovani vivi oggi, forse questo ci darà l'impulso di cui abbiamo bisogno per riscrivere la nostra storia, per trasformare questa tragedia in un trionfo. Ora capiamo questo problema, sappiamo come fermare i numeri che aumentano e invertire la rotta".

Probabilmente il contributo più drammatico finora di oggi è venuto da Narendra Modi dell'India. Il paese non ha presentato un piano sulle emissioni prima della COP 26, ma il fatto che Modi sia presente di persona suggerisce che ha qualcosa in mente. Modi è venuto per annunciare che l'India punterà a zero emissioni nette entro il 2070. Cioè due decenni dopo la scadenza del 2050 a cui mira il vertice, ma è comunque un progresso. Ciò che farà l'India avrà un'importanza enorme, perché è uno dei maggiori emettitori di gas serra al mondo: il terzo o il quarto, se si considera l'Unione europea come un unico emettitore. Molto importante è l'impegno dichiarato da Modi per cui l'India, al 2050, produrrà metà della sua energia elettrica mediante fonti rinnovabili.

La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen,  si presenta a Glasgow forte del prestigio del suo Green Deal e del sistema di recovery post-covid Next Generation EU. "Tutti noi vogliamo essere dalla parte giusta della storia e per questo chiedo a tutti di fare il necessario per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C... L'Europa non risparmierà alcuno sforzo per diventare il primo continente a neutralità carbonica ma a questa COP 26 dobbiamo tutti accelerare la nostra corsa verso net zero perché il tempo sta per finire. In primo luogo serve un forte impegno da parte di tutti a ridurre le emissioni entro il 2030. Net zero entro il 2050 va bene ma non e' sufficiente. Servono azioni concrete in questa decade e per noi questo significa un -55% di emissioni almeno. In secondo luogo i mercati globali delle emissioni di C02 devono diventare una realtà. Mettiamo un prezzo al carbonio, la natura non può più pagare quel prezzo. In terzo luogo dobbiamo mobilizzare la finanza per la transizione climatica per supportare i paesi vulnerabili a compiere un balzo in avanti verso una crescita a energia pulita. L'Unione europea contribuirà pienamente per raggiungere gli obiettivi di adattamento. Con circa 27 miliardi di US$ nel 2020, siamo già il maggiore fornitore di finanziamento per la transizione climatica e ci impegniamo a stanziare altri 5 miliardi di US$ fino al 2027 dal budget EU e raddoppieremo i fondi per la biodiversità soprattutto nei paesi vulnerabili. Infine innovazione e tecnologie sono disponibili, ora dobbiamo metterle in campo. Dobbiamo fare di questo COP 26 un successo, lo dobbiamo ai nostri figli".

Il sempre più autorevole Mario Draghi ha tenuto un intervento oggi, seguito a fine giornata da una conferenza stampa: “Il cambiamento climatico ha gravi ripercussioni sulla pace e la sicurezza globali. Può esaurire le risorse naturali e aggravare le tensioni sociali. Può portare a nuovi flussi migratori e contribuire al terrorismo e alla criminalità organizzata. Il cambiamento climatico può dividerci... Al vertice dello scorso fine settimana a Roma, gli Stati membri del G20 (in gran parte per merito del premier indiano, dirà poi) hanno concordato che dobbiamo limitare l'aumento della temperatura globale a 1,5 °C - è stata la prima volta - e si sono impegnati a raggiungere emissioni nette pari a zero entro o attorno alla metà del secolo. Abbiamo deciso di intensificare le nostre azioni a partire da questo decennio, migliorare i nostri contributi nazionali determinati e interrompere il finanziamento pubblico internazionale del carbone entro la fine del 2021. Ora, qui alla COP 26 dobbiamo andare oltre, molto più di quanto abbiamo fatto al G20... Dobbiamo rafforzare i nostri sforzi nel campo dei finanziamenti per il clima. Dobbiamo far lavorare insieme il settore pubblico e quello privato, in modi nuovi. Il Principe Carlo ci ha appena fornito una roadmap. Il Primo Ministro Johnson ha evidenziato quanto denaro disponibile ci sia: parliamo di decine di migliaia di miliardi di dollari. Ma ora dobbiamo utilizzarli. Ora dobbiamo trovare modi intelligenti per spenderli, e spenderli velocemente. Abbiamo bisogno, innanzitutto, che tutte le banche multilaterali di sviluppo - e soprattutto la Banca Mondiale - condividano con il settore privato quei rischi che esso non può sostenere da solo. E i nostri giovani devono essere al centro di questo processo...  Le generazioni future ci giudicheranno per ciò che otteniamo o che non riusciamo a raggiungere. Dobbiamo coinvolgerli, ascoltarli e, soprattutto, imparare da loro". In chiusura della conferenza stampa il ministro Cingolani ci ha spiegato come si fa la transizione, dato che con le fonti rinnovabili, lui dice, non è possibile. Occorrono "tecnologie nuove per andare più veloci, altrimenti è difficile riuscire negli obiettivi con le tecnologie attuali. Inutile pensare di farcela nel 2050 con le tecnologie attuali". Nuove tecnologie che sarebbero CCS, cattura e sequestro, DAC, assorbimento diretto, riforestazione. La trascrizione della conferenza stampa, comprese domande e risposte, è disponibile sul sito del governo.

Tra gli interventi di oggi merita una citazione l'accorato appello del primo ministro di Barbados Mia Mottley, poche settimane prima che il paese recida i suoi legami con la regina Elisabetta come sovrana. Mottley ha parlato con passione dei rischi che i paesi caraibici come il suo stanno affrontando con l'aumento globale delle temperature. Rivolgendosi ai leader mondiali, li ha esortati a sforzarsi di più quando prendono decisioni per evitare il cambiamento climatico. 1,5 °C è ciò di cui abbiamo bisogno per rimanere in vita - due gradi è una condanna a morte per la gente di Antigua e Barbuda, per la gente delle Maldive, per la gente di Dominica e Fiji, per la gente di Kenya e Mozambico - e sì, per la gente di Samoa e Barbados. Non vogliamo quella terribile condanna a morte e siamo venuti qui oggi per dire "fate di più, fate di più". Perché la nostra gente, tutti coloro che combattono per il clima, il mondo, il pianeta, hanno bisogno della nostra azione ora, non l'anno prossimo, non nel prossimo decennio.

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Domenica 31 ottobre 2021. Gli interventi di apertura della COP 26. La Gran Bretagna autorizza nuove trivellazioni nel Mare del Nord

La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha visto oggi l'apertura procedurale, per consentire un rapido avvio dei lavori, con gli obiettivi chiave di aumentare l'ambizione su tutti i fronti e finalizzare le linee guida di attuazione dell'accordo di Parigi a seguito di una serie di rapporti e studi che avvertono della necessità di un'azione urgente per mantenere a portata di mano l'obiettivo dell'accordo di Parigi di limitare l'aumento della temperatura media globale a 1,5 °C.

Forti piogge hanno colpito Glasgow il primo giorno della COP26 e un albero caduto ha bloccato le linee ferroviarie provenienti da Londra, costringendo alcuni delegati a prendere voli last minute o noleggiare auto. Altri hanno faticato a padroneggiare le app telefoniche che regolano un regime quotidiano di test del coronavirus per i partecipanti, alcuni dei quali si sono presentati nel luogo di uno dei primi grandi raduni internazionali dall'inizio della pandemia con i test. negativi in mano. "Questa non è una Conferenza normale", ha ammesso Alok Sharma, il Presidente della COP 26. Ma il più grande ostacolo alla COP 26 potrebbe essere il risultato della riunione del G20 delle principali economie a Roma nel fine settimana, dove i leader hanno sostenuto un limite di 1,5 °C sull'aumento della temperatura globale, ma hanno offerto pochi nuovi impegni concreti per raggiungere questo obiettivo. La Gran Bretagna, come padrone di casa della COP 26, terrà la scena nelle prossime due settimane. È a dir poco un peccato che, mentre il premier Johnson batte la grancassa affinché i paesi agiscano con maggiore ambizione per il contenimento delle emissioni, il suo stesso governo proceda allegramente con l'autorizzazione di nuovi giacimenti petroliferi nel Mare del Nord. È proprio questo tipo di divario tra retorica e azione che deve essere affrontato a Glasgow, se si vuole che la conferenza sia considerata un successo. Non c'è più spazio di manovra. Ciò che è stato fatto e non fatto in questo decennio determinerà il destino delle generazioni future. Certamente non le chiacchiere, per dirla con Greta.

"Siamo estremamente grati al governo del Regno Unito per aver ospitato questa conferenza di importanza cruciale in questi tempi senza precedenti e per aver compiuto ogni sforzo per mantenere tutti i partecipanti sani e salvi", ha affermato volenterosamente Patricia Espinosa, segretario esecutivo delle Nazioni Unite per il cambiamento climatico. “La devastante perdita di vite e mezzi di sussistenza quest'anno a causa di eventi meteorologici estremi chiarisce quanto sia importante convocare la COP 26 nonostante gli impatti della pandemia si facciano ancora sentire. Siamo sulla strada per un aumento della temperatura globale a fine secolo di 2,7 °C, mentre dovremmo puntare all'obiettivo di 1,5 °C. Chiaramente, siamo in un'emergenza climatica. Chiaramente, dobbiamo affrontarlo. Chiaramente, dobbiamo sostenere i paesi più vulnerabili per farvi fronte. Per farlo con successo, ora è fondamentale una maggiore ambizione. Non abbiamo altra scelta che fare della COP 26 un successo. Per questo abbiamo bisogno di unità di intenti. Dobbiamo lasciare Glasgow con un pacchetto di decisioni equilibrato che rifletta le posizioni di tutti i paesi. Con la volontà di scendere a compromessi tra le molte prospettive possiamo arrivare a soluzioni praticabili e ambiziose che ci aiuteranno a mantenere l'obiettivo 1,5 °C a portata di mano. Siamo pronti a lavorare con tutte le parti e a non lasciare alcuna voce indietro per raggiungere questo importante obiettivo".

È effettivamente necessaria una maggiore ambizione per ottenere progressi su tutti gli elementi dell'agenda sui cambiamenti climatici, compresa la riduzione delle emissioni, l'adattamento da porre al centro dell'agenda, la gestione delle perdite e dei danni causati da eventi climatici estremi e l'aumento del sostegno ai paesi in via di sviluppo. Una questione centrale è la fornitura di sostegno ai paesi in via di sviluppo, soprattutto in relazione all'obiettivo di mobilitare 100 miliardi di dollari (GUS$) all'anno entro il 2020. Il sostegno finanziario è cruciale per tutti gli elementi del regime del cambiamento climatico, compresa la mitigazione, ma anche in termini di adattamento, capacitazione, trasferimento tecnologico e molti altri elementi. Molte parti, in particolare i paesi in via di sviluppo, ritengono che, per avanzare verso la piena attuazione dell'Accordo di Parigi, debbano essere prima onorati gli impegni che l'hanno preceduto. La finalizzazione delle linee guida di attuazione dell'accordo di Parigi consentirà la piena attuazione di tutte le disposizioni, che favoriranno azioni climatiche più ambiziose da parte di tutte le parti. In particolare, le linee guida in sospeso riguardano i dettagli relativi all'obiettivo globale sull'adattamento, come segnalare l'azione e il sostegno per il clima in modo trasparente e l'uso di meccanismi basati sul mercato e approcci non di mercato.

Essendo stata posticipata di un anno a causa del COVID-19 e dovendo affrontare i punti della COP 25 tenutasi nel 2019, la COP26 ha un'agenda enorme al di là degli obiettivi chiave. Rivolgendosi alla conferenza successiva alla sua elezione, il presidente della COP, Alok Sharma, ha ringraziato i delegati per essersi recati a Glasgow e ha sottolineato l'urgente necessità di azione: "Come presidente della COP mi impegno a promuovere la trasparenza e l'inclusione. E guiderò questa conferenza in conformità con la bozza del regolamento interno e con il massimo rispetto per la natura partitica del nostro processo. In questo spirito credo che possiamo risolvere le questioni in sospeso. Possiamo portare avanti i negoziati. Possiamo lanciare un decennio di ambizioni e azioni sempre crescenti. Insieme, possiamo cogliere le enormi opportunità per una crescita green, per buoni posti di lavoro verdi, per energia più economica e più pulita. Ma noi dobbiamo partire subito per sviluppare le soluzioni di cui abbiamo bisogno. E quel lavoro inizia oggi. Avremo successo, o falliremo, tutti insieme".

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31 Ottobre 2021, ore 19:00. Primer sulla COP 26: Il testo del documento finale del G20 di Roma per la questione climatica: tutto come prima

In 20 pagine si estende la Leaders declaration del G20. In fatto di lotta al cambiamento climatico il testo recita:

2. ... abbiamo concordato su una visione condivisa per combattere il cambiamento climatico ...

9. Sviluppo sostenibile. ...  Riaffermiamo il nostro impegno ad una risposta globale per accelerare i progressi nell'attuazione degli SDG e per sostenere una
ripresa inclusiva e resiliente in tutto il mondo, in grado di promuovere l'equità e accelerare i progressi su tutti gli SDG, riconoscendo l'importanza delle strategie nazionali, della localizzazione degli SDG, della  responsabilizzazione delle donne e dei giovani, della produzione sostenibile e dei modelli di consumo responsabili, dell'energia a prezzi accessibili, sostenibile e moderna per tutti. Rafforzeremo le nostre azioni per attuare il Piano d'azione sull'Agenda 2030 del G20 ...

10. Sostegno ai paesi vulnerabili. Accogliamo con favore la nuova assegnazione generale di diritti speciali di prelievo (DSP), attuata dal Fondo monetario internazionale (FMI) il 23 agosto 2021, che ha reso disponibile l'equivalente di 650 miliardi di dollari in riserve aggiuntive a livello globale ... Accogliamo con favore i recenti impegni del valore di circa 45 miliardi di dollari, come passo verso un'ambizione globale totale di 100 miliardi di dollari di contributi volontari per i paesi più bisognosi ...

21. Energia e clima. Rispondendo all'appello della comunità scientifica, rilevando con preoccupazione i recenti rapporti dell'IPCC e consapevoli del nostro ruolo di leadership, ci impegniamo ad affrontare le criticità e le minacce urgenti del cambiamento climatico e lavorare insieme per raggiungere un successo alla COP 26 . A tal fine, riaffermiamo il nostro impegno per la piena ed efficace attuazione dell'Accordo di Parigi, agendo attraverso mitigazione, adattamento e finanziamento durante questo decennio critico, sulla base delle migliori conoscenze scientifiche disponibili, che riflettono il principio di responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali. Rimaniamo impegnati nell'obiettivo dell'Accordo di Parigi di mantenere la media globale dell'aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 °C e proseguire gli sforzi per limitarla a 1,5 °C al di sopra dei livelli dell'era preindustriale, anche come mezzo per consentire il raggiungimento dell'Agenda 2030.

22. Riconosciamo che gli impatti del cambiamento climatico a 1,5 °C sono molto inferiori rispetto ai 2°C. Mantenere gli 1,5 °C a portata richiede azioni e impegni significativi ed efficaci da parte di tutti i paesi, tenendo conto dei diversi approcci, attraverso lo sviluppo di chiari percorsi nazionali che  allineino le ambizioni a lungo termine con gli obiettivi a breve e medio termine e con la cooperazione internazionale e il sostegno, compresa la finanza e la tecnologia, il consumo e la produzione sostenibili e responsabili, come fattori abilitanti critici, nel contesto dello sviluppo sostenibile. Attendiamo con impazienza una COP 26 di successo.

23. In questo sforzo, informati dalle valutazioni dell'IPCC, accelereremo le nostre azioni di mitigazione, adattamento e finanza, riconoscendo l'importanza fondamentale del raggiungimento dello zero netto globale delle emissioni di gas a effetto serra o neutralità del carbonio entro o circa entro la metà del secolo, e la necessità di rafforzare gli sforzi globali necessari per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Di conseguenza, riconoscendo che i membri del G20 possono contribuire in modo significativo alla riduzione delle emissioni globali di gas serra, ci impegniamo, in linea con gli ultimi sviluppi scientifici e con le circostanze nazionali, a intraprendere ulteriori azioni in questo decennio e a  formulare, implementare, aggiornare e migliorare, ove necessario, i nostri NDC al 2030, e formulare Strategie a lungo termine (LTS) che stabiliscano percorsi chiari e prevedibili, coerenti con il raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni antropiche e l'eliminazione da parte dei pozzi entro la metà del secolo o intorno alla metà del secolo, tenendo conto dei diversi approcci, tra cui l'economia circolare del carbonio, gli sviluppi socioeconomici, economici, tecnologici e di mercato e la promozione delle soluzioni più efficienti. Riconosciamo gli sforzi compiuti fino ad oggi, compreso lo zero netto e la neutralità del carbonio e gli impegni e nuovi e ambiziosi NDC e LTS, da parte dei membri del G20 e di quelli attesi alla COP 26.

24. Forniremo piani nazionali di recupero e resilienza che allocano, secondo le circostanze nazionali, una quota ambiziosa delle risorse finanziarie per mitigare e adattarsi al clima ed evitare minacce al clima e all'ambiente. Riconosciamo il Sustainable Recovery Tracker sviluppato in collaborazione con l'IEA, incoraggiandone l'aggiornamento. Al fine di sviluppare il pieno potenziale di soluzioni zero, a basse emissioni, innovative, moderne e pulite, collaboreremo per accelerare lo sviluppo e l'implementazione delle soluzioni più efficienti ed efficaci e aiutarli a raggiungere rapidamente la parità dei costi e la redditività commerciale, anche per garantire l'accesso all'energia pulita per tutti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Ci impegniamo a potenziare la ricerca pubblica, lo sviluppo e la distribuzione. Aumenteremo la nostra cooperazione per lo sviluppo di capacità rafforzate a livello nazionale e sviluppo e trasferimento di tecnologia a condizioni concordate, anche attraverso iniziative globali chiave e progetti congiunti o bilaterali sulle soluzioni più efficienti in tutti i settori dell'economia.

25. Gli impatti del cambiamento climatico vengono sperimentati in tutto il mondo, in particolare dai più poveri e più vulnerabile. Sottolineiamo l'importanza dell'effettiva attuazione dell'obiettivo globale su adattamento e presenteremo comunicazioni in materia di adattamento. Ci impegniamo inoltre ad aumentare i finanziamenti per l'adattamento, al fine di raggiungere un equilibrio con la fornitura di finanziamenti per la mitigazione e per far fronte alle esigenze di paesi in via di sviluppo, anche facilitando meccanismi, condizioni e procedure di accesso ai fondi disponibili, tenendo conto delle strategie, delle priorità e delle esigenze nazionali. Ricordiamo e riaffermiamo l'impegno assunto dai paesi sviluppati, per l'obiettivo di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020 e annualmente fino al 2025 per rispondere alle esigenze dei paesi in via di sviluppo, nel contesto di significative azioni di mitigazione e trasparenza sull'attuazione e per sottolineare l'importanza di raggiungere questo obiettivo pienamente il prima possibile. A questo proposito accogliamo con favore i nuovi impegni presi da alcuni dei membri del G20 ad aumentare e migliorare ciascuno il proprio contributo per finanziare i fondi fino al 2025 e promuovere nuovi impegni da parte di altri. Notiamo che il Climate Finance Delivery Plan, mostra, in base alle stime dell'OCSE, che l'obiettivo potrà essere soddisfatto entro il 2023. Ricordiamo inoltre che l'Accordo di Parigi mira a rafforzare la risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico, nel contesto dello sviluppo sostenibile e degli sforzi per sradicare la povertà e che uno dei suoi obiettivi è rendere i flussi finanziari coerenti con un percorso verso basse emissioni GHG e uno sviluppo resiliente al clima. Incoraggiamo le istituzioni finanziarie internazionali, a intensificare gli sforzi per perseguire l'allineamento con l'Accordo di Parigi entro tempi ambiziosi, per sostenere strategie di ripresa e transizioni sostenibili, NDC e  strategie a lungo termine di sviluppo a basse emissioni di gas serra, nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo, e definire piani per mobilitare, in linea con i loro mandati, i finanziamenti privati, e l'approvazione interna procedure, continuando a sostenere la realizzazione dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

26. Ci impegniamo a ridurre significativamente le nostre emissioni collettive di gas serra, tenendo conto delle circostanze nazionali e nel rispetto dei nostri NDC. Riconosciamo che le emissioni di metano rappresentano un contributo significativo al cambiamento climatico e riconosciamo, in base alle circostanze nazionali, che la sua riduzione può essere uno dei modi più rapidi, più fattibili e più convenienti per limitare il cambiamento climatico e i suoi effetti. Accogliamo con favore il contributo di varie istituzioni, al riguardo, e prendiamo nota di iniziative specifiche sul metano, tra cui l'istituzione dell'International Methane Emissions Observatory (IMEO). Promuoveremo ulteriormente la cooperazione, per migliorare la raccolta dei dati, la verifica e la misurazione a supporto degli inventari dei gas serra e per fornire dati scientifici di alta qualità.

27. Aumenteremo i nostri sforzi per attuare l'impegno assunto nel 2009 a Pittsburgh di eliminare e razionalizzare, nel medio termine, i sussidi inefficienti ai combustibili fossili che favoriscono gli sprechi e ci impegniamo a raggiungere questo obiettivo, fornendo un sostegno mirato ai più poveri e ai più vulnerabili.

28. Riconosciamo lo stretto legame tra clima ed energia e ci impegniamo a ridurre l'intensità delle emissioni nel settore energetico, nell'ambito degli sforzi di mitigazione,  per rispettare tempi coerenti con l'obiettivo di Parigi della temperatura. Collaboreremo per l'implementazione e la diffusione di tecnologie a emissioni a zero o a basse emissioni di carbonio e rinnovabili, compresa la bioenergia sostenibile, per consentire la transizione verso sistemi energetici a basse emissioni. Ciò consentirà anche a quei paesi che si impegnano a eliminare gradualmente i nuovi investimenti nella generazione di energia dal carbone senza abbattimenti  per farlo il più presto possibile. Ci impegniamo a mobilitare finanziamenti internazionali pubblici e privati ​​per sostenere lo sviluppo di un'energia green, inclusiva e sostenibile e porremo fine alla erogazione di finanziamenti pubblici internazionali per nuova generazione di energia a carbone senza abbattimento all'estero entro la fine del 2021.

29. Mentre ci stiamo riprendendo dalla crisi, ci impegniamo a mantenere la sicurezza energetica, mentre affrontiamo il cambiamento climatico e garantiamo transizioni giuste e ordinate dei nostri sistemi energetici che garantiscano l'accessibilità economica, anche per le famiglie e le imprese più vulnerabili. In questo sforzo, rimarremo vigili sull'evoluzione dei mercati energetici, tenendo conto delle tendenze nel corso degli anni, e promuoveremo un dialogo intenso. Di conseguenza, il G20 in collaborazione con l'International Energy Forum (IEF) faciliterà un dialogo tra produttori e consumatori per rafforzare efficienza, trasparenza e stabilità dei mercati energetici. Sottolineiamo l'importanza di mantenere flussi di energia ininterrotti da varie fonti, fornitori e provenienze, esplorando percorsi con una maggiore sicurezza energetica e la stabilità dei mercati, promuovendo al contempo l'apertura, la concorrenza e la libertà dei mercati energetici internazionali. Riconosciamo il ruolo della digitalizzazione nel migliorare la sicurezza energetica e la stabilità del mercato attraverso una migliore pianificazione energetica, garantendo nel contempo la sicurezza dei sistemi energetici contro i rischi di attacchi, anche attraverso l'uso doloso delle TIC. Oltre a continuare ad affrontare sfide tradizionali per la sicurezza energetica, siamo consapevoli che le transizioni verso l'energia pulita richiedono un miglioramento della comprensione della sicurezza energetica, integrando aspetti come la quota crescente delle fonti di energia intermittente, la crescente domanda di accumulo di energia, la flessibilità del sistema che modifica i modelli climatici, l'aumento degli eventi meteorologici estremi, lo sviluppo responsabile delle tipologie e delle fonti energetiche, catene di approvvigionamento affidabili di minerali e materiali critici responsabili e sostenibili, nonché dei semiconduttori e delle relative tecnologie.

30. Politiche per la transizione e la finanza sostenibile. ... Siamo d'accordo sull'importanza di un'analisi più sistematica di rischi macroeconomici derivanti dal cambiamento climatico e dei costi e benefici delle diverse transizioni, nonché dell'impatto macroeconomico e distributivo delle strategie di prevenzione dei rischi e delle politiche di mitigazione e adattamento, anche avvalendosi di metodologie consolidate. Noi chiediamo ai diversi filoni di lavoro del G20 ad agire in sinergia, nell'ambito dei rispettivi mandati ed evitando duplicazioni, per informare le nostre discussioni sul mix di politiche più appropriato per passare a economie a basse emissioni di gas serra, tenendo conto delle circostanze nazionali. Tale mix di politiche dovrebbe includere investimenti in infrastrutture sostenibili e tecnologie innovative che promuovono decarbonizzazione ed economia circolare e un'ampia gamma di meccanismi fiscali, di mercato e normativi per sostenere le transizioni verso l'energia pulita, compreso, se del caso, l'uso di meccanismi di tariffazione del carbonio e degli incentivi, fornendo al contempo un sostegno mirato ai più poveri e ai più vulnerabili ...

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31 Ottobre 2021, ore 18:00. Primer sulla COP 26: I contenuti del documento finale del G20 di Roma secondo la Reuters

I leader del Gruppo delle 20 principali economie hanno concordato oggi una dichiarazione finale che ha sollecitato un'azione significativa ed efficace per limitare il riscaldamento globale, ma hanno assunto pochi impegni concreti e ha deluso gli attivisti del clima. Il risultato di giorni di duri negoziati tra i diplomatici lascia un enorme lavoro da fare alla COP 26, dove la maggior parte dei leader del G20 volerà direttamente da Roma. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che venerdì ha avvertito che il mondo sta precipitando a capofitto verso il disastro climatico, ha affermato che il vertice di Roma non ha soddisfatto le sue speranze ma non le ha nemmeno sepolte: "Mentre accolgo con favore il reimpegno del G20 verso soluzioni globali, lascio Roma con le mie speranze insoddisfatte, ma almeno non sono tramontate", ha detto in un tweet. "Avanti alla COP 26 di Glasgow per mantenere vivo l'obiettivo degli 1,5 °C e per attuare le promesse sulla finanza e l'adattamento per le persone e il pianeta". La soglia degli 1,5°C deve essere soddisfatta, secondo gli esperti delle Nazioni Unite, per evitare una drammatica accelerazione degli eventi climatici estremi come siccità, tempeste e inondazioni, e per raggiungerla, raccomandano di raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050. La posta in gioco è enorme, tra cui la sopravvivenza stessa dei paesi bassi, l'impatto sui mezzi di sussistenza economici in tutto il mondo e la stabilità del sistema finanziario globale.

Un autorevole commentatore dice che il G20 ha agito con la responsabilità che ha in quanto comunità dei principali responsabili delle emissioni, ma stiamo vedendo solo mezze misure piuttosto che azioni concrete ed urgenti. Il blocco del G20, che comprende Brasile, Cina, India, Germania e Stati Uniti, rappresenta circa l'80% delle emissioni globali di gas serra. Il documento finale afferma che gli attuali piani nazionali su come ridurre le emissioni dovranno essere rafforzati se necessario (?) e non fa alcun riferimento specifico al 2050 come data per raggiungere le emissioni nette di carbonio zero. “Riconosciamo che gli impatti del cambiamento climatico agli 1,5 °C sono molto inferiori rispetto ai 2 °C. Mantenere 1,5 °C alla portata delle politiche richiederà azioni significative ed efficaci e impegno da parte di tutti i paesi", afferma il comunicato. I leader hanno riconosciuto solo l'importanza chiave di fermare le emissioni nette entro la metà del secolo o intorno alla metà del secolo, una frase che ha rimosso la data del 2050 che sembrava contenute nelle versioni precedenti della dichiarazione finale, frase che  rende l'obiettivo piuttosto indeterminato. La Cina, il più grande emettitore di CO2 al mondo, ha fissato una data obiettivo del 2060 e anche altri grandi inquinatori come India e Russia non si sono impegnati a rispettare la data obiettivo del 2050.

Gli esperti delle Nazioni Unite affermano che anche se gli attuali piani nazionali saranno pienamente attuati, il mondo viaggia verso un riscaldamento globale di 2,7 °C, con conseguenze catastrofiche. La dichiarazione finale del G20 include un impegno a fermare il finanziamento della produzione di energia elettrica a carbone all'estero entro la fine di quest'anno, ma non fissa una data per l'eliminazione graduale dell'energia a carbone, promettendo solo di farlo il prima possibile. Questo modo di dire ha sostituito un obiettivo fissato in una precedente bozza della dichiarazione finale che dichiarava di  raggiungere questo obiettivo entro la fine degli anni '30, mostrando quanto sia forte il respingimento da parte di alcuni paesi dipendenti dal carbone. Il G20 non ha inoltre fissato alcuna data per l'eliminazione graduale dei sussidi ai combustibili fossili, affermando che mireranno a farlo a medio termine (?).

Sul metano, che ha un impatto più potente ma meno duraturo dell'anidride carbonica sul riscaldamento globale, hanno annacquato la loro formulazione da una precedente bozza che si impegnava i paesi del G20 allo sforzo di ridurre significativamente le loro emissioni collettive di metano. La dichiarazione finale riconosce semplicemente che la riduzione delle emissioni di metano è uno dei modi più rapidi, fattibili ed economici per limitare il cambiamento climatico.

Fonti del G20 hanno affermato che i negoziati sono stati difficili sul finanziamento per il clima, che si riferisce all'impegno del 2009 delle nazioni ricche di fornire $ 100 GUS$ all'anno entro il 2020 per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare il cambiamento climatico. Non sono riusciti a mantenere l'impegno, generando sfiducia e una riluttanza tra alcune nazioni in via di sviluppo ad accelerare i loro impegni di riduzione delle emissioni. "Ricordiamo e riaffermiamo l'impegno assunto dai paesi sviluppati, verso l'obiettivo di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020 e annualmente fino al 2025 per soddisfare le esigenze dei paesi in via di sviluppo", afferma la dichiarazione del G20. I leader sottolineano nel comunicato l'importanza di raggiungere pienamente questo obiettivo il prima possibile. L'Italia triplicherà il suo contributo finanziario per il clima a 1,4 GUS$ all'anno per i prossimi cinque anni, ha affermato il primo ministro Mario Draghi. Ma l'importo è considerevolmente inferiore a quello che i più stimano dovrebbe essere il contributo equo del paese.

Le Nazioni Unite hanno affermato che la scorsa settimana le concentrazioni di gas serra hanno raggiunto un record nel 2020 e che il mondo è molto fuori strada nel limitare l'aumento delle temperature. I leader mondiali inizieranno la COP26 lunedì con due giorni di discorsi che potrebbero includere alcuni nuovi impegni per il taglio delle emissioni, prima che i negoziatori tecnici si scontrino sulle regole dell'accordo sul clima di Parigi del 2015.

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30 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: Cosa si deve fare e chi lo deve fare nel negoziato che si apre a Glasgow

Circa 20.000 persone provenienti da 196 paesi, tra cui leader mondiali, scienziati e attivisti, si riuniranno a Glasgow per il vertice sul clima delle Nazioni Unite più atteso da anni. Durante l'evento di due settimane, funzionari governativi e leader aziendali presenteranno i loro ultimi impegni per ridurre le emissioni di gas serra, mentre gli scienziati discutono degli sforzi per monitorare le emissioni, comprendere gli impatti e far avanzare il potenziale soluzioni climatiche. I negoziatori continueranno anche le discussioni sugli aiuti finanziari ai paesi a basso reddito, che hanno contribuito meno alla crisi climatica, ma che ora devono prepararsi alle sue conseguenze e sviluppare le proprie economie senza fare affidamento sui combustibili fossili. Continuano a infuriare le discussioni  su come definire e monitorare i finanziamenti per il clima, ora che anche i paesi ricchi riconoscono di non aver rispettato l'impegno, preso 12 anni fa, di fornire 100 GUS$ all'anno alle nazioni in via di sviluppo entro il 2020. Le valutazioni scientifiche hanno anche confermato che gli impegni presi dai governi a Parigi non sono stati mantenuti. I paesi hanno l'obbligo legale ai sensi dell'accordo di Parigi di presentare piani climatici in linea con le ultime valutazioni scientifiche.

La presidenza britannica della COP 26 ha stabilito le proprie priorità per i colloqui, vale a dire l'ambizione di mantenere 1,5 gradi alla portata, l'adattamento, il finanziamento e la collaborazione. Questi sono stati rozzamente riassunti dal primo ministro britannico Boris Johnson come: carbone, automobili, contanti e alberi. L'agenda formale della COP 26 è suddivisa in vari percorsi. Uno è per la stessa COP, ovvero la conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). C'è poi una Conferenza delle parti che funge da riunione delle parti (CMA) per il Protocollo di Kyoto (CMA 16) e analogamente per l'Accordo di Parigi (CMA  3). Infine, ci sono tracce per due organismi tecnici, l'Organismo sussidiario per l'attuazione (SBI52-55) e l'organismo sussidiario per la consulenza scientifica e tecnologica (SBSTA52-55). Le questioni che devono essere negoziate formalmente includono i progressi nella fornitura di finanziamenti per il clima, inclusa la comunicazione periodica di quanto ha dato e sarà dato da ciascun paese. I colloqui discuteranno l'equilibrio tra i finanziamenti per la mitigazione rispetto all'adattamento e un nuovo obiettivo dal 2025 in poi, che deve essere superiore all'impegno esistente per i paesi ricchi di erogare 100 GUS$ all'anno. Questo obiettivo, per ora mancato, si dice nei corridoi che verrà raggiunto entro il 2023. Molte parti dei colloqui riguarderanno l'ambizione, vale a dire i progressi verso gli obiettivi dell'accordo di Parigi sulla limitazione del riscaldamento, la fornitura di finanziamenti per il clima e il sostegno all'adattamento. I negoziatori affronteranno anche la questione delle perdite e danni causati dall'inevitabile cambiamento climatico, compresi i dettagli operativi della Rete di Santiago che dovrebbe offrire assistenza tecnica e dibatteranno sull'eventuale messa a disposizione di ulteriori finanziamenti specifici per il clima per gestire questo problema.

L'articolo 6 dell'accordo di Parigi, sulla cooperazione internazionale volontaria, che comprende la spinosa questione dei mercati del carbonio, rimane irrisolto, tre anni dopo che il resto del libro delle regole di Parigi è stato finalizzato. I punti critici includono come – o anche se – evitare il doppio conteggio dei tagli alle emissioni commerciati come permessi di emissione di carbonio e se accantonare una quota dei proventi del commercio per sostenere l'adattamento. Recenti notizie di stampa riferiscono una posizione ammorbidita dal Brasile, che è stata la principale fonte di opposizione a regole forti sul doppio conteggio nei vertici precedenti. I negoziatori devono anche decidere se consentire il riporto di schemi, metodologie e/o crediti creati nell'ambito del mercato del carbonio del Protocollo di Kyoto, il meccanismo di sviluppo pulito, CDM. Altre questioni per l'articolo 6 includono come ottenere una mitigazione complessiva reale quando vengono scambiati tagli alle emissioni, forse tramite la cancellazione automatica di una frazione dei crediti, nonché come o se salvaguardare specificamente i diritti umani nel nuovo mercato del carbonio. La COP 26 tenterà anche di concordare tempi comuni per gli impegni climatici dei paesi, i ben noti NDC che sono finora stati rilasciati con scadenze variabili,  e il quadro di trasparenza rafforzato di Parigi, in modo da poter monitorare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi dichiarati. L'UE si è recentemente espressa a favore di tempi comuni quinquennali per gli impegni, essendosi precedentemente opposta a questa soluzione. Infine, i paesi devono elaborare i restanti dettagli dell'inventario globale (il cosiddetto global stocktaking) che valuterà i progressi complessivi verso gli obiettivi dell'accordo di Parigi. Ciò dovrebbe iniziare poco dopo la COP 26 e terminare nel 2023.

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29 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: Il G20 a Roma di domani e dopodomani  condiziona la  COP 26. Le indiscrezioni sul comunicato finale

Il prossimo vertice sul clima della COP 26 è un momento decisivo nella lotta per mantenere il pianeta dalla catastrofe climatica, secondo il  Financial Times. Eppure i presagi non sono propizi. La pandemia ha ritardato di un anno il vertice e ha creato miseria logistica. Sebbene la maggior parte dei paesi abbia presentato piani nuovi o aggiornati, il risultato combinato lascia ancora il mondo con la prospettiva di 2,7 °C di riscaldamento entro la fine del secolo. Il rischio di fallimento a Glasgow è reale, eppure la chiave per il successo della COP 26 è in gran parte nelle mani dei leader dei paesi del G20 di Roma, condizionato dal convitato di pietra Xi Jinping. 

Conforta che il Presidente americano atterra a Roma nella notte portando con sé la notizia che gli Stati Uniti investiranno 550 GUS$ nella lotta al cambiamento climatico. Mai finora un paese o una regione avrebbero messo in campo uno sforzo di questa portata. Non è però chiaro, nemmeno questa volta, come il Presidente riuscirà ad ottenere il consenso del Congresso.

I leader di Russia e Cina partecipano da remoto. La Turchia ha quasi scatenato un incidente diplomatico alla vigilia dell'incontro. E gli Stati Uniti, l'Australia e la Francia saranno allo stesso tavolo per la prima volta da quando Washington e Parigi sono entrati in conflitto per la questione dei sottomarini. IL vertice del Gruppo dei 20 previsto per questo fine settimana a Roma è il primo incontro di persona dei leader delle maggiori economie mondiali dall'inizio della pandemia di COVID-19. Non appena l'evento si conclude inizia il vertice delle Nazioni Unite dedicato al cambiamento climatico. Per molti versi, la riunione di due giorni del G20 funge da preambolo della COP 26 con il dossier sul clima al centro della scena. Alcuni dei presidenti e dei primi ministri partecipanti si sono incontrati a un vertice del Gruppo dei sette incentrato sul COVID a luglio e alcuni si sono incontrati nei corridoi delle Nazioni Unite durante l'Assemblea generale a New York il mese scoo. Ma questa è la prima volta che i leader dei paesi che rappresentano il 75% del commercio globale e il 60% della popolazione mondiale si riuniranno in gruppo dopo quasi due anni di blocco. Sebbene la ripresa economica sia uno dei punti principali dell'agenda, l'Italia ospitante spera che i leader stabiliscano una scadenza condivisa a metà del secolo per raggiungere lo zero netto delle emissioni di gas serra e vuole esplorare anche un impegno per ridurre le emissioni di metano. Le Nazioni Unite e gli attivisti per il clima vogliono anche che i paesi del G20 mantengano i loro impegni di lunga data di fornire 100 GUS$ all'anno in aiuti per il clima per aiutare le nazioni povere a far fronte agli impatti del riscaldamento globale. I membri del G20 sono responsabili di oltre l'80% delle emissioni globali e quindi il futuro del clima è nelle loro mani.

Ma cosa si può sperare se il leader della Cina, primo inquinatore di carbonio al mondo e numero due dell'economia, non si presenta a Roma?  La Cina ha   in funzione più di 1.000 centrali a carbone e 240 circa programmate o già in costruzione. Insieme, le centrali a carbone della seconda economia mondiale emetteranno 170 GtCO2 nel corso della loro vita, più di tutte le emissioni globali di CO2 tra il 2016 e il 2020, secondo i dati BP. Il presidente Xi Jinping, che non lascia la Cina dall'inizio del 2020, dovrebbe partecipare a distanza, così come il presidente russo Vladimir Putin. Anche il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador non verrà e il primo ministro giapponese Fumio Kishida non ha confermato la sua presenza a causa delle elezioni nazionali del fine settimana. L'assenza di Xi e Putin è un segnale che dovrebbe preoccupare l'Europa. Se la Cina non viene a Roma, se la Russia, che ha molto da vendere all'Europa non èartecipa G-20, questo G20 potrbbe essere una conferma della fragilità europea da il punto di vista energetico, e non solo. L'annuncio del mese scorso di un accordo tra Stati Uniti e Gran Bretagna per vendere sottomarini nucleari all'Australia ha scoperto la vulnerabilità geopolitica dell'Europa. L'accordo ha fatto naufragare l'accordo da 66 GUS$ della Francia per la vendita di sottomarini diesel di fabbricazione francese in Australia e ha portato un governo francese a intraprendere l'azione senza precedenti di richiamare i suoi ambasciatori negli Stati Uniti e in Australia. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il presidente francese Emmanuel Macron si sono parlati due volte al telefono e dovrebbero incontrarsi in privato a Roma. Macron mira a garantire il sostegno degli Stati Uniti per l'istituzione di una difesa europea più forte, complementare alla NATO che contribuisca alla sicurezza globale. Macron non ha parlato con il primo ministro australiano Scott Morrison da quando la vendita dei sottomarini in Francia è andata a vuoto.

La Turchia, uno dei membri del G20, era in grado di gettare un velo sull'imminente riunione quando la scorsa settimana ha minacciato di espellere gli ambasciatori di 10 nazioni occidentali per il loro sostegno a un attivista incarcerato. Quattro degli inviati minacciati provenivano dalle nazioni del G20 Germania, Francia, Canada e Stati Uniti. Il G-20 include anche Argentina, Australia, Brasile, Cina, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Regno Unito e Unione Europea. La Spagna detiene un seggio permanente. Il premier italiano Mario Draghi, che ha contribuito a salvare l'euro, avrà il suo da fare nel tentativo di guidare l'incontro verso l'assunzione di alcuni solidi impegni climatici in vista di Glasgow ed al contempo tracciare una nuova via per l'Europa nel complesso quadro del multilateralismo.

Nelle ultime ore alcuni giornalisti (Reuters, Bloomberg, altri...) hanno visto una bozza di comunicato, soggetta a modifiche, che dice: ci impegniamo ad affrontare la sfida esistenziale del cambiamento climatico. Riconosciamo l'importanza chiave del raggiungimento dell'azzeramento netto delle emissioni globali di gas serra o della neutralità del carbonio entro il 2050. Tuttavia, la data del 2050 appare nella bozza tra parentesi, indicando che è ancora oggetto di negoziazione. Altri impegni nella bozza includono che i membri del G20 faranno il massimo per smettere di costruire nuove centrali elettriche a carbone ma "tenendo conto delle circostanze nazionali", come si dice per evitare impegni fermi. I leader del G20 affermerebbero di voler interrompere il finanziamento del carbone offshore e di voilersi impegnare a fondo per un sistema energetico largamente decarbonizzato negli anni '30. La bozza di 11 pagine è datata giovedì e mostra che i risultati chiave devono ancora essere concordati. Molti riferimenti a obiettivi e scadenze sul clima sono ancora tra parentesi o con grandi strisce di testo evidenziate in vari colori, il che significa che non sono stati finalizzati. Ciò include il voto di intraprendere un'azione immediata per mantenere a portata di mano l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Nel complesso sembra che i negoziati siano molto lenti, in particolare su questioni climatiche ed energetiche. La Cina e l'India sono state un ostacolo alla stesura della dichiarazione, sembra, con la delegazione cinese che insisteva sui punti contesi. Porre fine al finanziamento del carbone all'estero potrebbe evitare emissioni pari a 230 MtCO2 all'anno. Un thinktank italiano propone quattro test climatici per il G20 tra cui finanza e accesso ai vaccini, sbloccando trilioni di potenza finanziaria per una ripresa equa e transizioni climatiche, tagli più rapidi delle emissioni per limitare il riscaldamento a 1,5 °C e nuovi impegni sul carbone. Il consenso, però, non è affatto garantito.

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28 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: Un nuovo assessment degli NDC presentati negli ultimi giorni: a fine secolo il global warming sarà di 2,7 °C

C'è un'ampia copertura attraverso i media internazionali del nuovo rapporto sul divario delle emissioni dell'UNEP, l'ultimo Emissions Gap Report. Porta alla conclusione chiave che il pianeta si scalderà di 2,7 °C rispetto ai livelli preindustriali anche con i nuovi impegni assunti dai paesi in vista del vertice sul clima COP 26. Si tratta di un livello disastroso che causerebbe inondazioni devastanti, ondate di caldo e il rischio di pericolosi punti di non ritorno (tipping points). Sommando i piani e gli impegni dei governi sul clima si stima che essi equivalgono a non meglio di 4 GtCO2 in meno dalle emissioni annuali nel 2030 rispetto ai piani originali, che risalgono ai tempi dell'accordo di Parigi. Per avere la possibilità di rimanere al di sotto di 1,5 °C di riscaldamento, un obiettivo adeguato all'accordo internazionale di Parigi, sarebbe necessario che le emissioni nel 2030 siano inferiori di 28 GtCO2 rispetto a quanto previsto dall'attuale impegno.

La stampa inglese più qualificata commenta sull'aumento della temperatura superficiale media terrestre prevedibile con gli attuali impegni, osservando che il mondo non è riuscito a ricostruire meglio (build back better), noi diremmo a fare della resilienza climatica trasformativa, dopo il Covid-19, certamente perché solo circa un quinto della spesa per la ripresa è stata destinata agli sforzi per ridurre le emissioni. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha definito i risultati del rappoto dell'UNEP un segnale, un thundering wake up call, per i leader mondiali, mentre gli esperti hanno chiesto un'azione drastica contro le compagnie che commerciano e le imprese che usano i combustibili fossili". Il New York Times osserva che la stima della temperatura presuppone che ogni paese mantenga effettivamente le sue promesse, quelle dichiarate negli NDC aggiornati, osservando che molti governi non hanno ancora messo in atto politiche o leggi per raggiungere i loro obiettivi dichiarati a breve e a medio termine, come del resto fa notare lo stesso Rapporto dell'UNEP. I paesi del G20, che rappresentano l'80% delle emissioni globali, non sono sulla buona strada per raggiungere i loro impegni originali, né meno che mai quelli nuovi,  per il 2030. Il rapporto dell'UNEP esamina anche i 50 paesi, più l'UE, che si sono impegnati a raggiungere lo zero netto per la metà del secolo, concludendo che questi piani potrebbero ridurre di 0,5 °C l'aumento della temperatura entro il 2100. Tuttavia, il problema è che molte delle strategie connesse a questi obiettivi net-zero sono ambigue. Il rapporto arriva dopo una raffica di nuovi impegni sul clima, avanzati la scorsa settimana, anche da parte degli esportatori di combustibili fossili dell'Arabia Saudita e dell'Australia.

Separatamente la UN Environment Programme Finance Initiative ha pubblicato un rapporto per il gruppo delle principali economie del G20 che si riunisce prima del vertice COP 26 a Roma, alla fine di questa settimana, che li esorta a garantire che gli impegni net-zero assunti dalle istituzioni finanziarie siano solidi, supportati dalla scienza e a concordare una volta per tutte la fine del finanziamento per nuovi progetti di combustibili fossili. a quanto ci è dato sapere questa è la prima volta che l'organismo delle Nazioni Unite si pronuncia esplicitamente su questo problema. Inoltre, il Financial Times riporta che l'ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore e il finanziere David Blood hanno creato un nuovo gestore patrimoniale che, secondo loro, darà la priorità all'affrontare il cambiamento climatico anziché ai rendimenti finanziari a breve termine e quindi trasformerà concettualmente e radicalmente il modello di investimento tradizionale. Il giornale ha un articolo che richiama i giganti degli investimenti ad assumersi la responsabilità del cambiamento dato che sono gli unici ad avere la potenzialità di fare davvero la differenza per il pianeta.

A seguito delle notizie di inizio settimana sulle nazioni più ricche che non riescono a mantenere il loro impegno di aumentare i finanziamenti internazionali per il clima ai paesi più poveri, il Guardian riporta un nuovo articolo che rileva che i paesi a basso reddito spendono cinque volte di più per pagare gli interessi dei loro debiti debito rispetto a quanto spendono per far fronte all'impatto del cambiamento del clima e alla riduzione delle emissioni. In effetti gran parte del finanziamento che viene dato alle nazioni più povere arriva loro sotto forma di prestiti aggiuntivi.

Passando all'analisi dei comportamenti del settore privato, un altro rapporto di un gruppo di NGO denuncia che i piani climatici elaborati da un parte rilevante dei principali inquinatori, tra cui BP e Microsoft, sono carenti a causa della loro forte dipendenza da strategie net-zero che presumono che si possa continuare a emettere gas serra fintanto che un giorno si troverà il modo di rimuoverli attivamente dall'atmosfera.

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27 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: Il mistero della politica climatica degli Stati Uniti

I politici americani, repubblicani, ma non solo, sono corrotti. Così dichiara Jeffrey Sachs, direttore del Center for Sustainable Development alla Columbia University, alla sessione internazionale degli Stati generali della green economy 2021 di Rimini. Jeffrey Sachs è stato nominato da Papa Francesco membro ordinario della Pontificia accademia delle scienze sociali, prestigioso consesso di accademici in cui siede, fra gli altri, anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Sachs è stato uno degli autori principali dell’enciclica climatica Laudato si’ del 2015 e da allora è stato onnipresente nei dibattiti economici e sociali nell’orbita vaticana.

I corruttori di cui parla Sachs vanno ricercati nella vasta corte di industrie e di governi corrivi che conosciamo con il nome di Big oil. Da qui nascerebbero le difficoltà del Presidente Biden a portare avanti la sua politica e presentarsi a Glasgow da sommo protagonista come fece Obama a Parigi con in mano un documento congiunto cl presidente cinese, Xi Jinping. In realtà si tratta di un andirivieni. A Kyoto Al Gore, vice di Clinton,  costruì e firmo l'omonimo Protocollo, ma gli Stat Uniti di Bush si ritirarono prontamente. Gli Stati Uniti ricomparvero alla COP di Bali nel 2007, senza rientrare nel Protocollo di Kyoto, ma come costruttori e promotori di un patto universale sul clima, legally binding, che molto tempo dopo, dopo il disastro USA - Cina del 2009 a Copenhagen, fu realizzato a Parigi nel 2015. Anche qui non ci fu molto tempo prima che Trump facesse le valigie, mettendo in crisi l'Accordo, Ora Biden è rientrato nell'accordo. In queste trentennali vicende mai si è verificato che il Senato o il Congresso americani abbiano espresso un voto favorevole ad un impegno americano nella lotta ai cambiamenti climatici. I presidenti democratici si sono potuti muovere solo negli spazi angusti delle prerogative riservate al loro ruolo. Ora che farà Biden con le scadenze ravvicinate del G 20 in Italia e della COP 26 in Scozia, eventi ai quali sarà presente con tutta l'intenzione di farla da protagonista?

Sullo sfondo c'è sempre il conflitto di interessi con la Cina, prima perché esentata dagli obblighi di riduzione delle emissioni del Protocollo di Kyoto ai sensi della Convenzione climatica del 1992 di Rio de Janeiro, ora perché le due superpotenze si contendono i mercati e la supremazia mondiale sul terreno della green economy. Come dice Sachs una guerra fredda climatica tra i due giganti sarebbe la scelta peggiore. La parola d'ordine è cooperare, magari soltanto per contenere i cambiamenti climatici che stanno massacrando entrambi i paesi. Non sarà facile, vedremo.

Da quando Joe Biden ha prestato giuramento come Presidente degli Stati Uniti nel gennaio 2021, la sua amministrazione ha adottato misure per affrontare il cambiamento climatico come una delle sue principali priorità e per impegnarsi nuovamente nella diplomazia internazionale per allineare gli Stati Uniti come leader globale sul cambiamento climatico. L'amministrazione Biden ha fissato obiettivi ambiziosi e ampi piani per l'azione per il clima, ma il Congresso dovrà approvare una nuova legislazione che lo consenta. Le emissioni degli Stati Uniti, diminuite a causa della pandemia si prevede che aumenteranno di nuovo senza nuove politiche. Gli Stati Uniti hanno presentato un NDC migliorato ma non siano sufficiente per il percorso di Parigi, si tratterebbe del 50% di riduzione al 2030. Questo giudizio, secondo il CATUS Climate  Action Tracker, non include i due atti legislativi attualmente all'esame del Congresso: il piano per l'occupazione americano da 1.000 GUS$ del presidente Biden (legge per le infrastrutture) o la legge di bilancio molto più grande, da 3,5 GUS$, poiché i due progetti devono ancora essere approvato dalla Camera dei rappresentanti e sono oggetto di negoziazione.

Il presidente Biden ha ordinato alle agenzie e ai dipartimenti di attuare politiche favorevoli al clima in tutto il governo e di rivedere e affrontare la promulgazione della cancellazione  dei provvedimenti climatici dei quattro anni precedenti. In uno dei suoi primi ordini esecutivi, il presidente Biden ha riaffermato l'obiettivo di raggiungere emissioni nette di gas a effetto serra pari a zero entro il 2050 e ha istituito un approccio a livello di governo per affrontare il cambiamento climatico, imponendo l'uso del potere d'acquisto federale, della proprietà e delle terre e delle acque pubbliche per sostenere l'azione per il clima e l'istituzione di interagenzie di alto livello per facilitare il coordinamento, la pianificazione e l'azione per il clima a livello federale. Ha anche chiesto ai capi delle agenzie di identificare i sussidi ai combustibili fossili e adottare misure per fermarli; ha sospeso i contratti di locazione per le  trivellazioni di petrolio e gas naturale nell'Arctic National Wildlife Refuge e ha revocato i permessi per l'oleodotto Keystone XL. L'American Rescue Plan Act, firmato  l'11 marzo 2021, mentre si concentrava principalmente su COVID-19 e misure di stimolo economico per le famiglie, includeva anche una serie di disposizioni relative al clima. La legge prevede oltre 30 GUS$ per assistere i sistemi di trasporto di massa che hanno subito perdite a causa della riduzione dei passeggeri durante la pandemia. La legge fornisce inoltre 350 GUS$ ai governi statali e locali che svolgono un ruolo importante nell'attuazione e nell'applicazione di misure locali per l'energia e il clima.

Il NDC degli Stati Uniti per il 2030 è coerente con i 2 °C di riscaldamento, ma non ancora coerente con il limite di temperatura di 1,5 °C dell'accordo di Parigi. Le politiche e le azioni degli Stati Uniti nel 2030 non portano a percorsi di emissione in calo e comporterebbe comunque emissioni superiori ai suoi obiettivi. Inoltre, gli Stati Uniti devono anche fornire ulteriore sostegno agli altri. Le proiezioni sulle emissioni per il 2020 sono inferiori del 20% ai livelli del 2005, ovvero da 2 a 6%  in meno rispetto all'obiettivo per il 2020. L'amministrazione Biden ha fissato l'obiettivo di decarbonizzare il settore energetico entro il 2035, il che è coerente con un percorso dell'accordo di Parigi. Per raggiungere questo obiettivo, l'amministrazione intende stabilire uno standard per l'energia pulita (CES) e investire 65 GUS$ nella modernizzazione della rete elettrica ma, anche qui, il Congresso deve approvare. Ha inoltre fissato l'obiettivo del 50% di tutti i nuovi veicoli venduti nel 2030 a zero emissioni. Ha inoltre proposto standard più severi per il risparmio di carburante e le emissioni per i veicoli passeggeri per gli anni 2023 - 2026 e una riduzione graduale della produzione e del consumo di idrofluorocarburi (HFC) nei prossimi 15 anni. L'attuazione di queste politiche proposte porterebbe a una riduzione del 2% delle emissioni nel 2030 rispetto alle attuali proiezioni politiche.

Le politiche e le azioni climatiche degli Stati Uniti al 2030 necessitano di miglioramenti sostanziali per essere coerenti con il limite di temperatura di 1,5 °C dell'accordo di Parigi. Se tutti i paesi seguissero l'approccio statunitense, il riscaldamento raggiungerebbe i 2 - 3 °C a fine secolo. L'obiettivo di ridurre le emissioni del 50% - 52% (o 43 -50% escludendo il LULUCF) al di sotto dei livelli del 2005 entro il 2030 è quasi sufficiente rispetto ai percorsi delle emissioni domestiche ma non sarebbe equo nel confronto internazionale. Se tutti i paesi seguissero questo approccio, il riscaldamento potrebbe essere mantenuto a, ma non molto, al di sotto dei 2 °C. L'amministrazione Biden si è impegnata ad aumentare i suoi finanziamenti per il clima, ma i contributi alla fine del 2020 sono stati bassi rispetto alla sua giusta quota. Gli Stati Uniti devono aumentare il livello dei loro contributi finanziari internazionali per il clima nel periodo post-2020 e accelerare la graduale eliminazione dei finanziamenti fossili all'estero.

Il Piano Biden propone emissioni nette pari a zero per gli Stati Uniti entro il 2050, ma l'obiettivo non è  stato approvato in legge. Per ora l'obiettivo risulta ripetutamente menzionato negli ordini esecutivi, che hanno forza di legge, che si riferiscono all'attuazione di politiche o strategie coerenti con questo obiettivo. L'obiettivo è stato menzionato anche nella presentazione ufficiale del NDC e in altri piani nazionali, incluso il piano infrastrutturale American Jobs Plan.

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26 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: Gli Stati generali della green economy dedicati alla lotta al cambiamento climatico

è Edo Ronchi a mettere a fuoco la gravità del problema nella sua introduzione di apertura degli Stati generali 2021. La COP 26 è a rischio di fallimento perché le ambizioni finora dichiarate da tutti i paesi non sono all'altezza dell'obiettivo di Parigi degli 1,5 °C. Si è già detto che il primo punto all'ordine del giorno a Glasgow è l'adeguamento delle ambizioni agli obiettivi. Ricordiamo infatti che l'accordo di Parigi è basato sulla volontà d'impegno che i vari paesi intendono esprimere, non a quote fisse di abbattimento predeterminate come fu fatto nel 1997 con il Protocollo di Kyoto. Un primo set di impegni fu dichiarato prima di Parigi, gli ultimi risalgono ad oggi, giorno nel quale anche l'Australia, grande produttore e consumatore di carbone, ha fatto sapere che arriverà al net zero entro il 2050, proprio come l'Europa e molti altri. Il problema, dice Ronchi, è la Cina, non perché non abbia essa pure intrapreso una strada per la decarbonizzazione, ma perché lo farà a modo suo ed andrà a Glasgow con tutte le decisioni già prese, senza margini per il negoziato. La Cina vale oggi il 30% circa delle emissioni globali e fino al 2026 non ridurrà le proprie emissioni. La sua posizione, la sua strategia di decarbonizzazione al 2060, contrastano col contemporaneo rilancio della produzione elettrica a carbone per sostenere la sua posizione di vantaggio nella competizione economica mondiale e appare sostanzialmente ricattatoria rispetto al resto del mondo. A Glasgow si opporrà duramente anche alle misure di carbon pricing. Dopo aver portato a casa gran parte della manifattura mondiale dandone una interpretazione a bassa tecnologia e ad alte emissioni, ora non vorrà pagare il prezzo delle maggiori emissioni per la produzione delle sue merci che Europa e Stati Uniti vogliono farle pagare con il meccanismo di adeguamento alle frontiere, noto come border tax, nè indulgerà all'istituzione di un mercato e quindi di un prezzo internazionale del carbonio. Come sempre, pur essendo ormai il primo o il secondo tra i paesi sviluppati, si farà forza dell'appoggio dei paesi in via di sviluppo che è una eredità sicura di un lungo periodo di difesa dei loro interessi nel negoziato internazionale sul clima, e non solo, e della sua larga penetrazione commerciale e finanziaria in quegli stessi paesi.

Secondo l'IEA (Cozzi) che ha recentemente presentato il suo World Energy Outlook, per la prima volta disponibile gratuitamente alla COP 26, a partire dal 2015 le politiche messe in campo in questi sei anni, un arco di tempo molto piccolo,  hanno portato la stima dell'anomalia termica a fine secolo da 3,5 a 2,6 °C. I nuovi NDC finora presentati ed aggiornati ad horas in vista di Glasgow, ci porteranno a 2,1 °C. Il resto è da fare, ma è alla portata, se ognuno fa il proprio dovere. Tutti i fossili avranno il picco nei prossimi dieci anni, subito il petrolio, nel 2025 il gas. Per il carbone, ormai prevalentemente impiegato nella generazione elettrica, si parla di 750 GW installati nel 2011 - 2020 contro i 260 GW tra 1990 e 2000. Dal 2021 al 2030 si stimano nuove installazioni per 350 GW. Al 2030, in un modo o nell'altro, dovremo ridurre le emissioni serra di 6,1 GtCO2eq con uno sforzo ripartito al 40% per le fonti rinnovabili, al 20% per l'efficienza e al 30% con l'eliminazione delle emissioni di metano.

La visione di Ronchi è che non possiamo aspettar l'accordo di tutti e, quindi, che il fronte dei paesi democratici, compresi gli USA, nonostante le sue continue e gravi incertezze, trovi una via comune per la decarbonizzazione e la green economy, tanto da costringere la Cina a inseguire sul piano tecnologico e commerciale. Per ora è certo che i paesi occidentali hanno commesso l'errore di lasciare alla Cina l'iniziativa industriale sulle tecnologie rinnovabili e sul digitale, come nel caso eclatante del 5G, e che la reazione, l'accorciamento delle catene del valore, il recupero delle produzione esternalizzate sarà quanto mai difficile. Troppo vantaggioso è stato a cavallo del secolo globalizzare l'economia sfruttando i bassi salari asiatici ed africani e delocalizzare l'industria pesante e l'attività mineraria, tutto per spostare gli investimenti nel settore finanziario, fare soldi con i soldi e creare povertà, precarietà e disoccupazione. Ora è tardi, ma la lezione delle crisi, ultima quella pandemica, è stata durissima. L'economia occidentale non si è nemmeno dimostrata capace di proteggere il benessere della popolazione, dei giovani e delle donne, come fa invece la Cina. Sono nate le nuove povertà e le miserevoli politiche populiste di stampo protezionistico e retrotopico. Per il côtè democratico sussiste, nonostante tutto questo, una forma etica di superiorità, testimoniata dalla recente dichiarazione della Corte costituzionale tedesca che ha assunto rapidamente una dimensione universalistica, non meno della lezione dei ragazzi di Greta Thunberg che ha puntato il dito senza infingimenti sui governi e sul sistema industriale-finanziario. La sostanza del pronunciamento dei giudici tedeschi ne fa una questione di libertà per le generazioni future. Se andiamo ad esaurire il carbon budget nei prossimi anni, le generazioni sopravvenienti non avranno più la libertà di gestire il clima. Per conseguenza è fatto obbligo alla Germania, e per portato a ciascun singolo paese fuori dalla giurisdizione tedesca, di provvedere comunque a leggi e regole che impediscano l'esaurimento del budget, senza aspettare che si raggiungano i problematici accordi globali in sede ONU che devono necessariamente aspettare di essere sottoscritti da tutti. Si tratta di un vero e proprio nuovo principio che, se accolto, è destinato a mutare la sorte della lotta al cambiamento climatico.

Posto che alcuni pensano che stiamo emergendo dalla pandemia e, riscontrata una effettiva crescita del PIL, al di là delle attese per l'Italia, sono le stesse emissioni serra a riprendere con una forza inattesa che denuncia che due anni di pandemia non hanno cambiato affatto il trend delle emissioni ad andare al passo della crescita, senza disaccoppiarsi affatto. In Italia, che al 2019 era al -27% in fatto di emissioni serra rispetto al 1990, le nostre stime dicono che a fine 2021 ci ritroveremo al +6% rispetto al 2019, dopo l'illusorio crollo del 2020. Così se ne va il primo dei dieci anni da qui al 2030 dove dovremo arrivare al -55%. Ciò è evidentemente inaccettabile. La BCE ci ammonisce che i costi della mitigazione sarebbero oggi un niente rispetto a quanto costeranno gli interventi ritardati. Abbiamo ridotto il consumo di energia del 23% rispetto al 1990 ma dovremo ridurre di un altro 32% al 2030. Se non cambiamo passo raggiungeremo gli obiettivi 2030 nel 2039 e quelli delle rinnovabili, 70% al 2030,  nel 2059, come emerge da un rapporto recente della Fondazione ENEL presentato a Cernobbio. Per le rinnovabili elettriche infatti, negli ultimi cinque anni lo sviluppo si è fermato. Nel 2020 siamo scesi di 0,4 Mtep in energia primaria. Su un TWh di elettricità rinnovabile il 96% è stato fotovoltaico ma l'eolico è andato male. Da un GW di FER elettriche installato nel 2020 dobbiamo passare a 7 GW su base annua, ed un anno se ne è già andato.

Per il nostro paese, conclude Ronchi, occorre una legge per la protezione del clima che definisca i target articolandoli per settori e territori e occorre creare un organismo tecnico indipendente per la valutazione delle misure. Le autorizzazioni vanno concesse in sei mesi e i controlli si faranno dopo. Regioni e comuni vanno coinvolti, anche dando loro poteri sostitutivi. Né si può procedere ignorando la dimensione sociale della transizione, che più che probabilmente sarà accompagnata da una raffica di sindromi nimby (Cingolani) e di opposizioni ambientaliste in nome della difesa del paesaggio. A buttare la palla in tribuna ci si mettono in tanti, come sta succedendo con l'aumento dei prezzi dell'energia, che viene imputato furbescamente alla decarbonizzazione mondiale e locale. Ci pensa l'IEA (Cozzi) a smentire la fake news  e a testimoniare che si stanno verificando strozzature della offerta (il 40% in più di unplanned shutdown in più rispetto all'anno precedente) di origine geopolitica. Irrilevante il carico del prezzo del carbonio, ETS compreso.

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25 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: L'enigma cinese alle soglie della COP26

Non esiste alcun percorso di abbattimento delle emissioni credibile per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C senza che la Cina nel prossimo decennio accelerari la sua transizione energetica e la sua decarbonizzazione. La Cina mira a diventare carbon neutral entro il 2060. Eppure Pechino esita e si protegge nel breve termine, in parte a causa di un contesto macro e geopolitico globale incerto e in parte a causa delle minacce interne di instabilità sociale e stagnazione economica. La posizione negoziale della Cina alla COP 26 di Glasgow si servirà al solito,  più o meno strumentalmente, del sostegno di molti paesi in via di sviluppo, a meno che gli Stati Uniti e gli altri paesi ricchi non riescano a modificare il loro tradizionale atteggiamento rispetto al Sud del mondo per quanto riguarda il finanziamento del clima, la mitigazione e l'adattamento.

La Cina è il più grande emettitore al mondo di anidride carbonica in volume, responsabile di oltre un quarto delle emissioni complessive di gas serra del mondo su base annua. Si prevede che il paese sarà sottoposto a un attento esame alla COP 26  sui suoi  impegni NDC. Significativamente, il presidente cinese Xi Jinping ha affermato che il suo paese mirerà a che le sue emissioni raggiungano il loro punto più alto prima del 2030 e, all'Assemblea Generale ONU 2020 che la neutralità del carbonio sarà raggiunta entro il 2060. Un anno dopo, nella stessa sede,ha anche promesso che il paese smetterà di costruire centrali elettriche a carbone all'estero.

 

 

L'impegno della Cina per il 2030 è ampiamente considerato come un obiettivo che potrebbe essere migliorato; sta infatti continuando a costruire centrali a carbone in casa ed è fuori traiettoria per il limite di riscaldamento globale di 1,5°C. Sebbene sia scontato che il paese sta sfuggendo agli impegni che gli spetterebbero, la mancanza di ambizione nel breve termine è una risposta alle minacce interne di instabilità sociale e ai timori di stagnazione economica e a un ambiente macro e geopolitico globale molto complesso e controverso. Questi pongono grandi sfide per la transizione energetica della Cina. Tutti i paesi hanno assolutamente bisogno di una maggiore ambizione per rendere la COP 26 di Glasgow un successo. Ma come autoproclamato campione dei paesi in via di sviluppo e vulnerabili al clima, la Cina cercherebbe di porsi al riparo dalle critiche per non essere all'altezza. Probabilmente riceverà sostegno da gran parte del Sud del mondo, a meno che i paesi ricchi, che hanno maggiori responsabilità sul clima a causa della loro quota maggiore di emissioni storiche e del mancato rispetto delle promesse sui finanziamenti per il clima per la mitigazione e l'adattamento, non trovino un'efficace rapporto alternativo con i paesi in via di sviluppo.

Il mondo ha bisogno che sia gli Stati Uniti che la Cina riescano ad affrontare congiuntamente il cambiamento climatico. Su base pro capite, le emissioni della Cina sono circa la metà di quelle degli Stati Uniti, mentre i due paesi insieme rappresentano circa il 40% delle emissioni globali di gas serra. Tuttavia, la politica globale è cambiata notevolmente da quando è stato firmato l'accordo di Parigi del 2015 e il quadro che ha guidato l'impegno bilaterale tra le superpotenze del carbonio di allora è improbabile che sia utile ora. Il meglio che la cooperazione climatica USA-Cina può sperare di ottenere è una riduzione delle ostilità in questa area, dove il cambiamento climatico è responsabilità comune, anche se le altre tensioni, economiche e militari, aumentano. La forza di questa ipotesi, alquanto immaginifica, è che va oltre la dicotomia competizione contro cooperazione, accettando che entrambi i paradigmi possano coesistere ed essere utili per una corsa verso l'alto sull'azione globale per il clima.

In questa situazione sempre più pericolosa, le crescenti tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina hanno alzato ulteriormente la posta in gioco. Non è più tempo di cooperazione sul clima e di impegni comuni tra le superpotenze del carbonio, come ai tempi di Obama. La politica globale è cambiata notevolmente da quando è stato firmato l'Accordo di Parigi del 2015. Come candidato presidenziale nel 2020, Joe Biden si è ripetutamente concentrato sulle emissioni all'estero della Cina. La Cina... e la sua proposta di via della seta, ha detto Biden, ... stanno portando il carbone più sporco del mondo principalmente dalla Mongolia e lo stanno diffondendo in tutto il mondo. Eppure non tutto è perduto. Lo sforzo di ripresa globale post-pandemia rappresenta un momento opportuno per rinnovare le richieste di crescita green in un momento in cui l'accordo di Parigi, il calo dei costi delle energie rinnovabili e le mutevoli politiche energetiche in tutto il mondo, stanno accelerando la transizione verso economie a basse emissioni di carbonio. Molti leader, paesi e regioni hanno ascoltato questa chiamata. Il Green Deal dell'Unione europea, un insieme ambizioso e integrato di prospettive di green economy, digitali e di economia circolare, è stato proposto come motore della ripresa economica post-COVID, strutturato con il Fit for 55, una serie di proposte politiche interconnesse per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. Gli Stati Uniti hanno convocato un vertice dei leader in occasione della Giornata della Terra 2021, impegnato a raggiungere un obiettivo net zero a metà del secolo, ed sta ora tentando di far approvare un'ambiziosa legislazione in materia di infrastrutture e bilancio con un'attenzione particolare alla decarbonizzazione.

Dall'altra parte, nel suo 14° piano quinquennale (2021-2025), la Cina si è impegnata a ridurre l'intensità di carbonio e di energia della sua economia e ad aumentare la quota di energie rinnovabili nel suo mix energetico, ma non si è impegnata a un tetto alle emissioni di carbonio o all'utilizzo del carbone. Il suo impegno per il 2030 è troppo facile da raggiungere. A livello interno, la minaccia di perdita di posti di lavoro, instabilità sociale e stagnazione economica nelle aree produttrici di carbone pone evidentemente grandi sfide per la transizione energetica della Cina. Nell'ultimo decennio, la Cina ha utilizzato una politica industriale aggressiva a basse emissioni di carbonio nei suoi piani quinquennali e nelle strategie a lungo termine, per posizionarsi come il principale fornitore globale di tecnologie pulite. La Cina rappresenta l'80% della produzione solare fotovoltaica globale e il 90% della nuova energia eolica installata in Asia nel 2020. La Cina ha rafforzato la sua sicurezza energetica attraverso l'elettrificazione e la decarbonizzazione. I politici si preoccupano da tempo delle forniture di petrolio della Cina, problematiche al punto che la diversificazione delle forniture energetiche funziona a favore della resilienza geopolitica a lungo termine del paese. La Cina ha anche sfruttato il passaggio dalle industrie inquinanti e ad alta intensità energetica per spostare l'economia a monte della catena del valore verso l'innovazione e i servizi, e nel processo ha contribuito a mitigare l'inquinamento atmosferico, una questione causa di grande preoccupazione popolare, e anche rafforzare la legittimità del partito unico nel processo.

Oggi, nella luce della COP 26,  è quasi inevitabile che la competizione tra i blocchi regionali, Cina, Stati Uniti ed Europa,  i tre attori più significativi in ​​questo contesto, sia sempre più una caratteristica della politica climatica. L'UE propone, come parte di Fit for 55, un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere imponendo un prezzo del carbonio sulle importazioni dall'esterno per prevenire la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, in cui le aziende trasferiscono la produzione in paesi meno severi sulle emissioni e anche l'amministrazione Biden ne sta escogitando uno. Non sorprende che la Cina consideri questa una forma di protezionismo commerciale ed è apertamente contraria al piano. Le tariffe sul carbonio sono solo un'area in cui è probabile che la politica climatica diventi controversa. Indipendentemente dal merito degli adeguamenti alle frontiere del carbonio, dovrebbe essere possibile creare spazi per un dibattito sempre più difficile, senza prendere in ostaggio il clima, andando a cercare in altre aree possibili compensazioni o accordi. L'UE lo sta già facendo: mentre un accordo con la Cina sugli investimenti è stato congelato e le sanzioni per ritorsione sono aumentate, i due mercati sono stati comunque in grado di fare un importante annuncio congiunto dei leader sull'eliminazione graduale dei refrigeranti quest'anno.

Il leitmotiv della Conferenza di Glasgow è che il modo più produttivo per lottare contro i cambiamenti climatici è una corsa verso l'alto, e il modo migliore per iniziare è dare l'esempio. Non spetta solo moralmente ai paesi ricchi farsi avanti, ma è anche una buona decisione strategica in questo pericoloso momento diplomatico. Ciò dovrebbe comprendere vari aspetti: è necessario un maggiore investimento pubblico nella ricerca, sviluppo e diffusione di tecnologie pulite e verdi, chiaramente preferibile al protezionismo. Ma al di là di quel sostegno alla mitigazione, i paesi ricchi devono comprendere l'importanza pressante della solidarietà: i paesi vulnerabili al clima, molti dei quali soffrono di crisi fiscali e del debito a seguito della pandemia, hanno assolutamente bisogno di un sostegno concreto; fallire continuerà solo a erodere la fiducia. Le promesse di finanziamento del clima dei paesi ricchi sono state insincere e insufficienti; i 100 miliardi di dollari promessi nell'accordo di Parigi non sono stati pagati; il sostegno all'accesso ai vaccini è fondamentale e devono essere offerte misure per affrontare la crisi del debito. I paesi sviluppati devono anche fare di più per affrontare le perdite e danni, il termine usato per descrivere misure come il risarcimento richiesto quando le nazioni vulnerabili affrontano rischi climatici devastanti e l'adattamento non è più possibile. Un tale approccio ai paesi in via di sviluppo aiuterebbe a cambiare le dinamiche del rapporto con la Cina, che altrimenti può effettivamente utilizzare i Paesi più poveri come scudo protettivo nei negoziati. Evita anche un attacco bellicoso e diretto alla Cina sulla sua necessità di aumentare l'ambizione, in un punto in cui il sentimento nazionalista in Cina rende politicamente sgradevole intraprendere azioni imposte dall'Occidente. Nonostante l'evidente soft power favorevole all'ambiente e l'allineamento interno con l'azione per il clima in Cina, l'approccio dei suoi negoziatori alle loro controparti nelle capitali occidentali è stato gelido nella migliore delle ipotesi. È molto meglio, quindi, che i paesi ricchi che mirano a una maggiore ambizione climatica, costruiscano la fiducia con i paesi vulnerabili e in via di sviluppo attraverso dimostrazioni concrete di solidarietà e consentano loro di spingere per una maggiore ambizione verso gli  1,5 °C. Ciò include la comprensione del loro ruolo come probabili destinatari della finanza cinese e il riconoscimento che il lato della domanda dell'equazione della finanza cinese all'estero è importante. Per molti paesi, costringerli a scegliere tra l'Occidente e la Cina li mette in una situazione impossibile.

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24 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: Il negoziato sull'articolo 6 di Parigi continua a Glasgow

Lo scambio di emissioni internazionale ai sensi dell'articolo 6 sarà ancora una volta sotto i riflettori durante la COP 26 in cui si dovrà trovare una risposta all'enigma del commercio del carbonio. Il commercio del carbonio è stato introdotto per la prima volta nei Protocollo di Kyoto del 1997, come meccanismo mediante il quale i paesi ricchi potevano trasferire parte della loro riduzione del carbonio ai paesi in via di sviluppo. Funziona così: una tonnellata di anidride carbonica ha lo stesso impatto sull'atmosfera ovunque venga emessa, quindi se è più economico tagliare una tonnellata di anidride carbonica in India che in Italia, il governo o le aziende italiane potrebbero pagare i progetti, pannelli solari, per esempio, o un parco eolico, in India che ridurrebbe le emissioni lì e conterebbe quei crediti di carbonio nel proprio budget di riduzione delle emissioni. In questo modo, i paesi poveri ottengono l'accesso ai finanziamenti tanto necessari per gli sforzi di riduzione delle emissioni e i paesi ricchi devono affrontare un onere economico inferiore nel taglio del carbonio. Tuttavia, il sistema è stato in alcuni casi soggetto ad abusi ed è comunque inadeguato in un mondo in cui tutti i paesi, sviluppati e in via di sviluppo, devono tagliare il carbonio il più velocemente possibile. Il commercio del carbonio è stato incluso nell'articolo 6 dell'Accordo di Parigi, ma i conflitti su come implementarlo non sono mai stati risolti. Le discussioni sull'articolo 6 hanno aiutato limitare la COP 25 di Madrid nel 2019. I significativi progressi compiuti sulle regole del mercato del carbonio a Madrid stanno già aiutando a dare il via agli accordi di scambio di emissioni tra i singoli paesi, ma gli stessi non sono stati in grado di raggiungere un accordo completo e i negoziati continuano.

Con regole efficaci sulla trasparenza e una contabilità solida, che sono alla base dei meccanismi del mercato del carbonio, lo scambio internazionale  di quote di emissione può mobilitare significativi investimenti del settore privato e aiutare a raggiungere gli obiettivi di Parigi. I dettagli della contabilità e della trasparenza sono fondamentali per evitare rischi reali di doppio conteggio delle riduzioni delle emissioni. Il contenuto di queste regole è importante quanto gli obiettivi climatici principali dei paesi, poiché i numeri sono validi solo quando c'è la capacità di garantire che i paesi riducano chiaramente le emissioni e conteggino tali riduzioni in modo coerente. Le imprese lo sanno. Durante la COP 25 di Madrid, 64 aziende, gruppi imprenditoriali e organizzazioni non governative che rappresentano più di 1 miliardo di lavoratori in 130 paesi hanno firmato la Dichiarazione sulla corretta contabilità del carbonio.

L'articolo 6 delinea i modi in cui i paesi possono cooperare volontariamente per combattere il cambiamento climatico, generare investimenti e realizzare uno sviluppo sostenibile. Le varie collaborazioni hanno il potenziale per aiutare i paesi ad andare più veloci, ma solo se i paesi li progettano correttamente. L'articolo 6 (vedi il testo in italiano nella colonna di sinistra) definisce tre distinti percorsi di cooperazione:

  1. Approcci cooperativi dal basso, bilaterali o regionali tramite risultati di mitigazione trasferiti (Articolo 6.2);

  2. Un meccanismo di accredito centralizzato per contribuire alla mitigazione e al sostegno dello sviluppo sostenibile (articolo 6.4);

  3. Approcci non di mercato (Articolo 6.8).

il primo meccanismo consentirebbe a un paese che ha superato il suo impegno di Parigi di vendere permessi a una nazione che non è riuscita a raggiungere i propri obiettivi. Questo superamento potrebbe essere in termini di riduzione delle emissioni, ma potrebbe riguardare anche altri tipi di obiettivi. Ad esempio, alcuni paesi hanno fissato obiettivi per la capacità di energia rinnovabile o l'espansione delle foreste.

Il secondo meccanismo creerebbe un nuovo mercato internazionale del carbonio, governato da un organismo delle Nazioni Unite, per lo scambio di permessi di emissione creati ovunque nel mondo dal settore pubblico o privato. I crediti di carbonio potrebbero, ad esempio, essere generati da una nuova centrale elettrica rinnovabile, dall'ammodernamento di una fabbrica per ridurre le emissioni o dal ripristino di un'area forestale. Questo nuovo mercato è a volte indicato come il Meccanismo di sviluppo sostenibile (SDM). Sostituirebbe il CDM di Kyoto, che assegnava ai paesi sviluppati obiettivi di emissioni legalmente vincolanti che si applicavano dall'inizio del 2008 fino al 2012.

Il meccanismo finale dell'articolo 6 per gli approcci non di mercato è meno ben definito, ma fornirebbe un quadro formale per la cooperazione climatica tra paesi, in cui non è coinvolto alcun commercio, come gli aiuti allo sviluppo. Ciò potrebbe includere attività simili a quelle previste dagli altri meccanismi, ad esempio il supporto per un nuovo parco eolico, ma senza alcuna compravendita dei conseguenti crediti di CO2.

Le regole per i mercati del carbonio e altre forme di cooperazione internazionale, sono le ultime da risolvere, dopo che il resto del libro delle regole è stato concordato alla fine del 2018. Ai suoi sostenitori, l'articolo 6 offre un percorso per aumentare significativamente l'ambizione climatica o ridurre i costi, coinvolgendo il settore privato e diffondendo finanziamenti, tecnologia e competenze in nuove aree. Per i suoi critici, rischia di minare fatalmente l'ambizione dell'Accordo di Parigi in un momento in cui vi sono chiare prove della necessità di andare oltre e più velocemente per evitare gli effetti peggiori del cambiamento climatico. Alcuni dei tanti problemi che circondano l'articolo 6 includono l'importanza di evitare il doppio conteggio, che è quando i crediti di carbonio sono inclusi sia dal paese ospitante che dal paese acquirente, e garantire una riduzione netta delle emissioni piuttosto che compensarli in altri paesi. Mentre un accordo era stato quasi raggiunto a Madrid, questo aspetto è stato rinviato e i colloqui riprenderanno da zero a Glasgow.

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23 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: Ma ci sono leader capaci di guidare la lotta contro i cambiamenti climatici?

Greta Thunberg continua a sorprenderci. La (ex) ragazzina scrive un articolo amaro per il Guardian in cui parla di Regno Unito e del mondo intero incapace di provvedere alla sua stessa sopravvivenza a fronte del riscaldamento globale. Non ci sono leader all'altezza, dice in forma interrogative pro bono pacis. In realtà non ci sono. è una ulteriore intuizione di questa incredibile ragazza e il re, di fronte a lei, è veramente nudo. Quanto dice in questo articolo ci preannuncia una COP 26 quantomeno deludente. Poi i media e gli ambientalisti parleranno di fallimento, nessuno di responsabilità.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha definito il recente rapporto dell'IPCC sulla crisi climatica un codice rosso per l'umanità. "Siamo sull'orlo del baratro", ha detto. Quello che vediamo è che la negazione della crisi climatica ed ecologica è così profonda e che nessuno tratta la crisi come una crisi. Gli avvertimenti continuano ad annegare in una marea costante di greenwash e scompaiono nel flusso di notizie quotidiane dei media.

Per avere speranza occorre anzitutto essere onesti. I fatti sono chiarissimi, ma ci rifiutiamo di accettarli. Ci rifiutiamo di riconoscere che ora dobbiamo scegliere tra salvare il pianeta vivente o salvare il nostro modo di vivere insostenibile. Perché vogliamo entrambi. Chiediamo entrambi. Ma la verità è che è troppo tardi per questo. E non importa quanto possa sembrare scomoda la realtà, questo è esattamente ciò che i nostri leader hanno scelto per noi con i loro decenni di inazione. I loro decenni di bla, bla, bla. Se vogliamo rimanere al di sotto degli obiettivi fissati nell'accordo di Parigi e quindi ridurre al minimo i rischi di innescare reazioni a catena irreversibili al di fuori del controllo umano, abbiamo bisogno di riduzioni annuali immediate, drastiche, delle emissioni, come mai il mondo ha visto. E poiché non abbiamo le soluzioni tecnologiche che da sole faranno qualcosa di simile nel prossimo futuro, significa che dobbiamo apportare cambiamenti fondamentali alla nostra società. Siamo sulla strada per un mondo più caldo di almeno 2,7 ° C entro la fine del secolo, e questo solo se i paesi rispettano tutti gli impegni presi. Attualmente non sono affatto vicini a farlo.

In effetti, stiamo accelerando nella direzione sbagliata. Attualmente si prevede che il 2021 sperimenterà il secondo aumento di emissioni più grande mai registrato e si prevede che le emissioni globali aumenteranno del 16% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010. Secondo lIEA solo il 2% della spesa per la ripresa dei governi è stata investita in energia pulita, mentre la produzione e la combustione di carbone, petrolio e gas sono state sovvenzionate da 5,9 GUS$ nel solo 2020. La produzione mondiale di combustibili fossili pianificata entro il 2030 rappresenta più del doppio di quanto sarebbe compatibile con l'obiettivo di 1,5°C.

Greta fa una dura e documentata critica del Regno Unito che ospita la COP 26. Ma c'è n'è per tutti. La Cina, il più grande emettitore di CO2 al mondo, sta progettando di costruire 43 nuove centrali a carbone in aggiunta alle 1.000 già in funzione, vantando di essere un pioniere ecologico impegnato a lasciare un mondo pulito e bello alle generazioni future. La nuova amministrazione degli Stati Uniti ha recentemente annunciato piani per aprire milioni di acri per petrolio e gas che alla fine potrebbero portare a una produzione fino a 1,1 miliardi di barili di petrolio greggio e 4,4 trilioni di piedi cubi di gas fossile. Essere di gran lunga il più grande produttore di petrolio nella storia, nonché il produttore di petrolio numero uno al mondo, non sembra mettere in imbarazzo gli Stati Uniti mentre afferma di essere un leader climatico. La verità è che non ci sono leader del clima. Non ancora. Almeno non tra le nazioni ad alto reddito. è ipocrita continuare a nascondersi dietro abili conti, scappatoie e statistiche incomplete. Limitare il riscaldamento a 1,5 ° C è possibile secondo le leggi della chimica e della fisica, ma farlo richiedere cambiamenti senza precedenti.

L'emergenza climatica ed ecologica è, ovviamente, solo un sintomo di una crisi di sostenibilità molto più ampia. Una crisi sociale. Una crisi di disuguaglianza che risale al colonialismo e oltre. Una crisi basata sull'idea che alcune persone valgono più di altre e, quindi, hanno il diritto di sfruttare e rubare la terra e le risorse di altre persone. È tutto interconnesso. È una crisi di sostenibilità che tutti trarrebbero vantaggio dall'affrontare. Ma è ingenuo pensare di poter risolvere questa crisi senza affrontarne le radici. Le cose possono sembrare molto oscure e senza speranza e la sensazione di disperazione è più che comprensibile. Ma dobbiamo ricordare a noi stessi che possiamo ancora ribaltare la situazione. È del tutto possibile se siamo pronti a cambiare. Tutto ciò che servirebbe davvero è un leader mondiale o una nazione ad alto reddito o una grande stazione televisiva o un quotidiano leader che decide di essere onesto, per trattare veramente la crisi climatica come la crisi che è. Un leader che conta tutti i numeri e poi intraprende azioni coraggiose per ridurre le emissioni al ritmo necessario. Allora tutto potrebbe essere messo in moto verso l'azione, la speranza, lo scopo e il significato.
 

Chi sarà quel leader?

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22 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: La insostenibile vicenda del finanziamento dei paesi più svantaggiati

Dodici anni fa, al vertice sul clima delle Nazioni Unite a Copenaghen, le nazioni ricche avevano assunto un impegno significativo e promesso di trasferire 100 GUS$ all'anno alle nazioni meno ricche entro il 2020, per aiutarle ad adattarsi ai cambiamenti climatici e contribuire a mitigare l'aumenta della temperatura. Quella promessa è stata ignorata. Le cifre per il 2020 non sono ancora arrivate, e chi ha negoziato l'impegno non è d'accordo sui metodi contabili, ma un rapporto dell'anno scorso per l'ONU ha concluso che gli unici scenari realistici hanno mostrato che l'obiettivo è stato mancato. Le frustrazioni per questo fallimento stanno contribuendo all'aumento delle tensioni in vista della COP 26. Rispetto all'investimento necessario per evitare livelli pericolosi del cambiamento climatico, l'impegno dei 100 GUS$  è irrilevante. Saranno necessari trilioni di dollari ogni anno per raggiungere l'obiettivo dell'accordo di Parigi. Le nazioni in via di sviluppo  avranno bisogno di centinaia di GUS$ all'anno per adattarsi al riscaldamento che è già inevitabile. Così recita un articolo pubblicato oggi da Nature.

Una raffica di impegni poco prima dell'incontro di Glasgow ha fatto sperare che, entro il 2022, le nazioni ricche riusciranno a far fronte agli impegni presi. Ma, guardando già più avanti, alla COP 26 devono iniziare le discussioni su un aumentato impegno finanziario per il clima per la metà degli anni '20. È  peraltro improbabile che le cifre siano aumentate molto nel 2020: un Rapporto recente della MDB afferma che i finanziamenti per il clima forniti ai paesi in via di sviluppo sono diminuiti l'anno scorso, in parte a causa della pandemia di COVID-19, secondo il WRI. Ma alcuni analisti affermano che i numeri dell'OECD, quelli della figura accanto, sono enormemente gonfiati. In un rapporto del 2020, Oxfam ha stimato il finanziamento pubblico per il clima a soli 19 - 22,5 GUS$ 2017-18, circa un terzo della stima dell'OECD. Oxfam sostiene che, oltre alle sovvenzioni, dovrebbe essere conteggiato solo il beneficio maturato dal prestito a tassi inferiori a quelli di mercato, non il valore totale dei prestiti. Dice anche che alcuni paesi conteggiano erroneamente  gli aiuti destinati a progetti per il clima. Il Giappone, ad esempio, tratta l'intero valore di alcuni progetti di aiuto come rilevanti per il clima anche quando non sono esclusivamente mirati azione per il clima. Come altro esempio, alcuni progetti di costruzione di strade sono segnalati come aiuti per il clima, con la maggior parte o tutti i loro costi inclusi nelle stime dell'OECD. Molti paesi a basso e medio reddito sono d'accordo con Oxfam, e alcuni vanno oltre: nel 2015, il ministero delle finanze indiano ha contestato la stima dell'OECD di 62 GUS$ nel 2014, affermando che la cifra reale era di appena 1 miliardo. L'ambasciatore del cambiamento climatico di Antigua e Barbuda afferma che le nazioni ricche hanno gonfiato intenzionalmente i loro aiuti per il clima.

Sebbene le nazioni ricche abbiano concordato collettivamente l'obiettivo di 100 GUS$, non hanno sottoscritto alcun accordo formale su ciò che ciascuno dovrebbe pagare. Un Rapporto di ottobre del WRI, ad esempio,  ha calcolato che gli Stati Uniti dovrebbero contribuire con il 40-47% dell'intero importo, a seconda che il calcolo tenga conto della ricchezza, delle emissioni totali o della popolazione. Ma il suo contributo medio annuo dal 2016 al 2018 è di circa 7,6 GUS$. Anche Australia, Canada e Grecia sono molto al di sotto di ciò che avrebbero dovuto dare. Giappone e Francia hanno trasferito più della loro giusta quota, sebbene quasi tutti i loro finanziamenti sono avvenuti sotto forma di prestiti rimborsabili e non di sovvenzioni. La maggior parte dei finanziamenti per il clima è andata a progetti per ridurre le emissioni serra, mentre l'accordo di Parigi mirava a un equilibrio tra mitigazione e adattamento. Ma solo 20 GUS$ sono andati a progetti di adattamento nel 2019, meno della metà dei fondi per progetti di mitigazione, (fonte OECD). Le stime delle Nazioni Unite dicono che i paesi in via di sviluppo hanno già bisogno di 70 GUS$ all'anno per l'adattamento e necessiteranno di 140 - 300 miliardi nel 2030.
emissioni. I politici dei paesi sviluppati preferiscono spendere per ridurre le emissioni, mentre gli aiuti all'adattamento sono visti solo come un aiuto a specifici paesi beneficiari. Un altro motivo per lo squilibrio è che il denaro è sempre più fornito come prestito piuttosto che come sovvenzione e l'adattamento non lo è quasi mai. La finanza privata, in particolare, sembra quasi sempre andare a progetti di mitigazione che possono generare ritorni su
investimenti, come i parchi solari e le auto elettriche. La maggior parte dei finanziamenti per il clima andrà anche ai paesi a reddito medio, non ai paesi più poveri e più vulnerabili. A luglio, l'Istituto internazionale per l'ambiente e lo sviluppo di Londra ha riferito di aver cercato di rintracciare i finanziamenti per i progetti di adattamento nei 46 paesi meno sviluppati, trovando solo  5,9
GUS$  tra 2014 e 2018, meno del 20% del totale dichiarato daii paesi sviluppati.

L'impegno di 100 miliardi di dollari è stato a lungo visto come un minimo destinato ad aumentare nel tempo. Ma alcuni paesi destinatari si sono detti disposti ad accettare l'obiettivo minimo, purché a fronte di un piano certo. Un gruppo di ministri delle finanze di 48 paesi vulnerabili al clima, ha chiesto quel piano, compresi più finanziamenti basati su sovvenzioni e almeno il 50% dei finanziamenti per l'adattamento. Anche i paesi recettori stanno destinando i propri budget ai cambiamenti climatici. Il governo del Bangladesh, ad esempio, afferma che i suoi totali di spesa legati al clima sono di almeno 3 GUS$,   il 7% del budget complessivo del governo, o lo 0,73% del PIL del paese. Inoltre le famiglie povere nelle zone rurali del Bangladesh spendono 2 GUS$ all'anno per prevenire disastri legati al clima o riparare i danni che provocano, secondo un'analisi di Oxfam.

Canada, Giappone e Germania hanno annunciato i loro rinnovati impegni nella riunione del G7  a giugno, nella quale tutti hanno ribadito il loro impegno a contribuire con 100 GUS$ all'anno fino al 2025. A settembre, l'UE ha promesso ulteriori 5 GUS$ entro il 2027 e per gli Stati Uniti il presidente Joe Biden ha promesso 11,4 GUS$ per anno entro il 2024, che lo renderebbe il più grande finanziatore mondiale. Ma gran parte di quel finanziamento richiede l'approvazione del Congresso degli Stati Uniti e, in fondo, molti altri paesi contribuiranno molto di più in proporzione alla loro economia. L'UE e i suoi Stati membri stanno già fornendo circa il doppio dell'importo che gli Stati Uniti hanno promesso, anche con un'economia di appena tre quarti di quella americana. Alcune persone sostengono che le promesse dovrebbero escludere la finanza privata, per evitare confusione. Alcuni governi stanno rispondendo alla richiesta di più finanziamenti per l'adattamento. Ad agosto, la Danimarca ha detto che avrebbe fatto destinare il 60% dei suoi finanziamenti per il clima all'adattamento, e altri paesi, compresi i Paesi Bassi e il Regno Unito, si sono impegnati ad aumentare i finanziamenti per l'adattamento.

Siamo in ogni caso molto al di sotto delle stime dell'IPCC secondo cui sono necessari 1.600 - 3.800 GUS$ all'anno per evitare un riscaldamento superiore a 1,5 °C. Nel frattempo i combustibili fossili sono ancora sovvenzionati per 554 GUS$ per anno tra il 2017 e il 2019. Per di più nel 2020, la spesa militare globale annuale ha raggiunto i 2.000 GUS$. La pandemia e i suoi effetti economici hanno richiesto per la sanità pubblica migliaia di miliardi, rendendo incerte le prospettive a medio - lungo termine della finanza climatica.

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21 Ottobre. Primer sulla COP 26: Alcuni paesi tentano di cambiare le conclusioni dell'IPCC

BBC News ha scoperto come i paesi stiano cercando di cambiare dati scientifici cruciali su come affrontare il cambiamento climatico. La fuga di notizie rivela che Arabia Saudita, Giappone e Australia sono tra i paesi che chiedono alle Nazioni Unite di minimizzare la necessità di allontanarsi rapidamente dai combustibili fossili. Mostra anche che alcune nazioni ricche sono restie a  pagare di più agli stati più poveri per passare a tecnologie più green. Mancano pochi giorni prima che alla COP 26 venga chiesto loro di assumere impegni significativi per rallentare il cambiamento climatico e mantenere il riscaldamento globale a 1,5 gradi. I documenti trapelati consistono in oltre 32.000 osservazioni presentate da governi, aziende e altre parti interessate al team di scienziati che stanno scrivendo il rapporto delle Nazioni Unite che deve raccogliere le migliori prove scientifiche su come affrontare il cambiamento climatico.

La fuga di notizie mostra un certo numero di paesi e organizzazioni che sostengono che il mondo non ha bisogno di ridurre l'uso di combustibili fossili così rapidamente come raccomanda l'attuale bozza del rapporto. Un consigliere del ministero del petrolio saudita chiede che frasi come la necessità di azioni di mitigazione urgenti e accelerate a tutte le scale... dovrebbero essere eliminate dal rapporto. Un alto funzionario del governo australiano rifiuta la conclusione che sia necessaria la chiusura delle centrali elettriche a carbone, uno degli obiettivi dichiarati dalla COP 26. L'Arabia Saudita è uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo e l'Australia è uno dei maggiori esportatori di carbone.

L'impianto gas norvegese di Sleipner dotato di CCSUno scienziato senior dell'India's Central Institute of Mining and Fuel Research, che ha forti legami con il governo indiano, avverte che il carbone rimarrà probabilmente il pilastro della produzione di energia per decenni a causa di quelle che ritiene una sfide tremenda di fornire elettricità a prezzi accessibili. L'India è il secondo consumatore mondiale di carbone. Numerosi paesi sono favorevoli a tecnologie emergenti e attualmente costose progettate per catturare e immagazzinare permanentemente l'anidride carbonica nel sottosuolo. Arabia Saudita, Cina, Australia e Giappone, tutti grandi produttori o utilizzatori di combustibili fossili, - così come l'Opec, supportano la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS). Si sostiene che la CCS potrebbe ridurre drasticamente le emissioni di combustibili fossili dalle centrali elettriche e da alcuni settori industriali.

A destra l'immagine dell'impianto di estrazione di gas naturale norvegese di Sleipner che usa la CCS per stoccare nel fondo marino l'eccesso di CO2.

L'Arabia Saudita, il più grande esportatore di petrolio al mondo, chiede agli scienziati IPCC di cancellare la loro conclusione secondo cui l'obiettivo degli sforzi di decarbonizzazione nel settore dei sistemi energetici deve essere quello di passare rapidamente a fonti a zero emissioni di carbonio e di eliminare gradualmente i combustibili fossili. Contestano la dichiarazione anche Argentina, Norvegia e Opec. La bozza del Rapporto in effetti accetta che la CCS potrebbe svolgere un ruolo in futuro, ma afferma che ci sono incertezze sulla sua fattibilità. Dice che c'è una grande ambiguità nella misura in cui i combustibili fossili con la CCS sarebbero compatibili con gli obiettivi 2 °C e 1,5 °C come stabilito dall'accordo di Parigi. L'Australia chiede agli scienziati dell'IPCC di eliminare un riferimento all'analisi del ruolo svolto dai lobbisti dei combustibili fossili nell'annacquare l'azione sul clima in Australia e negli Stati Uniti. L'Opec chiede inoltre all'Ipcc di cancellare ogni riferimento all'attivismo di lobby, proteggere i modelli di business estrattivi e prevenire l'azione politica. Quando è stato contattato in merito ai suoi commenti alla bozza di rapporto, l'Opec ha dichiarato alla BBC: "La sfida di affrontare le emissioni ha molti percorsi, e dobbiamo esplorarli tutti. Dobbiamo anche utilizzare tutte le energie disponibili, come soluzioni tecnologiche pulite ed efficienti per aiutare a ridurre le emissioni, garantendo che nessuno venga lasciato indietro.

L'IPCC afferma che i commenti dei governi sono fondamentali per il suo processo di revisione scientifica ma che i suoi autori non hanno l'obbligo di incorporarli nei rapporti. I nostri processi, dicono, sono progettati per proteggersi dalle pressioni esercitate da tutte le parti. Tutti i commenti sono giudicati esclusivamente sulla base di prove scientifiche, indipendentemente da dove provengano. Se i commenti fanno pressioni, se non sono giustificati dalla scienza, non saranno integrati nei rapporti dell'IPCC.

Christiana Figueres, la diplomatica costaricana che ha supervisionato la storica conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Parigi nel 2015, concorda sul fatto che sia fondamentale che i governi facciano parte del processo della elaborazione dell'IPCC.

Il consumo di carne

La bozza di Rapporto afferma che le diete a base vegetale possono ridurre le emissioni di gas serra fino al 50% rispetto alla dieta occidentale media ad alta intensità di emissioni. Brasile ed Argentina dicono che questo non è corretto. Entrambi i paesi invitano gli autori a cancellare o modificare alcuni passaggi nel testo che fanno riferimento alle diete a base vegetale che svolgono un ruolo nell'affrontare i cambiamenti climatici o che descrivono la carne come un alimento ad alto contenuto di carbonio. L'Argentina ha anche chiesto che vengano rimossi dal rapporto i riferimenti alle tasse sulla carne rossa e alla campagna internazionale che esorta le persone a rinunciare alla carne per un giorno. La nazione sudamericana raccomanda di evitare la generalizzazione sugli impatti delle diete a base di carne sulle opzioni a basse emissioni di carbonio, sostenendo che ci sono prove che le diete a base di carne possono anche ridurre le emissioni di carbonio. Sullo stesso tema, il Brasile afferma che le diete a base vegetale non garantiscono di per sé la riduzione o il controllo delle relative emissioni e mantiene il focus del dibattito sui livelli di emissione dei diversi sistemi di produzione, piuttosto che sui tipi di cibo. Il Brasile, che ha visto aumenti significativi del tasso di deforestazione in Amazzonia e in alcune altre aree forestali, contesta il riferimento a questo come risultato di cambiamenti nelle normative governative, sostenendo che ciò non è corretto.

Il Green Climate Fund

Potrà sorprendere che un n numero significativo di commenti vengano dalla Svizzera per modificare parti del rapporto che sostengono che i paesi in via di sviluppo avranno bisogno del sostegno, in particolare del sostegno finanziario, dei paesi ricchi per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Alla conferenza sul clima di Copenaghen del 2009 è stato concordato che le nazioni sviluppate avrebbero fornito 100 GUS$ l'anno in finanziamenti per il clima per i paesi in via di sviluppo entro il 2020, un obiettivo che deve ancora essere raggiunto. L'Australia fa eco alla Svizzera. Dice che gli impegni climatici dei paesi in via di sviluppo non dipendono tutti dalla ricezione di un sostegno finanziario esterno. Descrive anche una frase contenuta nella bozza di relazione della mancanza di impegni pubblici credibili sulla finanza come commento soggettivo. L'Ufficio federale svizzero dell'ambiente ha dichiarato alla BBC che,  sebbene i finanziamenti per il clima siano uno strumento fondamentale per aumentare l'ambizione climatica, non sono l'unico strumento rilevante.

Ancora nucleare?

Per finire in gloria, un certo numero di paesi per lo più dell'Europa orientale sostengono che la bozza del rapporto dovrebbe essere più positiva sul ruolo che l'energia nucleare può svolgere nel raggiungimento degli obiettivi climatici delle Nazioni Unite. L'India va anche oltre, sostenendo che quasi tutti i capitoli contengono un pregiudizio contro l'energia nucleare. Sostiene che si tratta di una tecnologia consolidata con un buon sostegno politico tranne che in alcuni paesi. La Repubblica ceca, la Polonia e la Slovacchia criticano una tabella del rapporto secondo cui l'energia nucleare ha solo un ruolo positivo nel raggiungimento di uno dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Sostengono che può svolgere un ruolo positivo nel realizzare la maggior parte dell'agenda di sviluppo delle Nazioni Unite.

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20 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: Perché è così difficile liberarsi dai sussidi ai combustibili fossili

I sussidi ai combustibili fossili sono una delle maggiori barriere finanziarie che ostacolano la transizione alle fonti di energia rinnovabile. Ogni anno, i governi di tutto il mondo investono circa mezzo trilione di dollari per abbassare artificialmente il prezzo dei combustibili fossili, più del triplo di quanto ricevono le rinnovabili. Questo nonostante i ripetuti impegni dei politici a porre fine a questo tipo di sostegno, comprese le dichiarazioni dei gruppi di nazioni del G7 e del G20. è quanto testimoniato da un articolo di Nature di oggi. Per ora 53 paesi hanno riformato i loro sussidi ai combustibili fossili tra il 2015 e il 2020. E il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è l'ultimo politico di alto profilo a giurare di eliminarli. Ma occorre fare molto di più. "Nei prossimi anni, tutti i governi devono eliminare i sussidi ai combustibili fossili", afferma l'IEA nel suo WEO 2021.

Come vengono sovvenzionati i combustibili fossili? I sussidi ai combustibili fossili assumono generalmente due forme. I sussidi alla produzione sono agevolazioni fiscali o pagamenti diretti che riducono i costi di produzione di carbone, petrolio o gas. Questi sono comuni nei paesi occidentali e sono spesso influenti nel promuovere infrastrutture come oleodotti e giacimenti di gas. I sussidi al consumo, viceversa, riducono i prezzi del carburante per l'utente finale, ad esempio fissando il prezzo alla pompa di benzina in modo che sia inferiore a quello di mercato. Questi sono più comuni nei paesi a basso reddito: in alcuni aiutano le persone a ottenere carburante per cucinare pulito che altrimenti non potrebbero permettersi. In altri, come in Medio Oriente, le sovvenzioni sono talvolta considerate come un aiuto ai cittadini per beneficiare della dotazione di risorse naturali di un paese. L'IEA stima che 52 economie avanzate ed emergenti, che rappresentano circa il 90% delle forniture globali di combustibili fossili, hanno concesso sussidi per un valore medio di 555 GUS$ ogni anno dal 2017 al 2019, scendendo a 345 GUS$ nel 2020 solo a causa del minor consumo e del calo dei prezzi del carburante durante la pandemia di COVID-19.

Ci sono stime anche peggiori: l'IISD stima che il solo gruppo di paesi del G20 abbia erogato una media di  584 GUS$ tra il 2017 e il 2019, superiore al dato IEA. I maggiori fornitori di sussidi sono, per IISD,  Cina, Russia, Arabia Saudita e India. I costi nascosti dei combustibili fossili, come il loro impatto sull'inquinamento atmosferico e sul riscaldamento globale, sono, in effetti, una sorta di sussidio, perché gli inquinatori non pagano per i danni che causano. Il FMI ha calcolato i sussidi totali ai combustibili fossili nel 2020 pari a 5.900 GUS$, quasi il 7% del PIL globale, in gran parte a causa di questi costi esterni.

Perché i sussidi sono così difficili da eliminare?

I paesi del G7 e del G20 hanno promesso di eliminare i sussidi inefficaci per i combustibili fossili, anche se non hanno definito chiaramente cosa significhi questa frase. Alcuni paesi non sono d'accordo sul fatto di avere sussidi da rimuovere. Il governo UK, ad esempio, afferma di non averne, sebbene l'IISD lo consideri tra i peggiori paesi OCSE, calcolando che ha speso in media 16 GUS$ per sostenere i combustibili fossili nel 2017-19. La UK ha annunciato nel 2020 che avrebbe posto fine al supporto per l'energia da combustibili fossili all'estero. Ogni nazione ha le sue ragioni per sovvenzionare i combustibili fossili, spesso intrecciate con le sue politiche industriali. Ci sono tre principali ostacoli alla rimozione dei sussidi alla produzione: le compagnie di combustibili fossili sono potenti gruppi politici; ci sono preoccupazioni legittime sulla perdita di posti di lavoro nelle comunità che hanno poche opzioni di lavoro alternative e, infine,  le persone spesso temono che l'aumento dei prezzi dell'energia possa deprimere la crescita economica o innescare l'inflazione.

Un modo per superare le esitazioni politiche a rimuovere i sussidi energetici è mantenere il sostegno, ma semplicemente spostarlo sull'energia green. Le imprese statali che supportano i combustibili fossili possono diversificarsi nelle rinnovabili. I periodi di bassi prezzi del petrolio sono generalmente considerati momenti favorevoli per rimuovere i sussidi al consumo, poiché i prezzi al dettaglio possono essere mantenuti stabili. È importante che i paesi stiano attenti a garantire che le politiche climatiche non danneggino le comunità a basso reddito. Secondo l'IISD la rimozione dei sussidi al consumo in 32 paesi ridurrebbe le loro emissioni di gas serra in media del 6% entro il 2025.  Secondo l'UNEP l'eliminazione graduale del sostegno ai combustibili fossili potrebbe ridurre le emissioni globali tra l'1% e l'11% dal 2020 al 2030, con l'effetto maggiore in Medio Oriente e Nord Africa. Tale riduzione potrebbe essere amplificata se il denaro che avrebbe sovvenzionato i combustibili fossili fosse invece utilizzato per sostenere le energie rinnovabili. Un Rapporto del  2020 di IRENA ha registrato circa 634 GUS$ in sussidi al settore energetico nel 2020 e ha scoperto che circa il 70% è andato ai combustibili fossili. Solo il 20% è andato alla produzione di energia rinnovabile, il 6% ai biocarburanti e poco più del 3% al nucleare. Il rapporto IRENA ha anche tracciato uno scenario di come i sussidi energetici globali potrebbero cambiare entro il 2050 per aiutare a limitare l'aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 °C, rispetto ai livelli preindustriali. Vede i sussidi per i combustibili fossili e l'elettricità rinnovabile diminuire e passare alle energie rinnovabili nei trasporti e negli edifici e alle misure di efficienza energetica. Tuttavia, viene mantenuto un certo sostegno ai combustibili fossili, quasi tutti che rafforzerebbero la cattura e lo stoccaggio del carbonio per processi industriali come la produzione di cemento e acciaio.

Alcuni sostenitori del clima mettono in guardia contro lo sviluppo di nuovi sussidi ai combustibili fossili in nome della riduzione delle emissioni. Potrebbe essere il caso dei sussidi per l'idrogeno blu, prodotto da combustibili fossili  con la CO2 catturata e immagazzinata. A margine dei vertici del G20 e del G7, gruppi di piccoli paesi hanno lavorato a lungo insieme per cercare di arrivare ad un consenso sulla riforma delle sovvenzioni. Non è sufficiente eliminare gradualmente solo i sussidi: in definitiva, l'obiettivo dovrebbe essere quello di impedire del tutto ai governi di concedere alle aziende licenze per l'estrazione di combustibili fossili.

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18 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: le responsabilità dei paesi del G20

Solo in questo mese, 24 paesi hanno presentato NDC, impegni nazionali sul clima, nuovi o aggiornati, incluso il Giappone che ha formalizzato il suo impegno a ridurre le emissioni del 46%-50% rispetto ai livelli del 2013 entro il 2030. A fine settembre, il Sudafrica ha dichiarato obiettivi per il 2030 molto più ambiziosi che portano il paese vicino a una traiettoria allineata agli 1,5 °C. Nel frattempo, il governo turco ha approvato l'obiettivo di raggiungere le zero emissioni nette entro il 2053 e giorni dopo ha ratificato l'accordo di Parigi. La Turchia è stato l'ultimo paese del G20 a farlo. Ciò che colpisce particolarmente è che mentre 144 paesi hanno consegnato NDC aggiornati prima della COP26, Cina, India, Turchia e Arabia Saudita, che rappresentano il 33% delle emissioni globali, non lo hanno ancora fatto. Ma almeno abbiamo un chiaro segnale che il piano della Cina è imminente ed è molto probabile che anche l'India presenterà un nuovo piano entro il vertice.

A Parigi la scorsa settimana, il presidente della COP 26, Alok Sharma, ha esortato i leader mondiali a seguire l'esempio di quei paesi vulnerabili al clima che stanno intensificando un'azione climatica ambiziosa per proteggere le vite e i mezzi di sussistenza dei loro cittadini. Il suo appello fa eco alle richieste  che le voci dei paesi in via di sviluppo siano ascoltate nei negoziati internazionali sul clima. Da questi paesi vengono indicate le cinque aree in cui sono essenziali progressi alla COP26 (in figura a dx). Una nuova ricerca del WRI rileva che i paesi più sviluppati non stanno contribuendo con la loro giusta quota al raggiungimento dell'obiettivo finanziario di $ 100 miliardi all'anno per sostenere i paesi in via di sviluppo nella riduzione delle emissioni e nell'adattamento ai cambiamenti climatici. è la prima analisi completa di quanti finanziamenti pubblici per il clima ha fornito  ciascuno dei 23 paesi sviluppati  per gli impegni a partire dal 2018. Tre principali economie - Stati Uniti, Australia e Canada - hanno fornito meno della metà della loro quota del finanziamento nel 2018, calcolato in base alle dimensioni delle loro economie e alle loro emissioni di gas serra. Altre nazioni che hanno fornito meno della metà della loro quota equa sono state Grecia, Islanda, Nuova Zelanda e Portogallo.

Una nuova analisi di WRI e Climate Analytics rivela che i paesi del G20 da soli possono limitare il riscaldamento a 1,7°C, mantenendo l'obiettivo di 1,5°C a portata di mano. Modellando un set di traiettorie di temperatura per determinare l'azione climatica necessaria per avvicinare gli1,5 °C lo studio dimostra che gli attuali impegni sul clima per il 2030, combinati con obiettivi di azzeramento netto legalmente vincolanti, metterebbero il mondo sulla buona strada per un riscaldamento di 2,4 °C entro la fine del secolo. Se si considerano gli obiettivi aggiuntivi per il 2030 e gli obiettivi di zero netto per circa la metà del secolo che sono stati annunciati da alcuni paesi del G20, ma non ancora adottati formalmente, l'aumento della temperatura potrebbe essere limitato a 2,1°C. Il documento ha anche scoperto che se tutti i paesi del G20 stabilissero obiettivi audaci di riduzione delle emissioni per il 2030 e raggiungessero emissioni nette pari a zero entro il 2050, l'aumento della temperatura globale potrebbe essere limitato a 1,7 °C. Per raggiungere in definitiva l'obiettivo di 1,5°C, sono necessarie anche azioni ambiziose da parte dei paesi non G20, nonché sforzi per ridurre le emissioni del trasporto aereo e marittimo internazionale. Le nazioni sviluppate devono anche aumentare sostanzialmente il sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo. Leggi di più sull'analisi qui. In questo quadro i leader di oltre 600 aziende in tutto il mondo hanno recentemente firmato una lettera in cui si invitano le nazioni del G20 a dimezzare le proprie emissioni entro il 2030 e a porre fine al sostegno all'energia a carbone.

In conclusione, se il mondo vuole limitare il riscaldamento a 1,5°C, i paesi, in particolare i principali responsabili delle emissioni, dovranno intensificare i loro piani climatici e dimostrare più ambizione con i loro NDC.

 

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8 Ottobre 2021. Primer sulla COP 26: La giustizia climatica dopo la Youth COP 26 di Milano e il bla-bla di Greta Thunberg

“Cosa vogliamo? Giustizia climatica! Quando lo vogliamo? Ora!" Gli attivisti per il clima lo gridano da molti anni fuori dai parlamenti, dalle sedi aziendali e alle COP. Ma cosa significa in realtà il termine giustizia climatica? Comunemente la questione viene rappresentata con termini come la "quota equa" delle emissioni, il "debito climatico", la necessità di una "transizione giusta" e il "sequestro aziendale" della mitigazione delle emissioni.

L'anidride carbonica e gli altri gas serra sopravvivono a lungo nell'atmosfera. Il global warming è dunque frutto dei totali a lungo termine delle emissioni storiche (cumulative). Non è quindi accettabile che la trattativa internazionale avvenga sostanzialmente sulle emissioni annuali, dominate oggi dalla Cina che in termini cumulativi non ha emesso molto di più della metà degli Stati Uniti.

Intanto con la figura in questo post diamo i numeri dell'ingiustizia, documentata dalla graduatoria  di quali paesi sono storicamente responsabili del cambiamento climatico includendo tutte le fonti di emissioni di CO2 dal 1850 al 2021, compreso l'uso del suolo e la deforestazione.  Ciò ha fatto una differenza significativa rispetto ai precedenti tentativi di effettuare un tale calcolo, anche se gli Stati Uniti restano, di gran lunga, il più grande inquinatore. I calcoli e le immagini sono stati prodotti da esperti inglesi. Peccato che non abbiano prodotto il dato di EU 27 al completo, ma solo della Germania. Secondo Eurostat la Germania dovrebbe aver cumulato, dal 1990 ad oggi, circa il 30% delle emissioni dell'Unione a 27. I calcoli di Hannah Ritchie  di ourworldindata, dal 1751 al 2017,  portano le emissioni cumulative di EU 27 in graduatoria al secondo posto, al di sopra della Cina, a 356,3 GtCO2eq.

Ingiustizia è un termine controverso anche all'interno della stessa scienza del clima. Ci sono pregiudizi sistemici di genere e geografici all'interno dei documenti di scienze del clima più citati pubblicati negli ultimi cinque anni. Meno dell'1% degli autori di cui parliamo ha sede in Africa, mentre quasi tre quarti sono affiliati a istituzioni europee, nordamericane o oceaniche. Impressionante la disparità di genere all'interno delle pubblicazioni scientifiche sul clima. Infatti meno di un quarto degli autori sono donne, mentre solo 12 dei 100 articoli passati in rassegna hanno autrici principali donne. I ricercatori del sud del mondo testimoniano gli ostacoli che devono affrontare per essere pubblicati nelle principali riviste. L'attuale complesso di conoscenze sul cambiamento climatico e sui suoi impatti, dicono alcuni, è orientata agli interessi degli autori maschi del nord globale. Ciò può creare disinteresse attorno ai bisogni di alcune delle persone più vulnerabili ai cambiamenti climatici, in particolare le donne e le comunità nel sud del mondo. La giustizia climatica sottolinea l'ingiustizia a carico dei paesi e gruppi che hanno contribuito meno a rendere il cambiamento climatico più a rischio.

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3 Ottobre 2021. Gli orientamenti della pre-COP 26 di Milano

Dal 30 settembre al 2 ottobre 2021, più di 50 ministri e rappresentanti di alto livello si sono incontrati a Milano per la Pre-COP 26 per discutere le loro aspettative sull'esito della COP 26 e per fornire indicazioni sulle questioni negoziali in sospeso. Prima di iniziare le loro deliberazioni, ai ministri sono stati presentati i messaggi chiave del precedente evento Youth4Climate Driving Ambition in cui quasi 400 giovani provenienti da 186 paesi hanno discusso della necessità di un'azione urgente che i giovani hanno articolato nelle loro proposte.

I temi in discussione a Milano e le principali conclusioni sono stati:

Crescente ambizione nella riduzione delle emissioni per garantire che l'obiettivo di 1,5 °C rimanga a portata di mano

è stato espresso un senso di urgenza a seguito del recente rapporto di sintesi NDC che evidenzia che gli attuali NDC potrebbero comportare un aumento delle emissioni del 16% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030, quando è necessaria una riduzione del 45% per mantenere l'anomalia termica sotto gli 1,5 °C. Alla plenaria di apertura si è dichiarato che dobbiamo urgentemente e drasticamente aumentare l'azione per affrontare il cambiamento climatico in questo decennio, accelerare gli sforzi per rispondere agli impatti che stanno già avvenendo e prepararci a gravi peggioramenti. Rispecchiando l'urgenza dell'azione, molti ministri hanno invitato coloro che devono ancora presentare i loro NDC e le strategie a lungo termine  per la neutralità del carbonio entro metà del secolo a farlo prima della COP26. Alcuni ministri hanno chiesto che il G20 del 30-31 ottobre impegni ad una maggiore ambizione i paesi  maggiori emettitori. Molti ministri hanno ribadito la necessità di un maggiore sostegno ai paesi in via di sviluppo e l'importanza di condividere le tecnologie. I ministri hanno sottolineato che le parti dovranno fronteggiare a Glasgow il divario che esisterà tra gli sforzi dichiarati  e ciò che è richiesto dalla scienza per raggiungere l'obiettivo di Parigi. Le proposte specifiche della Pre-COP includono: evidenziare l'importanza dell'IPCC nel fornire la migliore scienza disponibile e riconoscere le sue ultime evidenze come una solida base per l'azione; la necessità di focalizzare gli obiettivi al 2030  e di rivisitare gli NDC del 2030 prima dell'inventario globale del 2023 se non sono allineati con gli 1,5 gradi; un impegno a presentare le strategie di metà secolo aggiornate alla neutralità del carbonio prima dell'inventario globale. Alcuni ministri hanno sottolineato la necessità di riconoscere i principi di equità e responsabilità comuni ma differenziate e le rispettive capacità alla luce delle diverse circostanze nazionali, la necessità di una transizione equa, la necessità di finanziamenti crescenti e l'importante ruolo della tecnologia nel raggiungimento di tali obiettivi. Sono stati richiesti ancora ulteriori sforzi per ridurre gradualmente i sussidi al carbone e ai combustibili fossili, investendo in soluzioni basate sulla natura, concentrandosi sul carbon budget; nuovi obiettivi sul metano, nonché la necessità di obiettivi transizionali settoriali tra cui energia, mobilità, infrastrutture e biodiversità, e un approccio globale al prezzo del carbonio. I ministri hanno anche menzionato l'importanza di finalizzare gli elementi in sospeso del Regolamento per sostenere gli sforzi di mitigazione. Il presidente designato della COP26 ha invitato le parti a fornire contributi scritti sulle loro idee, impegnandosi a portare avanti le consultazioni bilaterali su questo tema prima della COP.

Stabilire un obiettivo globale sull'adattamento per ridurre la vulnerabilità, promuovere la costruzione della resilienza attraverso la pianificazione dell'adattamento e l'attuazione di azioni di adattamento

I ministri hanno sottolineato la necessità di prestare maggiore attenzione politica all'adattamento e hanno presentato suggerimenti su come realizzare questo obiettivo attraverso l'attuazione dell'obiettivo globale sull'adattamento e l'aumento della portata e dell'urgenza dei finanziamenti. I ministri hanno riconosciuto l'importanza dei piani nazionali di adattamento (NAP) e delle comunicazioni sull'adattamento come strumenti per comprendere le esperienze dei paesi, guidare e dimostrare l'azione di adattamento, nonché per stabilire priorità e bisogni locali e nazionali. I ministri hanno sottolineato che l'adattamento è una sfida comune anche se  varia nelle sue applicazioni locali. Ci sono state serie di appelli per migliorare la comprensione collettiva dell'obiettivo globale sull'adattamento al fine di guidare l'azione nazionale e internazionale e fornire i giusti incentivi per l'attuazione. I ministri hanno presentato una serie di suggerimenti in materia di adattamento. I suggerimenti che hanno goduto di un certo sostegno includevano la richiesta all'IPCC di svolgere ulteriori lavori sull'adattamento compresa la fornitura di una relazione speciale sull'argomento; un quadro/indicatori generali per misurare i progressi; e più lavoro sui NAP per comprendere le esperienze dei vari paesi. La maggior parte dei ministri ha ritenuto che tale via da seguire dovrebbe essere concordata alla COP 26 con una tempistica chiara. Il Presidente designato della COP ha chiesto ulteriori contributi dalle parti e dagli osservatori della Convenzione climatica sulla via da seguire per l'obiettivo globale sull'adattamento e includerà le sue opinioni sullo stato dei lavori nella sua nota di riflessione prima della COP.

Migliorare gli approcci per evitare, ridurre al minimo e affrontare perdite e danni causati da condizioni climatiche estreme

La pre-COP ha sottolineato che le perdite e i danni stanno già avvenendo  e che aumenteranno. Lo spettro delle perdite e dei danni, dai cambiamenti a insorgenza lenta agli impatti più immediati causati da disastri naturali, richiede una maggiore attenzione che deve comprendere un'ampia gamma di azioni al fine di evitare, ridurre al minimo e affrontare le perdite e i danni. Alcuni ministri hanno evidenziato come i ripetuti disastri possano comportare incidenze del debito insostenibili, soprattutto quando intere economie sono colpite da eventi disastrosi, e hanno chiesto dispositivi per garantire finanziamenti in risposta al disastro. È stata inoltre richiesta la disponibilità di maggiori finanziamenti e una mappatura delle fonti di finanziamento relative a perdite e danni. Un certo numero di ministri ha sottolineato l'importanza di razionalizzare l'assistenza delle agenzie in modo che sia più facile accedere e allinearsi ai piani locali e nazionali. C'è stato un chiaro sostegno all'operatività della Rete di Santiago come organismo attivo, con alcuni che chiedevano un segretariato per sostenerne gli sforzi. I ministri hanno suggerito il coinvolgimento del Comitato esecutivo del Meccanismo internazionale di Varsavia, del segretariato dell'UNFCCC o di un'organizzazione esterna che possa operare sotto l'autorità dell'UNFCCC. Alcuni hanno suggerito che potrebbero essere necessari accordi provvisori per garantire che la rete funzioni rapidamente. Ci sono state chiare richieste da parte dei ministri affinché lo sviluppo della rete fosse accolto alla COP26 al fine di assicurarsi che la rete sia operativa il prima possibile. Alcuni ministri hanno chiesto un fondo per sostenere le funzioni della Rete di Santiago. La presidenza entrante si consulterà ulteriormente con le parti e le agenzie tecniche prima della COP per esplorare gli aspetti pratici della Rete di Santiago, comprese le opzioni per accordi provvisori per far funzionare rapidamente la rete. In vista della COP, la presidenza entrante consoliderà le idee delle parti su come potenziare l'azione in caso di perdite e danni; anche sulla Rete di Santiago e su come aiutare a semplificare la finanza internazionale relativa a perdite e danni.

Crescente ambizione sulla fornitura di finanziamenti e sostegno ai paesi in via di sviluppo per consentire loro di agire sui cambiamenti climatici

I ministri hanno riaffermato l'importanza fondamentale di raggiungere l'obiettivo dei 100 miliardi di dollari all'anno di finanziamento del clima, e molti hanno accolto con favore i progressi attraverso i nuovi impegni presi dalla riunione ministeriale di luglio. Diversi hanno notato l'alta probabilità che i 100 miliardi di dollari non saranno raggiunti esprimendo l'urgenza di dare certezze e raggiungere l'obiettivo quanto prima. In questo contesto, la presidenza entrante continuerà a lavorare per garantire che il piano di finanziamento per i paesi sviluppati venga pubblicato prima della COP, per dare fiducia e  dimostrare come saranno compiuti progressi rispetto a questioni connesse come il finanziamento dell'adattamento, la qualità e l'accesso. I ministri hanno ribadito la necessità di aumentare urgentemente i finanziamenti per l'adattamento e garantire che siano più accessibili e prevedibili. C'è stata una continua enfasi sui fondi e sulle sovvenzioni per il clima come parte del sostegno pubblico, ma anche il riconoscimento della necessità di mobilitare meglio anche il settore privato per finanziare l'azione di adattamento. Sono state espresse opinioni divergenti sulle richieste di un obiettivo 50/50 tra finanziamenti per l'adattamento e la mitigazione, con molti che hanno sottolineato che ciò che conta di più è aumentare il supporto per l'adattamento. Molti hanno anche sollevato la necessità di migliorare l'accesso ai finanziamenti agevolati per il clima nei paesi vulnerabili, anche per sostenere lo sviluppo dei NAP. I ministri hanno parlato chiaramente dell'importanza di inviare un segnale chiaro sul finanziamento dell'adattamento a Glasgow, con alcuni che hanno suggerito che ci dovrebbe essere una discussione dedicata all'interno delle deliberazioni sull'obiettivo finanziario post-2025. I ministri hanno inoltre sottolineato l'importanza di avviare le deliberazioni sul nuovo obiettivo finanziario post-2025 a Glasgow. Hanno ribadito la necessità di un approccio che sia inclusivo e incorpori elementi sia tecnici che politici. Diversi ministri hanno fatto riferimento all'importanza di concordare una struttura per le deliberazioni con scadenze chiare, alcuni hanno suggerito un gruppo o comitato ad hoc per il lavoro tecnico sull'obiettivo; e altri hanno parlato dei vantaggi di un ciclo di feedback continuo tra discussioni politiche e tecniche. Vari ministri hanno anche sollevato questioni come le esigenze dei paesi in via di sviluppo, la prevedibilità e l'efficacia dei finanziamenti, l'equilibrio tra mitigazione e adattamento, l'importanza dell'allineamento dei flussi finanziari, perdite e danni e la questione di chi saranno contributori e destinatari dell'obiettivo. Durante le discussioni, i ministri hanno riconosciuto il ruolo chiave di catalizzatore delle finanze pubbliche nel far leva sui finanziamenti privati, ridurre i rischi sugli investimenti e nell'incrementare le risorse del settore privato, pur riconoscendo l'urgenza di mobilitare ulteriormente il settore privato per aumentare gli investimenti, soprattutto sull'adattamento. Un numero significativo di ministri ha sollevato l'importanza di allineare flussi finanziari più ampi con gli obiettivi climatici al fine di spostare i fondi necessari per un'azione climatica ambiziosa e per soddisfare le esigenze dei paesi in via di sviluppo; e che ciò richiederebbe un maggiore impegno con gli attori e le iniziative del settore privato, nonché con il più ampio sistema finanziario globale. Un certo numero di paesi ha evidenziato la necessità di abbandonare i sussidi ai combustibili fossili in questo senso. Molti ministri hanno condiviso le loro preoccupazioni sul fatto che l'attuale architettura finanziaria non affronta sufficientemente la questione dell'indebitamento e dello spazio fiscale, menzionando anche le opportunità di misure come il prezzo del carbonio e la graduale eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili. È stata avanzata una proposta specifica per un nuovo comitato internazionale per esaminare tali questioni in modo sistematico. L'importanza di riallineare la finanza a livello globale per mantenere in vita gli obiettivi di Parigi è stata notata da molti. Nelle sue osservazioni conclusive, il presidente designato della COP26 si è impegnato a pubblicare il piano di delivery dei 100 miliardi di dollari prima della COP. Ha inoltre indicato che la presidenza intende convocare discussioni ad alto livello sul nuovo obiettivo finanziario all'inizio della COP. Il presidente designato della COP ha informato che intende esporre le opinioni sulle questioni finanziarie in una nota di riflessione prima della COP.

Promuovere gli aspetti regolamentari necessari affinché i paesi riferiscano in modo trasparente sulle loro azioni per il clima e sul supporto necessario o ricevuto

I ministri hanno riaffermato il loro impegno per un risultato equilibrato sull'articolo 6 dell'Accordo di Parigi, con l'obiettivo di consentire una maggiore ambizione nelle azioni di mitigazione e adattamento. Molte parti hanno sottolineato l'importanza di norme solide e di relazioni chiare per il successo finale dell'attuazione dell'articolo 6. Su tre temi è stato chiesto ai ministri di concentrarsi: evitare un doppio uso attraverso il meccanismo dell'articolo 6.4; l'uso di unità di misura pre-2020 per implementare gli NDC; e sostenere i finanziamenti per l'adeguamento attraverso l'articolo 6, ma le posizioni rimangono divergenti. Molti ministri hanno espresso il parere che le opzioni di compromesso non sono coerenti con l'obiettivo di aumentare l'ambizione nel contesto dell'obiettivo di Parigi. Riflettendo sul pacchetto più ampio dell'articolo 6, i ministri hanno evidenziato altre questioni importanti, tra cui l'accelerazione del programma di lavoro dell'articolo 6.8, la mitigazione generale delle emissioni globali, la protezione dei diritti umani e dei diritti delle popolazioni indigene, lo sviluppo delle capacità per la partecipazione alle attività di cui all'articolo 6  e la progettazione del meccanismo di cui all'articolo 6.4, compresi gli approcci per le linee di base e l'addizionalità. Alcuni ministri hanno anche sollevato il collegamento tra le discussioni sulla generazione di finanziamenti per l'adattamento attraverso l'articolo 6.2 e le negoziazioni sui finanziamenti per il clima. Mentre alcuni ministri hanno indicato priorità e possibili compromessi tra le tre questioni di interesse, in generale i ministri non hanno elaborato chiaramente come potremo trovare un equilibrio tra tutte le questioni in termini concreti. I ministri hanno concluso che sarebbe utile che il presidente dell'SBSTA fornisca un unico documento informale prima della COP26 che integri i testi di Madrid, per riassumere le discussioni fino ad oggi e le opzioni sul tavolo per le parti.  I ministri hanno riconosciuto l'importanza fondamentale del quadro di trasparenza rafforzato e molti lo hanno definito la spina dorsale dell'Accordo di Parigi e come uno strumento importante per raggiungerne  gli obiettivi. Molti ministri hanno sottolineato che le decisioni da prendere a Glasgow dovrebbero essere in linea con le modalità, le procedure e le linee guida  e i principi concordati alla COP24 di Katowice. Ciò include come sviluppare le tabelle di rendicontazione comuni per riportare gli inventari dei GHG e i formati tabulari comuni per tenere traccia dei progressi degli NDC; inoltre, come rendere operative le specifiche disposizioni di flessibilità. C'è stato un accordo generale sul fatto che la maggior parte del lavoro sul quadro per la trasparenza rafforzata è stato completato alla COP 24 e la maggior parte dei ministri ha concordato che il compito rimanente è puramente tecnico. Sono state condivise alcune opinioni diverse su come esattamente dovrebbero essere attuati alcuni elementi del quadro per la trasparenza, in particolare se tutti i formati di segnalazione devono essere uniformi per tutte le parti. Alcuni ministri hanno anche sottolineato l'importanza del rafforzamento delle capacità e hanno chiesto sostegno ai paesi in via di sviluppo nell'attuazione dei requisiti previsti dal quadro di trasparenza. Altri ministri, dei paesi donatori, si sono impegnati a fornire tale sostegno attraverso canali multilaterali e bilaterali. I ministri hanno riconosciuto che le parti possono e devono collaborare per migliorare la rendicontazione nel tempo dai diversi punti di partenza. Il presidente convocherà inoltre discussioni virtuali informali in ottobre, per accelerare la preparazione delle parti alle discussioni sulla trasparenza alla COP 26 e per concedere tempo sufficiente per garantire che il mandato possa essere adempiuto in tempo. I ministri hanno sottolineato l'importanza di garantire che qualsiasi risultato sulla questione delle scadenze comuni si allinei e sostenga il ciclo quinquennale della comunicazione degli NDC e del bilancio globale come stabilito nell'accordo di Parigi. Sebbene non vi sia stato un chiaro consenso sulla estensione dei tempi comuni che potrebbero essere adottati alla COP26, c'è stato un sostegno significativo per un'opzione di cinque anni, mentre alcuni ministri hanno chiesto un quadro di dieci anni con un punto intermedio a cinque anni. Molti ministri hanno stabilito che un arco di tempo quinquennale consente alle parti di riflettere la migliore scienza disponibile, gli ultimi sviluppi tecnologici e di mercato e consentire il pieno allineamento con i meccanismi dell'accordo di Parigi, compreso l'inventario globale. Alcuni ministri hanno evidenziato la preferenza per un orizzonte temporale di dieci anni a causa dei processi di pianificazione interni e per fornire un orizzonte di pianificazione più lungo che possa anche aiutare a stimolare l'ambizione. Alcuni hanno anche indicato che è possibile mantenere un quadro nazionale di dieci anni che rimane allineato con i tempi di NDC di cinque anni, mentre altri hanno esortato le parti ad accettare una pluralità di tempi comuni alla COP 26.

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27 Ottobre 2021. La COP 26 dei giovani a Milano, Youth for climate, con Greta Thunberg protagonista

All'evento Youth4Climate Driving Ambition quasi 400 giovani provenienti da 186 paesi hanno discusso della necessità e dell'urgenza di un'azione e si sono organizzati in gruppi di lavoro tematici. Il documento finale dei giovani verrà finalizzato il 25 ottobre in tempo per essere presentato alla COP 26. Intanto però i giovani hanno presentato una serie di richieste ai ministri della pre-COP, divise in quattro sezioni:

Partecipazione e ruolo dei giovani

Richiediamo ai paesi e alle istituzioni competenti di garantire urgentemente un coinvolgimento  significativo dei giovani in tutti i processi decisionali sui processi con implicazioni sul cambiamento climatico e sulla pianificazione, progettazione, attuazione e valutazione delle politiche climatiche a livello multilaterale, livello nazionale e locale con un ambiente favorevole. Richiediamo ai paesi di aumentare urgentemente il supporto finanziario, amministrativo e logistico per promuovere l'impegno dei giovani a guidare efficacemente l'ambizione climatica e l'azione concreta.  Richiediamo a Paesi, organizzazioni internazionali e istituzioni finanziarie pubbliche e private di destinare con urgenza, e rendere facilmente accessibili, fondi per sostenere la partecipazione dei giovani ai processi decisionali con implicazioni sui cambiamenti climatici a tutti i livelli.

Recupero sostenibile post pandemia

Chiediamo una transizione energetica urgente, olistica, diversificata e inclusiva entro il 2030 che dia priorità all'efficienza energetica e all'energia sostenibile, mantenendo l'obiettivo +1,5 °C a portata di mano; finanziamenti per lo sviluppo di capacità, ricerca e condivisione di tecnologie per garantire una transizione con posti di lavoro dignitosi, fornendo un sostegno adeguato alle comunità colpite e vulnerabili. Chiediamo il rafforzamento di diversi mezzi di attuazione da rendere immediatamente disponibili per misure di adattamento, resilienza e perdite e danni di proprietà locali per garantire che soluzioni adeguate e continue raggiungano i gruppi e le regioni più vulnerabili. Chiediamo che le soluzioni basate sulla natura abbiano la priorità come strategia chiave per affrontare la crisi climatica che sottolinea anche la necessità di una società socialmente giusta ed equa, in particolare riconoscendo, rappresentando, rispettando e proteggendo le popolazioni locali e indigene e i diritti e le conoscenza locali. Esortiamo i decisori a tutti i livelli, nei settori pubblico e privato, a creare un sistema di finanziamento del clima trasparente e responsabile con una solida regolamentazione delle emissioni di carbonio, evitando le finzioni degli investimenti climatici nelle comunità più vulnerabili, garantendo nel contempo pari opportunità per persone di ogni genere, età ed estrazione sociale, oltre a sradicare lo sfruttamento delle donne e il lavoro minorile. Chiediamo, alla COP 26, il riconoscimento della responsabilità del turismo nel raggiungere gli obiettivi climatici globali e le sue vulnerabilità agli impatti dei cambiamenti climatici, in particolare per i paesi dipendenti dal turismo, come le piccole isole. Chiediamo l'inclusione di tutte le parti interessate (compresi i giovani, le donne, le comunità indigene e altri gruppi emarginati), nei processi di sviluppo delle capacità, monitoraggio, investimento e processo decisionale, verso una ripresa resiliente del turismo blu e verde.

Infrastrutture ed iniziativa privata

 Sostenere la partecipazione di giovani imprenditori, artisti, agricoltori e atleti, in particolare provenienti da economie emergenti e gruppi emarginati (minoranze etniche, indigeni, persone con disabilità, ecc.), nonché operatori non statali già attivi, con pratiche etiche e sostenibili nello sviluppo sostenibile e nell'adozione di soluzioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, facilitando loro l'accesso ai finanziamenti pubblici e privati, e promuovendo lo sviluppo di infrastrutture critiche (incluso l'accesso a Internet). Richiedere agli stakeholder non governativi, in particolare al settore privato, di allineare le operazioni attuali e future e la loro catena di fornitura con l'obiettivo delle emissioni nette zero. La transizione deve iniziare immediatamente e richiede una chiara rendicontazione dei piani e il raggiungimento degli obiettivi intermedi, almeno su base annuale. Migliorare la trasparenza in materia ambientale e la responsabilità degli attori non pubblici garantendo loro informative sul clima solide e annuali che includano i dati di origine sottostanti; garantire che tali informazioni e i set di dati siano certificati da istituti competenti. L'abolizione dell'industria dei combustibili fossili deve iniziare rapidamente e immediatamente con un'eliminazione totale entro il 2030 al più tardi e garantire una transizione decentrata ed equa progettata per e con le cooperative di lavoratori, le comunità locali e indigene e le persone più colpite dalla crisi climatica e dall'emigrazione. Tutti gli attori non statali, compresi gli organismi delle Nazioni Unite, la moda, lo sport, l'arte, l'imprenditorialità, le entità agricole ecc. non devono accettare alcun investimento in combustibili fossili nè attività di lobbying influenzate da questa industria, in particolare se connesse ai negoziati internazionali.

Per una società climaticamente consapevole

I decisori devono essere ritenuti responsabili nel lavorare con i giovani e le comunità per affrontare il cambiamento climatico, riconoscere e sostenere le popolazioni vulnerabili, garantire l'accesso a varie risorse come i servizi sanitari e dare spazio alle diverse voci. Devono supportare la creazione di piattaforme e meccanismi multistakeholder per condividere informazioni e soluzioni sul clima e favorire la partecipazione negli spazi decisionali. Invitiamo i governi a garantire a tutti un'istruzione completa e universale sui cambiamenti climatici, un'alfabetizzazione climatica e finanziamenti adeguati secondo tempi stabiliti a livello internazional. L'obiettivo principale è fornire alle persone di tutte le età le conoscenze, le abilità, i valori e le attitudini per affrontare il cambiamento climatico. L'istruzione dovrebbe avere un approccio olistico, integrando la conoscenza indigena e locale, la prospettiva di genere e promuovere cambiamenti negli stili di vita, negli atteggiamenti e nei comportamenti, garantendo la neutralità climatica e la resilienza climatica delle istituzioni educative. Le azioni chiave includono: integrare l'apprendimento del cambiamento climatico nei curricula a tutti i livelli introducendo elementi di conoscenza  del cambiamento climatico nelle materie esistenti; formare responsabili politici, insegnanti, bambini, giovani, settore privato e comunità; integrare il cambiamento climatico nelle politiche educative e l'educazione sul cambiamento climatico nelle politiche tra cui gli NDC e i piani di adattamento nazionali, NAP; garantire la revisione delle politiche di educazione climatica e il coordinamento tra i ministri dell'istruzione e dell'ambiente, promuovendo l'educazione formale, non formale e informale, l'apprendimento tra pari e le attività extracurriculari. I giovani dovrebbero avere accesso ai finanziamenti per i progetti guidati dai giovani e un maggiore accesso a stage retribuiti, scambi e attività di sviluppo delle capacità. Invitiamo i governi a altri attori rilevanti a sensibilizzare sull'adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici per ogni persona nel mondo, dando risalto ai rifugiati climatici, attraverso i media tradizionali e utilizzando campagne, arte, sport, intrattenimento, comunità leader, influencer e social media. Dobbiamo consentire a ogni persona nel mondo di partecipare alla conoscenza delle soluzioni climatiche attraverso programmi di sviluppo delle capacità incentrati su advocacy e leadership, nonché garantire che tutti possano partecipare ai processi decisionali.  Formare giornalisti e comunicatori per trasmettere l'urgenza e le implicazioni della crisi climatica in modo trasparente, accessibile e colloquiale semplificando le scoperte scientifiche, facilitando la comprensione delle politiche e sottolineando l'esistenza e la fattibilità delle soluzioni, regolamentando la pubblicità, definendo e prevenendo il greenwashing, evidenziando le disuguaglianze climatiche, combattendo la disinformazione e utilizzando i social media e i mezzi di comunicazione tradizionali.

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15 Agosto 2021. I nodi da sciogliere alla COP 26 di Glasgow

A sei anni dall’Accordo di Parigi non ci sono segni di riduzione delle concentrazioni atmosferiche dei gas serra né, per conseguenza, della temperatura media superficiale terrestre. Le emissioni di CO2 antropogeniche hanno avuto una flessione importante nel 2020, ma sono date ovunque in ripresa. L’Accordo, come si ricorderà, fissa un limite legalmente vincolante tra gli 1,5 e i 2 °C per l’anomalia termica a fine secolo ed oggi abbiamo superato gli 1,1 °C. A Parigi, la somma degli impegni, avrebbe portato ad una anomalia a fine secolo non inferiore a 3 °C. Le ambizioni devono quindi crescere, e di molto, per cogliere l’obiettivo dell’Accordo.

La COP 26 era originariamente prevista alla fine dell’anno 2020, l’anno di entrata in forza dell’Accordo di Parigi e di esaurimento del periodo intermedio dal secondo Protocollo Kyoto. È stata rimandata di un anno a causa della pandemia e si terrà, come previsto, a Glasgow, a fine 2021, sotto la presidenza congiunta italo-inglese. Glasgow è una città che nel 2020 dichiarava già il 97,4% di consumi di elettricità rinnovabile e che vuole anticipare il suo net zero al 2030. La COP 26 ha, per la prima volta dall'Accordo di Parigi, il compito di raccogliere gli NDC con i quali tutti i paesi aggiornano i loro impegni per affrontare la riduzione delle emissioni. Il Regno Unito ha fissato per il 2030 il 68% di riduzione per il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e recentemente un nuovo obiettivo del 78% per il 2035. A seguito della comunicazione del Green Deal europeo nel dicembre 2019, confermata dalla Climate Law in giugno 2021, l'UE ha programmato una riduzione del 55 % entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Il 21 aprile al Leaders Summit on Climate gli Stati Uniti hanno annunciato una riduzione del 50-52% rispetto ai livelli del 2005 per il 2030 e zero netto per il 2050. La Cina ha confermato il picco delle emissioni in anticipo rispetto al 2030 e il net zero delle emissioni al 2060. Molti altri paesi hanno assunto impegni analoghi.

La COP 25 di Madrid nel 2019 non era riuscita a raggiungere il consenso in molte aree chiave del negoziato, lasciando irrisolte questioni importanti e rimandando le decisioni alla COP 26 dove ci sarà il ritorno degli Stati Uniti al tavolo dei negoziati, con il presidente Biden che intende fare dell'azione per affrontare il cambiamento climatico una priorità, dopo aver ricondotto gli Stati Uniti nell'Accordo di Parigi, abbandonato nel 2019. Ospitando in primavera il Summit dei leader, gli Stati Uniti sembrano voler riprendere qualche forma di leadership della lotta al cambiamento climatico, con un’opinione pubblica profondamente colpita dagli incendi, dalla siccità, dalle ondate di calore e dagli uragani.

L'obiettivo principale della COP 25 era finalizzare il regolamento dell'Accordo di Parigi, un manuale operativo per disciplinare i meccanismi richiesti dall'Accordo e consentirne la piena operatività. Tuttavia, le parti non sono state in grado di raggiungere un consenso sui punti chiave relativi alle regole dell'articolo 6 sul mercato internazionale del carbonio, sul carbon pricing e sulle misure di sostegno allo sviluppo, compresa la cooperazione bilaterale sui tagli alle emissioni. Mettendo un prezzo al carbonio, si attribuisce agli emettitori la responsabilità dei gravi costi derivanti dall'aggiunta di emissioni di gas serra nell'atmosfera; questi costi includono l’aria inquinata, le temperature in aumento e i vari mali che ne conseguono, le minacce alla salute pubblica e alle forniture di cibo e acqua e l’aumento del rischio di eventi meteorologici pericolosi.

Alla COP 25, 73 paesi avevano anche presentato i loro NDC migliorati e, circostanza di grande rilievo, circa 630 investitori globali avevano rilasciato una dichiarazione sui cambiamenti climatici sollecitando l'eliminazione graduale dell'energia termica a carbone e la fine dei sussidi per i combustibili fossili. Uno dei pochi risultati della COP 25 è stato concordare un piano quinquennale d'azione di genere per sostenere la piena ed equa partecipazione delle donne alla politica climatica. Alla scadenza del 31 luglio 110 paesi hanno presentato NDC nuovi o rinnovati ma, osserva la UNFCCC, siamo lontani dai livelli di ambizione necessari per conseguire gli obiettivi di Parigi.

Le questioni rinviate alla COP 26 includono:

•      quale percentuale dei proventi della vendita dei permessi di emissione del mercato globale del carbonio dovrebbe essere accantonata per finanziare le misure di adattamento nei paesi vulnerabili ai cambiamenti climatici;

•      i tempi di attuazione per gli NDC, che i paesi hanno originariamente presentato in modo frammentario con termini in scadenza che vanno dal 2020 al 2030;

•      i finanziamenti per gli impatti climatici per sostenere i paesi in via di sviluppo, dando corso all’impegno di Copenhagen, che risale al 2009, di dotare il Green Climate Fund di 100 Mld$ entro il 2020, obiettivo ancora lontano, e di aumentare ulteriormente tale importo;

•      il riconoscimento del diritto dei paesi poveri impattati e danneggiati dai cambiamenti climatici di avere un risarcimento dalla comunità internazionale (Loss and damage) al di fuori del Green Climate Fund;

•         l’attuazione del principio della transizione giusta e il sostegno alle economie dei paesi che vivono di combustibili fossili e passano a nuovi assetti a basse emissioni;

•         il problema dell’inclusione e del coinvolgimento largo del pubblico, in particolare dei giovani, cui va riconosciuto il merito di aver tratto fuori il negoziato climatico dalla lunga stasi.

La COP 26 intende ottenere un cambio di passo negli impegni per la riduzione delle emissioni; rafforzare l'adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici; ottenere finanziamenti per l'azione per il clima e rafforzare la collaborazione internazionale, il lancio delle campagne per la transizione energetica e la salvaguardia del capitale naturale.

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9 Agosto 2021. Il IPCC anticipa l'uscita del VI Assessment Report, WG I, in vista della COP 26 di Glasgow

Dopo otto anni di lavoro – basati su più di tre decenni di ricerche precedenti – il IPCC AR6 WG I ha un unico messaggio: il tempo sta per scadere.

I fenomeni  climatici estremi riempiono le pagine dei quotidiani, l'atmosfera e i mari si stanno riscaldando a ritmi senza precedenti nella storia umana e alcune delle conseguenze sono irrevocabili. Solo drastici tagli alle emissioni di gas serra in questo decennio possono impedirci di aumentare le temperature globali in misura disastrosa, conclude il Rapporto.

L'IPCC è l'organismo dei maggiori esperti mondiali di clima, costituito nel 1988 e incaricato di preparare rapporti completi sullo stato delle nostre conoscenze del clima. Il suo primo rapporto nel 1990 metteva in guardia sulle potenziali conseguenze dell'aumento delle emissioni di gas serra ed è stato fondamentale per la creazione, due anni dopo, della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il trattato madre dell'accordo di Parigi del 2015. Da allora, i rapporti sono stati prodotti all'incirca ogni sette anni. Oggi è stata pubblicata solo la prima parte, che tratta delle basi fisiche del cambiamento climatico. Il prossimo anno seguirà il Rapporto sugli impatti della crisi climatica e sui modi per ridurre tali impatti. Ogni rapporto si estende su migliaia di pagine, che rappresentano l'intero spettro della conoscenza umana del sistema climatico, ma è ridotto a pochi messaggi chiave chiamati sommario per i responsabili delle politiche (SPM), votato in assemblea. Anche i governi svolgono un ruolo chiave in questa fase e possono moderare i risultati dell'SPM. I governi non possono dunque ignorare i risultati che essi stessi hanno approvato. L'incontro SPM di quest'anno è durato due settimane.

Dopo che questo rapporto sarà completato l'anno prossimo, il processo IPCC continuerà. I ricercatori presenteranno articoli per la peer review e la pubblicazione su riviste scientifiche e gli autori principali dell'IPCC sceglieranno i più significativi per ulteriori indagini e la inclusione in un settimo rapporto di valutazione, che probabilmente sarà pubblicato verso la fine di questo decennio. Riteniamo però che questo sia l'ultimo rapporto dell'IPCC ad essere pubblicato mentre abbiamo ancora la possibilità di evitare i peggiori danni del crollo climatico.

Cosa dice il Rapporto in sostanza? Per punti:

A. Lo stato del clima

A.1 È inequivocabile che l'influenza umana ha riscaldato l'atmosfera, l'oceano e la terra. Si sono verificati cambiamenti diffusi e rapidi nell'atmosfera, nell'oceano, nella criosfera e nella biosfera.

A.2 La portata dei recenti cambiamenti nel sistema climatico nel suo insieme e lo stato attuale di molti aspetti del sistema climatico sono senza precedenti per molti secoli e per molte migliaia di anni.

A.3 Il cambiamento climatico indotto dall'uomo sta già influenzando molti eventi meteorologici e climatici estremi in ogni regione del mondo. Prove di cambiamenti osservati in fenomeni estremi come ondate di calore, forti precipitazioni, siccità e cicloni tropicali e, in particolare, la loro attribuzione all'influenza umana, si è rafforzata dal quinto rapporto di valutazione (AR5).

A.4 Il miglioramento della conoscenza dei processi climatici, delle evidenze paleoclimatiche e della risposta del sistema climatico all'aumento del forzante radiativo fornisce una stima migliore della sensibilità  climatica all'equilibrio pari a 3°C (per un raddoppio della concentrazione atmosferica GHG equivalente, ndr.), con un range più ristretto rispetto ad AR5.


B. Possibili futuri climatici

B.1 In generale, la temperatura superficiale globale continuerà ad aumentare almeno fino alla metà del secolo, secondo gli scenari di emissione considerati. Il riscaldamento globale di 1,5 °C e 2 °C sarà superato durante il 21° secolo a meno che non vi siano profonde riduzioni delle emissioni di anidride carbonica (CO2) e delle altre emissioni di gas serra nei prossimi decenni.

B.2 Molti cambiamenti nel sistema climatico diventano più gravi in relazione diretta all'aumento del riscaldamento globale. Includono aumenti della frequenza e dell'intensità degli estremi termici, ondate di calore marine e forti precipitazioni, siccità agricola ed ecologica in alcune regioni e cicloni tropicali intensi, nonché riduzioni del ghiaccio marino artico, della copertura nevosa e del permafrost.

B.3 Si prevede che il continuo riscaldamento globale intensificherà ulteriormente il ciclo globale dell'acqua, compresoa la sua variabilità, le precipitazioni monsoniche globali e la gravità degli eventi umidi e secchi.

B.4 In scenari con emissioni di CO2 crescenti, i pozzi di assorbimento del carbonio oceanici e terrestri si prevede che saranno meno efficaci nel rallentare l'accumulo di CO2 nell'atmosfera.

B.5 Molti cambiamenti dovuti alle emissioni di gas serra passate e future sono irreversibili per secoli a millenni, in particolare i cambiamenti nell'oceano, nelle calotte glaciali e nel livello globale del mare.

C. Informazioni sul clima per la valutazione del rischio e l'adattamento regionale

C.1 I fattori naturali e la variabilità interna modulano i cambiamenti causati dall'uomo, specialmente a scala regionale e nel breve termine, con scarsi effetti sul riscaldamento globale secolare. Queste modulazioni sono importanti da considerare nella pianificazione dell'intera gamma di possibili cambiamenti.

C.2 Con l'ulteriore riscaldamento globale, ogni regione dovrebbe sperimentare sempre più cambiamenti simultanei e multipli nei fattori di impatto climatico. in diverse condizioni climatiche i cambiamenti dei fattori di impatto saranno più diffusi a 2 °C rispetto agli 1,5 °C del riscaldamento globale e ancora più diffusi e/o pronunciati per livelli di riscaldamento più elevati.

C.3 Esiti a bassa probabilità, come il default della calotta glaciale, il cambiamento improvviso della circolazione oceanica, alcuni eventi estremi compositi e un riscaldamento sostanzialmente maggiore di quello valutato come intervallo di riscaldamento futuro molto probabile, non si possono escludere e fanno parte della valutazione del rischio.


D. Limitare i futuri cambiamenti climatici

D.1 Dal punto di vista delle scienze fisiche, limitare il riscaldamento globale indotto dall'uomo a uno specifico livello, richiede la limitazione delle emissioni cumulative di CO2, raggiungendo almeno lo zero netto di CO2 emissioni, insieme a forti riduzioni di altre emissioni di gas serra. Forti, rapide e prolungate riduzioni delle emissioni di CH4 limiterebbero anche l'effetto di riscaldamento causato dalla diminuzione dell'inquinamento da aerosol e migliorerebbero la qualità dell'aria.

D.2 Scenari con emissioni di gas serra (GHG) basse o molto basse (SSP1-1.9 e SSP1-2.6) portano in pochi anni a effetti percepibili sulle concentrazioni dei gas serra e degli aerosol, e sulla qualità dell'aria, rispetto a scenari di emissioni di gas serra elevate o molto elevate (SSP3-7.0 o SSP5-8.5). Differenze percepibili  sulle tendenze della temperatura superficiale globale tra questi scenari contrastanti inizierebbero ad emergere dalla variabilità naturale entro circa 20 anni e su periodi di tempo più lunghi per molti altri fattori di impatto climatico (alta confidenza).

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24 Giugno 2021. Il Parlamento europeo approva la EU Climate Law, la legge delle leggi

A sei anni dalla COP 21 di Parigi, il Parlamento europeo ha approvato una legge che rende giuridicamente vincolanti gli obiettivi dell'Unione europea in materia di emissioni di gas serra, aprendo la strada a una revisione della politica per ridurre più rapidamente l'inquinamento che provoca il riscaldamento del pianeta. I negoziatori del Parlamento e dei 27 paesi membri dell'UE hanno raggiunto un accordo ad aprile sulla legge sul clima, che pone obiettivi di riduzione delle emissioni più rigorosi al centro del processo decisionale dell'UE. Il disegno di legge fissa obiettivi per ridurre le emissioni nette dell'UE del 55% entro il 2030, dai livelli del 1990, ed eliminare le emissioni nette entro il 2050. Il Parlamento ha formalmente approvato la legge con 442 voti favorevoli, 203 contrari e 51 astenuti. Alcuni parlamentari verdi si sono astenuti, dopo aver cercato un più ambizioso taglio del 60% delle emissioni entro il 2030. I gruppi di destra hanno votato contro.

La legge sul clima guiderà la governance dell'UE nei prossimi decenni, a cominciare dall'ampio pacchetto di politiche che la Commissione proporrà il 14 luglio, progettate per ridurre le emissioni più velocemente per raggiungere gli obiettivi climatici. Comprenderà obiettivi più ambiziosi in materia di energie rinnovabili, riforme del mercato del carbonio dell'UE e norme più severe in materia di CO2 per le nuove auto. La maggior parte delle leggi dell'UE sono progettate per raggiungere il precedente obiettivo del blocco di ridurre le emissioni del 40% entro il 2030 e necessitano di un aggiornamento per raggiungere i nuovi obiettivi. Le emissioni dell'UE nel 2019 sono state inferiori del 24% rispetto al 1990. I nuovi obiettivi sono progettati per mettere l'UE su un percorso che, se seguito a livello globale, limiterebbe l'aumento della temperatura globale a 1,5 °C, come richiesto dall'Accordo di Parigi. Il 28 giugno i rappresentanti dei paesi membri dell'UE approveranno formalmente la legge. Parlamento e Ue firmeranno poi il testo, un passaggio formale, prima che diventi legge.

La legge crea un organismo indipendente di esperti scientifici, due per ciascun paese,  per fornire consulenza sulle politiche climatiche, seguire le indicazioni dell'IPCC e definire il budget per i gas serra per le emissioni totali che l'UE può produrre dal 2030 al 2050 per raggiungere i suoi obiettivi climatici.

Dopo il 2050, l'UE punterà alle emissioni negative.  La Commissione presenterà una proposta per un ulteriore obiettivo per il 2040 sei mesi al più tardi dopo la prima revisione globale nel 2023 prevista dall'Accordo di Parigi. La commissione pubblicherà una stima della quantità massima di emissioni di gas serra  che l'UE può emettere fino al 2050 senza mettere in pericolo gli impegni di Parigi (il cd. carbon budget), che servirà anche per definire l'obiettivo rivisto dell'UE per il 2040. Entro il 30 settembre 2023, e successivamente ogni cinque anni, la Commissione valuterà i progressi collettivi compiuti da tutti i paesi dell'UE, nonché la coerenza delle misure nazionali, verso l'obiettivo dell'UE di diventare climaticamente neutra entro il 2050.

La proposta di Climate Law dovrebbe essere approvata a breve dal Consiglio europeo. Sarà poi pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore 20 giorni dopo.

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Giugno 2021. The long way to Glasgow_1

Dal 31 maggio al 17 giugno si è svolta la riunione intersessionale degli “organi sussidiari”  della UNFCCC. I colloqui, online, sono stati mantenuti informali, il che significa che i loro risultati non hanno alcuno status legale, senza che siano state prese decisioni formali fino a quando i diplomatici non si incontreranno di persona. Le nazioni in via di sviluppo e le NGO hanno espresso preoccupazione per lo spostamento dei colloqui online, che secondo loro avrebbe potuto rendere più difficile per i paesi più piccoli far sentire la propria voce.

Il Global Climate Fund

I finanziamenti per il clima per i paesi in via di sviluppo incombevano sui colloqui virtuali, sollevati ripetutamente nonostante non fossero formalmente all'ordine del giorno della riunione. Al centro delle discussioni sui finanziamenti per il clima c'è stato il sostegno da 100 Mld$ entro il 2020, promesso per la prima volta dai paesi sviluppati nel 2009 e riaffermato nell'Accordo di Parigi. Si presume universalmente che i finanziamenti per il clima siano attualmente inferiori all'obiettivo di $ 100 miliardi. Il rapporto più recente sui finanziamenti per il clima pubblicato dal gruppo OCSE di nazioni ricche nel novembre 2020, afferma che nel 2018 sono stati forniti circa 79 miliardi di dollari di sostegno. I paesi potenzialmente vulnerabili al clima sono pronti a boicottare la COP26 a meno che l'obiettivo di 100 miliardi di dollari non venga raggiunto. Gli osservatori indicano una serie di momenti nei mesi precedenti la COP26, in cui potrebbero essere assunti ulteriori impegni sui finanziamenti per il clima. Tra questi l'Assemblea Generale ONU a settembre e il vertice del G20 in Italia a fine ottobre.

Mercato del carbonio ex Articolo 6 di Parigi

I negoziatori non sono riusciti a trovare un accordo sulle regole per l'uso volontario del commercio internazionale del carbonio, ai sensi dell'Articolo 6 dell'accordo di Parigi. L'impasse deriva dal timore che le regole, se mal progettate, possano addirittura causare il fallimento dell'intero accordo di Parigi. La posta in gioco è esacerbata da disaccordi politici, rappresentati con gergo tecnico su una serie di questioni fondamentali. I punti critici chiave includono se consentire il riporto dei crediti di carbonio generati nell'ambito del protocollo di Kyoto e come evitare il doppio conteggio delle riduzioni delle emissioni. Le parti hanno affrontato le possibili opzioni per risolvere i problemi in sospeso. Il presidente SBSTA ha invitato i capi delegazione a impegnarsi per sbloccare i problemi più difficili, cercare un compromesso e garantire che i loro esperti tecnici siano abilitati e autorizzati a lavorare in modo informale per trovare possibili soluzioni ai problemi irrisolti. Durante i negoziati virtuali non ci sono state svolte significative. Prima della COP26, la presidenza del Regno Unito ospiterà ulteriori consultazioni informali sull'Articolo 6 a livello ministeriale, il 23 giugno, seguite da un più ampio esame il 30 giugno tra i capi delle delegazioni e i presidenti dei gruppi negoziali dei colloqui sul clima.

Adattamento

L'adattamento ai cambiamenti climatici è una preoccupazione fondamentale per i paesi in via di sviluppo durante i negoziati ed è strettamente legato alle discussioni sul finanziamento. L'accordo di Parigi prevede un'equa ripartizione tra i finanziamenti per la mitigazione e l'adattamento. Secondo l'UNEP  finora solo l'8% dei finanziamenti per il clima è stato destinato all'adattamento. Nulla di sostanziale è emerso da prendere in considerazione per la COP26 tra i paesi che condividono opinioni su questo punto all'ordine del giorno.

Perdite e danni

I costi degli impatti climatici inevitabili che non possono essere risparmiati con le misure di adattati sono descritti collettivamente nei negoziati sul clima come perdite e danni. Le perdite e i danni sono spesso indicati come il terzo pilastro della politica climatica internazionale dopo la mitigazione e l'adattamento, ma i negoziati spesso vengono criticati per non avergli dato sufficiente risalto. Ci sono state richieste più ampie di fare di perdite e danni  un punto dell'agenda permanente, con uno spazio adeguato ritagliato per l'argomento, piuttosto che qualcosa confinato a un singolo flusso negoziale. Ciò significherebbe discutere esplicitamente del finanziamento per perdite e danni, un campo di battaglia all'ultimo COP di Madrid. Non è stato così e questo finanziamento non è stato affatto discusso durante queste sessioni.

Bilancio globale

L'Accordo di Parigi include un inventario globale quinquennale che ha lo scopo di valutare i progressi collettivi dei paesi verso gli obiettivi climatici a lungo termine, tra cui mitigazione, adattamento, finanziamento, nonché i mezzi di attuazione e supporto. L'inventario è una parte cruciale del meccanismo di ratcheting di Parigi, in base al quale i paesi si impegnano progressivamente, valutano i progressi e quindi aumentano le loro ambizioni. Allo stato attuale, c'è un notevole divario tra ciò a cui le nazioni si sono impegnate in termini di riduzione delle emissioni, miglioramento dell'adattamento e fornitura di finanziamenti e ciò che è effettivamente necessario. I risultati dell'inventario globale hanno lo scopo di indicare alle nazioni quanto occorre fare di più e, così facendo, aumentare l'ambizione generale. La struttura dell'inventario globale è stata in gran parte definita alla COP24 nel 2018, ma rimane una manciata di dettagli che devono ancora essere concordati. C'è grande urgenza, dato che il primo bilancio dovrebbe iniziare subito dopo la COP26 e durare fino al 2023. Il processo verrà quindi ripetuto ogni cinque anni.

Il quadro temporale comune

In vista della COP21 di Parigi, i paesi hanno presentato i loro NDC, coprendo periodi diversi fino al 2025 o al 2030. Alcuni paesi stanno attualmente aggiornando questi impegni climatici o presentandone di nuovi per aumentare le ambizioni. Per ora, questi impegni continueranno a coprire periodi di tempo diversi, a discrezione di ciascuna delle parti, ma la COP24 nel 2018 ha concordato che tutti gli NDC dovrebbero coprire un periodo comune dal 2031, con la durata del periodo da decidere in seguito. Le discussioni alla COP25 di Madrid non sono riuscite a raggiungere un accordo su quale dovrebbe essere la tempistica comune. Alcune parti sostengono che gli impegni sul clima sono determinati a livello nazionale e che questa discrezionalità va estesa ai tempi degli NDC. Altri sostengono che cicli di 10 anni potrebbero bloccare le ambizioni deboli, mentre gli NDC quinquennali consentirebbero di aggiornare i piani più regolarmente alla luce dei costi della tecnologia in calo e del divario tra ambizione e obiettivi. Alla fine dei colloqui vengono indicate solo quattro opzioni per tempistiche comuni: cinque anni; 10 anni; cinque anni + cinque anni, in cui le parti presenterebbero due NDC quinquennali ogni cinque anni, su base continuativa, o cinque o 10 anni, dove le parti possono scegliere.

Erta la strada per  Glasgow

Le sessioni negoziali si sono concluse con una nota leggermente acida, con i negoziatori che hanno riconosciuto che sarebbe stato necessario molto più lavoro prima della COP26 di novembre. Il negoziatore capo del Regno Unito ha riconosciuto nella plenaria di chiusura che ci sono stati progressi limitati e persino un aumento delle opzioni sul tavolo durante i colloqui. Le aspirazioni del Regno Unito per la COP26 comprendono di sollecitare le nazioni a fissare obiettivi di emissioni per il 2030 conformi ai piani di net zero e di adattamento climatico, oltre a spingere i paesi ricchi a raggiungere l'obiettivo di finanziamento del clima di 100 miliardi di dollari. Un altro obiettivo è incoraggiare un ruolo forte della società civile a Glasgow. Queste ambizioni sono state ribadite da una dichiarazione Road to COP rilasciata dal Regno Unito dopo la chiusura dei colloqui, dalla sua posizione di presidente del G7. Altre questioni che la presidenza del Regno Unito afferma di voler spingere alla COP 26 includono nuovi impegni da parte dei paesi sull'eliminazione graduale dell'energia a carbone, la fine della vendita di auto a benzina e diesel e la garanzia di una ripresa verde dal Covid-19. Allo stato attuale, molti degli obiettivi del Regno Unito stanno incontrando forti opposizioni. Le nazioni chiave, tra cui Cina e India, non hanno ancora registrato nuovi obiettivi climatici ai sensi dell'Accordo di Parigi, NDC. Il segretariato dell'UNFCCC ha fissato una scadenza del 30 luglio per l'inclusione di nuovi NDC nel rapporto che sta preparando, sull'impatto combinato di questi impegni per la COP26. Secondo il meccanismo di ratcheting dell'Accordo di Parigi, questo ciclo di NDC dovrebbe essere più ambizioso degli impegni precedenti. Tuttavia, i risultati preliminari suggeriscono che il loro impatto combinato non sarà affatto vicino a quello necessario per limitare il riscaldamento a 1,5°C.

En passant il governo del Regno Unito ha fornito motivo di ottimismo annunciando che distribuirà vaccini ai delegati delle nazioni in cui non sono disponibili, compresi i media stranieri e le NGO. Tuttavia, quando è stato pressato sui dettagli dei piani, come il modo in cui i vaccini sarebbero stati praticati, non ha fornito ulteriori dettagli.

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20 giugno 2021. Viene resa disponibile una anticipazione del VI Rapporto di assessment, WKG1, dell'IPCC, che verrà pubblicato nel 2022

È trapelata una bozza del VI Rapporto dell’IPCC, del WKG 1. In 4000 pagine sostiene che il cambiamento climatico rimodellerà radicalmente la vita sulla Terra nei prossimi decenni, anche se gli esseri umani riusciranno a domare le emissioni di gas serra. Estinzione delle specie, malattie più diffuse, caldo invivibile, collasso dell'ecosistema, città minacciate dall'innalzamento dei mari: questi e altri devastanti impatti climatici stanno accelerando e sono destinati a diventare dolorosamente evidenti prima di 30 anni. Le soglie pericolose sono più vicine di quanto si pensava. Del documento non è purtroppo previsto il rilascio fino a febbraio 2022, troppo tardi per le Conferenze delle Parti delle Convenzioni ONU di quest’anno.

La bozza del rapporto arriva in un momento di risveglio ecologico globale e di impegni net-zero tanto generalizzati quanto mal definiti da parte di governi e aziende di tutto il mondo. Le sfide che evidenzia sono sistemiche, intrecciate nel tessuto stesso della vita quotidiana dove i meno responsabili del riscaldamento globale soffriranno in modo sproporzionato. Gli shock climatici già avvenuti hanno alterato drammaticamente l'ambiente e spazzato via un gran numero di specie viventi, sollevando la domanda se l'umanità stia preparando la propria scomparsa. La vita sulla Terra potrebbe riprendersi da un drastico cambiamento climatico evolvendosi in nuove specie e creando nuovi ecosistemi, ma gli umani non possono.

Sono tre le conclusioni principali nella bozza del rapporto:

Il primo punto è che con 1,1 gradi Celsius di riscaldamento registrato finora, il clima sta già cambiando. Un decennio fa, gli scienziati credevano che limitare il riscaldamento globale a 2°C sopra i livelli della metà del 19° secolo sarebbe stato sufficiente per salvaguardare il nostro futuro. Questo obiettivo è sancito dall'Accordo di Parigi. Con le tendenze attuali, ci stiamo dirigendo verso i 3 °C a fine secolo. I modelli precedenti prevedevano che non avremmo visto cambiamenti climatici in grado di alterare la Terra prima del 2100, ma il nuovo rapporto delle Nazioni Unite afferma che il riscaldamento prolungato anche oltre 1,5 gradi Celsius potrebbe produrre conseguenze progressivamente gravi, lunghi secoli e, in alcuni casi, irreversibili. Il mese scorso, la WMO ha previsto una probabilità del 40% che la Terra superi la soglia di 1,5 gradi per almeno un anno entro il 2026. Per alcune piante e animali potrebbe essere troppo tardi. Anche a 1,5 °C di riscaldamento, le condizioni cambieranno oltre la capacità di adattamento di molti organismi, osserva il rapporto. Le barriere coralline, ecosistemi da cui dipendono mezzo miliardo di persone, ne sono un esempio. Le popolazioni indigene dell'Artico affrontano l'estinzione culturale poiché l'ambiente su cui sono costruiti i loro mezzi di sussistenza e la loro storia si scioglie sotto i loro piedi. Un mondo in via di riscaldamento aumenta la durata delle stagioni degli incendi, raddoppiato le potenziali aree bruciabili e ha contribuito alle perdite dei sistemi alimentari.

Il secondo punto è che gli attuali livelli di adattamento saranno inadeguati per rispondere ai futuri rischi climatici. Decine di milioni di persone in più rischiano di affrontare la fame cronica entro il 2050 e altri 130 milioni potrebbero sperimentare la povertà estrema entro un decennio se si permette che la disuguaglianza si approfondisca. Nel 2050, le città costiere in prima linea della crisi climatica vedranno centinaia di milioni di persone a rischio di inondazioni e mareggiate sempre più frequenti rese più mortali dall'innalzamento dei mari. Circa 350 milioni di persone in più che vivono nelle aree urbane saranno esposte alla scarsità d'acqua a causa di gravi siccità a 1,5 °C di riscaldamento; 410 milioni a 2°C. Quel mezzo grado in più significherà anche 420 milioni di persone in più esposte a ondate di calore estreme e potenzialmente letali. Si prevede che i costi di adattamento per l'Africa aumenteranno di decine di miliardi di dollari all'anno.

In terzo luogo, il rapporto delinea il pericolo di impatti composti e a cascata, insieme al superamento delle soglie di non ritorno nel sistema climatico note tipping point, che gli scienziati hanno appena iniziato a misurare e comprendere. Nel sistema climatico viene ora identificata una dozzina di percorsi che possono attivare della un cambiamento irreversibile e potenzialmente catastrofico. Il riscaldamento di 2 °C potrebbe causare lo scioglimento delle calotte glaciali della Groenlandia e dell'Antartico occidentale con abbastanza acqua da sollevare gli oceani di 13 metri in modo irreversibile. Altri punti critici potrebbero vedere il bacino amazzonico trasformarsi da foresta tropicale a savana e miliardi di tonnellate di fuoruscita di carbonio dal permafrost della Siberia alimentare un ulteriore riscaldamento. In un futuro più immediato, alcune regioni, Brasile orientale, Sud-est asiatico, Mediterraneo, Cina centrale e le coste quasi ovunque, potrebbero essere colpite da più calamità climatiche contemporaneamente: siccità, ondate di calore, cicloni, incendi e inondazioni. Gli impatti temibili includono la perdita di habitat e di resilienza, lo sfruttamento eccessivo dell’acqua, l’inquinamento, specie non autoctone invasive e diffusione di parassiti e malattie.

Ci sono pochissime buone notizie nel rapporto, ma l'IPCC sottolinea che si può fare molto per evitare gli scenari peggiori e prepararsi a impatti che non possono più essere evitati. La conservazione e il ripristino dei cosiddetti ecosistemi del carbonio blu, ad esempio foreste di alghe e mangrovie, migliorano gli stock di carbonio e proteggono dalle mareggiate, oltre a fornire habitat per la fauna selvatica, mezzi di sussistenza costieri e sicurezza alimentare. Il passaggio a diete più a base vegetale potrebbe ridurre le emissioni legate al cibo fino al 70% entro il 2050. Non basterà, però, l’auto elettrica o piantare miliardi di alberi. Abbiamo bisogno di un cambiamento trasformazionale che operi su processi e comportamenti a tutti i livelli: individuo, comunità, imprese, istituzioni e governi. Dobbiamo ridefinire il nostro modo di vivere e di consumare.

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31 Maggio 2021. Dal vertice P4G la Seoul Declaration in vista della COP 26

I leader mondiali di 50 paesi e 20 organizzazioni multilaterali hanno adottato la Dichiarazione di Seoul al secondo vertice P4G,  Partnering for Green Growth, riconoscendo la crisi climatica come una minaccia globale e sottolineando l'impegno della comunità internazionale per raggiungere una crescita green attraverso partenariati pubblici-privati ​​inclusivi. La Dichiarazione di Seoul adottata al termine del vertice ha chiesto l'impegno di governi, imprese e società civile nell'ambito di soluzioni collettive per il cambiamento climatico globale e per realizzare una ripresa green per le generazioni attuali e future.

Tra i partecipanti c'erano i leader di Danimarca, Colombia, Vietnam, Paesi Bassi, Thailandia, Cambogia, Austria, Costa Rica e Perù. Alla sessione hanno preso parte anche Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, Kristalina Georgieva, amministratore delegato del Fondo monetario internazionale (Fmi) e John Kerry, inviato presidenziale speciale degli Stati Uniti per il clima. Il vertice ha trattato cinque temi generali sui settori chiave coperti dagli SDG: acqua, energia, cibo e agricoltura, città ed economia circolare. I leader hanno riconosciuto la crisi climatica come una minaccia globale urgente i cui impatti vanno oltre l'agenda ambientale per includere sfide economiche, sociali, di sicurezza e legate ai diritti umani.

La Dichiarazione di Seoul, articolata in 14 punti,  incoraggia la gestione sostenibile dell'acqua, la transizione verso fonti di energia rinnovabile, il raggiungimento di sistemi agricoli e alimentari resilienti e la pianificazione di città verdi intelligenti e resilienti in cui gli esseri umani convivono con la natura in armonia. Chiede una maggiore cooperazione internazionale per aumentare l'energia solare ed eolica e l'uso di idrogeno pulito per abbandonare il carbone, compreso l'arresto del finanziamento pubblico della costruzione all'estero di centrali elettriche a carbone. La dichiarazione chiede una transizione verso una società a rifiuti zero, per utilizzare le risorse in modo sostenibile ed efficiente e ridurre l'inquinamento da plastica, favorendo un sistema economico circolare dove le risorse consumate non vengono smaltite ma reinvestite nell'economia lungo tutta la catena del valore. Sollecita un aumento dei finanziamenti del settore pubblico e privato per gli investimenti verdi, in particolare per sostenere le transizioni verdi nei paesi in via di sviluppo. I punti sono i seguenti:
 

1. Riconosciamo la crisi climatica come un'urgente minaccia globale ...

2. ... In attesa degli impegni da assumere al G7, al G20 e in altri consessi internazionali, abbiamo deciso di rafforzare ulteriormente la cooperazione per realizzare gli obiettivi dell'accordo di Pari ...

3. ... mettiamo in evidenza gli sforzi e il potenziale dei partenariati pubblico-privati ​​perseguiti ...

4. Riconosciamo che la ripresa green dovrebbe guidare i nostri sforzi per ricostruire l'economia dalla pandemia di COVID-19 ...

5. ... incoraggiamo tutti i paesi a presentare NDC rafforzati e ad annunciare strategie di sviluppo a lungo termine a basse emissioni di gas serra ben prima della COP26 ...

6. Riconosciamo che il cambiamento climatico, la desertificazione, il degrado del suolo e la perdita di biodiversità sono tre delle più grandi sfide ambientali dei nostri tempi ...

7. Siamo d'accordo sulla gravità dell'inquinamento marino e sulla necessità di una solidarietà globale per affrontare nle questioni legate alla plastica marina ...

8. ... lo sviluppo di nuove tecnologie green  ... accelereranno i progressi nel raggiungimento delle emissioni nette zero ...

9. ... continueremo a promuovere partenariati globali pubblico-privato ...

10. Accogliamo con favore il ruolo attivo della società civile nel sensibilizzare l'opinione pubblica ...

11. Riteniamo che le imprese, i relativi azionisti e le organizzazioni economiche dovrebbero impegnarsi più strettamente con gli stakeholder ... Riconosciamo che i valori ambientali, sociali e di governance (ESG) sono standard importanti per guidare le valutazioni aziendali ...

12. Riconosciamo il ruolo degli investitori privati ​​e delle istituzioni finanziarie ...

13. Riteniamo che il raggiungimento degli SDG e la costruzione di un'economia a basse emissioni di carbonio siano essenziali per la sopravvivenza delle generazioni future ...

14. ... il prossimo vertice P4G  si terrà in Colombia nel 2023.

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30 Aprile 2021. Gli impegni del nuovo PNRR del governo Draghi per la lotta ai cambiamenti climatici

Il Green Deal è la nuova ispirazione dell’Europa per lo sviluppo sostenibile e la lotta ai cambiamenti climatici: vuole trasformare l’Unione Europea in una società giusta e prospera, con un’economia di mercato moderna, dove le emissioni di gas serra saranno azzerate e la crescita sarà sganciata dall’utilizzo delle risorse naturali. Il Next Generation EU ne è il portafoglio di sostegno per gli investimenti anche contro la pandemia di Covid-19. In questa chiave i PNRR nazionali dovrebbero interpretare il Green Deal nei suoi principi informatori.

Il Piano italiano di 248 Mld€ (191 da NGEU, 31 da un Fondo complementare e ulteriori 26 miliardi per la realizzazione di opere specifiche) non sembra capace di interpretare il ruolo che l’Europa gli attribuisce. Le specifiche ambientali e la tassonomia degli investimenti sostenibili, nella versione presentata da Draghi al Parlamento il 26 di aprile, vengono vissute più come condizionalità per avere i fondi che come opportunità di rilancio sistemico del paese verso lo sviluppo sostenibile. I vari Fondi integrativi hanno tutta l’aria di stare lì per consentire di aggirare il Green Deal in alcuni progetti chiave. Il PNRR non riesce a identificare nella lotta ai cambiamenti climatici il volano per la ripresa economica sostenibile e non è incisivo nell’allocazione delle risorse e nelle riforme per innovare i settori chiave della decarbonizzazione.

È impossibile verificare il rispetto del vincolo europeo di destinare almeno il 37% delle risorse ad azione climatica e transizione verde. Nel testo trasmesso al Parlamento si dice che il PNRR soddisfa largamente i parametri fissati dai regolamenti europei sulle quote di progetti verdi e digitali. Dalla ripartizione delle risorse tra le diverse missioni si vede che alla transizione ecologica sono destinati 69,96 Mld€ (59,33 NGEU; 1,31 ReactEU e 9,32 Fondo complementare) ossia il 29,75% del totale complessivo di 235,14 Mld€. In assenza delle schede progetto va inoltre tenuto presente che, nella versione del governo precedente, ben 22,43 Mld€ delle risorse destinate alla transizione ecologica erano destinati a progetti in essere a rischio di bocciatura da parte della Commissione.

Nel testo si afferma che il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) e la Strategia Climatica di Lungo Termine, ancora inspiegabilmente dopo 18 mesi in fase di aggiornamento, rifletteranno il nuovo livello di ambizione che verrà presto sancito nella Climate Law europea. Per ora si prevede che il nuovo obiettivo climatico nazionale per il 2030 salga al 51% di riduzione delle emissioni rispetto al 1990. Pertanto, tutti gli interventi messi in campo con il PNRR dovranno contribuire al raggiungimento e superamento degli obiettivi del PNIEC. Ma sia per le rinnovabili che per l’efficienza energetica si confermano gli attuali target al 2030, rispettivamente del 30% e di 103,8 Mtep di consumo finale di energia.

Inutile dire che un obiettivo climatico al 51% per il 2030 è inadeguato sia rispetto al nuovo livello europeo di ambizione, fissato ad almeno il 55%, che, a maggior ragione, rispetto all’obiettivo di 1.5°C previsto dall’Accordo di Parigi. Come ha evidenziato l’Emissions Gap Report dell’UNEP, è cruciale che l’azione climatica dei governi sia così ambiziosa da consentire una riduzione media annua dei gas climalteranti del 7.6% da qui al 2030, al fine di contenere l’aumento della temperatura media globale entro la soglia critica 1.5°C. Per l’Europa e l’Italia questo significa una riduzione del 65% delle emissioni climalteranti entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, andando quindi oltre il 55% previsto dal recente accordo tra Parlamento e Consiglio in vista della Climate Law europea. Il nostro paese avrebbe le carte in regola per arrivare al 65% di abbattimento delle emissioni, accelerando la transizione energetica, investendo di più su rinnovabili ed efficienza, abbandonando il gas naturale e i progetti di confinamento geologico dell’anidride carbonica per salvare l’economia fossile. Sarà inoltre importante un’azione prioritaria per ripensare le città in una chiave sostenibile perché è qui che si concentrerà il cuore della sfida, dalla mobilità all’efficienza, che fino ad ora è mancata e su cui l’Italia avrebbe tutto l’interesse a puntare.

Il PNRR rappresenta il momento delle scelte, appoggiato al Green Deal come visione di sistema e alla decarbonizzazione come occasione di rilancio economico e di nuova occupazione. In realtà si dovrà andare a verificare nei progetti, non ancora disponibili, se oltre il testo, opaco e con troppi margini di discrezionalità, c’è la capacità di perseguire con decisione l’azzeramento delle emissioni di carbonio. Il PNRR mostra alcune singolari mancanze di equilibrio, ad esempio dando più spazio ed attenzione all’idrogeno, verde o blu non è ben chiaro, piuttosto che allo sviluppo delle fonti rinnovabili, all’efficienza energetica o all’elettrificazione dei trasporti. Sembra per fortuna scongiurato il finanziamento del progetto dell’idrogeno blu dell’ENI a Ravenna, ma senza un percorso chiaro e bilanciato rischiamo di fallire gli obiettivi e di rimanere fuori dalla grande trasformazione in atto e diventare un Paese irrilevante dal punto di vista industriale.

La lotta alla crisi climatica deve essere una priorità trasversale di intervento del Piano, come la parità di genere, i giovani e il Sud, e invece su questo tema cruciale si utilizza un approccio timido e incomprensibile. Non risulta chiarita la governance che deve mettere in relazione in tutti i progetti le misure con gli obiettivi climatici in termini di spesa, impatto e monitoraggio. In particolare, l’applicazione del principio “do not harm” attraversa tutti i progetti per i quali occorre assicurare che non debbano procurare danni alla lotta contro i cambiamenti climatici danneggiando gli sforzi di mitigazione o quelli di adattamento.

Non meno preoccupante è la mancanza di una proposta di riforma della fiscalità che assicuri l’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi alle fonti fossili (SAD) e contestualmente identifichi nei principi di fiscalità ambientale, nelle carbon e border tax, i pilastri per la riforma fiscale da inserire nella legge delega prevista per luglio. Manca una proposta per la finanza verde come leva per lo sviluppo del Paese, connesso alle risorse del PNRR che includa per le agenzie pubbliche CDP, SACE ed Invitalia trasparenza, rendicontazione e l’adozione di una lista d’esclusione dai finanziamento di tutte le infrastrutture per le fonti fossili, secondo la tassonomia europea. Non si trovano cenni al phase out del carbone, che il PNIEC fissa al 2025, né alla chiusura commerciale ai veicoli endotermici, né ai problemi sociali che derivano da queste misure ineludibili.

L’Europa sta chiedendo con forza all’Italia di varare le riforme indispensabili per superare tanti problemi cronici del nostro Paese, messi in evidenza dalla perdurante incapacità di spendere i fondi europei per mancanza di progettualità, di standard qualitativi e di capacità esecutive. Si parla molto delle semplificazioni burocratiche per fare strada alla transizione ecologica, ma non si capisce ancora quali saranno né quali rischi di intrusione criminale comportano. Si pone poi il problema dei percorsi partecipativi, come già accaduto con l’esecutivo precedente. Lo spazio e il metodo per un serio dibattito pubblico e parlamentare restano indefiniti

Le misure di adattamento climatico (SDG 13/1) richiedono le tutele del territorio e della risorsa idrica per prevenire e contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici sui fenomeni di dissesto idrogeologico e sulla vulnerabilità del territorio. Qui sono previsti 2,49 Mld€ per misure di gestione del rischio alluvione e la riduzione del rischio idrogeologico e 6 Mld€ per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica dei Comuni, per un totale di 8,49 Mld€. Non è chiaro però come verranno utilizzate le risorse. Mancano indirizzi o voci specifiche riguardo alla progettazione degli interventi sistemici, come sempre nei piani italiani degli ultimi decenni. Serve una progettazione integrata a scala di bacino che contemperi il mantenimento degli spazi e delle funzionalità naturali, riqualificando il territorio, delocalizzando, dando spazio ai corsi d’acqua, riducendo il consumo di suolo e ricostruendo la permeabilità dei terreni.

Salvaguardare la qualità dell’aria e la biodiversità del territorio attraverso la tutela delle aree verdi, del suolo e delle aree marine sono altre misure indispensabili per l’adattamento climatico. Per garantire la qualità dell’aria sono annunciate misure di accompagnamento che però non sono indicate nel Piano. Le misure previste fino ad ora sono state inefficaci, derogate costantemente da regioni e comuni, inapplicate per la maggior parte dei casi, senza controlli di rispetto delle limitazioni previste e incomplete dal punto di vista dei settori emissivi. Anche qui l’elettrificazione degli usi finali dell’energia, che deve definitivamente essere rinnovabile, non è adeguatamente valorizzata.

Il PNRR è la chiave del rilancio della ricerca scientifica e dell’innovazione per la lotta ai cambiamenti climatici e la decarbonizzazione. Non c’è traccia di questo tipo di misure, eppure il paese si era storicamente messo alla prova con lo sviluppo di tecnologie per le fonti rinnovabili, l’efficienza, l’adattamento e lo sviluppo delle filiere industriali necessarie per stare sul mercato della transizione energetica e dell’innovazione tecnologica. Valga per tutte la questione delle emissioni negative della CO2. Sono tecnologie delicate e contestate come la CCS, la BECCS e la DAC. Secondo le indicazioni dell’IPCC e della stessa Commissione europea sono indispensabili a lungo termine. La strategia al 2050 del Green Deal indica come obiettivo a metà secolo non le emissioni zero ma la neutralizzazione delle emissioni. Dovrà avvenire con la gestione forestale e con qualche tipo di assorbimento del carbonio dall’atmosfera. La questione è oggetto di ricerca ovunque, con l’intrusione di tentativi opportunistici di accreditare la combustione dei fossili con associata cattura e stoccaggio, ma non sembra interessate il legislatore italiano. Non può essere un pretesto che il PNRR si esaurisce al 2026. Le riforme e le strutture pubbliche e private per la R&S e l’innovazione per la lotta ai cambiamenti climatici vanno predisposte ora.

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21 Aprile 2021. Pubblicato dal WMO il Rapporto sullo stato del clima globale: State of the Global Climate, 2020

(di Edo Ronchi) Nel 2020, il primo anno della pandemia da Covid-19, nonostante la flessione di circa il 6% delle emissioni globali di gas serra - troppo modesta e durata troppo poco - il cambiamento climatico si è ulteriormente aggravato.

Sia gli indicatori globali del clima (temperature, concentrazione di gas serra, livello degli oceani, ghiacciai, precipitazioni) sia l’andamento degli eventi ad alto impatto (ondate di calore, siccità, incendi, alluvioni, cicloni tropicali e tempeste) sono tutti peggiorati, secondo il rapporto, appena pubblicato, dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO). Basta una, sintetica e largamente incompleta, citazione degli eventi atmosferici estremi per rendersi conto della situazione drammatica in cui siamo.

Nel 2020 alluvioni estese hanno colpito  diversi paesi in Africa, larghe zone dell’India e del Pakistan, del Nepal, del Bangladesh, dell’Afganistan e del Myanmar. Gravi alluvioni ci sono state in Cina, in Korea, in Giappone, in Vietnam, in Indonesia, in  Brasile e in Yemen. Siccità gravi e prolungate hanno colpito vaste zone del Sud America: dell’Argentina, dell’Uruguay, del Paraguay e del Brasile. Il 2020 è stato un anno record per il caldo in Russia, specialmente per la Siberia e in Finlandia. In Colorado e in California ci sono stati incendi molto estesi. In Nevada e in Utah il 2020 è stato l’anno più secco, meno piovoso, mai registrato.

Grandi incendi si sono verificati in Australia e temperature record sono state registrate in Sud Africa, in Nuova Zelanda, ai Caraibi, in Messico, a Cuba e in Centro America. Record di siccità sono stati registrati in Romania, Bielorussia, Repubblica Ceca e in Germania. La regione Nord Atlantica nel 2020 è stata interessata da ben 30 cicloni tropicali, più del doppio della media di lungo termine. Gli uragani hanno generato seri danni in Louisiana, in Carolina, in Alabama, ad Haiti, nella Repubblica Domenicana, in Nicaragua, Honduras, Guatemala, in Colombia e a Cuba. Gravi cicloni hanno colpito il Bengala, la Somalia e le isole del Sud-Est Pacifico. Un fortissimo ciclone tropicale ha colpito le Filippine e la  penisola coreana. Importanti cicloni hanno colpito anche il Nord, il Centro e l’Est Europa.

In diverse zone del Pianeta duramente colpite, questi eventi atmosferici estremi stanno costringendo  le popolazioni locali ad emigrare. Nel decennio 2010-2019 - secondo questo rapporto - 23,1 milioni di persone, ogni anno in media, hanno abbandonato le loro zone a causa di eventi estremi causati dal cambiamento climatico. 9,8 milioni di persone, solo nella prima parte del 2020, per la gran parte nel Sud e Sud Est dell’Asia e nel Corno d’Africa, si sono spostate in seguito a disastri meteorologici. Dentro questi numeri vi sono drammi di interi popoli: per i Roinghya rifugiati in Bangladesh, per più di un milione di persone che ha dovuto lasciare le proprie case e terre in Somalia, per circa 300.000 in Etiopia, per circa 1,25 milioni di rifugiati climatici in Burkina Faso, Mali e Nige. Nel Ciad oltre 30.000 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni alluvionate. In Yemen, già pesantemente colpito dalla guerra, almeno 300.000 persone hanno dovuto abbandonare case e raccolti per le alluvioni.

La crisi climatica sta avendo impatti drammatici  anche  sull’aumento dell’insicurezza alimentare. Nel 2019 circa 750 milioni di persone, il 10% della popolazione mondiale, erano esposte a seri livelli di insicurezza alimentare.  Questa situazione già critica, in un solo anno, è gravemente peggiorata: nel 2020 sono aumentate di almeno 50 milioni le persone esposte a grave insicurezza alimentare a causa, congiunta, dei disastri climatici (alluvioni, siccità e tempeste) e della pandemia da Covid-19.

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18 Aprile 2021. Tra Cina e Stati Uniti un nuovo deal per il clima

La Cina e gli Stati Uniti hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui affermano di essere impegnati a lavorare insieme e con altri paesi per affrontare il cambiamento climatico. La dichiarazione ha fatto seguito a un incontro a Shanghai alla fine della scorsa settimana tra l'inviato cinese per il clima Xie Zhenhua e la sua controparte statunitense John Kerry. Gli Stati Uniti e la Cina si sono impegnati a cooperare tra loro e con altri paesi per affrontare la crisi climatica, afferma il comunicato, aggiungendo che entrambe le nazioni continueranno a discutere azioni concrete negli anni '20 per ridurre le emissioni volte a rispettare l'Accordo di Parigi.

Entrambe le parti hanno promesso piani per ridurre ulteriormente le proprie emissioni. Il presidente Biden svelerà le sue proposte durante o prima del vertice statunitense della prossima settimana. Il presidente Xi potrebbe annunciare obiettivi cinesi più stretti al Forum Boao - un forum cinese per i leader economici e di governo - anche questa settimana. Il vice ministro degli Esteri cinese Le Yucheng ha segnalato che è improbabile che la Cina prenda nuovi impegni nell'incontro sul cambiamento climatico convocato dal presidente Joe Biden per la prossima settimana. Alla domanda sugli obiettivi climatici della Cina, Le ha detto che per un grande paese con 1,4 miliardi di persone, questi obiettivi non sono facilmente realizzabili.

La dichiarazione congiunta arriva nonostante le crescenti tensioni tra le due potenze, aumentando le possibilità di un accordo globale sulle emissioni nel vertice delle Nazioni Unite quest'anno a Glasgow. L'impegno, che segue due giorni di riunioni ad alto rischio a Shanghai, è un segnale che il cambiamento climatico potrebbe essere una rara area di collaborazione in un rapporto teso. Secondo John Kerry  questa è la prima volta che la Cina dice che si tratta di una crisi e che  concordiamo elementi critici su dove indirizzarci. Kerry ha detto che è molto importante cercare di tenere lontane altre cose come le controversie sui diritti umani e Hong Kong, perché il clima è una questione di vita o di morte in tutto il mondo. Il leader cinese Xi Jinping, in quella che sembrava essere una replica agli Stati Uniti, ha avvertito che la questione del clima non dovrebbe essere una merce di scambio per la geopolitica o una scusa per introdurre barriere commerciali. La Cina agirà sicuramente, ha detto,  in base alle sue parole e le sue azioni produrranno sicuramente risultati. Speriamo che le economie avanzate diano un esempio in termini di slancio per la riduzione delle emissioni e per aprire la strada anche all'adempimento degli impegni per i finanziamenti per il clima. Xi si è impegnato a sostenere che la Cina impiegherà il tempo più breve nella storia del mondo per passare dal picco alla neutralità del carbonio. Tuttavia ha respinto i piani dell'UE per sviluppare il cosiddetto meccanismo di aggiustamento del carbonio ai confini, la border tax,  che mira a garantire che le aziende che producono in paesi con regole climatiche più permissive affrontino un costo del carbonio quando esportano in Europa (vedi il post seguente).

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10 Marzo 2021. Il Parlamento europeo propone l’adozione del Carbon Border Adjustment Mechanism

Con un meccanismo di adeguamento alle frontiere, CBAM, il prezzo delle merci importate in Europa rifletterebbe più accuratamente il loro contenuto di carbonio. Ciò garantirebbe che gli obiettivi climatici dell'UE non siano compromessi dal trasferimento della produzione in paesi con politiche climatiche meno ambiziose.

Nell'ambito del sistema di scambio di quote di emissioni dell'UE (ETS), le industrie dell'UE si trovano ad affrontare una riduzione del limite delle emissioni verso il 2030, insieme a un prezzo da pagare se le emissioni superano un certo livello di riferimento. L'obiettivo è quello di guidare le industrie europee verso un percorso di riduzione delle emissioni di gas serra. Tuttavia, le importazioni nell'UE non sono soggette all'ETS e quindi acquisiranno un vantaggio competitivo sempre maggiore se i produttori di paesi terzi beneficeranno di costi del carbonio interni inferiori o nulli. Nell'attuale sistema ETS, l'assegnazione gratuita di diritti di emissione a livelli di riferimento mira a salvaguardare la competitività dell'industria ed evitare la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio. Tuttavia, più diventeranno asimmetrici gli obiettivi di emissione e le misure politiche, più sarà fondamentale livellare efficacemente le condizioni di scambio per l'industria dell'UE attraverso disposizioni rafforzate sulla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio.

Nel 2015 il rapporto tra le emissioni importate e le emissioni esportate dall'UE era di 3:1, dal momento che l'UE importava 1317 Mt di CO2 e ne esportava 424. L'UE è il principale importatore di carbonio al mondo e il tenore di carbonio delle merci esportate dall'UE è nettamente inferiore a quello delle merci importate. Il Parlamento Europeo, nella sua risoluzione del 10 marzo 2021, parte dalla osservazione che gli sforzi europei volti a contrastare i cambiamenti climatici sono superiori alla media degli sforzi internazionali e sottolinea che, per misurare l'impronta climatica complessiva dell'Unione, è necessario un efficace metodo di rendicontazione che tenga conto delle emissioni delle merci e dei servizi importati. Circa il 27 % delle emissioni globali di CO2 dovute alla combustione riguarda attualmente merci scambiate a livello internazionale. Alle importazioni nette di beni e servizi nell'UE è riconducibile oltre il 20 % delle emissioni interne di CO2 dell'Unione. Benché l'UE abbia notevolmente ridotto le sue emissioni interne di gas serra, le emissioni GHG incorporate nelle importazioni verso l'UE hanno registrato un costante aumento, compromettendo in tal modo gli sforzi compiuti dall'UE per ridurre la sua impronta carbonica globale.  

Il Parlamento chiede pertanto alla Commissione di mettere a punto metodologie intese a determinare l'impronta di carbonio e ambientale di ogni prodotto, adottando un approccio basato sull'intero ciclo di vita e garantendo che la contabilizzazione delle emissioni incorporate dei prodotti sia quanto più realistica possibile, includendo le emissioni prodotte dai trasporti internazionali. Sulla base di tale metodologia si può dare attuazione al meccanismo di CBAM previsto dal Green Deal, a condizione che sia compatibile con le norme del WTO e con gli accordi di libero scambio dell'UE, che non sia discriminatorio e non costituisca una restrizione dissimulata del commercio internazionale. Un CBAM creerebbe un incentivo per le industrie europee e i partner commerciali dell'UE a decarbonizzare le proprie industrie e sosterrebbe pertanto le politiche climatiche dell'UE e globali a favore della neutralità GHG in linea con gli obiettivi dell'accordo di Parigi.  Il CBAM dovrebbe essere concepito esclusivamente per promuovere gli obiettivi climatici e non dovrebbe essere utilizzato impropriamente come strumento per rafforzare il protezionismo, le discriminazioni o le restrizioni ingiustificabili e al contempo dovrebbe essere non discriminatorio e mirare a garantire condizioni di parità a livello globale.

Il Parlamento chiede alla Commissione di proporre, a integrazione dell'introduzione del CBAM, norme e standard più ambiziosi e vincolanti relativi alla riduzione delle emissioni GHG e ai risparmi in termini di risorse e di energia per i prodotti immessi sul mercato dell'UE, a sostegno del quadro strategico in materia di prodotti sostenibili e del nuovo piano d'azione per l'economia circolare. Ritiene che, al fine di evitare eventuali distorsioni nel mercato interno e lungo la catena del valore, il CBAM dovrebbe applicarsi a tutte le importazioni di prodotti e materie prime coperti dal sistema EU ETS, anche se integrati in prodotti intermedi o finali. In una fase iniziale (già entro il 2023) e previa una valutazione d'impatto, il CBAM dovrebbe applicarsi al settore energetico e ai settori industriali ad alta intensità energetica come quelli del cemento, dell'acciaio, dell'alluminio, della raffinazione del petrolio, della carta, del vetro, dei prodotti chimici e dei fertilizzanti, che continuano a beneficiare di consistenti quote gratuite e rappresentano tuttora il 94 % delle emissioni.

Il contenuto di emissioni GHG delle importazioni dovrebbe essere contabilizzato sulla base di parametri di riferimento trasparenti, affidabili e aggiornati per prodotto a livello degli impianti nei paesi terzi e che, qualora l'importatore non renda disponibili i dati, dovrebbe essere contabilizzato il contenuto medio globale di emissioni GHG dei singoli prodotti, ripartito per i diversi metodi di produzione che presentano intensità di emissioni differenti. La fissazione del prezzo del carbonio per le importazioni dovrebbe coprire le emissioni dirette e indirette e quindi anche tenere conto dell'intensità di carbonio della rete elettrica di ciascun paese o, qualora l'importatore renda disponibili i dati, l'intensità di carbonio del consumo energetico a livello di impianto.  Per affrontare il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di CO2, nel rispetto delle norme del WTO, il CBAM deve imporre oneri per il contenuto di carbonio delle importazioni in modo da rispecchiare i costi del carbonio sostenuti dai produttori dell'UE e la fissazione del prezzo del carbonio dovrebbe rispecchiare l'evoluzione dinamica del prezzo delle quote dell'UE nel quadro del sistema EU ETS. Secondo il Parlamento gli importatori dovrebbero acquistare le quote da una riserva distinta di quote rispetto all'EU ETS, in cui il prezzo del carbonio corrisponde a quello del giorno dell'operazione nell'EU ETS.

L'iniziativa deve mirare a rendere superfluo il CBAM man mano che il resto del mondo avrà raggiunto il livello di ambizione che l'UE ha fissato in termini di riduzione delle emissioni di CO2. A tal fine la Commissione deve intensificare gli sforzi per conseguire una fissazione del prezzo globale della CO2 e per agevolare il commercio di tecnologie per la protezione del clima e dell'ambiente, ad esempio attraverso iniziative di politica commerciale come l'accordo sui beni ambientali del WTO. Consequenzialmente l'attuazione del CBAM deve essere accompagnata dall'eliminazione di tutte le forme di sovvenzioni dannose per l'ambiente concesse alle industrie ad alta intensità energetica a livello nazionale.

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6 Marzo 2021. L'Italia manda in Europa la sua strategia di decarbonizzazione a lungo termine

Poca attenzione è stata dedicata alla Strategia di lungo termine di decarbonizzazione per l’Italia al 2050 che è stata presentata dai quattro ministeri competenti, agricoltura compresa, alla commissione EU l’11 febbraio, in piena crisi di governo qui da noi. Si tratta invece di un documento valido, a differenza del PNIEC corrente. Al 2050 i 210 MtCO2eq del PNIEC sono portati a 50, un ben diverso obiettivo che forse potremmo pensare di neutralizzare. Si prospettano, tra l’altro, 300 GW di fotovoltaico in più, un impegno al quale occorre porre mano fin da subito.

Una strategia al 2050 è contenuta tra le richieste nella decisione di approvazione dell’Accordo di Parigi del dicembre 2015. Nel 2018 la   Commissione europea ha pubblicato una comunicazione denominata “Un pianeta pulito per tutti. Visione strategica europea a lungo termine per un’economia prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra”, ed ha richiesto agli Stati Membri di redigere le loro strategie nazionali.

Tra i punti rilevanti del documento italiano, oltre l’incremento della generazione elettrica fotovoltaica, va annotato il pesante abbattimento dei consumi finali di energia del 40% al 2050. Nei trasporti e nel civile la penetrazione dell’elettricità nelle motorizzazioni e nel condizionamento degli edifici mediante pompe di calore potrà garantire il percorso di decarbonizzazione.

Il documento mette a confronto uno scenario di riferimento a politiche correnti, quindi secondo l’attuale PNIEC, con uno scenario di decarbonizzazione capace di conseguire gli obiettivi europei. La figura seguente evidenzia la grande differenza fra le emissioni italiane del 2018 e le emissioni nel 2050 nello scenario di riferimento e nello scenario di decarbonizzazione della nuova Strategia. Va da sé che lo scenario di decarbonizzazione implica il phase out del carbone, già programmato dal PNIEC al 2025, del petrolio, un sostanziale ridimensionamento nell’uso del gas naturale non biologico e un lancio deciso e convinto dell’idrogeno verde (si veda a tal proposito il nuovo Rapporto del GSE-RSE).  Per l’idrogeno si adombra la possibilità di una progressiva riconversione delle infrastrutture per il trasporto e la distribuzione del gas naturale, in una prima fase utilizzando una miscelazione che è già compatibile fino al 20% di idrogeno.

La strategia non nasconde la difficoltà e l’urgenza delle scelte politiche per la decarbonizzazione per il loro elevato impatto economico e sociale in un quadro di tecnologie non ancora pronte e comunque sviluppabili solo su una base europea di collaborazione integrata. È deplorevole che non vi sia una discussione pubblica ampia di queste tematiche, ineludibile anche perché la transizione energetica che la strategia delinea implica impatti sul territorio molto rilevanti. Si pensi alle pale eoliche e ai campi fotovoltaici per i quali, in Italia, esiste un oggettivo conflitto con usi alternativi del territorio per finalità non solo agricole ma anche turistiche e paesaggistiche. Ma non è facendo finta di niente o rinviando i nodi controversi che si potrà portare a termine la transizione in un regime di condivisione e di integrazione di un assetto socioeconomico e culturale profondamente diverso.

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2 Marzo 2021. Pericoloso rimbalzo delle emissioni di CO2 a fine anno 2020

Le emissioni di combustibili fossili sono aumentate costantemente nella seconda metà dell'anno, poiché le principali economie hanno iniziato a riprendersi. A dicembre 2020, le emissioni di carbonio erano del 2% superiori rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Il ritorno all'aumento delle emissioni è iniziato solo pochi mesi dopo il calo più profondo della produzione di anidride carbonica dalla fine della seconda guerra mondiale a causa della pandemia.

IEA ha pubblicato un articolo con la preziosa analisi delle emissioni mensili nel 2020 per tutte le principali economie. In figura il fenomeno del rebound è rappresentato per i principali Paesi in percentuale rispetto al 2019.

Solo un piccolo numero di grandi paesi ha iniziato lo scorso anno a investire i fondi di salvataggio in iniziative a basse emissioni di carbonio come l'energia rinnovabile, i veicoli elettrici e l'efficienza energetica. Secondo l’IEA, i paesi che mettono in atto pacchetti di stimolo economico green come Francia, Spagna, Regno Unito e Germania controllano il rimbalzo delle emissioni mentre Cina, India, Stati Uniti e Brasile, hanno registrato rapidi rimbalzi nella seconda metà dello scorso anno quando le loro economie sono ripartite. La Cina è stata la prima grande economia a uscire dalla pandemia e ad abolire le restrizioni, e le sue emissioni nell'ultimo mese dell'anno sono del 7% in più rispetto ai livelli di dicembre 2019. Le sue emissioni sono scese del 12% al di sotto dei livelli del 2019 a febbraio dello scorso anno, ma per l'intero anno sono state dello 0,8% superiori al 2019 (leggi il post di Ronchi su Huffington Post). In India e Brasile, le emissioni mensili di carbonio registrate a dicembre erano entrambe superiori del 3% rispetto alla fine del 2019, un netto aumento rispetto all'aprile dello scorso anno, quando le emissioni dell'India erano inferiori del 41% e del Brasile del 23%. L'UE ha raggiunto il minimo lo scorso aprile, il 22% al di sotto dei livelli del 2019 ma le emissioni a dicembre sono rimaste inferiori del 5% rispetto all'anno precedente.

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26 Febbraio 2021. Allarme rosso dell'ONU sulla COP 26 italo-inglese di Glasgow

La stampa inglese segnala con preoccupazione che il vertice globale sul clima sta arrivando in Gran Bretagna, ma nessuno, compreso il Primo Ministro Boris Johnson, lo sta organizzando né sa esattamente cosa dovrebbe ottenere. Quando i leader mondiali arriveranno a Glasgow avranno già preso i loro impegni per ridurre le emissioni di carbonio. A meno che i padroni di casa, o qualcun altro, non abbiano una visione per qualcosa di specifico su cui possono essere d'accordo l'incontro potrebbe finire come poco più di un evento mediatico.

I nuovi NDC, che le Nazioni Unite e il Regno Unito hanno chiesto di presentare prima dei colloqui, hanno già iniziato ad arrivare. A COP26 avviata, quelle promesse saranno state depositate e conteggiate dalle Nazioni Unite, lasciando poco da fare alla Conferenza se non prendere nota di quanto il mondo sia lontano dalla sicurezza. I negoziati formali a Glasgow saranno dominati da questioni altamente controverse come il governo del commercio internazionale di crediti di carbonio, argomento criptico per il grande pubblico. Vengono anche discussi accordi per allineare la regolamentazione finanziaria e per eliminare gradualmente il carbone, i motori a combustione interna e i finanziamenti internazionali per nuovi progetti sui combustibili fossili.

Il pericolo si è manifestato quando Downing Street ha lanciato l’idea di creare un club di nazioni in favore della border tax. Ma il concetto è per sua natura divisivo e potrebbe far saltare il consenso. Allora Londra ha deciso di portare la proposta al G7, di cui è presidente, ma anche qui ha già attirato l'ira dall'Australia. Per di più il parlamento del Regno Unito ha stabilito che la COP26 sia “un evento fondamentale per affrontare il cambiamento climatico e la biodiversità”, ignorando la COP15 della UN CBD che la Cina ospiterà quest'anno.

UK non sta ricevendo molto aiuto dagli Stati Uniti nella definizione di un programma del vertice. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden contribuirà a portare impegni più severi sul clima ospitando un vertice delle principali economie in aprile, ma se la Casa Bianca ha obiettivi specifici per la COP 26, non li ha resi pubblici. Ci si mette anche il COVID-19: il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha già chiesto ai paesi di avviare online tutti i negoziati pre-COP e, senza alcuna garanzia, nessuno sarà effettivamente fisicamente a Glasgow a novembre.

I conti in rosso dei nuovi NDC

Un nuovo Rapporto di sintesi della UN FCCC esamina l'impatto combinato dei 48 nuovi e aggiornati NDC presentati entro la scadenza di fine anno 2020 e mostra che, nel complesso, il livello di ambizione è aumentato solo leggermente. I tagli combinati delle emissioni dei nuovi impegni sono inferiori solo del 3% circa al 2030 rispetto al precedente ciclo di impegni presentati da quelle stesse nazioni nel 2015 a Parigi. Inoltre, con questi obiettivi, le loro emissioni combinate sarebbero solo dello 0,5% inferiori nel 2030 rispetto al 2010 e del 2,1% rispetto al 2017, niente rispetto alla riduzione del 45% delle emissioni totali necessaria per gli 1,5 °C al 2030.

La gran parte dei maggiori emettitori del mondo, in particolare Stati Uniti e Cina, devono rilasciare i loro nuovi NDC quasi due mesi dopo la scadenza del termine. Serve più ambizione. Ogni parte firmataria dell'Accordo di Parigi si impegna a presentare un NDC, che deve poi rinnovare o aggiornare entro cinque anni senza passi indietro. Il primo round degli NDC era lontano dal necessario per raggiungere l'obiettivo dell'accordo di Parigi, sia 2 che 1,5 °C. Sebbene molte nazioni abbiano dichiarato che i loro obiettivi sono coerenti con Parigi, rimane il fatto che il IPCC ha calcolato come obiettivo per i 2° il 25% e per 1,5 °C il 45% di abbattimento delle emissioni GHG al 2030 rispetto al 2020.

Il nuovo rapporto afferma, come abbiamo detto, che anche se il dato nuovo copre solo il 40% circa delle parti dell'Accordo di Parigi, la scala di riduzione prevista per loro è molto al di sotto degli intervalli IPCC. Molti paesi hanno una maggiore ambizione di affrontare il cambiamento climatico, tra essi i paesi UE e la UK. Tuttavia, anche con questa maggiore ambizione, le emissioni totali previste entro un decennio da queste nazioni dovrebbero essere solo il 2,8%, ovvero 398 MtCO2eq, inferiori alle loro promesse iniziali. Ciò equivale a circa lo 0,8% del totale delle emissioni globali. Anche con tutte le condizionalità rispettate. Queste ultime tendono a fare affidamento sui paesi più ricchi che forniscono aiuto, così come su altri fattori, come la quantità di CO2 che le foreste possono assorbire.

Dalla fine del 2020 ci sono stati nuovi NDC presentati dall'Islanda, St. Lucia e il Sud Sudan, ma questi non sono inclusi nell'analisi dell'Onu. C'è stato un aumento generale della copertura, con il 99,2% delle economie coperte, dal 97,8% del precedente round di NDC di questi paesi. Alcune nazioni escludono determinati settori perché ritenuti trascurabili, o perché non hanno la capacità tecnica di monitorarli. Tuttavia, il numero di parti che comunicano obiettivi a livello di economia è aumentato di circa l'8%, includendo anche molti NDC che affrontano l'adattamento climatico.

Il numero di parti che affermano che utilizzerebbero la "cooperazione volontaria", cioè principalmente il mercato del carbonio ai sensi dell'articolo 6 dell’Accordo di Parigi è quasi raddoppiato. Con le regole sull'articolo 6 ancora da decidere questo è un fatto rilevante.

Quasi tutte le parti hanno comunicato un periodo di implementazione dell'NDC al 2030 come richiesto in questa nuova tornata di impegni. Tuttavia, alcuni hanno utilizzato ancora il 2025 come anno obiettivo e alcune nazioni anche il 2050. Molte parti hanno menzionato obiettivi a lungo termine che fanno riferimento allo zero netto delle emissioni o alla neutralità carbonica. Pur notando le incertezze intrinseche in tali stime a lungo termine, il rapporto delle Nazioni Unite conclude che in tal modo i paesi potrebbero ridurre le loro emissioni dell'80-90% entro il 2050. Anche se c'è stata un'ondata di impegni a raggiungere lo zero netto entro il 2050 o il 2060, il punto dell'aggiornamento degli NDC resta quello di fissare obiettivi ambiziosi a breve termine. Ciò che conta è ciò che sarà fatto nei prossimi 10 anni.

António Guterres, ha dichiarato: "Il rapporto provvisorio di oggi dell'UNFCCC è un allarme rosso per il nostro pianeta. Mostra che i governi non sono neanche lontanamente vicini al livello di ambizione necessaria per limitare il cambiamento climatico a 1,5 gradi e raggiungere gli obiettivi di Parigi. Si consideri poi che Stati Uniti, Cina, India, Indonesia e Canada non hanno presentato i loro NDC, mentre Giappone, Sud Corea e Russia non hanno accresciuto le loro ambizioni. Brasile e Messico sembrano addirittura averle diminuite. Vedremo, dicono i più ottimisti, come si presenteranno a Glasgow sotto la pressione dei paesi più virtuosi.

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24 febbraio 2021. La nuova strategia europea per l'adattamento ai cambiamenti climatici

(A cura di Francesca Giordano) In data di oggi la Commissione europea pubblica la nuova Strategia per l'adattamento ai cambiamenti climatici (Plasmare un'Europa resiliente ai cambiamenti climatici – La nuova strategia dell'UE di adattamento ai cambiamenti climatici) e il relativo Impact assessment.

Con il recente Green Deal, il nostro continente si è posto due grandi obiettivi sul fronte del cambiamento climatico: diventare climaticamente neutro entro il 2050 e “plasmare un’Europa resiliente ai cambiamenti climatici”, come afferma la versione italiana della nuova Strategia dell’UE di adattamento ai cambiamenti climatici, pubblicata oggi. Sette anni dopo il primo quadro strategico, la Commissione europea ha voluto rendere più ambiziosa l’azione finalizzata a fronteggiare gli impatti inevitabili dei fenomeni meteorologici estremi sempre più frequenti e intensi come ondate di calore mortali, siccità devastanti, precipitazioni da record, che ogni anno provocano nell’UE perdite economiche per 12 miliardi di euro, oltre ad un elevatissimo bilancio di morti e feriti. È quindi ormai chiaro quanto sia urgente agire su entrambi i fronti: se anche riuscissimo nell’immediato ad azzerare le nostre emissioni climalteranti in atmosfera (mitigazione), sarebbe comunque necessario implementare misure di adattamento alle ineluttabili conseguenze ormai già in atto dei cambiamenti climatici (adattamento).

Pur impegnata in prima linea sull’obiettivo della neutralità climatica, con questa nuova Strategia Bruxelles segna quindi il passaggio dalla pianificazione all’implementazione delle soluzioni.

La nuova visione europea mette quindi al centro dell’azione tre pilastri prioritari:

i)      adattamento più intelligente: migliorare le conoscenze in materia di adattamento a partire da dati che siano affidabili e da strumenti disponibili per la valutazione dei rischi, anche attraverso il rafforzamento ulteriore della piattaforma europea Climate-ADAPT;

ii)     adattamento più sistemico: coinvolgere sul tema tutte le componenti della società e tutti i livelli della governance, sostenendo l’ulteriore sviluppo e attuazione di strategie e piani di adattamento, con tre priorità trasversali: integrare l’adattamento nella politica macrofinanziaria, realizzare soluzioni per l’adattamento basate sulla natura e implementare azioni di adattamento locale;

iii)    adattamento più rapido: accelerare lo sviluppo e la diffusione di soluzioni praticabili, ridurre i rischi legati al clima, colmare il divario in materia di protezione da catastrofi legate al clima non assicurate, garantendo la disponibilità dell’acqua potabile in modo sostenibile.

In parallelo, la Commissione intensificherà le azioni internazionali per la resilienza climatica, promuovendo approcci subnazionali, nazionali e regionali all’adattamento, con particolare attenzione ai paesi dell’Africa, ai piccoli Stati insulari in via di sviluppo e ai paesi meno sviluppati.

Con questa nuova Strategia l’Europa vuole trasmettere un messaggio molto chiaro: adattarsi ai cambiamenti climatici è oggi una necessità indiscutibile, ma essa rappresenta anche un’opportunità per la crescita sostenibile del nostro continente. L’auspicio è che tale messaggio venga accolto rapidamente anche dal nostro Paese, attualmente impegnato nel percorso di adozione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, finalizzato a tradurre sul territorio quanto previsto dalla prima Strategia italiana di Adattamento ai Cambiamenti climatici del 2015. Urge, anche in Italia, un adattamento più intelligente, più sistemico e più rapido.

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Novembre 2020. Lo studio  di Prometeia sulla transizione energetica e l'Accordo di Parigi

Lo studio Fiscal tools to reduce transition costs of climate change mitigation, pubblicato da Prometeia e dall'Università di Padova, offre un'analisi approfondita della transizione e dei metodi fiscali per promuoverla, in particolare della carbon tax. C'è un ampio consenso sul fatto che la tassazione del carbonio combinata con i sussidi green è la politica più efficiente per ottenere una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. I costi economici stimati di una transizione al carbonio variano notevolmente a seconda degli strumenti di scala utilizzati e dell'attuazione della politica fiscale. Gli autori non considerano la spesa per l'adattamento, ovvero gli investimenti pubblici per adattarsi al clima e cambiare o riparare le spese di soccorso post-catastrofe. Una politica fiscale espansiva potrebbe essere ottimale nel senso che il debito pubblico più elevato che si è contratto a breve termine tramite politiche di adattamento potrebbe portare in futuro a un onere del debito inferiore e a minori spesa per l'adattamento. Considerare la spesa per l'adattamento  aumenterebbe la necessità di tasse sul carbonio poiché comporterebbe il finanziamento di una maggiore quantità di spesa legata al clima.

Sulla base dei dati disponibili in serie storica vengono calibrati alcuni trend: demografia, capitale umano, obsolescenza tecnica (tramite il tasso di deprezzamento), lavoro e quota di capitale, integrazione commerciale e flussi di capitale. Al fine di affrontare l'impatto demografico sulla crescita economica, si utilizzano dati storici sulla popolazione e proiezioni fornite dalle Nazioni Unite per il periodo 1960-2100. Per valutare il ruolo dell'accumulazione del capitale umano e della produttività del lavoro nelle economie, ci si basa sui livelli di istruzione dal 1950 al 2010, raggruppati in tre livelli: primaria, secondaria e terziaria. Il tasso di deprezzamento del capitale è calibrato utilizzando i dati del FMI per l'investimento totale, mentre per calibrare la quota di capitale utilizziamo i dati della quota di reddito da lavoro forniti da ILO. I livelli di PIL di ciascuna economia vengono usati per calibrare la produttività totale dei fattori. Allo stesso modo i dati sulla spesa pensionistica e sull'aliquota dell'imposta sul lavoro servono per calibrare la prestazione pensionistica e il valore storico del debito rispetto al PIL. Inoltre, al fine di calibrare i tassi di interesse, viene introdotto un tasso di sconto variabile.

Vengono messi a calcolo quattro scenari:

  • D0 in cui si assume che i danni climatici legati all'aumento delle temperature globali non hanno alcun effetto sul sistema socio-economico e sulle risorse naturali in forza dell'adattamento.

  • BAU, Business as usual che comporta un danno climatico in aumento nel tempo. Questo scenario riproduce la situazione corrente con i paesi europei in prima linea, cioè più impegnati nella riduzione dell'impatto climatico, ma ancora non abbastanza per raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi. Lo  scenario BAU è in linea con l'SSP2 (Middle of the Road) dell'IPCC che include un forte aumento globale delle emissioni totali di gas serra, intorno al 43% e al 107% rispetto ai livelli del 2010 rispettivamente nel 2050 e nel 2100.

  • BAUx6, più dannoso perché  senza forti azioni di mitigazione condivise a livello globale.

  • PARIGI è quello che prevede il minor danno climatico possibile in quanto prevede il raggiungimento degli obiettivi di Parigi per i + 2 °C. L'azione di mitigazione è implementata con l'introduzione di un carbon pricing che aumenta il costo dell'energia prodotta con combustibili fossili (che nel modello sono costituiti da carbone, petrolio e gas naturale e incoraggia l'uso di fonti green. Le entrate della tassa sul carbonio vengono usate per aumentare gli incentivi per le imprese e per investimenti green, riducendo ulteriormente le emissioni di CO2. La neutralità del carbonio si imposta per il 2050 in Europa e per il 2070 nel resto del mondo.

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Dopo una accurata e convincente descrizione dei modelli econometrici e climatici adottati nello studio, al quale rimandiamo, vengono pubblicati con grande cura i risultati. Vengono considerate diverse opzioni politiche per supportare la transizione a un'economia a basse emissioni di carbonio, come la possibilità di utilizzare le entrate della tassa sul carbonio per investimenti nella green economy o per ridurre altre tasse come quelle sui redditi da lavoro e sostenere la domanda o la possibilità di maggiori investimenti pubblici, soprattutto in ricerca e sviluppo.

L'andamento globale delle emissioni  è nella figura (c) accanto. Lo scenario PARIS ha il picco dopo il 2040 oltre le 50 Gt di CO2, poi scende a zero, come previsto nel 2070. A fine secolo il radiative forcing è a 2,6 W/m2 come previsto dalla IPCC e la concentrazione è intorno alle 400 ppm.

In termini di crescita economica a lungo termine, lo scenario D0 fornisce le migliori prestazioni in tutti i paesi, poiché il danno climatico non influisce né sul sistema socio-economico né sull'ambiente. Al contrario, la maggiore perdita di PIL a lungo termine è quella registrata nello scenario BAUx6 con i maggiori danni climatici e, come abbiamo detto, nessun ulteriore sforzo di mitigazione rispetto alle misure attuali.

L'effetto di una migliore efficienza energetica e della tassazione del carbonio nello scenario PARIGI è significativo e determina una diminuzione del PIL mediamente superiore al 10% in circa 4 anni. Lo shock sui prezzi dell'energia  attiva un'inflazione che a medio termine influisce in modo simile su tutte le economie. I vantaggi in termini di crescita più elevata potranno essere apprezzati dopo il 2040, quando i livelli di PIL sono più elevati.

A lungo termine, gli incentivi alla green economy sono vantaggiosi per i paesi emergenti e in particolare per la Cina. Per i paesi emergenti come India e Africa, la crescita è meno influenzata dai processi di transizione perché le loro economie meno mature sono più inclini ad adottare tecnologie green prima di altri paesi.

In termini di effetti economici il PIL per l'Italia, posto pari ad 1 nel 1960, ha una caduta nello scenario PARIS fino a metà secolo, come previsto, ma poi supera chiaramente gli altri tre andando a crescere e stabilizzarsi fino a fine secolo (prima fig. (a) a sinistra). Qui la caduta peggiore è per il BAUx6, che paga il prezzo della rinuncia a politiche di contenimento del cambiamento climatico e di adattamento.

La sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili in Italia è disegnata nella seconda figura (a) a sinistra.

Lo scenario PARIS produce i migliori risultati in termini di riduzione delle emissioni e di crescita del PIL nel lungo termine. L'adozione del carbon pricing porterebbe a una forte diminuzione delle emissioni lorde fino a che si raggiunge un valore negativo nel 2070, anche grazie alle tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio, come la BECCS, una combinazione della combustione della biomassa con la cattura e lo stoccaggio del carbonio, che inietta il carbonio rimosso dai fumi industriali in serbatoi geologici.

Lo scenario BAU è in una posizione intermedia rispetto agli altri scenari e in alcuni casi produce una maggiore crescita del PIL nel medio termine perché non comporta gli effetti recessivi dovuti alla transizione, ovvero il carbon pricing e gli stranded asset delle fonti energetiche brown, non recuperabili a breve e medio periodo, al pari dello scenario PARIS. In effetti, l'aumento del prezzo del carbonio a livello regionale e globale porta a un permanente aumento del livello dei prezzi dell'energia brown, carbone, petrolio e gas. Comporta vieppiù un deprezzamento del capitale sociale brown.

L'aumento dei costi energetici aumenta i costi della produzione industriale. A sua volta spinge al ribasso il valore degli investimenti e delle azioni. Di conseguenza, il valore ridotto aumenta i prezzi che si applicano ai consumatori e il reddito disponibile delle famiglie diminuisce, il che implica un calo dei consumi. Minori consumi e minori investimenti portano ad una diminuzione del PIL, almeno a breve e medio periodo. Di fatto, gli effetti positivi della ridistribuzione delle risorse verso i settori green non sono immediati, né sufficienti a medio termine per ovviare all'effetto depressivo della svalutazione dei capitali brown. Il progressivo disinvestimento dai combustibili fossili dovrebbe essere accompagnato da ingenti investimenti privati ​​nelle rinnovabili per garantire che queste forme alternative di energia possano fornire servizi in tempi brevi. Inoltre, l'impatto negativo sui consumi potrebbe essere ridotto con la restituzione del gettito della carbon tax alle famiglie, ad esempio riducendo la tassazione sul reddito da lavoro. Infatti, gli effetti sul PIL, in azioni e tassi di interesse, varieranno ampiamente a seconda di come le entrate del carbon pricing verranno restituite all'economia.

Per quasi tutti i paesi, l'inflazione aumenta a due cifre e poi diminuisce rapidamente grazie al benefico effetti degli incentivi green. Man mano che diminuisce la pressione inflazionaria, i tassi di interesse iniziano a riprendersi, tornando ai valori pre-shock entro un periodo di circa quattro-cinque anni.

La terza figura (a) a sinistra mostra l'andamento del prezzo del carbonio per l'Italia, sia per BAU che per PARIS, che è simile a quello di tutti gli altri Paesi. I prezzi aumentano costantemente fino al 2050-70, quando viene raggiunto il picco. L'aumento è coerente con la graduale riduzione della quota di energia brown nel consumo totale di energia. Una volta raggiunta la transizione completa, il prezzo del carbonio inizia a diminuire.

La quarta figura (a) mostra la dinamica del debito per l'Italia. I fatti più significativi sono l'enorme aumento del debito nello scenario BAUx6 e l'aumento iniziale dello scenario PARIS, nel quale si presume che i proventi del prezzo del carbonio vengano utilizzati per aumentare gli incentivi per le imprese a investire nel green.

Pertanto, l'iniziale aumento del debito è il risultato del calo del PIL negli anni subito dopo l'introduzione della carbon tax. Tuttavia, grazie ai bassi tassi di interesse e all'aumento del PIL nel medio/lungo termine si ha un effetto benefico sulla stabilità della finanzia pubblica.

La transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio è una fonte sia di  rischi significativi che opportunità per l'azienda. In generale, i rischi sono previsti principalmente a breve termine, mentre le opportunità a lungo termine.

Nell'ultima parte dello studio viene affrontato uno dei principali dilemmi che ci tormentano per l'immediato futuro della green economy e della transizione: è meglio destinare il gettito della carbon tax alla riduzione del cuneo fiscale o a qualche altra forma di ricompensa ai lavoratori colpiti o investire in innovazione green e attività di R&D nel settore colpito. Il discorso vale anche per altri tipi di politiche fiscali. Si pensi in Italia ai primi goffi tentativi di applicare una plastic tax, ora rinviata, una tipica tassa per accelerare l'economia circolare e facilitare il recupero di materia in uno dei settori più delicati ed inquinanti dell'economia mondiale, nel quale l'Italia vanta alcuni campioni in fatto di bioplastiche degradabili.

Per contrastare gli effetti negativi del  carboni pricing sul sistema economico, lo studio presenta ulteriori simulazioni che permettono di confrontare l'effetto di diversi strumenti di scala e la loro interazione sulla crescita. Alle ipotesi dello scenario PARIS, viene aggiunto un aumento degli investimenti pubblici nell'energia rinnovabile in misura pari  all'1% del PIL per cinque anni (PARIS2) e un ulteriore incentivo finanziato in R&S nei settori privati ​​per aumentare l'efficienza energetica attraverso l'innovazione tecnologica (PARIS1).

In uno scenario di confronto si assume che le entrate della carbon tax non siano utilizzate per gli investimenti green, come negli scenari PARIS, ma per tagliare le tasse sul reddito da lavoro (scenario LABTAX), al fine di mitigare gli effetti negativi della carbon tax sui consumi. La quinta figura (a) per l'Italia mostra che sia PARIS1 che PARIS2 mostrano livelli di PIL significativamente più alti rispetto allo scenario PARIS, dove gli incentivi per la green economy sono stati realizzati a gettito invariato utilizzando le entrate della carbon tax.

A PARIS1 e PARIS2 queste spese aggiuntive portano inevitabilmente a un forte aumento iniziale nel debito pubblico. Tuttavia, la crescita del PIL più che compensa l'aumento del debito, guidando il rapporto debito / PIL in forte calo nel medio e lungo termine in quasi tutti i paesi. Queste politiche sostenere la domanda nella fase di transizione risultano quindi estremamente e caci sia in termini di lungo periodo crescita economica e stabilità del debito.

Infine, l'utilizzo delle entrate per ridurre la tassazione sul lavoro (LABTAX) ha solo effetti positivi a breve e medio termine in quanto sostiene il consumo e la domanda. Tuttavia, l'assenza di incentivi alla green economy riduce gli effetti della carbon tax sull'economia brown e sugli investimenti green, minando così a lungo termine crescita. Questo impatto negativo sul PIL rende lo scenario LABTAX lo scenario meno performante in Italia e in molti paesi, evidenziando così l'importanza di sostenere la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio attraverso maggiori investimenti sulla green economy.

Lo studio produce ancora altre simulazioni per studiare gli effetti dell'aumento della popolazione rispetto alle proiezioni ONU usate in tutti gli scenari precedenti. Vengono studiati i casi con la popolazione aumentata o diminuita al limite del 95% di confidenza rispetto alla previsione centrale dell'ONU. In generale, con una popolazione più alta rispetto alle proiezioni il PIL nel caso PARIS cresce più velocemente sull'intero orizzonte rispetto allo scenario base PARIS per tutti i paesi. Gli effetti positivi di una popolazione più ampia sul PIL sono evidenti solo nel breve-medio termine, mentre nel lungo periodo il PIL è inferiore addirittura rispetto allo scenario BAU con lo stesso differenziale demografico. Questo perché una popolazione più numerosa implica consumi maggiori e quindi emissioni maggiori e più forti danni climatici che, senza alcuno sforzo di mitigazione, mina la produttività e la crescita di lungo periodo in tutti i paesi. Al contrario, una bassa crescita della popolazione produce sempre le peggiori prestazioni, in tutti gli scenari.

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Novembre 2020. Il Convegno dell'ASVIS: "Clima ed energia nel green deal per la ricostruzione dell’Italia".   

Le proposte del gruppo di lavoro

Il Green Deal deve costituire l’asse portante del Next Generation Eu per l’Italia. Può dare grande impulso all’occupazione, con attenzione ai processi di conversione industriale e di formazione dei lavoratori e dei giovani. Il Piano di ripresa e resilienza del nostro Paese deve dunque costituire l’elemento di condizionamento e di guida della ripresa, stimolando l’abbandono del modello business as usual, che ha aggravato le diseguaglianze a livello mondiale, pregiudicando l’equità intergenerazionale e scaricando sui lavoratori il peso delle criticità. Il Gruppo di lavoro sui Goal 7-13 ASviS ha scelto dunque di individuare le possibili vie per l’attuazione del Green Deal, sia a livello nazionale che europeo, favorendo la transizione energetica e la lotta ai cambiamenti climatici.

Prima Samantha Cristoforetti e subito dopo Papa Francesco nella nuova enciclica Fratelli tutti, hanno parlato del COVID-19 come un avvertimento da parte della natura. Entrambi, guardando alla Terra da in alto se non da molto in alto, pensano alla crisi climatica il cui rischio continua a non essere ben compreso.

Alle Nazioni Unite il 29 di settembre la EU e altri 63 paesi hanno sttoscritto un Leaders’ Pledge for Nature che recita tra l’altro: “Faremo in modo che la nostra risposta all'attuale crisi sanitaria ed economica sia green e giusta e contribuisca direttamente alla migliore ripresa e al raggiungimento di società sostenibili; ci impegniamo a mettere la biodiversità, il clima e l'ambiente al centro delle strategie e degli investimenti del recupero, e della  cooperazione nazionale e internazionale… Ci impegniamo ad aumentare l'ambizione e ad allineare le nostre politiche climatiche interne con quelle dell’Accordo di Parigi … con l'obiettivo della decarbonizzazione entro la metà del secolo…”

Contemporaneamente la Cina ha annunciato la sua decarbonizzazione entro il 2060, uno sforzo ciclopico. A livello globale la Cina emette il 30% della CO2, + di US e EU messi insieme, e brucia metà del carbone.

Poco prima la Commissione europea, ristabilendo i target della decarbonizzazione al -55% al 2030 e al 100% al 2050, aveva invitato gli Stati membri a tenere conto nei propri PNRR delle sei priorità definite nel regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 giugno 2020, con il clima al primo posto:

1) mitigazione del cambiamento climatico

2) adattamento ai cambiamenti climatici

3) uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine

4) transizione verso un'economia circolare

5) prevenzione e controllo dell'inquinamento

6) protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.

Nel complesso, le misure da finanziare nell'ambito di ciascun piano dovrebbero garantire che la spesa nel piano contribuisca per il 37% al mainstreaming climatico. Gli Stati membri dovrebbero pertanto definire nei loro piani in che modo intendono contribuire all'obiettivo del 37%, sia ex ante nella fase di programmazione, che ex post nell'esercizio di rendicontazione annuale.

Il nostro Paese è alle prese, come gli altri, con la crisi COVID-19. Il timore è che questa emergenza, forse risolvibile, oscuri quella più esiziale e di difficile soluzione che è il cambiamento climatico. Questa scala di gravità non è affatto presente nel dibattito pubblico italiano, ostacolata da attività imprenditoriali guidate da azionisti invece che da stakeholder, da una finanza usata in modi inadeguati e inappropriati e da una governance basata su un pensiero economico obsoleto con presupposti errati (Mazzucato). Le regole del Next Generation EU, però, non lasciano alcuno spazio all’improvvisazione.

In questa prospettiva il GdL clima ed energia dell’ASVIS, che promuove gli  SDG 7 e 13, posto che non si tratta più di se e quando agire, ma di come agire, propone che questo Convegno espliciti i modi in cui deve avvenire in Italia la ripresa economica post pandemia che, se green, dovrà avere come cardini il clima e l’energia. Avremo dimostrato una resilienza capace di futuro, se sapremo muoverci lungo un percorso sostenibile, che sarà presto un dettato costituzionale, nel rispetto delle scadenze non lontane dell’Agenda 2030. Il GdL è consapevole  che lo sforzo necessario, che sarà possible solo con l’appoggio dell’Europa, e rinnova le raccomandazioni per una transizione che sia inclusive e giusta, secondo le indicazioni del Decalogo che fu rilasciato nel corso del nostro Convegno  sulla Just Transition del Festival 2019.

 L’Italia è passata dalle emissioni di 518 MtCO2eq del 1990 a:

¯       2018 – 427,5 MtCO2eq   pari al -17,5%; ottenuto con un trend del +5%/y (al 2005), -18%/y (al 2014) e un pigro -1,5%/y al (2019)

¯       2030 – 232 MtCO2eq     pari al -55%; per cui occorre una discesa del 17%/y (al 2030)

¯       2050 – 55 MtCO2eq      pari al -17,5%; per cui occorre una discesa del 12%/y (al 2050). Si tratta di un residuo del 9% che andrà sottratto all’atmosfera con CCS, DAC e assorbitori (ri e afforestazione).

L’analisi dell’Italy4climate, della Fondazione per lo sviluppo sostenibile per settori dà risultati che vanno considerati attentamente:

 

Settore

nel 1990 MtCO2eq

nel 2018 MtCO2eq

nel 2019 %

variazione rispetto al 1990 in %

2019 – 2030 in MtCO2eq

2019 – 2030 in %

Industria

224,2

141

32

-37

81

-42

Trasporti

106,6

108

25

+1,3

76

-29

Residenziale

88

68

16

-23

29

-57

Terziario

33

52

12

+58

20

-62

Agricoltura

46

40

9,5

-13

28

-30

Rifiuti

17

18

4,2

+6

9

-50

  

Energia elettrica

Impronta carbonica 1990 in g/kWh

Impronta carbonica 2019 in g/kWh

592

284

  

Fonte e percorsi al 2030

TWh 2019

TWh 2030

Idro

49

50

Eolico

18

55

Fotovoltaico

23

102

Geotermico

6

8

Bio

19

25

Totale FER

114

240

Carbone

28

0

Gas

129

117

Petrolio

13

4

Totale fossili

170

121

 

Abbiamo riassunto ancora una volta in 10 punti le azioni che riteniamo necessarie per il rilancio green dell’Italia e per la capacità di abbattere le diseguaglianze create da uno stolto modello di sviluppo, di riprendere il cammino della transizione energetica dopo cinque anni di sostanziale stasi, di riposizionare il paese su un percorso di sviluppo mediante la ricerca e l’innovazione e di creare sostenibilità, benessere e nuova occupazione.

La nostra proposta in dieci punti che raccomandiamo a questo Congresso richiama tutto sommato contenuti largamente condivisi che devono al più presto essere cantierati

 

1.   Rapido adeguamento delle misure e degli impegni italiani alla Roadmap della decarbonizzazione europea al 2050 e riscrittura del PNIEC per le emissioni GHG ridotte di almeno il -55% al 2030. Il Parlamento Europeo ha votato l'altroieri una proposta al -60%.

2.   Riscrittura conseguente della Legge sul clima e varo del Piano di adattamento, a partire dalla Strategia esistente ma in chiave Green Deal.

3.  Conferma del phase out del carbone al 2025 in un quadro di just transition, come indicato nel Decalogo 2019 di questo GdL.

4.  Rilancio degli investimenti sulle rinnovabili elettriche, per dotare il paese di un sistema industriale rinnovato e green. Forte incentivazione dell’idrogeno green per i trasporti pesanti, l’industria e l’abitativo, per affiancare e sostituire il metano. Bene il recente impegno del Governo per 3 miliardi di investimenti sull'idrogeno, purché sia green.

5.  Innovazione e digitalizzazione della rete elettrica (smart grid) in favore delle energie rinnovabili elettriche e della autoproduzione.

6.  Investimenti tecnologici e incentivi per l’edilizia a consumi ed emissioni zero utilizzando rinnovabili, idrogeno e pompe di calore elettriche. Confermare il lodevole il contributo fiscale del 110% adottato dal Governo. Niente asfalto o cementificazione aggiuntivi ma manutenzione del capitale infrastrutturale costruito.

7.  Elettrificazione dei trasporti pubblici e privati. Programma di costruzione di stazioni di ricarica, obbligo di punti di ricarica di potenza in tutte le stazioni di servizio. Obbligo di veicoli elettrici per la logistica merci dell’ultimo km.

8.  Promozione della filiera elettrica industriale nazionale per i veicoli elettrici, mediante condizionamento dei sussidi e delle garanzie sui prestiti ed anche con l’intervento di capitali pubblici. Promozione della ferrovia, passeggeri e merci, del trasporto pubblico, della mobilità dolce e forte sostegno alla sharing mobility. Riduzione della velocità massima a 30 km/h nei centri urbani e limiti di velocità ridotti sulle strade di tutte le classi.

9.  Riforma fiscale e adeguamento delle accise sui carburanti a parità di gettito in funzione del contenuto in carbonio dei combustibili. Adeguamento del prezzo del carbonio per le attività ETS, che dovrebbero presto includere trasporti ed edilizia, e non ETS.

10.  Definizione del percorso e dei target per la eliminazione degli incentivi ambientalmente dannosi entro il 2025 a partire dai combustibili per aviazione civile, autotrasporto, agricoltura e pesca. Disegno delle compensazioni per una transizione giusta.

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23 Marzo 2020. Toni Federico: Partire dalla crisi sanitaria per risolvere la crisi climatica

La pandemia Covid-19 fu definita all’inizio come un cigno nero, ovvero come un evento a probabilità zero secondo la ben nota definizione di N.N. Taleb. Niente di più falso, se si considera che avvisaglie di zoonosi virali epidemiche, AIDS, Ebola, MERS, SARS, ne sono arrivate in continuazione in questi ultimi anni. Che si sia trattato di focolai asiatici e africani ci ha spinto alla falsa idea che si trattasse di problemi altrui. Così i piani pandemici e la medicina territoriale sono stati declassati in tutto l’occidente. Oggi impariamo dalla Corea del Sud, paese ad alto sviluppo tecnologico e sociale, che la preparedness alle epidemie, come per Giappone e la California ai terremoti, può salvare la vita a milioni di persone.

Ma abbiamo una chance per il dopo Covid-19, imparare dall’esperienza. Tutti i governi sono stati messi alla frusta dal coronavirus. Hanno commesso una serie incredibile di errori di visione, di strategia e di azione pratica. Sarebbe davvero grave che gli stessi errori venissero fatti in fase di ripartenza. Non sfugge che ci sono tristi coincidenze tra la crisi in atto e quelle che temiamo saranno le prime gravi manifestazioni del cambiamento climatico. Queste possono comparire improvvisamente, con gradi elevati di impatto sulla popolazione e con gravità e durata imprevedibili. Potrebbero, si teme, essere addirittura irreversibili. Quantomeno dell’Accordo di Parigi in avanti, del 2015, tutti i paesi del mondo sono avvertiti, eppure l’azione politica ristagna.  Farsi trovare impreparati una seconda volta sarebbe intollerabile.

Tra cambiamenti climatici ed inquinamento dell’aria c’è uno stretto legame. La cronaca e la ricerca scientifica stanno dimostrando ora che le popolazioni esposte a lungo all’inquinamento dell'aria, come nella nostra Lombardia, stanno pagando un prezzo altissimo al coronavirus, quando già oltre 5 milioni di persone in tutto il mondo muoiono prematuramente ogni anno a causa del degrado della qualità dell’aria. Non sorprende che questa crisi globale stia portando a una riduzione della domanda di energia e delle emissioni globali di gas serra. Eppure si tratterebbe a fine anno, secondo il WMO, di una contrazione delle emissioni serra su scala globale del 5-6% che sappiamo essere una misura affatto inadeguata al contenimento del riscaldamento terrestre a fine secolo di 1,5 – 2 °C, per il quale ci siamo impegnati a Parigi.

Per affrontare questo tipo di crisi distruttive e riaprire concrete possibilità di un futuro migliore, servono politiche e misure innovative e di vasta portata, un intervento pubblico - nazionale ed europeo - di dimensioni mai viste prima e un impegno straordinario dei governi, dei cittadini e delle imprese. Un numero crescente di prove dimostra che il perseguimento di una crescita a basse emissioni di carbonio e resiliente al clima è il modo migliore per sbloccare durevolmente benefici economici e sociali. Si calcola che un'azione decisa per il clima potrebbe offrire benefici economici globali netti tra oggi e il 2030 pari a 26 trilioni di US$, con la creazione di oltre 65 milioni di nuovi posti di lavoro.

Tutto ciò è possibile conservando un’adeguata consapevolezza, una visione condivisa e scelte chiare con un’accelerazione dei Green Deal europeo e italiano, con la promozione delle fonti rinnovabili, del risparmio energetico e della decarbonizzazione, a partire dalla conferma del phase out dal carbone entro il 2025.

Il Green Deal  è la via da seguire  per una più forte e duratura ripresa, perché  valorizza le  migliori potenzialità dell’Italia: quelle delle sue produzioni di qualità, sempre più green e inscindibili dalla decarbonizzazione e dalla circolarità dei modelli di produzione, distribuzione e consumo; quelle del riciclo dei rifiuti, pilastro dell’economia circolare come le fonti rinnovabili di energia e le smart grid elettriche lo sono per un’economia climaticamente neutra; quelle del suo modello di agricoltura sostenibile, strategica per la sicurezza alimentare, e della sua bioeconomia rigenerativa; quelle delle sue città da rilanciare con un vasto programma di rigenerazione urbana nella chiave della transizione energetica; quelle della mobilità futura, decarbonizzata, elettrica e condivisa; quelle dell’innovazione digitale che può contribuire a migliorare il  lavoro , lo studio e la  cura della nostra salute, riducendo la nostra impronta ecologica e realizzando una barriera di monitoraggio, difesa ed early warning per la salute, per il degrado ambientale, la qualità dell’aria ed il clima. L’attuale crisi sanitaria ha posto definitivamente in luce le potenzialità dello smart working e dello smart learning, con prospettive promettenti di riduzione della mobilità e vantaggi per il clima e la qualità dell’aria.

Tutto ciò ovviamente comporta un aumento ed una focalizzazione degli investimenti pubblici e privati verso la conversione alla sostenibilità di un’economia malata e bisognosa di un forte rilancio, ed una nuova sensibilità dei cittadini in fatto di consumi, non ultimi quelli alimentari, attualmente insostenibili e iniquamente distribuiti. La lezione della pandemia apre la strada ad un rinnovato ruolo dello Stato nei settori strategici e nei beni comuni essenziali: la difesa del territorio, settore nel quale abbiamo perso di vista il Piano nazionale  di adattamento, che sarebbe stato molto utile per la stessa pandemia, la sanità pubblica, la ricerca e l’istruzione, l’accelerazione della transizione energetica con un rilancio delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, e un nuovo sistema di trasporto decarbonizzato, smart e sostenibile. Una nuova economia rilanciata su catene del valore più corte e sulle eccellenze nazionali permetterebbe inoltre un aumento delle esportazioni rispetto alle importazioni e rendendo così sempre meno difficile la eliminazione dei sussidi dannosi per l’ambente. Gli aiuti alle imprese dovranno essere condizionati dagli obiettivi climatici e di sviluppo sostenibile. Il concetto, i piani e le misure di questa transizione giusta devono essere intrapresi senza esitazioni nella trasformazione economica e sociale che farà seguito alla crisi sanitaria.

Questa scelta è indispensabile per garantire una difesa strategica dei livelli occupazionali, dell’innovazione e delle risorse industriali del nostro Paese a fronte di un quadro commerciale compromesso e di possibili rischi a carico della presenza italiana sui mercati. L’Europa e l’Italia debbono conservare il ruolo di punta nelle politiche di mitigazione climatica, sostenendo il carbon pricing, rafforzando il sistema ETS non meno che il negoziato multilaterale sul clima a partire dalla COP 26, nonostante il suo rinvio di dodici mesi, dalla cooperazione internazionale e dal rinnovato sostegno al Fondo per il clima (GCF).

Che ci piaccia o no, il mondo è cambiato, sembra completamente diverso da come ci appariva qualche mese fa e probabilmente non sembrerà più lo stesso e dovremo scegliere un nuovo modo di procedere. Sono parole di Greta Thunberg, semplici, come lei stessa è, dette in occasione della Giornata della Terra del 22 aprile dell’anno del Covid-19.

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20 Marzo 2020. Toni Federico ed Edo Ronchi: La carbon tax: dare un prezzo alle emissioni che alterano il clima

Publicato nel n° 2020/1 di ECONOMIA ITALIANA, Rivista quadrimestrale fondata nel 1979 da Mario Arcelli

Si è appena conclusa la COP 25 ospitata a Madrid dal governo spagnolo con un rinvio all’anno prossimo della regolazione dei mercati del carbonio di cui all’Art. 6 dell’Accordo di Parigi. Le grandi manifestazioni per il clima che si sono svolte nel 2019 in tutto il mondo hanno posto a un fronte ampio di opinione pubblica, di forze sociali e politiche l’interrogativo “Cosa possiamo fare di concreto per ridurre in modo più consistente le emissioni di gas serra che stanno sconvolgendo il clima?”

In Italia le emissioni di gas serra sono a 426 MtCO2eq (Milioni di tonnellate di CO2 equivalenti) e non calano dal 2014. Per allinearci con la traiettoria dell’Accordo di Parigi per il clima dovremmo almeno dimezzare, entro il 2030, le emissioni del 1990, cioè ridurle a 260 MtCO2eq. Con le misure attualmente vigenti, secondo ISPRA, ci mancano misure per tagliare 120 MtCO2eq nei prossimi 10 anni,12 all’anno,. C’è un solo strumento in grado di disincentivare l’impiego di combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) e di generare risorse finanziarie rilevanti in grado di finanziare la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio: è la carbon tax. Secondo la World Bank è in atto una forte diffusione di questo strumento nel mondo: i paesi che hanno introdotto misure per dare un prezzo alle emissioni di carbonio sono cresciuti da 19 nel 2010 a ben 56 nel 2019. In Europa già 10 Paesi hanno introdotto una carbon tax: Finlandia, Danimarca, Slovenia, Polonia, Norvegia, Svezia, Francia, Spagna, Portogallo e, recentemente, anche la Germania.

La carbon tax è necessaria per coinvolgere i consumatori e le imprese in scelte di riduzione delle emissioni di gas serra. La carbon tax va introdotta gradualmente nei settori non regolati da sistemi EU ETS (Emissions Trading System) di scambio delle emissioni, tipicamente i trasporti e il civile, che già pagano un prezzo per le proprie emissioni, partendo da un livello basso cheva fatto crescere gradualmente preparando la sua introduzione con una fase di discussione e di confronto pubblico. Una parte di questa tassa va impiegataper ridurre altre tasse, a partire da quelle sul lavoro e per compensazioni sociali per le famiglie a basso reddito. La parte rimanente, intorno alla metà, andrebbe investita in attività che riducano le emissioni, alimentino la green economy e l’occupazione.

La carbon tax è anche lo strumento più efficace per ridurre i sussidi esistenti, dannosi per l’ambiente, perché consente di applicare e comunicare un criterio omogeneo per la loro graduale riallocazione: dare e far pagare un prezzo per le emissioni di carbonio. (> leggi l'intero articolo)

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16 Febbraio 2020. Lucrezia Reichlin: fatti, non retorica sui cambiamenti climatici, dal Corriere della Sera

Oggi, nel mondo, e in particolare in Europa, sta crescendo la consapevolezza che, in assenza di azioni drastiche per la difesa dell'ambiente, si andrà verso una catastrofe climatica.

Questo sta producendo nuove politiche e nuove regole, oltre ad influenzare l'orientamento di chi investe. L'idea che ci avrebbe pensato il mercato a risolvere la situazione non convince più nessuno. Siamo di fronte a quello che gli economisti chiamano un'esternalità, cioè il fatto che le attività produttive di singole imprese hanno un costo per l'ambiente che non è Casella di testo: r
riflesso nel prezzo. In questo caso l'esternalità tocca quasi tutti gli aspetti dell'attività economica e rende impraticabile il modello di consumo che fin qui ha caratterizzato le nostre società.

Il consenso tra gli scienziati è chiaro: il cambiamento climatico è associato a disastri naturali sempre più frequenti i cui costi sono molto ingenti. Siamo di fronte a un rischio molto più grande di quello di una crisi finanziaria. Il cambiamento climatico può portare a eventi irreversibili per difendersi dai quali non ci si può assicurare. È urgente quindi mettere in campo politiche adeguate, che arrestino la tendenza al riscaldamento della Terra e che permettano di raggiungere a livello globale l'obbiettivo di emissione zero per il 2050.

Questo richiederà decisioni radicali per la politica economica, poiché significa limitare e/o tassare le attività nocive, mettere in campo risorse per favorire le transizioni ad altre forme di produzione e compensare chi ne sarà penalizzato. In Europa, il Green Deal, votato ad amplissima maggioranza a dicembre dal Parlamento dell’Unione, definisce un nuovo quadro per le politiche economiche comuni che ha al centro la difesa dell’ambiente. Ursula Von der Leyen ne parla come una nuova strategia per la crescita. Secondo il piano tutti gli aspetti dell'attività economica dell'Unione saranno rivisti alla luce del nuovo imperativo dell'emergenza climatica. Ci si propone di tramutare l'obbiettivo di emissione zero per il 2050 in legge, di dimezzare le emissioni per il 2030 e di stabilire standard per i beni manifatturieri in modo da incentivare l'economia circolare. Per esempio dal 2021 almeno il 40% del bilancio della politica agricola comune sarà dedicato alla riduzione delle emissioni invece che ai sussidi che le alimentano.

Nonostante che il Piano sia stato criticato per non essere abbastanza ambizioso, è ovvio che comunque comporterà grandi trasformazioni e una riallocazione tra diversi settori produttivi, penalizzando in particolare alcuni settori chiave del manifatturiero. È certo che i costi si distribuiranno in modo diseguale tra Paesi, settori e gruppi di lavoratori. Nella discussione pubblica si è enfatizzato l'aspetto win­win (comunque vincente) del Green Deal. Per esempio il fatto che ci siano sul piatto nuovi fondi per l'investimento pubblico, che attraverso le politiche ambientali si potranno superare i limiti alla spesa previsti dal Patto di stabilità (cosa peraltro per nulla scontata) e che questa missione darà al progetto europeo una rinnovata direzione comune in grado di superare le divisioni degli ultimi anni.

Questa retorica del win-win a me sembra quanto mai preoccupante quanto lo è la mancanza di discussione - a livello nazionale, e non solo in Italia - su quali siano le responsabilità degli Stati singoli e le implicazioni per le politiche fiscali e di bilancio. Guardando ai fatti, pochi Paesi hanno messo in campo politiche coerenti con l'ambizione del Green Deal. Per esempio, come ha recentemente ricordato Pisani-Ferry, solo tre Paesi nella Ue (e l'Italia non è tra questi) tassano l'emissione di carbonio a più di 30 euro per tonnellata quando si stima che la tassa compatibile con il Green Deal dovrebbe arrivare a 50 € per tonnellata nel 2021 almeno a 100 € per tonnellata nel 2030.

Una discussione realistica e trasparente è quanto mai urgente perché è la condizione per trovare il consenso a un percorso trasformativo. Ma come ha detto il governatore della Banca d'Inghilterra Mark Carney siamo prigionieri della trappola dell'orizzonte: i governi - per sopravvivere - danno priorità ai problemi immediati e sono strutturalmente inadeguati ad affrontare fenomeni i cui costi ricadono sulle generazioni future nonostante affrontarli oggi ne riduca l'onere complessivo.

Ma poiché il pianeta appartiene a tutti bisognerà trovare il modo di definire un'azione collettiva efficace che possa far fronte alle resistenze di interessi costituiti e ai conflitti redistributivi che deriveranno dalle politiche green.

Il Green Deal europeo è qualcosa di più di un insieme di politiche. È una missione che definisce una nuova identità dell'Unione e afferma la leadership globale dell'Europa sulle politiche ambientali. Ma definire una missione non significa necessariamente portare a casa risultati. Il pericolo che, come per l'unione monetaria, interessi diversi non siano ricomposti, ma che, al contrario, le divisioni tra Paesi e gruppi sociali si approfondiscano, è tangibile. Dopo tante promesse, il fallimento, oltre a essere tragico per il futuro dell'umanità, potrebbe anche essere la tomba dell'Unione. Come al solito la responsabilità di evitarlo ricade non solo su Bruxelles ma su tutte le capitali europee, inclusa – ovviamente - Roma.

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5 Novembre 2019: Nuovo Rapporto su clima ed economia in un mondo più green: Stato e tendenze del 2018, con un focus sugli impatti ecosistemici dei cambiamenti climatici, di Toni Federico

 

Venezia: alluvione del 5 Novembre 2019

VeneziaNegli ultimi decenni, i cambiamenti climatici hanno causato impatti sui sistemi naturali e umani in tutti i continenti. Allo stato delle conoscenze l’evidenza dell'impatto dei cambiamenti climatici è più forte e completa per i sistemi naturali. Alcuni impatti sui sistemi umani sono stati attribuiti ai cambiamenti climatici, con un contributo più o meno distinguibile da altre influenze.

In molte regioni, il cambiamento del regime delle precipitazioni o lo scioglimento della neve e del ghiaccio stanno alterando i sistemi idrologici, influenzando le risorse idriche in termini di quantità e qualità. I ghiacciai continuano a ridursi quasi in tutto il mondo a causa dei cambiamenti climatici, influenzando il deflusso delle risorse idriche a valle. Il cambiamento climatico sta causando il riscaldamento e lo scongelamento del permafrost in regioni ad alta latitudine e ad alta quota.

Molte specie terrestri, di acqua dolce e marine, hanno modificato in risposta ai cambiamenti climatici la loro distribuzione geografica, le attività stagionali, i modelli di migrazione, la loro numerosità e le interazioni tra le specie. Anche se solo poche recenti estinzioni di specie sono state finora attribuite ai cambiamenti climatici, si deve osservare che, negli ultimi milioni di anni, cambiamenti climatici globali naturali più lenti di quelli attuali hanno causato cambiamenti significativi nell'ecosistema ed estinzioni di specie.

Gli impatti negativi dei cambiamenti climatici sui raccolti sono stati maggiori degli impatti positivi ed hanno influito negativamente sui raccolti di frumento e granoturco per molte regioni e nell'aggregato globale. Sulla resa del riso, che è un altro alimento di importanza globale, gli effetti sono inferiori rispetto alle altre colture. Gli impatti osservati riguardano principalmente gli aspetti produttivi della sicurezza alimentare. Diversi recenti rapidi aumenti dei prezzi alimentari, conseguenti ad eventi climatici estremi nelle principali regioni produttrici, indicano una sensibilità dei mercati a tali eventi.

Fortunatamente i danni alla salute umana causati dai cambiamenti climatici sono relativamente ridotti rispetto ad altri fattori di stress, anche se non sono ben quantificati. Tuttavia, c'è stata una maggiore mortalità correlata alle ondate di calore e una diminuzione della mortalità attribuita al freddo in alcune regioni. I cambiamenti locali della temperatura e delle piogge hanno alterato la distribuzione di alcuni vettori acquatici di malattie. Le differenze di vulnerabilità e di esposizione derivano da fattori non climatici, socioeconomici e demografici, e da disuguaglianze multifattoriali prodotte da processi di sviluppo irregolari. Le persone socialmente, economicamente, culturalmente, politicamente, istituzionalmente o altrimenti emarginate sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici e si segnalano anche pericoli derivanti da alcune delle risposte di adattamento e mitigazione. Tali processi sociali comprendono la discriminazione di genere, di classe, di etnia, di età e di disabilità.

Gli impatti di recenti eventi climatici estremi, come ondate di calore, siccità, inondazioni, cicloni e incendi, rivelano vulnerabilità ed esposizioni di alcuni ecosistemi e di molte comunità umane all’attuale variabilità climatica. Gli impatti di tali estremi legati al clima comprendono l'alterazione degli ecosistemi, l'interruzione della produzione alimentare e dell'approvvigionamento idrico, danni alle infrastrutture e agli insediamenti, morbilità, mortalità e conseguenze per la salute mentale e il benessere umano. Questi impatti sono più gravi per effetto di una significativa mancanza di preparazione per i rischi generati dall'attuale variabilità climatica. I pericoli legati al clima esacerbano altri fattori di stress, spesso con esiti negativi per i mezzi di sussistenza, specialmente per le persone che vivono in povertà. I pericoli legati al clima influenzano la vita delle persone povere direttamente attraverso l'impatto sui mezzi di sostentamento, la riduzione dei raccolti o la distruzione delle case e indirettamente, ad esempio, attraverso l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e l'insicurezza alimentare. Anche i conflitti violenti aumentano la vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Conflitti violenti su larga scala danneggiano le risorse che facilitano l'adattamento, comprese le infrastrutture, le istituzioni, le risorse naturali, il capitale sociale e le opportunità di sostentamento.

I dati dimostrano che gli eventi estremi hanno sviluppato negli ultimi decenni una tendenza a gravare sulla collettività con costi crescenti. Secondo Figueres[1], Segretario della UNFCC a Parigi 2015, i disastri innescati dal clima nel 2017 sono costati all'economia globale 320 GUS$ e circa 10.000 vite perdute[2]. I costi totali dei disastri del 2018, inclusi i tifoni, gli uragani, le ondate di caldo e gli incendi che hanno devastato l'Europa e gli Stati Uniti, sono fortunatamente inferiori. È probabile che questi eventi contribuiscano a un aumento esponenziale dei danni, stimabili a circa 2.200 GUS$ negli ultimi due decenni[3].  Il recente Rapporto speciale dell’IPCC SR15 (cit.) prevede impatti devastanti anche solo con un’anomalia di 2 °C a fine secolo. Si tratterebbe della perdita in quasi tutto il mondo delle barriere coralline e di ondate di calore estreme che metterebbero in pericolo la vita di più di un terzo della popolazione mondiale.

Il clima è anche la principale causa di spostamenti: gli ultimi dati mostrano che il 76% dei 31,1 milioni di sfollati durante il 2016 sono stati costretti lontano dalle loro case a seguito di eventi climatici.

Secondo il WHO l'inquinamento dell'aria indoor e outdoor, è causa del 10% dei decessi a livello mondiale. Le morti sono concentrate in modo schiacciante nei paesi a basso e medio reddito. L’inquinamento dell’acqua causa perdite umane pari a non meno della metà di quelle dell’aria[4]. Solo in questo ultimo anno l’attenzione dei media è stata richiamata sul grave inquinamento da microplastiche nel mare e negli alimenti e, in piena emergenza, nessuno sembra in grado di affrontare questa drammatica distopia per tutte le specie viventi.

Lo sforzo di ricerca maggiore è oggi dedicato alla previsione di quello che succederà con il progredire del riscaldamento terrestre. I conti economici sono difficili e differenziati a seconda dell’evoluzione dei modelli di sviluppo e la distribuzione del danno sarà inevitabilmente ineguale e forzatamente iniqua. Secondo alcuni scenari, gli impatti e i costi saranno molto più gravi di quanto non potrebbe sembrare dalle differenze, apparentemente piccole, di gradi o frazioni di grado centigrado, delle anomalie termiche a fine secolo. A 2 °C, le calotte polari inizieranno a disfarsi, portando, nel corso dei secoli a decine di metri di innalzamento del livello del mare. Altri 400 milioni di persone soffriranno di scarsità d'acqua, le grandi città della fascia equatoriale del pianeta diventeranno invivibili e anche nelle latitudini settentrionali le ondate termiche uccideranno migliaia di persone ogni estate. Ci sarebbero 32 volte più ondate di calore estreme in India, ognuna di durata cinque volte più alta, cui sarebbero esposte 93 volte più persone rispetto ad oggi.

A 3 °C, l'Europa meridionale sarebbe in condizioni di siccità permanente e la siccità media in America centrale durerebbe 19 mesi in più. Nell'Africa settentrionale, la cifra è di 60 mesi in più: cinque anni. A 4 °C, ci sarebbero 8 milioni di casi in più di febbre dengue ogni anno nella sola America Latina e andremmo a rischio di crisi alimentari globali ogni anno. I danni provocati dalle inondazioni dei fiumi sarebbero cresciuti trenta volte in Bangladesh, venti in India e fino a sessanta nel Regno Unito. A livello globale, i danni provocati dai disastri naturali legati al clima potrebbero superare di più del doppio la ricchezza che esiste oggi nel mondo. Conflitti interetnici e guerre per le risorse potrebbero raddoppiare questa stima[5].

Il cambiamento climatico impatta ogni territorio in ogni paese in ogni continente.  Nature stima che, se le temperature aumentassero di soli 2 °C, il PIL globale scenderebbe del 15% a fine secolo. A +3 °C, il PIL globale scenderebbe del 25%. Se non si fa nulla, le temperature saliranno di 4 °C entro il 2100 e il PIL mondiale si ridurrà di oltre il 30% rispetto ai livelli del 2010. È peggio della Grande depressione del secolo scorso, dove il commercio globale è diminuito del 25% ma, questa volta, il danno sarebbe permanente.           

Rossiglione (Alessandria), alluvione del 2019

 

[1] C. Figueres et al., 2018, Emissions are still rising: ramp up the cuts, Nature 564, 27-30 (2018), in: https://www.nature.com/articles/d41586-018-07585-6/

[2] Petra Low, 2018, Hurricanes cause record losses in 2017 - The year in figures, in: https://www.munichre.com/topics-online/en/climate-change-and-natural-disasters/natural-disasters/2017-year-in-figures.html

[3] UN ISDR; 2018, Economic Losses, Poverty and Disasters 1998-2017, in: https://www.unisdr.org/files/61119_credeconomiclosses.pdf

[4] AA.VV., 2017, The Lancet Commission on Pollution and Health, in: http://www.thelancet.com/pdfs/journals/lancet/PIIS0140-6736(17)32345-0.pdf

[5] David Wallace-Wells, 2019, The Uninhabitable Earth: A Story of the Future, Allen Lane

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30 Ottobre 2019: Le emissioni cinesi di CO2 da combustibili fossili e produzione di cemento sono cresciute del 4% nella prima metà del 2019

L'analisi dei primi dati da parte di Greenpeace mostra che si sono fermate le emissioni del settore energetico, che hanno guidato il rimbalzo delle emissioni complessive dopo il  2017. Tuttavia, c'è stata un'impennata nella costruzione di immobili e infrastrutture che ha visto le emissioni di acciaio e cemento espandersi rapidamente. Stime basate su dati preliminari per la prima metà del 2019, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, indicano che la domanda cinese di carbone è aumentata del 3%; la domanda di petrolio è aumentata del 6%; la domanda di gas è aumentata del 12%; e la produzione di cemento è aumentata del 7%.

La ripartizione per fonti (in figura) mostra che il consumo di carbone è molto al di sotto del suo picco nel 2013, ma è in ripresa dall'inizio del 2017, mentre le emissioni dalla produzione di cemento hanno iniziato a crescere lo scorso inverno. Petrolio e gas, sebbene costituiscano meno di un quarto del totale delle emissioni, stanno contribuendo a metà dell'aumento complessivo a causa degli alti tassi di crescita.

Emissioni di CO2 in Cina in Mt/anno (media mobile di 12 mesi)

 

L'aumento delle emissioni nel settore energetico ha guidato gran parte dell'aumento della CO2 cinese nell'ultimo decennio, con crescenti forniture di elettricità alimentata a carbone per una rapida crescita economica. Nella prima metà del 2019, tuttavia, la crescita è stata prossima allo zero perché, nel complesso, la crescita della domanda è rallentata, consentendo un output aggiuntivo da fonti rinnovabili. In un anno sono stati aggiunti oltre 50 TWh di solo idroelettrico e poco meno di 30 TWh tra solare ed eolico. Apparentemente i dati dimostrerebbero che la grid parity del solare è stata ormai raggiunta. Sul fronte fossile, viceversa,   aumentano i fallimenti e le difficoltà finanziarie delle compagnie carbonifere. Circa il 47% di queste aziende sono in perdita tra gennaio e agosto 2018, e il loro 5rendimento economico è sceso a un misero 1,1%. Le ragioni della bassa redditività includono l'eccesso di capacità, il che significa che in media le centrali lavorano meno ore del previsto.

Il settore dei trasporti in Cina è di grande interesse. Il 2019 registra un momento difficile per l'industria automobilistica convenzionale. Le vendite di autovetture sono crollate del 14% nella prima metà dell'anno,  essendosi registrato l'anno scorso il primo declino anno su anno da15 anni a fronte di una crescita media del 15% all'anno nel decennio fino al 2017. Le vendite di veicoli elettrici hanno continuato a crescere rapidamente, aumentando del 61% nella prima metà del 2019 rispetto a un anno prima passando dall'1,4% delle vendite complessive di automobili due anni fa al 6%. Dopo giugno, il governo centrale ha tagliato i sussidi per veicoli elettrici, causando un calo del 9% delle vendite a luglio. Ma rimane in vigore una serie di incentivi  non monetari che sono in grado di supportare la crescita continua.

Vendite e share dei veicoli elettrici in Cina

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23 Settembre 2019: Il Rapporto speciale IPCC SROCC sull'oceano e la criosfera

L'IPCC ha pubblicato il suo Rapporto speciale sull'oceano e la criosfera in un clima caldo al termine di una settimana di approvazione plenaria a Monaco. In questa riunione i delegati del governo hanno approvato linea per linea il Sommario di 42 pagine per i politici. Approvato il Sommario, l’IPCC ha pubblicato l’intero Rapporto di assessment SROCC che copre sei capitoli e oltre 800 pagine, oltre ai materiali supplementari. I singoli capitoli sono ancora soggetti ad aggiornamenti che devono essere apportati al Report completo per assicurarsi che sia coerente con il Sommario votato.

Lo SROCC è il secondo rapporto speciale che l'IPCC ha pubblicato quest'anno e il terzo del sesto ciclo di valutazione dell'IPCC. La Relazione sui cambiamenti climatici e sulla terra  è stata pubblicata nel mese di agosto, mentre il Rapporto SR15, sugli 1.5°C è stato pubblicato nell'ottobre del 2018. Il prossimo Rapporto speciale sarà "Cambiamenti climatici e città", sarà pubblicato dopo il suo sesto Rapporto di assessment, AR6, nel 2021-22.

Il rapporto speciale SROCC valuta le nuove conoscenze acquisite dopo AR5 e addirittura SR15 per spiegare come l'oceano e la criosfera si prevede che cambino con il riscaldamento globale in atto, i rischi e le opportunità che questi cambiamenti offrono agli ecosistemi e alle persone e le opzioni di mitigazione, di adattamento e di governance per ridurre i rischi futuri. La dichiarazione di apertura del Rapporto afferma che "tutte le persone sulla Terra dipendono direttamente o indirettamente dall'oceano e dalla criosfera che svolgono ruoli fondamentali come l'assorbimento e la ridistribuzione della CO2 e del calore antropogenici da parte dell’oceano, nonché il loro coinvolgimento cruciale nel ciclo idrologico”. L'oceano globale copre il 71% della superficie terrestre, e contiene "circa il 97% dell'acqua, fornisce il 99% dello spazio biologicamente abitabile e circa la metà della produzione primaria”. La criosfera include "neve, ghiacciai, calotte glaciali, banchi di ghiaccio, iceberg, ghiaccio marino, ghiaccio di lago, ghiaccio di fiume, permafrost e terreno stagionalmente ghiacciato”.  Gli oceani e la criosfera forniscono servizi tra cui "cibo e acqua dolce, energia rinnovabile, salute e benessere, valori culturali, commercio e trasporti”.

È "praticamente certo" che l'oceano globale si sia riscaldato senza sosta dal 1970, mentre "il riscaldamento globale ha portato a un diffuso restringimento della criosfera”.

 L'innalzamento del livello del mare

Gli oceani sono già aumentati di circa 0,2 m dalla fine del 1800, con un ritmo che accelera negli ultimi decenni. Nel suo quinto rapporto di valutazione (AR5, 2013), l'IPCC ha stimato che fosse improbabile superare 1 m in questo secolo, anche negli scenari di emissioni molto elevate.

Tuttavia, una serie di studi pubblicati negli anni suggeriscono che le proiezioni potrebbero essere molto più elevate, fino a 2m o più in questo secolo. Con il rilascio di questa settimana del Rapporto speciale IPCC: Ocean and Cryosphere in Changing Climate, SROCC, è utile prendere visione del livello attuale di comprensione delle dinamiche del livello del mare passate e future.

Ricostruire i cambiamenti passati nei livelli globali del mare è lungi dall'essere un compito semplice. Misurazioni satellitari di alta qualità con copertura globale sono disponibili dai primi anni '90, mentre prima si faceva affidamento sugli indicatori di marea sparsi in tutto il mondo. Questi indicatori di marea coprono principalmente le regioni costiere e sono anche soggetti a fattori che possono complicare l'interpretazione delle variazioni locali del livello del mare, in particolare la subsidenza o lo scioglimento dei ghiacciai. AR5 presentava tre stime dell'innalzamento globale del livello del mare: Due set di dati aggiuntivi sono stati pubblicati negli ultimi anni. Tutti e cinque questi set di dati sono mostrati nella figura seguente (linee colorate), insieme all’altimetro satellitare (in nero) dopo il 1993. La seconda figura mostra il tasso di variazione medio a 20 anni in mm /anno.

Livello del mare e velocità di variazione annua secondo varie stime

Il livello del mare è aumentato tra 18 e 20 cm dal 1900. Il più recente set di dati mostra un aumento inferiore rispetto ai precedenti. Le stime sono per lo più d'accordo negli ultimi decenni; divergenze maggiori sono evidenti prima del 1980. I tassi di variazione dei livelli globali del mare sono indicati come medie mobili a 20 anni, a più lungo termine perché i singoli anni sono sensibili alle temperature globali della superficie influenzate da fenomeni come El Niño. Il tasso attuale di innalzamento del livello del mare, misurato da altimetri satellitari accurati, è circa il 50% più veloce di quanto sperimentato negli anni '40. Secondo il recente Rapporto AMS sullo stato del clima del 2018, l’accelerazione durante il periodo post-1993 è di circa 0,1 mm/anno ogni anno. È importante notare che il livello globale nasconde molta variabilità locale. Secondo l'IPCC AR5, spostando i venti superficiali, l'espansione del riscaldamento dell'acqua dell'oceano e l'aggiunta dello scioglimento del ghiaccio può alterare le correnti oceaniche che, a loro volta, portano a cambiamenti nel livello del mare che variano da un luogo all'altro.

IPCC AR5 suggerisce inoltre che i ghiacciai in fusione possono influenzare la forma e il campo gravitazionale della Terra, causando fluttuazioni regionali dei livelli del mare. Compattazione dei sedimenti, la piastra tettonica e la subsidenza localizzata possono svolgere un ruolo in regioni specifiche. Queste differenze locali sono chiaramente visibili nella figura seguente, che mostra i dati da altimetri satellitari durante il periodo dal 1992 al 2014. Parti del mondo,  come l'Australia, hanno visto innalzamenti molto più veloci della media globale nella, mostrati in tonalità di rosso, mentre altri, come parti degli Stati Uniti e delle coste occidentali Messico, hanno effettivamente visto scendere il livello del mare (sfumature di blu).

Variazioni locali del livello del mare tra 1992 e 2014

L’impatto sociale ed economico

Le comunità che vivono a stretto contatto con ambienti polari, montani e costieri sono particolarmente esposte ai pericoli attuali e futuri del cambiamento dell'oceano e della criosfera. Quasi il 10% della popolazione mondiale, circa 670 milioni di persone, vivono in regioni di alta montagna, mentre circa quattro milioni di persone vivono nell'Artico. Le coste sono le aree più densamente popolate della Terra. A partire dal 2010, il 28% della popolazione globale (1,9 miliardi di persone) vive in aree a meno di 100 km dalla costa e meno di 100 metri sul livello del mare, comprese 17 grandi città, che ospitano ciascuna più di cinque milioni di persone. Gli stati in via di sviluppo delle piccole isole ospitano circa 65 milioni di persone.

Le osservazioni indicano che i cambiamenti pervasivi dell'oceano e della criosfera ... stanno già avvenendo, causati dal cambiamento climatico indotto dall'uomo, dalle alte montagne, alle regioni polari, verso le coste e nelle profondità dell'oceano. Su questo trend si prevede che questi impatti avranno costi enormi: "I previsti degradi della salute e dei servizi oceanici entro il 2050 costano all'economia globale 428 G$ all'anno e 1.979 G$ all’anno entro il 2100”. Le comunità "saranno obbligate ad adattarsi” anche se gli sforzi attuali e futuri per ridurre le emissioni di gas serra riusciranno a mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 °C. Semplicemente diminuirebbe il costo dell'adattamento.

Criosfera. Entro la fine del secolo, i ghiacciai dovrebbero perdere18% della loro massa rispetto ai livelli del 2015 in uno scenario a basse emissioni. La perdita prevista raddoppia a circa un terzo in uno scenario ad alte emissioni. Si prevede che si verifichi l'innalzamento del livello del mare che accompagna la perdita di questi ghiacciai tra 94 e 200 mm per gli scenari a basse e alte emissioni, rispettivamente. Nelle regioni non polari con relativamente poca copertura del ghiaccio, come l'Europa centrale e l'Asia del Nord, gli effetti sono molto più pronunciati, con in media oltre l'80% della massa attuale del ghiacciaio perduta al 2100. Come già previsto da AR5, i ghiacciai continueranno a sciogliersi anche senza ulteriori cambiamenti climatici.

Un servizio chiave della criosfera è fornire una fonte di acqua potabile. Il rapporto considera minore il rischio che il declino del ghiacciaio comporta per l'approvvigionamento di acqua potabile, ma la tendenza è stata segnalata nelle aree rurali dell'Himalaya e delle Ande. Vi sono prove del fatto che tali cambiamenti potrebbero determinare un declino della qualità dell'acqua in alcune regioni perché  i ghiacciai detengono un'importante riserva di sostanze chimiche tossiche di origine umana, tra cui DDT,metalli pesanti e fuliggine.

Oltre agli umani, ci si aspetta che le condizioni mutevoli in alta montagna abbiano conseguenze per gli ecosistemi alpini. In molti casi questi cambiamenti sono utili, almeno a breve termine. La biodiversità complessiva è infatti aumentata a quote più elevate a causa di aree più abitabili. Tuttavia, ciò avviene a scapito di alcune specie montane che diminuiranno in numero.

La sorte delle regioni polari

Il Rapporto viene pubblicato nella stessa settimana in cui l'estensione minima del ghiaccio marino artico è stata annunciata come la seconda più piccola mai registrata. Raggiunta ogni anno alla fine dell'estate, fa registrare il 18 settembre 2019 4,15 Mkm2 contro il minimo storico di 3.39 Mkm2 nel 2012. Il rapporto afferma: "Vi è una forte fiducia nel fatto che la stagione di scioglimento dei ghiacci nel mare artico si sia prolungata di tre giorni per decennio dal 1979 a causa della precoce fusione, e sette giorni per decennio a causa del successivo congelamento".

Il Rapporto riferisce che le temperature dell'aria superficiale dell'Artico negli ultimi due decenni sono "aumentate di oltre il doppio rispetto alla media globale". “Gli studi di attribuzione mostrano l'importante ruolo degli aumenti antropogenici dei gas a effetto serra nel causare gli aumenti osservati della temperatura della superficie artica, e un ulteriore prevedibile riscaldamento dell'Artico. Questo rapido fenomeno in parte deriva dalla rapida perdita della copertura del ghiaccio marino nella regione. Man mano che il ghiaccio marino artico diminuisce, l'energia del sole che sarebbe stata riflessa dal ghiaccio è invece assorbita dall'oceano, causando ulteriore riscaldamento. Anche le temperature del mare artico superficiale hanno continuato a riscaldarsi: “Le tendenze di agosto 1982-2017 rivelano che le temperature estive  aumentano di circa mezzo grado per decennio su vasti settori del bacino artico che sono privi di ghiaccio in estate"...

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21 settembre 2019: Greta Thunberg alle Nazioni Unite

"This is all wrong. I shouldn’t be standing here. I should be back in school on the other side of the ocean. Yet you all come to me for hope? How dare you! You have stolen my dreams and my childhood with your empty words. And yet I’m one of the lucky ones. People are suffering. People are dying. Entire ecosystems are collapsing. We are in the beginning of a mass extinction. And all you can talk about is money and fairytales of eternal economic growth. How dare you!

For more than 30 years the science has been crystal clear. How dare you continue to look away, and come here saying that you are doing enough, when the politics and solutions needed are still nowhere in sight. With today’s emissions levels, our remaining CO2 budget will be gone in less than 8.5 years. You say you “hear” us and that you understand the urgency. But no matter how sad and angry I am, I don’t want to believe that. Because if you fully understood the situation and still kept on failing to act, then you would be evil. And I refuse to believe that.

The popular idea of cutting our emissions in half in 10 years only gives us a 50% chance of staying below 1.5 °C, and the risk of setting off irreversible chain reactions beyond human control. Maybe 50% is acceptable to you. But those numbers don’t include tipping points, most feedback loops, additional warming hidden by toxic air pollution or the aspects of justice and equity. They also rely on my and my children’s generation sucking hundreds of billions of tonnes of your CO2 out of the air with technologies that barely exist. So a 50% risk is simply not acceptable to us – we who have to live with the consequences. To have a 67% chance of staying below a 1.5C global temperature rise – the best odds given by the Intergovernmental Panel on Climate Change – the world had 420 gigatonnes of carbon dioxide left to emit back on 1 January 2018. Today that figure is already down to less than 350 gigatonnes. How dare you pretend that this can be solved with business-as-usual and some technical solutions. With today’s emissions levels, that remaining CO2 budget will be entirely gone in less than eight and a half years. There will not be any solutions or plans presented in line with these figures today. Because these numbers are too uncomfortable. And you are still not mature enough to tell it like it is. You are failing us. But the young people are starting to understand your betrayal. The eyes of all future generations are upon you. And if you choose to fail us I say we will never forgive you. We will not let you get away with this. Right here, right now is where we draw the line. The world is waking up. And change is coming, whether you like it or not".

 

16 Settembre 2019: Sfatati in linguaggio semplice cinque luoghi comuni dei negazionisti sul cambiamento climatico

Il cambiamento climatico non è altro che una parte del ciclo naturale

   Temperature globali negli ultimi 65 milioni di anni e possibile futuro riscaldamento globale a seconda della quantità di GHG che emetteremo

emperature globali negli ultimi 65 milioni di anni e possibile futuro riscaldamento globale a seconda della quantità di gas serra che emettiamoIl clima della Terra è sempre cambiato, ma lo studio della paleoclimatologia o dei climi passati ci mostra che i cambiamenti negli ultimi 150 anni - dall'inizio della rivoluzione industriale - sono stati eccezionali e non possono essere naturali. I risultati della modellazione suggeriscono che il riscaldamento previsto per il futuro potrebbe essere senza precedenti rispetto ai precedenti 5 milioni di anni. L'argomento dei cambiamenti naturali è ripreso dalla storia secondo cui il clima della Terra si sta appena riprendendo dalle temperature più fredde della Piccola era glaciale (1300-1850 d.C.) e che le temperature oggi sono davvero le stesse del periodo caldo medievale (900-1300 d.C.) . Il problema è che sia la Piccola era glaciale che il periodo di riscaldamento medievale non furono cambiamenti globali ma regionali a livello del nord-ovest, dell'America orientale, della Groenlandia e dell'Islanda. Uno studio che utilizza 700 record climatici ha mostrato che, negli ultimi 2000 anni, l'unica volta in cui il clima in tutto il mondo è cambiato contemporaneamente e nella stessa direzione è stato negli ultimi 150 anni, quando oltre il 98% della superficie del pianeta si è riscaldato.

I cambiamenti sono dovuti a macchie solari e ai raggi cosmici 

Comparison of global surface temperature changes (red line) and the sun’s energy received by the Earth (yellow line)

 since 1880 (NASA)

Le macchie solari sono tempeste sulla superficie del sole che provengono da un'intensa attività magnetica e possono essere accompagnate da brillamenti solari. Queste macchie solari hanno il potere di modificare il clima sulla Terra. Ma gli scienziati che utilizzano sensori sui satelliti registrano la quantità di energia solare che colpisce la Terra dal 1978 e non vi è stata alcuna tendenza al rialzo. Quindi non possono essere la causa del recente riscaldamento globale.

I raggi cosmici galattici (GCR) sono radiazioni ad alta energia che hanno origine al di fuori del nostro sistema solare e possono persino provenire da galassie distanti. È stato suggerito che potrebbero aiutare a seminare o creare nuvole. Così i GCR ridotti che colpiscono la Terra significherebbero meno nuvole, il che rifletterebbe meno luce solare nello spazio e causerebbe il riscaldamento della Terra. Ma ci sono due problemi con questa idea. In primo luogo, le prove scientifiche mostrano che i GCR non sono molto efficaci nel seminare nuvole. In secondo luogo, negli ultimi 50 anni, la quantità di GCR è effettivamente aumentata, raggiungendo livelli record negli ultimi anni. Se questa idea fosse corretta, i GCR dovrebbero raffreddare la Terra, cosa che non fanno.

La CO₂ è poca cosa in atmosfera - non può avere un grande effetto di riscaldamento.

Questo è un tentativo di giocare una classica carta di buon senso ma è completamente sbagliato. Nel 1856, lo scienziato americano Eunice Newton Foote condusse un esperimento con una pompa ad aria, due cilindri di vetro e quattro termometri. Ha dimostrato che un cilindro contenente anidride carbonica e posto al sole intrappolava più calore e rimaneva più caldo più a lungo di un cilindro con aria normale. Gli scienziati hanno ripetuto questi esperimenti in laboratorio e nell'atmosfera, dimostrando ancora l'effetto serra del biossido di carbonio. Per quanto riguarda l'argomentazione a senso comune secondo cui una parte molto piccola di qualcosa non può avere un grande effetto su di essa, bastano solo 0,1 grammi di cianuro per uccidere un adulto, che rappresenta circa lo 0,0001% del peso corporeo. Confrontalo con l'anidride carbonica, che attualmente costituisce lo 0,04% dell'atmosfera ed è un forte gas serra. Nel frattempo, l'azoto costituisce il 78% dell'atmosfera e tuttavia è altamente non reattivo.

Gli scienziati manipolano i dati per mostrare una tendenza al riscaldamento

Questo è un argomento semplicistico utilizzato per attaccare la credibilità degli scienziati del clima. Richiederebbe una cospirazione che coinvolga migliaia di scienziati in oltre 100 paesi per raggiungere le dimensioni richieste per farlo. Gli scienziati correggono e convalidano i dati continuamente. Ad esempio, dobbiamo correggere i record storici della temperatura in base al modo in cui sono stati misurati. Tra il 1856 e il 1941, la maggior parte delle temperature del mare furono misurate usando l'acqua di mare issata sul ponte in un secchio. Anche questo non era coerente in quanto vi era uno spostamento da secchi di legno a tela e da navi a vela a navi a vapore, che alterava l'altezza del ponte della nave - e questi cambiamenti a loro volta alteravano la quantità di raffreddamento causata dall'evaporazione mentre il secchio veniva sollevato. Dal 1941, la maggior parte delle misurazioni sono state effettuate alle prese d'acqua del motore della nave, quindi non c'è raffreddamento dall'evaporazione per giustificare. Dobbiamo anche tener conto del fatto che molte città si sono espanse e che le stazioni meteorologiche che si trovavano nelle aree rurali si trovano ora in aree urbane che di solito sono significativamente più calde della campagna circostante. Se non avessimo apportato queste modifiche alle misurazioni originali, il riscaldamento della Terra negli ultimi 150 anni sarebbe sembrato addirittura maggiore del cambiamento che è stato effettivamente osservato, che ora è circa 1 °C di riscaldamento globale.

I modelli climatici sono inaffidabili e troppo sensibili agli effetti dell'anidride carbonica

Ciò è errato e fraintende il funzionamento dei modelli. È un modo per minimizzare la gravità dei futuri cambiamenti climatici. Esiste una vasta gamma di modelli climatici, da quelli rivolti a meccanismi specifici come la comprensione delle nuvole, ai modelli di circolazione generale (GCM) che vengono utilizzati per prevedere il clima futuro del nostro pianeta. Esistono oltre 20 importanti centri internazionali i cui  team hanno costruito ed eseguito GCM contenenti milioni di righe di codice che rappresentano la più approfondita comprensione del sistema climatico. Questi modelli vengono continuamente testati in base a dati storici e paleoclimatici nonché a singoli eventi climatici come le grandi eruzioni vulcaniche, per assicurarsi che ricostruiscano il clima in maniera adeguata. Nessun singolo modello potrà mai essere considerato esatto in quanto rappresenta un sistema climatico globale molto complesso. Ma avere così tanti modelli diversi, costruiti e calibrati in modo indipendente, significa che si tratta di rappresentazioni affidabili proprio perché tra loro convergenti. Prendendo l'intera gamma di modelli climatici, un raddoppio dell'anidride carbonica potrebbe riscaldare il pianeta da 2 °C a 4,5 °C, con una media di 3,1 °C (la cosiddetta climate sensitivity). Tutti i modelli mostrano una notevole quantità di riscaldamento quando all'atmosfera viene aggiunta ulteriore anidride carbonica. La scala del riscaldamento previsto è rimasta molto simile negli ultimi 30 anni, nonostante l'enorme aumento della complessità dei modelli, dimostrando che si tratta di un risultato scientifico che è  già da tempo sulla strada giusta. Combinando tutte le nostre conoscenze scientifiche sui fattori naturali (solare, vulcanico, aerosol e di ozono) e di origine umana (gas serra e cambiamenti nell'uso del suolo) il riscaldamento e il raffreddamento del clima mostra che il 100% del riscaldamento osservato negli ultimi 150 anni è a causato dall'uomo e dalle sue attività (IPCC, AR5). Non esiste alcun supporto scientifico per la negazione del cambiamento climatico. Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), istituito dalle Nazioni Unite per sintetizzare apertamente e in modo trasparente la conoscenza climatica, fornisce sei chiare linee di prova per i cambiamenti climatici. Man mano che il clima estremo diventa sempre più evidente, le persone si stanno rendendo conto che non hanno bisogno degli scienziati per dire loro che il clima sta cambiando - lo stanno purtroppo vedendo e vivendo in prima persona.

Le ultime due figure qui presentate mostrano, la prima, la ricostruzione del modello della temperatura globale dal 1970 con la media dei modelli in nero con intervallo di modelli in grigio rispetto ai record di temperatura osservati della NASA, dal NOAA, da HadCRUT, da Cowtan e Way, da Berkeley Earth e da Carbon Brief, nei vari colori evidenziati.

L'ultima figura qui accanto, prodotta da Carbon Brief,  rappresenta per linee separate  ciascuna delle influenze naturali e umane sulle temperature globali dal 1850.

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Luglio 2019: Un articolo di Toni Federico fa il punto sul "Cambiamento climatico e la transizione energetica dopo Parigi"

Pubblicato sul n° 2/2019 di Economia Italiana il nuovo saggio fornisce materiali di orientamento necessari per mettere a fuoco la crisi climatica alla vigilia dell'entrata in vigore dell'Accordo di Parigi, prevista per il 2020.

C’è un nesso stretto, causale, tra la crisi climatica in atto che mette in seria discussione l’equilibrio ecologico del pianeta e lo stesso sviluppo economico e sociale così come lo conosciamo, determinato in gran parte dalle modalità di uso delle risorse naturali dalle quali ricaviamo l’energia. La base scientifica del cambiamento climatico è ormai piuttosto evidente e condivisa, al di là di ogni polemica o negazione: pompando in atmosfera gas serra oltre la resilienza dell’ecosistema atmosfera-oceano, cambiano i flussi di energia riemessi dalla terra che si scalda in misura proporzionale all’aumento della concentrazione atmosferica dei gas ad effetto serra. Le basi scientifiche delle dinamiche climatiche sono affidate ad un Panel di scienziati appartenenti a tutti i maggiori istituti di ricerca del mondo, lo International Panel on Climate Change, IPCC, che ha finora prodotto 5 rapporti di assessment climatici e si appresta a pubblicare il prossimo, AR6, nel 2022. Si tratta di un’impresa scientifica epocale in termini di investimenti e di partecipazione, che sta via via cancellando ogni illusione negazionista, in particolare quella che non sarebbero le attività umane l’origine dei cambiamenti climatici. A Parigi, nel Dicembre 2015, al culmine di un quarto di secolo di trattative, in un quadro di governance globale piuttosto incerta, si è finalmente trovato un Accordo in base al quale l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe stare ben al di sotto dei 2° C di anomalia rispetto al periodo preindustriale. Poiché la quota delle emissioni serra attribuibile agli usi energetici dei combustibili fossili si avvicina all’80%, l’ipotesi di contenere i cambiamenti climatici è condizionata da una trasformazione del modello globale della produzione e del consumo dell’energia. Nell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile l’obiettivo SDG 13 (lotta ai cambiamenti climatici), i cui target sono fissati dall’Accordo di Parigi, è strettamente connesso allo SDG 7 (energia pulita ed accessibile), i cui target prescrivono aumenti adeguati delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, in un quadro di garanzie di un accesso equo all’energia. Questo mutamento, assieme alle implicazioni di carattere sociale ed ambientale, è l’asse di quella che chiamiamo transizione energetica.

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5 Giugno 2019: Il Senato rifiuta di dichiarare l'emergenza climatica per l'Italia

Il Senato, il 5 giugno,  vota la mozione 135 che riconoscendo che le attività antropiche, contribuisc(ono) al "riscaldamento globale" (global warming)… ignora la COP 26 ed impegna il governo a:

  1. adottare ogni iniziativa finalizzata alla decarbonizzazione dell'economia … garantendo la sicurezza del sistema energetico …;

  2. attuare ogni misura che favorisca la transizione dalle fonti energetiche fossili alle fonti rinnovabili, compatibilmente con la grid parity, e il passaggio dall'economia lineare all'economia circolare (?);

  3. porre in essere ogni iniziativa volta a favorire l'autoproduzione distribuita di energia da fonti rinnovabili…;

  4. promuovere politiche di sviluppo infrastrutturale e … iniziative virtuose di mobilità urbana…;

  5. promuovere … misure per l'utilizzo responsabile del suolo;

  6. ad attuare tutte le misure necessarie al raggiungimento degli obiettivi di riduzione di GHG concordate a livello internazionale ed europeo.

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31 maggio 2019: Manifesto per la "Giusta transizione"

Promosso dal GdL Energia e Clima dell'Alleanza per lo sviluppo sostenibile, SDG 7 e 13, per l’edizione 2019 del Festival dello sviluppo sostenibile, e organizzato da Cgil, Cisl e Uil, il Convegno “Priorità per una transizione ambiziosa, giusta e sostenibile” ha posto al centro il tema degli impatti sociali dei cambiamenti climatici e delle misure necessarie per fronteggiarli nello spirito dell’Accordo di Parigi e del recente Rapporto speciale dell’IPCC per l’obiettivo degli 1,5 °C. La lotta ai cambiamenti climatici e il rispetto dell’Accordo di Parigi del 2015 richiedono a tutti i paesi, indipendentemente dalle condizioni sociali e politiche, il sollecito abbandono delle fonti di energia fossile e quindi la decarbonizzazione definitiva in tutti i settori per la metà del secolo. Si tratta di porre mano a cambiamenti dei mezzi e degli stessi fini dello sviluppo che, nel rispetto delle peculiarità nazionali e locali, configurano una transizione che deve essere gestita senza traumi di natura sociale e nel rispetto della giustizia inter ed intra generazionale che è propria dello sviluppo sostenibile e dell’Agenda 2030, sottoscritta all’unanimità nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nello stesso anno dell’Accordo di Parigi e dell’Enciclica Laudato sì di Papa Francesco.

In merito alla Just transition  il Convegno ha lanciato un Manifesto in 10 punti che  sottolinea la questione della giustizia climatica e della transizione tecnologica:

  1. Accelerare la transizione rispettando le indicazioni dello Special Report IPCC SR15 per contenere l'incremento medio globale della temperatura della superficie terrestre entro gli 1,5°. Ritardi e inadempienze nel mitigare il cambiamento avranno un impatto concentrato sulle popolazioni più vulnerabili, sulle classi sociali più esposte e sulle future generazioni.

  2. Sostenibilità. Nella transizione verso la decarbonizzazione si deve considerare non solo la sostenibilità ambientale ed economica ma anche quella sociale, attraverso il raggiungimento di tutti gli SDG dell’Agenda 2030, valorizzandone tutti i potenziali benefici e le sinergie in termini di piena occupazione, di rispetto del diritto alla salute, di prosperità economica, di resilienza ambientale e sociale, nazionale e globale. Lo SR15 indica i percorsi per una transizione sostenibile ma segnala il rischio di espedienti socialmente o ambientalmente non sostenibili nella lotta al cambiamento climatico.

  3. Diritti delle generazioni future.  Consegnare alle generazioni future un pianeta in condizioni almeno pari rispetto a quelle in cui l'abbiamo ereditato, garantendo ad esse il diritto di usufruire nella stessa misura e senza degrado delle stesse risorse naturali e degli stessi servizi ecosistemici di cui beneficiamo come generazione attuale.

  4. Giustizia intragenerazionale. La transizione deve essere socialmente giusta e garantire che nessuno sia lasciato indietro, che i possibili impatti siano equamente ripartiti ma con una maggior tutela per le categorie e i soggetti più esposti, adottando misure di compensazione per contenere gli impatti economici, preservare l’occupazione di qualità, il diritto all'acqua, all'energia e alla mobilità sostenibili anche per le fasce più deboli delle popolazioni, e per combattere la povertà energetica.

  5. Partecipazione democratica. Attivare processi di partecipazione democratica nella pianificazione e nelle misure di attuazione della transizione, con il pieno coinvolgimento di cittadini, istituzioni centrali, aziende, enti locali, lavoratori, sindacati, imprenditori, enti finanziari, centri di ricerca, università, associazioni della società civile e comunità. Promuovere l’allineamento tra misure nazionali e piani d’azione locali e il coinvolgimento di comunità, parti sociali ed associazioni, anche mediante l’adozione di nuove regole che favoriscano un ruolo attivo di cittadini con cambi comportamentali e stili di vita sostenibili.

  6. Contrattazione. Partendo dalle linee guida dell’UN ILO e dalla dichiarazione di Slesia del 2018, si riconosce che la centralità del lavoro, in ogni possibile ordinamento sociale, rende necessaria una definizione delle misure di giusta transizione tra Governo e parti sociali, per il sostegno al reddito, la riqualificazione professionale mediante una appropriata formazione, la creazione di nuovi spazi occupazionali e la ricollocazione nei nuovi posti di lavoro, nonché la sicurezza della pensione per i lavoratori più anziani.

  7. Programmazione. Assicurare una pianificazione puntuale, trasparente e sostenibile della decarbonizzazione di tutti i settori e di tutte le attività economiche utilizzando a pieno allo stesso tempo le opportunità dell’economia circolare. Per la programmazione della transizione nel nostro paese il Piano nazionale Energia e Clima, insoddisfacente nella bozza del gennaio 2019, deve accogliere le indicazioni dello SR 15 anche al di là dei target europei mirando alla totale decarbonizzazione non oltre il 2050.

  8. Investimenti. La transizione richiede adeguati investimenti pubblici e privati per la decarbonizzazione, l’innovazione tecnologica, le infrastrutture per le energie rinnovabili, l’efficienza energetica e la realizzazione delle smart grid elettriche, la rigenerazione urbana, la mobilità sostenibile, la prevenzione e messa in sicurezza del territorio e i piani di adattamento al cambiamento climatico. Altri investimenti sono fin d’ora necessari per la conversione dei posti di lavoro associati con l’economia fossile e la creazione di nuovi posti di lavoro senza remissione di qualità. 

  9. Formazione, ricerca e sviluppo. Gli investimenti pubblici per il sostegno alla formazione, alla ricerca, all’innovazione tecnologica e all’automazione devono essere orientati prioritariamente alla trasformazione sostenibile di tutti i settori del sistema produttivo e all’adeguamento delle competenze dei lavoratori. Occorre assicurare un’offerta formativa che garantisca ai lavoratori attuali e futuri le competenze, le capacità e la consapevolezza per contribuire ad accelerare la transizione e svolgere attività economiche pienamente sostenibili.

  10. Strumenti finanziari. Sono ineludibili una riforma fiscale ecologica ed un utilizzo degli appalti pubblici, capaci di spostare l’imposizione dal reddito all’uso delle risorse, e di orientare il mercato e gli investimenti privati verso produzioni e consumi sostenibili. Occorre promuovere in sede Europea e internazionale riforme strutturali delle regole della finanza al fine di orientarne i flussi e il credito in favore della transizione. Eliminare gli incentivi dannosi per l’ambiente, adottando la carbon tax per dare un prezzo certo ed equo alle emissioni serra, sia pure con la necessaria gradualità e con la dovuta partecipazione. In particolate i cospicui finanziamenti, come i proventi delle aste del sistema EU ETS, dovranno essere destinati alla transizione compreso il fondo di accompagnamento per i lavoratori dei settori in trasformazione.

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31 maggio 2019: La lezione di Francesco per la giustizia climatica

In occasione del Convegno di cui al punto precedente, "Priorità per una transizione ambiziosa, giusta e sostenibile" che mette al centro le implicazioni sociali della lotta al cambiamento climatico e della transizione energetica che comporta innovazione e nuovi investimenti, quindi cambiamenti che possono avere un peso sociale,  è più che mai di attualità la lezione di Francesco sulla giustizia climatica dell'Enciclica Laudato sì del 2015.

I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituisco­no una delle principali sfide attuali per l’umanità. Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento, e i loro mezzi di sostentamento dipendono fortemente dalle riserve naturali e dai cosiddetti servizi dell’ecosistema, come l’agricoltura, la pesca e le risorse forestali. Non hanno altre disponibilità economiche e altre risorse che permettano loro di adattarsi agli impatti climatici o di far fronte a situazioni catastrofiche, e hanno poco accesso a servizi sociali e di tutela.

I cambiamenti climatici danno origine a migrazioni di animali e vegetali che non sempre possono adattarsi, e questo a sua volta intacca le risorse pro­duttive dei più poveri, i quali pure si vedono obbligati a migrare con grande incertezza sul futuro della loro vita e dei loro figli. È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa.

Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera. Per esempio, l’esaurimento delle riserve ittiche penalizza specialmente coloro che vivono della pesca artigianale e non hanno come sostituirla, l’inquinamento dell’acqua colpisce in particolare i più poveri che non hanno la possibilità di comprare acqua imbottigliata e l’innalzamento del livello del mare colpisce principalmente le popolazioni costiere impoverite che non hanno dove trasferirsi. L’impatto degli squilibri attuali si manifesta an­che nella morte prematura di molti poveri e nei conflitti generati dalla mancanza di risorse

Spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più li si considera un mero danno collaterale.

Ciò si deve in parte al fatto che opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Ciò a volte convive con un discorso “verde”. Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente.

Si pretende di legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzio­ne che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo. Inoltre, sappiamo che si spreca approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono, e "il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero".

L’iniquità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali. C’è infatti un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con con­seguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi. Le esportazioni di alcune materie prime per soddisfare i mercati nel Nord industrializzato hanno prodotto dan­ni locali, come l’inquinamento da mercurio nelle miniere d’oro o da diossido di zolfo in quelle di rame.

In modo particolare c’è da calcolare l’uso dello spazio ambientale di tutto il pianeta per depositare rifiuti gassosi che sono andati accumulandosi durante due secoli e hanno generato una situazione che ora colpisce tutti i Paesi del mondo. Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura unito alla siccità ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni. A questo si uniscono i danni causati dall’esportazione verso i Paesi in via di sviluppo di rifiuti solidi e liquidi tossici e dall’at­tività inquinante di imprese che fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale: spesso le imprese che operano così sono multinazionali, che fanno qui quello che non è loro permesso nei Paesi sviluppati o del cosiddetto primo mondo. Generalmente, quando ces­sano le loro attività e si ritirano, lasciano grandi danni umani e ambientali, come la disoccupazione, villaggi senza vita, esaurimento di alcune riserve naturali, deforestazione, impoverimento dell’agricoltura e dell’allevamento locale, crateri, colline devastate, fiumi inquinati e qualche opera sociale che non si può più sostenere.

Il debito estero dei Paesi poveri si è trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico. In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le riserve più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei Paesi più ricchi a prezzo del loro presente e del loro futuro. La terra dei poveri del Sud è ricca e poco in­quinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commer­ciali e di proprietà strutturalmente perverso. È necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile. Le regioni e i Paesi più poveri han­no meno possibilità di adottare nuovi modelli di riduzione dell’impatto ambientale, perché non hanno la preparazione per sviluppare i processi necessari e non possono coprirne i costi. Perciò, bisogna conservare chiara la coscienza che nel cambiamento climatico ci sono responsabilità diversificate ed è opportuno puntare specialmente sulle necessità dei poveri, deboli e vulnerabili, in un dibattito spesso dominato dagli interessi più potenti.

Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’in­differenza.

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15 gennaio 2019: I conti del clima del 2018

C'è una storia dei cambiamenti climatici con cui dobbiamo fare i conti che lascia poco spazio agli scettici. La racconta ormai da anni Ed Hawkins dell'Università inglese di Reading con la spirale delle temperature che egli stesso tiene aggiornata con i dati del MetOffice britannico. Si veda quanto siamo ormai vicini alla soglia dell'anomalia di 1,5 °C. C'è poi il sequel del 2018 che aggiunge altri record:  è stato l'anno più caldo mai registrato per il contenuto termico degli oceani, aumentato notevolmente tra il 2017 e2018. è il quarto anno più caldo mai registrato per la temperatura superficiale ed il sesto anno più caldo nella bassa troposfera, la parte inferiore dell'atmosfera. Le concentrazioni di gas serra hanno raggiunto livelli record per CO2, metano e protossido di azoto. Il ghiaccio marino è ormai ben al di sotto della media a lungo termine su entrambi i poli per la maggior parte dell'anno. Il livello del mare artico estivo è stato il sesto più basso da quando sono iniziate le registrazioni alla fine degli anni '70.

Dai dati USA - Cina il contenuto termico degli oceani (OHC) è arrivato nel 2018 a 370 zettajoule (1018 joule) dal 1955, con un aumento di circa 9 zettajoule nell'ultimo anno, pari a18 volte il consumo mondiale totale di energia nel 2018. I gas serra emessi dall'uomo intrappolano il calore in eccesso nell'atmosfera, riscaldando la superficie della Terra. La stragrande maggioranza, circa il 93%  dell'energia, entra negli oceani secondo la NOAA americana, un istituto che trovereste chiuso per effetto del blocco dei finanziamenti statali imposto da Trump.  Circa due terzi di questo accumulo avviene nei primi 700 metri. Per una serie di ragioni l'OHC rappresenta una misura molto migliore del cambiamento climatico rispetto alla temperatura globale superficiali medie proprio perché riscontra la maggior parte del calore in eccesso, è molto meno variabile su base annuale rispetto alle temperature superficiali e molto più facilmente misurabile. 

La temperatura superficiale globale, quella il cui target è stato fissato a Parigi,  si ottiene invece combinando la temperatura media oceanica con quella terrestre. Nel 2018 è stata la quarta più calda mai registrata dal 1850, quando le temperature globali possono essere calcolate con ragionevole accuratezza. La temperatura nel 2018 era tra 0.9 °C e 1.1 °C superiore rispetto alla fine del 19° secolo (tra il 1880 e il 1900). La variabilità a breve termine delle registrazioni delle temperature è dovuta principalmente all'influenza degli eventi noti come El Niño e La Niña, che hanno un impatto a breve termine sul riscaldamento o sul raffreddamento. Altri cali sono associati a grandi eruzioni vulcaniche. Il riscaldamento a lungo termine del clima è dovuto all'aumento della CO2 atmosferica e di altri gas a effetto serra emessi dall'attività umana. Le temperature per il 2018 subiscono gli effetti di raffreddamento dell'evento di La Niña all'inizio del 2018, altrimenti il 2018 sarebbe stato il terzo anno più caldo in quella classifica. Per tener conto delle fluttuazioni è utile sovrapporre il dato sperimentale della temperatura superficiale con le previsioni dei modelli climatici. La figura seguente mostra la gamma di previsioni dei singoli modelli presenti nel quinto Rapporto di valutazione IPCC tra il 1970 e il 2020 con ombreggiatura grigia e proiezione media su tutti i modelli mostrati in nero. I dati di temperatura misurati dai vari istituti sono rappresentati con linee colorate.

Le concentrazioni di gas serra hanno continuato a crescere linearmente ed hanno raggiunto un nuovo massimo nel 2018, trainate dalle emissioni umane da combustibili fossili, dall'uso del suolo e dall'agricoltura. La CO2 è di gran lunga il principale GHG che rappresentando circa il 50% dell'incremento del forzante radiativo dal 1750. raggiunge a luglio 2018 la concentrazione di 405 ppm. Il metano conta per il 29% e arriva a 1860,2 ppb a settembre 2018. Il protossido di azoto rappresenta circa il 5% ed arriva a 330,7 ppb a luglio. Il restante 16% proviene da altri fattori tra cui il monossido di carbonio, il nero di carbonio e gli alocarburi, come i CFC.

Il ghiaccio marino è rimasto per gran parte dei primi mesi del 2018 ai minimi storici nell'Artico e piuttosto basso nell'Antartico. Ha recuperato un po' in entrambi i poli entro la metà dell'anno, ma alla fine dell'anno era tornato ai minimi storici nell'Antartico ed è attualmente il terzo minimo mai registrato nell'Artico che ha registrato il sesto minimo estivo da quando sono iniziate le registrazioni alla fine degli anni '70.

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8 Ottobre 2018: Il Rapporto speciale dell'IPCC sul riscaldamento della terra a 1,5 °C

Atteso, arriva puntualmente oggi il Rapporto speciale SR15 dell'IPCC, come dagli impegni presi dal pool di scienziati a Parigi, alla COP 21 del 2015.

Il piano editoriale del Rapporto SR15 è impostato su cinque capitoli per un totale di 225 pagine ed è preceduto dal Sommario per i decisori politici, votato in plenaria dall'IPCC riga per riga dopo una settimana di dure trattative ad Incheon nella Corea del Sud, complicate dall'atteggiamento negazionista della delegazione statunitense post-Obama. Il Rapporto dovrà essere modificato per tener conto dei cambiamenti introdotti per far approvare il Sommario. C'è un documento che li contiene, fatto sta che il testo dello SR15 che qui presentiamo non è ancora definitivo. La lista degli autori, inclusi i revisori, è composta da 91 scienziati ed esperti di politica provenienti da 44 nazionalità. I capitoli sono i seguenti:

Capitolo 1: Inquadramento e contesto (15 pagine)
Capitolo 2: Percorsi di mitigazione compatibili con 1,5 ° C nel contesto dello  sviluppo  sostenibile e dell'Agenda 2030 (40 pagine)
Capitolo 3: Impatti del riscaldamento globale di 1,5 ° C su sistemi naturali e umani (60 pagine)
Capitolo 4: Rafforzamento e attuazione della risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico (50 pagine)
Capitolo 5: Sviluppo sostenibile, eliminazione della povertà e riduzione delle disuguaglianze (20 pagine)
Box - Casi di studio integrati / temi regionali e trasversali (fino a 20 pagine)
Domande frequenti (FAQ - 10 pagine)

figura SPM_1

Va innanzitutto segnalata l'eliminazione della premessa contenuta nella prima bozza del documento come High level statement (> vedi) che sarebbe stata ottima per chiarezza per illustrare i risultati del Rapporto.  È un chiaro segno delle difficoltà che ci sono state per ottenere l'unanimità dei governi su quali elementi evidenziare nella presentazione del documento. La fattibilità e le linee guida dell'azione per mantenere l'aumento della temperatura a 1,5 ° C e l'importanza di renderla coerente con l'Agenda 2030  sono state tagliate dalla prima sezione del documento. Sono considerate in dettaglio altrove, ma questa censura dimostra la mancanza di consenso sulle conclusioni generali.

I contenuti del Rapporto SR15  nella sua edizione definitiva si possono così rappresentare:

Per capire di cosa si tratta parlando di 1,5 °C: Il mondo si è riscaldato di 1 °C sin dai tempi pre-industriali (1850 -1900 secondo IPCC) a causa dell'attività umana.

“Estimated anthropogenic global warming matches the level of observed warming to within ±20%”

In base alle tendenze attuali, è probabile che supereremo il limite di 1,5 ° C tra il 2030 e il 2052. Il pianeta si sta riscaldando in modo tutt'altro che uniforme", la terraferma più velocemente degli oceani e l'Artico si sta riscaldando a 2-3 volte il tasso medio globale. Il trend del riscaldamento antropogenico è di 0,2 °C per decade (linea rossa nella fig. SPM_1).

“Warming greater than the global annual average is being experienced in many land regions and seasons, including two to three times higher in the Arctic. Warming is generally higher over land than over the ocean"

C'è un lasso di tempo tra le emissioni di gas serra e il loro effetto sul clima. Ciò significa che il mondo si sta riscaldando ulteriormente e che il livello del mare sta crescendo. Il Rapporto però ritiene  improbabile che le emissioni passate siano sufficienti a far salire le temperature oltre la soglia del 1,5 ° C.

The anthropogenic emissions ... will continue to cause further long-term changes in the climate system, such as sea level rise, with associated impacts”

Per stabilizzare le temperature, le emissioni devono raggiungere lo zero e rimanerci (Fig. SPM_1). Ciò significa ridurre le emissioni il più possibile e sottrarre l'anidride carbonica dall'aria per eliminare le emissioni residue. L'entità del riscaldamento è in definitiva determinata dal tempo che impiegheremo per raggiungere le zero emissioni.  Il riscaldamento globale sta già impattando le persone e gli ecosistemi. I rischi tra 1,5 °C e 2 °C sono proporzionalmente crescenti.

“Temperature rise to date has already resulted in profound alterations to human and natural systems, bringing increases in some types of extreme weather, droughts, floods, sea level rise and biodiversity loss, and causing unprecedented risks to vulnerable persons and populations"

Gli impatti e i rischi del cambiamento climatico. Ci saranno ondate di caldo, siccità e inondazioni più pesanti a 2 °C rispetto a 1,5 °C. La bozza le definiva "differenze sostanziali negli estremi". Questa formulazione è stata sostituita da "robuste differenze nelle caratteristiche climatiche regionali", dando ragione agli Stati Uniti che sostenevano che sostanziale era un concetto troppo soggettivo. Si prevede che i livelli del mare aumenteranno  in questo secolo di 10 cm in più sotto i 2 °C di riscaldamento rispetto agli 1,5 °C. Ciò espone 10 milioni di persone in più ad impatti come le inondazioni costiere, l'acqua salata che si riversa nei loro campi e le forniture di acqua potabile. Il riscaldamento più lento fa loro guadagnare tempo per potersi adattare. Nel corso di secoli e millenni i livelli del mare continueranno a salire dopo che le temperature si saranno stabilizzate. Il disfacimento delle calotte glaciali in Groenlandia e in Antartide potrebbe portare a innalzamenti di diversi metri.

Uno dei risultati quantitativi più eclatanti riguarda la perdita di biodiversità. SR15 prevede la proporzione di specie che perderanno metà della loro estensione geografica. Su 105.000 specie studiate, il tasso raddoppia tra il riscaldamento di 1,5 °C e quello del 2 °C, al 16% per le piante, all'8% per i vertebrati e al triplo, il 18% per gli insetti.

Circa 1,5-2,5 milioni di chilometri quadrati di permafrost in più scongeleranno in questo secolo con un riscaldamento 2 °C rispetto a 1,5 °C. Una superficie equivalente all'area geografica dell'Iran, del Messico o dell'Algeria. In un circolo vizioso, lo scongelamento del permafrost rilascia metano, uno dei gas serra. La probabilità di un'estate artica senza ghiaccio in mare aumenta di dieci volte, da una volta al secolo a 1,5 °C a una volta ogni dieci anni a 2 °C. Gli ecosistemi marini saranno colpiti dall'acidificazione e dal riscaldamento degli oceani. I 2 °C eliminano virtualmente le barriere coralline, rispetto a un calo del 70-90% per gli 1,5 °C. Le comunità agricole e di pesca saranno colpite più duramente da questi effetti, in particolare nell'Artico, nelle zone aride, nelle isole e nei paesi più poveri. Limitare il riscaldamento globale a 1.5 °C riduce l'importo dei rischi associati alla povertà e ai cambiamenti climatici per un valore che arriva a diverse centinaia di milioni di dollari entro il 2050.

Quel mezzo grado di riscaldamento in più è molto negativo per la salute. Espande la gamma di zanzare che trasportano malattie come la malaria e la dengue e il caldo rende l'intera gamma di condizioni più letali. La quantità e la qualità delle colture di base soffrono maggiormente un riscaldamento di 2 °C rispetto agli 1,5 °C, così come il bestiame, peggiorando la disponibilità di cibo in molte parti del mondo.

“Overall, food security is expected to be reduced at 2 °C warming compared to 1.5 °C warming, due to projected impacts of climate change and extreme weather on crop nutrient content and yields, livestock, fisheries and aquaculture, and land use (cover type and management)”

Si prevede che la crescita economica subirà gli effetti del riscaldamento globale, a parità di tutte le altre condizioni. SR15 non tenta di bilanciare questi danni valutando con i costi e i benefici del taglio delle emissioni e dell'investimento nella resilienza agli impatti dei cambiamenti climatici.

Esistono molti strumenti per proteggersi dagli impatti del riscaldamento globale, come le dighe sulle coste marine  o le colture resistenti alla siccità. Ma questi adattamenti hanno dei limiti e alcune popolazioni vulnerabili subiscono perdite. L'Accordo di Parigi ha dato riconoscimento al capitolo "perdite e danni", ma il sistema delle Nazioni Unite non ha ancora dato un sostegno concreto alle vittime.

I percorsi verso gli 1.5 °C (Figura SPM_1). Vengono prefigurati due tipi di percorso, il secondo dei quali caratterizzato da un overshoot che si riduce a zero a fine secolo. Solo 9 dei 91 scenari referenziati in SR15 si mantengono sempre sotto gli 1,5°C. Per mantenersi sotto gli 1,5 °C, le emissioni di CO2 dovrebbero diminuire di circa il 45% tra il 2010 e il 2030 e raggiungere lo zero netto nel 2050. Questo percorso è significativamente più arduo di quello necessario per 2 °C che comporta una riduzione di circa il 20% entro il 2030 e zero netto solo entro il 2075.

“The first involves global temperature stabilising at or below before 1.5 °C above pre-industrial levels. The second pathway sees warming exceed 1.5 °C around mid-century, remain above 1.5 °C for a maximum duration of a few decades, and return to below 1.5C before 2100. The latter is often referred to as an ‘overshoot’ pathway”

Il grafico sottostante (Figura SPM_3a) mostra quanto siano rapide le discese delle emissioni di CO2 (a sinistra) e di non CO2 (a destra)  per conseguire gli 1,5 °C. Le linee e le ombreggiature blu mostrano esempi di percorsi che soddisfano il limite di 1,5 ° C con poco (< 0,2 °C) o nessun superamento, mentre il grigio mostra quelli in cui le temperature hanno un overshoot alto temporaneo prima di tornare indietro di nuovo. L'obbligo di raggiungere lo zero netto entro il 2050 è lo stesso per i percorsi futuri con e senza overshoot. Il metano e il black carbon, i gas serra più potenti, dovranno essere ridotti di almeno il 35% entro il 2050, rispetto al 2010. Tuttavia, i tagli delle emissioni non di CO2 devono essere effettuati con attenzione. Il maggior utilizzo di bioenergia per sostituire i combustibili fossili, potrebbe spingere verso l'alto l'inquinamento da ossido di azoto dall'agricoltura che riscalda il clima.

Figura SPM_3a

Nel complesso il Rapporto SR15 prefigura una transizione senza precedenti verso una green economy.

“These systems transitions are unprecedented in terms of scale, but not necessarily in terms of speed, and imply deep emissions reductions in all sectors, a wide portfolio of mitigation options and a significant upscaling of investments in those options.”

I dettagli di questa transizione sono illustrati nel capitolo due di 113 pagine del Rapporto e in un allegato tecnico di 99 pagine, basato sulla ricerca che utilizza modelli di valutazione integrati (IAM > vedi più avanti). Questi modelli combinano diversi filoni di conoscenza per esplorare in che modo lo sviluppo umano e le scelte sociali interagiscono e influenzano l'ecosistema globale. Ci sono molti modi diversi per rispettare il limite dell'1,5 °C sotto un'ampia gamma di ipotesi sul futuro sviluppo umano ed economico. Questi percorsi riflettono diversi futuri in termini di politiche globali e preferenze sociali, implicando compromessi e co-benefici diversi per lo sviluppo sostenibile e altre priorità. Tuttavia, tutti i percorsi 1,5 °C condividono alcune caratteristiche, tra cui le emissioni di CO2 che scendono a zero netto e il consumo di carbone residuo che è in gran parte eliminato gradualmente entro la metà del secolo. Includono anche le energie rinnovabili che soddisfano la maggior parte delle future forniture di energia elettrica, con un uso dell'energia resa più efficiente.

Gli investimenti negli usi industriali del  carbone non diminuiti sono fermati entro il 2030 nella maggior parte dei percorsi 1,5 °C, dice il secondo capitolo. Alcuni investimenti fossili realizzati nei prossimi anni, o quelli realizzati negli ultimi anni trascorsi, avranno probabilmente bisogno di essere ritirati prima di recuperare completamente i loro investimenti di capitale o prima della fine della loro vita operativa.

Questi cambiamenti sono ancora più marcati per il settore elettrico, che va decarbonizzato intorno alla metà del secolo. Ciò significa che entro il 2050 l'utilizzo del carbone nel settore energetico si ridurrà vicino allo 0% e le fonti rinnovabili forniranno il 70-85% del mix energetico. Non includendo la bioenergia, il dispiegamento di energie rinnovabili nei percorsi 1.5C aumenta tra le sei e le 14 volte entro il 2050, rispetto al 2010. L'uso di energia nucleare aumenta nella maggior parte dei percorsi 1.5 °C, ma non in tutti. Tutti i  percorsi di 1,5 ° C includono tutti profondi tagli in altri gas a effetto serra, come una riduzione del 35% delle emissioni di metano al di sotto dei livelli del 2010 entro il 2050.

La transizione energetica è accelerata di diversi decenni nei percorsi di 1,5 °C rispetto ai percorsi dei 2 °C. Oltre a passare all'elettricità a zero emissioni di carbonio, le riduzioni supplementari nei percorsi da 1,5 °C a quelle da 2 °C provengono principalmente dai trasporti e dall'industria,  con le emissioni dell'industria che scendono del 75-90% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2050.  Inoltre, la domanda di energia deve essere ridotta in misura maggiore mediante gli sforzi per migliorare l'efficienza degli usi finali.

Vale la pena notare che gli IAM hanno una ben nota propensione verso le soluzioni tecnologiche, come la commutazione della fonte di approvvigionamento energetico o l'aggiunta della cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). Gli scienziati IPCC hanno iniziato a esplorare altri modi per limitare il riscaldamento a 1,5 °C, ad esempio cambiando radicalmente il modo in cui viene utilizzata l'energia. Infine, vale la pena aggiungere che i modelli IAM sono in grado di esplorare ciò che è tecnicamente fattibile, ma non ciò che è socialmente, ambientalmente, politicamente o istituzionalmente fattibile.
Quanta anidride carbonica può essere emessa prima di superare la soglia di 1,5 °C? Il modo in cui vengono calcolati questi carbon budget è cambiato rispetto all'ultima grande valutazione dell'IPCC nel 2014, aumentando le stime di circa 300 Gt. Ma il margine rimane stretto. Le stime del carbon budget variano a seconda della misura del riscaldamento che si utilizza. Se si  usa la temperatura media della terra è di 420 Gt di CO2 per dare una probabilità del 66% di rimanere al di sotto di 1,5 °C. Se si calcolano le temperature della superficie del mare, che aumentano più lentamente, il carbon budget è di 570 Gt. In entrambi i casi stiamo esaurendo il budget a un ritmo di 42 Gt all'anno. Ci sono anche "sostanziali" incertezze su quanto sia sensibile il clima alle emissioni di gas serra e al livello delle emissioni storiche, che influenzano le dimensioni del carbon budget. Ulteriori emissioni di carbonio rilasciate durante lo scioglimento del permafrost e il metano emesso dalle zone umide potrebbero ridurre il budget fino a 100 Gt nel corso del secolo e continuare anche oltre.

Forse la più dibattuta tra le questioni è stata in questi anni quella delle tecnologie carbon negative (NET o CDR). Il rapporto SR15 riconosce che limitare il riscaldamento a 1,5 °C richiederà l'uso delle NET che rimuovono la CO2 dall'atmosfera. Per limitare l'innalzamento della temperatura globale a 1,5 °C senza overshoot, sarà necessario un certo utilizzo delle NET:

“All pathways that limit global warming to 1.5C with limited or no overshoot project the use of CDR on the order of 100-1000 GtCO2 [billion tonnes] over the 21st century”

Vale la pena notare che l'SPM sembra sottovalutare il grado in cui potrebbero essere necessarie le NET per limitare il riscaldamento a 1,5 °C rispetto al rapporto SR15 completo. Il SPM afferma che la mitigazione convenzionale non è sufficiente e che c'è un ulteriore bisogno di NET ma  dipinge un'immagine troppo rosea su questo. L'SPM parla di rimozione 100-1000 GtCO2 entro il 2100. Ma il rapporto completo mostra un valore  medio molto più vicino all'estremità superiore dell'intervallo.

Anche con sforzi di mitigazione rapidi, è probabile che le NET saranno tenuti a compensare le emissioni di settori che non possono facilmente ridurre le loro emissioni a zero. Questi settori includono la produzione di riso e carne, che producono metano e il trasporto aereo. Il grado in cui saranno necessarie le NET è importante perché ognuna di esse incontra "barriere economiche e istituzionali" e può essere causa di possibili impatti su persone e animali selvatici.  Molte tecnologie NET richiederebbero di cambiare drasticamente il modo in cui utilizza la terra. Ciò include bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS) e afforestazione. La BECCS coinvolge coltivazioni, bruciandole per produrre energia, catturando la CO2 rilasciata durante il processo e conservandola in un sito sotterraneo. Non ci sono nemmeno, finore, esperienze significative di BECCS che ne possano assicurare l'efficacia e la sostenibilità. L'afforestazione comporta inoltre la trasformazione di terre sterili in foreste: