Aggiornamento 07-dic-2019

 

 

 

 

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La COP 21 di Parigi

 

I documenti

 

L'ACCORDO DI PARIGI

versione italiana

Il testo dell'accordo come entra a Parigi

 

CRONACA E STORIA DEL NEGOZIATO CLIMATICO

Energia e Clima (ppt)

Le basi fisiche (ppt)

Il negoziato in breve (ppt)

 

La governance del Cambiamento climatico

Volume I. Da Bali a Varsavia

Volume II. Da Varsavia a Lima

Volume III. Parigi

Volume IV. Il ruolo dell'Europa

 

IL V RAPPORTO IPCC

 

Il Rapporto di sintesi

ll sommario del Rapporto di sintesi in italiano

Il Rapporto del WKG III

Il sommario in italiano

Il Rapporto del WKG II

Il sommario in italiano

Il Rapporto del WKG I

Il Sommario in italiano

 

I DATI CLIMATICI

I dati globali

I dati italiani

LE PUBBLICAZIONI GUIDA DELLA SCIENZA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

 

UNEP.  La serie dei Rapporti sul Emissions Gap

Rapporto 2018

Rapporto 2017

Rapporto 2016

Rapporto 2015

Rapporto 2014

Rapporto 2013

Rapporto 2012

Il Sommario in italiano (2012)

Rapporto 2010

 

2015: OECD IEA. World Energy Outlook - Energy and Climate Change

 

2014: World Bank. Terzo rapporto sullo stato del pianeta qualora la temperatura media superficiale si alzi di 4°

Il Rapporto 2014

Il Rapporto 2013

Il Rapporto 2012

Il Sommario in italiano (2012)

2013: Relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio:“Progressi nella realizzazione degli obiettivi di Kyoto”

2011: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al CESE e al Comitato delle Regioni

"Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell'impiego delle risorse"

2011: Il rapporto McKinsey

"Resource Revolution"

Il Sommario

Il Rapporto completo

 2010: McKinsey&Company: Impact of the financial crisis on carbon economics: Version 2.1 of the global greenhouse gas abatement cost curve

2006: Il Rapporto Stern

Le cronache del clima

2015, agosto

Tromba d'aria a Genova

o

2015, luglio.

Tromba d'aria in Veneto

2014, febbraio. L'alluvione sommerge il Regno Unito

filmato 

2014, gennaio.  Il grande freddo in nordamerica

2013, novembre. Il tifone Cleopatra investe la Sardegna 

filmato          

filmato          

2013, novembre. Il tifone Hayian colpisce le Filippine

 

2012, dicembre. Il tifone Bohpa nelle Filippine

2012, novembre. Tromba d'aria a Taranto

 

2012, novembre.  Il ciclone Medusa

 2012, novembre. Albinia

 

  L'alluvione di Albinia del 2012 nei disegni dei bambini

2012, Ottobre. L'uragano Sandy

 

Filmati sul cambiamento climatico

 

 

IL CLIMA GLOBALE, LA SFIDA PRIMARIA DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

 

2 - 13 Dicembre 2019.  La COP 25 a Madrid avrà una presidenza cilena. Finalmente un po' di attenzione da parte dei media italiani

La conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, COP 25,  si svolgerà sotto la presidenza del governo del Cile  con il supporto logistico del governo spagnolo. Il Presidente designato per la conferenza è  Carolina Schmidt, Ministro dell'Ambiente del Cile, paese che ha preferito rinunciare alla COP 25 per timore dei conflitti sociali in quel paese.

Nonostante questa partenza controversa i delegati dovranno fare il punto dell'attuazione e dell'ambizione dell'azione per il clima prima del 2020 attraverso una serie di aspetti tecnici e di incontri durante la prima settimana e un evento di alto livello  durante la seconda settimana. Vi sono diversi punti all'ordine del giorno che meritano attenzione. È ia prima volta che l'organo di governo dell'accordo di Parigi (CMA) affronterà un programma completo di questioni sostanziali di discussione e decisione. Considererà, tra le altre cose, le esigenze e le circostanze speciali dei paesi in via di sviluppo, in particolare di Africa e America Latina. Uno dei principali risultati attesi da questo incontro è la conclusione di negoziati per le norme dell'Articolo 6 dell'accordo di Parigi lasciate incompiute alla COP 24 di Katowice. Il lavoro su questo articolo include la trasferibilità a livello internazionale dei risultati di mitigazione,  i meccanismi di mercato e non-market (> vedi per approfondire). Le parti dovrebbero inoltre completare una revisione del Meccanismo di Varsavia per le perdite e i danni associati con impatti sul cambiamento climatico. Altre questioni chiave includono una guida al Global Environment Fund (GEF) e al Green Climate Fund (GCF).

Il Segretario generale dell'ONU Guterres ha osservato a Madrid che il mondo ha le conoscenze scientifiche e i mezzi tecnici per limitare il riscaldamento globale, ma ciò che manca è la volontà politica. La volontà politica di mettere un prezzo sul carbonio. La volontà politica di fermare i sussidi ai combustibili fossili. La volontà politica di fermare la costruzione di centrali a carbone dal 2020 in poi. La volontà politica di spostare la tassazione dal reddito al carbonio. Tassare l'inquinamento anziché le persone. Mentre il vertice dell'anno scorso in Polonia ha prodotto un quadro per la comunicazione e il monitoraggio degli impegni di emissione e dei piani di aggiornamento per ulteriori tagli, rimangono dei punti critici, non da ultimo su un articolo su come fissare un prezzo per le emissioni, e quindi consentire loro di essere scambiate.

La sede della COP 25

 

Giovedì 5 Dicembre. Lo slogan della COP 25 a Madrid, nella Fiera che la ospita e fuori, è ormai: 11 anni rimasti per salvare il pianeta. La crisi climatica accumula stress nella società e nell'economie a fronte di fenomeni che non possono essere dissimulati, come lo scongelamento del permafrost contenente metano o la perdita di ghiaccio marino riflettente, che minacciano di spingere i cambiamenti climatici al di fuori del controllo umano. I leader politici di oggi, si dice a Madrid,  i governi ora presenti alla COP 25, potrebbero essere gli ultimi che possono effettivamente fare qualcosa per fermare una catastrofe incombente. Questa osservazione contraddice l'idea che possiamo semplicemente aspettare che i giovani crescano e prendano il controllo del clima. Questo è qualcosa che  Greta Thunberg ha detto fin da quando è entrata nella scena globale. La Thunberg, che ha attraversato due volte l'Atlantico per venire ai colloqui, terrà una conferenza stampa nel centro di Madrid a La Casa Encendida alle 16 di venerdì, proprio prima di unirsi alle proteste climatiche che iniziano alla stazione ferroviaria di Atocha alle 18:00. Gli scioperanti dovrebbero organizzare un sit-in all'interno del centro conferenze della COP 25 per protestare contro l'inazione dei governanti.

La presidente della COP 26, Claire O'Neill, ha invitato i negoziatori a completare il regolamento dell'Accordo di Parigi a Madrid, in modo che il prossimo anno a Glasgow, un passaggio critico per i paesi se vogliono implementare i loro piani climatici, ci si possa concentrare sull'ambizione. "Cominciamo a mettere avanti l'orologio, che è ciò che le persone qui fuori si aspettano che facciamo". C'è un problema per la O'Neill e sono le elezioni nel Regno Unito della prossima settimana, che potrebbero comportare la sua sostituzione se i laburisti andranno al governo. La O'Neill non è quindi probabilmente in grado di parlare dei piani del Regno Unito per la COP 26 tanto che il suo impegno nei colloqui è stato finora piuttosto basso. Il "period of sensitivity" pre-elettorale terminerà la mattina dell'ultimo giorno della COP 25, quando anche la O’Neill dovrebbe tornare a casa. La O'Neill e il suo team avranno poco più di 10 mesi per spingere in alto l'ambizione dei più grandi emettitori del mondo. Non una cosa da nulla.  La Francia ha avuto due anni per preparare la COP 21 nel 2015, quando è stato firmato l'accordo di Parigi. Solo venerdì prossimo il Regno Unito dovrebbe essere ufficialmente confermato come ospite del negoziato dell'anno prossimo. Rispetto a questo quadro preoccupante la coscienza di qualcuno in Italia dovrebbe rimordere, posto che la prima probabile assegnataria della COP 26 era il nostro paese, i cui governanti hanno rilasciato l'impegno per viltà o incompetenza o per entrambe, alla fine.

Lo stato del negoziato di oggi registra che l'ultima versione del testo dell'articolo 6 dell'Accordo di Parigi, che avrebbe dovuto essere pronto venerdì mattina, ora è previsto per venerdì molto tardi o nelle prime ore di sabato, a dimostrazione di quanto siano state difficili le cose. Sette anni dopo l'inizio delle discussioni sui mercati globali del carbonio, non esiste ancora un percorso chiaro per trovare un accordo. Riflettendo sui negoziati svolti finora, qualcuno ha osservato che i colloqui sono "velati da un sottile strato di cinismo" quando si deve vedere che "minimi dettagli tecnici sono diventati l'oggetto dei compromessi politici".

Un gruppo di investitori con oltre 6 trilioni di euro di attività, più del PIL annuale combinato di Regno Unito e Germania, chiedono ai leader dell'UE di concordare un obiettivo di neutralità del carbonio all 2050. Il Consiglio dell'UE si riunirà la prossima settimana e l'obiettivo di emissioni zero nette al 2050 è in cima all'ordine del giorno. La Polonia, l'Ungheria e la Repubblica ceca hanno richiesto garanzie finanziarie per rendersi disponibili. La lettera degli investitori invita l'UE ad allineare tutta la legislazione necessaria per limitare il riscaldamento in coerenza con l'accordo di Parigi. Non è un segreto che gli investitori pretendono certezze a lungo termine e pertanto sostengono fortemente un obiettivo certo di emissioni nette pari a zero per l'UE, da raggiungere entro il 2050. Non così per le manovre finanziare delle compagnie petrolifere, in particolare dell'Aramco che è di proprietà della famiglia reale saudita e che è molto attiva in questi stessi giorni. Diventa più rischioso per i loro traffici se negoziati come la COP 25 producono regole rigide per ridurre le emissioni. Ecco perché i loro delegati spingono a  Madrid per intralciare ogni prospettiva.

Mercoledì 4 Dicembre. I giovani del Fridays for future stanno arrivando ​​alla COP25 in vista di una grande marcia di protesta venerdì. Raccogliendo lo slogan della conferenza "tempo di agire", viene citato uno dei manifestanti che dice: "È tempo di agire ed è passato troppo tempo. Siamo qui insieme e continuiamo a colpire fino a quando i leader mondiali non solo ci sentiranno ma ci ascolteranno". Le preoccupazioni del pubblico aumentano con livelli crescenti di intensità fin dagli anni '50. È fondamentale mantenere questo movimento in atto non solo fino alla COP26 italo inglese ma anche oltre. Oggi  una lettera inviata da Papa Francesco chiede "una volontà politica chiara, lungimirante e forte". Ha ricordato di aver definito, nella Laudato sì, il mercato del carbonio, il principale argomento di negoziazione di COP 25, "uno stratagemma che consente di mantenere il consumo eccessivo di alcuni paesi e settori". In una conferenza stampa la presidente della COP Carolina Schmidt, dice: "Ciò che abbiamo riconosciuto con la scienza è che gli impegni presi nel 2015 non sono sufficienti per limitare l'aumento della temperatura a 1,5 °C ... Dobbiamo aggiornare l'impegno nel 2020 in un modo più ambizioso."  Nel frattempo, EurActiv riferisce che i leader dell'UE spingeranno per un accordo su un progetto di piano per raggiungere emissioni di gas serra nette zero entro il 2050 in un vertice del 12-13 dicembre. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel dice che lavorerà per convincere tutti gli Stati membri a firmare il piano.

Su un fronte diverso, un negoziatore cinese ha sostenuto che la prevista carbon border tax dell'UE potrebbe portare nel negoziato incertezze e alcuni fattori dannosi ... l'adozione di questo tipo di misura transfrontaliera potrebbe influenzare l'atmosfera amichevole di cooperazione nel processo di lotta ai cambiamenti climatici. Mentre i diplomatici si dibattono sulle regole finali dell'Accordo di Parigi, la domanda più importante che pende sulla politica climatica è ciò che la Cina farà nel 2020. Aumenterà il suo obiettivo per il clima? Di quanto? Le emissioni cinesi sono prossime al doppio degli Stati Uniti, secondo quanto pubblicato oggi dal Global Carbon Budget.  In una rara conferenza stampa ospitata dal governo cinese, un gruppo di esperti, che non includeva funzionari governativi, ha evitato le domande sul fatto che Pechino avrebbe migliorato il suo piano per il clima il prossimo anno. L'attuale piano cinese di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030, e se possibile prima, sarebbe già stato realizzato con grande ambizione, hanno affermato. Lui Jiankun, professore dell'Università di Tsinghua e vicedirettore del comitato di esperti nazionali sui cambiamenti climatici, ha affermato che la Cina sta passando da un'economia in via di sviluppo ad alta velocità a un'economia in via di sviluppo di alta qualità. La guerra commerciale con gli Stati Uniti non avrà alcun impatto sugli obiettivi climatici della Cina, ha affermato. In realtà, ci sono alcuni lati positivi della controversia con gli USA, perché le aziende cinesi sono state costrette a forzare l'innovazione delle industrie nazionali.

Dal mondo industriale si comunica che un totale di aziende con più emissioni di gas serra rispetto alla Francia e alla Spagna hanno conseguito una riduzione delle emissioni in linea con l'accordo di Parigi. Un nuovo rapporto pubblicato dall'iniziativa Science Based Targets (SBTi) rivela che, raggiungendo i loro obiettivi, 285 aziende ridurranno le proprie emissioni di 265 milioni di tonnellate di CO2eq pari allo spegnimento di 68 centrali a carbone.

Nelle stanze del negoziato un nuovo progetto di testo sui mercati del carbonio e l'articolo 6  risulta semplificato con meno parentesi quadre e opzioni, ma tutti i principali punti critici restano da affrontare. Una seconda bozza di testo è prevista per venerdì, in vista della ministeriale. La Cina sta cercando di spostare i vecchi crediti di carbonio dell'era di Kyoto  sui mercati globali del carbonio sotto il regime di Parigi, ma gli esperti rassicurano che  che la questione creerà rotture. Sulle perdite e danni, i paesi stanno rafforzando le loro richieste. Climate News fornisce gli approfondimenti su questa questione. Parlando a nome dell'alleanza dei piccoli stati insulari (Aosis), un negoziatore di Saint Lucy  ha affermato che gli enti e le strutture esistenti come il GCF, il GEF e il Fondo per l'adattamento dovrebbero essere usati come strumenti per fornire fondi anche se Aosis non ha escluso la creazione di una struttura di finanziamento su misura per perdite e danni.  L'Australia ha però dichiarato che al centro del negoziato  dovrebbe  esserci la governance e non solo le richieste di soldi.

Carolina Schmidt, presidente cilena della Cop25, ha voluto ricordare che la COP 25 è  latino-americana, pur se ospitata in Spagna.  Pertanto vogliamo rendere visibili le nostre circostanze speciali come paesi dell'America Latina, ha detto per rassicurare i suoi, dopo la concessione alle esigenze speciali dei paesi africani lunedì. Nel frattempo, Patricia Espinosa, il grande capo dell'ONU, ha affermato che non era prevista una specifica decisione della COP 25 sulle ambizioni, ma le discussioni che si svolgono in eventi di alto livello sull'ambizione nei prossimi giorni potrebbero trovare spazio nel testo finale. A proposito di ambizioni, la presidente dell'isola di Marshall, Hilda Heine, in una lettera personale a Shinzō Abe, ha sollecitato il Giappone per aumentare il suo obiettivo sul clima l'anno prossimo. Noi del Pacifico cerchiamo nel Giappone una leadership globale, ha affermato.

Una nuova bozza dei negoziati per la revisione del piano d'azione di genere sui cambiamenti climatici è stata cancellata ieri. Il piano mira a far progredire la partecipazione piena, equa e significativa delle donne ai colloqui delle Nazioni Unite, a promuovere una politica climatica sensibile al genere e al mainstreaming del ruolo delle donne. La tendenza verso organismi più equilibrati rispetto al genere, che è stata segnalata nel 2018, si è invertita nel 2019, afferma un Rapporto ONU di quest'anno, rilevando che le donne costituiscono solo un terzo dei membri del corpo in generale. Le donne sono sottorappresentate in tutti tranne due dei 15 corpi studiati. Ad esempio, il comitato esecutivo del Meccanismo internazionale di Varsavia ha sei donne e 13 uomini. Il comitato esecutivo del Clean Development Mechanism è il peggiore: solo uno dei suoi dieci membri del consiglio è di sesso femminile. Nella lista dei delegati a COP 25 i rappresentanti governativi uomini sono il 60% .

Martedi 3 Dicembre. Con l'arrivo di Greta Thunberg a Lisbona e i diplomatici climatici a discutere di chissacosa a Madrid, c'è la sensazione che due mondi stiano per scontrarsi alla COP 25. Parlando con i giovani, o con una qualsiasi delle nuove, coraggiose attiviste del clima ispirate dalla giovane svedese, si coglie un'aspettativa che questi colloqui delle Nazioni Unite debbano essere capaci di cambiare le sorti del cambiamento climatico. Tutto ciò è molto lontano dalla realtà del negoziato, i cui attori conoscono fin troppo bene i limiti del processo in cui vivono. Anche con una spinta in più per i paesi per aumentare i loro obiettivi climatici a Madrid, una COP 25 decisiva è una fantasia. Si parla piuttosto del collasso del negoziato climatico ONU sotto il peso delle aspettative. La realtà è che non ci sono opzioni migliori e il fallimento dell'UNFCCC porterebbe a una regressione generale. La diplomazia climatica si fa nelle capitali mondiali, non alla Fiera di  Madrid. Ma con la voce che Thunberg arriverà a Madrid in tempo per la prevista protesta del venerdì, la pressione non fa che aumentare.

Oggi, durante una riunione dei capi delle delegazioni, i paesi hanno dichiarato di voler trovare un terreno comune sui mercati del carbonio e sull'articolo 6. Su quuesto Paul Watkinson, une dei negoziatori francesi e presidente del SBSTA, ha dichiarato che tutti sono pronti a lavorare per un risultato concordato qui in Madrid. Il Brasile  ha affermato di essere molto impegnato in un risultato positivo ed equilibrato, aggiungendo che si può contare sulla loro delegazione per raggiungere questi obiettivi (Bolsonaro lo sa?). I disaccordi su alcuni dei punti critici sono chiari. I piccoli stati insulari e la Nuova Zelanda hanno sottolineato l'importanza di avere la cancellazione obbligatoria dei crediti, in modo che i mercati producano ulteriori riduzioni delle emissioni. L'Egitto e l'Arabia Saudita hanno chiesto la cancellazione volontaria. L'Arabia Saudita ha affermato di non vedere la necessità di adeguamenti corrispondenti, il meccanismo che eviterebbe ai paesi di raddoppiare la richiesta di riduzioni delle emissioni - una linea rossa per la maggior parte dei paesi progressisti. Entro la giornata è prevista una prima bozza del testo dell'articolo 6 sui mercati del carbonio.

Al di fuori dell'articolo 6 ... L'altro aspetto incompiuto delle regole di Parigi è l'allineamento degli impegni nazionali sul clima - noti nell'UNFCCC come "tempi comuni" ovvero common timeframes. I colloqui su questo argomento iniziano mercoledì, mentre la bozza del testo è prevista per venerdì. Si teme che periodi di tempo più lunghi possano portare a riduzioni più lente delle emissioni. Perché? Lo spiega in un articolo Climate Home News.

Nel frattempo, un nuovo rapporto lanciato a Madrid dall'Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), commentato largamente nel telegiornale di Enrico Mentana di mercoledì su La7, ha scoperto che le temperature medie dell'ultimo decennio sono quasi sicuramente le più alte mai registrate. Il 2019 è anche in procinto di essere il secondo o il terzo anno più caldo mai registrato con una temperatura globale media di 1,1 °C rispetto al periodo preindustriale. Tutto ciò dimostra che le cose non stanno andando nel verso dell'accordo di Parigi.

The WMO provisional statement on the State of the Global Climate,

Osservatori influenti hanno sollevato preoccupazioni sull'appello del governo spagnolo per gli aiuti delle imprese a portare a termine questa conferenza dell'ultimo minuto. Tra queste aziende vi sono Iberdrola ed Endesa, entrambe società di servizi energetici con interessi nei combustibili fossili e affette da grandi impronte di carbonio. Se questi incontri hanno lo scopo di spianare la strada a soluzioni reali, non a interessi di parte, e affrontare in modo significativo questa crisi, sicuramente possiamo essere d'accordo, hanno osservato,  sul fatto che non devono essere finanziati e influenzati da coloro che sono la causa principale della crisi più responsabili",

Poiché questa Conferenza deve essere una COP blu, il Cile ha lanciato un'iniziativa per promuovere soluzioni per l'oceano. L'iniziativa mira a colmare il divario tra le evidenze scientifiche e le politiche pubbliche per includere gli oceani nelle strategie climatiche e proteggerli meglio dagli impatti del cambiamento. Ieri, il parlamento spagnolo si è riunito per la prima volta dalle elezioni del mese scorso, che non sono riuscite a risolvere la situazione di stallo politico del paese. Sono in corso negoziati per formare un governo, con un accordo preliminare già concluso tra socialisti e Podemos, ma non è ancora in vista una risoluzione. Oltre alla politica, lunedì sera, il re spagnolo Felipe VI ha ospitato un ricevimento presso il palazzo reale per i capi di stato e i rappresentanti del governo presenti alla COP 25. Il re ha invitato i paesi a mostrare "leadership" e "determinazione" nel prendere provvedimenti per il clima. "Nessun confine può proteggerci dagli effetti dei cambiamenti climatici, non possiamo ritardare queste decisioni", ha detto. 

L'ultimo rapporto sul bilancio globale delle emissioni di carbonio dovrebbe essere pubblicato oggi. Il rapporto è un'istantanea dell'andamento delle emissioni di carbonio e dei maggiori produttori di emissioni.  I ministri della ricerca scientifica dovrebbero dare il via a una delle quattro riunioni ministeriali che si svolgono durante i colloqui. Uno degli obiettivi della riunione è di ricevere specifici impegni volontari sull'azione per il clima. Potrebbe essere una iniziativa di sostegno  del più ampio sforzo per sollevare l'ambizione su scala globale. Anche l'Agenzia europea dell'ambiente pubblica a Madrid il suo sondaggio sullo stato dell'ambiente.

Sulle fonti rinnovabili le aziende chiedono una risposta più rapida sul mercato. Il Rapporto annuale RE100 del 2019, sui progressi e le dinamiche delle rinnovabili,  pubblicato dall'associazione internazionale non profit The Climate Group, segue i progressi di oltre 200 aziende membri di RE100 verso i loro obiettivi di elettricità rinnovabile al 100%. La buona notizia è che oltre 30 aziende associate a RE100 hanno già raggiunto il 100% di energia elettrica rinnovabile e uno su tre membri sono ora oltre il 75%.

Lunedì 2 Dicembre. La COP 25 è iniziata in mezzo ai flash delle fotocamere e ai riflettori registrando la presenza di capi di stato e di governo. ha tenuto Con la partecipazione di circa 50 tra capi di stato e di governo è stata tenuta una tavola rotonda sullo stato delle ambizione per il clima e il segretario generale António Guterres e il relatore della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti Nancy Pelosi hanno parlato in una affollata conferenza stampa. Nel frattempo, i delegati hanno lanciato una massa imponente di lavoro durante il primo giorno che si è protratto fino alla sera.  Le discussioni nei pre-incontri si sono dimostrate fruttuose per alcuni punti dell'ordine del giorno poiché l'accordo sulle agende è stato trovato rapidamente.

António Guterres ha chiesto "un rapido e profondo cambiamento di atteggiamento. Ha richiamato le aspettative dei paesi in via di sviluppo per un'adeguata erogazione dei finanziamenti per il clima e ha invitato le parti a compiere progressi sull'articolo 6 dell'accordo di Parigi (approcci cooperativi) per incentivare il settore privato e sostenere l'azione collettiva. Nell'assemblea di apertura della mattina la Palestina, per il G-77/Cina, ha dichiarato che i negoziati sull'articolo 6 dovrebbero, tra l'altro, riflettere la diversità di determinati contributi a livello nazionale (NDC) e concentrarsi sull'evitare il doppio conteggio e assicurare fondi sicuri per l'adattamento, cercando di evitare che la COP sia incentrata unicamente sulla mitigazione. Ha anche chiesto di far avanzare il Meccanismo internazionale di Varsavia su danni e perdite, un meccanismo efficace, anche attraverso il sostegno finanziario e il trasferimento tecnologico. La Finlandia, per l'UE, ha delineato le priorità, tra cui: "robuste e complete" norme contabili per l'articolo 6 per evitare il doppio conteggio.

Le polemiche sono iniziate quando le nazioni africane hanno chiesto di prendere in considerazione l'idea di riconoscere al continente circostanze speciali, conferendo un accesso preferenziale ai finanziamenti e allo sviluppo delle capacità. L'accordo di Parigi riconosce le circostanze speciali dei paesi meno sviluppati e dei piccoli stati insulari. Esistono 20 nazioni africane al di fuori di questi paesi, comprese le economie più grandi come l'Egitto, il Sudafrica, la Nigeria e il Marocco. Questo è stato un problema già nel  corso del 2015. Carolina Schmidt, presidente della COP 25, ha dichiarato che durante i colloqui si terrà una consultazione informal sulla questione. Ha sollecitato i paesi a riconoscere le circostanze speciali dell'Africa, aprendo una non piccola diatriba diplomatica.  Lois Young, presidente della AOSIS, ha affermato che i piccoli stati insulari non sosterranno alcun negoziato che di fatto metta in discussione l'accordo di Parigi. Una delegazione del Congresso degli Stati Uniti, guidata dal presidente dem della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, dice: Siamo venuti qui per dire che siamo ancora dentro l'Accordo. Lo slogan è stato sostenuto da una coalizione di politici, governatori, città e imprese progressisti dopo che Donald Trump ha annunciato la sua intenzione di ritirarsi dall'accordo di Parigi. Meno di un mese fa, la Casa Bianca ha avviato il processo formale di ritiro. Oggi è stato anche il primo giorno del mandato della nuova Commissione europea, ma con una prova di forza generale il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio dell'UE Charles Michel e il presidente del parlamento europeo David Sassoli hanno fatto tutti il ​​viaggio a Madrid per assistere all'apertura della COP 25. Le ambizioni rilanciate dell'Unione Europea  sono ormai oggetto di una vasta serie di provvedimenti ed iniziative. Se ne veda una trattazione approfondita in: The EU’s plan to become the first climate-neutral continent.

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28 Novembre 2019: Risoluzione del Parlamento europeo del  sulla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici 2019 in programma a Madrid, Spagna (COP 25)

 

Friday for future in Spagna

 

La Risoluzione tra l'altro:

8. evidenzia che si stanno già sentendo gli effetti diretti dei cambiamenti climatici; sottolinea che, secondo il rapporto della Commissione globale sull'adattamento, i cambiamenti climatici potrebbero ridurre in condizioni di povertà oltre 100 milioni di persone entro il 2030 e che i raccolti potrebbero diminuire del 5-30 % entro il 2050, ripercuotendosi negativamente sulla sicurezza alimentare delle zone particolarmente vulnerabili;

9. sottolinea che, secondo le previsioni, un riscaldamento non mitigato rimodellerà l'economia globale riducendo i redditi medi nel mondo del 23 % entro il 2100 e ampliando la disparità di reddito su scala mondiale; sottolinea che, diversamente dalle stime precedenti, le perdite globali previste sono approssimativamente lineari rispetto alla temperatura media mondiale, con perdite medie molto più elevate di quelle indicate dai modelli principali;

10. sottolinea che la relazione speciale dell'IPCC sul riscaldamento globale di 1,5 °C costituisce la valutazione scientifica più esaustiva e aggiornata dei percorsi di attenuazione in linea con l'accordo di Parigi; evidenzia che, secondo la relazione, per avere una buona probabilità di contenere la temperatura globale al di sotto di 1,5 °C entro il 2100 senza alcuno sforamento o con uno sforamento limitato l'azzeramento delle emissioni nette di GHG a livello globale dovrà essere raggiunto al più tardi entro il 2067 e le emissioni mondiali di GHG dovranno essere ridotte a un massimo di 27,4 GtCO2eq all'anno entro il 2030; sottolinea, alla luce di tali risultanze e in linea con l'accordo di Parigi, che l'Unione, in quanto leader mondiale, e altre importanti economie globali devono adoperarsi per conseguire quanto prima, e al più tardi entro il 2050, l'azzeramento delle emissioni nette di GHG;

11. sottolinea che la relazione speciale dell'IPCC sul cambiamento climatico e il suolo sottolinea le conseguenze particolarmente drammatiche del riscaldamento globale sui terreni; esprime preoccupazione per il fatto che il degrado di matrice antropica dei terreni, dovuto perlopiù a pratiche agricole non sostenibili, e i crescenti disturbi legati all'uso del suolo, come gli incendi forestali, stanno ulteriormente diminuendo la capacità del suolo di fungere da pozzo di assorbimento del carbonio; sottolinea che queste conseguenze drammatiche dovrebbero peggiorare se si confermerà l'attuale tendenza globale;

12. sottolinea che la relazione speciale dell'IPCC dal titolo "L'oceano e la criosfera in un clima che cambia" evidenzia che i meccanismi climatici dipendono dalla salute degli ecosistemi oceanici e marini attualmente colpiti dal riscaldamento globale, dall'inquinamento e dallo sfruttamento eccessivo della biodiversità marina, dall'aumento dei livelli del mare, dall'acidificazione, dalla deossigenazione, dalle ondate marine di calore, dallo scioglimento senza precedenti dei ghiacciai e della banchisa e dall'erosione costiera; evidenzia, inoltre, le conclusioni della relazione per quanto riguarda i rischi aggravati per gli ecosistemi marini, le comunità costiere e i mezzi di sussistenza; ricorda che gli oceani fanno parte della soluzione per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e adattarsi a essi; sottolinea che la COP25 sarà in assoluto la prima "COP blu"; invita pertanto l'UE a inserire gli oceani nell'agenda del Green Deal europeo e in cima ai negoziati internazionali in corso in materia climatica;

...

21. accoglie con favore il lancio dell'Alleanza per l'ambizione climatica in occasione del vertice delle Nazioni Unite sull'azione per il clima 2019, nel cui ambito 59 Parti dell'UNFCCC hanno espresso l'intenzione di presentare, entro il 2020, un rafforzamento dei contributi stabiliti a livello nazionale, come previsto dall'accordo di Parigi, e 65 parti, compresa l'Unione, stanno lavorando per conseguire l'azzeramento delle emissioni nette di GHG entro il 2050; deplora, tuttavia, che non tutti gli Stati membri fossero pronti a sostenere un aumento del livello di ambizione dei contributi stabiliti a livello nazionale dell'Unione, nonostante le richieste del Parlamento europeo;

...

23. esorta ancora una volta i leader dell'UE a sostenere, in occasione del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre 2019, l'obiettivo a lungo termine dell'Unione di ottenere quanto prima, e al più tardi entro il 2050, l'azzeramento delle emissioni nette di GHG a livello interno; invita il paese che detiene la presidenza dell'UE e la Commissione a presentare poi al più presto possibile tale obiettivo al segretariato dell'UNFCCC; sottolinea che, al fine di conseguire entro il 2050 l'azzeramento delle emissioni nette nazionali di GHG nel modo economicamente più efficiente e per evitare di fare affidamento su tecnologie di eliminazione del carbonio che comporterebbero notevoli rischi per gli ecosistemi, la biodiversità e la sicurezza alimentare, sarà necessario innalzare il livello di ambizione per il 2030; sottolinea che le soluzioni basate sulla natura sono uno strumento chiave dell'UE per conseguire i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di GHG; ritiene che il vertice delle Nazioni Unite sul clima del settembre 2019 sia stato un'occasione mancata per l'UE di fissare obiettivi più ambiziosi e dar prova di leadership nella realizzazione dell'accordo di Parigi; ritiene essenziale che l'UE affermi in modo chiaro, in occasione della COP25, di essere pronta a potenziare il proprio contributo nel quadro dell'accordo di Parigi;

24. raccomanda un aggiornamento del contributo stabilito a livello nazionale dell'Unione, con un obiettivo di riduzione delle emissioni nazionali di GHG del 55 % entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, applicabile all'intera economia; invita i leader UE a sostenere quindi un innalzamento del livello di ambizione del contributo stabilito a livello nazionale per quanto riguarda l'Unione; ritiene che ciò debba avvenire sancendo ad un tempo nel diritto UE l'obiettivo di conseguire la neutralità climatica non appena possibile e al più tardi entro il 2050; invita altre economie globali ad aggiornare i loro contributi stabiliti a livello nazionale al fine di ottenere effetti globali;

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48. riconosce che l'UE e i suoi Stati membri sono i principali fornitori di finanziamenti pubblici per il clima; accoglie con favore la decisione della COP24 di adottare un nuovo obiettivo più ambizioso a partire dal 2025, al di là dell'attuale impegno a mobilitare 100 miliardi di dollari USA all'anno a partire dal 2020, ma esprime preoccupazione per il fatto che gli impegni concreti dei paesi sviluppati sono ancora ben lungi dal raggiungere l'obiettivo collettivo di 100 miliardi di dollari USA all'anno; si attende che le economie emergenti contribuiscano, a partire dal 2025, all'aumento del finanziamento internazionale per il clima in futuro;

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87. ritiene che la prosperità economica, la competitività industriale globale, lo sviluppo sostenibile e la politica climatica dovrebbero rafforzarsi reciprocamente; sottolinea che l'UE dovrebbe guidare la transizione verso un'economia a zero emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050, garantendo in tal modo un vantaggio competitivo per le industrie dell'UE;

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5 Novembre 2019: Nuovo Rapporto su clima ed economia in un mondo più green: Stato e tendenze del 2018, con un focus sugli impatti ecosistemici dei cambiamenti climatici, di Toni Federico

Venezia: alluvione del 5 Novembre 2019

VeneziaNegli ultimi decenni, i cambiamenti climatici hanno causato impatti sui sistemi naturali e umani in tutti i continenti. Allo stato delle conoscenze l’evidenza dell'impatto dei cambiamenti climatici è più forte e completa per i sistemi naturali. Alcuni impatti sui sistemi umani sono stati attribuiti ai cambiamenti climatici, con un contributo più o meno distinguibile da altre influenze.

In molte regioni, il cambiamento del regime delle precipitazioni o lo scioglimento della neve e del ghiaccio stanno alterando i sistemi idrologici, influenzando le risorse idriche in termini di quantità e qualità. I ghiacciai continuano a ridursi quasi in tutto il mondo a causa dei cambiamenti climatici, influenzando il deflusso delle risorse idriche a valle. Il cambiamento climatico sta causando il riscaldamento e lo scongelamento del permafrost in regioni ad alta latitudine e ad alta quota.

Molte specie terrestri, di acqua dolce e marine, hanno modificato in risposta ai cambiamenti climatici la loro distribuzione geografica, le attività stagionali, i modelli di migrazione, la loro numerosità e le interazioni tra le specie. Anche se solo poche recenti estinzioni di specie sono state finora attribuite ai cambiamenti climatici, si deve osservare che, negli ultimi milioni di anni, cambiamenti climatici globali naturali più lenti di quelli attuali hanno causato cambiamenti significativi nell'ecosistema ed estinzioni di specie.

Gli impatti negativi dei cambiamenti climatici sui raccolti sono stati maggiori degli impatti positivi ed hanno influito negativamente sui raccolti di frumento e granoturco per molte regioni e nell'aggregato globale. Sulla resa del riso, che è un altro alimento di importanza globale, gli effetti sono inferiori rispetto alle altre colture. Gli impatti osservati riguardano principalmente gli aspetti produttivi della sicurezza alimentare. Diversi recenti rapidi aumenti dei prezzi alimentari, conseguenti ad eventi climatici estremi nelle principali regioni produttrici, indicano una sensibilità dei mercati a tali eventi.

Fortunatamente i danni alla salute umana causati dai cambiamenti climatici sono relativamente ridotti rispetto ad altri fattori di stress, anche se non sono ben quantificati. Tuttavia, c'è stata una maggiore mortalità correlata alle ondate di calore e una diminuzione della mortalità attribuita al freddo in alcune regioni. I cambiamenti locali della temperatura e delle piogge hanno alterato la distribuzione di alcuni vettori acquatici di malattie. Le differenze di vulnerabilità e di esposizione derivano da fattori non climatici, socioeconomici e demografici, e da disuguaglianze multifattoriali prodotte da processi di sviluppo irregolari. Le persone socialmente, economicamente, culturalmente, politicamente, istituzionalmente o altrimenti emarginate sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici e si segnalano anche pericoli derivanti da alcune delle risposte di adattamento e mitigazione. Tali processi sociali comprendono la discriminazione di genere, di classe, di etnia, di età e di disabilità.

Gli impatti di recenti eventi climatici estremi, come ondate di calore, siccità, inondazioni, cicloni e incendi, rivelano vulnerabilità ed esposizioni di alcuni ecosistemi e di molte comunità umane all’attuale variabilità climatica. Gli impatti di tali estremi legati al clima comprendono l'alterazione degli ecosistemi, l'interruzione della produzione alimentare e dell'approvvigionamento idrico, danni alle infrastrutture e agli insediamenti, morbilità, mortalità e conseguenze per la salute mentale e il benessere umano. Questi impatti sono più gravi per effetto di una significativa mancanza di preparazione per i rischi generati dall'attuale variabilità climatica. I pericoli legati al clima esacerbano altri fattori di stress, spesso con esiti negativi per i mezzi di sussistenza, specialmente per le persone che vivono in povertà. I pericoli legati al clima influenzano la vita delle persone povere direttamente attraverso l'impatto sui mezzi di sostentamento, la riduzione dei raccolti o la distruzione delle case e indirettamente, ad esempio, attraverso l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e l'insicurezza alimentare. Anche i conflitti violenti aumentano la vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Conflitti violenti su larga scala danneggiano le risorse che facilitano l'adattamento, comprese le infrastrutture, le istituzioni, le risorse naturali, il capitale sociale e le opportunità di sostentamento.

I dati dimostrano che gli eventi estremi hanno sviluppato negli ultimi decenni una tendenza a gravare sulla collettività con costi crescenti. Secondo Figueres[1], Segretario della UNFCC a Parigi 2015, i disastri innescati dal clima nel 2017 sono costati all'economia globale 320 GUS$ e circa 10.000 vite perdute[2]. I costi totali dei disastri del 2018, inclusi i tifoni, gli uragani, le ondate di caldo e gli incendi che hanno devastato l'Europa e gli Stati Uniti, sono fortunatamente inferiori. È probabile che questi eventi contribuiscano a un aumento esponenziale dei danni, stimabili a circa 2.200 GUS$ negli ultimi due decenni[3].  Il recente Rapporto speciale dell’IPCC SR15 (cit.) prevede impatti devastanti anche solo con un’anomalia di 2 °C a fine secolo. Si tratterebbe della perdita in quasi tutto il mondo delle barriere coralline e di ondate di calore estreme che metterebbero in pericolo la vita di più di un terzo della popolazione mondiale.

Il clima è anche la principale causa di spostamenti: gli ultimi dati mostrano che il 76% dei 31,1 milioni di sfollati durante il 2016 sono stati costretti lontano dalle loro case a seguito di eventi climatici.

Secondo il WHO l'inquinamento dell'aria indoor e outdoor, è causa del 10% dei decessi a livello mondiale. Le morti sono concentrate in modo schiacciante nei paesi a basso e medio reddito. L’inquinamento dell’acqua causa perdite umane pari a non meno della metà di quelle dell’aria[4]. Solo in questo ultimo anno l’attenzione dei media è stata richiamata sul grave inquinamento da microplastiche nel mare e negli alimenti e, in piena emergenza, nessuno sembra in grado di affrontare questa drammatica distopia per tutte le specie viventi.

Lo sforzo di ricerca maggiore è oggi dedicato alla previsione di quello che succederà con il progredire del riscaldamento terrestre. I conti economici sono difficili e differenziati a seconda dell’evoluzione dei modelli di sviluppo e la distribuzione del danno sarà inevitabilmente ineguale e forzatamente iniqua. Secondo alcuni scenari, gli impatti e i costi saranno molto più gravi di quanto non potrebbe sembrare dalle differenze, apparentemente piccole, di gradi o frazioni di grado centigrado, delle anomalie termiche a fine secolo. A 2 °C, le calotte polari inizieranno a disfarsi, portando, nel corso dei secoli a decine di metri di innalzamento del livello del mare. Altri 400 milioni di persone soffriranno di scarsità d'acqua, le grandi città della fascia equatoriale del pianeta diventeranno invivibili e anche nelle latitudini settentrionali le ondate termiche uccideranno migliaia di persone ogni estate. Ci sarebbero 32 volte più ondate di calore estreme in India, ognuna di durata cinque volte più alta, cui sarebbero esposte 93 volte più persone rispetto ad oggi.

A 3 °C, l'Europa meridionale sarebbe in condizioni di siccità permanente e la siccità media in America centrale durerebbe 19 mesi in più. Nell'Africa settentrionale, la cifra è di 60 mesi in più: cinque anni. A 4 °C, ci sarebbero 8 milioni di casi in più di febbre dengue ogni anno nella sola America Latina e andremmo a rischio di crisi alimentari globali ogni anno. I danni provocati dalle inondazioni dei fiumi sarebbero cresciuti trenta volte in Bangladesh, venti in India e fino a sessanta nel Regno Unito. A livello globale, i danni provocati dai disastri naturali legati al clima potrebbero superare di più del doppio la ricchezza che esiste oggi nel mondo. Conflitti interetnici e guerre per le risorse potrebbero raddoppiare questa stima[5].

Il cambiamento climatico impatta ogni territorio in ogni paese in ogni continente.  Nature stima che, se le temperature aumentassero di soli 2 °C, il PIL globale scenderebbe del 15% a fine secolo. A +3 °C, il PIL globale scenderebbe del 25%. Se non si fa nulla, le temperature saliranno di 4 °C entro il 2100 e il PIL mondiale si ridurrà di oltre il 30% rispetto ai livelli del 2010. È peggio della Grande depressione del secolo scorso, dove il commercio globale è diminuito del 25% ma, questa volta, il danno sarebbe permanente.           

Rossiglione (Alessandria), alluvione del 2019

 

[1] C. Figueres et al., 2018, Emissions are still rising: ramp up the cuts, Nature 564, 27-30 (2018), in: https://www.nature.com/articles/d41586-018-07585-6/

[2] Petra Low, 2018, Hurricanes cause record losses in 2017 - The year in figures, in: https://www.munichre.com/topics-online/en/climate-change-and-natural-disasters/natural-disasters/2017-year-in-figures.html

[3] UN ISDR; 2018, Economic Losses, Poverty and Disasters 1998-2017, in: https://www.unisdr.org/files/61119_credeconomiclosses.pdf

[4] AA.VV., 2017, The Lancet Commission on Pollution and Health, in: http://www.thelancet.com/pdfs/journals/lancet/PIIS0140-6736(17)32345-0.pdf

[5] David Wallace-Wells, 2019, The Uninhabitable Earth: A Story of the Future, Allen Lane

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30 Ottobre 2019: Le emissioni cinesi di CO2 da combustibili fossili e produzione di cemento sono cresciute del 4% nella prima metà del 2019

L'analisi dei primi dati da parte di Greenpeace mostra che si sono fermate le emissioni del settore energetico, che hanno guidato il rimbalzo delle emissioni complessive dopo il  2017. Tuttavia, c'è stata un'impennata nella costruzione di immobili e infrastrutture che ha visto le emissioni di acciaio e cemento espandersi rapidamente. Stime basate su dati preliminari per la prima metà del 2019, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, indicano che la domanda cinese di carbone è aumentata del 3%; la domanda di petrolio è aumentata del 6%; la domanda di gas è aumentata del 12%; e la produzione di cemento è aumentata del 7%.

La ripartizione per fonti (in figura) mostra che il consumo di carbone è molto al di sotto del suo picco nel 2013, ma è in ripresa dall'inizio del 2017, mentre le emissioni dalla produzione di cemento hanno iniziato a crescere lo scorso inverno. Petrolio e gas, sebbene costituiscano meno di un quarto del totale delle emissioni, stanno contribuendo a metà dell'aumento complessivo a causa degli alti tassi di crescita.

Emissioni di CO2 in Cina in Mt/anno (media mobile di 12 mesi)

 

L'aumento delle emissioni nel settore energetico ha guidato gran parte dell'aumento della CO2 cinese nell'ultimo decennio, con crescenti forniture di elettricità alimentata a carbone per una rapida crescita economica. Nella prima metà del 2019, tuttavia, la crescita è stata prossima allo zero perché, nel complesso, la crescita della domanda è rallentata, consentendo un output aggiuntivo da fonti rinnovabili. In un anno sono stati aggiunti oltre 50 TWh di solo idroelettrico e poco meno di 30 TWh tra solare ed eolico. Apparentemente i dati dimostrerebbero che la grid parity del solare è stata ormai raggiunta. Sul fronte fossile, viceversa,   aumentano i fallimenti e le difficoltà finanziarie delle compagnie carbonifere. Circa il 47% di queste aziende sono in perdita tra gennaio e agosto 2018, e il loro 5rendimento economico è sceso a un misero 1,1%. Le ragioni della bassa redditività includono l'eccesso di capacità, il che significa che in media le centrali lavorano meno ore del previsto.

Il settore dei trasporti in Cina è di grande interesse. Il 2019 registra un momento difficile per l'industria automobilistica convenzionale. Le vendite di autovetture sono crollate del 14% nella prima metà dell'anno,  essendosi registrato l'anno scorso il primo declino anno su anno da15 anni a fronte di una crescita media del 15% all'anno nel decennio fino al 2017. Le vendite di veicoli elettrici hanno continuato a crescere rapidamente, aumentando del 61% nella prima metà del 2019 rispetto a un anno prima passando dall'1,4% delle vendite complessive di automobili due anni fa al 6%. Dopo giugno, il governo centrale ha tagliato i sussidi per veicoli elettrici, causando un calo del 9% delle vendite a luglio. Ma rimane in vigore una serie di incentivi  non monetari che sono in grado di supportare la crescita continua.

Vendite e share dei veicoli elettrici in Cina

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23 Settembre 2019: Il Rapporto speciale IPCC SROCC sull'oceano e la criosfera

L'IPCC ha pubblicato il suo Rapporto speciale sull'oceano e la criosfera in un clima caldo al termine di una settimana di approvazione plenaria a Monaco. In questa riunione i delegati del governo hanno approvato linea per linea il Sommario di 42 pagine per i politici. Approvato il Sommario, l’IPCC ha pubblicato l’intero Rapporto di assessment SROCC che copre sei capitoli e oltre 800 pagine, oltre ai materiali supplementari. I singoli capitoli sono ancora soggetti ad aggiornamenti che devono essere apportati al Report completo per assicurarsi che sia coerente con il Sommario votato.

Lo SROCC è il secondo rapporto speciale che l'IPCC ha pubblicato quest'anno e il terzo del sesto ciclo di valutazione dell'IPCC. La Relazione sui cambiamenti climatici e sulla terra  è stata pubblicata nel mese di agosto, mentre il Rapporto SR15, sugli 1.5°C è stato pubblicato nell'ottobre del 2018. Il prossimo Rapporto speciale sarà "Cambiamenti climatici e città", sarà pubblicato dopo il suo sesto Rapporto di assessment, AR6, nel 2021-22.

Il rapporto speciale SROCC valuta le nuove conoscenze acquisite dopo AR5 e addirittura SR15 per spiegare come l'oceano e la criosfera si prevede che cambino con il riscaldamento globale in atto, i rischi e le opportunità che questi cambiamenti offrono agli ecosistemi e alle persone e le opzioni di mitigazione, di adattamento e di governance per ridurre i rischi futuri. La dichiarazione di apertura del Rapporto afferma che "tutte le persone sulla Terra dipendono direttamente o indirettamente dall'oceano e dalla criosfera che svolgono ruoli fondamentali come l'assorbimento e la ridistribuzione della CO2 e del calore antropogenici da parte dell’oceano, nonché il loro coinvolgimento cruciale nel ciclo idrologico”. L'oceano globale copre il 71% della superficie terrestre, e contiene "circa il 97% dell'acqua, fornisce il 99% dello spazio biologicamente abitabile e circa la metà della produzione primaria”. La criosfera include "neve, ghiacciai, calotte glaciali, banchi di ghiaccio, iceberg, ghiaccio marino, ghiaccio di lago, ghiaccio di fiume, permafrost e terreno stagionalmente ghiacciato”.  Gli oceani e la criosfera forniscono servizi tra cui "cibo e acqua dolce, energia rinnovabile, salute e benessere, valori culturali, commercio e trasporti”.

È "praticamente certo" che l'oceano globale si sia riscaldato senza sosta dal 1970, mentre "il riscaldamento globale ha portato a un diffuso restringimento della criosfera”.

 L'innalzamento del livello del mare

Gli oceani sono già aumentati di circa 0,2 m dalla fine del 1800, con un ritmo che accelera negli ultimi decenni. Nel suo quinto rapporto di valutazione (AR5, 2013), l'IPCC ha stimato che fosse improbabile superare 1 m in questo secolo, anche negli scenari di emissioni molto elevate.

Tuttavia, una serie di studi pubblicati negli anni suggeriscono che le proiezioni potrebbero essere molto più elevate, fino a 2m o più in questo secolo. Con il rilascio di questa settimana del Rapporto speciale IPCC: Ocean and Cryosphere in Changing Climate, SROCC, è utile prendere visione del livello attuale di comprensione delle dinamiche del livello del mare passate e future.

Ricostruire i cambiamenti passati nei livelli globali del mare è lungi dall'essere un compito semplice. Misurazioni satellitari di alta qualità con copertura globale sono disponibili dai primi anni '90, mentre prima si faceva affidamento sugli indicatori di marea sparsi in tutto il mondo. Questi indicatori di marea coprono principalmente le regioni costiere e sono anche soggetti a fattori che possono complicare l'interpretazione delle variazioni locali del livello del mare, in particolare la subsidenza o lo scioglimento dei ghiacciai. AR5 presentava tre stime dell'innalzamento globale del livello del mare: Due set di dati aggiuntivi sono stati pubblicati negli ultimi anni. Tutti e cinque questi set di dati sono mostrati nella figura seguente (linee colorate), insieme all’altimetro satellitare (in nero) dopo il 1993. La seconda figura mostra il tasso di variazione medio a 20 anni in mm /anno.

Livello del mare e velocità di variazione annua secondo varie stime

Il livello del mare è aumentato tra 18 e 20 cm dal 1900. Il più recente set di dati mostra un aumento inferiore rispetto ai precedenti. Le stime sono per lo più d'accordo negli ultimi decenni; divergenze maggiori sono evidenti prima del 1980. I tassi di variazione dei livelli globali del mare sono indicati come medie mobili a 20 anni, a più lungo termine perché i singoli anni sono sensibili alle temperature globali della superficie influenzate da fenomeni come El Niño. Il tasso attuale di innalzamento del livello del mare, misurato da altimetri satellitari accurati, è circa il 50% più veloce di quanto sperimentato negli anni '40. Secondo il recente Rapporto BAMS sullo stato del clima del 2018, l’accelerazione durante il periodo post-1993 è di circa 0,1 mm/anno ogni anno. È importante notare che il livello globale nasconde molta variabilità locale. Secondo l'IPCC AR5, spostando i venti superficiali, l'espansione del riscaldamento dell'acqua dell'oceano e l'aggiunta dello scioglimento del ghiaccio può alterare le correnti oceaniche che, a loro volta, portano a cambiamenti nel livello del mare che variano da un luogo all'altro.

IPCC AR5 suggerisce inoltre che i ghiacciai in fusione possono influenzare la forma e il campo gravitazionale della Terra, causando fluttuazioni regionali dei livelli del mare. Compattazione dei sedimenti, la piastra tettonica e la subsidenza localizzata possono svolgere un ruolo in regioni specifiche. Queste differenze locali sono chiaramente visibili nella figura seguente, che mostra i dati da altimetri satellitari durante il periodo dal 1992 al 2014. Parti del mondo,  come l'Australia, hanno visto innalzamenti molto più veloci della media globale nella, mostrati in tonalità di rosso, mentre altri, come parti degli Stati Uniti e delle coste occidentali Messico, hanno effettivamente visto scendere il livello del mare (sfumature di blu).

Variazioni locali del livello del mare tra 1992 e 2014

L’impatto sociale ed economico

Le comunità che vivono a stretto contatto con ambienti polari, montani e costieri sono particolarmente esposte ai pericoli attuali e futuri del cambiamento dell'oceano e della criosfera. Quasi il 10% della popolazione mondiale, circa 670 milioni di persone, vivono in regioni di alta montagna, mentre circa quattro milioni di persone vivono nell'Artico. Le coste sono le aree più densamente popolate della Terra. A partire dal 2010, il 28% della popolazione globale (1,9 miliardi di persone) vive in aree a meno di 100 km dalla costa e meno di 100 metri sul livello del mare, comprese 17 grandi città, che ospitano ciascuna più di cinque milioni di persone. Gli stati in via di sviluppo delle piccole isole ospitano circa 65 milioni di persone.

Le osservazioni indicano che i cambiamenti pervasivi dell'oceano e della criosfera ... stanno già avvenendo, causati dal cambiamento climatico indotto dall'uomo, dalle alte montagne, alle regioni polari, verso le coste e nelle profondità dell'oceano. Su questo trend si prevede che questi impatti avranno costi enormi: "I previsti degradi della salute e dei servizi oceanici entro il 2050 costano all'economia globale 428 G$ all'anno e 1.979 G$ all’anno entro il 2100”. Le comunità "saranno obbligate ad adattarsi” anche se gli sforzi attuali e futuri per ridurre le emissioni di gas serra riusciranno a mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 °C. Semplicemente diminuirebbe il costo dell'adattamento.

Criosfera. Entro la fine del secolo, i ghiacciai dovrebbero perdere18% della loro massa rispetto ai livelli del 2015 in uno scenario a basse emissioni. La perdita prevista raddoppia a circa un terzo in uno scenario ad alte emissioni. Si prevede che si verifichi l'innalzamento del livello del mare che accompagna la perdita di questi ghiacciai tra 94 e 200 mm per gli scenari a basse e alte emissioni, rispettivamente. Nelle regioni non polari con relativamente poca copertura del ghiaccio, come l'Europa centrale e l'Asia del Nord, gli effetti sono molto più pronunciati, con in media oltre l'80% della massa attuale del ghiacciaio perduta al 2100. Come già previsto da AR5, i ghiacciai continueranno a sciogliersi anche senza ulteriori cambiamenti climatici.

Un servizio chiave della criosfera è fornire una fonte di acqua potabile. Il rapporto considera minore il rischio che il declino del ghiacciaio comporta per l'approvvigionamento di acqua potabile, ma la tendenza è stata segnalata nelle aree rurali dell'Himalaya e delle Ande. Vi sono prove del fatto che tali cambiamenti potrebbero determinare un declino della qualità dell'acqua in alcune regioni perché  i ghiacciai detengono un'importante riserva di sostanze chimiche tossiche di origine umana, tra cui DDT,metalli pesanti e fuliggine.

Oltre agli umani, ci si aspetta che le condizioni mutevoli in alta montagna abbiano conseguenze per gli ecosistemi alpini. In molti casi questi cambiamenti sono utili, almeno a breve termine. La biodiversità complessiva è infatti aumentata a quote più elevate a causa di aree più abitabili. Tuttavia, ciò avviene a scapito di alcune specie montane che diminuiranno in numero.

La sorte delle regioni polari

Il Rapporto viene pubblicato nella stessa settimana in cui l'estensione minima del ghiaccio marino artico è stata annunciata come la seconda più piccola mai registrata. Raggiunta ogni anno alla fine dell'estate, fa registrare il 18 settembre 2019 4,15 Mkm2 contro il minimo storico di 3.39 Mkm2 nel 2012. Il rapporto afferma: "Vi è una forte fiducia nel fatto che la stagione di scioglimento dei ghiacci nel mare artico si sia prolungata di tre giorni per decennio dal 1979 a causa della precoce fusione, e sette giorni per decennio a causa del successivo congelamento".

Il Rapporto riferisce che le temperature dell'aria superficiale dell'Artico negli ultimi due decenni sono "aumentate di oltre il doppio rispetto alla media globale". “Gli studi di attribuzione mostrano l'importante ruolo degli aumenti antropogenici dei gas a effetto serra nel causare gli aumenti osservati della temperatura della superficie artica, e un ulteriore prevedibile riscaldamento dell'Artico. Questo rapido fenomeno in parte deriva dalla rapida perdita della copertura del ghiaccio marino nella regione. Man mano che il ghiaccio marino artico diminuisce, l'energia del sole che sarebbe stata riflessa dal ghiaccio è invece assorbita dall'oceano, causando ulteriore riscaldamento. Anche le temperature del mare artico superficiale hanno continuato a riscaldarsi: “Le tendenze di agosto 1982-2017 rivelano che le temperature estive  aumentano di circa mezzo grado per decennio su vasti settori del bacino artico che sono privi di ghiaccio in estate"...

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21 settembre 2019: Greta Thunberg alle Nazioni Unite

"This is all wrong. I shouldn’t be standing here. I should be back in school on the other side of the ocean. Yet you all come to me for hope? How dare you! You have stolen my dreams and my childhood with your empty words. And yet I’m one of the lucky ones. People are suffering. People are dying. Entire ecosystems are collapsing. We are in the beginning of a mass extinction. And all you can talk about is money and fairytales of eternal economic growth. How dare you!

For more than 30 years the science has been crystal clear. How dare you continue to look away, and come here saying that you are doing enough, when the politics and solutions needed are still nowhere in sight. With today’s emissions levels, our remaining CO2 budget will be gone in less than 8.5 years. You say you “hear” us and that you understand the urgency. But no matter how sad and angry I am, I don’t want to believe that. Because if you fully understood the situation and still kept on failing to act, then you would be evil. And I refuse to believe that.

The popular idea of cutting our emissions in half in 10 years only gives us a 50% chance of staying below 1.5 °C, and the risk of setting off irreversible chain reactions beyond human control. Maybe 50% is acceptable to you. But those numbers don’t include tipping points, most feedback loops, additional warming hidden by toxic air pollution or the aspects of justice and equity. They also rely on my and my children’s generation sucking hundreds of billions of tonnes of your CO2 out of the air with technologies that barely exist. So a 50% risk is simply not acceptable to us – we who have to live with the consequences. To have a 67% chance of staying below a 1.5C global temperature rise – the best odds given by the Intergovernmental Panel on Climate Change – the world had 420 gigatonnes of carbon dioxide left to emit back on 1 January 2018. Today that figure is already down to less than 350 gigatonnes. How dare you pretend that this can be solved with business-as-usual and some technical solutions. With today’s emissions levels, that remaining CO2 budget will be entirely gone in less than eight and a half years. There will not be any solutions or plans presented in line with these figures today. Because these numbers are too uncomfortable. And you are still not mature enough to tell it like it is. You are failing us. But the young people are starting to understand your betrayal. The eyes of all future generations are upon you. And if you choose to fail us I say we will never forgive you. We will not let you get away with this. Right here, right now is where we draw the line. The world is waking up. And change is coming, whether you like it or not".

21-23 Settembre 2019: Il Summit di New York sul clima

Per promuovere l'ambizione e accelerare le azioni per attuare l'accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, stimolare le ambizioni di tutti i Paesi e accelerare le azioni per attuare l'accordo, il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha chiesto ai leader politici, ai governi, alle imprese e alla società civile, di partecipare al vertice sull'azione per il clima del 2019 dal 21 al 23 settembre con piani per affrontare concretamente l’emergenza climatica. Si tratta di aumentare entro il 2020 i contributi determinati a livello nazionale, i cosiddetti INDC presentati a Parigi, in linea con la riduzione delle emissioni di gas serra del 45% nel prossimo decennio e a zero emissioni nette entro il 2050.

Per essere efficaci e credibili, questi piani non possono affrontare la sola mitigazione: devono indicare la strada verso una piena trasformazione delle economie in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Non dovrebbero né creare vincitori e vinti né aggravare le già pesanti disuguaglianze economiche inter ed intranazionali e di genere; devono invece creare nuove opportunità nel contesto di quella che chiamiamo una transizione equa. Questa la sequenza degli eventi:

Lo sciopero per il clima a Berlino20 settembre, sciopero mondiale di Friday for future. Adolescenti in tutto il mondo che lottano contro i cambiamenti climatici, guidati da Greta Thunberg, contano di dare il via alla più grande protesta climatica che il mondo abbia mai visto, con migliaia di manifestazioni previste in 150 paesi. Al momento in cui sto scrivendo importanti manifestazioni sono già in corso o all'inizio in città come Melbourne, Nuova Delhi, Berlino, Boston etc. La Cina non ha autorizzato proteste. Negli Stati Uniti, il sistema scolastico pubblico di New York ha comunicato ai suoi 1,1 milioni di studenti che le loro assenze saranno giustificate se parteciperanno allo sciopero. I sindacati, che rappresentano centinaia di milioni di persone a livello globale, stanno sostenendo lo sciopero.

21 settembre, Vertice giovanile delle Nazioni Unite per il clima. È  una piattaforma per i giovani leader che stanno guidando l'azione per il clima per illustrare le loro soluzioni alle Nazioni Unite e impegnarsi in modo significativo con i decisori politici. Il vertice prevede un'intera giornata di lavori e riunisce giovani attivisti, innovatori, imprenditori e attori sociali e politici che si impegnano a combattere i cambiamenti climatici alla scala necessaria per affrontare la sfida. Il Vertice sarà inclusivo, intergenerazionale e orientato all'azione, con uguale rappresentanza di giovani leader di ogni estrazione sociale.

23 settembre, Vertice dell'azione per il clima del Segretario generale delle Nazioni Unite. Questa non è una riunione regolare delle Nazioni Unite. Più di 100 paesi hanno comunque chiesto di affrontare il vertice dell'ONU sull'azione per il clima, ma solo la metà è stata ritenuta abbastanza ambiziosa da avere diritto di parola. Il vertice è un momento in cui i leader politici mostrano la loro volontà di accrescer il livello dei loro piani climatici e quindi saranno presentate dal palco solo le azioni più coraggiose e più trasformative. Si sa già che saranno ammessi i piccoli stati insulari più vulnerabili all'innalzamento del livello del mare e nazioni europee come la Francia, il Regno Unito e la Germania, considerando che la UE è alla pari di un qualsiasi paese nelle regole ONU.

Brasile e stati Uniti, per scelta dei loro leader Bolsonaro e Trump, sono incredibilmente fuori dal Vertice.  Grandi economie, tra cui il Giappone e l'Australia, non saranno invitate a parlare a causa del ricorso continuato al carbone che va contro le richieste di Guterres di smettere di costruire nuove centrali elettriche a carbone, ridurre i sussidi per i combustibili fossili e impegnarsi a raggiungere emissioni nette zero entro il 2050. La Cina e l'India, tra i maggiori emettitori del mondo, chiedono ai paesi ricchi di fornire loro un sostegno finanziario per supportare i loro piani climatici. Dichiarazioni separate delle due nazioni hanno chiesto ai paesi ricchi di adempiere agli impegni parigini di mobilitare  100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020 affinché i paesi in via di sviluppo possano gestire gli impatti dei cambiamenti climatici.

Sul fronte industriale, protagonista esso pure di una grande mobilitazione,  un rapporto del progetto degli investitori, Transition Pathway Initiative, informa che per ora solo 31 imprese energetiche su 109 sono allineate con gli impegni assunti dai governi ai sensi dell'accordo di Parigi.

Il Vertice di New York si svilupperà in sei aree: una transizione globale verso le energie rinnovabili; infrastrutture e città sostenibili e resilienti; agricoltura sostenibile e gestione delle foreste e degli oceani; resilienza e adattamento agli impatti climatici e allineamento delle finanze pubbliche e private con un'economia decarbonizzata. In maggiore dettaglio i temi sono i seguenti:

Finanza: mobilitazione di fonti di finanziamento pubbliche e private per favorire la decarbonizzazione di tutti i settori prioritari e far progredire la resilienza;

Transizione energetica: accelerare il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, nonché pergire significativi miglioramenti in termini di efficienza energetica;

Transizione industriale: trasformazione di settori quali petrolio e gas, acciaio, cemento, prodotti chimici e tecnologia dell'informazione;

Soluzioni basate sulla natura: riduzione delle emissioni, aumento della capacità di assorbimento e miglioramento della resilienza attraverso la silvicoltura, l'agricoltura, gli oceani, i sistemi alimentari e la conservazione della biodiversità, sfruttando le catene del valore,  la tecnologia ed ogni possibile sinergia;

Città e azione locale: promuovere la mitigazione e la resilienza a livello urbano e locale, con particolare attenzione ai nuovi impegni in materia di edifici a basse emissioni, trasporto di massa, infrastrutture urbane e resilienza per i poveri delle città;

Resilienza e adattamento: avanzamento degli sforzi globali per affrontare e gestire gli impatti e i rischi dei cambiamenti climatici, in particolare nelle comunità e nelle nazioni più vulnerabili.

Ci sono inoltre, tre aree chiave aggiuntive:

Strategie di mitigazione: generare lo slancio per contributi più ambiziosi determinati a livello nazionale (NDC) e strategie a lungo termine per raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi.

Coinvolgimento dei giovani e mobilitazione pubblica: mobilitare le persone in tutto il mondo per agire sui cambiamenti climatici e garantire che i giovani siano integrati e rappresentati in tutti gli aspetti del Vertice, comprese le sei aree di trasformazione.

Driver sociali e politici: promuovere impegni in settori che incidono sul benessere delle persone come la riduzione dell'inquinamento atmosferico, la creazione di posti di lavoro dignitosi, il rafforzamento delle strategie di adattamento climatico e la protezione dei lavoratori e dei gruppi sociali vulnerabili.

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16 Settembre 2019: Sfatati in linguaggio semplice cinque luoghi comuni dei negazionisti sul cambiamento climatico

Il cambiamento climatico non è altro che una parte del ciclo naturale

                                                 Temperature globali negli ultimi 65 milioni di anni e possibile futuro riscaldamento globale a seconda della quantità di GHG che emetteremo

emperature globali negli ultimi 65 milioni di anni e possibile futuro riscaldamento globale a seconda della quantità di gas serra che emettiamoIl clima della Terra è sempre cambiato, ma lo studio della paleoclimatologia o dei climi passati ci mostra che i cambiamenti negli ultimi 150 anni - dall'inizio della rivoluzione industriale - sono stati eccezionali e non possono essere naturali. I risultati della modellazione suggeriscono che il riscaldamento previsto per il futuro potrebbe essere senza precedenti rispetto ai precedenti 5 milioni di anni. L'argomento dei cambiamenti naturali è ripreso dalla storia secondo cui il clima della Terra si sta appena riprendendo dalle temperature più fredde della Piccola era glaciale (1300-1850 d.C.) e che le temperature oggi sono davvero le stesse del periodo caldo medievale (900-1300 d.C.) . Il problema è che sia la Piccola era glaciale che il periodo di riscaldamento medievale non furono cambiamenti globali ma regionali a livello del nord-ovest, dell'America orientale, della Groenlandia e dell'Islanda. Uno studio che utilizza 700 record climatici ha mostrato che, negli ultimi 2000 anni, l'unica volta in cui il clima in tutto il mondo è cambiato contemporaneamente e nella stessa direzione è stato negli ultimi 150 anni, quando oltre il 98% della superficie del pianeta si è riscaldato.

 

I cambiamenti sono dovuti a macchie solari e ai raggi cosmici 

Comparison of global surface temperature changes (red line) and the sun’s energy received by the Earth (yellow line)

 since 1880 (NASA)

Le macchie solari sono tempeste sulla superficie del sole che provengono da un'intensa attività magnetica e possono essere accompagnate da brillamenti solari. Queste macchie solari hanno il potere di modificare il clima sulla Terra. Ma gli scienziati che utilizzano sensori sui satelliti registrano la quantità di energia solare che colpisce la Terra dal 1978 e non vi è stata alcuna tendenza al rialzo. Quindi non possono essere la causa del recente riscaldamento globale.

I raggi cosmici galattici (GCR) sono radiazioni ad alta energia che hanno origine al di fuori del nostro sistema solare e possono persino provenire da galassie distanti. È stato suggerito che potrebbero aiutare a seminare o creare nuvole. Così i GCR ridotti che colpiscono la Terra significherebbero meno nuvole, il che rifletterebbe meno luce solare nello spazio e causerebbe il riscaldamento della Terra. Ma ci sono due problemi con questa idea. In primo luogo, le prove scientifiche mostrano che i GCR non sono molto efficaci nel seminare nuvole. In secondo luogo, negli ultimi 50 anni, la quantità di GCR è effettivamente aumentata, raggiungendo livelli record negli ultimi anni. Se questa idea fosse corretta, i GCR dovrebbero raffreddare la Terra, cosa che non fanno.

La CO₂ è poca cosa in atmosfera - non può avere un grande effetto di riscaldamento.

Questo è un tentativo di giocare una classica carta di buon senso ma è completamente sbagliato. Nel 1856, lo scienziato americano Eunice Newton Foote condusse un esperimento con una pompa ad aria, due cilindri di vetro e quattro termometri. Ha dimostrato che un cilindro contenente anidride carbonica e posto al sole intrappolava più calore e rimaneva più caldo più a lungo di un cilindro con aria normale. Gli scienziati hanno ripetuto questi esperimenti in laboratorio e nell'atmosfera, dimostrando ancora l'effetto serra del biossido di carbonio. Per quanto riguarda l'argomentazione a senso comune secondo cui una parte molto piccola di qualcosa non può avere un grande effetto su di essa, bastano solo 0,1 grammi di cianuro per uccidere un adulto, che rappresenta circa lo 0,0001% del peso corporeo. Confrontalo con l'anidride carbonica, che attualmente costituisce lo 0,04% dell'atmosfera ed è un forte gas serra. Nel frattempo, l'azoto costituisce il 78% dell'atmosfera e tuttavia è altamente non reattivo.

Gli scienziati manipolano i dati per mostrare una tendenza al riscaldamento

Questo è un argomento semplicistico utilizzato per attaccare la credibilità degli scienziati del clima. Richiederebbe una cospirazione che coinvolga migliaia di scienziati in oltre 100 paesi per raggiungere le dimensioni richieste per farlo. Gli scienziati correggono e convalidano i dati continuamente. Ad esempio, dobbiamo correggere i record storici della temperatura in base al modo in cui sono stati misurati. Tra il 1856 e il 1941, la maggior parte delle temperature del mare furono misurate usando l'acqua di mare issata sul ponte in un secchio. Anche questo non era coerente in quanto vi era uno spostamento da secchi di legno a tela e da navi a vela a navi a vapore, che alterava l'altezza del ponte della nave - e questi cambiamenti a loro volta alteravano la quantità di raffreddamento causata dall'evaporazione mentre il secchio veniva sollevato. Dal 1941, la maggior parte delle misurazioni sono state effettuate alle prese d'acqua del motore della nave, quindi non c'è raffreddamento dall'evaporazione per giustificare. Dobbiamo anche tener conto del fatto che molte città si sono espanse e che le stazioni meteorologiche che si trovavano nelle aree rurali si trovano ora in aree urbane che di solito sono significativamente più calde della campagna circostante. Se non avessimo apportato queste modifiche alle misurazioni originali, il riscaldamento della Terra negli ultimi 150 anni sarebbe sembrato addirittura maggiore del cambiamento che è stato effettivamente osservato, che ora è circa 1 °C di riscaldamento globale.

I modelli climatici sono inaffidabili e troppo sensibili agli effetti dell'anidride carbonica

Ciò è errato e fraintende il funzionamento dei modelli. È un modo per minimizzare la gravità dei futuri cambiamenti climatici. Esiste una vasta gamma di modelli climatici, da quelli rivolti a meccanismi specifici come la comprensione delle nuvole, ai modelli di circolazione generale (GCM) che vengono utilizzati per prevedere il clima futuro del nostro pianeta. Esistono oltre 20 importanti centri internazionali i cui  team hanno costruito ed eseguito GCM contenenti milioni di righe di codice che rappresentano la più approfondita comprensione del sistema climatico. Questi modelli vengono continuamente testati in base a dati storici e paleoclimatici nonché a singoli eventi climatici come le grandi eruzioni vulcaniche, per assicurarsi che ricostruiscano il clima in maniera adeguata. Nessun singolo modello potrà mai essere considerato esatto in quanto rappresenta un sistema climatico globale molto complesso. Ma avere così tanti modelli diversi, costruiti e calibrati in modo indipendente, significa che si tratta di rappresentazioni affidabili proprio perché tra loro convergenti. Prendendo l'intera gamma di modelli climatici, un raddoppio dell'anidride carbonica potrebbe riscaldare il pianeta da 2 °C a 4,5 °C, con una media di 3,1 °C (la cosiddetta climate sensitivity). Tutti i modelli mostrano una notevole quantità di riscaldamento quando all'atmosfera viene aggiunta ulteriore anidride carbonica. La scala del riscaldamento previsto è rimasta molto simile negli ultimi 30 anni, nonostante l'enorme aumento della complessità dei modelli, dimostrando che si tratta di un risultato scientifico che è  già da tempo sulla strada giusta. Combinando tutte le nostre conoscenze scientifiche sui fattori naturali (solare, vulcanico, aerosol e di ozono) e di origine umana (gas serra e cambiamenti nell'uso del suolo) il riscaldamento e il raffreddamento del clima mostra che il 100% del riscaldamento osservato negli ultimi 150 anni è a causato dall'uomo e dalle sue attività (IPCC, AR5). Non esiste alcun supporto scientifico per la negazione del cambiamento climatico. Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), istituito dalle Nazioni Unite per sintetizzare apertamente e in modo trasparente la conoscenza climatica, fornisce sei chiare linee di prova per i cambiamenti climatici. Man mano che il clima estremo diventa sempre più evidente, le persone si stanno rendendo conto che non hanno bisogno degli scienziati per dire loro che il clima sta cambiando - lo stanno purtroppo vedendo e vivendo in prima persona.

Le ultime due figure qui presentate mostrano, la prima, la ricostruzione del modello della temperatura globale dal 1970 con la media dei modelli in nero con intervallo di modelli in grigio rispetto ai record di temperatura osservati della NASA, dal NOAA, da HadCRUT, da Cowtan e Way, da Berkeley Earth e da Carbon Brief, nei vari colori evidenziati.

L'ultima figura qui accanto, prodotta da Carbon Brief,  rappresenta per linee separate  ciascuna delle influenze naturali e umane sulle temperature globali dal 1850.

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Luglio 2019: Un articolo di Toni Federico fa il punto sul "Cambiamento climatico e la transizione energetica dopo Parigi"

Pubblicato sul n° 2/2019 di Economia Italiana il nuovo saggio fornisce materiali di orientamento necessari per mettere a fuoco la crisi climatica alla vigilia dell'entrata in vigore dell'Accordo di Parigi, prevista per il 2020.

C’è un nesso stretto, causale, tra la crisi climatica in atto che mette in seria discussione l’equilibrio ecologico del pianeta e lo stesso sviluppo economico e sociale così come lo conosciamo, determinato in gran parte dalle modalità di uso delle risorse naturali dalle quali ricaviamo l’energia. La base scientifica del cambiamento climatico è ormai piuttosto evidente e condivisa, al di là di ogni polemica o negazione: pompando in atmosfera gas serra oltre la resilienza dell’ecosistema atmosfera-oceano, cambiano i flussi di energia riemessi dalla terra che si scalda in misura proporzionale all’aumento della concentrazione atmosferica dei gas ad effetto serra. Le basi scientifiche delle dinamiche climatiche sono affidate ad un Panel di scienziati appartenenti a tutti i maggiori istituti di ricerca del mondo, lo International Panel on Climate Change, IPCC, che ha finora prodotto 5 rapporti di assessment climatici e si appresta a pubblicare il prossimo, AR6, nel 2022. Si tratta di un’impresa scientifica epocale in termini di investimenti e di partecipazione, che sta via via cancellando ogni illusione negazionista, in particolare quella che non sarebbero le attività umane l’origine dei cambiamenti climatici. A Parigi, nel Dicembre 2015, al culmine di un quarto di secolo di trattative, in un quadro di governance globale piuttosto incerta, si è finalmente trovato un Accordo in base al quale l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe stare ben al di sotto dei 2° C di anomalia rispetto al periodo preindustriale. Poiché la quota delle emissioni serra attribuibile agli usi energetici dei combustibili fossili si avvicina all’80%, l’ipotesi di contenere i cambiamenti climatici è condizionata da una trasformazione del modello globale della produzione e del consumo dell’energia. Nell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile l’obiettivo SDG 13 (lotta ai cambiamenti climatici), i cui target sono fissati dall’Accordo di Parigi, è strettamente connesso allo SDG 7 (energia pulita ed accessibile), i cui target prescrivono aumenti adeguati delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, in un quadro di garanzie di un accesso equo all’energia. Questo mutamento, assieme alle implicazioni di carattere sociale ed ambientale, è l’asse di quella che chiamiamo transizione energetica.

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20 giugno 2019: L'Europa finisce a Visegrad? Il Consiglio europeo non approva l'obiettivo della decarbonizzazione piena al 2050

L'obiettivo dell'accordo di Parigi 2015 di limitare il riscaldamento globale a meno di 2 °C riceve un altro colpo dopo i colloqui del Consiglio dell'Unione europea per fissare un obiettivo di decarbonizzazione completa dell'Europa entro il 2050. Il summit odierno dei 28 leader nazionali dell'UE a Bruxelles è stata l'ultima occasione per alzare l'ambizione europea prima del vertice ONU sul clima a New York in settembre. La speranza era che la definizione di un obiettivo a lungo termine per l'UE per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi avrebbe spronato gli altri paesi ad assumere i propri impegni, una cosa essenziale per raggiungere l'obiettivo dell'accordo di limitare il riscaldamento globale. Ma la proposta della Commissione europea per un obiettivo zero al 2050, che necessitava di un voto unanime, ha ricevuto il veto dalla Polonia, sostenuta da Ungheria, Estonia e Repubblica Ceca.

Le conclusioni finali del Vertice affermano che l'UE "garantirà la transizione verso un'UE climaticamente neutrale" in linea con l'accordo di Parigi, rimuovendo il riferimento nella bozza originale alla specifica data del 2050. Una nota a piè di pagina nel testo osserva che 24 dei 28 paesi membri dell'UE hanno sostenuto l'obiettivo, Italia compresa, ma non è stato possibile raggiungere l'unanimità. L'UE potrebbe ancora adottare l'obiettivo del 2050 al suo prossimo vertice del Consiglio europeo in ottobre, ma ciò avverrà dopo il vertice di settembre a New York e quindi è improbabile che possa fare la differenza rispetto agli impegni di altri paesi. Anche al vertice di ottobre è improbabile che il problema del 2050 venga risolto, perché quella riunione sarà dominata dall'imminente brexit del Regno Unito il 31 ottobre.

é la cancelliera tedesca Angela Merkel ia tagliar corto a fine colloquio dicendo che doveva essere accettato che non ci sarebbe stato un accordo. Alla fine ha detto che alcune delle preoccupazioni della Polonia su come finanziare questa transizione energetica sono legittime. Può sorprendere che sia proprio lei a fare da sponda ai Visegrad, ma i problemi drel carbone sussistono anche per la Germania. Intanto all'ovest i ragazzi si spendono per le strade a far quello che i grandi sono incapaci palesemente di fare ...

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5 Giugno 2019: Il Senato rifiuta di dichiarare l'emergenza climatica per l'Italia

Il Senato, il 5 giugno,  vota la mozione 135 che riconoscendo che le attività antropiche, contribuisc(ono) al "riscaldamento globale" (global warming)… ignora la COP 26 ed impegna il governo a:

  1. adottare ogni iniziativa finalizzata alla decarbonizzazione dell'economia … garantendo la sicurezza del sistema energetico …;

  2. attuare ogni misura che favorisca la transizione dalle fonti energetiche fossili alle fonti rinnovabili, compatibilmente con la grid parity, e il passaggio dall'economia lineare all'economia circolare (?);

  3. porre in essere ogni iniziativa volta a favorire l'autoproduzione distribuita di energia da fonti rinnovabili…;

  4. promuovere politiche di sviluppo infrastrutturale e … iniziative virtuose di mobilità urbana…;

  5. promuovere … misure per l'utilizzo responsabile del suolo;

  6. ad attuare tutte le misure necessarie al raggiungimento degli obiettivi di riduzione di GHG concordate a livello internazionale ed europeo.

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31 maggio 2019: Manifesto per la "Giusta transizione"

Promosso dal GdL Energia e Clima dell'Alleanza per lo sviluppo sostenibile, SDG 7 e 13, per l’edizione 2019 del Festival dello sviluppo sostenibile, e organizzato da Cgil, Cisl e Uil, il Convegno “Priorità per una transizione ambiziosa, giusta e sostenibile” ha posto al centro il tema degli impatti sociali dei cambiamenti climatici e delle misure necessarie per fronteggiarli nello spirito dell’Accordo di Parigi e del recente Rapporto speciale dell’IPCC per l’obiettivo degli 1,5 °C. La lotta ai cambiamenti climatici e il rispetto dell’Accordo di Parigi del 2015 richiedono a tutti i paesi, indipendentemente dalle condizioni sociali e politiche, il sollecito abbandono delle fonti di energia fossile e quindi la decarbonizzazione definitiva in tutti i settori per la metà del secolo. Si tratta di porre mano a cambiamenti dei mezzi e degli stessi fini dello sviluppo che, nel rispetto delle peculiarità nazionali e locali, configurano una transizione che deve essere gestita senza traumi di natura sociale e nel rispetto della giustizia inter ed intra generazionale che è propria dello sviluppo sostenibile e dell’Agenda 2030, sottoscritta all’unanimità nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nello stesso anno dell’Accordo di Parigi e dell’Enciclica Laudato sì di Papa Francesco.

In merito alla Just transition  il Convegno ha lanciato un Manifesto in 10 punti che  sottolinea la questione della giustizia climatica e della transizione tecnologica:

  1. Accelerare la transizione rispettando le indicazioni dello Special Report IPCC SR15 per contenere l'incremento medio globale della temperatura della superficie terrestre entro gli 1,5°. Ritardi e inadempienze nel mitigare il cambiamento avranno un impatto concentrato sulle popolazioni più vulnerabili, sulle classi sociali più esposte e sulle future generazioni.

  2. Sostenibilità. Nella transizione verso la decarbonizzazione si deve considerare non solo la sostenibilità ambientale ed economica ma anche quella sociale, attraverso il raggiungimento di tutti gli SDG dell’Agenda 2030, valorizzandone tutti i potenziali benefici e le sinergie in termini di piena occupazione, di rispetto del diritto alla salute, di prosperità economica, di resilienza ambientale e sociale, nazionale e globale. Lo SR15 indica i percorsi per una transizione sostenibile ma segnala il rischio di espedienti socialmente o ambientalmente non sostenibili nella lotta al cambiamento climatico.

  3. Diritti delle generazioni future.  Consegnare alle generazioni future un pianeta in condizioni almeno pari rispetto a quelle in cui l'abbiamo ereditato, garantendo ad esse il diritto di usufruire nella stessa misura e senza degrado delle stesse risorse naturali e degli stessi servizi ecosistemici di cui beneficiamo come generazione attuale.

  4. Giustizia intragenerazionale. La transizione deve essere socialmente giusta e garantire che nessuno sia lasciato indietro, che i possibili impatti siano equamente ripartiti ma con una maggior tutela per le categorie e i soggetti più esposti, adottando misure di compensazione per contenere gli impatti economici, preservare l’occupazione di qualità, il diritto all'acqua, all'energia e alla mobilità sostenibili anche per le fasce più deboli delle popolazioni, e per combattere la povertà energetica.

  5. Partecipazione democratica. Attivare processi di partecipazione democratica nella pianificazione e nelle misure di attuazione della transizione, con il pieno coinvolgimento di cittadini, istituzioni centrali, aziende, enti locali, lavoratori, sindacati, imprenditori, enti finanziari, centri di ricerca, università, associazioni della società civile e comunità. Promuovere l’allineamento tra misure nazionali e piani d’azione locali e il coinvolgimento di comunità, parti sociali ed associazioni, anche mediante l’adozione di nuove regole che favoriscano un ruolo attivo di cittadini con cambi comportamentali e stili di vita sostenibili.

  6. Contrattazione. Partendo dalle linee guida dell’UN ILO e dalla dichiarazione di Slesia del 2018, si riconosce che la centralità del lavoro, in ogni possibile ordinamento sociale, rende necessaria una definizione delle misure di giusta transizione tra Governo e parti sociali, per il sostegno al reddito, la riqualificazione professionale mediante una appropriata formazione, la creazione di nuovi spazi occupazionali e la ricollocazione nei nuovi posti di lavoro, nonché la sicurezza della pensione per i lavoratori più anziani.

  7. Programmazione. Assicurare una pianificazione puntuale, trasparente e sostenibile della decarbonizzazione di tutti i settori e di tutte le attività economiche utilizzando a pieno allo stesso tempo le opportunità dell’economia circolare. Per la programmazione della transizione nel nostro paese il Piano nazionale Energia e Clima, insoddisfacente nella bozza del gennaio 2019, deve accogliere le indicazioni dello SR 15 anche al di là dei target europei mirando alla totale decarbonizzazione non oltre il 2050.

  8. Investimenti. La transizione richiede adeguati investimenti pubblici e privati per la decarbonizzazione, l’innovazione tecnologica, le infrastrutture per le energie rinnovabili, l’efficienza energetica e la realizzazione delle smart grid elettriche, la rigenerazione urbana, la mobilità sostenibile, la prevenzione e messa in sicurezza del territorio e i piani di adattamento al cambiamento climatico. Altri investimenti sono fin d’ora necessari per la conversione dei posti di lavoro associati con l’economia fossile e la creazione di nuovi posti di lavoro senza remissione di qualità. 

  9. Formazione, ricerca e sviluppo. Gli investimenti pubblici per il sostegno alla formazione, alla ricerca, all’innovazione tecnologica e all’automazione devono essere orientati prioritariamente alla trasformazione sostenibile di tutti i settori del sistema produttivo e all’adeguamento delle competenze dei lavoratori. Occorre assicurare un’offerta formativa che garantisca ai lavoratori attuali e futuri le competenze, le capacità e la consapevolezza per contribuire ad accelerare la transizione e svolgere attività economiche pienamente sostenibili.

  10. Strumenti finanziari. Sono ineludibili una riforma fiscale ecologica ed un utilizzo degli appalti pubblici, capaci di spostare l’imposizione dal reddito all’uso delle risorse, e di orientare il mercato e gli investimenti privati verso produzioni e consumi sostenibili. Occorre promuovere in sede Europea e internazionale riforme strutturali delle regole della finanza al fine di orientarne i flussi e il credito in favore della transizione. Eliminare gli incentivi dannosi per l’ambiente, adottando la carbon tax per dare un prezzo certo ed equo alle emissioni serra, sia pure con la necessaria gradualità e con la dovuta partecipazione. In particolate i cospicui finanziamenti, come i proventi delle aste del sistema EU ETS, dovranno essere destinati alla transizione compreso il fondo di accompagnamento per i lavoratori dei settori in trasformazione.

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31 maggio 2019: La lezione di Francesco per la giustizia climatica

In occasione del Convegno di cui al punto precedente, "Priorità per una transizione ambiziosa, giusta e sostenibile" che mette al centro le implicazioni sociali della lotta al cambiamento climatico e della transizione energetica che comporta innovazione e nuovi investimenti, quindi cambiamenti che possono avere un peso sociale,  è più che mai di attualità la lezione di Francesco sulla giustizia climatica dell'Enciclica Laudato sì del 2015.

I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituisco­no una delle principali sfide attuali per l’umanità. Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento, e i loro mezzi di sostentamento dipendono fortemente dalle riserve naturali e dai cosiddetti servizi dell’ecosistema, come l’agricoltura, la pesca e le risorse forestali. Non hanno altre disponibilità economiche e altre risorse che permettano loro di adattarsi agli impatti climatici o di far fronte a situazioni catastrofiche, e hanno poco accesso a servizi sociali e di tutela.

I cambiamenti climatici danno origine a migrazioni di animali e vegetali che non sempre possono adattarsi, e questo a sua volta intacca le risorse pro­duttive dei più poveri, i quali pure si vedono obbligati a migrare con grande incertezza sul futuro della loro vita e dei loro figli. È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa.

Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera. Per esempio, l’esaurimento delle riserve ittiche penalizza specialmente coloro che vivono della pesca artigianale e non hanno come sostituirla, l’inquinamento dell’acqua colpisce in particolare i più poveri che non hanno la possibilità di comprare acqua imbottigliata e l’innalzamento del livello del mare colpisce principalmente le popolazioni costiere impoverite che non hanno dove trasferirsi. L’impatto degli squilibri attuali si manifesta an­che nella morte prematura di molti poveri e nei conflitti generati dalla mancanza di risorse

Spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più li si considera un mero danno collaterale.

Ciò si deve in parte al fatto che opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Ciò a volte convive con un discorso “verde”. Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente.

Si pretende di legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzio­ne che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo. Inoltre, sappiamo che si spreca approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono, e "il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero".

L’iniquità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali. C’è infatti un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con con­seguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi. Le esportazioni di alcune materie prime per soddisfare i mercati nel Nord industrializzato hanno prodotto dan­ni locali, come l’inquinamento da mercurio nelle miniere d’oro o da diossido di zolfo in quelle di rame.

In modo particolare c’è da calcolare l’uso dello spazio ambientale di tutto il pianeta per depositare rifiuti gassosi che sono andati accumulandosi durante due secoli e hanno generato una situazione che ora colpisce tutti i Paesi del mondo. Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura unito alla siccità ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni. A questo si uniscono i danni causati dall’esportazione verso i Paesi in via di sviluppo di rifiuti solidi e liquidi tossici e dall’at­tività inquinante di imprese che fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale: spesso le imprese che operano così sono multinazionali, che fanno qui quello che non è loro permesso nei Paesi sviluppati o del cosiddetto primo mondo. Generalmente, quando ces­sano le loro attività e si ritirano, lasciano grandi danni umani e ambientali, come la disoccupazione, villaggi senza vita, esaurimento di alcune riserve naturali, deforestazione, impoverimento dell’agricoltura e dell’allevamento locale, crateri, colline devastate, fiumi inquinati e qualche opera sociale che non si può più sostenere.

Il debito estero dei Paesi poveri si è trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico. In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le riserve più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei Paesi più ricchi a prezzo del loro presente e del loro futuro. La terra dei poveri del Sud è ricca e poco in­quinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commer­ciali e di proprietà strutturalmente perverso. È necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile. Le regioni e i Paesi più poveri han­no meno possibilità di adottare nuovi modelli di riduzione dell’impatto ambientale, perché non hanno la preparazione per sviluppare i processi necessari e non possono coprirne i costi. Perciò, bisogna conservare chiara la coscienza che nel cambiamento climatico ci sono responsabilità diversificate ed è opportuno puntare specialmente sulle necessità dei poveri, deboli e vulnerabili, in un dibattito spesso dominato dagli interessi più potenti.

Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’in­differenza.

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20 febbraio 2019: Da ISPRA una stima delle emissioni italiane nel 2018

Nei dati Ispra del IV trimestrale si può trovare la stima delle emissioni italiane di gas serra nel 2018. Si conferma  disaccoppiamento tra crescita, con il PIL allo +0,8%, e le emissioni che vedrebbero un decremento pari allo 0,4%. Il decremento delle emissioni è dovuto principalmente alla riduzione dei consumi di gas registrata nel settore termoelettrico, -7.2%, e a quella del carbone nel settore siderurgico, -8.6%, mentre risulta stabile il consumo di gas naturale nell’industria e sempre in crescita i consumi di gasolio nei trasporti. Come emissioni il settore industriale rimane stabile, mentre la gestione dei rifiuti  è in riduzione per il 3,8%). Manca il trend tendenziale delle emissioni dall’agricoltura per difetto della metodologia di stima nel settore.

15 gennaio 2019: I conti del clima del 2018

C'è una storia dei cambiamenti climatici con cui dobbiamo fare i conti che lascia poco spazio agli scettici. La racconta ormai da anni Ed Hawkins dell'Università inglese di Reading con la spirale delle temperature che egli stesso tiene aggiornata con i dati del MetOffice britannico. Si veda quanto siamo ormai vicini alla soglia dell'anomalia di 1,5 °C. C'è poi il sequel del 2018 che aggiunge altri record:  è stato l'anno più caldo mai registrato per il contenuto termico degli oceani, aumentato notevolmente tra il 2017 e2018. è il quarto anno più caldo mai registrato per la temperatura superficiale ed il sesto anno più caldo nella bassa troposfera, la parte inferiore dell'atmosfera. Le concentrazioni di gas serra hanno raggiunto livelli record per CO2, metano e protossido di azoto. Il ghiaccio marino è ormai ben al di sotto della media a lungo termine su entrambi i poli per la maggior parte dell'anno. Il livello del mare artico estivo è stato il sesto più basso da quando sono iniziate le registrazioni alla fine degli anni '70.

Dai dati USA - Cina il contenuto termico degli oceani (OHC) è arrivato nel 2018 a 370 zettajoule (1018 joule) dal 1955, con un aumento di circa 9 zettajoule nell'ultimo anno, pari a18 volte il consumo mondiale totale di energia nel 2018. I gas serra emessi dall'uomo intrappolano il calore in eccesso nell'atmosfera, riscaldando la superficie della Terra. La stragrande maggioranza, circa il 93%  dell'energia, entra negli oceani secondo la NOAA americana, un istituto che trovereste chiuso per effetto del blocco dei finanziamenti statali imposto da Trump.  Circa due terzi di questo accumulo avviene nei primi 700 metri. Per una serie di ragioni l'OHC rappresenta una misura molto migliore del cambiamento climatico rispetto alla temperatura globale superficiali medie proprio perché riscontra la maggior parte del calore in eccesso, è molto meno variabile su base annuale rispetto alle temperature superficiali e molto più facilmente misurabile. 

La temperatura superficiale globale, quella il cui target è stato fissato a Parigi,  si ottiene invece combinando la temperatura media oceanica con quella terrestre. Nel 2018 è stata la quarta più calda mai registrata dal 1850, quando le temperature globali possono essere calcolate con ragionevole accuratezza. La temperatura nel 2018 era tra 0.9 °C e 1.1 °C superiore rispetto alla fine del 19° secolo (tra il 1880 e il 1900). La variabilità a breve termine delle registrazioni delle temperature è dovuta principalmente all'influenza degli eventi noti come El Niño e La Niña, che hanno un impatto a breve termine sul riscaldamento o sul raffreddamento. Altri cali sono associati a grandi eruzioni vulcaniche. Il riscaldamento a lungo termine del clima è dovuto all'aumento della CO2 atmosferica e di altri gas a effetto serra emessi dall'attività umana. Le temperature per il 2018 subiscono gli effetti di raffreddamento dell'evento di La Niña all'inizio del 2018, altrimenti il 2018 sarebbe stato il terzo anno più caldo in quella classifica. Per tener conto delle fluttuazioni è utile sovrapporre il dato sperimentale della temperatura superficiale con le previsioni dei modelli climatici. La figura seguente mostra la gamma di previsioni dei singoli modelli presenti nel quinto Rapporto di valutazione IPCC tra il 1970 e il 2020 con ombreggiatura grigia e proiezione media su tutti i modelli mostrati in nero. I dati di temperatura misurati dai vari istituti sono rappresentati con linee colorate.

Le concentrazioni di gas serra hanno continuato a crescere linearmente ed hanno raggiunto un nuovo massimo nel 2018, trainate dalle emissioni umane da combustibili fossili, dall'uso del suolo e dall'agricoltura. La CO2 è di gran lunga il principale GHG che rappresentando circa il 50% dell'incremento del forzante radiativo dal 1750. raggiunge a luglio 2018 la concentrazione di 405 ppm. Il metano conta per il 29% e arriva a 1860,2 ppb a settembre 2018. Il protossido di azoto rappresenta circa il 5% ed arriva a 330,7 ppb a luglio. Il restante 16% proviene da altri fattori tra cui il monossido di carbonio, il nero di carbonio e gli alocarburi, come i CFC.

Il ghiaccio marino è rimasto per gran parte dei primi mesi del 2018 ai minimi storici nell'Artico e piuttosto basso nell'Antartico. Ha recuperato un po' in entrambi i poli entro la metà dell'anno, ma alla fine dell'anno era tornato ai minimi storici nell'Antartico ed è attualmente il terzo minimo mai registrato nell'Artico che ha registrato il sesto minimo estivo da quando sono iniziate le registrazioni alla fine degli anni '70.

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8 Ottobre 2018: Il Rapporto speciale dell'IPCC sul riscaldamento della terra a 1,5 °C

Atteso, arriva puntualmente oggi il Rapporto speciale SR15 dell'IPCC, come dagli impegni presi dal pool di scienziati a Parigi, alla COP 21 del 2015.

Il piano editoriale del Rapporto SR15 è impostato su cinque capitoli per un totale di 225 pagine ed è preceduto dal Sommario per i decisori politici, votato in plenaria dall'IPCC riga per riga dopo una settimana di dure trattative ad Incheon nella Corea del Sud, complicate dall'atteggiamento negazionista della delegazione statunitense post-Obama. Il Rapporto dovrà essere modificato per tener conto dei cambiamenti introdotti per far approvare il Sommario. C'è un documento che li contiene, fatto sta che il testo dello SR15 che qui presentiamo non è ancora definitivo. La lista degli autori, inclusi i revisori, è composta da 91 scienziati ed esperti di politica provenienti da 44 nazionalità. I capitoli sono i seguenti:

Capitolo 1: Inquadramento e contesto (15 pagine)
Capitolo 2: Percorsi di mitigazione compatibili con 1,5 ° C nel contesto dello  sviluppo  sostenibile e dell'Agenda 2030 (40 pagine)
Capitolo 3: Impatti del riscaldamento globale di 1,5 ° C su sistemi naturali e umani (60 pagine)
Capitolo 4: Rafforzamento e attuazione della risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico (50 pagine)
Capitolo 5: Sviluppo sostenibile, eliminazione della povertà e riduzione delle disuguaglianze (20 pagine)
Box - Casi di studio integrati / temi regionali e trasversali (fino a 20 pagine)
Domande frequenti (FAQ - 10 pagine)

figura SPM_1

Va innanzitutto segnalata l'eliminazione della premessa contenuta nella prima bozza del documento come High level statement (> vedi) che sarebbe stata ottima per chiarezza per illustrare i risultati del Rapporto.  È un chiaro segno delle difficoltà che ci sono state per ottenere l'unanimità dei governi su quali elementi evidenziare nella presentazione del documento. La fattibilità e le linee guida dell'azione per mantenere l'aumento della temperatura a 1,5 ° C e l'importanza di renderla coerente con l'Agenda 2030  sono state tagliate dalla prima sezione del documento. Sono considerate in dettaglio altrove, ma questa censura dimostra la mancanza di consenso sulle conclusioni generali.

I contenuti del Rapporto SR15  nella sua edizione definitiva si possono così rappresentare:

Per capire di cosa si tratta parlando di 1,5 °C: Il mondo si è riscaldato di 1 °C sin dai tempi pre-industriali (1850 -1900 secondo IPCC) a causa dell'attività umana.

“Estimated anthropogenic global warming matches the level of observed warming to within ±20%”

In base alle tendenze attuali, è probabile che supereremo il limite di 1,5 ° C tra il 2030 e il 2052. Il pianeta si sta riscaldando in modo tutt'altro che uniforme", la terraferma più velocemente degli oceani e l'Artico si sta riscaldando a 2-3 volte il tasso medio globale. Il trend del riscaldamento antropogenico è di 0,2 °C per decade (linea rossa nella fig. SPM_1).

“Warming greater than the global annual average is being experienced in many land regions and seasons, including two to three times higher in the Arctic. Warming is generally higher over land than over the ocean"

C'è un lasso di tempo tra le emissioni di gas serra e il loro effetto sul clima. Ciò significa che il mondo si sta riscaldando ulteriormente e che il livello del mare sta crescendo. Il Rapporto però ritiene  improbabile che le emissioni passate siano sufficienti a far salire le temperature oltre la soglia del 1,5 ° C.

The anthropogenic emissions ... will continue to cause further long-term changes in the climate system, such as sea level rise, with associated impacts”

Per stabilizzare le temperature, le emissioni devono raggiungere lo zero e rimanerci (Fig. SPM_1). Ciò significa ridurre le emissioni il più possibile e sottrarre l'anidride carbonica dall'aria per eliminare le emissioni residue. L'entità del riscaldamento è in definitiva determinata dal tempo che impiegheremo per raggiungere le zero emissioni.  Il riscaldamento globale sta già impattando le persone e gli ecosistemi. I rischi tra 1,5 °C e 2 °C sono proporzionalmente crescenti.

“Temperature rise to date has already resulted in profound alterations to human and natural systems, bringing increases in some types of extreme weather, droughts, floods, sea level rise and biodiversity loss, and causing unprecedented risks to vulnerable persons and populations"

Gli impatti e i rischi del cambiamento climatico. Ci saranno ondate di caldo, siccità e inondazioni più pesanti a 2 °C rispetto a 1,5 °C. La bozza le definiva "differenze sostanziali negli estremi". Questa formulazione è stata sostituita da "robuste differenze nelle caratteristiche climatiche regionali", dando ragione agli Stati Uniti che sostenevano che sostanziale era un concetto troppo soggettivo. Si prevede che i livelli del mare aumenteranno  in questo secolo di 10 cm in più sotto i 2 °C di riscaldamento rispetto agli 1,5 °C. Ciò espone 10 milioni di persone in più ad impatti come le inondazioni costiere, l'acqua salata che si riversa nei loro campi e le forniture di acqua potabile. Il riscaldamento più lento fa loro guadagnare tempo per potersi adattare. Nel corso di secoli e millenni i livelli del mare continueranno a salire dopo che le temperature si saranno stabilizzate. Il disfacimento delle calotte glaciali in Groenlandia e in Antartide potrebbe portare a innalzamenti di diversi metri.

Uno dei risultati quantitativi più eclatanti riguarda la perdita di biodiversità. SR15 prevede la proporzione di specie che perderanno metà della loro estensione geografica. Su 105.000 specie studiate, il tasso raddoppia tra il riscaldamento di 1,5 °C e quello del 2 °C, al 16% per le piante, all'8% per i vertebrati e al triplo, il 18% per gli insetti.

Circa 1,5-2,5 milioni di chilometri quadrati di permafrost in più scongeleranno in questo secolo con un riscaldamento 2 °C rispetto a 1,5 °C. Una superficie equivalente all'area geografica dell'Iran, del Messico o dell'Algeria. In un circolo vizioso, lo scongelamento del permafrost rilascia metano, uno dei gas serra. La probabilità di un'estate artica senza ghiaccio in mare aumenta di dieci volte, da una volta al secolo a 1,5 °C a una volta ogni dieci anni a 2 °C. Gli ecosistemi marini saranno colpiti dall'acidificazione e dal riscaldamento degli oceani. I 2 °C eliminano virtualmente le barriere coralline, rispetto a un calo del 70-90% per gli 1,5 °C. Le comunità agricole e di pesca saranno colpite più duramente da questi effetti, in particolare nell'Artico, nelle zone aride, nelle isole e nei paesi più poveri. Limitare il riscaldamento globale a 1.5 °C riduce l'importo dei rischi associati alla povertà e ai cambiamenti climatici per un valore che arriva a diverse centinaia di milioni di dollari entro il 2050.

Quel mezzo grado di riscaldamento in più è molto negativo per la salute. Espande la gamma di zanzare che trasportano malattie come la malaria e la dengue e il caldo rende l'intera gamma di condizioni più letali. La quantità e la qualità delle colture di base soffrono maggiormente un riscaldamento di 2 °C rispetto agli 1,5 °C, così come il bestiame, peggiorando la disponibilità di cibo in molte parti del mondo.

“Overall, food security is expected to be reduced at 2 °C warming compared to 1.5 °C warming, due to projected impacts of climate change and extreme weather on crop nutrient content and yields, livestock, fisheries and aquaculture, and land use (cover type and management)”

Si prevede che la crescita economica subirà gli effetti del riscaldamento globale, a parità di tutte le altre condizioni. SR15 non tenta di bilanciare questi danni valutando con i costi e i benefici del taglio delle emissioni e dell'investimento nella resilienza agli impatti dei cambiamenti climatici.

Esistono molti strumenti per proteggersi dagli impatti del riscaldamento globale, come le dighe sulle coste marine  o le colture resistenti alla siccità. Ma questi adattamenti hanno dei limiti e alcune popolazioni vulnerabili subiscono perdite. L'Accordo di Parigi ha dato riconoscimento al capitolo "perdite e danni", ma il sistema delle Nazioni Unite non ha ancora dato un sostegno concreto alle vittime.

I percorsi verso gli 1.5 °C (Figura SPM_1). Vengono prefigurati due tipi di percorso, il secondo dei quali caratterizzato da un overshoot che si riduce a zero a fine secolo. Solo 9 dei 91 scenari referenziati in SR15 si mantengono sempre sotto gli 1,5°C. Per mantenersi sotto gli 1,5 °C, le emissioni di CO2 dovrebbero diminuire di circa il 45% tra il 2010 e il 2030 e raggiungere lo zero netto nel 2050. Questo percorso è significativamente più arduo di quello necessario per 2 °C che comporta una riduzione di circa il 20% entro il 2030 e zero netto solo entro il 2075.

“The first involves global temperature stabilising at or below before 1.5 °C above pre-industrial levels. The second pathway sees warming exceed 1.5 °C around mid-century, remain above 1.5 °C for a maximum duration of a few decades, and return to below 1.5C before 2100. The latter is often referred to as an ‘overshoot’ pathway”

Il grafico sottostante (Figura SPM_3a) mostra quanto siano rapide le discese delle emissioni di CO2 (a sinistra) e di non CO2 (a destra)  per conseguire gli 1,5 °C. Le linee e le ombreggiature blu mostrano esempi di percorsi che soddisfano il limite di 1,5 ° C con poco (< 0,2 °C) o nessun superamento, mentre il grigio mostra quelli in cui le temperature hanno un overshoot alto temporaneo prima di tornare indietro di nuovo. L'obbligo di raggiungere lo zero netto entro il 2050 è lo stesso per i percorsi futuri con e senza overshoot. Il metano e il black carbon, i gas serra più potenti, dovranno essere ridotti di almeno il 35% entro il 2050, rispetto al 2010. Tuttavia, i tagli delle emissioni non di CO2 devono essere effettuati con attenzione. Il maggior utilizzo di bioenergia per sostituire i combustibili fossili, potrebbe spingere verso l'alto l'inquinamento da ossido di azoto dall'agricoltura che riscalda il clima.

Figura SPM_3a

Nel complesso il Rapporto SR15 prefigura una transizione senza precedenti verso una green economy.

“These systems transitions are unprecedented in terms of scale, but not necessarily in terms of speed, and imply deep emissions reductions in all sectors, a wide portfolio of mitigation options and a significant upscaling of investments in those options.”

I dettagli di questa transizione sono illustrati nel capitolo due di 113 pagine del Rapporto e in un allegato tecnico di 99 pagine, basato sulla ricerca che utilizza modelli di valutazione integrati (IAM, > vedi più avanti). Questi modelli combinano diversi filoni di conoscenza per esplorare in che modo lo sviluppo umano e le scelte sociali interagiscono e influenzano l'ecosistema globale. Ci sono molti modi diversi per rispettare il limite dell'1,5 °C sotto un'ampia gamma di ipotesi sul futuro sviluppo umano ed economico. Questi percorsi riflettono diversi futuri in termini di politiche globali e preferenze sociali, implicando compromessi e co-benefici diversi per lo sviluppo sostenibile e altre priorità. Tuttavia, tutti i percorsi 1,5 °C condividono alcune caratteristiche, tra cui le emissioni di CO2 che scendono a zero netto e il consumo di carbone residuo che è in gran parte eliminato gradualmente entro la metà del secolo. Includono anche le energie rinnovabili che soddisfano la maggior parte delle future forniture di energia elettrica, con un uso dell'energia resa più efficiente.

Gli investimenti negli usi industriali del  carbone non diminuiti sono fermati entro il 2030 nella maggior parte dei percorsi 1,5 °C, dice il secondo capitolo. Alcuni investimenti fossili realizzati nei prossimi anni, o quelli realizzati negli ultimi anni trascorsi, avranno probabilmente bisogno di essere ritirati prima di recuperare completamente i loro investimenti di capitale o prima della fine della loro vita operativa.

Questi cambiamenti sono ancora più marcati per il settore elettrico, che va decarbonizzato intorno alla metà del secolo. Ciò significa che entro il 2050 l'utilizzo del carbone nel settore energetico si ridurrà vicino allo 0% e le fonti rinnovabili forniranno il 70-85% del mix energetico. Non includendo la bioenergia, il dispiegamento di energie rinnovabili nei percorsi 1.5C aumenta tra le sei e le 14 volte entro il 2050, rispetto al 2010. L'uso di energia nucleare aumenta nella maggior parte dei percorsi 1.5 °C, ma non in tutti. Tutti i  percorsi di 1,5 ° C includono tutti profondi tagli in altri gas a effetto serra, come una riduzione del 35% delle emissioni di metano al di sotto dei livelli del 2010 entro il 2050.

La transizione energetica è accelerata di diversi decenni nei percorsi di 1,5 °C rispetto ai percorsi dei 2 °C. Oltre a passare all'elettricità a zero emissioni di carbonio, le riduzioni supplementari nei percorsi da 1,5 °C a quelle da 2 °C provengono principalmente dai trasporti e dall'industria,  con le emissioni dell'industria che scendono del 75-90% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2050.  Inoltre, la domanda di energia deve essere ridotta in misura maggiore mediante gli sforzi per migliorare l'efficienza degli usi finali.

Vale la pena notare che gli IAM hanno una ben nota propensione verso le soluzioni tecnologiche, come la commutazione della fonte di approvvigionamento energetico o l'aggiunta della cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). Gli scienziati IPCC hanno iniziato a esplorare altri modi per limitare il riscaldamento a 1,5 °C, ad esempio cambiando radicalmente il modo in cui viene utilizzata l'energia. Infine, vale la pena aggiungere che i modelli IAM sono in grado di esplorare ciò che è tecnicamente fattibile, ma non ciò che è socialmente, ambientalmente, politicamente o istituzionalmente fattibile.
Quanta anidride carbonica può essere emessa prima di superare la soglia di 1,5 °C? Il modo in cui vengono calcolati questi carbon budget è cambiato rispetto all'ultima grande valutazione dell'IPCC nel 2014, aumentando le stime di circa 300 Gt. Ma il margine rimane stretto. Le stime del carbon budget variano a seconda della misura del riscaldamento che si utilizza. Se si  usa la temperatura media della terra è di 420 Gt di CO2 per dare una probabilità del 66% di rimanere al di sotto di 1,5 °C. Se si calcolano le temperature della superficie del mare, che aumentano più lentamente, il carbon budget è di 570 Gt. In entrambi i casi stiamo esaurendo il budget a un ritmo di 42 Gt all'anno. Ci sono anche "sostanziali" incertezze su quanto sia sensibile il clima alle emissioni di gas serra e al livello delle emissioni storiche, che influenzano le dimensioni del carbon budget. Ulteriori emissioni di carbonio rilasciate durante lo scioglimento del permafrost e il metano emesso dalle zone umide potrebbero ridurre il budget fino a 100 Gt nel corso del secolo e continuare anche oltre.

Forse la più dibattuta tra le questioni è stata in questi anni quella delle tecnologie carbon negative (NET o CDR). Il rapporto SR15 riconosce che limitare il riscaldamento a 1,5 °C richiederà l'uso delle NET che rimuovono la CO2 dall'atmosfera. Per limitare l'innalzamento della temperatura globale a 1,5 °C senza overshoot, sarà necessario un certo utilizzo delle NET:

“All pathways that limit global warming to 1.5C with limited or no overshoot project the use of CDR on the order of 100-1000 GtCO2 [billion tonnes] over the 21st century”

Vale la pena notare che l'SPM sembra sottovalutare il grado in cui potrebbero essere necessarie le NET per limitare il riscaldamento a 1,5 °C rispetto al rapporto SR15 completo. Il SPM afferma che la mitigazione convenzionale non è sufficiente e che c'è un ulteriore bisogno di NET ma  dipinge un'immagine troppo rosea su questo. L'SPM parla di rimozione 100-1000 GtCO2 entro il 2100. Ma il rapporto completo mostra un valore  medio molto più vicino all'estremità superiore dell'intervallo.

Anche con sforzi di mitigazione rapidi, è probabile che le NET saranno tenuti a compensare le emissioni di settori che non possono facilmente ridurre le loro emissioni a zero. Questi settori includono la produzione di riso e carne, che producono metano e il trasporto aereo. Il grado in cui saranno necessarie le NET è importante perché ognuna di esse incontra "barriere economiche e istituzionali" e può essere causa di possibili impatti su persone e animali selvatici.  Molte tecnologie NET richiederebbero di cambiare drasticamente il modo in cui utilizza la terra. Ciò include bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS) e afforestazione. La BECCS coinvolge coltivazioni, bruciandole per produrre energia, catturando la CO2 rilasciata durante il processo e conservandola in un sito sotterraneo. Non ci sono nemmeno, finore, esperienze significative di BECCS che ne possano assicurare l'efficacia e la sostenibilità. L'afforestazione comporta inoltre la trasformazione di terre sterili in foreste:

“Afforestation and bioenergy may compete with other land uses and may have significant impacts on agricultural and food systems, biodiversity and other ecosystem functions and services”

Alla geoingegneria viene dedicata poca attenzione. La cosiddetta modificazione della radiazione solare - il pompaggio di particelle nell'aria per riflettere la luce solare - potrebbe essere "teoricamente efficace" nel raggiungere l'obiettivo degli 1,5 °C. Ma è escluso dagli scenari SR15 del modello a causa di "grandi incertezze", "il gap di conoscenza", "rischi sostanziali" e "vincoli istituzionali e sociali". La eccessiva attenzione dedicata dai media e dal mondo industriale alla geoingegneria finirà, si teme, per creare un alibi ai decisori politici per ritardare ulteriormente l'inizio delle azioni necessarie.

Una domanda comune sul limiti dell'obiettivo degli 1,5 °C è se ne vale la pena dal punto di vista economico. In altre parole, i benefici dei danni climatici evitati dovuti alle inondazioni, ad esempio, superano i costi cumulativi di riduzione delle emissioni? Sfortunatamente, SR15 non considera esplicitamente il costo totale dei percorsi per gli 1,5 °C, perché la letteratura scientifica sull'argomento è limitata. Invece, il rapporto SR15 esamina i costi di abbattimento marginali globali di questo secolo, i costi per tonnellata delle emissioni evitate. Questi costi sono talvolta calcolati come prezzo del carbonio utilizzato dai modello IAM che utilizzano spesso un prezzo del carbonio come proxy per tutte le politiche climatiche. Il prezzo del carbonio può essere imposto direttamente dal mercato come costo marginale effettivo di abbattimento o implicitamente da politiche di regolamentazione.

In generale, l'SPM afferma che i costi di abbattimento marginali sono circa tre o quattro volte più alti nei percorsi degli1,5 ° C, rispetto ai 2 °C. Stabilisce inoltre le esigenze di investimento previste per i percorsi di 1,5 °C:  per il periodo dal 2015 al 2050 i costi dei percorsi che limitano il riscaldamento a 1,5 °C sono stimati in circa 900 miliardi di dollari. Si deve tener conto che gli investimenti annuali in tecnologie energetiche a basse emissioni di carbonio e nell'efficienza energetica devono aumentare di circa 5 volte nel 2050 rispetto al 2015. Il SPM aggiunge che le "lacune di conoscenza" rendono difficile confrontare questi costi di mitigazione con i benefici del riscaldamento evitato. Ad esempio, i costi dell'adattamento a 1,5 °C potrebbero essere inferiori a quelli dei 2 °C,  anche se sono "difficili da quantificare e confrontare".

In particolare, tuttavia, mentre i percorsi IAM stabiliscono i costi per limitare il riscaldamento a 1,5 °C, in genere non ne considerano i vantaggi. Questi potenziali danni climatici evitati, limitando il riscaldamento a 1,5 °C, sono molto incerti:

“Balancing of the costs and benefits of mitigation is challenging because estimating the value of climate change damages depends on multiple parameters whose appropriate values have been debated for decades (for example, the appropriate value of the discount rate) or that are very difficult to quantify (for example,the value of non-market impacts; the economic effects of losses in ecosystem services; and the potential for adaptation, which is dependent on the rate and timing of climate change and on the socioeconomic content)”

L'altro grande capitolo della via agli 1,5 °C è quello dell'adattamento. Il rapporto rileva che, in generale, la necessità di adattamento ai cambiamenti climatici sarà inferiore a 1,5 °C rispetto a 2 °C. Tuttavia, avverte che, anche se il riscaldamento globale è limitato a 1,5 °C, non sarà possibile prepararsi a tutti gli impatti dei cambiamenti climatici. Il rapporto descrive l'adattamento umano ai cambiamenti climatici come "il processo di adeguamento al clima attuale o previsto e ai suoi effetti, al fine di moderare il danno o sfruttare opportunità vantaggiose". La prima opzione di una lista di otto, la gestione del rischio di catastrofi, è definita dagli autori come "un processo per progettare, implementare e valutare strategie, politiche e misure per migliorare la comprensione del rischio di catastrofi e promuovere il miglioramento nella preparazione, risposta e recupero di emergenza".

Mentre le temperature continuano a salire, è probabile che ci sia una richiesta crescente di integrazione tra mitigazione e adattamento, "per ridurre la vulnerabilità, anche se capacità istituzionali, tecniche e finanziarie nelle agenzie in prima linea costituiscono dei vincoli". Un'altra opzione di adattamento è la migrazione climatica. Il rapporto rileva che, al momento, vi è "poco accordo sul fatto che la migrazione sia adattabile, in relazione al rapporto costo-efficacia":

Migrating can have mixed outcomes on reducing socio-economic vulnerability and its feasibility is constrained by low political and legal acceptability, and inadequate institutional capacity”

Diversamente dal testo del Rapporto SR15, la migrazione non è elencata come opzione di adattamento nell'SPM. L'ultima opzione di adattamento, si riferisce alla possibile diffusione di informazioni climatiche pertinenti tramite previsioni giornaliere e avvisi meteorologici, oltre a previsioni stagionali e persino proiezioni multi-decadali. Questi tipi di servizi sono già utilizzati in settori come l'agricoltura, la salute e la gestione delle catastrofi. Per ridurre i rischi per gli ecosistemi naturali si può procedere con il ripristino degli spazi naturali degradati, il rafforzamento delle azioni per fermare la deforestazione e il perseguimento di un'agricoltura e un'acquacoltura sostenibili. Anhe i costi totali associati all'adattamento al riscaldamento globale di 1,5 °C sono difficili da quantificare e confrontare con i 2 °C per effetto delle lacune nella letteratura scientifica. Il SPM rileva che l'adattamento è stato, in genere, finanziato da fonti del settore pubblico, come i governi nazionali, i canali associati all'ONU e attraverso fondi multilaterali sul clima.

L'Accordo di Parigi e lo sviluppo sostenibile. Gli obiettivi climatici si collocano nell'SDG 13 dell'Agenda 2030, il cui obiettivi e target furono lasciati generici quando l'Agenda 2030 fu votata nel 2015, prima dell'Accordo di Parigi. Ma questo non risolve tutti i problemi: tra lotta ai cambiamenti climatici e obbiettivi di sviluppo sostenibile ci possono essere contraddizioni.

Il capitolo finale del rapporto (il quinto) è dedicato all'esame di come i cambiamenti climatici potrebbero avere un impatto sullo sviluppo sostenibile, la povertà e la disuguaglianza. Il SPM rileva che, in tutto il mondo, le comunità più povere, svantaggiate e vulnerabili, alcune popolazioni indigene e comunità locali dipendenti da mezzi di sussistenza agricoli o costieri, rischiano di essere influenzate in modo sproporzionato dal riscaldamento globale.

Una gran parte dei poveri del mondo fa affidamento sull'agricoltura di sussistenza e quindi sarà direttamente influenzata dall'impatto dei cambiamenti climatici su temperatura, precipitazioni e siccità. Una affermazione chiave del rapporto è che questi sforzi per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C possono effettivamente andare di pari passo con molti altri intesi a risolvere i problemi di disuguaglianza e di eliminazione della povertà. In effetti, limitare la temperatura a 1,5 °C anziché a 2 °C potrebbe risparmiare la povertà, entro il 2050, a diverse centinaia di milioni di persone.

La limitazione del riscaldamento globale potrebbe anche aiutare il mondo a raggiungere molti degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (gli SDG), afferma il rapporto. I 17 SDG sono una serie di obiettivi, concordati nel 2015, che mirano a "porre fine alla povertà, proteggere il pianeta e assicurare a tutti i popoli pace e prosperità" entro il 2030, secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite. Già segnalate da molti autori, alcune contraddizioni potrebbero sorgere tra le azioni per limitare il riscaldamento a 1,5 °C e gli SDG. Le opzioni di mitigazione coerenti con i percorsi 1.5 °C determinano molteplici sinergie e qualche contraddizione con gli SDG. Gli effetti netti dipenderanno dalla velocità e dall'entità dei cambiamenti, dalla composizione del portafoglio di mitigazione e dalla gestione della transizione. L'adattamento agli effetti del cambiamento climatico e la riduzione delle vulnerabilità climatica può promuovere lo sviluppo sostenibile. Può garantire la sicurezza di cibo e acqua, ridurre i rischi di disastri, migliorare la salute e ridurre la povertà e la disuguaglianza. Le misure di adattamento che riducono anche le emissioni, come gli edifici a basse emissioni di carbonio efficientemente raffreddati, possono aiutare i settori a diventare più green a un costo inferiore.

La mitigazione si adatta particolarmente bene agli obiettivi di sviluppo per la salute, l'energia pulita, le città e le comunità e il consumo e la produzione responsabili. Ma se non correttamente gestiti, potrebbero danneggiare gli obiettivi di povertà, fame, acqua e accesso all'energia. Indirizzare i finanziamenti verso infrastrutture che riducano le emissioni e si adattino ai cambiamenti climatici può contribuire a raggiungere l'obiettivo degli 1,5 °C in modo da sostenere lo sviluppo sostenibile e ridurre la povertà. Si intendono compresi fondi privati ​​da investitori istituzionali, gestori patrimoniali e banche di sviluppo o di investimento, nonché fondi pubblici. I governi possono aiutare con politiche che riducono il rischio di investimento per i progetti a bassa emissione e per l'adattamento.

Nel SPM viene pubblicato il grafico seguente che riassume gli effetti positivi (sinergie) e negativi (contraddizioni) delle opzioni di mitigazione per raggiungere gli 1,5 °C su ciascuno degli SDG. Sul grafico, la lunghezza totale delle barre rappresenta la dimensione dell'effetto positivo o negativo, mentre l'ombreggiatura mostra il livello di sicurezza (da chiaro a scuro: da basso a molto alto). Le tecniche di mitigazione sono suddivise in tre settori: approvvigionamento energetico, domanda di energia e terra. Le opzioni valutate nel settore dell'approvvigionamento energetico includono biomassa e fonti rinnovabili, nucleare, CCS con i combustibili fossili e BECCS. Il settore della domanda energetica comprende opzioni per migliorare l'efficienza energetica nei settori dei trasporti e dell'edilizia. Il settore fondiario comprende l'afforestazione e la riduzione della deforestazione, l'agricoltura sostenibile, le diete a basso contenuto di carne, una riduzione degli sprechi alimentari e la gestione del carbonio nel suolo.

Il grafico a barre mostra come le opzioni di mitigazione che riducono la domanda di energia, in gran parte attraverso il passaggio a tecnologie e comportamenti più efficienti dal punto di vista energetico, hanno i maggiori impatti positivi e il minimo impatto negativo sugli SDG. Gli obiettivi che vedono i maggiori impatti positivi includono quelli per città e comunità sostenibili, buona salute e benessere ed energia pulita a prezzi accessibili. Impatti negativi possibili e temibili sono quelli della crescita delle popolazioni svantaggiate che fanno ricorso ai consumi di energia fossile o, al converso, politiche di contenimento dei consumi e delle emissioni che aggravano l'arretratezza e la disponibilità di risorse proprio per coloro che già stanno pagando i prezzi maggiori del cambiamento climatico a causa della loro posizione geografica o dell'arretratezza tecnologica. Del pari grave potrebbe essere l'esclusione dal lavoro di coloro che contribuiscono alla catena del valore dei combustibili fossili, ove non si provveda per tempo alle conversioni tecnologiche ed occupazionali necessarie. Le opzioni legate sia all'approvvigionamento energetico che al settore terrestre potrebbero avere un impatto considerevole sulla disponibilità di acqua dolce e sui servizi igienico-sanitari, così come sulla vita terrestre, come mostra il grafico. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che queste opzioni si basano sulla BECCS e sull'afforestazione, che, se implementati su larga scala, potrebbero assorbire grandi quantità di suolo e altre risorse, come l'acqua e la biodiversità.  Le contraddizioni tra mitigazione e adattamento, limitando il riscaldamento globale a 1,5 °C, come quando le colture bioenergetiche, il rimboschimento o l'afforestazione invadono il terreno necessario per l'adattamento agricolo, possono minare la sicurezza alimentare, i mezzi di sostentamento, le funzioni e i servizi ecosistemici e altri aspetti della sostenibilità. La gestione di queste contraddizioni richiederà una attenta governance delle energie rinnovabili e delle tecnologie come la BECCS. Afferma il rapporto: "I risultati sottolineano l'importanza di un approccio integrato nello sviluppo di acqua, energia e politica climatica".

Le cose da fare. Le più grandi industrie inquinanti dovranno intraprendere cambiamenti radicali. Le energie rinnovabili dovranno fornire dal 70 all'85% di energia entro il 2050. C'è ancora spazio per la generazione da combustibili fossili se combinata con la tecnologia per catturare e immagazzinare le emissioni di CO2, ma è un piccolo spazio: circa l'8% per il gas e quasi zero per il carbone entro il 2050. Le industrie ad alta intensità energetica dovranno ridurre la loro CO2 dal 75 al ​​90% entro il 2050 rispetto al 2010, se si vogliono rispettare gli 1,5 °C. Un limite a 2 °C richiederebbe una riduzione dal 50 all'80%. Questi abbattimenti possono essere ottenuti con tecnologie nuove e già esistenti che sono tecnicamente provate, ma devono ancora essere implementate su larga scala e sono limitate dai costi e da altri vincoli. Anche l'edilizia e i trasporti dovranno spostarsi pesantemente verso l'elettricità. Gli edifici dovrebbero usare energia elettrica dal 55 al ​​75% della loro energia consumata entro la metà del secolo, mentre il settore dei trasporti dovrebbe spingere le sue fonti a basse emissioni dal 35 al 65% dei consumo energetico, da meno del 5% nel 2020.

Ci saranno scelte difficili su come usare il terreno. Molti scenari dipendono in larga misura dalla bioenergia e/o dall'espansione delle foreste, la afforestazione, potenzialmente in conflitto con la domanda di pascoli e seminativi. Una maggior sostenibilità dell'agricoltura e "diete a minor consumo di risorse", cioè mangiare meno carne, può aiutare a mitigare i fattori di pressione.

La riduzione delle emissioni nel settore dell'energia per l'obiettivo degli 1,5 °C richiederà circa 900 miliardi di dollari di investimenti all'anno tra il 2015 e il 2050. L'investimento totale necessario per l'approvvigionamento energetico sale così a livelli tra 1600 a 3800 GUS$ e per la domanda di energia da 700 a 1000 GUS$ in 35 anni. L'investimento necessario è superiore del 12% circa rispetto ai 2 °C. Saranno necessari strumenti per rimuovere la CO2 dall'atmosfera, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio e/o le foreste, per catturare da 100 a 1000 Gt  nel corso del secolo, per stare entro gli 1,5 ° C. Se il consumo di materia viene tenuto sotto controllo (tipicamente con l'economia circolare), si riduce al minimo la necessità di rimozione del carbonio dall'atmosfera. Le misure di rimozione del carbonio potrebbero contribuire a contenere o riportare il riscaldamento a 1,5 °C al di sopra dei livelli preindustriali se il mondo superasse la soglia ma, se utilizzate su larga scala potrebbero avere impatti significativi su terra, energia, acqua e sostanze nutritive. I governi dovranno limitare le contraddizioni (trade offs) e assicurarsi che la CO2 sia rimossa in modo effettivamente permanente.

Gli attuali impegni nazionali sul clima previsti dall'accordo di Parigi sono inadeguati all'obiettivo. Porterebbero a 52-58 Gt di emissioni di CO2 all'anno nel 2030, in linea con un aumento della temperatura di 3 °C. Quasi tutti i percorsi verso gli 1,5 °C richiedono che le emissioni di gas a effetto serra scendano al di sotto delle 35 Gt / anno. Minori saranno le emissioni nel 2030, più facile sarà limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Il ritardo nella riduzione dei gas serra rischia di aumentare il costo delle riduzioni, di legare i paesi ad infrastrutture che emettono carbonio o, al contrario, di sprecare gli investimenti effettuati in attività ad alte emissioni. Potrebbe anche aggravare la distribuzione disomogenea degli impatti climatici tra paesi sviluppati e in via di sviluppo.

Nel complesso, gli autori del Rapporto mettono nel Sommario per gli operatori politici che precede il Rapporto stesso solo argomentazioni di cui sono ragionevolmente sicuri. Alcuni resoconti hanno valutato l'entità del consenso contando le quotazioni riportate nelle parentesi che accompagnano le affermazioni. "Sicurezza molto alta" appare cinque volte, "Alta confidenza" 107 volte, "Media confidenza" 60 volte e "Scarsa confidenza" solo due volte.

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Settembre 2018. Un passo avanti nella stima della sensibilità climatica

In altra parte di questa pagina abbiamo introdotto il concetto di sensibilità climatica: la sensibilità climatica (CR) è il riscaldamento medio superficiale terrestre che possiamo aspettarci quando la concentrazione nell'atmosfera di CO2, o altro gas,   raggiunge il doppio di quello che era in tempi preindustriali. Per la CO2 i livelli preindustriali erano di circa 280 ppm, siamo ora  a circa 400 ppm e, alle attuali velocità di emissione, dovremmo arrivare a  560 ppm subito dopo il 2050. La sensibilità è un parametro determinante nella valutazione del carbon budget connesso agli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Con valori minori di CR il budget può aumentare sensibilmente e le preoccupazioni di conseguenza diminuire.

Nel 1979, un gruppo di ricercatori americani guidato da Jule Charney pubblicò un Rapporto che  stimava il CR tra  3 ± 1,5 °C. Quattro decenni dopo, fino all'ultimo  Rapporto di assessment dell'IPCC,  le stime della sensibilità climatica rimangono pressoché invariate. Gli studi successivi hanno identificato due difetti critici nell'approccio basato semplicemente su un  bilancio energetico, che porta ad una stima del CR intorno ai 2 °C, ma non tiene conto del fatto che la sensibilità della Terra può cambiare nel tempo, per effetto dello scioglimento dei ghiacci e di altri tipi di risposta instabile alle forzanti.

La rivista Earth's Future ha di recente pubblicato uno studio dell'Università di Southampton che tiene conto di questi fattori. Lo studio riferisce di simulazioni di modelli climatici trattando ogni forzante separatamente, inclusi i cambiamenti nei gas serra, l'attività solare, il particolato da eruzioni vulcaniche e la combustione antropogenica dei fossili. Per ciascuna forzante sono stati introdotti i feedback dai cambiamenti in fattori come il vapore acqueo atmosferico, le nuvole, la neve e il ghiaccio marino, compreso il modo in cui questi  fattori cambiano nel tempo. Nel breve periodo, di un anno o meno, lo studio conferma una CR di 2 °C, ma la sensibilità  va valutata al tempo in cui la Terra raggiunge un nuovo equilibrio energetico, molto tempo dopo il raddoppio delle concentrazioni. Tenendo conto dei feedback più lenti, come lo scioglimento dei ghiacci,  le temperature aumenteranno a lungo termine di 1,9-4,6 °C, molto probabilmente di 2,9 ° C, che era il valore mediano del Rapporto Charney del 1979. Il risultato è in figura, dove si suppone che il raddoppio delle concentrazioni sia avvenuto all'origine degli assi.

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12 Settembre 2018. A San Francisco il meeting delle città e delle aziende contro le politiche negazioniste

Al vertice globale di due giorni a San Francisco, il Global Climate Action Summit, si è registrata la partecipazione di diplomatici, imprenditori e sindaci di tutto il mondo. Al contempo col Rise for Climate: migliaia di persone attraversano gli Stati Uniti per protestare contro la crisi ambientale.  I governi e le società locali annunciano nuovi obiettivi per aumentare le energie rinnovabili e gestire i territori in modo più sostenibile. America's Pledge, un gruppo guidato dal governatore della California Jerry Brown e dall'ex sindaco di New York Michael Bloomberg,  rivela quanto gli Stati Uniti avrebbero potuto avvicinarsi alle riduzioni dell'inquinamento climatico che l'amministrazione Obama ha promesso al mondo a Parigi nel 2015.

 

Benché il quadro generale non sia tra i migliori, dato che Trump e i populisti europei per definizione non guardano oltre la punta del loro naso, il GCAS è stato un punto di svolta per il movimento climatico, un momento nel quale aziende e città di tutto il mondo hanno preso posizione per intensificare l'azione  con una lunga lista di impegni e risultati. Solo per citarne alcuni:

  • Quasi 400 aziende multinazionali globali, fornitori di servizi sanitari, città, stati e regioni hanno fissato al 100% i propri obiettivi di energia rinnovabile, comprese società con entrate annuali superiori a  2,75 GUS$.

  • 488 aziende di 38 paesi hanno adottato percorsi di riduzione delle emissioni in linea con l'Accordo di Parigi, che rappresentano 10 trilioni di dollari dell'economia globale, equivalente al valore dell'intera borsa NASDAQ.

  • 23 multinazionali, con un fatturato di oltre 470 GUS$, si sono impegnate a portare le loro flotte veicolari a zero emissioni.

  • 42 istituzioni finanziarie che rappresentano oltre 13.000 GUS$ di attività si sono impegnate  ad aiutare le città, gli stati e le regioni finanziando l'azione per il clima. Tra esse la Banca europea per gli investimenti e la Banca mondiale.

  • 21 aziende hanno annunciato il lancio della Step Up Declaration, dedicata a sfruttare il potere delle tecnologie emergenti e la quarta rivoluzione industriale per ridurre le emissioni di gas serra per assicurare una svolta climatica entro il 2020.

  • Più di 30 operatori del settore energetico e immobiliare ad alta intensità energetica hanno adottato obiettivi smart-energy e net-zero-carbon per gli edifici.

  • 26 città con 140 milioni di abitanti si sono impegnate a comprare solo autobus a emissioni zero a partire dal 2025 e creare aree a emissioni zero nelle loro città a partire dal 2030.

  • Entro il 2025 verranno installati più di 3,5 milioni di punti di ricarica nuovi per veicoli elettrici e nel 2030 è stato fissato un obiettivo per la tecnologia di trasporto con l'idrogeno ad emissioni zero.

  • Più di 100 operatori e investitori della catena di approvvigionamento globale, che gestiscono più di 2800 GUS$, si sono impegnati a lavorare per fermare la deforestazione e la perdita di vegetazione nativa in Brasile.

Sorprende il blackout mediatico. I media mainstream non sanno come coprire il tema della sostenibilità e le storie sui cambiamenti climatici. Li vedono come qualcosa tra il bizzarro a l'irrilevante, come vicende in qualche modo estranee all'economia globale. I media potrebbero degnarsi di raccogliere un gioco in cui i leader politici temono o non riescono o non vogliono cimentarsi, a quanto pare, una linea laterale per il business degli affari. Che l'informazione possa prevalere sulla politica in materia di cambiamenti climatici non sembra particolarmente interessante per loro. non tutto il male vien per nuocere, si potrebbe dire. Da un lato, la scarsità di copertura lascia alle aziende leader la capacità di innovare, avanzare e talvolta fallire al di fuori del bagliore delle luci della ribalta. Resta il fatto che c'è una rivoluzione in atto nel mondo degli affari. Sarebbe bello che il mondo lo sapesse.

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27 Giugno 2018. Pubblicata una versione aggiornata del Sommario per i policymaker del documento IPCC sugli scenari a 1,5 °C a fine secolo

Abbiamo trattato delle anticipazioni informali del documento SR15 dell'IPCC, atteso per ottobre 2018, che deve esplicitare lo scenario di maggior impegno per l'Accordo di Parigi, che prevede un limite all'anomalia termica media globale a fine secolo non superiore a 1,5 °C.  La stessa fonte mette a disposizione una versione aggiornata al 4 giugno 2018 del medesimo documento ed esegue un confronto tra i due testi presentando una versione annotata che evidenzia le differenze. In questa stessa pagina si trova la presentazione della prima versione di gennaio del Sommario dell'SR15. (> vai alla presentazione della prima versione)

 

Giugno 2018. Papa Francesco ammonisce i dirigenti delle società petrolifere

Vox clamans in deserto a Roma, Papa Francesco riunisce i massimi livelli delle compagnie ExxonMobil, l' Eni con l'ad Claudio Descalzi, British Petroleum, Royal Dutch Shell,  Equinor e Pemex. Per la Santa Sede, oltre al cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze mons. Sanchez Sorondo, il cardinale Peter Turkson, prefetto del dicastero che si occupa dello Sviluppo umano integrale. Dice parole come "La civiltà richiede energia, ma l’uso dell’energia non deve distruggere la civiltà!". "Se vogliamo eliminare la povertà e la fame come richiesto dagli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, (per l'energia lo SDG 7,  il miliardo e più di persone che non dispone oggi di elettricità deve poterla avere in maniera accessibile. Ma nello stesso tempo - ha avvertito Francesco - è bene che tale energia sia pulita, contenendo l’uso sistematico di combustibili fossili. L’auspicabile prospettiva di una energia per tutti non può portare a una non auspicabile spirale di sempre più gravi cambiamenti climatici, mediante un temibile rialzo delle temperature nel globo, più dure condizioni ambientali e l’aumento dei livelli di povertà". Il Pontefice ha ricordato l'Accordo di Parigi: "Come sapete, nel dicembre del 2015, 196 Nazioni hanno negoziato e adottato l’Accordo di Parigi con la ferma intenzione di limitare la crescita del riscaldamento globale sotto i 2°C rispetto ai livelli pre-industriali e, se possibile, sotto 1,5°C. Due anni e mezzo dopo, le emissioni di CO2 e le concentrazioni atmosferiche dovute ai gas-serra sono sempre molto alte. Questo è piuttosto inquietante e preoccupante. Destano preoccupazione anche le continue esplorazioni per nuove riserve di combustibile fossile, allorquando l’Accordo di Parigi consiglia chiaramente di mantenere nel sottosuolo la maggior parte del carburante fossile. Ecco perché c’è bisogno di discutere insieme - industriali, investitori, ricercatori e utenti - riguardo alla transizione e alla ricerca di alternative".  "Non c’è tempo da perdere: abbiamo ricevuto la Terra dal Creatore come una casa-giardino, non trasmettiamola alle future generazioni come un luogo selvatico". le Agenzie non danno notizia delle risposte dei convenuti. Edo Ronchi commenta l'accadimento sull'Huffington Post. (> vai al blog di Edo Ronchi)

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Maggio 2018. Come fare a meno della cattura e del sequestro del carbonio per l'obiettivo degli 1,5 °C

Se si guarda il primo grafico del post seguente si può vedere che tutti i percorsi per l'obbiettivo degli 1,5 °C di Parigi richiedono emissioni negative (cattura del carbonio) nella seconda metà del secolo. Lo stesso accade in un buon numero dei 114 percorsi per i 2°C, con una forzante radiativa a fine secolo di 2,6 Wm-2, che lo IPCC ha già presentato nel suo quinto Assessment, AR5, del 2014 (> vedi in questo sito). Le tecniche di cattura (CDR, Carbon Dioxide Removal) sono per ora in mente dei. L'unica metodologia accreditata è la BECCS (BioEnergy with Carbon Capture and Storage, > vedi in questo sito), oltre, naturalmente alla afforestazione massiva. Entrambe richiedono un uso invasivo delle terre oggi a coltivazione agricola e, quindi, si tratta di tecnologie che vanno in aperto contrasto con la conservazione della biodiversità e con i principi dello sviluppo sostenibile, un grave pericolo segnalato per tempo dall'IPCC nel Sommario del documento SR15 (> vedi in questa pagina) che vedrà la luce nell'autunno di quest'anno.

Un recente studio del PBL firmato da una decina di autori - Alternative pathways to the 1,5 target ... - pubblicato da Nature si misura con il tentativo titanico di conseguire l'obiettivo di Parigi facendo leva sulla modifica degli stili di vita, del comportamento dei consumatori, della rapida elettrificazione rinnovabile del sistema energetico. Anche con queste profonde ed ardue modifiche gli autori non garantiscono che si possa fare completamente a meno della CDR.

Lo studio fa uso dei modelli di Assessment integrati (IAM - IMAGE, > vedi in questa pagina). Sono scenari ottimizzati dal punto di vista dei costi che, se non si verificano ritardi nell'azione o nello sviluppo delle tecnologie necessarie, a cominciare dal picco delle emissioni globali intorno al 2020, rapidi abbattimenti fino alla carbon neutrality non troppo oltre il 2050 e un più o meno pesante ricorso al CDR nella seconda metà del secolo. Le misure prese in considerazione nello studio sono elencate nella tabella seguente. Si noti che nello studio viene adottato come baseline  uno scenario di sviluppo sociopolitico condiviso ben preciso, lo SSP 2, che è uno scenario mediano, non il più severo, di cui riferiamo altrove in questa pagina (> vedi in questa pagina).

Per l'efficienza energetica Eff,  si assume un miglioramento del 25% rispetto allo scenario SSP 2, facendo principalmente leva sulla trasformazione dei trasporti, dell'industria e dell'edilizia. Per le rinnovabili elettriche RenElec, le percentuali al 2050 vengono elevate dal 31 al 46% con una rapida espansione dell'eolico, del solare, delle smart grid, dello stoccaggio e del dispacciamento. La intensificazione agricola  Agint, prevede una aumentata produttività agricola per unità di superficie. L'abbattimento dei gas serra non CO2, prevalentemente il metano, LoNCO2,  richiede tecnologie di riduzione delle proteine alimentari per gli animali e di produzione di carne mediante la riproduzione cellulare in vitro, non proprio il massimo in fatto di accettabilità sociale. Il cambiamento degli stili di vita LiStCh, è probabilmente il più problematico degli intendimenti. <Si tratta di ridurre il consumo di carne, la domanda di trasporto individuale e rinunciare agli eccessi nel condizionamento termico delle abitazioni in nome della salute e dell'ambiente. La riduzione della crescita demografica LowPop ha motivazioni evidenti.

Nella figura che segue sono rappresentati i profili di emissione baseline SSP2 e i due profili 2,6 (2°C) e 1,9 Wm-2 (1,5°C). Sono indicate le mitigazioni che si possono ottenere rispetto  alla baseline (in grigio) ed al profilo 1,5°C (azzurro) con l'applicazione delle politiche di cui alla tabella sopra riportata. Rispetto alla baseline non sono sufficienti per l'obiettivo di Parigi. Lo studio suggerisce altre politiche ed in primo luogo una carbon tax generalizzata, adeguata allo scopo di passare sul profilo (blu) a 1,5 °C. Servono a ridurre i gas non CO2 del 50% e a portare in negativo la CO2 già al 2050.

Sommando ie emissioni positive residue di CO2 dal settore energetico e la sottrazione per effetto del CDR e dell'afforestazione si determina il profilo netto delle emissioni nello scenario a 1,5 °C (nella figura seguente). Le alternative proposte dal PBL al CDR possono essere applicate alle emissioni positive residue consentite dallo scenario, ma se si richiede che esse siano negative le alternative qui proposte sono inapplicabili e si può fare ricorso solo ad ulteriori misure di CDR.

L'analisi del PBL mostra che le alternative proposte, combinate tutte insieme,  sono efficienti quanto meno nel posporre la necessità di ricorrere al CDR, quindi nel ridurre il ricorso alle bioenergie e dare più tempo per sviluppare le tecnologie necessarie. Le alternative non sono possibili senza introdurre cambiamenti sostanziali nel settore energetico e negli usi del suolo entrambi condizionati dal cambiamento degli stili di vita. Non vanno sottovalutati quelli che, con linguaggio IEA, vengono chiamati co-benefici delle politiche climatiche, aumentati dalle alternative qui disegnate. è infatti importante la percezione pubblica di tali vantaggi. La trasformazione green degli allevamenti di bestiame è benefica per la salute. Efficienza energetica e rinnovabili migliorano l'inquinamento dell'aria e la sicurezza degli approvvigionamenti. Il contenimento demografico riduce il carico ecologico sul pianeta. L'afforestazione, se combinata con strategie di difesa della biodiversità naturale, è pienamente sostenibile.

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Aprile 2018. Quale futuro per il cambiamento climatico?

Andiamo verso un riscaldamento globale a fine secolo di 3°C se i vari Paesi terranno almeno fede ai loro pledge (vedi in figura la traccia in rosso). Un bell'articolo su Nature "Can the world kick its fossil-fuel addiction fast enough?" (> link), offre una magistrale panoramica della sfida climatica e dei progressi compiuti finora. L'autore argomenta che ci sarebbe spazio sia per gli ottimisti che per i pessimisti sul futuro del cambiamento climatico. C'è una rivoluzione nell'energia rinnovabile,  ma non sta andando avanti abbastanza velocemente.

Infatti al 2015 i consumi globali di energia in Gtep sono ancora quelli rappresentati nella figura seguente. La lettura è facile e preoccupante. L'energia rinnovabile ha fornito a quella data il 19,3% del consumo energetico globale finale. Escludendo la biomassa tradizionale (legna da ardere per calore e cottura), si tratta del 10,2%. Senza idro si scende al 6,6%. L'energia eolica, solare, geotermica e da biomassa rappresentava l'1,6% nel 2015. Le energie rinnovabili crescono più velocemente di qualsiasi altra fonte di energia, ma hanno una lunga, lunga strada da percorrere. Allo stato attuale, "poiché tanta energia proviene dal carbone", scrive Nature, "lievi fluttuazioni di anno in anno possono spazzare via enormi guadagni in fonti rinnovabili".

La storia delle emissioni di carbonio del 21° secolo (raffigurata nel grafico seguente come emissioni in in Gt di CO2) finora è stata raccontata dalla crescita economica miracolosa della Cina, alimentata quasi interamente dal carbone, e gran parte delle speranze di oggi sono dettate dall'altrettanto miracoloso plateau delle emissioni cinesi negli ultimi anni, spinta da una vasta gamma di sforzi per tagliare il carbone. Negli Stati Uniti le emissioni si sono in gran parte disaccoppiate dalla crescita economica, tendendo leggermente verso il basso, principalmente a causa della decarbonizzazione dell'elettricità. Ma le emissioni sono in ripresa in India e, cosa più importante, in tutti gli altri Paesi. Si stanno rapidamente sviluppando paesi come la Turchia, l'Indonesia e il Vietnam, dove si stanno prendendo le decisioni chiave sulle infrastrutture del 21° secolo. La crescente quota della domanda globale di carbone proviene da quei paesi, anche se i temuti falchi del boom del carbone sembrano in qualche modo rallentare. In poche parole, per arrivare all'obiettivo di Parigi Parigi occorre che le nazioni sviluppate inizino riducendo rapidamente verso le emissioni nette zero entro la metà del secolo, e che i paesi in via di sviluppo trovino un percorso diverso per la prosperità di quello percorso finora e cerchino di conservare e sviluppare la loro ricchezza senza emettere più carbonio sulla base pro-capite.

 

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Aprile 2018: Il Carbon budget, questo sconosciuto

Come facilmente prevedibile, in attesa della pubblicazione da parte dell'IPCC dei nuovi scenari determinati dall'Accordo di Parigi, fioriscono gli studi sull'argomento, molti dei quali incomprensibilmente pubblicati a pagamento. Sembra che una delle prime e più illustri vittime sia il concetto a noi caro di Carbon budget.  Ne riferisce uno studio di sintesi americano di Zeke Hausfather. Il portafoglio di emissioni di CO2 per limitare il riscaldamento terrestre ben al di sotto dei 2 °C tra ora e la fine del secolo in rispetto dell'Accordo di Parigi è il Carbon budget di cui ci vogliamo occupare qui. C'è più di un modo di calcolarlo e, in più, ad ogni calcolo è associato un intervallo di incertezza proprio del modello adottato.

L'idea di Carbon budget ha avuto successo perché è molto espressiva.  Essa si basa sulla forte relazione tra le emissioni cumulative, di CO2 e il riscaldamento terrestre nei modelli climatici. Questa relazione non è però univoca perché occorrerebbe tener conto degli altri gas serra, degli aerosol che hanno un effetto di raffreddamento e di altri fattori (1). Inoltre non funziona bene quando ci sono emissioni "negative". La figura seguente mostra varie stime del Carbon budget disponibile per mantenere il riscaldamento terrestre entro gli 1,5 °C, con una probabilità del 66%. Si usa l'approccio probabilistico, tra l'altro, perché la sensibilità climatica è nota solo in questi termini (vedi appendice al post successivo). Le stime sono state normalizzate in modo che l'asse dei tempi abbia origine per tutti il 1 gennaio 2018. In ascissa il numero di anni rimanenti alle emissioni costanti 2017 secondo il Global Carbon Project.

fonte: Hausfather

La variabilità delle stime non è una buona notizia dal punto di vista della comunicazione delle politiche climatiche. Andiamo quindi un po' a fondo.

Le stime in giallo sono ottenute dai modelli più completi, gli Earth System Models (ESM), come quelli usati nell'ultimo Assessment dell'IPCC (AR5). Lo IPCC raccoglie tutti i modelli attendibili di questo tipo e il valore mediano di questo fascio di modelli è indicato alla quinta riga in figura, 118 GtCO2. Corrisponde a pochi anni di margine. Quelle in rosso sono stime ottenute dai modelli climatici semplificati associati agli IAM, i modelli di assessment integrati di cui parliamo nel post successivo. Le stime blu sono invece ricavate forzando gli ESM a seguire le serie storiche dei dati di emissione e del riscaldamento terrestre. ESM e derivati calcolano il budget al raggiungimento degli 1,5 °C di anomalia. Gli IAM calcolano invece le stime del budget per non superare gli 1,5 °C a fine secolo.

La stima ESM della sesta riga (8) aggiunge nuovi feedback climatici positivi e negativi come le emissioni metanifere del permafrost, delle paludi  ed altri. L'effetto è un quasi dimezzamento del budget: poco più di un anno di autonomia. Ricordiamo che per rendere confrontabili i modelli lo IPCC in AR5 ha adottato i profili RCP, Representative Concentration Pathway, espressi in concentrazioni tra il 2005 e il 2100, ovvero in Radiative forcing,  e non in emissioni, allo scopo di accreditare una parte dei modelli che sono solo modelli climatici e non contengono algoritmi capaci di rapportare le concentrazioni alle emissioni (ciclo del carbonio). I modelli del ciclo del carbonio, usati per calcolare le emissioni annuali a partire dalle concentrazioni,  si è visto che tendono a sottostimare le emissioni, dando luogo a stime inferiori del carbon budget rispetto ai calcoli sui dati reali delle emissioni. Ciò sembra dovuto a una sottostima dei sink di carbonio terrestri ed oceanici (Millar, 2). Lo stesso Millar ha provato a forzare gli ESM in modo da far loro rispettare i dati di emissioni e di temperatura delle serie storiche. Il risultato, in blu in prima riga è più di cinque volte superiore al dato medio IPCC, è pari a 15 anni di autonomia e non ha mancato di suscitare sorpresa e discussioni. Usando un ESM semplificato piuttosto che quelli dell'IPCC Goodwin (seconda riga, 4) ottiene stime superiori a quelle di Millar.

La critica principale (Schurer, 5) è di aver usato serie storiche delle temperature (le HadCRUT4) che, pur essendo le stesse usate dall'IPCC, fanno la media tra riscaldamento terrestre ed oceanico e trascurano le aree a forte riscaldamento come quelle polari (Hausfather et al., 11, 12). Usando profili termici storici più accurati il budget si riduce a circa due terzi (terza riga), per un'autonomia di un decennio.

I modelli IAM dell'IPCC AR5, che fanno uso di un modello semplificato del ciclo del carbonio sviluppato per corrispondere ai dati storici emissioni/concentrazioni (Magicc), danno stime drammaticamente negative (settima riga in rosso), budget esaurito. Gli IAM, a differenza degli ESM, ammettono un overshoot termico durante il secolo, cui fanno fronte con massicce estrazioni di carbonio dall'atmosfera nella seconda metà del secolo. Il Carbon budget degli ESM si calcola fino al raggiungimento della soglia termica, implicando improbabili emissioni nulle da li a fine secolo. Inoltre non tiene conto degli effetti ritardati del riscaldamento e quindi conteggia male gli ultimi anni che precedono il superamento della soglia stessa. Lo IIASA, che sta preparando AR6 per l'IPCC, sta rivedendo gli IAM in particolare sulle emissioni future dei gas serra non CO2. Al momento sono state pubblicate anticipazioni che trasportano il budget medio a poco meno di 200 GtCO2, circa cinque anni di autonomia (ottava riga in rosso, 9). Ricordiamo che rispetto alle mediane ESM, gli IAM usano la distribuzione statistica delle sensibilità climatiche, scelta che dà luogo a stime moderatamente più ottimistiche. Anche lo IIASA (Rogelj, 9) ha rivisto il lavoro di Millar usando serie storiche delle temperature più attendibili. Così facendo le stime di Millar (ultima riga in blu) si ridimensionano praticamente ai valori calcolati con gli IAM.

Gli studi citati ed altri calcolano il Carbon budget con una probabilità ridotta al 50% di non superare la soglia degli 1,5 °C. Il budget ne risulta accresciuto in maniera importante, come mostra la figura seguente.

Il quadro non consente di arrivare a conclusioni che siano accettabili per dare riferimenti scientifici esaurienti ad una audience di composizione media. addirittura lo studio di Kriegler (ultima riga in grigio, 10) dà una variabilità di autonomia da zero a 20 anni. Matthews (3), che come altri sceglie di abbandonare ogni tipo di modello per riferirsi alla sola sensibilità climatica transitoria calcolata dai dati sperimentali (vedi appendice al post successivo),  arriva a quasi un TtCO2 (seconda riga in violetto). L'Istituto norvegese CICERO (Peters,13) ritiene di suggerire che siamo ormai talmente vicini alla temuta anomalia di +1,5 °C che gli errori di calcolo e le incertezze consigliano di abbandonare il concetto stesso di Carbon budget e quindi la sua utilizzazione mediatica. Si pensi poi che da tutte le fonti emerge che qualsiasi budget sarà superato più o meno a breve termine e che quindi, per stare nell'Accordo di Parigi, è comunque necessaria una imponente estrazione di carbonio dall'atmosfera. Ne segue che questa diventa la questione principe del cambiamento climatico piuttosto che il tempo di esaurimento del budget, peraltro assai incerto, come si è visto.

fonte: Hausfather

 Materiali consultabili

1. American Meteorological Society, 2013,  Constraining the Ratio of Global Warming to Cumulative CO2 Emissions Using CMIP5 Simulation,  Journal of Climate, vol. 26, link
2. Millar, R. et al., 2017, Emission budgets and pathways consistent with limiting warming to 1.5C, Nature Geoscience, link
3. Matthews, H.D., et al., 2017, Estimating Carbon Budgets for Ambitious Climate Targets, Springer Current Climate Change Reports
4. Goodwin, P., et al., 2016, How historic simulation–observation discrepancy affects future warming projections in a very large model ensemble, Springer, link,; 2018, Pathways to 1.5C and 2C warming based on observational and geological constraints, Nature Geoscience, link
5. Schurer, A.P., et al, 2017, Importance of preindustrial baseline for likelihood of exceding Paris goals, link; 2018, Interpretations of the Paris climate target, Nature Geoscience, link 
6. Tokarska, K., and Gillett, N., 2018,  Cumulative carbon emissions budgets consistent with 1.5C global warming, Nature Climate Change, link
7. Millar, R., and Friedlingstein, P., 2018, The utility of the historical record for assessing the transient climate response to cumulative emissions, Philosophical Transactions of the Royal Society A, link
8. Lowe, J.A., and Bernie, D., 2018, The impact of Earth system feedbacks on carbon budgets and climate response, Philosophical Transactions of the Royal Society A, link
9. Rogelj, J., et al., 2018, Scenarios towards limiting global mean temperature increase below 1.5C, Nature Climate Change, link
10. Kriegler, E., et al., 2018, Pathways limiting warming to 1.5°C: A tale of turning around in no time, Philosophical Transactions of the Royal Society A,
link

11. Hausfather Z., et al., 2013, Robust comparison of climate models with observations using blended land air and ocean sea surface temperatures, University of York, link

12. Cowtan K., Way R., 2013, Coverage bias in the HadCRUT4 temperature record, University of York, link

Importance of the pre-industrial baseline for
likelihood of exceeding Paris goals

13. Peters G., 2017,  Did limiting warming to 1.5C just get easier?, Climate Home News,  link

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Marzo 2018: I primi scenari relativi all'obiettivo di Parigi e al target di +1,5 °C pubblicati dagli Istituti che hanno contribuito al Rapporto speciale  IPCC SR15 che verrà reso pubblico a settembre 2018, di cui abbiamo riferito al punto seguente di questa pagina

 

Con gli inevitabili ritardi redazionali Nature pubblica un contributo di sintesi dei risultati modellistici ottenuti da Istituti come IIASA, PBL, FEEM, PIK, Politecnico di Milano ed altri. L'articolo è stato inviato alla rivista all'inizio del 2017, contestualmente all'inizio della fase di revisione del Rapporto speciale IPCC SR15 che verrà pubblicato a settembre di quest'anno. Riferiamo qui dei principali risultati.

Il contributo riferisce di sei diversi "Modelli di valutazione integrata" (IAM) per limitare le temperature globali a fine 2100 al di sotto  degli 1.5 °C, sviluppati da altrettanti soggetti scientifici. I risultati suggeriscono che l'1,5 °C è realizzabile se le emissioni globali raggiungono il picco nei prossimi anni e se enormi quantità di carbonio verranno riassorbite dall'atmosfera nel secondo metà del secolo attraverso una tecnologia, peraltro controversa e comunque tutt'altro che matura,  nota come BECCS, bioenergia con cattura e sequestro del carbonio. Il lettore può documentarsi sulla BECCS in Federico, 2015 oppure in Federico, 2014.

Va intanto puntualizzato che l'Accordo di Parigi lascia indefinita la questione se il limite degli 1,5 °C debba essere assicurato a fine secolo o se esso non debba mai essere superato fino a quella data, escludendo cioè ogni overshoot termico. Né l'Accordo definisce i livelli di probabilità con i quali il target dovrebbe essere perseguito, perché è di tutta evidenza che questo tipo di linguaggio non può essere adoperato in un Accordo negoziale di quel livello. Noi sappiamo però che sussistono incertezze  sulla "sensibilità climatica" (se ne veda la definizione in appendice a questo testo), tanto che per un raddoppio delle emissioni di CO2 la fascia di previsione dell'aumento di temperatura varia tra 1.5 e 4.5 °C (risultato contenuto nell'AR5 dell'IPCC) spingendo i modellisti ad assumere per precauzione valori nella fascia più alta dell'intervallo.

Nel caso dell'obiettivo dei 2 °C, la dizione "ben al di sotto" dell'Accordo di Parigi è stata interpretata come garanzia che non ci sia più del 33% di possibilità di superare i 2 °C - e, quindi, una probabilità del 66% di rimanere al di sotto di esso. Ma come va interpretato in termini di probabilità l'obiettivo degli 1.5 °C ?  50% di probabilità di rimanere sotto gli 1.5 °C, o una probabilità del 66% simile al target dei 2 °C? è comprensibile il grande impatto sul bilancio del carbonio risultante. I modelli referenziati in questo lavoro scelgono l'interpretazione più severa, mirando ad una probabilità del 66% di evitare più di 1,5 °C di riscaldamento nell'anno 2100. Per contro tutti i modelli accettano che vi sia un overshoot nel corso del secolo.

La nuova traiettoria climatica per evitare più di 1.5 °C di riscaldamento nel 2100, oggetto del Rapporto speciale IPCC SR15, si aggiunge alla famiglia dei Representative Concentration Pathway, RCP, sviluppati nell'ultimo AR5 IPCC. Gli RCP ivi trattati andavano da RCP 8.5 a RCP 2.6, quest'ultimo sviluppato per cogliere l'obiettivo dei 2 °C. Il numero associato al percorso RCP è il forzante radiativo che, come sappiamo, è determinato dalla concentrazione dei gas serra ai limiti dell'atmosfera, e va appunto da 8,5 a 2,6 W/m2. Il nuovo percorso è chiamato RCP 1.9. La novità, di interesse assoluto, dei nuovi esercizi modellistici per valutare percorsi fattibili per limitare il riscaldamento a 1,5 °C, è l'uso dei nuovi "Percorsi socioeconomici condivisi", gli SSP (se ne veda la descrizione qui sotto in appendice) sviluppati in preparazione del prossimo Rapporto di valutazione IPCC AR6 previsto all'inizio del prossimo decennio. Gli SSP introducono la modellazione delle politiche di mitigazione climatica nello spazio dei modelli di sviluppo socioeconomico.  Si tratta di cinque possibili mondi futuri che differiscono per popolazione, crescita economica, domanda di energia, equità distributiva e altri fattori. Ogni mondo può ospitare traiettorie climatiche diverse, con esiti ed impegni evidentemente diversi rispetto agli obiettivi di mitigazione. I sei IAM referenziati in questo studio trovano tutti gli scenari 1.5 °C praticabili in SSP1, che è un percorso di sviluppo inclusivo e sostenibile. Quattro dei sei scenari si possono collocare in SSP2, che è uno scenario  medio  in cui le tendenze seguono in gran parte gli schemi storici. Nessun modello mostra percorsi praticabili per gli 1.5 °C in SSP3, che è un mondo di "rivalità regionale" e "rinascita dei nazionalismi" con poca cooperazione internazionale. Infine, solo uno dei modelli ha un percorso possibile per gli 1.5 °C in SSP4, che è un mondo ad "alto livello di disuguaglianza", mentre due modelli danno luogo a percorsi praticabili in SSP5, un mondo di "rapida crescita economica" e di "stili di vita ad alta intensità energetica".

Per limitare il riscaldamento al di sotto di 1,5 °C, è necessario, in tutti i modelli sviluppati, che le emissioni globali raggiungano il picco entro il 2020 e diminuiscano rapidamente in seguito. Dopo il 2050, il mondo deve ridurre a zero le emissioni nette di CO2 e le emissioni devono essere più o meno negative per tutta la seconda metà del 21° secolo. Anche con queste rapide riduzioni, tutti gli scenari considerati superano gli 1,5 °C negli anni '40, prima di scendere a circa 1,3 - 1,4 °C entro il 2100. Modelli con riduzioni più rapide, generalmente associate a SSP1 mostrano minori overshoot  rispetto a quelli con riduzioni più graduali. La figura seguente mostra sia le emissioni di CO2 (a sinistra) che il riscaldamento globale sopra il livello preindustriale (a destra) per tutti i modelli 1.5 °C presentati. Le linee sono colorate in base allo SSP utilizzato.

 

 

I modelli calcolati danno un Carbon budget per gli 1,5 °C, dal 2018 al 2100, compreso tra -175 e 400 GtCO2eq. Le differenze sono in gran parte dovute alle emissioni di gas serra non CO2, che variano entro il 2100 di un fattore tra due e tre nei vari modelli. Come si vede, in alcune simulazioni il bilancio del carbonio per gli 1.5 °C è già esaurito nel 2018. Il valor medio  del Carbon budget tra i vari modelli è di circa 230 GtCO2eq. Al ritmo attuale delle emissioni, ciò consentirebbe circa sei anni fino all'esaurimento, con un intervallo compreso tra zero e 11 anni in tutti i modelli.

Lo studio esplora i diversi modi in cui è possibile soddisfare il fabbisogno energetico globale, riducendo al contempo le emissioni di gas serra al fine di raggiungere l'obiettivo degli 1,5 °C. Limitare il riscaldamento a valori inferiori a 1,5 °C richiede che il mondo elimini rapidamente tutti i tipi di combustibili fossili. Allo stesso tempo occorre accelerare rapidamente l'uso di fonti di energia ad emissioni zero o negative come la BECCS che genera energia mentre rimuove CO2 dall'atmosfera. La figura seguente mostra l'uso di fonti rinnovabili (a sinistra), della BECCS  (centro) e del carbone senza CCS (a destra) in tutti i modelli 1.5 °C. I colori sono gli SSP.

 

 

I modelli mostrano che il 60-80% di tutta l'energia deve provenire a livello globale da fonti rinnovabili entro il 2050. Per limitare il riscaldamento a 1,5 °C, il consumo di carbone senza CCS deve diminuire di circa l'80% entro il 2040, con il petrolio per lo più eliminato gradualmente entro il 2060. Ciò richiede che la maggior parte dei veicoli a benzina o diesel siano eliminati entro il 2060 e che il mercato sia lasciato ai veicoli elettrici o a carburanti alternativi ben prima di quella data. Il futuro utilizzo di gas naturale è variabile nei modelli, in aumento in alcuni e in diminuzione in altri entro la metà del secolo.

Le emissioni negative sono necessarie in tutti i modelli nella seconda metà del secolo per estrarre CO2 dall'atmosfera. Ricordiamo che non abbiamo tecnologie per estrarre gli altri gas serra. La maggior parte dei modelli calcola emissioni di CO2 del 50 - 200% in più  rispetto al budget di carbonio ammissibile nel corso del secolo, prima di introdurre le emissioni negative. I modelli presumono un'adozione diffusa della BECCS tra il 2030 e il 2040. Entro il 2050, molti modelli hanno una BECCS che produce più di 100 EJ, approssimativamente la stessa quantità di energia a livello globale che il carbone fornisce oggi. Entro il 2100, la BECCS si aggirerà intorno ai 200 EJ a fronte di 300 EJ per tutte le energie rinnovabili non da biomasse. La figura seguente mostra la quantità di CO2 sequestrata con la CCS (sia da BECCS che da combustibili fossili) su tutti i modelli. La cattura del carbonio aumenta dopo il 2020 e potrebbe superare le 20 GtCO2 per anno entro la fine del secolo, che rappresenta circa la metà delle emissioni globali annuali di CO2 nel 2018.

 

 

I modelli producono stime delle variazioni globali della copertura forestale tra il -2% e il 26% tra oggi e il 2100, con la maggior parte dei modelli che mostrano aumenti significativi nella copertura forestale. Sia la BECCS che l'afforestazione richiedono molto suolo. La maggior parte dei modelli mostra un declino dei terreni agricoli ​​a livello globale circa pari all'area attualmente utilizzata per l'agricoltura in tutta l'Unione europea.

Di grandissimo interesse in questo studio è la valutazione differenziale degli sforzi necessari per gli 1,5 °C rispetto ai 2 °C per una serie di settori diversi. La figura seguente mostra la differenza tra gli scenari 1.5 °C (RCP 1.9) e 2 °C (RCP 2.6) per i costi e per l'abbattimento della CO2, assumendo per i 2 °C lo scenario socioeconomico SSP2. Ogni linea tratteggiata rappresenta un aumento del 100% del costo o dello sforzo. Gli aumenti maggiori riguardano i prezzi del carbonio, che devono essere tra il 200% e il 400% più elevati, e quelli a breve termine, che vanno dal 200% a oltre il 300% in più. Questi aumenti dei costi a breve termine sono determinati dalle riduzioni più severe delle emissioni a breve termine necessarie. Si prevede inoltre un aumento dei costi a lungo termine del 200% circa. Per la riduzione della CO2, un mondo a 1,5 °C richiede riduzioni di CO2 circa da due a tre volte maggiori per gli edifici e i trasporti rispetto a un mondo 2 °C. Questi settori sono più difficili da decarbonizzare rispetto alla generazione di energia in quanto implicano usi dei combustibili fossili meno facilmente sostituibili.


 

APPENDICI

La sensibilità climatica. La sensibilità climatica (CR) è il riscaldamento medio superficiale terrestre che possiamo aspettarci quando la concentrazione nell'atmosfera di CO2, o altro gas,   raggiunge il doppio di quello che era in tempi preindustriali. Per la CO2 i livelli preindustriali erano di circa 280 ppm, siamo ora  a circa 400 ppm e, alle attuali velocità di emissione, dovremmo arrivare a  560 ppm subito dopo il 2050.

Il parametro CR è stato stimato ed aggiornato progressivamente in tutti i Rapporti di assessment dell'IPCC. In AR 5 il CR è stato quotato tra 1,5 e 4,5 °C. A causa della lentezza della dinamica climatica il pieno effetto di riscaldamento dei gas serra potrebbe non materializzarsi fino a decenni o secoli dopo il raddoppio delle concentrazioni. Si definisce pertanto un secondo parametro: il Transient Climate Response (TCR) che ignora gli effetti lenti (TCR<CR) e che IPCC AR 5 stima tra 1 e 2,5 °C. La sensibilità climatica può essere misurata con i dati del paleoclima. Altrimenti si possono usare i dati degli ultimi 100 anni. Infine si possono usare i modelli per fare delle stime. CR assume dunque una doppia faccia nella modellazione climatica, quella di parametro esogeno sperimentale o, viceversa endogeno con i limiti delle conoscenze scientifiche attuali del sistema climatico. Per approfondire il tema suggeriamo uno studio ottimistico Lewis, 2014 ed uno più cauto, dall'AR5 dell'IPCC.

I Percorsi Socioeconomici Condivisi. I Percorsi socioeconomici condivisi, SSP,  fanno parte di un nuovo quadro di cinque scenari, sviluppati dalla comunità di ricerca sui cambiamenti climatici per facilitare l'analisi integrata del clima futuro, impatti, vulnerabilità, adattamento e mitigazione. I percorsi sono stati sviluppati negli ultimi anni per descrivere i principali sviluppi globali plausibili sul piano socioeconomico che insieme condurranno nel futuro a diversi livelli di impegno per la mitigazione e l'adattamento ai cambiamenti climatici. Gli SSP sono basati su cinque narrative che descrivono sviluppi socio-economici diversi, il primo dei quali, SSP 1, disegna uno sviluppo sostenibile inclusivo. Di questo scenario, il più vicino alla nostra visione, diamo di seguito una descrizione approfondita. Degli altri quattro solo i titoli. 

SSP1 - Sviluppo sostenibile: il percorso della green economy.  è lo scenario migliore, quello che comporta il minimo livello degli sforzi per la mitigazione e l'adattamento ai cambiamenti climatici. Nello scenario il mondo si evolve gradualmente, ma in modo pervasivo, verso un percorso più sostenibile, attuando uno sviluppo più inclusivo che rispetta i limiti ambientali percepiti. La gestione dei beni comuni globali migliora progressivamente, gli investimenti nell'istruzione e nella sanità accelerano seguendo la transizione demografica e l'accento sulla crescita economica si sposta verso una maggiore enfasi sul benessere umano. Spinta da un crescente impegno nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo, la disuguaglianza si riduce sia all'interno di ogni paese che tra paesi diversi. I consumi sono orientati verso una bassa crescita materiale e una minore intensità di risorse ed energia.

Gli altri SSP sono tutti più gravosi per gli obiettivi climatici. Li citiamo in lingua originale: SSP2 - Middle of the Road; SSP3 - Regional Rivalry. A Rocky Road; SSP4 - Inequality. A Road Divided; SSP5 - Fossil-fueled Development.Taking the Highway

Le proiezioni demografiche ed economiche degli SSP tengono conto di un ampio intervallo di incertezza compatibile con la letteratura scientifica applicabile allo scenario. Un approccio multi-model è stato utilizzato per l'elaborazione dell'energia, dell'uso del suolo e delle traiettorie delle emissioni degli scenari basati sugli SSP. Gli scenari di base portano ad un consumo all'energia globale di 400-1200 EJ nel 2100, e presentano dinamiche di utilizzo del territorio molto diverse, che vanno da una possibile riduzione della superficie coltivabile fino a una massiccia espansione di oltre 700 milioni di ettari entro il 2100. Le relative emissioni di CO2 degli scenari di riferimento variano da circa 25  a oltre 120 GtCO2 all'anno entro il 2100. Per quanto riguarda i costi della mitigazione, si trova che dipendono fortemente da tre fattori: le ipotesi politiche,  il quadro socio-economico e il rigore delle azioni per il raggiungimento degli obiettivi. La trattazione più completa dello sviluppo degli SSP si trova in Global Environmental Change, Riahi et al., 2017.

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Febbraio 2018: Si cominciano a delineare gli scenari IPCC della transizione energetica verso l'obiettivo di Parigi di +1,5 °C a fine secolo

A settembre 2018 l'IPCC si è impegnato a pubblicare lo scenario che ci dovrebbe portare a contenere il riscaldamento globale medio terrestre a fine secolo entro gli 1,5°C di aumento rispetto al periodo preindustriale.

Nella sua decisione sull'adozione dell'Accordo di Parigi, la COP 21 ha invitato l'IPCC a produrre entro il 2018 una relazione speciale sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali e ai relativi percorsi globali di emissione di gas a effetto serra. L'IPCC (Nairobi, aprile 2016), ha deciso di accettare l'invito dell'UNFCCC e di preparare una relazione speciale su questo argomento nel contesto del rafforzamento della risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico, dello sviluppo sostenibile e degli sforzi per sradicare la povertà. La riunione di scoping per preparare lo schema della relazione speciale si è tenuta nell'agosto 2016 a Ginevra. A Bangkok, ottobre 2016, è stato approvato lo schema della relazione, che è stata affidata alla guida scientifica congiunta dei gruppi di lavoro I, II e III che preparano il sesto Assessment Report dell'IPCC.

La bozza della Relazione, denominata SR15, terminata nella prima metà del 2017, è stata sottoposta alla revisione tra luglio e settembre. In ottobre, a Malmo, poco meno di 500 esperti provenienti da tutto il mondo  hanno esaminato 13.000 commenti da revisori esperti di 61 paesi.

Tutti i report IPCC passano attraverso due fasi di revisione formale. I feedback ricevuti nel primo round di revisione vengono incorporati, se accettati dagli autori, in una Bozza di Secondo Ordine che sarà in questo caso aperta per la revisione da parte di governi e esperti di tutto il mondo dall'8 gennaio al 25 febbraio 2018. La relazione finale sarà finalizzata e resa disponibile pubblicamente nell'ottobre 2018. La bozza del secondo ordine includerà una prima versione del Summary for Policymakers (SPM). I governi hanno chiesto una SPM molto concisa, non più di 10 pagine. La bozza di questo sommario è ora disponibile (> scarica e leggi la bozza del Sommario dello Special Report on Global Warming of 1.5 °C dell'IPCC sullo scenario di Parigi degli 1,5 °C). C'è una ricercatrice italiana tra gli autori della bozza del SPM, Anna Pirani dell'ICTP di Trieste (in figura). Si faccia attenzione al fatto che la bozza potrà essere sottoposta a cambiamenti, anche sostanziali, prima dell'approvazione formale che ne precederà la pubblicazione a settembre di quest'anno.

Nella figura che segue, pubblicata come SPM1 nel Sommario in bozza della SR15, vengono mostrati gli scenari di riscaldamento globale compatibili con l'obiettivo di Parigi, in funzione delle possibili emissioni non CO2 e i relativi andamenti necessari dell'abbattimento delle emissioni di CO2. I dataset dei dati osservati dall'IPCC AR5 sono in grigio. I percorsi di decarbonizzazione (semplificati e lineari) sono due e prevedono l'azzeramento delle emissioni nette con inizio 2020 e conclusione nel 2045 o nel 2060. Il quadro in alto descrive l'andamento medio e le fasce di incertezza fino al 2100 nei due casi con diverse combinazioni delle forzanti radiative non CO2.  Nei due quadri in basso sono disegnati in grigio gli andamenti medi delle emissioni, e le relative fasce di variabilità,  che rappresentano il nuovo scenario rappresentativo calcolato dalla SR15 nel rispetto dell'Accordo di Parigi "well below 2 °C": le emissioni di CO2 dovranno essere in negativo a fine secolo anche per compensare le perduranti emissioni non CO2.

La bozza della SR15  è di lettura piuttosto complessa e lascia intendere un'altrettanta complessità della Relazione completa. Tuttavia taluni risultati sono così preoccupanti da raccomandare agli esperti di prenderne visione al più presto e di informare i governi e le forze politiche delle conseguenze strategico-programmatiche che ne derivano a breve termine. Questa urgenza è tanto maggiore in Italia, un Paese nel quale, a differenza di Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, l'urgenza della transizione climatico-energetica è del tutto assente nel confronto elettorale in corso. I punti essenziali del Sommario della Relazione IPCC SR15 sono i seguenti:

  • Il mondo si è già riscaldato di almeno 1 °C sin dai tempi preindustriali. Al ritmo attuale arriveremo a +1.5C negli anni '40. Alcune Regioni e Paesi, tra cui l'Italia, è quasi certo che supereranno il riscaldamento di 1,5 °C prima di quella data.

  • Gli impatti dei cambiamenti climatici sono già visibili dagli eventi meteorologici estremi, dall'innalzamento del livello del mare con i relativi impatti sugli ecosistemi e sulle popolazioni. Già a +1.5 ° C, le barriere coralline tropicali sono ad alto rischio. coralli. L'Artico potrebbe diventare quasi senza ghiaccio nei mesi di settembre. I cambiamenti fondamentali nella chimica dell'oceano, già in atto, che potrebbero richiedere millenni per essere recuperati.

  • Il mezzo grado di riscaldamento da oggi aumenta il rischio di inondazioni, siccità, scarsità d'acqua e intense tempeste tropicali. Ci sono effetti a catena: ridotte rese dei raccolti, estinzione di specie e trasmissione di malattie infettive come la malaria, e queste pressioni moltiplicano la minaccia della fame, della migrazione e dei conflitti. Un aumento di 10 cm in più del livello del mare è previsto per questo secolo con 2 °C rispetto a 1,5 °C. Aumenta anche il rischio che in Groenlandia e Antartide occidentale crollino con continuità lastre di ghiaccio, condannando le future generazioni ad un aumento del livello del mare di molti metri.

  • Le comunità povere e costiere saranno colpite più duramente. Esse stanno già subendo minacce dal clima che cambia. Sia per gli 1.5 °C che per i 2 °C questi effetti aumenteranno. Quando i raccolti falliscono, i piccoli proprietari terrieri potrebbero perdere i loro mezzi di sostentamento ed essere costretti ad andar via, mentre i poveri dei centri urbani dovranno affrontare penuria e rincari del cibo. Le comunità di pescatori possono vedere diminuire le loro catture. Gli insediamenti costieri sono quelli particolarmente esposti a mareggiate e allagamenti.

Questo tipo di prosa e di visioni non sorprendono ormai più né gli esperti né i policymaker e tendono a lasciare il tempo che trovano, come le prediche nel deserto. Cambia però la scena quando la Relazione mette mano alla transizione e alle cose che devono essere fatte ed anche in fretta:

  • Sono necessari tagli alle emissioni "rapidi e profondi". Raggiungere l'obiettivo degli 1,5 °C è un affare serio. Implica la riduzione delle emissioni dei gas serra più veloce che mai in tutti i settori dell'economia. Ad eccezione dei recenti progressi delle fonti rinnovabili, il tasso di il cambiamento richiesto non ha precedenti storici documentati. Questi cambiamenti  richiedono più pianificazione, coordinamento, innovazione  e riorganizzazione degli operatori e dei fattori di scala delle governance rispetto ad ogni, pur duro cambiamento osservato in passato ". Non potranno accadere spontaneamente.

  • La questione delle emissioni negative. In tutti gli studi la CO2 deve essere eliminata dall'atmosfera. Non ci sono tecnologie credibili, per ora, e l'impresa appare titanica. Forse per questo il problema è trascurato da tutti, esperti e  politici, ma ogni singolo percorso verso gli 1.5 °C si basa sulle emissioni negative, in  misura maggiore o minore. Si tratta di previsioni che vanno da 380 e 1130 Gt di CO2 da rimuovere dall'atmosfera dopo che le emissioni sono state minimizzate e tutto ciò che può essere tagliato è stato tagliato. Sono cifre da metà al doppio del Carbon Budget residuo per gli 1,5 °C, un'enormità In secondo luogo si tratta di compensare il temuto overshoot termico oltre i +1,5 °C. Più i tagli delle emissioni saranno in ritardo, più emissioni negative saranno necessari. La rrelazione esclude il ricorso alla geoingegneria e al solar management. Accredita piuttosto la BECCS, una CCS con impianti industriali e di generazione elettrica a biomasse e la afforestazione, opzioni in contrasto irrisolto con l'uso agricolo dei suoli e l'aumento della popolazione.

  • Tutti questi modelli sono probabilistici: entrano nel problema le ipotesi sulla popolazione, l'economia, le dinamiche climatiche, politiche e tecnologiche e determinano il probabile impatto sulle temperature. I fattori di incertezza sono spesso al di sopra delle capacità scientifiche. Molti scenari che danno una probabilità del 66% di tenere la temperatura al di sotto degli 1,5 ° C   sono già fuori portata, secondo gli autori della bozza di sommario. Questo lascia un sentiero stretto per rimanere entro la soglia di 1,5 °C, e aprono alla prospettiva di oltrepassarla e dover utilizzare le emissioni negative per rispettare l'obiettivo al 2100. Si tratta del temuto overshoot.

  • Poiché il riscaldamento globale supererebbe gli sforzi per frenarlo, i modelli si affidano sempre più su ad un overshoot per mantenere gli obiettivi internazionali, siano 1,5 o 2 °C. Maggiore è il superamento - e gli scenari in questo rapporto arrivano fino a 1.9 °C prima di tornare a 1.5 °C entro il 2100 - più drastica è l'azione necessaria  per correggerlo. E mentre l'aumento della temperatura può essere reversibile, alcuni impatti non lo sono. Una lastra di ghiaccio non può ristabilirsi nè una specie estinta può essere riportata in vita.

  • C'è un'alta probabilità che i livelli di rimozione di CO2 implicati negli scenari potrebbero non essere fattibili a causa delle dimensioni e della velocità dei flussi richiesti e dalla incompatibilità con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, afferma la bozza. Il rapporto, ad esempio,  non emette un giudizio sul quale sia la minaccia maggiore per l'approvvigionamento alimentare globale, se la domanda di bioenergia o il riscaldamento a 2 °C.

  • Tanto quanto qualsiasi altra transizione, l'obiettivo degli 1.5 °C dipende dal cambiamento  del comportamento delle persone. L'elenco è lungo e per certi versi dejà vù. Meno carne sulle tavole dei più ricchi, usare l'energia con parsimonia, rinunciare alle auto private ... E significa abbattere gli ostacoli istituzionali alle azioni di cambiamento degli atteggiamenti pubblici,  a colpire certi interessi particolari, come il commercio dei combustibili fossili e i relativi incentivi, a ritardare l'economia circolare, a contrastare la green economy e lo sviluppo delle fonti rinnovabili etc.

Interdipendenza tra l'Agenda 2030 e lo scenario degli 1,5 °C

In coerenza con l'Agenda 2030 la Bozza esamina le interdipendenze tra l'attuazione degli SDG e l'Accordo di Parigi (4.5). Si legge nella Bozza che i percorsi coerenti con il riscaldamento globale limitato a 1,5 ° C, in termini di efficienza e consumi energetici evidenziano forti sinergie tra lo sviluppo sostenibile e le azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici, in particolare per la qualità dell'acqua e dell'aria, la salute, attraverso la prevenzione dell'inquinamento atmosferico e per gli ecosistemi terrestri e marini. I rischi delle misure di mitigazione per la povertà, la fame e l'accesso all'energia possono (debbono?) essere alleviati da misure redistributive.

Le opzioni di mitigazione che emergono dagli sforzi intersettoriali a scala urbana rafforzano queste sinergie non meno che  le politiche settoriali basate sul concetto di economia circolare, gli zero rifiuti, la decarbonizzazione e la dematerializzazione. Viene fatto notare che, però, la riduzione dei solfati e degli altri inquinanti atmosferici raffreddanti ha effetti negativi sulla mitigazione.

I percorsi che limitano il riscaldamento globale a 1,5 ° C con una domanda di energia molto bassa ha effetti positivi pronunciati su molti SDG anche se aumenta il rischio di esclusione per le popolazioni povere e indigene. Le radicali innovazioni socio-culturali e organizzative possono creare problemi di accettabilità sociale. Per evitare queste possibili pericolose contraddizioni le politiche e le misure devono essere responsabilmente calibrate.

Nella figura seguente sono riportati in nero i co-benefici ed in rosso i possibili rischi dell'attuazione dell'Accordo di Parigi relativi ad otto su 17 SDG con i relativi target, quelli inseriti nei modelli matematici di cui riferirà il IPCC nel Rapporto finale CR15. Il calcolo viene fatto con riferimento ad un quadro intermedio dello sviluppo socioeconomico. Le scale sono rapportate allo scenario baseline rappresentato dal cerchio grigio. le bande nere e rosse ci riportano le bande min-max delle stime effettuate dai diversi modelli.

 

Più complessa, ma di grande interesse e soprattutto originale,  è la esplicitazione degli effetti delle politiche climatiche, implicate dallo SDG 13, sugli altri SDG rappresentati nella figura seguente. Consigliamo di guardare le figure sulla Bozza in pdf scaricata dopo essersi muniti di una lente di ingrandimento. Vengono esaminate tre azioni di mitigazione nel consumo (domanda) di energia, nelle tecnologie di generazione elettrica, rinnovabili e nucleare,  in quelle di estrazione della CO2 dall'atmosfera (CCS) e nelle politiche, relative ad agricoltura, foreste e oceani, che possono essere invocate per la mitigazione. I bordi dei cerchi rappresentano con i colori i 16 SDG impattati. La legenda dei settori impattati è riprodotta in basso nella figura e dettagliata con altrettanti simboletti all'interno dei cerchi colorati. Per il consumo di energia, ad esempio,  vengono quotati gli impatti dei settori industria, residenziale e trasporti. Le scale sono in verde (rosso) di diverse altezze per gli impatti positivi (negativi) mentre l'intensità del colore è usata per rappresentare il livello di confidenza delle stime. Ricordiamo che tutti i Rapporti IPCC sono resi in termini di probabilità, cioè di valutazioni quantitative e in termini di confidenza. Le barre bianche nelle ruote dicono zero impatto mentre le barre grigie indicano deficit di conoscenza.

 

La necessità e l'urgenza della transizione green delle politiche urbane

Nel Box SPM 2 la Bozza del Sommario della CR15 sottolinea l'importanza delle politiche urbane nella transizione. Esse dovranno essere rapide e sistemiche perché saranno un elemento critico di una transizione accelerata verso il mondo degli 1,5 ° C. Tali cambiamenti strutturali profondi  possono essere attivati ​​da un mix integrato e rapidamente implementato di misure di mitigazione e adattamento, facilitate dai governi locali e regionali e supportate da governi nazionali che si fanno carico dello sviluppo sostenibile. Sia le innovazioni  tecnologiche abilitanti che quelle sociali  possono contribuire ai percorsi degli 1,5 °C, comprese le reti intelligenti, le tecnologie di immagazzinamento dell'energia e le tecnologie dell'informazione, di comunicazione e di intelligenza artificiale.

La limitazione del riscaldamento globale a 1,5 °C è associata ad un'opportunità di innovazione della governance globale, nazionale e subnazionale, migliorando l'adattamento e la mitigazione nell'ambito dello sviluppo sostenibile, in coerenza con le tendenze incontrovertibili alla scala globale tra cui l'aumento dell'urbanizzazione e il disaccoppiamento della crescita economica dalle emissioni di gas a effetto serra.

I concetti di economia circolare come zero rifiuti, decarbonizzazione e dematerializzazione evidenziano sinergie elevate con gli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Ogni ulteriore aumento del riscaldamento globale moltiplica i rischi per le aree urbane. I futuri impatti dipenderanno dalle vulnerabilità (ubicazione, infrastrutture e livelli di povertà) e dalle capacità di adattamento. Un ulteriore riscaldamento di 0,5 °C aumenta i rischi per le aree urbane. Ad esempio, assumendo uno scenario intermedio di crescita della popolazione, con 1,5 °C di riscaldamento globale oltre 350 milioni di persone sarebbero esposte allo stress da calore nelle mega-città entro il 2050. Il riscaldamento di 2 °C nella maggior parte dei casi, comporta rischi ancora maggiori per le aree urbane rispetto al riscaldamento di 1,5 °C in base alla vulnerabilità del luogo (costiero e non costiero), ai settori infrastrutturali (energia, acqua, trasporti) e ai livelli di povertà. Nei percorsi di 1,5 °C, tutti i settori degli usi finali, come il cibo (bestiame), la costruzione, il trasporto e il settore industriale, richiedono significative riduzioni della domanda entro il 2030, maggiori di quelle previste per i percorsi 2 °C.

La combinazione di opzioni di adattamento e di mitigazione può aumentare l'efficacia degli investimenti, ma il potenziale di scalabilità rimane una sfida. è il caso della pianificazione dell'uso del territorio, della pianificazione e della progettazione urbana, della implementazione di standard edilizi e norme per ridurre il consumo di energia e gestire il rischio climatico. La gestione sostenibile delle risorse idriche  e gli investimenti in infrastrutture verdi  per la gestione idrica, i servizi ambientali e il sostegno all'agricoltura urbana sono meno efficaci ma sono con evidenza elementi importanti per favorire la resilienza del clima urbano. Tuttavia, è spesso difficile rendere coerenti governance, finanza e supporto sociale e politico o allineare obiettivi multipli e tempi, anche se per questa via si ottengono molteplici benefici.

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Gennaio 2018: Quanto è cambiato il clima nel 2017? E le emissioni?

Emissioni. Le stime preliminari (Enerdata) basate su dati mensili per paesi chiave indicano un'inversione di tendenza a livello globale delle emissioni di CO2 legate all'energia: sono cresciute nel 2017, dopo essersi stabilizzate a partire dal 2014. La crescita delle emissioni di CO2 nel 2017  è stimata attorno al 2% e può essere attribuita al consumo crescente di, aumentato sensibilmente nel 2017 a causa di un rimbalzo della Cina (+ 3,7%), una crescita costante in India (quasi il 4%) e la approssimativa stabilizzazione negli Stati Uniti (+ 1%) dopo un calo di 3 anni (-20% tra il 2013 e il 2016). In figura riportiamo il consumo di carbone e lignite dei primi tre consumatori del mondo.

 

Clima.

• È stato l'anno più caldo mai registrato per il contenuto di calore oceanico, che è aumentato notevolmente tra il 2016 e il 2017.

• È stato il secondo o il terzo anno più caldo registrato per la temperatura superficiale, a seconda del set di dati usato - e l'anno più caldo senza l'influenza di  El Niño.

• Ha visto minimi storici nell'estensione e nel volume di ghiaccio marino nell'Artico, sia all'inizio che alla fine dell'anno, anche se l'estensione minima raggiunta a settembre è stata solo l'ottava più bassa registrata.

• Per la maggior parte dell'anno ha visto anche la bassa marea antartica.

 

L'oceano si riscalda ancora: Come è noto oltre il 90% del calore determinato dall'effetto serra è catturato dagli oceani.

Le figure sottostanti mostrano il contenuto di calore dell'oceano per ogni anno nella regione dell'oceano
tra la superficie e 2.000 metri di profondità e la mappa delle anomalie del 2017. La figura in alto mostra i cambiamenti nel contenuto di calore dell'oceano dal 1958, mentre la mappa inferiore mostra il contenuto di calore dell'oceano nel 2017 rispetto al contenuto medio di calore dell'oceano tra 1981 e 2010, con aree rosse che mostrano il calore più caldo dell'oceano rispetto al passato alcune decadi e aree blu che mostrano più freddo.
 

 

Anche la Terra si riscalda al netto del raffreddamento indotto da el Niño. La temperature superficiale globale nel 2017 è la seconda o la terza più calda mai registrata dal 1850, cioè da quando le temperature globali possono essere calcolate con ragionevole accuratezza. A differenza degli altri anni più caldi - 2015 e 2016 - non c'è stato nessun evento di El Niño che abbia contribuito all'aumento delle temperature del 2017. La figura seguente mostra i record delle temperature superficiali globali calcolate dai principali istituti di ricerca
in tutto il mondo. Gli anni 2014 -2016 avevano spazzato via ogni ipotesi di stasi termica, come prospettato da molti scettici, il 2017 segna invece un calo apparente dovuto solo all'assenza dei contributi termici del
Niño. La figura successiva combina Terra ed Oceani per dare la temperatura media globale e l'andamento calcolato dai modelli climatici accreditati.(linea nera e bande di variabilità grigie).

 

La sorte dei ghiacci polari. Oltre alle temperature da record, il 2017 ha visto anche un record negativo per i ghiacci polari durante tutto l'anno, sia nell'Artico che nell'Antartico. Nell'Artico, secondo PIOMAS, il volume di ghiaccio marino era di circa 12.000 mc in meno rispetto al 1979. Hanno loro stessi rilevato che il 2017 ha raggiunto il 2012 nel minimo del volume di ghiaccio marino artico registrato, anche se il 2012 rimane l'anno con il minimo volume estivo minimo.

Mentre il declino a lungo termine del ghiaccio marino Artico è chiaro, l'Antartico è molto di più complicato. A differenza dell'Artico, l'Antartide non ha una chiara tendenza a lungo termine nell'estensione del ghiaccio marino.  Infatti, nel 2015 e all'inizio del 2016 sono stati registrati record per l'estensione di ghiaccio marino osservata. Nel 2017, tuttavia, il ghiaccio marino dell'Antartico ha segnato minimi storici per gran parte dell'anno. Non è chiaro quale ruolo sta giocando il cambiamento climatico  nei cambiamenti di ghiaccio del mare antartico.

L'estensione del ghiaccio marino antartico che quella artica sono combinate per stimare la presenza di ghiaccio marino globale nella figura seguente.

 

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Novembre 2017: Quanti paesi hanno già raggiunto il picco delle emissioni?

 

Prima di cominciare a ridurre le emissioni di gas serra ogni paese dovrà raggiungere quello che viene chiamato il picco delle emissioni. Un prezioso Rapporto del World Resource Institute fa il punto sul trend del conseguimento di tali picchi (> scarica il Rapporto del WRI).

Il numero di paesi che hanno già raggiunto il picco è cresciuto da 19 nel 1990 a 33 nel 2000, a 49 nel 2010. Entro il 2020, il numero di paesi che hanno già raggiunto il picco o hanno un impegno che implica un picco delle emissioni sale a 53 e nel 2030 a 57. La percentuale di emissioni globali coperte dai paesi che hanno già raggiunto il picco è del 21% entro il 1990, del 18% entro il 2000 e del 36% entro il 2010. La percentuale di emissioni globali coperte da paesi che hanno già raggiunto il picco o hanno un impegno che implica un picco di emissioni entro il 2020 sale al 40% e, nel 2030, a 60%, usando i dati sulle emissioni di gas serra del 2010 come base per il calcolo percentuale, piuttosto che le proiezioni 2020 e 2030.

La grande maggioranza dei paesi sviluppati come così come alcuni paesi in via di sviluppo hanno già  raggiunto il picco, e registriamo l'assunzione di impegni di riduzione delle emissioni da parte di diversi paesi in via di sviluppo che implicano picchi di emissioni entro il 2020 o il 2030. Tutto ciò non è però sufficiente ad assicurare il conseguimento degli Accordi di Parigi.

In figura il quadro dei paesi che hanno raggiunto il picco o che hanno assunto impegni in tal senso.

Il Rapporto WRI dimostra che le emissioni globali non sono ancora previste avere il picco globale nel tempo per avere una probabilità superiore al 66% di limitare il riscaldamento a 1,5-2 °C a costo minimo. Per avere tale possibilità la ricerca scientifica ha rilevato che le emissioni globali GHG devono raggiungere il picco entro il 2020 al più tardi. Tuttavia, le proiezioni mostrano che, anche raggiunti gli INDC dei vari paesi, le emissioni di gas serra dovrebbero continuare ad aumentare tra il 2020 e il 2030. la figura riporta i dati di previsione del ritardo del picco oltre il 2020 calcolati nello studio della Figueres "Three Years to Safeguard Our Climate” pubblicato nel giugno di quest'anno.

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31 ottobre 2017: L'UNEP presenta in apertura della COP23 il suo ottavo rapporto Emissions Gap 2017. Gli impegni di Parigi non bastano

 

Il nuovo Rapporto dell’UNEP, l’ottavo della serie, è stato pubblicato il 31 ottobre 2017 e presentato in apertura della COP23 di Bonn. Il tono è severo ma non inutilmente allarmistico e cita una serie di ragioni per questo ottimismo, tra cui la stabilizzazione negli ultimi anni delle emissioni di CO2. Per sfortuna dell’UNEP e nostra sarebbe stata presentata poco dopo a Bonn una previsione (vedi la pagina "clima" a Novembre 2017) che calcola nel 2017 un 2% di aumento delle emissioni e fa non poco scolorire l’ipotesi, o se si preferisce la speranza, che il picco delle emissioni sia stato raggiunto. Questa nota grigia si somma al già dichiarato ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi ed alle serie difficoltà di Angela Merkel in Germania. Era lei infatti, con Barack Obama, il simbolo della ritrovata determinazione di tutti i Paesi a Parigi per fermare il cambiamento climatico, ovvero “chiudere il gap” nel linguaggio dell’UNEP. Ora è a rischio di passare la mano.

Il Rapporto UNEP ribadisce ancora che gli attuali impegni delle nazioni a ridurre le loro emissioni, presi in occasione della COP21 di Parigi,  non arrivano a più di un terzo delle riduzioni necessarie per evitare i 2 °C di riscaldamento globale a fine secolo. Questo "gap delle emissioni" è possibile chiuderlo, secondo l’UNEP, ma solo a condizione di interventi immediati nei settori chiave. Anche se gli attuali impegni nazionali, noti come NDC, saranno pienamente attuati, il carbon budget per limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C sarà stato speso per circa l'80% già nel 2030 mentre il budget per l'obiettivo degli 1,5 °C è forse già esaurito, anche se, in attesa dello studio che l’IPCC si è impegnato a pubblicare nel 2018, questa questione resta ancora molto dibattuta. Un recente studio, peraltro autorevole, firmato da ricercatori attivi nell’IPCC, suggerisce infatti che il carbon budget potrebbe essere stato sottostimato.

L'UNEP avverte che la prossima revisione dei contributi determinati a livello nazionale (NDC) nel 2020, l’anno di partenza dell’Accordo di Parigi, potrebbe rappresentare "l'ultima opportunità" per la comunità internazionale di impegnarsi al livello delle riduzioni richieste per evitare che il riscaldamento vada oltre i 2 °C. Qui il Rapporto sottolinea alcune ragioni di speranza e annota che le emissioni serra globali sono leggermente diminuite nel 2016 e che le emissioni di CO2 dai combustibili fossili sono rimaste pressoché invariate dal 2013. Ma, come abbiamo detto nel post precedente, i dati del 2017 non confermerebbero questa stabilità. Inoltre l’UNEP confida nel ruolo positivo e promettente degli attori non governativi, come città, amministrazioni regionali e aziende.

Letteralmente dal Rapporto: “If the climate targets in the Paris Agreement are to remain credible and achievable, all countries will need to contribute to significantly enhancing their national ambitions, augmenting their national policy efforts in accordance with respective capabilities and different circumstances, and ensuring a full accounting of subnational action. Furthermore, a strong commitment to facilitating and stimulating widespread, equitable and accountable innovation will be needed, to ensure that the best the world can offer in terms of cost-effective technology, policy, and business models is available wherever needed. Non-state actors need to adhere to high standards of accountability in this respect. Missing the 2020 option of revising the NDCs would make closing the 2030 emissions gap practically impossible.

Global greenhouse gas emissions in 2020 are likely to be at the high end of the range of the scenarios consistent with the 2°C and 1.5°C goals respectively, making it increasingly difficult to be on track to meet the 2030 emission goals”.

L'UNEP presenta analisi che suggeriscono che il gap può ancora essere chiuso prima del 2030 adottando tecnologie e best practices già note e convenienti in diversi settori che, dice, si possono identificare in appena sei categorie relativamente standardizzate: energia solare ed eolica, elettrodomestici efficienti, autovetture efficienti, rimboschimento e arresto della deforestazione. Questi sei settori presentano un potenziale combinato di mitigazione fino a 22 GtCO2eq all'anno.

Come parte dell'Accordo di Parigi, molti paesi hanno proposto i propri NDC, obiettivi di riduzione delle emissioni per il 2025 o il 2030. Questi nuovi impegni, combinati con le politiche nazionali esistenti, si traducono in una notevole riduzione delle emissioni e del riscaldamento terrestre rispetto a una linea di base che vede un mondo senza politiche climatiche. La figura seguente mostra la traiettoria mediana di riferimento dell'UNEP in rosso, insieme alle emissioni che risulterebbero dalle attuali politiche in giallo. Gli effetti degli NDC condizionati su cui sono impegnate le azioni di alcuni paesi, così come quelli incondizionati, sono mostrati in blu. Le traiettorie mediane di emissione coerenti con lo stare ben al di sotto dei 2 °C e quanto più possibile vicini agli 1.5 °C sono mostrate in viola e grigio, rispettivamente. La figura nasce da una rielaborazione grafica semplificata dell'originale figura UNEP 3.1 (Hausfather).

Gli attuali impegni NDC portano il mondo a circa metà della strada verso il 2 °C, calcolata in gap eliminato, e solo ad un terzo della strada verso gli 1,5 °C. Si evidenzia un gap di 11-13 GtCO2eq per anno per portare il pianeta sulla traiettoria dei 2 °C e un gap di 16-19 GtCO2eq per arrivare alla traiettoria di 1,5 °C. L’UNEP utilizza uno scenario che è "ben al di sotto di 2C per una probabilità stimata del 66% di evitare più di 2 °C di riscaldamento. Per 1.5 °C, tuttavia, utilizza uno scenario che ha solo una possibilità di 50% di stare sotto agli 1.5 °C. Pochi sono infatti per ora gli studi disponibili su percorsi plausibili al 66% di probabilità di evitare un riscaldamento di 1.5 °C e quindi la relativa traiettoria e il calcolo del relativo gap si potranno fare solo  nel rapporto del prossimo anno.

Le politiche attuali più gli NDC allontanano il mondo dallo scenario di base associato ad alcuni dei peggiori impatti dei cambiamenti climatici. Mentre le traiettorie di emissione a lungo termine coerenti con gli impegni di Parigi continuerebbero, senza ulteriori riduzioni, a procurare  al mondo i problemi causati da un riscaldamento di circa  3 °C, sarebbe evitata l'evenienza ben peggiore di superare i 4 °C o più.

Il direttore della NASA Schmidt dichiara che: “The most recent era in which the Earth was believed to have experienced temperatures of 3 °C above pre-Industrial levels was the Pliocene Epoch — around 3 million years ago. At that time, there was almost no ice anywhere. The sea level was 20 meters or so higher, and forests went to the edge of the Arctic Ocean where there is now tundra. It takes a long time for those changes to manifest, but if we see 3 C … it pushes us in that direction". Per parte sua R. Pierrehumbert, docente ad Oxford: "A world 3 °C warmer would see a significant drop in food production, an increase in urban heat waves akin to the one that killed thousands of people this year in India, and more droughts and wildfires....  I have no doubt that humanity will survive. It’s not an existential threat at 3 C, but it’s still a world where there are likely to be massive disruptions… A warmer world would also potentially lead to more refugees, he said, pointing to the refugee crisis currently unfolding in Europe. When talking about climate refugees, what if Bangladesh becomes uninhabitable? The scale of climate migration could dwarf anything we’ve seen. Many areas of the densely populated and mostly low-lying country could become uninhabitable within a century if warming continues”.

J. Funk,  senior della Union of Concerned Scientists, dice: "A temperature increase of 3 °C would seriously disrupt global economic systems and many people’s livelihoods… It could potentially lead to more conflicts because resources will be impacted, and people will be trying to capture access to those resources. It’s not a pleasant scenario. Right now we have an off-switch if we can reduce emissions and keep warming below a certain level — we can still turn off the climate change process”.  

Il Rapporto pubblica le emissioni annuali per paese nella  figura 2.1, sia per tutti i gas serra che per le emissioni di CO2 dall'uso di combustibili fossili. Noi non la riportiamo deliberatamente perché manca il dato stimato 2017 che sarebbe in crescita del 2%. Il Rapporto dell'UNEP identifica nella crescita ridotta uno dei principali driver del declino dell'uso di carbone dal 2011 al 2016, con riduzioni notevoli sia in Cina che negli Stati Uniti. Altri fattori sono lo sviluppo delle energie rinnovabili, in particolare in Cina e in India, nonché la efficienza energetica potenziata e i cambiamenti strutturali nell'economia globale.

Mentre le dimensioni degli spazi tra gli NDC e le traiettorie dei 2 °C e degli 1.5 °C sono grandi,il Rapporto dell'UNEP suggerisce che possono ancora essere chiusi in modo economicamente efficace. La Relazione analizza, come abbiamo detto,  i contributi che diversi settori dell'economia globale possono dare attraverso l'adozione di tecnologie esistenti economicamente efficienti e impiegando buone pratiche già note. Nella figura 4.1 del Rapporto sono tabulati in dettaglio i potenziali di abbattimento per ogni attività economica.

Il Rapporto rielabora settore per settore il contributo potenziale di mitigazione delle emissioni, in marrone nella figura che è la 4.2 del testo, a fronte dei dati riportati da una serie di modelli di valutazione  integrati ormai accreditati (IAM, barre blu e cerchietti rossi e arancione). I costi di tutte queste riduzioni sono stimati inferiori a $ 100 per tonnellata di CO2eq.

 

La maggior parte delle riduzioni proviene dal settore energetico, ma arrivano anche riduzioni considerevoli dall'industria, dalla silvicoltura, dai trasporti, dall'agricoltura e dagli edifici. La riduzione delle emissioni di metano dalla fornitura di energia e di N2O dall'agricoltura  sono anche una parte importante per colmare il gap. L'emendamento di Kigali per eliminare gradualmente la produzione di idrofluorocarburi, firmato nel 2016, è  evidenziato in figura, con l'accordo stimato per ridurre le emissioni annue di circa 0,7 GtCO2eq nel 2030 rispetto alle politiche attuali.

E le emissioni negative? Si veda una presentazione esauriente di queste tecnologie qui alla pagina "energia". Secondo l'UNEP hanno un ruolo relativamente piccolo da svolgere nella prima parte del secolo in quanto siamo lontani da un accettabile rapporto costo-efficacia per le implementazioni su larga scala, ma possono giocare un ruolo più ampio nelle riduzioni delle emissioni negli anni di fine secolo. Il Rapporto sostiene che rimane incerto se queste tecnologie possano essere promosse per raggiungere gli ambiziosi obiettivi climatici. Pertanto, la mitigazione negli altri settori non dovrebbe essere ritardata nella speranza che in futuro potrebbero essere disponibili a buon mercato tecnologie di cattura e sequestro del biossido di carbonio.

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Marzo 2017: Tre scenari di decarbonizzazione dell’energia a confronto in vista del G20 di Amburgo del luglio 2017, quello dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), quello dell’Agenzia Internazionale per le fonti Rinnovabili (IRENA) e la carbon law di Rockström, uno scenario semplificato capace di conseguire l'obiettivo massimo di Parigi per un riscaldamento di +1,5 °C

OECD/IEA, IRENA, 2017, “Perspectives for the energy transition – investment needs for a low-carbon energy system”

Johan Rockström et al., 2017, “A roadmap for rapid decarbonization. Emissions inevitably approach zero with a “carbon law”

 

Nessuna transizione energetica capace di affrontare le pesanti sfide dei cambiamenti globali, climatici e della green economy è pensabile senza l’apporto massiccio degli investimenti pubblici, ma soprattutto del sistema industriale-finanziario privato. La raccolta, trasformazione, trasporto e il consumo delle risorse energetiche sono probabilmente il nodo globale degli equilibri economici a venire. Capire come il panorama degli investimenti energetici può evolvere per soddisfare gli obiettivi della decarbonizzazione dell’economia è indispensabile, basti pensare che circa due terzi dei gas responsabili dell'effetto serra (GHG) derivano dalla produzione e dall’uso dell’energia.

In preparazione del difficile G20 di Amburgo, il governo tedesco ha chiesto all’OECD-IEA e all’IRENA di far luce sugli elementi essenziali di una transizione energetica coerente con l'accordo di Parigi sul clima. I paesi del G20 consumano l’80% dell’energia,  il 95% del carbone e tre quarti del petrolio e del gas naturale a livello globale. Inoltre emettono l’80% dei gas ad effetto serra. Il risultato dell’iniziativa tedesca è uno studio originale il cui obiettivo è quello di analizzare la scala e la portata degli investimenti in tecnologie low-carbon nella produzione e nel consumo di energia nei vari settori: trasporti, costruzioni, riscaldamento, raffreddamento e industria necessari per gestire la transizione in un modo economicamente efficace (scarica il Rapporto).

Nel Rapporto l'IEA e l’IRENA hanno esaminato separatamente le esigenze di investimento, delineando due scenari che metterebbero il mondo sulla strada giusta verso una significativa riduzione delle emissioni di gas serra legate all'energia. Gli scenari proposti dalle due Agenzie limitano l'aumento della temperatura media globale a 2 °C al 2100 con una probabilità del 66%, che è meno di quanto richiesto dall’Accordo di Parigi. Sia l'IEA che l’IRENA fissano un identico budget del carbonio per il settore energetico, ma i percorsi che propongono sono diversi: l'analisi modellistica condotta dall'IEA disegna un percorso tecnologicamente neutro che include tutte le tecnologie a basse emissioni, tenendo conto delle circostanze specifiche di ciascun paese. L'analisi condotta dall’IRENA delinea piuttosto una transizione energetica che fa leva sul potenziale delle energie rinnovabili > leggi tutto

Il Rapporto stima per i due approcci un identico bilancio del carbonio residuo per il settore energetico tra il 2015 e il 2100 pari a 790 GtCO2, al netto delle emissioni non-CO2, delle emissioni da parte dell'industria e dell’uso e del cambiamento d’uso del suolo. Al conteggio degli impegni presi prima di Parigi (INDC) il settore energetico emetterebbe invece 1.260 GtCO2 già entro il 2050. Il profilo dei due scenari non darebbe luogo ad overshoot, cioè al superamento temporaneo del target della temperatura nel corso del secolo, a differenza di molti scenari IPCC che devono però ricorrere per estrarre carbonio dall’atmosfera a tecnologie carbon negative, per ora indisponibili.

Lo scenario IEA (in figura) impone un picco delle emissioni prima del 2020 e la discesa di oltre il 70% dai livelli attuali entro il 2050, che equivale a dimezzare tra 2014 e 2050 la quota di combustibili fossili nella domanda di energia primaria. Nel contempo le fonti energetiche low carbon - compresi secondo l’IEA nucleare e fossili con cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) - devono triplicare fino a coprire il 70% della domanda globale di energia.

Lo scenario IRENA impone un'azione tempestiva, con la quale le emissioni di CO2 legate all'energia dovranno ridursi del 70% entro il 2050 e azzerarsi entro il 2060. IRENA stima che la crescita economica sarebbe pari nel 2050 allo 0,8% del PIL globale per un guadagno complessivo di $ 19.000 Mld$. Tale azione deve comprendere non solo le più che redditive fonti rinnovabili, ma anche tutte le tecnologie in fase di sviluppo che per ora non danno ritorni di investimento.

Il livello degli investimenti necessari per una tale transizione energetica è considerevole. Lo scenario IEA richiederebbe infatti un investimento medio per l’energia di 3.500 Mld$ all'anno fino al 2050, quasi il doppio dei 1.800 Mld$ investiti globalmente nel 2015. Si tratta di un investimento aggiuntivo non superiore allo 0,3% del PIL mondiale nel 2050 da destinare alle tecnologie low-carbon su parte degli usi finali dell’energia - auto elettriche, riscaldamento e lavori di ristrutturazione degli edifici – dove sono richiesti investimenti in aumento di dieci volte entro il 2050. Gli investimenti nell'approvvigionamento energetico, nel frattempo, rimarrebbero più o meno invariati, perché la spesa calante per i fossili in declino sarebbe più che compensata dalla spesa per le fonti rinnovabili in aumento del 150% entro il 2050.

Lo scenario IRENA richiede un investimento supplementare entro il 2050 leggermente superiore all’IEA, pari allo 0,4% del PIL mondiale e porterebbe ad una domanda di investimento totale di 29.000 Mld$ entro il 2050, in aggiunta ai $ 116.000 Mld$ già previsti dalle politiche pianificate e dalle previsioni di crescita del mercato. Si avrebbe un impatto positivo netto sull'occupazione e sulla crescita economica.

Nello scenario IEA, la quota maggiore del potenziale di riduzione delle emissioni viene dalle rinnovabili e dall'efficienza energetica. Eolico e solare sarebbero la principale fonte di energia elettrica entro il 2030, mentre quasi il 95% di energia elettrica sarebbe low-carbon per il 2050. A quella data il 70% delle nuove auto sarebbe elettrico, 100 volte la quota di oggi. L’intensità carbonica del settore industriale cadrebbe dell’80% e tutti gli edifici di oggi che esistono ancora nel 2050 sarebbero stati ricondizionati. L'intensità energetica dell'economia globale avrebbe bisogno fino al 2050 di diminuire su base annua ad un tasso 3,5 volte superiore alla media del 2,5% degli ultimi 15 anni, cosa che significa raddoppiare i miglioramenti del 2,5% l’anno fino al 2050. L’energia di fonte nucleare rimarrebbe la stessa del 2016 e la CCS sarebbe usata solo nel settore industriale.

Lo scenario IRENA pone ancora di più l'accento su una diffusione crescente delle fonti rinnovabili e delle misure di efficienza energetica. L’effetto combinato darebbe luogo al 90% dell’abbattimento delle emissioni necessario entro il 2050. IRENA prevede una diminuzione dei costi del solare del 65% entro il 2050. La quota di energia rinnovabili in primaria aumenterebbe dal 15 al 65% tra il 2015 e il 2050, portando l’uso finale di energia rinnovabile a quattro volte quello che è oggi. Ciò comporta un aumento medio dell’1,2% all'anno della quota di energie rinnovabili, un tasso sette volte superiore rispetto agli ultimi anni.

L'utilizzo di combustibili fossili è un settore in cui IEA ed IRENA dissentono. Per entrambi i casi, l'uso di combustibili fossili rimane significativo nel 2050, anche se il ricorso al petrolio e al carbone declina rapidamente. Il gas naturale viene però mantenuto come una risorsa di transizione per settori difficili da gestire, come calore e trasporto. Per l’IEA il gas naturale, con ciò che resta degli altri fossili, darebbe ancora il 40% della domanda primaria di energia nel 2050, circa la metà del livello attuale. Nello scenario IRENA, l'uso di combustibili fossili nel 2050 è inferiore, attestandosi ad un terzo del livello attuale, anche la domanda di petrolio sarebbe ancora al 45% del livello di oggi. L’IEA affida un ruolo alla CCS sia nella generazione elettrica che nell'industria, anche per ridurre al minimo la perdita degli utili negli investimenti nel fossile (stranded assets). Lo scenario IRENA utilizza la CCS solo nel settore industriale ed avverte che l'uso del gas naturale come combustibile di transizione è accettabile solo in combinazione con alti livelli di CCS.

Sia IEA che IRENA concordano sulla tendenza crescente allo stranding degli investimenti. Con una transizione ben gestita, l'IEA valuta l'esposizione finanziaria globale in 320Mld$, in gran parte per le centrali a carbone. Tuttavia ritardare la transizione di un decennio triplicherebbe la quantità di investimenti a rischio fino ad oltre $ 1.300 Mld$, ovviamente a carbon budget invariato. Secondo l’IEA il tipico esempio di stranded assets sarebbero le spese per le centrali cinesi a carbone di nuova costruzione.  IRENA mette tali rischi ad un livello molto più alto, con una stima di 10.000 Mld$ per attività a rischio nel suo scenario di transizione energetica, pari al 4% del PIL globale nel 2015, anche se sottolinea che questi costi sarebbero più che compensati dai guadagni negli altri settori dell'economia. Secondo l'IRENA, il massimo di rischio di attivi non recuperabili (stranded) è nel settore dell’edilizia. Nella sua valutazione IRENA include il valore degli investimenti che andrebbero persi a causa della futura ristrutturazione necessaria per eliminare la dipendenza dai combustibili fossili. La lunga vita degli edifici inefficienti in costruzione oggi costerebbe 5.000 Mld$ quando si dovrà procedere al ricondizionamento. Inoltre IRENA stima che il rischio globale di stranding raddoppierebbe a più di 20.000 Mld$ se la decarbonizzazione del settore energetico fosse in ritardo nel 2030.

Né IEA né IRENA ritengono che i meccanismi di mercato siano sufficienti per gestire la transizione. Tuttavia i meccanismi di prezzo, come i sussidi e il mercato del carbonio (cap&trade e/o carbon tax), sono ritenuti un passaggio obbligato. IRENA osserva che il sovvenzionamento dei combustibili fossili in molti paesi, e il fallimento dei tentativi di stabilire un prezzo del carbonio significano che i "mercati di oggi sono distorti" e che la governance mondiale dell’energia è inadeguata.

Diverse sono anche le valutazioni dei benefici della transizione. I modelli economici e le visioni sono molto diversi. IRENA vede il PIL globale aumentare di circa lo 0,8% (0,6% nel peggiore dei casi) entro il 2050, attraverso la crescita economica e nuove opportunità di lavoro. Il PIL cumulato da ora fino al 2050 ammonterebbe a 19.000 Mld$. Il settore energetico (compresa l'efficienza) creerebbe circa sei milioni di nuovi posti di lavoro nel 2050 compensando pienamente i posti di lavoro perduti. Altri benefici sarebbero indotti dalla transizione, basti pensare alla riduzione dell'inquinamento dell'aria e agli altri vantaggi per la salute. IRENA ritiene che i benefici complessivi sarebbero da due a sei volte superiori ai costi del sistema di decarbonizzazione: in termini assoluti e stima che la riduzione delle esternalità ambientali negative potrebbe apportare globalmente benefici fino a 10.000 Mld$ ogni anno da qui al 2050.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del Rapporto appena presentato, un gruppo di scienziati degli istituti scientifici di punta e, ovviamente, dell’IPCC, tra cui Rockström, Rogelj, Nakicenovic e Meinshausen, indubbiamente le massime autorità mondiali in fatto di cambiamenti globali e climatici, hanno pubblicato su Science un breve, ma non meno impressivo, articolo per presentare quella che chiamano la loro carbon law (scarica l’articolo).

Gli autori vogliono dare una semplificazione netta degli scenari di Parigi che tutti possano facilmente leggere e ricordare a fronte delle elaborazioni esoteriche correnti troppo spesso per addetti ai lavori. Propongono di inquadrare la sfida della decarbonizzazione in termini di una tabella di marcia globale basata su una semplice legge di dimezzamento lordo delle emissioni antropiche di CO2 ogni dieci anni, la “carbon-law”. Accompagnata da una rimozione di carbonio dall’atmosfera di scala adeguata e da uno sforzo di riduzione delle emissioni da uso del suolo, questa progressione porterebbe a zero le emissioni intorno alla metà del secolo, un percorso necessario per limitare il riscaldamento a ben al di sotto dei 2 °C, l'obiettivo di Parigi.

Limitare riscaldamento terrestre a 1,5 °C entro il 2100 con il 50% di probabilità, o a 2 °C con il 66% di probabilità, implica il picco delle emissioni globali entro il 2020 ed emissioni lorde di CO2 che diminuiscono da 40 GtCO2/anno nel 2020, a 24 entro il 2030, 14 al 2040 e 5 al 2050. Dimezzare le emissioni ogni dieci anni è un impegno un po' più severo che limita il carbon budget dal 2017 a fine secolo a circa 700 GtCO2 ma, dicono gli autori,  aggiunge sicurezza a questo percorso. Questa “carbon law” euristica va applicata a tutti i settori in tutti i paesi e a tutte le scale e può servire anche a dare un quadro di maggior chiarezza e ad incoraggiare i governi a farsi carico a breve termine della mitigazione. Significa, per esempio, raddoppiare le quote zero-carbon nel sistema energetico globale ogni 5-7 anni, un tasso che in fondo non è diverso da quello degli ultimi dieci anni. Inoltre, in assenza di alternative valide, occorre portare la capacità di rimozione della CO2 dall’atmosfera da zero ad almeno 0,5 GtCO2/anno nel 2030, 2,5 nel 2040, e 5 entro il 2050. Le emissioni di CO2 da uso del suolo devono diminuire da 4 GtCO2/anno nel 2010 a 2 nel 2030, 1 nel 2040 e fino a zero nel 2050. A fine secolo la concentrazione di CO2 in atmosfera, oggi oltre le 400 ppm, tornerebbe a 380 ppm.

Sono evidenti alcune prime implicazioni necessarie. Intanto gli INDC di Parigi sono insufficienti ed andranno rapidamente aumentati, i sussidi ai combustibili fossili, oggi valutati in 500-600 Mld$, dovranno essere azzerati entro il 2025 e non entro il 2030 come concordato al G7 del 2016, occorre un’immediata moratoria sulla costruzione di nuove centrali a carbone, il sistema europeo ETS deve rapidamente portare il prezzo del carbonio oltre i 50$/t ed entro il 2020 tutte le città e le grandi corporation dovrebbero aver messo in atto la loro strategia  di decarbonizzazione. Infine i 49 paesi già impegnati a essere carbon-neutral entro il 2050 dovrebbero al 2020 diventare più di 100.

Al di là di queste azioni più o meno scontate vanno messi in campo altri sforzi, anche gravosi. Nel 2020, i prezzi del carbonio in tutto il mondo devono coprire tutte le emissioni di gas serra, partendo da 50$/t fino ad oltre 400$/t entro la metà del secolo. L’efficienza energetica da sola potrà ridurre le emissioni del 40-50% intorno al 2030 in molti usi domestici e industriali. Grandi città, seguendo l’impegno già di Copenhagen e Amburgo, dovranno essere fossil-free entro il 2030, dovranno essere fermamente stabiliti dei regimi di mitigazione cap&trade in tutte le scale territoriali ed una adeguata carbon tax, in particolare per i trasporti, anche marittimi ed aerei. Seguendo Norvegia, Germania e Paesi Bassi, molti altri paesi dovrebbero bandire i motori a combustione interna nelle auto nuove al più tardi entro il 2030. Dopo il 2030 tutte le nuove costruzioni dovranno essere carbon-neutral o addirittura negative. La BECCS con biomasse di terza generazione è attesa nella generazione elettrica avere una capacità di rimozione di 1-2 GtCO2 già subito dopo il 2040 per arrivare oltre le 5 GtCO2 al 2050.

In conclusione di questo programma che lascia senza fiato, gli autori chiedono che nella governance globale, la stabilizzazione del clima sia posta alla pari con lo sviluppo economico, i diritti umani, la democrazia e la pace. La progettazione e la realizzazione della roadmap climatica post-Parigi dovrebbe inoltre prendere il centro della scena al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per garantire la stabilità e la resilienza della società e del sistema Terra.

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7 novembre 2016: L'equidistanza impossibile di Paolo Mieli

 Dalla pubblicazione dell’articolo di Paolo Mieli del 7 novembre  sul Corriere della sera all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti passano poche ore. Il suo è un invito alla moderazione dei toni degli ultras climatici in occasione dell’apertura della COP 22 di Marrakech “… è ignobile accodarsi al linciaggio di chi muove legittime obiezioni all’assunto che riconduce interamente all’uomo il surriscaldamento del pianeta”, citando due americani, Di Caprio e Schwarzenegger.  Avrà la sgradita sorpresa, e non solo lui, di vedere alla Casa Bianca uno dei più canaglieschi urlatori contro la “truffa” del cambiamento climatico, che non pare per ora farsi alcuno scrupolo né della relatività delle opinioni né del Principio di precauzione, uno dei cardini dello sviluppo sostenibile, che Paolo Mieli accoglie dicendo: “Intendiamoci: è del tutto ragionevole che, sia pure a titolo precauzionale, vengano prese misure anche drastiche per combattere il global warming”.

Il torto di Mieli, sommessamente, sta nella sua improponibile equidistanza tra assertori e negazionisti dell’origine del cambiamento climatico. Una massa imponente di risultati scientifici, incerta quanto si vuole sulla gravità e sulla tempistica delle conseguenze, ha cancellato dalla lavagna scientifica ogni possibile dubbio sull’origine antropica del cambiamento climatico. A questa conclusione l’IPCC, forse il maggior panel scientifico mondiale, premio Nobel, che non produce di suo, ma raccoglie tutte le opinioni scientificamente rilevanti del mondo, è arrivato con estrema cautela, soltanto a conclusione del suo quinto Rapporto quadriennale del 2014. Ed è una conclusione senza appello, quindi “certa” nella misura in cui la certezza può essere un paradigma scientifico. Non vi è più dunque spazio per opinioni. C’è invece tutto lo spazio per intraprendere le azioni di contrasto, come è stato dimostrato alla COP 21 di Parigi, dove per procedere a passi che alcuni giudicano perfino troppo lenti, è stato necessario raggiungere l’unanimità di tutti i paesi rappresentati alle Nazioni Unite. È una acquisizione politicamente straordinaria dalla quale non si può tornare indietro. Analisi scientifiche e decisioni politiche sono ora allineate, e dunque a che serve rimettere la palla in gioco? Il cambiamento climatico non è ora più un affare degli ambientalisti o di strilloni variopinti, è una priorità planetaria. Il problema è ora progettare uno sviluppo economico e sociale che ne tenga il dovuto conto.

La citata questione della Società italiana di Fisica che ritirava, in occasione di Parigi, la sua adesione a un documento troppo incline alle certezze inequivocabili sul clima, appare in questa luce di poco rilievo, al netto delle mancanze di riguardo verso la sua Presidente, che sono invece esecrabili. Ma il di lei argomento che si starebbe mescolando la scienza con la politica è privo di fondamento e privo del rispetto che invoca per sé e che lei dovrebbe ad una compagine mondiale che si sta muovendo misurando i passi.

L’articolo di Paolo Mieli va a concludersi con un paio di citazioni, diciamo ingenue, sull’andamento storico del clima sulla terra ed ancora sulla critica a persone come Al Gore (e il Nobel?), autori di esagerazioni conclamate. Il sapore di questa conclusione è, diciamo, poco equidistante e un po’ sulle orme dei discorsi dei negazionisti. E perché nessun cenno ai soldi spesi dalle lobby del carbone e del petrolio per finanziare gruppi di ricercatori negazionisti?

Peccato perché invece la parte centrale dell’articolo sembra condividere alcune importanti conclusioni di Piketty sulle responsabilità del cambiamento climatico: “I Paesi ricchi continuano a rappresentare la stragrande maggioranza del fronte degli inquinatori e non possono chiedere alla Cina di farsi carico di una responsabilità superiore a quella che le spetta. La metà del pianeta che inquina meno - 3,5 miliardi di esseri umani dislocati principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico - emette meno di 2 tonnellate per persona ed è responsabili di appena il 15 per cento delle emissioni complessive. All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, settanta milioni di individui (il 73% dei quali risiede tra gli Stati Uniti, il Canada e il nostro continente) è responsabile di circa il 15 per cento delle emissioni complessive. Settanta milioni di individui inquinano quanto 3,5 miliardi di persone”.

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4 novembre 2016: Entra in forza l’Accordo di Parigi

Il 4 novembre 2016, è entrato in vigore l’Accordo di Parigi (leggi la versione italiana) che inciderà, e in parte sta già incidendo –sulle politiche globali per il clima dei prossimi decenni. Quasi cento Governi di tutto il mondo hanno oramai terminato il processo di ratifica dell’Accordo, e anche l’Italia lo ha potuto fare dopo l’approvazione della Legge di ratifica da parte del Senato. Questa storica giornata è stata preceduta da una serie di notizie che delineano una situazione variegata, fatta di luci e ombre, ma sulla COP 22 di Marrakech, iniziata poco dopo, ha pesato come un macigno l’elezione del Presidente americano.

Secondo l’Accordo, tutti i Paesi che hanno ratificato, quindi anche Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Unione Europea, hanno legalmente contratto l’obbligo di mantenere il riscaldamento globale entro i 2°C che è il limite che la ricerca scientifica assegna al sistema climatico perché siano evitate trasformazioni irreversibili. L’Accordo prescrive che tale limite sia portato quanto più possibile vicino agli 1,5 °C. Ma cosa sta in realtà accadendo?

Già nel 2015, l’anno più caldo di sempre, ma meno del 2016, la temperatura superficiale media globale della terra era a +1°C rispetto al periodo pre-industriale, molto vicina, quindi, al target aspirazionale di Parigi di +1,5°C e a metà strada dalla soglia dei 2°C, e con una accelerazione improvvisa a partire dagli anni ’80 che ha visto un aumento di oltre mezzo grado in circa un trentennio. La notizia più ripresa dai media è stata quella del superamento della soglia dei 400 ppm di concentrazione media annua di CO2 in atmosfera, che supera i 480 ppm se calcolati includendo anche gli altri gas serra. Secondo i dati rilasciati dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, l’ultimo assessment dell’IPCC, per rimanere al di sotto della soglia dei 2°C con una probabilità maggiore del 66% le concentrazioni equivalenti di gas serra non dovrebbero superare le 450 ppm. Anche accettando un livello di confidenza inferiore, con probabilità maggiori del 50%, la concentrazione equivalente non dovrebbe superare, se non per un lasso di tempo limitato, quota 500. Gli attuali impegni assunti dai vari Paesi si calcola che infatti consentiranno solo di rallentare la corsa delle emissioni globali di gas serra che continueranno a crescere almeno fino al 2030, portando il mondo a fine secolo a +3,4°C. Per puntare all’obiettivo di 1,5°C, al 2030 le emissioni dovrebbero scendere dalle oltre 53 GtCO2eq dello scenario di massima implementazione degli attuali impegni nazionali – INDC – a circa 39-42 GtCO2eq, con un ulteriore taglio, quindi, di 12-15 miliardi di tonnellate di gas serra.

Patricia Espinosa, da luglio 2016 segretario esecutivo della Convenzione climatica, e il Ministro degli esteri del Marocco che ospita la COP 22 hanno congiuntamente dichiarato che “L’umanità guarderà al 4 Novembre 2016 come al giorno in cui il mondo ha chiuso la porta alle devastazioni climatiche ed ha imboccato con fermezza la strada dello sviluppo sostenibile”. Se le parole bastassero…

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Novembre 2016: Pubblicato dall'UNEP l'Emissions Gap Report 2016

 

La porta si chiude sul tentativo di mantenere il riscaldamento climatico medio superficiale a 1.5 °C a meno che i paesi non aumentino drasticamente le loro ambizioni prima del 2020. Una grande azione pre-2020 è la "ultima possibilità" per gli 1.5 °C, dice l'ultimo rapporto UNEP Emissions Gap 2016, pubblicato un giorno prima che l'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici entrasse in vigore e 5 giorni prima dell’elezione dell’ultranegazionista Donald Trump alla Casa Bianca. L'Accordo impegna tutto il mondo a mantenere il riscaldamento "ben al di sotto" dei 2 °C e a compiere sforzi per tenerlo quanto più possibile prossimo a 1.5 °C. La relazione UNEP di quest'anno è la prima a misurare in modo esplicito il "gap delle ambizioni" per gli 1.5 °C e la sua richiesta di azione è più forte di quella espressa nelle relazioni precedenti. Tuttavia, i messaggi chiave sono immutati.

Ogni anno, a partire dal 2010, l'UNEP ha misurato quello che chiamiamo gap, cioè l’eccesso delle emissioni correnti rispetto agli obiettivi di mitigazione.  Il calcolo del gap fissa un anno nel futuro nel quale il livello delle emissioni di gas serra consente ancora una possibilità di limitare il riscaldamento ad una data temperatura. Nei suoi primi rapporti, i punti di riferimento erano le emissioni consentite nel 2020 e un limite di riscaldamento di 2 °C, secondo l’Accordo di Copenhagen e le decisioni della COP 16 di Cancùn. Quest'anno, in linea con l'Accordo di Parigi, l'UNEP ha esteso la sua analisi alle emissioni consentite nel 2030, per i due limiti in discussione di 1.5 o 2 °C.

Le emissioni hanno raggiunto circa 53 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (GtCO2eq) nel 2014. Per una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento a 1.5 °C, questo totale dovrebbe essere di non più di 39 GtCO2eq nel 2030. Per una probabilità del 66% dei 2 °C, il limite è di 42 GtCO2eq. Gli impegni dichiarati a Parigi, attraverso il meccanismo volontario degli INDC, sono nettamente insufficienti: se i Paesi manterranno le loro promesse, le emissioni rimarranno a 53-55 GtCO2eq nel 2030. Ciò lascerebbe aperto un gap di emissioni di 12-14 GtCO2eq per il limite dei 2 °C, o di 15-17 GtCO2eq per il limite degli 1.5 °C.

In parole molto povere gli impegni volontari sono pari a meno della metà dei tagli necessari per raggiungere gli obiettivi di Parigi e per di più c'è ben poco tempo per colmare questa lacuna. L'Accordo di Parigi contiene un meccanismo di non-arretramento (ratcheting), ma solo delle perorazioni per aumentare le ambizioni nel tempo. La prima occasione formale per spingere in alto i livelli dell’impegno globale è nel 2018, quando ci sarà un colloquio generale “di facilitazione” ma, secondo l'UNEP restano solo tre anni per ottenere un innalzamento delle e così cogliere l'ultima occasione per mantenere la possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1.5 °C.

Nella prefazione al rapporto di quest'anno, Erik Solheim, e Jacqueline McGlade, massimi responsabili dell'UNEP, scrivono: "Dobbiamo intervenire con urgenza. Se non lo facciamo, prepariamoci a piangere la perdita della biodiversità e delle risorse naturali. Grave sarà la ricaduta economica. Saremo afflitti per una tragedia umana evitabile; il crescente numero di rifugiati climatici colpite dalla fame, povertà, malattie e conflitti sarà un rimorso perenne per l’inazione di oggi”. Queste parole sono di gran lunga le più drammatiche pronunciate dall’UNEP negli anni recenti.

La relazione contiene anche parole di cautela sulle emissioni negative, che sono incluse nella "maggior parte degli scenari" per 1.5 o 2 °C. Dal rimboschimento e ripristino carbonio nel suolo fino all’uso delle biomasse per la generazione elettrica con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS), tutte le opzioni aprono conflitti sull’uso del suolo e la biodiversità. D'altra parte, per evitare una forte dipendenza degli scenari dalle emissioni negative e non abbandonarsi a speranze fallaci di poter rimandare il problema ... occorre ridurre le emissioni rapidamente nei prossimi 5-15 anni, dice il rapporto UNEP.

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Giugno 2016: Parigi: una nuova governance per il cambiamento climatico, di Toni Federico

Abstract C’è una crisi climatica in atto che mette in seria discussione l’equilibrio ecologico del pianeta e lo stesso sviluppo economico e sociale così come lo conosciamo. La base scientifica del cambiamento climatico è piuttosto evidente, al di là di ogni inutile polemica: pompando in atmosfera gas serra oltre la resilienza dell’ecosistema atmosfera-oceano, cambiano i flussi di energia riemessi dalla terra che si scalda in misura proporzionale all’aumento dello stock atmosferico di gas ad effetto serra. A Parigi, nel Dicembre 2015, al culmine di un quarto di secolo di trattative in un quadro di governance globale piuttosto incerta, si è finalmente trovato un Accordo in base al quale l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe stare ben al di sotto dei 2° C di anomalia rispetto al periodo preindustriale. (> leggi il testo completo)

 

Maggio 2016: Ora applicare il dettato di Parigi, di Andrea Barbabella e Toni Federico

Riprendono in fine di questo maggio i Climate Talks a Bonn, i primi incontri negoziali dopo Parigi e dopo la firma dell’Accordo che ha visto a New York ben 177 paesi sottoscriverlo. I negoziatori di Bonn, quelli di sempre, si sono ritrovati in un clima nuovo, spinto dall’eccezionale carico di ottimismo e di volontà di fare della COP 21, ma con cerimoniali vecchi e vecchie strumentazioni. Praticamente tutti hanno dichiarato di temere di non essere all’altezza di affrontare le infinite questioni aperte dall’Accordo di Parigi nei tempi necessari che è davvero poco, fatti i conti dopo lo spostamento dell’obiettivo del riscaldamento globale medio a fine secolo ben al di sotto dei 2°C e verso gli 1,5 °C. Intanto da tutte le fonti arrivano notizie che gli ultimi mesi sono stati i più caldi della storia e che probabilmente il 2016 sarà l’anno più caldo nei record statistici. Siamo ormai vicini al riscaldamento medio di un grado rispetto al periodo preindustriale. La concentrazione dei gas serra in atmosfera, quella che regola lo scambio termico tra terra e sole ai limiti dell’atmosfera stessa, è oltre le 450 parti per milione, considerato il limite per non superare i 2°C di riscaldamento a fine secolo. Il Carbon budget, cioè la quantità di gas serra che possiamo ancora immettere in atmosfera per rispettare l’obiettivo di Parigi, è variamente stimato tra le 500 e le 1000 GtCO2eq, che, agli attuali ritmi di emissione, poco meno di 50 Gt all’anno in equivalente CO2, se ne andrà in dieci anni o poco più.

Al di là dei target fissati a Parigi, peraltro consensualmente, si entra nello spazio e nel tempo delle trasformazioni irreversibili, esito ben noto a chi studia i sistemi non lineari e complessi di cui il clima è certamente il maggiore, ma non ancora entrati nel lessico comune dei fenomeni da temere. La realtà è che nemmeno la big science mobilitata intorno al clima è in grado di prevederli con una precisione operativa sufficiente. Parliamo di scomparsa delle calotte di ghiaccio, della modificazione delle correnti oceaniche, dello spostamento al Nord delle specie viventi cacciate in alto dalle zone equatoriali roventi e siccitose con l’effetto di profonde modifiche della biodiversità e, come è sotto gli occhi di tutti, di ondate migratorie imprevedibili sotto la spinta della miseria e della mancanza di risorse alimentari.

Non pensi il lettore che si tratti delle solite giaculatorie ecologiste, al contrario si tratta di conoscenze consolidate e condivise. Il problema è per tutti il che fare, quanto costa e in quanto tempo. Parigi, piuttosto che reiterare Protocolli destinati a restare lettera morta, ha restituito nelle mani dei Governi, delle comunità, delle imprese e dei territori la responsabilità di provvedere all’immane compito della mitigazione e di prendere tutte le misure di adattamento che possono entro certi limiti contenere i danni. Ha anche impostato una per ora modesta modalità di finanziamento a carico dei paesi più ricchi, cui spetta anche l’onere massimo di produrre le tecnologie necessarie e trasferirle a quelli che non le hanno, assieme a quanto serve per la capacitazione di quelle popolazioni. Le risposte sono positive da tutte le parti e ciò fa ben sperare. Resta pero il fatto che la somma degli impegni assunti dalla comunità mondiale, i cosiddetti INDC (Intended Naturally Determined Contributions), raccolti dalla Convenzione a monte della COP 21, porterebbero l’anomalia termica a fine secolo oltre i 3°C, quindi non sono sufficienti e vanno in fretta resi di gran lunga più ambiziosi.

Da questa breve disamina emerge che gli accadimenti avverranno largamente al di fuori dell’iniziativa della Convenzione, che si riserva però di monitorarli e contabilizzarli con metodi rigorosi e condivisi. Qual è in sintesi l’Agenda della Convenzione dopo Parigi?

L’Accordo istituisce due cicli quinquennali. Nel primo tutti i Paesi sono invitati a presentare i loro NDC, con l’impegno che ogni contributo successivo dovrà rappresentare un avanzamento del contributo precedente (il meccanismo cosiddetto di ratcheting) il cui punto zero è il citato INDC, se è stato presentato. Sarà rispettato il principio della responsabilità comune ma differenziata secondo le rispettive capacità alla luce delle diverse situazioni nazionali. I Paesi che avevano presentato un INDC a 10 anni dovranno comunicare o aggiornare questi contributi.

Il secondo ciclo conduce al resoconto globale (stocktake) degli sforzi collettivi, a partire dal 2023, preceduto da un dialogo per la facilitazione che avverrà nel 2018. Tutti i Paesi dovranno produrre un Rapporto usando un quadro comune per la contabilità e la trasparenza e tutti sono invitati, nei limiti delle proprie possibilità, o degli obblighi per i paesi ricchi, a dare sostegno ai paesi in via di sviluppo affinché riescano tecnicamente a rispettare gli standard di comunicazione.

L’IPPC, il panel di esperti esterni che supporta la Convenzione, Premio Nobel per la pace 2007, è stato impegnato a disegnare al più presto lo scenario di abbattimento dell’anomalia termica a fine secolo a 1,5°C, valutazione che non è contenuta nel quinto ed ultimo Assessment Report del 2014 il cui scenario di mitigazione più impegnativo era il c.d. RCP2.6 a +2°C.

Nell’Italy Climate Report 2016[1] presentato lo scorso aprile, la Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha analizzato alcuni dei principali trend mondiali dell’economia green e low carbon e ha elaborato delle proposte di “roadmap climatiche” post-Parigi, con l’intento di valutare le implicazioni del nuovo accordo globale sul clima per l’Italia.

Alcuni output della ricerca sono di carattere generale. In primo luogo si evidenzia l’arresto della crescita delle emissioni di gas serra nel biennio 2014-2015: si tratta della prima volta nella storia recente che ciò avviene in una fase di crescita dell’economia globale. E non sembra essere una casualità. Lo steso Accordo di Parigi sarebbe stato forse impossibile da raggiungere anche solo uno o due anni prima. Dietro a questo “quasi decoupling” si nasconderebbero cause profonde e di lungo periodo, a cominciare dal cambio di atteggiamento degli USA e, soprattutto, della Cina che potrebbe essere davvero entrata in quella che Lord Nicholas Stern[2] ha efficacemente indicato come una “nuova normalità dello sviluppo”. Ma sono tanti e diffusi i segnali di una transizione in atto: la crescita delle iniziative di carbon pricing che oramai secondo i dati della World Bank[3] interessano il12% delle emissioni mondiali di gas serra con un mercato da 50 miliardi di $; la diffusione di strumenti e misure in favore di efficienza e tecnologie low carbon, come sistemi di target per le rinnovabili adottati in 164 Paesi nel mondo[4]; la perdita di competitività delle fonti fossili, anche in una fase di prezzi artificialmente bassi, con un 2015 nel quale oltre la metà della nuova potenza elettrica installata nel mondo è alimentata da rinnovabili[5].

Naturalmente si tratta di segnali incoraggianti, ma non ancora sufficienti. Tanto più se si passa dall’obiettivo concordato alla COP di Cancún, di limitare l’aumento della temperatura globale a 2°C rispetto al periodo preindustriale, a quello ben più ambizioso di Parigi, di stare “ben al di sotto della soglia dei 2°C” facendo ogni sforzo per limitare il riscaldamento terrestre a 1,5°C. Può sembrare una inezia, una questione più di forma che di sostanza, ma in un sistema complesso e non lineare come quello climatico il passaggio da 2 a 1,5°C al 2050 si traduce nella necessità non più quasi di dimezzare le emissioni rispetto al 1990, ma di arrivare alla quasi totale decarbonizzazione dell’economia mondiale, a causa di un carbon budget disponibile per il resto del secolo dimezzato.

Per capire concretamente le conseguenze di un aumento delle ambizioni di tale portata, nella ricerca della Fondazione è stata elaborata una Roadmap energetico-climatica per l’Italia tarata su un target intermedio tra 1,5 e 2°C e alla base della proposta per una nuova Strategia energetica nazionale al 2030 (SEN2030). Naturalmente lo scenario che emerge è molto sfidante e gli obiettivi al 2030 attualmente concordati dall’Unione europea dovrebbero essere rivisti in modo sostanziale:

·   le emissioni nazionali di gas serra dovrebbero ridursi non più del 36-40% rispetto al 1990, ma almeno del 50%;

·   le fonti rinnovabili dovrebbero arrivare a coprire non il 27% ma il 35% del consumo finale lordo;

  • le politiche di risparmio ed efficienza energetica dovrebbero portare a un taglio dei consumi rispetto allo scenario tendenziale non del 27% ma di almeno il 40%.

 

 

Lo studio approfondisce settore per settore le modalità in cui questi obiettivi potrebbero essere conseguiti indicando, ad esempio, un forte impulso all’efficientamento degli edifici esistenti e alla penetrazione dell’energia elettrica nei consumi finali (pur ipotizzando una diffusione di massa dell’auto elettrica solo dopo il 2030). Tuttavia uno dei principali output dell’analisi riguarda il confronto tra ciò che andrebbe fatto, e che potrebbe sembrare ai più un obiettivo irrealizzabile, e ciò che è stato fatto in passato. Per centrare il nuovo obiettivo sulle emissioni di gas serra, in Italia si dovrebbe passare dalle attuali 430 MtCO2eq circa a 260 nel 2030, tagliando in media ogni anno 10-11 MtCO2eq; tra il 2005 e il 2013 le emissioni nazionali sono calate a un ritmo medio di 15 MtCO2eq/anno. Ridurre del 40% i consumi di energia rispetto allo scenario tendenziale vorrà dire tagliare in media ogni anno circa 2 Mtep; sempre tra il 2005 e il 2013 il fabbisogno energetico nazionale si è ridotto di 20 Mtep. Raddoppiare la quota attuale delle rinnovabili sul consumo finale lordo significa fare 1 Mtep di rinnovabili in più ogni anno, meno di quanto abbiamo già fatto tra il 2005 e il 2013 con circa 10 Mtep di rinnovabili in più.

Quella climatica è la principale sfida ambientale, e non solo, della nostra epoca e la precondizione per ogni ipotesi di futuro benessere. Oggi più di ieri abbiamo la consapevolezza di avere gli strumenti e le capacità per poterla affrontare e vincerla. Dobbiamo ora fare appello a tutta la nostra volontà. Consapevoli che il 2030 potrebbe essere molto diverso da come lo avremmo immaginato anche solo pochi anni fa. Molto migliore.


[1] Ronchi E., Barbabella A., Orsini R., Federico T., 2016, La svolta dopo l’accordo di Parigi – Italy Climate report 2016, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Roma

[2] Stern N. et al., 2016, China’s changing economy: implications for its carbon dioxide emissions, Grantham Res. Inst. Working paper 228

[3] World Bank, 2015, State and trends of carbon princing

[4] IRENA, 2015, Renewable energy target setting

[5] Bloomberg new energy finance, 2016, Global trends in renewable energy investment

 

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2016: Il decennale del Rapporto Stern

 

Parliamo di uno studio, “The Stern Review on the Economic Effects of Climate Change”, che ha portato la crisi climatica al centro di ogni possibile progetto di sviluppo economico per l’umanità. Il rapporto è del 2006 ed è stato commissionato dal governo britannico. Metteva per la prima volta in luce che i danni economici causati dai cambiamenti climatici incontrollati avrebbero potuto arrivare al 5-20% del PIL mondiale ogni anno, ma che la riduzione delle emissioni di carbonio intrapresa subito e con energia sarebbe costata solo l'1% del PIL.

Quello studio aveva messo in guardia contro il ritardo nell'azione, ma non è stato ascoltato, ha detto Stern in una delle conferenze tenute per il decennale. "Abbiamo ritardato l'azione", ha detto. "I danni potenziali ora sono più gravi di quanto ho suggerito allora. In questo senso ho sottovalutato le conseguenze di non andare avanti con l’azione di mitigazione. Ma, al contrario, i costi dell’azione sono inferiori a quello ho indicato allora perché il progresso tecnico è stato più veloce di quanto dieci anni fa immaginavo. Il costo dell’energia solare, per esempio, non è lontano un fattore 10 in meno rispetto al 2006. Oggi un futuro a basse emissioni di carbonio è l'unica opzione per la prosperità. Qualsiasi tentativo di inseguire una crescita appoggiata sui combustibili fossili sarà alla fine autodistruttivo a causa dell’ambiente molto ostile che crea. La vecchia e presunta contraddizione tra crescita economica e responsabilità climatica è semplicemente del tutto falsa”. Stern ha detto che “gli altri driver della crescita economica, come l'utilizzo di tassi di interesse, di modifiche fiscali e le riforme strutturali, hanno un potenziale limitato. Lo sviluppo sostenibile delle infrastrutture e delle città è la storia unica della crescita del futuro. Stiamo vincendo” ha detto “gli argomenti intellettualmente e politicamente contrari, ma è ancora tutto troppo lento".

Vi è un argomento forte caro a Stern ed è che la Cina è ora leader del mondo nell’azione sui cambiamenti climatici, che rende il paese sia un concorrente che una guida per le altre nazioni. La Cina ha stabilizzato le sue emissioni serra già da due anni con cambiamenti radicali nella produzione di energia e nella stessa economia, spostando rapidamente il paese verso le attività nel settore terziario hi-tech. La regione principale della scelta cinese sta nell’assurdità dell’inquinamento dell’aria che ha reso invivibili le sue grandi città e nei primi gravi effetti degli eventi climatici estremi patiti dalla Cina, ma anche nel desiderio di essere il maggior player della green economy a livello mondiale. Sarà bene che i governi occidentali, e gli europei in particolare, tengano tutto ciò nel dovuto conto. Ma quello che vede Stern nel Regno Unito e altrove, è ben diverso. Del resto il presidente americano appena eletto va dicendo che il cambiamento climatico è una trappola ordita dalla Cina ai danni degli Stati Uniti.

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4 maggio 2016: Quali effetti di mitigazione assicurano gli impegni volontari INDC

 

Gli INDC, gli impegni volontari di mitigazione ed adattamento a livello nazionale, erano stati comunicati in vista di Parigi già ad inizio novembre 2015. Da allora sono state pubblicate decine di autorevoli studi per valutarne la adeguatezza rispetto agli obiettivi, in particolare quello dei 2° che era stato generalmente assunto prima della COP 21. Da allora vari Paesi hanno avuto modo di perfezionare i loro INDC, dopo Parigi non più intended, ma acquisiti (NDC). Ciò ha consentito alla Convenzione climatica di sviluppare il Rapporto “Aggregate effect of the intended nationally determined contributions: an update” dotato di un Technical Annex. Un’analisi delle conclusioni di questi studi è stata prodotta dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile (Barbabella).

Gli studi danno una stima degli effetti sulle emissioni globali di gas serra al 2025 e 2030 dell’implementazione dei 161 INDC comunicati da 189 Parti della Convenzione entro il 4 aprile 2016: questi coprono il 99% delle emissioni delle Parti della Convenzione nel 2010 e settori e gas serra da cui si è originato l’87,9% delle emissioni globali nel 2010. Visto che possono esserci alcuni settori e alcuni gas non coperti dagli INDC, la quota delle emissioni complessive di tutte le Parti che hanno inoltrato INDC è più alta ed è pari al 95,7% delle emissioni globali di gas serra nel 2010. Le Parti che hanno presentato gli INDC rappresentano il 98,7% della popolazione mondiale e il 99,7% del Pil mondiale e 137 di loro hanno assunto impegni in materia di adattamento.

La implementazione degli INDC porterà le emissioni globali di gas serra a 55 GtCO2eq nel 2025 e 56,2 GtCO2eq nel 2030.  Le emissioni globali continueranno a crescere ma a un ritmo inferiore, del 16% nel ventennio 2010-2030 a fronte del 24% del ventennio precedente 1990-2010 . Nel dettaglio, dai calcoli della Fondazione, le emissioni saranno più alte:

  • In relazione al 1990, del 42% nel 2025 e del 45% nel 2030;

  • In relazione al 2000, del 37% nel 2025 e del 40% nel 2030;

  • In relazione al 2010, del 14% nel 2025 e del 17% nel 2030.

Le emissioni pro capite medie globali rispetto al 1990 si ridurranno invece dell’8% al 2025 e del 10% al 2030, arrivando a 6,8 e 6,7 tCO2eq/yr. Nel 1990 erano pari a 7,4 tCO2eq/yr, nel 2000 a 6,6 e nel 2010 a 7,0. Dovrà quindi essere invertita la tendenza negativa dell’ultimo decennio

Nello scenario di riferimento pre-INDC le emissioni sono stimate al 2025 e 2030 rispettivamente in 57,7 e 60,8 GtCO2eq . L’implementazione degli INDC porterebbe dunque al -5 e al -8% e a -2,7 e -4,6 GtCO2eq al 2025-2030. Nello scenario 2°C le emissioni dovrebbero essere pari, rispettivamente, a 45,4 e 42,5 GtCO2eq. Nello scenario 1,5°C le emissioni al 2025 e 2030 dovrebbero essere pari a 38,4 e 33,9 GtCO2eq. L’implementazione degli INDC, anche se portata pienamente a termine,  non sarebbe dunque sufficiente in nessun caso. A differenza dello scenario 2°C in cui dopo il 2030 i tassi medi annui di riduzione delle emissioni potrebbero leggermente diminuire (fino a 1,4%), nello scenario 1,5°C questi dovrebbero restare sempre alti attorno al 3,1%.

Infine gli studi adottano i risultati dell’IPCC AR5 in merito al il Carbon budget per il periodo 2011-2100, che per lo scenario dei 2°C, confidenza 66%, è pari a circa 1.000 GtCO2eq (che sale a 1.300 al 50% di probabilità). Per l’obiettivo di 1,5 °C il Carbon budget disponibile, con un livello di confidenza inferiore al 50%, sarebbe pari appena a 550 GtCO2eq, esaurito in meno di dieci anni con i ritmi di emissione dello scenario di riferimento pre-INDC.

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  Dicembre 2015: Conclusa la COP 21. Si tratta di un cambio di passo - di Edo Ronchi

 

L’accordo di Parigi segna un cambio di passo globale nel far fronte alla crisi climatica, infatti:

    - 187 governi di altrettanti Paesi, compresi tutti i grandi emettitori di gas serra, Cina in testa, hanno dichiarato necessari  rilevanti impegni di riduzione, e impegnative politiche di adattamento, e hanno dichiarato impegni nazionali di riduzione, stipulando un patto per verificare periodicamente e globalmente questi impegni;

    - hanno affermato un obbiettivo più ambizioso di quello annunciato come prevalente alla vigilia introducendo la necessità di stare molto al di sotto dei 2°C  e di fare ogni sforzo per non aumentare la temperatura media globale rispetto all’era preindustriale di più di 1,5 °C.;

     - l’accordo entrerà in vigore, e sarà valido per tutti i Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro del 1992 (quasi tutti, Stati Uniti e Cina compresi), quando sarà sottoscritto da almeno 55 Paesi e  da Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra :quorum che sarà prevedibilmente raggiunto e darà ulteriore forza politica a questo accordo.

Il processo globale messo in moto da queste tre importanti novità  avrà rilevanti impatti sugli investimenti mondali nelle fonti fossili (è prevedibile, e previsto, un forte calo di quelli nel petrolio e nel carbone); innescherà  un assai probabile ulteriore balzo di quelli nelle rinnovabili e nel risparmio energetico e un generale maggiore impegno nell’eco-innovazione. Questo processo mondiale, come previsto (e ormai auspicato?) anche dall’OCSE e dall’IEA, porterà all’estensione di forme di carbon pricing a nuovi settori e nuovi Paesi. L’insieme di questi fattori potrebbe, con buona probabilità, aumentare la competitività anche economica della green economy e quindi la sua forza di sviluppo e di penetrazione, con effetti potenzialmente moltiplicatori.

Ma come affrontare i punti deboli o trascurati (gli  strumenti per raggiungere gli obiettivi), o  rinviati (impegni nazionali di riduzione  delle emissioni più consistenti e corrispondenti al target di 1,5 °C) dall’Accordo di Parigi? 

Visto che è ufficialmente riconosciuto che gli attuali impegni nazionali dichiarati dai 187 Paesi per il 2025 e il 2030, sono sì un passo importante, ma non sarebbero sufficienti per stabilizzare l’aumento delle temperatura a 1,5 °C (ma che ci farebbero andare, con buona probabilità, ben oltre i 2°C) è necessario da subito cavalcare la nuova onda internazionale verso una low carbon economy, alimentata dall’Accordo di Parigi, e impegnarsi per migliorarli e per attivare politiche e misure più efficaci, da parte dei Governi, ma anche dalle amministrazioni regionali e locali e dalle imprese . Così sarebbe possibile arrivare alla prima verifica dell’Accordo di Parigi - quella prevista con la rendicontazione del 2018 - con numeri più sostenibili. In modo che alla COP di revisione - prevista un po’ troppo avanti, nel 2023 - non si arrivi con una situazione già compromessa (con 1,5 °C non più possibili). E anche l’Europa e l’Italia dovrebbero fare la loro parte sulla via del miglioramento dei rispettivi impegni per il nuovo target di 1,5 °C. L’Europa migliorando i target al 2030 delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e l’Italia migliorando la strumentazione e le sue politiche per la mitigazione climatica.

 

Febbraio 2016: Seminario sulla COP 21 della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Gestire l’Accordo di Parigi per rafforzare una svolta climatica e sostenere lo sviluppo di una green economy, Presentazione di Edo Ronchi

L’Accordo di Parigi segna un cambio di passo globale nel far fronte alla crisi climatica. Infatti 195 governi di altrettanti Paesi, compresi tutti i grandi emettitori di gas serra, Cina in testa, hanno riconosciuto necessari rilevanti impegni di riduzione - e impegnative politiche di adattamento - e hanno dichiarato impegni nazionali di riduzione, stipulando un patto per verificare questi impegni periodicamente, con aggiornamenti biennali, con un primo resoconto globale nel 2023 e successivamente ogni cinque anni. Questi Paesi hanno affermato un obbiettivo più ambizioso di quello annunciato come prevalente alla vigilia, introducendo la necessità di stare molto al di sotto dei 2°C e di fare ogni sforzo per non aumentare la temperatura media globale rispetto all’era preindustriale di più di 1,5 °C, nonché di raggiungere, nella seconda metà di questo secolo, un equilibrio fra emissioni antropiche e assorbimenti: quindi un azzeramento delle emissioni globali nette di gas serra.

L’Accordo entrerà in vigore, e sarà valido per tutti i Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro del 1992 (quasi tutti, Stati Uniti e Cina compresi), quando sarà sottoscritto da almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra: quorum che sarà prevedibilmente raggiunto e darà ulteriore forza politica a questo accordo.

Il processo globale messo in moto da queste tre importanti novità avrà rilevanti impatti sugli investimenti mondali nelle fonti fossili (è prevedibile, e previsto, un calo di quelli nel petrolio e nel carbone); innescherà un assai probabile ulteriore balzo di quelli nelle rinnovabili, nel risparmio energetico, nella mobilità sostenibile e un generale maggiore impegno nell’eco-innovazione. L’adozione dell’Accordo di Parigi è avvenuta con l’approvazione di un altro documento, proposto dal Presidente della COP 21, che si chiama appunto "Documento di decisione". Il Documento di decisione non sarà sottoposto alla ratifica, accettazione, approvazione o adesione degli Stati, come l’Accordo, ha quindi un diverso peso e ruolo sia formale sia sostanziale, ma rimane tuttavia un documento oltre che di decisione di adottare l’Accordo, ai sensi della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 1992, anche di decisione sugli organismi e sulle modalità di gestione sia degli impegni di riduzione che di adattamento. In questa Decisione va segnalato il rilievo del paragrafo IV dal titolo: "Azione rafforzata prima del 2020" tesa proprio a spingere i Paesi a compiere "maggiori possibili sforzi di mitigazione nel periodo pre-2020". E di non poco conto è anche il paragrafo V dedicato agli Stakeholder, compresi quelli della società civile, del settore privato e le istituzioni finanziarie (oltre alle città e alle autorità sub-nazionali). Così come l’appello lanciato dal Consiglio nazionale della green economy, alla vigilia di Parigi, e sottoscritto da un gruppo di imprese e di organizzazioni italiane della green economy, la Decisione sollecita anche un diretto impegno di mitigazione climatica del settore privato e afferma un altro contenuto, pure richiamato in quell’appello: "riconosce anche il ruolo importante di fornire incentivi per le attività di riduzione delle emissioni, tra cui strumenti come le politiche nazionali e il carbon pricing".

Gli strumenti economici e il carbon pricing, come auspicato dall’OCSE e dall’IEA, dovrebbero ora essere impiegati in modo più esteso e far crescere, con buona probabilità, la competitività della green economy, la sua forza di sviluppo e di penetrazione, con effetti potenzialmente moltiplicatori.

Il sistema di governance dell’Accordo di Parigi, riconoscendo l’impraticabilità di un Trattato internazionale - vincolante negli obiettivi, provvisto di misure per raggiungerli e di sanzioni per i Paesi che non lo rispettano - per affrontare la crisi climatica, è basato su impegni definiti nazionalmente, gestiti e attuati nazionalmente e comunicati e verificati globalmente, con il supporto di vari strumenti di analisi, di supporto tecnico, gestionale e di cooperazione. Dopo anni di trattative inconcludenti, non credo vi possano essere molti ragionevoli dubbi sul fatto che il modello di governance dell’Accordo di Parigi fosse l’unico praticabile. Resta tuttavia da verificare se tale sistema di governance sarà effettivamente in grado di produrre azioni adeguate e nei tempi necessari per mitigare questa crisi climatica globale. Ma come fare per limitare i rischi del modello di governance dell’Accordo di Parigi? Gestendo al meglio i contenuti positivi dell’Accordo, migliorando significativamente gli impegni nazionale come occasioni, spinte, opportunità di nuovi investimenti, di innovazione, di nuova occupazione e di sviluppo di una green economy.

Visto che è ufficialmente riconosciuto che gli attuali impegni nazionali dichiarati dai Paesi per il 2025 e il 2030, sono un passo importante, ma non sono sufficienti per stabilizzare l’aumento delle temperatura a 1,5 °C - porterebbero invece ad un aumento medio della temperatura, con buona probabilità, ben oltre i 2°C – sarebbe bene non perdere la spinta positiva verso una low-carbon economy alimentata dall’Accordo di Parigi, impegnandosi da subito per migliorarli e per attivare politiche e misure più efficaci da parte dei Governi, ma anche dalle amministrazioni regionali, locali e dalle imprese. Così da arrivare alla prima verifica dell’Accordo - quella prevista con la rendicontazione del 2018 - con numeri più sostenibili e in modo che alla COP di revisione - prevista un po’ troppo avanti, nel 2023 - la situazione non sia compromessa e l’obiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura media entro 1,5 °C, sia ancora possibile.

E anche l’Europa e l’Italia dovrebbero cambiare passo per fare la loro parte sulla via del miglioramento dei rispettivi impegni per il nuovo target di 1,5 °C. L’Europa migliorando i target al 2030 delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e l’Italia migliorando la strumentazione e le sue politiche per la mitigazione climatica come occasione di consolidamento della ripresa economica in atto, consolidamento e riqualificazione del suo sviluppo. Per ora non pare che vi sia in Italia una sufficiente consapevolezza politica dei potenziali positivi di più incisive misure climatiche: per l’efficienza il risparmio energetico e lo sviluppo di fonti energetiche nazionali rinnovabili, per il risparmio, il riciclo e la rinnovabilità dei materiali in un’ottica di circular economy, per una mobilità più sostenibile, città meno inquinate e più vivibili, per migliorare la qualità del territorio e meglio tutelare e valorizzare quella grande risorsa nazionale che è costituita dal nostro capitale naturale e culturale.

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17 Dicembre 2015: Seminario sulla COP 21 della London School of Economics, Chairman: Sir Nicholas Stern

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Novembre 2015: Iniziativa dei Capi di Stato e di Governo in favore del Carbon Pricing alla COP 21 (fonte: World Bank)

Sei capi di stato e di governo, di Francia, Cile, Etiopia, Germania, Messico e Canada, e i leader del gruppo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale hanno chiesto alle imprese e a tutti i paesi di dare seguito alle loro ambizioni di Parigi mettendo un prezzo al carbonio per guidare gli investimenti per un futuro più verde e pulito.

In una notevole dimostrazione di unità di visione,  nel primo giorno dei colloqui sul clima a Parigi, i capi di Stato e di governo di un certo numero di paesi hanno chiesto al mondo di iniziare a dare un prezzo all’inquinamento di carbonio come chiave della lotta contro il cambiamento climatico e di trasformare l'economia globale.

I prezzi del carbonio e l'impatto sulla mitigazione degli strumenti di carbon pricing esistenti (fonte: World Bank)

Il presidente francese, François Hollande si è unito a Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica federale di Germania, Enrique Peña Nieto, presidente del Messico, Justin Trudeau, Primo Ministro del Canada Hailemariam Dessalegn, Primo Ministro della Repubblica federale di Etiopia e Michelle Bachelet presidente del Cile.

L'obiettivo è quello di impostare gradualmente un prezzo sufficientemente alto del carbonio in tutto il mondo per incoraggiare un comportamento migliore, ha detto Hollande. In Francia, la legge sulla trasformazione dell'energia prevede già un sostanziale aumento del prezzo del carbonio, a  22€ per tonnellata nel prossimo anno,  proiettato a 100€  entro il 2030. In Europa, si dovrà migliorare il mercato interno del carbonio, garantendo al tempo stesso che i paesi più rigorosi possano rimanere competitivi. In sostanza una società, consumando meno CO2, dovrebbe ottenere un vantaggio competitivo decisivo.

All’appello dai capi di Stato e di governo hanno fatto eco ministri e amministratori delegati di tutto il mondo, dando vita ad un altro evento a Parigi per lanciare ufficialmente la Carbon Pricing Leadership Coalition (CPLC). La Coalizione riunisce governi chiave come Messico, Germania, Francia, Cile e California, insieme a quasi 90 aziende multinazionali e organizzazioni non governative.

I partner della Coalizione hanno adottato una linea d'azione concordata che promuove il carbon pricing raccogliendo e condividendo le prove migliori del successo della politica dei prezzi del carbonio, la mobilitazione di sostegno alle imprese per un'azione più ambiziosa e la convocazione di dialoghi di leadership in tutto il mondo con l'obiettivo di affrontare le sfide politiche che impediscono un maggiore utilizzo del mercato del carbonio.

Stiamo assistendo ad uno slancio crescente da parte dei capi di stato e di altri leader mondiali per mettere un prezzo all'inquinamento da carbonio, ma sono necessarie ulteriori azioni per ridurre le emissioni inquinanti nocive, ha detto il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim. Queste dichiarazioni di sostegno da parte dei leader di oggi sono di fondamentale importanza, come è il lavoro della Carbon Pricing Leadership Coalition. Dobbiamo garantire che questo slancio per dare un prezzo al carbonio si traduca in un impatto sull’ambiente.

Un esito positivo dei negoziati sul clima di Parigi darà un messaggio forte che le nazioni possono lavorare insieme per il bene del pianeta, ha detto la direttrice del FMI Christine Lagarde. Il giusto prezzo del carbonio dovrebbe essere al centro di questo sforzo. In effetti, dato il crollo dei prezzi dell'energia, non c'è mai stato un momento migliore per la transizione alla determinazione intelligente, credibile ed efficace del prezzo del carbonio. I responsabili politici devono definire il prezzo giusto del carbonio, tassarlo in modo intelligente e farlo subito.

In vista dei colloqui di Parigi più di 90 paesi sviluppati e in via di sviluppo, tra cui l'Unione Europea, hanno manifestato l'intenzione di utilizzare sistemi di tariffazione carbonio internazionali, regionali o nazionali per favorire l’azione di mitigazione.

Il carbon pricing è in grado di dare molteplici vantaggi tra cui la riduzione degli impatti sulla salute e sull'ambiente, come le morti premature dovute all'esposizione all'inquinamento dell'aria. Può fornire ai governi i finanziamenti necessari per promuovere lo sviluppo sostenibile e stimolare maggiori investimenti in una crescita low carbon. Attraverso il carbon pricing, i paesi possono fornire un incentivo per le imprese e gli investitori a ridurre la loro impronta carbonica, accelerando gli investimenti in energia pulita, trasporti puliti e tecnologie pulite.

Circa 40 nazioni e 23 città, stati e regioni hanno attuato o stanno mettendo un prezzo al carbonio con programmi e meccanismi che coprono circa il 12 per cento delle emissioni globali di gas a effetto serra. La copertura è destinato a crescere,  dato il recente annuncio della Cina di apprestare un sistema di scambio di emissioni nazionali entro il 2017.

Un recente rapporto della Banca Mondiale, “State and Trends of Carbon Pricing 2015” (> scarica il Rapporto), mostra che il numero di sistemi di tariffazione del carbonio attuati o programmati in tutto il mondo è quasi raddoppiato dal 2012 e sono ora un valore di circa 50 miliardi di $.

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1 Novembre 2015: Pubblicato dall'UN FCCC il Rapporto sugli effetti attesi degli impegni dichiarati dai vari Paesi in vista di Parigi (INDC)

Il Rapporto di Sintesi della Convenzione (> scarica il Rapporto completo) presenta una valutazione dell'effetto complessivo del 119 contributi volontari stabiliti a livello nazionale (INDC), trasmessi da 147 Paesi entro la scadenza formalmente stabilita alla COP del 2013 dell'1 Ottobre 2015. Esso fornisce una stima dei livelli aggregati delle emissioni di gas serra nel 2025 e il 2030 derivanti dalla attuazione di tali INDC
rispetto ai livelli di emissione del 1990, 2000 e 2010. Traccia anche le traiettorie delle  emissioni con le azioni comunicate dalle Parti per il periodo pre-2020, e con quelle che mantengono l'aumento della temperatura globale media terrestre al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Il risultato delle varie stime è rappresentato nella figura seguente.

L'attuazione degli INDC comunicati è stimata dare luogo a livelli aggregati di emissioni globali annue di 55,2 (52,0 - 56,9) Gt CO2eq nel 2025 e 56,7 (53,1- 58,6) Gt CO2eq nel 2030. I livelli globali di emissioni nel 2025 e il 2030 sono stati calcolati sommando i livelli di emissione aggregati stimati derivanti dall'attuazione degli INDC comunicati,  di 41,7 (36,7 - 47,0) Gt CO2eq nel 2025 e di 42,9 (37,4 - 48,7) Gt CO2eq nel 2030, ai livelli di emissioni che non rientrano negli INDC. Oltre a varie incertezze nella aggregazione degli INDC, questi intervalli comprendono gli obiettivi sia incondizionati che condizionali. Il totale delle emissioni di CO2 cumulative dopo il 2011 dovrebbe  raggiungere le 541,7 (555,8 - 523.6) Gt CO2 nel 2025 e 748,2 (771,7 - 722.8) Gt CO2 nel 2030.

I livelli di emissione aggregati globali derivanti dagli INDC si stimano superiori del 34 - 46%  nel 2025 e del 37-52% nel 2030 rispetto al livello di emissioni globali nel 1990; 29-40% nel 2025 e 32-45% nel 2030 rispetto al 2000 e 8-18% nel 2025 e 11-22% nel 2030 rispetto al 2010. Anche se queste cifre dimostrano che le emissioni globali, considerando gli INDC, continueranno a crescere fino al 2025 e al 2030, la crescita dovrebbe  rallentare in modo sostanziale, alll'11-23% nel periodo 2010-2030 rispetto al 24% del periodo 1990-2010. Il tasso relativo di crescita delle emissioni nel periodo 2010-2030 dovrebbe essere dal 10 al 57% per cento inferiore a quello nel corso del periodo 1990-2010, tenendo conto degli INDC.

I livelli di emissione riportati nel Rapporto e in figura comprendono le emissioni derivanti dal cambiamento di uso del suolo e fanno uso dei GWP (Global Warming Potential) calcolati dall'AR4 dell'IPCC con un orizzonte temporale di 100 anni. Gli intervalli indicati in figura vanno dal 20 all'80% delle gamme intorno ai valori mediani. Le stime delle emissioni nel 2025 e nel 2030, non coperte dagli INDC,  sono state fatte estraendo dagli scenari IPCC AR5, che riflettono gli impegni del 2020 nel quadro degli accordi di Cancún,  i tassi di crescita delle emissioni dei Paesi che non hanno rilasciato finora l'INDC.

La media globale delle emissioni pro-capite, considerando gli INDC,  dovrebbe diminuire dell'8 e del 4% entro il 2025 e del 9 e del 5% entro il 2030 rispetto rispettivamente ai livelli del 1990 e del 2010. La stima media globale delle emissioni pro capite, con gli INDC,  è di 6,8 (6,5 - 7,1) t CO2eq nel 2025 e di 6,7 (6,4 - 7,2) t CO2eq nel 2030. Le emissioni nel 2000 sono state pari a quanto previsto per i livelli di emissioni pro capite nel 2030 e l'1 per cento sopra i livelli attesi al 2025.

L'attuazione degli INDC porterebbe ad emissioni aggregate globali al di sotto delle proiezioni pre-INDC. Il livello di emissioni globali associato agli INDC dovrebbe essere inferiore al livello di emissioni in proiezione pre-INDC di 2.8 (0,2 - 5,5) Gt CO2eq  nel 2025 e di 3,6 (0,0 - 7,5) Gt CO2eq al 2.030. Tenere conto delle componenti condizionali degli INDC abbasserebbe il livello superiore di questo intervallo di 1,0 e 1,9 Gt CO2eq  al di sotto di quello con i componenti incondizionati soltanto.

Rispetto ai livelli di emissione in linea con gli scenari dei 2 °C a costo minimo, i livelli aggregati delle emissioni  derivanti dagli INDC sono più alti di 8,7 (4,7 - 13,0) Gt CO2eq, pari al 19% (10 - 29%) nel 2025 e di 15,1 (11,1 - 21,7) Gt CO2eq, pari al  35% (26 - 59%) nel 2030.

La figura mette a confronto i livelli di emissione globali derivanti dagli INDC nel 2025 e nel 2030 con gli scenari di riferimento pre-INDC e  gli scenari a 2 °C. Gli  scenari di riferimento derivano dal contributo del WKG III dell'AR5 che sono coerenti con le azioni comunicate dalle parti per il periodo pre-2020 (in rosso). Le emissioni aggregate che dovrebbero derivare dagli INDC mostrano un largo intervallo di incertezza a causa delle varie ipotesi e delle condizioni specificate dalle Parti nelle loro dichiarazioni e delle incertezze associate con le lacune nelle informazioni (barre gialle). Gli scenari di mitigazione per una traiettoria a costo minimo per mantenere l'aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 °C sono mostrati in blu, con un miglioramento della mitigazione globale a partire da oggi (blu scuro), entro il 2020 (media blu) o con un ritardo oltre il 2030 (turchese). In questo ultimo caso i tassi di riduzione delle emissioni nel periodo 2030-2050 sono necessariamente superiori per effetto del ritardato inizio del miglioramento globale.

Prospettive per rimanere entro i 2 °C

Con i livelli di emissione aggregati globali annuali, stimati supponendo  l'attuazione piena degli INDC, non si raggiungono le traiettorie di riduzione 2025 - 2030 per restare a costo minimo entro i 2 °C. L'aumento della temperatura globale a fine secolo dipende sia dalle emissioni fino al 2030, che dipendono dal livello di impegno degli INDC e da un eventuale suo aumento conquistato a Parigi, e delle emissioni nel periodo post-2030. Tuttavia, i livelli di temperatura entro la fine del secolo dipendono in larga misura dalle ipotesi sui driver socioeconomici, dallo sviluppo tecnologico e dalle azioni sviluppate dai vari Paesi oltre i tempi indicati nel loro INDC, cioè oltre il 2025 e il 2030.

Se le Parti non dovessero migliorare  a Parigi l'azione di mitigazione fino al 2030 oltre l'azione prevista negli INDC, la possibilità di mantenere l'aumento della temperatura al di sotto dei 2 ° C rimane ancora. Tuttavia, gli scenari dell'IPCC AR5 indicano che questo comporterebbe  costi sostanzialmente più alti dei costi di riduzione delle emissioni annuali rispetto ad un'azione iniziata subito o nel 2020. Di conseguenza,  nel periodo dopo il 2025 e il 2030, saranno necessari sforzi di riduzione delle emissioni molto maggiori di  quelli che gli INDC comportano  per contenere l'aumento di temperatura al di sotto di 2 ° C rispetto ai livelli pre-industriali.

Le riduzioni delle emissioni medie annuali per il periodo tra il 2030 e il 2050, per riportare le emissioni entro gli scenari dei 2 °C, per gli scenari a costo minimo che partono nel 2030 da livelli di emissione in linea con gli INDC,  sono stimate in 3,3 (2,7 - 3,9)%. Si tratta di circa il doppio del tasso rispetto agli scenari a costo minimo che assumono azioni di maggiore  mitigazione entro il  2020, che richiedono una riduzione delle emissioni annue del solo 1,6 (0,7-2,0)% nello stesso periodo.

Tenuto conto del fatto che i gas serra sono longevi nell'atmosfera, e che quindi sono le emissioni cumulative a determinare l'impatto sul sistema climatico, le emissioni più elevate nei primi anni rispetto alle traiettorie a costo minimo, rendono necessarie riduzioni delle emissioni maggiori e più costose in seguito al fine di mantenere l'aumento della temperatura media globale al di sotto dello stesso livello con la stessa probabilità. Secondo l'AR5, il totale delle emissioni cumulative mondiali dal 2011 che sono in linea con un aumento globale della temperatura media di meno di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, con probabilità almeno pari al 66%, non superano le 1.000 Gt CO2. Questo è quello che chiamiamo Carbon Budget. Considerando l'effetto aggregato degli INDC, le emissioni cumulative globali di CO2  corrisponderebbero al 54 (52 - 56)% entro il 2025 e al 75 (72 - 77)%  di 1.000 Gt CO2 entro il 2030. > scarica il Rapporto completo

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22 Ottobre 2015: Anche IDDRI e Potsdam Institute calcolano gli effetti degli INDC per Parigi (> scarica il Rapporto completo)

 

I contributi nazionali (NDC) non riescono ancora a mettere il mondo sulla strada giusta per limitare il riscaldamento a 2 °C, ma imprimono un'accelerazione senza precedenti al processo di mitigazione nelle principali economie di tutto il mondo. È quanto emerge da un Rapporto pubblicato oggi da un consorzio di 14 istituti di ricerca con una dettagliata analisi delle trasformazioni del settore energetico necessarie per attuare i contributi a livello nazionale.

Al 19 ottobre i 123 INDC presentate alla UNFCCC, che coprono 150 paesi,  rappresentano l'86% deile emissioni  di gas a effetto serra nel 2012. Tale copertura ampia, con i paesi di tutti i continenti, livelli di sviluppo e posizioni storiche nei negoziati sul clima, è di per sé un importante passo avanti per l'azione per il clima e un segnale di impegno per i negoziati di Parigi (IDDRI). I criteri per giudicare gli INDC è la loro capacità di assicurare una profonda decarbonizzazione del settore energetico entro il 2050. L'analisi di questo Rapporto dimostra che questa trasformazione sta emergendo ma non veloce né abbastanza in profondità. Le politiche e gli obiettivi futuri devono essere definiti in modo da arrivare ad una profonda decarbonizzazione già nel 2050, in un quadro strategico di percorsi concreti.

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21 Ottobre 2015: L'OECD calcola gli effetti degli INDC per Parigi (> leggi il briefing preparato dall'OECD per Parigi)

 

Il mondo intero è in movimento per Parigi. Oggi anche l'OECD-IEA pubblica i suoi calcoli sull'effetto degli INDC. E l'Italia?

L'Agenzia ritiene che se tutti i paesi riescono a raggiungere gli obiettivi delineati nei loro INDC, la crescita delle emissioni generate dal ciclo dell'energia, che rappresentano i due terzi delle emissioni totali di gas serra, potrà rallentare relativamente entro il 2030. Il fatto che più di 150 paesi, che rappresentano il 90% dell'attività economica globale e quasi il 90% delle emissioni globali dei gas a effetto serra legate all'energia, abbiano presentato impegni di riduzione delle emissioni è, di per sé, notevole, secondo il Direttore Generale IEA. Questi impegni, insieme con il crescente impegno del settore energetico, stanno aiutando a costruire lo slancio politico necessario in tutto il mondo per siglare un accordo sul clima di successo a Parigi.

Gli scenari di domanda e di emissioni GHG del settore energia con gli attuali INDC

Il manuale speciale IEA del WEO rileva che tutte i dati comunicati negli INDC tengono conto delle emissioni del settore energetico e che molti INDC includono obiettivi o azioni per affrontare queste problematiche specifiche. Se sono soddisfatte queste promesse, il gruppo di Paesi che attualmente rappresentano oltre la metà dell'attività economica globale vedranno le loro emissioni di gas serra legate all'energia o in plateau o in declino nel 2030. L'intensità energetica globale, una misura di consumo di energia per unità di produzione economica , migliorerebbe al 2030 ad un tasso quasi tre volte più veloce del 2000. Nel settore energetico, il 70% della produzione addizionale di elettricità da qui al 2030 sarebbe a basso tenore di carbonio. Significativamente, il settore energetico - la più grande fonte mondiale di anidride carbonica legate all'energia - vedrebbe le emissioni stabilizzarsi ai livelli di oggi, rompendo in modo efficace il legame tra l'aumento della domanda di energia elettrica e l'aumento delle emissioni di CO2 correlate.

La piena attuazione di tali impegni richiede il settore energetico di investire 13,5 trilioni di US$ in tecnologie low-carbon e nell'efficienza energetica nel periodo 2015-2030, una media annuale di 840 miliardi di US$.  Tuttavia, nonostante questi sforzi, gli impegni sono ancora insufficienti e richiedono una correzione di rotta maggiore per raggiungere l'obiettivo concordato a livello globale di limitare l'aumento medio della temperatura globale a 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali.

L'industria dell'energia ha bisogno di un segnale forte e chiaro dal vertice sul clima di Parigi, per evitare che gli investimenti energetici vadano nella direzione sbagliata, e si verifichi il blocco insostenibile delle infrastrutture energetiche per decenni. Raggiungere l'obiettivo finale sarà anche un determinante essenziale dell'innovazione nel settore energetico e dello sviluppo di nuove ed emergenti tecnologie energetiche che hanno il potenziale di raggiungere livelli profondi di decarbonizzazione nei decenni a venire.

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11 settembre 2015: Udienza di Papa Francesco in sostegno della lotta mondiale contro i cambiamenti climatici

 

"Siamo qui per rivolgerle umilmente una preghiera: faccia un messaggio, un suo messaggio, alla Conferenza di Parigi. Noi l'aspettiamo e pensiamo che possa fare da contributo importante affinché abbia un esito positivo e veramente importante per tutti".

 

Con queste parole il Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Edo Ronchi,  ha concluso l'11 settembre nella Sala Clementina  del Vaticano la sua presentazione dei risultati della due giorni del  Convegno sulla giustizia ambientale e i cambiamenti climatici (> ascolta una registrazione di sala della presentazione di Edo Ronchi".

 

La presentazione ha dato spunto alle parole del Santo Padre, che a sua volta ha concluso accogliendo la richiesta di Ronchi "... potete contare sul sostegno mio personale e di tutta la Chiesa, a partire da quello, indispensabile, della preghiera. Fin da ora offro al Signore il nostro comune sforzo, chiedendogli di benedirlo perché l’umanità sappia finalmente dare ascolto al grido della terra - oggi la nostra madre terra è tra i tanti esclusi che gridano al Cielo per un aiuto! La nostra madre terra è un'esclusa! -, anche al grido della terra, nostra madre e sorella e dei più poveri tra coloro che la abitano, e prendersene cura. In questo modo la creazione si avvicinerà sempre di più alla casa comune che l’unico Padre ha immaginato come dono per la famiglia universale delle sue creature". (> leggi il testo dell'allocuzione di Papa Francesco oppure ascolta l'allocuzione).

Il Convegno si è tenuto nella sede vaticana a Roma dell'Istituto Patristico Agostiniano dal 10 all'11 settembre. Il Convegno è documentato per intero nei siti della Fondazione (> vedi) e nel sito creato ad hoc per il Convegno (> vai al sito).

La relazione di apertura della fondazione per lo sviluppo sostenibile è stata tenuta dal Presidente Edo Ronchi (> scarica il testo del documento e le slide della presentazione) che dice: "Dal 1990 al 2014 le emissioni sono cresciute di oltre il 30% e la concentrazione di gas serra ha superato le 400 ppm, la più alta negli ultimi 800 mila anni. La temperatura media è aumentata di 0,85°C dal 1880.Il tasso di crescita annua è passato dalla media dell’1,3% del 1970-2000, al 2,2% del 2000-2010". Le proposte principali sono:

  •  Definire target legalmente vincolanti e periodicamente verificabili che,almeno per i grandi emettitori, siano coerenti con l’obiettivo dei 2°C e con il principio di progressiva convergenza in pro-capite.

  • I Paesi con emissioni pro-capite superiori a 3 tonnellate dovrebbero vietare la costruzione di nuove centrali a carbone e cominciare a chiudere quelle più vecchie e inefficienti. Occorre ridurre anche il consumo di petrolio e non realizzare nuove perforazioni per sfruttare giacimenti petroliferi in zone ecologicamente delicate.

  • I sussidi ai combustibili fossili, che sono alla notevole cifra di 510 mld di dollari nel 2014, vanno eliminati.

  • Andrebbe invece estesa l’introduzione della carbon tax.

Interventi di grande rilievo hanno fatto eco all'introduzione di Ronchi. Nella prima giornata sono intervenuti tra gli altri Lord Nicholas Stern, autore nel 2006 del  Rapporto sull'Economia dei cambiamenti climatici, (> scarica il testo e la presentazione) e Jeffrey Sachs della Columbia University (> scarica la presentazione). Nella seconda giornata, introdotta dal Cardinale Madariaga, è intervenuto il direttore dell'UNEP Achim Steiner (> scarica il testo dell'intervento). Tutti gli interventi sono disponibili nei siti sopra referenziati.

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2013: Il Rapporto su Kyoto della Fondazione per lo sviluppo sostenibile a quindici anni dalla firma

 

Con questo Dossier documentiamo che è stato raggiunto il target fissato per l’Italia dal Protocollo di Kyoto, pari ad una riduzione delle emissioni di gas serra del 6,5 %, come media del periodo 2008-2012, rispetto a quelle del 1990. Da 4 anni i Dossier pubblicati dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile individuavano trend in atto che potevano portare a questo significativo risultato, nonostante lo scetticismo di molti. Il rispetto, che abbiamo verificato al termine del periodo fissato, del Protocollo di Kyoto da parte dell’Italia, è l’occasione per un bilancio.

 Quindici anni fa in Italia su questo Protocollo c’era una forte divisione fra chi sosteneva che non fosse necessario e avrebbe comportato solo costi rilevanti e chi riteneva che fosse necessario ridurre le emissioni di gas serra e che questo impegno avrebbe prodotto opportunità  largamente prevalenti, non solo ambientali. Quando fu raggiunto l’accordo in sede europea per una riduzione complessiva dell’8%, da ripartire fra i vari Paesi dell’Unione in modo differenziato, il dibattito si fece rovente.

E’ noto quanto sia labile la memoria storica: di quel dibattito si è quasi persa traccia sui giornali. Conservo una memoria viva di quel periodo: è difficile scordare l’asprezza degli attacchi che subii. Allora ero il Ministro dell’Ambiente che, prima a livello europeo, poi alla Conferenza delle Parti di Kyoto, aveva negoziato la nostra partecipazione al Protocollo e che, col mandato del Presidente Prodi, lo aveva sottoscritto per l’Italia alle Nazioni Unite, a New York nel febbraio del 1998.

Il partito del “Protocollo, elevato costo non necessario ”, quando fu reso noto  il target per l’Italia, pari a una riduzione del 6,5% delle emissioni del 1990 da realizzare come media delle emissioni del quinquennio 2008-2012, affermò, senza mezzi termini, che l’obiettivo era eccessivo e irraggiungibile e che avrebbe comportato oneri economicamente insostenibili per il Paese, attaccando duramente il sottoscritto quale responsabile di quella scelta. La parte più aggressiva dello schieramento contrario al Protocollo negava, allora, che fossero le emissioni antropiche di gas serra alla base della crisi climatica e, quindi, riteneva non giustificato spendere soldi per ridurre tale emissioni e aggiungeva che l’Europa sbagliava a partire a ridurre le proprie emissioni anche se altri (Stati Uniti in particolare) non facevano altrettanto. 

 

Emissioni di gas a effetto serra in Italia, andamento storico e percorso Roadmap 2030 – MtCO2eq

(Elaborazione Fondazione per lo sviluppo sostenibile su dati ISPRA, MiSE, EEA e Commissione europea)

Ma come eravamo arrivati a quel 6,5% di impegno per l’Italia? Ad un certo punto della trattativa nel Consiglio dei Ministri europei dell’ambiente per ripartire fra i Paesi membri l’8% di riduzione attribuita dal Protocollo di Kyoto per l’Europa dei 15, mancava circa un punto per completare il raggiungimento dell’obiettivo e non si riusciva a sbloccare l’accordo di ripartizione.  Durante una pausa si riunirono quindi i Ministri dell’Ambiente dei grandi paesi europei (Germania, Italia, Francia e Regno Unito) per cercare di far tornare i conti e non far fallire la trattativa europea. La Germania, che nella trattativa era arrivata a un impegno del 19%, acconsentì a salire al 21%; il Regno Unito, che era a circa l’11,5%, accettò di arrivare al 12,5%; l’Italia era a circa il 6%, ma la Francia non schiodava dallo zero perché aveva già emissioni procapite più basse per la forte presenza di centrali nucleari e perché in futuro prevedeva di ridurre l’uso di tali centrali  in quanto la filiera dei reattori veloci era stata fermata e alcune centrali cominciavano ad essere vecchie. Accettai così, con riserva perché avrei dovuto sentire il Presidente del Consiglio, per consentire un accordo europeo e non rompere l’impegno maggiore della Germania e del Regno Unito, una riduzione lievemente superiore a quella che ci sarebbe spettata, del 6,5%. Il Presidente, e l’intero Governo quando l’impegno europeo fu portato in Consiglio dei Ministri, condivisero quella scelta che divenne quindi l’obiettivo per l’Italia.

Perché pensavo che quell’impegno di riduzione non avrebbe comportato problemi insuperabili per l’Italia?  Perché ritenevo che la previsione di un trend di continua crescita delle emissioni di gas serra per i Paesi più industrializzati, sostenuta dal partito ostile al Protocollo, fosse discutibile e poco fondata. Ritenevo, insieme ai colleghi europei, inoltre, che lo sviluppo dell’efficienza energetica e  delle fonti energetiche rinnovabili, per noi che importavamo una quantità così ingente di combustibili fossili, fosse anche un’opportunità economica. Negli anni novanta del secolo scorso era già in pieno sviluppo un processo di globalizzazione che portava nei Paesi di nuova industrializzazione (Cina in testa) una parte consistente delle produzioni, e dei consumi di energia connessi. Noi dei Paesi industriali più maturi stavamo già sostituendo parte delle nostre produzioni e importando più beni di consumo,producendo invece di più beni immateriali, servizi, prodotti tecnologici, beni di qualità elevata, auto con minori consumi: in genere beni e servizi a minor consumo energetico, anche perché l’energia che importiamo è sempre più cara. E’ vero che vi poteva essere un po’ di effetto rimbalzo (beni a minor consumo specifico di energia costano di meno,ciò incentiverebbe a comprarne e usarne di più, riducendo il beneficio ambientale complessivo del miglior rendimento energetico). Tale effetto non ha, tuttavia, affatto frenato la riduzione  dei consumi di energia per una ragione chiara: l’energia è comunque sempre più cara, anche in presenza di una riduzione dei consumi il costo dell’importazione di petrolio, gas e carbone  è continuamente cresciuto fino ai 65 miliardi stimati nel  2012, arrivando al 4 % del PIL e più che triplicando in termini reali, al netto dell’inflazione quindi, rispetto alla fine degli anni ’90 pur registrando livelli di consumo paragonabili. Erano inoltre note e possibili misure di riduzione dei consumi energetici economicamente vantaggiose che si ripagavano in pochi anni. Un po’ sottovalutato, allora anche in campo ecologista, era il potenziale di sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili: non si pensava che potesse essere così veloce come è stato negli ultimi anni.  Comunque un qualche aumento anche delle rinnovabili veniva messo in conto.

Facendo oggi, molti anni dopo, un bilancio, a conclusione del periodo di verifica (2008-2012) del Protocollo di Kyoto, si può dire che le analisi del partito del “Protocollo,costo elevato non necessario”, erano completamente sbagliate sia dal punto dal vista economico (abbiamo raggiunto l’obiettivo senza costi insostenibili), sia ambientale (i gas serra sono alla base della grave crisi climatica ). Non mi aspetto scuse, ma almeno che si riconosca che quella politica ambientale era buona e utile. È vero che la recessione economica, riducendo produzioni e consumi, ha contribuito a ridurre anche le emissioni; ma è documentabile, e documentato in questo Rapporto, che quando le emissioni crescevano, lo facevano più velocemente del PIL e quando hanno cominciato a diminuire, lo hanno fatto a tassi decisamente più alti del calo del PIL. Attenzione inoltre a un altro dato: senza gli investimenti per l’efficienza energetica e, soprattutto quelli, ingenti, per le fonti rinnovabili, la recessione economica sarebbe stata ben più grave. In genere senza dichiararlo, anche gli avversari del Protocollo di Kyoto hanno messo da parte le loro vecchie critiche: sanno bene che le riduzioni delle emissioni di gas serra richieste per mitigare la crisi climatica, nel prossimo futuro, saranno molto maggiori di quelle del Protocollo di Kyoto. Non si tratta più di un 8%, o del 20% entro il 2020, ma probabilmente del 40% entro il 2030 e dell’80-90% entro il 2050. Chi alzava polveroni contro un impegno del 6,5% era anche poco informato sui tipi di impegno di cui si discuteva nelle sedi internazionali. Non posso non notare che una parte di coloro che  gridavano contro il 6,5% , hanno dovuto poi accettare, una volta al Governo, quello al 2020 del 21% per i settori ETS e del 13%  per i settori non-ETS rispetto al 2005.

Ogni ragionevole dubbio, scientificamente fondato, sulle cause della crisi climatica è stato ormai fugato. Sulla consistenza, fortissima, del taglio di emissioni necessario per contenere la crisi climatica c’è ormai un vasto consenso internazionale (quello che manca è un accordo sulla ripartizione degli impegni fra i vari paesi). La crisi climatica si sta aggravando perché le emissioni mondiali sono fortemente cresciute proprio perché grandi paesi, grandi emettitori di gas di serra (a partire dagli Stati Uniti e dalla Cina) non hanno applicato il Protocollo di Kyoto: il primo uscendone, dichiarando che avrebbe ridotto le emissioni senza l’impegno vincolante del Protocollo (e le ha invece aumentate rispetto al 1990), l’altro, la Cina, che, anche senza obiettivo quantificato vincolante, le doveva contenere, le ha invece triplicate. Visti i futuri impegni di forte riduzione, chi è partito prima a sviluppare tecnologie low carbon, non solo ha contribuito lodevolmente a non rendere peggiore la situazione globale, ma ha acquisito un vantaggio  competitivo. Ricordo che il Presidente Obama, nel discorso di insediamento dopo la rielezione a Presidente, ha dichiarato: “Risponderemo alla minaccia del cambiamento climatico ,sapendo che non farlo sarebbe tradire i nostri figli e le generazioni future”. Riconoscendo che gli Stati Uniti hanno, fino ad ora, avuto un ruolo di freno nella trattativa internazionale in materia, ha aggiunto: “ma l’America non può resistere a questa transizione, anzi dobbiamo condurla” non solo perché la crisi climatica è una vera minaccia per il “nostro tesoro nazionale: i nostri boschi e corsi d’acqua, i nostri campi coltivati e cime innevate”, ma perché  promuove nuovo sviluppo con una “tecnologia che crea posti di lavoro e nuove industrie” che “non possiamo cedere ad altre nazioni”.

Facendo un bilancio 15 anni dopo, possiamo dire che il Protocollo di Kyoto, strumento indispensabile per avviare l’inizativa internazionale di mitigazione della crisi climatica, non era  così spinto come sostenevano alcuni, ma viceversa troppo poco impegnativo, come ormai sostengono in modo convergente gli studi (dall’IPCC all’UNEP, dalla IEA, dell’OECD, alla World Bank) sulle riduzioni di emissioni di gas serra necessarie per contenere gli aumenti di temperatura entro livelli sostenibili nonché sui costi, ecologici, sociali ed economici, che già stiamo affrontando e che sono destinati a crescere paurosamente, se non cambiamo rotta, attuando tagli  più drastici delle emissioni di gas serra.

E’ stato bene partire col Protocollo di Kyoto, col quorum del 55%  dei Paesi indistrializzati. Non si poteva fare di più: l’alternativa era fermare anche quelli disponibili ad impegnarsi. Ma oggi lo schieramento del Protocollo di Kyoto sarebbe ben lontano dal suo quorum: la Cina è diventata ormai il principale emettitore mondiale. L’OECD ha pubblicato una proiezione che dimostrerebbe con elevata probabilità che, se non intervengono nuove decisioni di riduzione globale delle emissioni, entro il 2017  avremo esaurito  il budget complessivo di emissioni di carbonio consentito nello scenario compatibile con l’obiettivo “non più di 2°C” . L’esempio è stato dato, abbiamo provato che si possono ridurre le emissioni senza costi eccessivi e con vantaggi; ora però è indispensabile che tutti, senza eccezioni, i grandi  emettitori di gas di serra (Cina, USA, Europa, Giappone e India  sono responsabili del 70% delle emissioni mondiali) siano  coinvolti in concreti e vincolanti impegni di riduzione delle loro emissioni e che si arrivi, rapidamente, a obiettivi di riduzione basate sul budget disponibile di emissioni procapite (le emissioni procapite della Cina sono ormai simili a quelle dell’Europa ).

Sarà possibile raggiungere il necessario risultato consistente di riduzione delle emissioni mondiali? Non con il Protocollo di Kyoto  che ha ormai chiuso la sua storia, con il periodo di verifica 2008-2012. Non mi convincono i tentativi di tenerlo formalmente in vita da parte di un gruppo di paesi che, dopo ulteriori defezioni (compreso quello che ha dato il nome al Protocollo, il Giappone) , rappresentano oggi solo il 15% delle emissioni mondiali: anche clausola del 55% porterebbe a non considerare più applicabile il Protocollo di Kyoto. È vero che resta un buco fino al 2020 : le intese internazionali in discussione prevedono, infatti, di definire un nuovo accordo  entro il 2015, accordo che presumibilmente produrrà riduzioni a partire dal 2020.  Anche a livello europeo l’impegno di riduzione dei gas serra al 2020 è rimasto abbastanza basso, al 20%: l’Italia sarebbe di in grado, senza sforzi eccessivi, di fare molto meglio.

La crisi climatica è un problema estremamente serio e siamo moralmente responsabili di fare comunque del nostro meglio per cercare di non aggravarla. Oggi più di ieri, sappiamo di poterlo fare attivando e proseguendo numerose scelte, in vari settori, di nuovo sviluppo a basse o nulle emissioni di carbonio. Le trattative e un nuovo accordo internazionale potrebbero aiutare: speriamo che  questo nuovo accordo arrivi presto e che sia efficace. Ma penso che non sarà solo un trattato a determinare le possibilità di mitigare questa crisi climatica. Penso che avranno molto più peso il  livello di sviluppo e la rapidità di  estensione di quel cambiamento dell’economia in corso che viene chiamato green economy.

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