Aggiornamento 08-mag-2018

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La COP 21 di Parigi

 

I documenti

 

L'ACCORDO DI PARIGI

versione italiana

Il testo dell'accordo come entra a Parigi

 

CRONACA E STORIA DEL NEGOZIATO CLIMATICO

La governance del Cambiamento climatico

Volume I. Da Bali a Varsavia

Volume II. Da Varsavia a Lima

Volume III. Parigi

Volume IV. Il ruolo dell'Europa

 

IL V RAPPORTO IPCC

 

Il Rapporto di sintesi

ll sommario del Rapporto di sintesi in italiano

Il Rapporto del WKG III

Il sommario in italiano

Il Rapporto del WKG II

Il sommario in italiano

Il Rapporto del WKG I

Il Sommario in italiano

 

I DATI CLIMATICI

I dati globali

I dati italiani

LE PUBBLICAZIONI GUIDA DELLA SCIENZA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

 

UNEP.  La serie dei Rapporti sul Emissions Gap

Rapporto 2017

Rapporto 2016

Rapporto 2015

Rapporto 2014

Rapporto 2013

Rapporto 2012

Il Sommario in italiano (2012)

Rapporto 2010

 

2015: OECD IEA. World Energy Outlook - Energy and Climate Change

 

2014: World Bank. Terzo rapporto sullo stato del pianeta qualora la temperatura media superficiale si alzi di 4°

Il Rapporto 2014

Il Rapporto 2013

Il Rapporto 2012

Il Sommario in italiano (2012)

2013: Relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio:“Progressi nella realizzazione degli obiettivi di Kyoto”

2011: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al CESE e al Comitato delle Regioni

"Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell'impiego delle risorse"

2011: Il rapporto McKinsey

"Resource Revolution"

Il Sommario

Il Rapporto completo

 2010: McKinsey&Company: Impact of the financial crisis on carbon economics: Version 2.1 of the global greenhouse gas abatement cost curve

2006: Il Rapporto Stern

Le cronache del clima

2015, agosto

Tromba d'aria a Genova

o

2015, luglio.

Tromba d'aria in Veneto

2014, febbraio. L'alluvione sommerge il Regno Unito

filmato 

2014, gennaio.  Il grande freddo in nordamerica

2013, novembre. Il tifone Cleopatra investe la Sardegna 

filmato          

filmato          

2013, novembre. Il tifone Hayian colpisce le Filippine

 

2012, dicembre. Il tifone Bohpa nelle Filippine

2012, novembre. Tromba d'aria a Taranto

 

2012, novembre.  Il ciclone Medusa

 2012, novembre. Albinia

 

  L'alluvione di Albinia del 2012 nei disegni dei bambini

2012, Ottobre. L'uragano Sandy

 

Filmati sul cambiamento climatico

 

 

IL CLIMA GLOBALE, LA SFIDA PRIMARIA DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

 

Maggio 2018. Come fare a meno della cattura e del sequestro del carbonio per l'obiettivo degli 1,5 °C

Se si guarda il primo grafico del post seguente si può vedere che tutti i percorsi per l'obbiettivo degli 1,5 °C di Parigi richiedono emissioni negative (cattura del carbonio) nella seconda metà del secolo. Lo stesso accade in un buon numero dei 114 percorsi per i 2°C, con una forzante radiativa a fine secolo di 2,6 Wm-2, che lo IPCC ha già presentato nel suo quinto Assessment, AR5, del 2014 (> vedi in questo sito). Le tecniche di cattura (CDR, Carbon Dioxide Removal) sono per ora in mente dei. L'unica metodologia accreditata è la BECCS (BioEnergy with Carbon Capture and Storage, > vedi in questo sito), oltre, naturalmente alla afforestazione massiva. Entrambe richiedono un uso invasivo delle terre oggi a coltivazione agricola e, quindi, si tratta di tecnologie che vanno in aperto contrasto con la conservazione della biodiversità e con i principi dello sviluppo sostenibile, un grave pericolo segnalato per tempo dall'IPCC nel Sommario del documento SR15 (> vedi in questa pagina) che vedrà la luce nell'autunno di quest'anno.

Un recente studio del PBL firmato da una decina di autori - Alternative pathways to the 1,5 target ... - pubblicato da Nature si misura con il tentativo titanico di conseguire l'obiettivo di Parigi facendo leva sulla modifica degli stili di vita, del comportamento dei consumatori, della rapida elettrificazione rinnovabile del sistema energetico. Anche con queste profonde ed ardue modifiche gli autori non garantiscono che si possa fare completamente a meno della CDR.

Lo studio fa uso dei modelli di Assessment integrati (IAM - IMAGE, > vedi in questa pagina). Sono scenari ottimizzati dal punto di vista dei costi che, se non si verificano ritardi nell'azione o nello sviluppo delle tecnologie necessarie, a cominciare dal picco delle emissioni globali intorno al 2020, rapidi abbattimenti fino alla carbon neutrality non troppo oltre il 2050 e un più o meno pesante ricorso al CDR nella seconda metà del secolo. Le misure prese in considerazione nello studio sono elencate nella tabella seguente. Si noti che nello studio viene adottato come baseline  uno scenario di sviluppo sociopolitico condiviso ben preciso, lo SSP 2, che è uno scenario mediano, non il più severo, di cui riferiamo altrove in questa pagina (> vedi in questa pagina).

Per l'efficienza energetica Eff,  si assume un miglioramento del 25% rispetto allo scenario SSP 2, facendo principalmente leva sulla trasformazione dei trasporti, dell'industria e dell'edilizia. Per le rinnovabili elettriche RenElec, le percentuali al 2050 vengono elevate dal 31 al 46% con una rapida espansione dell'eolico, del solare, delle smart grid, dello stoccaggio e del dispacciamento. La intensificazione agricola  Agint, prevede una aumentata produttività agricola per unità di superficie. L'abbattimento dei gas serra non CO2, prevalentemente il metano, LoNCO2,  richiede tecnologie di riduzione delle proteine alimentari per gli animali e di produzione di carne mediante la riproduzione cellulare in vitro, non proprio il massimo in fatto di accettabilità sociale. Il cambiamento degli stili di vita LiStCh, è probabilmente il più problematico degli intendimenti. <Si tratta di ridurre il consumo di carne, la domanda di trasporto individuale e rinunciare agli eccessi nel condizionamento termico delle abitazioni in nome della salute e dell'ambiente. La riduzione della crescita demografica LowPop ha motivazioni evidenti.

Nella figura che segue sono rappresentati i profili di emissione baseline SSP2 e i due profili 2,6 (2°C) e 1,9 Wm-2 (1,5°C). Sono indicate le mitigazioni che si possono ottenere rispetto  alla baseline (in grigio) ed al profilo 1,5°C (azzurro) con l'applicazione delle politiche di cui alla tabella sopra riportata. Rispetto alla baseline non sono sufficienti per l'obiettivo di Parigi. Lo studio suggerisce altre politiche ed in primo luogo una carbon tax generalizzata, adeguata allo scopo di passare sul profilo (blu) a 1,5 °C. Servono a ridurre i gas non CO2 del 50% e a portare in negativo la CO2 già al 2050.

Sommando ie emissioni positive residue di CO2 dal settore energetico e la sottrazione per effetto del CDR e dell'afforestazione si determina il profilo netto delle emissioni nello scenario a 1,5 °C (nella figura seguente). Le alternative proposte dal PBL al CDR possono essere applicate alle emissioni positive residue consentite dallo scenario, ma se si richiede che esse siano negative le alternative qui proposte sono inapplicabili e si può fare ricorso solo ad ulteriori misure di CDR.

L'analisi del PBL mostra che le alternative proposte, combinate tutte insieme,  sono efficienti quanto meno nel posporre la necessità di ricorrere al CDR, quindi nel ridurre il ricorso alle bioenergie e dare più tempo per sviluppare le tecnologie necessarie. Le alternative non sono possibili senza introdurre cambiamenti sostanziali nel settore energetico e negli usi del suolo entrambi condizionati dal cambiamento degli stili di vita. Non vanno sottovalutati quelli che, con linguaggio IEA, vengono chiamati co-benefici delle politiche climatiche, aumentati dalle alternative qui disegnate. è infatti importante la percezione pubblica di tali vantaggi. La trasformazione green degli allevamenti di bestiame è benefica per la salute. Efficienza energetica e rinnovabili migliorano l'inquinamento dell'aria e la sicurezza degli approvvigionamenti. Il contenimento demografico riduce il carico ecologico sul pianeta. L'afforestazione, se combinata con strategie di difesa della biodiversità naturale, è pienamente sostenibile.

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Aprile 2018. Quale futuro per il cambiamento climatico?

Andiamo verso un riscaldamento globale a fine secolo di 3°C se i vari Paesi terranno almeno fede ai loro pledge (vedi in figura la traccia in rosso). Un bell'articolo su Nature "Can the world kick its fossil-fuel addiction fast enough?" (> link), offre una magistrale panoramica della sfida climatica e dei progressi compiuti finora. L'autore argomenta che ci sarebbe spazio sia per gli ottimisti che per i pessimisti sul futuro del cambiamento climatico. C'è una rivoluzione nell'energia rinnovabile,  ma non sta andando avanti abbastanza velocemente.

Infatti al 2015 i consumi globali di energia in Gtep sono ancora quelli rappresentati nella figura seguente. La lettura è facile e preoccupante. L'energia rinnovabile ha fornito a quella data il 19,3% del consumo energetico globale finale. Escludendo la biomassa tradizionale (legna da ardere per calore e cottura), si tratta del 10,2%. Senza idro si scende al 6,6%. L'energia eolica, solare, geotermica e da biomassa rappresentava l'1,6% nel 2015. Le energie rinnovabili crescono più velocemente di qualsiasi altra fonte di energia, ma hanno una lunga, lunga strada da percorrere. Allo stato attuale, "poiché tanta energia proviene dal carbone", scrive Nature, "lievi fluttuazioni di anno in anno possono spazzare via enormi guadagni in fonti rinnovabili".

La storia delle emissioni di carbonio del 21° secolo (raffigurata nel grafico seguente come emissioni in in Gt di CO2) finora è stata raccontata dalla crescita economica miracolosa della Cina, alimentata quasi interamente dal carbone, e gran parte delle speranze di oggi sono dettate dall'altrettanto miracoloso plateau delle emissioni cinesi negli ultimi anni, spinta da una vasta gamma di sforzi per tagliare il carbone. Negli Stati Uniti le emissioni si sono in gran parte disaccoppiate dalla crescita economica, tendendo leggermente verso il basso, principalmente a causa della decarbonizzazione dell'elettricità. Ma le emissioni sono in ripresa in India e, cosa più importante, in tutti gli altri Paesi. Si stanno rapidamente sviluppando paesi come la Turchia, l'Indonesia e il Vietnam, dove si stanno prendendo le decisioni chiave sulle infrastrutture del 21° secolo. La crescente quota della domanda globale di carbone proviene da quei paesi, anche se i temuti falchi del boom del carbone sembrano in qualche modo rallentare. In poche parole, per arrivare all'obiettivo di Parigi Parigi occorre che le nazioni sviluppate inizino riducendo rapidamente verso le emissioni nette zero entro la metà del secolo, e che i paesi in via di sviluppo trovino un percorso diverso per la prosperità di quello percorso finora e cerchino di conservare e sviluppare la loro ricchezza senza emettere più carbonio sulla base pro-capite.

 

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Aprile 2018: Il Carbon budget, questo sconosciuto

Come facilmente prevedibile, in attesa della pubblicazione da parte dell'IPCC dei nuovi scenari determinati dall'Accordo di Parigi, fioriscono gli studi sull'argomento, molti dei quali incomprensibilmente pubblicati a pagamento. Sembra che una delle prime e più illustri vittime sia il concetto a noi caro di Carbon budget.  Ne riferisce uno studio di sintesi americano di Zeke Hausfather. Il portafoglio di emissioni di CO2 per limitare il riscaldamento terrestre ben al di sotto dei 2 °C tra ora e la fine del secolo in rispetto dell'Accordo di Parigi è il Carbon budget di cui ci vogliamo occupare qui. C'è più di un modo di calcolarlo e, in più, ad ogni calcolo è associato un intervallo di incertezza proprio del modello adottato.

L'idea di Carbon budget ha avuto successo perché è molto espressiva.  Essa si basa sulla forte relazione tra le emissioni cumulative, di CO2 e il riscaldamento terrestre nei modelli climatici. Questa relazione non è però univoca perché occorrerebbe tener conto degli altri gas serra, degli aerosol che hanno un effetto di raffreddamento e di altri fattori (1). Inoltre non funziona bene quando ci sono emissioni "negative". La figura seguente mostra varie stime del Carbon budget disponibile per mantenere il riscaldamento terrestre entro gli 1,5 °C, con una probabilità del 66%. Si usa l'approccio probabilistico, tra l'altro, perché la sensibilità climatica è nota solo in questi termini (vedi appendice al post successivo). Le stime sono state normalizzate in modo che l'asse dei tempi abbia origine per tutti il 1 gennaio 2018. In ascissa il numero di anni rimanenti alle emissioni costanti 2017 secondo il Global Carbon Project.

fonte: Hausfather

La variabilità delle stime non è una buona notizia dal punto di vista della comunicazione delle politiche climatiche. Andiamo quindi un po' a fondo.

Le stime in giallo sono ottenute dai modelli più completi, gli Earth System Models (ESM), come quelli usati nell'ultimo Assessment dell'IPCC (AR5). Lo IPCC raccoglie tutti i modelli attendibili di questo tipo e il valore mediano di questo fascio di modelli è indicato alla quinta riga in figura, 118 GtCO2. Corrisponde a pochi anni di margine. Quelle in rosso sono stime ottenute dai modelli climatici semplificati associati agli IAM, i modelli di assessment integrati di cui parliamo nel post successivo. Le stime blu sono invece ricavate forzando gli ESM a seguire le serie storiche dei dati di emissione e del riscaldamento terrestre. ESM e derivati calcolano il budget al raggiungimento degli 1,5 °C di anomalia. Gli IAM calcolano invece le stime del budget per non superare gli 1,5 °C a fine secolo.

La stima ESM della sesta riga (8) aggiunge nuovi feedback climatici positivi e negativi come le emissioni metanifere del permafrost, delle paludi  ed altri. L'effetto è un quasi dimezzamento del budget: poco più di un anno di autonomia. Ricordiamo che per rendere confrontabili i modelli lo IPCC in AR5 ha adottato i profili RCP, Representative Concentration Pathway, espressi in concentrazioni tra il 2005 e il 2100, ovvero in Radiative forcing,  e non in emissioni, allo scopo di accreditare una parte dei modelli che sono solo modelli climatici e non contengono algoritmi capaci di rapportare le concentrazioni alle emissioni (ciclo del carbonio). I modelli del ciclo del carbonio, usati per calcolare le emissioni annuali a partire dalle concentrazioni,  si è visto che tendono a sottostimare le emissioni, dando luogo a stime inferiori del carbon budget rispetto ai calcoli sui dati reali delle emissioni. Ciò sembra dovuto a una sottostima dei sink di carbonio terrestri ed oceanici (Millar, 2). Lo stesso Millar ha provato a forzare gli ESM in modo da far loro rispettare i dati di emissioni e di temperatura delle serie storiche. Il risultato, in blu in prima riga è più di cinque volte superiore al dato medio IPCC, è pari a 15 anni di autonomia e non ha mancato di suscitare sorpresa e discussioni. Usando un ESM semplificato piuttosto che quelli dell'IPCC Goodwin (seconda riga, 4) ottiene stime superiori a quelle di Millar.

La critica principale (Schurer, 5) è di aver usato serie storiche delle temperature (le HadCRUT4) che, pur essendo le stesse usate dall'IPCC, fanno la media tra riscaldamento terrestre ed oceanico e trascurano le aree a forte riscaldamento come quelle polari (Hausfather et al., 11, 12). Usando profili termici storici più accurati il budget si riduce a circa due terzi (terza riga), per un'autonomia di un decennio.

I modelli IAM dell'IPCC AR5, che fanno uso di un modello semplificato del ciclo del carbonio sviluppato per corrispondere ai dati storici emissioni/concentrazioni (Magicc), danno stime drammaticamente negative (settima riga in rosso), budget esaurito. Gli IAM, a differenza degli ESM, ammettono un overshoot termico durante il secolo, cui fanno fronte con massicce estrazioni di carbonio dall'atmosfera nella seconda metà del secolo. Il Carbon budget degli ESM si calcola fino al raggiungimento della soglia termica, implicando improbabili emissioni nulle da li a fine secolo. Inoltre non tiene conto degli effetti ritardati del riscaldamento e quindi conteggia male gli ultimi anni che precedono il superamento della soglia stessa. Lo IIASA, che sta preparando AR6 per l'IPCC, sta rivedendo gli IAM in particolare sulle emissioni future dei gas serra non CO2. Al momento sono state pubblicate anticipazioni che trasportano il budget medio a poco meno di 200 GtCO2, circa cinque anni di autonomia (ottava riga in rosso, 9). Ricordiamo che rispetto alle mediane ESM, gli IAM usano la distribuzione statistica delle sensibilità climatiche, scelta che dà luogo a stime moderatamente più ottimistiche. Anche lo IIASA (Rogelj, 9) ha rivisto il lavoro di Millar usando serie storiche delle temperature più attendibili. Così facendo le stime di Millar (ultima riga in blu) si ridimensionano praticamente ai valori calcolati con gli IAM.

Gli studi citati ed altri calcolano il Carbon budget con una probabilità ridotta al 50% di non superare la soglia degli 1,5 °C. Il budget ne risulta accresciuto in maniera importante, come mostra la figura seguente.

Il quadro non consente di arrivare a conclusioni che siano accettabili per dare riferimenti scientifici esaurienti ad una audience di composizione media. addirittura lo studio di Kriegler (ultima riga in grigio, 10) dà una variabilità di autonomia da zero a 20 anni. Matthews (3), che come altri sceglie di abbandonare ogni tipo di modello per riferirsi alla sola sensibilità climatica transitoria calcolata dai dati sperimentali (vedi appendice al post successivo),  arriva a quasi un TtCO2 (seconda riga in violetto). L'Istituto norvegese CICERO (Peters,13) ritiene di suggerire che siamo ormai talmente vicini alla temuta anomalia di +1,5 °C che gli errori di calcolo e le incertezze consigliano di abbandonare il concetto stesso di Carbon budget e quindi la sua utilizzazione mediatica. Si pensi poi che da tutte le fonti emerge che qualsiasi budget sarà superato più o meno a breve termine e che quindi, per stare nell'Accordo di Parigi, è comunque necessaria una imponente estrazione di carbonio dall'atmosfera. Ne segue che questa diventa la questione principe del cambiamento climatico piuttosto che il tempo di esaurimento del budget, peraltro assai incerto, come si è visto.

fonte: Hausfather

 Materiali consultabili

1. American Meteorological Society, 2013,  Constraining the Ratio of Global Warming to Cumulative CO2 Emissions Using CMIP5 Simulation,  Journal of Climate, vol. 26, link
2. Millar, R. et al., 2017, Emission budgets and pathways consistent with limiting warming to 1.5C, Nature Geoscience, link
3. Matthews, H.D., et al., 2017, Estimating Carbon Budgets for Ambitious Climate Targets, Springer Current Climate Change Reports
4. Goodwin, P., et al., 2016, How historic simulation–observation discrepancy affects future warming projections in a very large model ensemble, Springer, link,; 2018, Pathways to 1.5C and 2C warming based on observational and geological constraints, Nature Geoscience, link
5. Schurer, A.P., et al, 2017, Importance of preindustrial baseline for likelihood of exceding Paris goals, link; 2018, Interpretations of the Paris climate target, Nature Geoscience, link 
6. Tokarska, K., and Gillett, N., 2018,  Cumulative carbon emissions budgets consistent with 1.5C global warming, Nature Climate Change, link
7. Millar, R., and Friedlingstein, P., 2018, The utility of the historical record for assessing the transient climate response to cumulative emissions, Philosophical Transactions of the Royal Society A, link
8. Lowe, J.A., and Bernie, D., 2018, The impact of Earth system feedbacks on carbon budgets and climate response, Philosophical Transactions of the Royal Society A, link
9. Rogelj, J., et al., 2018, Scenarios towards limiting global mean temperature increase below 1.5C, Nature Climate Change, link
10. Kriegler, E., et al., 2018, Pathways limiting warming to 1.5°C: A tale of turning around in no time, Philosophical Transactions of the Royal Society A,
link

11. Hausfather Z., et al., 2013, Robust comparison of climate models with observations using blended land air and ocean sea surface temperatures, University of York, link

12. Cowtan K., Way R., 2013, Coverage bias in the HadCRUT4 temperature record, University of York, link

Importance of the pre-industrial baseline for
likelihood of exceeding Paris goals

13. Peters G., 2017,  Did limiting warming to 1.5C just get easier?, Climate Home News,  link

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Marzo 2018: I primi scenari relativi all'obiettivo di Parigi e al target di +1,5 °C pubblicati dagli Istituti che hanno contribuito al Rapporto speciale  IPCC SR15 che verrà reso pubblico a settembre 2018, di cui abbiamo riferito al punto seguente di questa pagina

 

Con gli inevitabili ritardi redazionali Nature pubblica un contributo di sintesi dei risultati modellistici ottenuti da Istituti come IIASA, PBL, FEEM, PIK, Politecnico di Milano ed altri. L'articolo è stato inviato alla rivista all'inizio del 2017, contestualmente all'inizio della fase di revisione del Rapporto speciale IPCC SR15 che verrà pubblicato a settembre di quest'anno. Riferiamo qui dei principali risultati.

Il contributo riferisce di sei diversi "Modelli di valutazione integrata" (IAM) per limitare le temperature globali a fine 2100 al di sotto  degli 1.5 °C, sviluppati da altrettanti soggetti scientifici. I risultati suggeriscono che l'1,5 °C è realizzabile se le emissioni globali raggiungono il picco nei prossimi anni e se enormi quantità di carbonio verranno riassorbite dall'atmosfera nel secondo metà del secolo attraverso una tecnologia, peraltro controversa e comunque tutt'altro che matura,  nota come BECCS, bioenergia con cattura e sequestro del carbonio. Il lettore può documentarsi sulla BECCS in Federico, 2015 oppure in Federico, 2014.

Va intanto puntualizzato che l'Accordo di Parigi lascia indefinita la questione se il limite degli 1,5 °C debba essere assicurato a fine secolo o se esso non debba mai essere superato fino a quella data, escludendo cioè ogni overshoot termico. Né l'Accordo definisce i livelli di probabilità con i quali il target dovrebbe essere perseguito, perché è di tutta evidenza che questo tipo di linguaggio non può essere adoperato in un Accordo negoziale di quel livello. Noi sappiamo però che sussistono incertezze  sulla "sensibilità climatica" (se ne veda la definizione in appendice a questo testo), tanto che per un raddoppio delle emissioni di CO2 la fascia di previsione dell'aumento di temperatura varia tra 1.5 e 4.5 °C (risultato contenuto nell'AR5 dell'IPCC) spingendo i modellisti ad assumere per precauzione valori nella fascia più alta dell'intervallo.

Nel caso dell'obiettivo dei 2 °C, la dizione "ben al di sotto" dell'Accordo di Parigi è stata interpretata come garanzia che non ci sia più del 33% di possibilità di superare i 2 °C - e, quindi, una probabilità del 66% di rimanere al di sotto di esso. Ma come va interpretato in termini di probabilità l'obiettivo degli 1.5 °C ?  50% di probabilità di rimanere sotto gli 1.5 °C, o una probabilità del 66% simile al target dei 2 °C? è comprensibile il grande impatto sul bilancio del carbonio risultante. I modelli referenziati in questo lavoro scelgono l'interpretazione più severa, mirando ad una probabilità del 66% di evitare più di 1,5 °C di riscaldamento nell'anno 2100. Per contro tutti i modelli accettano che vi sia un overshoot nel corso del secolo.

La nuova traiettoria climatica per evitare più di 1.5 °C di riscaldamento nel 2100, oggetto del Rapporto speciale IPCC SR15, si aggiunge alla famiglia dei Representative Concentration Pathway, RCP, sviluppati nell'ultimo AR5 IPCC. Gli RCP ivi trattati andavano da RCP 8.5 a RCP 2.6, quest'ultimo sviluppato per cogliere l'obiettivo dei 2 °C. Il numero associato al percorso RCP è il forzante radiativo che, come sappiamo, è determinato dalla concentrazione dei gas serra ai limiti dell'atmosfera, e va appunto da 8,5 a 2,6 W/m2. Il nuovo percorso è chiamato RCP 1.9. La novità, di interesse assoluto, dei nuovi esercizi modellistici per valutare percorsi fattibili per limitare il riscaldamento a 1,5 °C, è l'uso dei nuovi "Percorsi socioeconomici condivisi", gli SSP (se ne veda la descrizione qui sotto in appendice) sviluppati in preparazione del prossimo Rapporto di valutazione IPCC AR6 previsto all'inizio del prossimo decennio. Gli SSP introducono la modellazione delle politiche di mitigazione climatica nello spazio dei modelli di sviluppo socioeconomico.  Si tratta di cinque possibili mondi futuri che differiscono per popolazione, crescita economica, domanda di energia, equità distributiva e altri fattori. Ogni mondo può ospitare traiettorie climatiche diverse, con esiti ed impegni evidentemente diversi rispetto agli obiettivi di mitigazione. I sei IAM referenziati in questo studio trovano tutti gli scenari 1.5 °C praticabili in SSP1, che è un percorso di sviluppo inclusivo e sostenibile. Quattro dei sei scenari si possono collocare in SSP2, che è uno scenario  medio  in cui le tendenze seguono in gran parte gli schemi storici. Nessun modello mostra percorsi praticabili per gli 1.5 °C in SSP3, che è un mondo di "rivalità regionale" e "rinascita dei nazionalismi" con poca cooperazione internazionale. Infine, solo uno dei modelli ha un percorso possibile per gli 1.5 °C in SSP4, che è un mondo ad "alto livello di disuguaglianza", mentre due modelli danno luogo a percorsi praticabili in SSP5, un mondo di "rapida crescita economica" e di "stili di vita ad alta intensità energetica".

Per limitare il riscaldamento al di sotto di 1,5 °C, è necessario, in tutti i modelli sviluppati, che le emissioni globali raggiungano il picco entro il 2020 e diminuiscano rapidamente in seguito. Dopo il 2050, il mondo deve ridurre a zero le emissioni nette di CO2 e le emissioni devono essere più o meno negative per tutta la seconda metà del 21° secolo. Anche con queste rapide riduzioni, tutti gli scenari considerati superano gli 1,5 °C negli anni '40, prima di scendere a circa 1,3 - 1,4 °C entro il 2100. Modelli con riduzioni più rapide, generalmente associate a SSP1 mostrano minori overshoot  rispetto a quelli con riduzioni più graduali. La figura seguente mostra sia le emissioni di CO2 (a sinistra) che il riscaldamento globale sopra il livello preindustriale (a destra) per tutti i modelli 1.5 °C presentati. Le linee sono colorate in base allo SSP utilizzato.

 

 

I modelli calcolati danno un Carbon budget per gli 1,5 °C, dal 2018 al 2100, compreso tra -175 e 400 GtCO2eq. Le differenze sono in gran parte dovute alle emissioni di gas serra non CO2, che variano entro il 2100 di un fattore tra due e tre nei vari modelli. Come si vede, in alcune simulazioni il bilancio del carbonio per gli 1.5 °C è già esaurito nel 2018. Il valor medio  del Carbon budget tra i vari modelli è di circa 230 GtCO2eq. Al ritmo attuale delle emissioni, ciò consentirebbe circa sei anni fino all'esaurimento, con un intervallo compreso tra zero e 11 anni in tutti i modelli.

Lo studio esplora i diversi modi in cui è possibile soddisfare il fabbisogno energetico globale, riducendo al contempo le emissioni di gas serra al fine di raggiungere l'obiettivo degli 1,5 °C. Limitare il riscaldamento a valori inferiori a 1,5 °C richiede che il mondo elimini rapidamente tutti i tipi di combustibili fossili. Allo stesso tempo occorre accelerare rapidamente l'uso di fonti di energia ad emissioni zero o negative come la BECCS che genera energia mentre rimuove CO2 dall'atmosfera. La figura seguente mostra l'uso di fonti rinnovabili (a sinistra), della BECCS  (centro) e del carbone senza CCS (a destra) in tutti i modelli 1.5 °C. I colori sono gli SSP.

 

 

I modelli mostrano che il 60-80% di tutta l'energia deve provenire a livello globale da fonti rinnovabili entro il 2050. Per limitare il riscaldamento a 1,5 °C, il consumo di carbone senza CCS deve diminuire di circa l'80% entro il 2040, con il petrolio per lo più eliminato gradualmente entro il 2060. Ciò richiede che la maggior parte dei veicoli a benzina o diesel siano eliminati entro il 2060 e che il mercato sia lasciato ai veicoli elettrici o a carburanti alternativi ben prima di quella data. Il futuro utilizzo di gas naturale è variabile nei modelli, in aumento in alcuni e in diminuzione in altri entro la metà del secolo.

Le emissioni negative sono necessarie in tutti i modelli nella seconda metà del secolo per estrarre CO2 dall'atmosfera. Ricordiamo che non abbiamo tecnologie per estrarre gli altri gas serra. La maggior parte dei modelli calcola emissioni di CO2 del 50 - 200% in più  rispetto al budget di carbonio ammissibile nel corso del secolo, prima di introdurre le emissioni negative. I modelli presumono un'adozione diffusa della BECCS tra il 2030 e il 2040. Entro il 2050, molti modelli hanno una BECCS che produce più di 100 EJ, approssimativamente la stessa quantità di energia a livello globale che il carbone fornisce oggi. Entro il 2100, la BECCS si aggirerà intorno ai 200 EJ a fronte di 300 EJ per tutte le energie rinnovabili non da biomasse. La figura seguente mostra la quantità di CO2 sequestrata con la CCS (sia da BECCS che da combustibili fossili) su tutti i modelli. La cattura del carbonio aumenta dopo il 2020 e potrebbe superare le 20 GtCO2 per anno entro la fine del secolo, che rappresenta circa la metà delle emissioni globali annuali di CO2 nel 2018.

 

 

I modelli producono stime delle variazioni globali della copertura forestale tra il -2% e il 26% tra oggi e il 2100, con la maggior parte dei modelli che mostrano aumenti significativi nella copertura forestale. Sia la BECCS che l'afforestazione richiedono molto suolo. La maggior parte dei modelli mostra un declino dei terreni agricoli ​​a livello globale circa pari all'area attualmente utilizzata per l'agricoltura in tutta l'Unione europea.

Di grandissimo interesse in questo studio è la valutazione differenziale degli sforzi necessari per gli 1,5 °C rispetto ai 2 °C per una serie di settori diversi. La figura seguente mostra la differenza tra gli scenari 1.5 °C (RCP 1.9) e 2 °C (RCP 2.6) per i costi e per l'abbattimento della CO2, assumendo per i 2 °C lo scenario socioeconomico SSP2. Ogni linea tratteggiata rappresenta un aumento del 100% del costo o dello sforzo. Gli aumenti maggiori riguardano i prezzi del carbonio, che devono essere tra il 200% e il 400% più elevati, e quelli a breve termine, che vanno dal 200% a oltre il 300% in più. Questi aumenti dei costi a breve termine sono determinati dalle riduzioni più severe delle emissioni a breve termine necessarie. Si prevede inoltre un aumento dei costi a lungo termine del 200% circa. Per la riduzione della CO2, un mondo a 1,5 °C richiede riduzioni di CO2 circa da due a tre volte maggiori per gli edifici e i trasporti rispetto a un mondo 2 °C. Questi settori sono più difficili da decarbonizzare rispetto alla generazione di energia in quanto implicano usi dei combustibili fossili meno facilmente sostituibili.


 

APPENDICI

La sensibilità climatica. La sensibilità climatica (CR) è il riscaldamento medio superficiale terrestre che possiamo aspettarci quando la concentrazione nell'atmosfera di CO2, o altro gas,   raggiunge il doppio di quello che era in tempi preindustriali. Per la CO2 i livelli preindustriali erano di circa 280 ppm, siamo ora  a circa 400 ppm e, alle attuali velocità di emissione, dovremmo arrivare a  560 ppm subito dopo il 2050.

Il parametro CR è stato stimato ed aggiornato progressivamente in tutti i Rapporti di assessment dell'IPCC. In AR 5 il CR è stato quotato tra 1,5 e 4,5 °C. A causa della lentezza della dinamica climatica il pieno effetto di riscaldamento dei gas serra potrebbe non materializzarsi fino a decenni o secoli dopo il raddoppio delle concentrazioni. Si definisce pertanto un secondo parametro: il Transient Climate Response (TCR) che ignora gli effetti lenti (TCR<CR) e che IPCC AR 5 stima tra 1 e 2,5 °C. La sensibilità climatica può essere misurata con i dati del paleoclima. Altrimenti si possono usare i dati degli ultimi 100 anni. Infine si possono usare i modelli per fare delle stime. CR assume dunque una doppia faccia nella modellazione climatica, quella di parametro esogeno sperimentale o, viceversa endogeno con i limiti delle conoscenze scientifiche attuali del sistema climatico. Per approfondire il tema suggeriamo uno studio ottimistico Lewis, 2014 ed uno più cauto, dall'AR5 dell'IPCC.

I Percorsi Socioeconomici Condivisi. I Percorsi socioeconomici condivisi, SSP,  fanno parte di un nuovo quadro di cinque scenari, sviluppati dalla comunità di ricerca sui cambiamenti climatici per facilitare l'analisi integrata del clima futuro, impatti, vulnerabilità, adattamento e mitigazione. I percorsi sono stati sviluppati negli ultimi anni per descrivere i principali sviluppi globali plausibili sul piano socioeconomico che insieme condurranno nel futuro a diversi livelli di impegno per la mitigazione e l'adattamento ai cambiamenti climatici. Gli SSP sono basati su cinque narrative che descrivono sviluppi socio-economici diversi, il primo dei quali, SSP 1, disegna uno sviluppo sostenibile inclusivo. Di questo scenario, il più vicino alla nostra visione, diamo di seguito una descrizione approfondita. Degli altri quattro solo i titoli. 

SSP1 - Sviluppo sostenibile: il percorso della green economy.  è lo scenario migliore, quello che comporta il minimo livello degli sforzi per la mitigazione e l'adattamento ai cambiamenti climatici. Nello scenario il mondo si evolve gradualmente, ma in modo pervasivo, verso un percorso più sostenibile, attuando uno sviluppo più inclusivo che rispetta i limiti ambientali percepiti. La gestione dei beni comuni globali migliora progressivamente, gli investimenti nell'istruzione e nella sanità accelerano seguendo la transizione demografica e l'accento sulla crescita economica si sposta verso una maggiore enfasi sul benessere umano. Spinta da un crescente impegno nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo, la disuguaglianza si riduce sia all'interno di ogni paese che tra paesi diversi. I consumi sono orientati verso una bassa crescita materiale e una minore intensità di risorse ed energia.

Gli altri SSP sono tutti più gravosi per gli obiettivi climatici. Li citiamo in lingua originale: SSP2 - Middle of the Road; SSP3 - Regional Rivalry. A Rocky Road; SSP4 - Inequality. A Road Divided; SSP5 - Fossil-fueled Development.Taking the Highway

Le proiezioni demografiche ed economiche degli SSP tengono conto di un ampio intervallo di incertezza compatibile con la letteratura scientifica applicabile allo scenario. Un approccio multi-model è stato utilizzato per l'elaborazione dell'energia, dell'uso del suolo e delle traiettorie delle emissioni degli scenari basati sugli SSP. Gli scenari di base portano ad un consumo all'energia globale di 400-1200 EJ nel 2100, e presentano dinamiche di utilizzo del territorio molto diverse, che vanno da una possibile riduzione della superficie coltivabile fino a una massiccia espansione di oltre 700 milioni di ettari entro il 2100. Le relative emissioni di CO2 degli scenari di riferimento variano da circa 25  a oltre 120 GtCO2 all'anno entro il 2100. Per quanto riguarda i costi della mitigazione, si trova che dipendono fortemente da tre fattori: le ipotesi politiche,  il quadro socio-economico e il rigore delle azioni per il raggiungimento degli obiettivi. La trattazione più completa dello sviluppo degli SSP si trova in Global Environmental Change, Riahi et al., 2017.

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Febbraio 2018: Si cominciano a delineare gli scenari IPCC della transizione energetica verso l'obiettivo di Parigi di +1,5 °C a fine secolo

A settembre 2018 l'IPCC si è impegnato a pubblicare lo scenario che ci dovrebbe portare a contenere il riscaldamento globale medio terrestre a fine secolo entro gli 1,5°C di aumento rispetto al periodo preindustriale.

Nella sua decisione sull'adozione dell'Accordo di Parigi, la COP 21 ha invitato l'IPCC a produrre entro il 2018 una relazione speciale sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali e ai relativi percorsi globali di emissione di gas a effetto serra. L'IPCC (Nairobi, aprile 2016), ha deciso di accettare l'invito dell'UNFCCC e di preparare una relazione speciale su questo argomento nel contesto del rafforzamento della risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico, dello sviluppo sostenibile e degli sforzi per sradicare la povertà. La riunione di scoping per preparare lo schema della relazione speciale si è tenuta nell'agosto 2016 a Ginevra. A Bangkok, ottobre 2016, è stato approvato lo schema della relazione, che è stata affidata alla guida scientifica congiunta dei gruppi di lavoro I, II e III che preparano il sesto Assessment Report dell'IPCC.

La bozza della Relazione, denominata SR15, terminata nella prima metà del 2017, è stata sottoposta alla revisione tra luglio e settembre. In ottobre, a Malmo, poco meno di 500 esperti provenienti da tutto il mondo  hanno esaminato 13.000 commenti da revisori esperti di 61 paesi.

Tutti i report IPCC passano attraverso due fasi di revisione formale. I feedback ricevuti nel primo round di revisione vengono incorporati, se accettati dagli autori, in una Bozza di Secondo Ordine che sarà in questo caso aperta per la revisione da parte di governi e esperti di tutto il mondo dall'8 gennaio al 25 febbraio 2018. La relazione finale sarà finalizzata e resa disponibile pubblicamente nell'ottobre 2018. La bozza del secondo ordine includerà una prima versione del Summary for Policymakers (SPM). I governi hanno chiesto una SPM molto concisa, non più di 10 pagine. La bozza di questo sommario è ora disponibile (> scarica e leggi la bozza del Sommario dello Special Report on Global Warming of 1.5 °C dell'IPCC sullo scenario di Parigi degli 1,5 °C). C'è una ricercatrice italiana tra gli autori della bozza del SPM, Anna Pirani dell'ICTP di Trieste (in figura). Si faccia attenzione al fatto che la bozza potrà essere sottoposta a cambiamenti, anche sostanziali, prima dell'approvazione formale che ne precederà la pubblicazione a settembre di quest'anno.

Nella figura che segue, pubblicata come SPM1 nel Sommario in bozza della SR15, vengono mostrati gli scenari di riscaldamento globale compatibili con l'obiettivo di Parigi, in funzione delle possibili emissioni non CO2 e i relativi andamenti necessari dell'abbattimento delle emissioni di CO2. I dataset dei dati osservati dall'IPCC AR5 sono in grigio. I percorsi di decarbonizzazione (semplificati e lineari) sono due e prevedono l'azzeramento delle emissioni nette con inizio 2020 e conclusione nel 2045 o nel 2060. Il quadro in alto descrive l'andamento medio e le fasce di incertezza fino al 2100 nei due casi con diverse combinazioni delle forzanti radiative non CO2.  Nei due quadri in basso sono disegnati in grigio gli andamenti medi delle emissioni, e le relative fasce di variabilità,  che rappresentano il nuovo scenario rappresentativo calcolato dalla SR15 nel rispetto dell'Accordo di Parigi "well below 2 °C": le emissioni di CO2 dovranno essere in negativo a fine secolo anche per compensare le perduranti emissioni non CO2.

La bozza della SR15  è di lettura piuttosto complessa e lascia intendere un'altrettanta complessità della Relazione completa. Tuttavia taluni risultati sono così preoccupanti da raccomandare agli esperti di prenderne visione al più presto e di informare i governi e le forze politiche delle conseguenze strategico-programmatiche che ne derivano a breve termine. Questa urgenza è tanto maggiore in Italia, un Paese nel quale, a differenza di Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, l'urgenza della transizione climatico-energetica è del tutto assente nel confronto elettorale in corso. I punti essenziali del Sommario della Relazione IPCC SR15 sono i seguenti:

  • Il mondo si è già riscaldato di almeno 1 °C sin dai tempi preindustriali. Al ritmo attuale arriveremo a +1.5C negli anni '40. Alcune Regioni e Paesi, tra cui l'Italia, è quasi certo che supereranno il riscaldamento di 1,5 °C prima di quella data.

  • Gli impatti dei cambiamenti climatici sono già visibili dagli eventi meteorologici estremi, dall'innalzamento del livello del mare con i relativi impatti sugli ecosistemi e sulle popolazioni. Già a +1.5 ° C, le barriere coralline tropicali sono ad alto rischio. coralli. L'Artico potrebbe diventare quasi senza ghiaccio nei mesi di settembre. I cambiamenti fondamentali nella chimica dell'oceano, già in atto, che potrebbero richiedere millenni per essere recuperati.

  • Il mezzo grado di riscaldamento da oggi aumenta il rischio di inondazioni, siccità, scarsità d'acqua e intense tempeste tropicali. Ci sono effetti a catena: ridotte rese dei raccolti, estinzione di specie e trasmissione di malattie infettive come la malaria, e queste pressioni moltiplicano la minaccia della fame, della migrazione e dei conflitti. Un aumento di 10 cm in più del livello del mare è previsto per questo secolo con 2 °C rispetto a 1,5 °C. Aumenta anche il rischio che in Groenlandia e Antartide occidentale crollino con continuità lastre di ghiaccio, condannando le future generazioni ad un aumento del livello del mare di molti metri.

  • Le comunità povere e costiere saranno colpite più duramente. Esse stanno già subendo minacce dal clima che cambia. Sia per gli 1.5 °C che per i 2 °C questi effetti aumenteranno. Quando i raccolti falliscono, i piccoli proprietari terrieri potrebbero perdere i loro mezzi di sostentamento ed essere costretti ad andar via, mentre i poveri dei centri urbani dovranno affrontare penuria e rincari del cibo. Le comunità di pescatori possono vedere diminuire le loro catture. Gli insediamenti costieri sono quelli particolarmente esposti a mareggiate e allagamenti.

Questo tipo di prosa e di visioni non sorprendono ormai più né gli esperti né i policymaker e tendono a lasciare il tempo che trovano, come le prediche nel deserto. Cambia però la scena quando la Relazione mette mano alla transizione e alle cose che devono essere fatte ed anche in fretta:

  • Sono necessari tagli alle emissioni "rapidi e profondi". Raggiungere l'obiettivo degli 1,5 °C è un affare serio. Implica la riduzione delle emissioni dei gas serra più veloce che mai in tutti i settori dell'economia. Ad eccezione dei recenti progressi delle fonti rinnovabili, il tasso di il cambiamento richiesto non ha precedenti storici documentati. Questi cambiamenti  richiedono più pianificazione, coordinamento, innovazione  e riorganizzazione degli operatori e dei fattori di scala delle governance rispetto ad ogni, pur duro cambiamento osservato in passato ". Non potranno accadere spontaneamente.

  • La questione delle emissioni negative. In tutti gli studi la CO2 deve essere eliminata dall'atmosfera. Non ci sono tecnologie credibili, per ora, e l'impresa appare titanica. Forse per questo il problema è trascurato da tutti, esperti e  politici, ma ogni singolo percorso verso gli 1.5 °C si basa sulle emissioni negative, in  misura maggiore o minore. Si tratta di previsioni che vanno da 380 e 1130 Gt di CO2 da rimuovere dall'atmosfera dopo che le emissioni sono state minimizzate e tutto ciò che può essere tagliato è stato tagliato. Sono cifre da metà al doppio del Carbon Budget residuo per gli 1,5 °C, un'enormità In secondo luogo si tratta di compensare il temuto overshoot termico oltre i +1,5 °C. Più i tagli delle emissioni saranno in ritardo, più emissioni negative saranno necessari. La rrelazione esclude il ricorso alla geoingegneria e al solar management. Accredita piuttosto la BECCS, una CCS con impianti industriali e di generazione elettrica a biomasse e la afforestazione, opzioni in contrasto irrisolto con l'uso agricolo dei suoli e l'aumento della popolazione.

  • Tutti questi modelli sono probabilistici: entrano nel problema le ipotesi sulla popolazione, l'economia, le dinamiche climatiche, politiche e tecnologiche e determinano il probabile impatto sulle temperature. I fattori di incertezza sono spesso al di sopra delle capacità scientifiche. Molti scenari che danno una probabilità del 66% di tenere la temperatura al di sotto degli 1,5 ° C   sono già fuori portata, secondo gli autori della bozza di sommario. Questo lascia un sentiero stretto per rimanere entro la soglia di 1,5 °C, e aprono alla prospettiva di oltrepassarla e dover utilizzare le emissioni negative per rispettare l'obiettivo al 2100. Si tratta del temuto overshoot.

  • Poiché il riscaldamento globale supererebbe gli sforzi per frenarlo, i modelli si affidano sempre più su ad un overshoot per mantenere gli obiettivi internazionali, siano 1,5 o 2 °C. Maggiore è il superamento - e gli scenari in questo rapporto arrivano fino a 1.9 °C prima di tornare a 1.5 °C entro il 2100 - più drastica è l'azione necessaria  per correggerlo. E mentre l'aumento della temperatura può essere reversibile, alcuni impatti non lo sono. Una lastra di ghiaccio non può ristabilirsi nè una specie estinta può essere riportata in vita.

  • C'è un'alta probabilità che i livelli di rimozione di CO2 implicati negli scenari potrebbero non essere fattibili a causa delle dimensioni e della velocità dei flussi richiesti e dalla incompatibilità con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, afferma la bozza. Il rapporto, ad esempio,  non emette un giudizio sul quale sia la minaccia maggiore per l'approvvigionamento alimentare globale, se la domanda di bioenergia o il riscaldamento a 2 °C.

  • Tanto quanto qualsiasi altra transizione, l'obiettivo degli 1.5 °C dipende dal cambiamento  del comportamento delle persone. L'elenco è lungo e per certi versi dejà vù. Meno carne sulle tavole dei più ricchi, usare l'energia con parsimonia, rinunciare alle auto private ... E significa abbattere gli ostacoli istituzionali alle azioni di cambiamento degli atteggiamenti pubblici,  a colpire certi interessi particolari, come il commercio dei combustibili fossili e i relativi incentivi, a ritardare l'economia circolare, a contrastare la green economy e lo sviluppo delle fonti rinnovabili etc.

Interdipendenza tra l'Agenda 2030 e lo scenario degli 1,5 °C

In coerenza con l'Agenda 2030 la Bozza esamina le interdipendenze tra l'attuazione degli SDG e l'Accordo di Parigi (4.5). Si legge nella Bozza che i percorsi coerenti con il riscaldamento globale limitato a 1,5 ° C, in termini di efficienza e consumi energetici evidenziano forti sinergie tra lo sviluppo sostenibile e le azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici, in particolare per la qualità dell'acqua e dell'aria, la salute, attraverso la prevenzione dell'inquinamento atmosferico e per gli ecosistemi terrestri e marini. I rischi delle misure di mitigazione per la povertà, la fame e l'accesso all'energia possono (debbono?) essere alleviati da misure redistributive.

Le opzioni di mitigazione che emergono dagli sforzi intersettoriali a scala urbana rafforzano queste sinergie non meno che  le politiche settoriali basate sul concetto di economia circolare, gli zero rifiuti, la decarbonizzazione e la dematerializzazione. Viene fatto notare che, però, la riduzione dei solfati e degli altri inquinanti atmosferici raffreddanti ha effetti negativi sulla mitigazione.

I percorsi che limitano il riscaldamento globale a 1,5 ° C con una domanda di energia molto bassa ha effetti positivi pronunciati su molti SDG anche se aumenta il rischio di esclusione per le popolazioni povere e indigene. Le radicali innovazioni socio-culturali e organizzative possono creare problemi di accettabilità sociale. Per evitare queste possibili pericolose contraddizioni le politiche e le misure devono essere responsabilmente calibrate.

Nella figura seguente sono riportati in nero i co-benefici ed in rosso i possibili rischi dell'attuazione dell'Accordo di Parigi relativi ad otto su 17 SDG con i relativi target, quelli inseriti nei modelli matematici di cui riferirà il IPCC nel Rapporto finale CR15. Il calcolo viene fatto con riferimento ad un quadro intermedio dello sviluppo socioeconomico. Le scale sono rapportate allo scenario baseline rappresentato dal cerchio grigio. le bande nere e rosse ci riportano le bande min-max delle stime effettuate dai diversi modelli.

 

Più complessa, ma di grande interesse e soprattutto originale,  è la esplicitazione degli effetti delle politiche climatiche, implicate dallo SDG 13, sugli altri SDG rappresentati nella figura seguente. Consigliamo di guardare le figure sulla Bozza in pdf scaricata dopo essersi muniti di una lente di ingrandimento. Vengono esaminate tre azioni di mitigazione nel consumo (domanda) di energia, nelle tecnologie di generazione elettrica, rinnovabili e nucleare,  in quelle di estrazione della CO2 dall'atmosfera (CCS) e nelle politiche, relative ad agricoltura, foreste e oceani, che possono essere invocate per la mitigazione. I bordi dei cerchi rappresentano con i colori i 16 SDG impattati. La legenda dei settori impattati è riprodotta in basso nella figura e dettagliata con altrettanti simboletti all'interno dei cerchi colorati. Per il consumo di energia, ad esempio,  vengono quotati gli impatti dei settori industria, residenziale e trasporti. Le scale sono in verde (rosso) di diverse altezze per gli impatti positivi (negativi) mentre l'intensità del colore è usata per rappresentare il livello di confidenza delle stime. Ricordiamo che tutti i Rapporti IPCC sono resi in termini di probabilità, cioè di valutazioni quantitative e in termini di confidenza. Le barre bianche nelle ruote dicono zero impatto mentre le barre grigie indicano deficit di conoscenza.

 

La necessità e l'urgenza della transizione green delle politiche urbane

Nel Box SPM 2 la Bozza del Sommario della CR15 sottolinea l'importanza delle politiche urbane nella transizione. Esse dovranno essere rapide e sistemiche perché saranno un elemento critico di una transizione accelerata verso il mondo degli 1,5 ° C. Tali cambiamenti strutturali profondi  possono essere attivati ​​da un mix integrato e rapidamente implementato di misure di mitigazione e adattamento, facilitate dai governi locali e regionali e supportate da governi nazionali che si fanno carico dello sviluppo sostenibile. Sia le innovazioni  tecnologiche abilitanti che quelle sociali  possono contribuire ai percorsi degli 1,5 °C, comprese le reti intelligenti, le tecnologie di immagazzinamento dell'energia e le tecnologie dell'informazione, di comunicazione e di intelligenza artificiale.

La limitazione del riscaldamento globale a 1,5 °C è associata ad un'opportunità di innovazione della governance globale, nazionale e subnazionale, migliorando l'adattamento e la mitigazione nell'ambito dello sviluppo sostenibile, in coerenza con le tendenze incontrovertibili alla scala globale tra cui l'aumento dell'urbanizzazione e il disaccoppiamento della crescita economica dalle emissioni di gas a effetto serra.

I concetti di economia circolare come zero rifiuti, decarbonizzazione e dematerializzazione evidenziano sinergie elevate con gli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Ogni ulteriore aumento del riscaldamento globale moltiplica i rischi per le aree urbane. I futuri impatti dipenderanno dalle vulnerabilità (ubicazione, infrastrutture e livelli di povertà) e dalle capacità di adattamento. Un ulteriore riscaldamento di 0,5 °C aumenta i rischi per le aree urbane. Ad esempio, assumendo uno scenario intermedio di crescita della popolazione, con 1,5 °C di riscaldamento globale oltre 350 milioni di persone sarebbero esposte allo stress da calore nelle mega-città entro il 2050. Il riscaldamento di 2 °C nella maggior parte dei casi, comporta rischi ancora maggiori per le aree urbane rispetto al riscaldamento di 1,5 °C in base alla vulnerabilità del luogo (costiero e non costiero), ai settori infrastrutturali (energia, acqua, trasporti) e ai livelli di povertà. Nei percorsi di 1,5 °C, tutti i settori degli usi finali, come il cibo (bestiame), la costruzione, il trasporto e il settore industriale, richiedono significative riduzioni della domanda entro il 2030, maggiori di quelle previste per i percorsi 2 °C.

La combinazione di opzioni di adattamento e di mitigazione può aumentare l'efficacia degli investimenti, ma il potenziale di scalabilità rimane una sfida. è il caso della pianificazione dell'uso del territorio, della pianificazione e della progettazione urbana, della implementazione di standard edilizi e norme per ridurre il consumo di energia e gestire il rischio climatico. La gestione sostenibile delle risorse idriche  e gli investimenti in infrastrutture verdi  per la gestione idrica, i servizi ambientali e il sostegno all'agricoltura urbana sono meno efficaci ma sono con evidenza elementi importanti per favorire la resilienza del clima urbano. Tuttavia, è spesso difficile rendere coerenti governance, finanza e supporto sociale e politico o allineare obiettivi multipli e tempi, anche se per questa via si ottengono molteplici benefici.

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Gennaio 2018: Quanto è cambiato il clima nel 2017? E le emissioni?

Emissioni. Le stime preliminari (Enerdata) basate su dati mensili per paesi chiave indicano un'inversione di tendenza a livello globale delle emissioni di CO2 legate all'energia: sono cresciute nel 2017, dopo essersi stabilizzate a partire dal 2014. La crescita delle emissioni di CO2 nel 2017  è stimata attorno al 2% e può essere attribuita al consumo crescente di, aumentato sensibilmente nel 2017 a causa di un rimbalzo della Cina (+ 3,7%), una crescita costante in India (quasi il 4%) e la approssimativa stabilizzazione negli Stati Uniti (+ 1%) dopo un calo di 3 anni (-20% tra il 2013 e il 2016). In figura riportiamo il consumo di carbone e lignite dei primi tre consumatori del mondo.

 

Clima.

• È stato l'anno più caldo mai registrato per il contenuto di calore oceanico, che è aumentato notevolmente tra il 2016 e il 2017.

• È stato il secondo o il terzo anno più caldo registrato per la temperatura superficiale, a seconda del set di dati usato - e l'anno più caldo senza l'influenza di  El Niño.

• Ha visto minimi storici nell'estensione e nel volume di ghiaccio marino nell'Artico, sia all'inizio che alla fine dell'anno, anche se l'estensione minima raggiunta a settembre è stata solo l'ottava più bassa registrata.

• Per la maggior parte dell'anno ha visto anche la bassa marea antartica.

 

L'oceano si riscalda ancora: Come è noto oltre il 90% del calore determinato dall'effetto serra è catturato dagli oceani.

Le figure sottostanti mostrano il contenuto di calore dell'oceano per ogni anno nella regione dell'oceano
tra la superficie e 2.000 metri di profondità e la mappa delle anomalie del 2017. La figura in alto mostra i cambiamenti nel contenuto di calore dell'oceano dal 1958, mentre la mappa inferiore mostra il contenuto di calore dell'oceano nel 2017 rispetto al contenuto medio di calore dell'oceano tra 1981 e 2010, con aree rosse che mostrano il calore più caldo dell'oceano rispetto al passato alcune decadi e aree blu che mostrano più freddo.
 

 

Anche la Terra si riscalda al netto del raffreddamento indotto da el Niño. La temperature superficiale globale nel 2017 è la seconda o la terza più calda mai registrata dal 1850, cioè da quando le temperature globali possono essere calcolate con ragionevole accuratezza. A differenza degli altri anni più caldi - 2015 e 2016 - non c'è stato nessun evento di El Niño che abbia contribuito all'aumento delle temperature del 2017. La figura seguente mostra i record delle temperature superficiali globali calcolate dai principali istituti di ricerca
in tutto il mondo. Gli anni 2014 -2016 avevano spazzato via ogni ipotesi di stasi termica, come prospettato da molti scettici, il 2017 segna invece un calo apparente dovuto solo all'assenza dei contributi termici del
Niño. La figura successiva combina Terra ed Oceani per dare la temperatura media globale e l'andamento calcolato dai modelli climatici accreditati.(linea nera e bande di variabilità grigie).

 

La sorte dei ghiacci polari. Oltre alle temperature da record, il 2017 ha visto anche un record negativo per i ghiacci polari durante tutto l'anno, sia nell'Artico che nell'Antartico. Nell'Artico, secondo PIOMAS, il volume di ghiaccio marino era di circa 12.000 mc in meno rispetto al 1979. Hanno loro stessi rilevato che il 2017 ha raggiunto il 2012 nel minimo del volume di ghiaccio marino artico registrato, anche se il 2012 rimane l'anno con il minimo volume estivo minimo.

Mentre il declino a lungo termine del ghiaccio marino Artico è chiaro, l'Antartico è molto di più complicato. A differenza dell'Artico, l'Antartide non ha una chiara tendenza a lungo termine nell'estensione del ghiaccio marino.  Infatti, nel 2015 e all'inizio del 2016 sono stati registrati record per l'estensione di ghiaccio marino osservata. Nel 2017, tuttavia, il ghiaccio marino dell'Antartico ha segnato minimi storici per gran parte dell'anno. Non è chiaro quale ruolo sta giocando il cambiamento climatico  nei cambiamenti di ghiaccio del mare antartico.

L'estensione del ghiaccio marino antartico che quella artica sono combinate per stimare la presenza di ghiaccio marino globale nella figura seguente.

 

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Novembre 2017: Quanti paesi hanno già raggiunto il picco delle emissioni?

 

Prima di cominciare a ridurre le emissioni di gas serra ogni paese dovrà raggiungere quello che viene chiamato il picco delle emissioni. Un prezioso Rapporto del World Resource Institute fa il punto sul trend del conseguimento di tali picchi (> scarica il Rapporto del WRI).

Il numero di paesi che hanno già raggiunto il picco è cresciuto da 19 nel 1990 a 33 nel 2000, a 49 nel 2010. Entro il 2020, il numero di paesi che hanno già raggiunto il picco o hanno un impegno che implica un picco delle emissioni sale a 53 e nel 2030 a 57. La percentuale di emissioni globali coperte dai paesi che hanno già raggiunto il picco è del 21% entro il 1990, del 18% entro il 2000 e del 36% entro il 2010. La percentuale di emissioni globali coperte da paesi che hanno già raggiunto il picco o hanno un impegno che implica un picco di emissioni entro il 2020 sale al 40% e, nel 2030, a 60%, usando i dati sulle emissioni di gas serra del 2010 come base per il calcolo percentuale, piuttosto che le proiezioni 2020 e 2030.

La grande maggioranza dei paesi sviluppati come così come alcuni paesi in via di sviluppo hanno già  raggiunto il picco, e registriamo l'assunzione di impegni di riduzione delle emissioni da parte di diversi paesi in via di sviluppo che implicano picchi di emissioni entro il 2020 o il 2030. Tutto ciò non è però sufficiente ad assicurare il conseguimento degli Accordi di Parigi.

In figura il quadro dei paesi che hanno raggiunto il picco o che hanno assunto impegni in tal senso.

Il Rapporto WRI dimostra che le emissioni globali non sono ancora previste avere il picco globale nel tempo per avere una probabilità superiore al 66% di limitare il riscaldamento a 1,5-2 °C a costo minimo. Per avere tale possibilità la ricerca scientifica ha rilevato che le emissioni globali GHG devono raggiungere il picco entro il 2020 al più tardi. Tuttavia, le proiezioni mostrano che, anche raggiunti gli INDC dei vari paesi, le emissioni di gas serra dovrebbero continuare ad aumentare tra il 2020 e il 2030. la figura riporta i dati di previsione del ritardo del picco oltre il 2020 calcolati nello studio della Figueres "Three Years to Safeguard Our Climate” pubblicato nel giugno di quest'anno.

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Novembre 2017: Dalla COP 23 di Bonn cattive notizie sulle emissioni mondiali di gas serra

Nel corso della COP 23 di Bonn (> leggi il resoconto finale) è stato fatto circolare il Rapporto Global Carbon Budget 2017 pubblicato il 13 novembre su diverse riviste internazionali. La cattiva notizia è che entro la fine del 2017, le emissioni globali di CO2 da combustibili fossili e dall'industria starebbero per aumentare di circa il 2% (0,8 - 3%) rispetto all'anno precedente, dopo tre anni di emissioni relativamente stabili.  Si tratterebbe di 41 Gt CO2. da tutte le fonti. Nello stesso periodo, secondo l'IMF, il PIL crescerebbe del 3,6%.

La delusione è forte, perché era forte la speranza che fossimo pervenuti in anticipo al famoso picco delle emissioni globali. Il 2017 ha dimostrato che i cambiamenti climatici possono amplificare l'impatto degli uragani con piogge più forti, alti livelli del mare e condizioni oceaniche più calde, favorendo tempeste più potenti. Il riscaldamento globale non dipende dal flusso annuale di gas serra in atmosfera ma dallo stock di GHG ivi immagazzinato per effetto delle emissioni storiche. Si capisce però che per ottenere l'obiettivo di Parigi, ormai più che a rischio, le emissioni devono diminuire in fretta e l'aumento nel 2017 va in senso opposto.

Le emissioni della Cina rappresentano il 28% delle emissioni globali. il ritorno alla crescita delle emissioni globali nel 2017 è in gran parte dovuto alle emissioni cinesi, previste crescere del 3,5% nel 2017 dopo due anni con le emissioni in calo. L'uso del carbone, la principale fonte di combustibile in Cina, potrebbe aumentare del 3% a causa della maggiore crescita della produzione industriale e della minore produzione di energia idroelettrica a causa delle precipitazioni ridotte, altro effetto del cambiamento climatico. L'altro fattore è la crescita dell'economia globale che, seppure lenta, sembra produrre più emissioni dai settori elettrico e industriale. Gli autori temono un ulteriore rialzo nel 2018. In questo caso il tanto auspicato decoupling sarebbe quantomeno relativo.

A nostro parere  è troppo presto per dire se questo è un evento una tantum sulla strada del picco globale delle emissioni, o l'inizio di un nuovo periodo di pressioni al rialzo sulla crescita delle emissioni globali. A lungo termine, sembra improbabile che le emissioni tornino alla persistente crescita elevata, più del 3% all'anno negli anni 2000. È più probabile che le emissioni si stabilizzeranno o avranno una modesta crescita , sostanzialmente in linea con le emissioni nazionali negli impegni INDC presentati a Parigi.

Le emissioni dei vari paesi nel 2017, in un quadro in cui l'energia rinnovabile è aumentata rapidamente del 14% all'anno negli ultimi cinque anni, vengono così stimate nello studio:

  • Emissioni globali  da tutte le attività umane (combustibili fossili, industria e uso del suolo): 41 GtCO2.

  • Emissioni industria ed energia 37 GtCO2.

  • Cina: +3.5% (+0.7 - +5.4%) con il PIL al 6,8%.

  • Stati Uniti: -0,4% (da -2,7% a + 1,9%), calo inferiore all'1,2% all'anno, media del decennio precedente, causato da un aumento del consumo di carbone. Il PIL cresce di circa il 2,2% nel 2017.

  • India: +2% (+ 0,2% a + 3,8%), rispetto alla media del 6% per anno del decennio precedente, con il PIL in aumento del 6,7%.

  • Europa: -0,2% (da -2% a + 1,6%), più del -2,2% all'anno in media del decennio precedente. PIL in rialzo del 2,3% circa.

  • Le emissioni dei paesi rimanenti che rappresentano circa il 40% del totale globale: +2,3% circa (da + 0,5% a + 4).

Lo stesso Rapporto ricorda che esistono incertezze persistenti nella capacità degli scienziati di stimare i cambiamenti delle emissioni, in particolare quando ci sono cambiamenti inaspettati come negli ultimi anni. Ci vogliono dati di almeno 10 anni  per verificare con sicurezza e in modo indipendente un effettivo cambiamento delle emissioni utilizzando misurazioni delle concentrazioni atmosferiche di CO2.

 

31 ottobre 2017: L'UNEP presenta in apertura della COP23 il suo ottavo rapporto Emissions Gap 2017. Gli impegni di Parigi non bastano

 

Il nuovo Rapporto dell’UNEP, l’ottavo della serie, è stato pubblicato il 31 ottobre 2017 e presentato in apertura della COP23 di Bonn. Il tono è severo ma non inutilmente allarmistico e cita una serie di ragioni per questo ottimismo, tra cui la stabilizzazione negli ultimi anni delle emissioni di CO2. Per sfortuna dell’UNEP e nostra sarebbe stata presentata poco dopo a Bonn una previsione (vedi la pagina "clima" a Novembre 2017) che calcola nel 2017 un 2% di aumento delle emissioni e fa non poco scolorire l’ipotesi, o se si preferisce la speranza, che il picco delle emissioni sia stato raggiunto. Questa nota grigia si somma al già dichiarato ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi ed alle serie difficoltà di Angela Merkel in Germania. Era lei infatti, con Barack Obama, il simbolo della ritrovata determinazione di tutti i Paesi a Parigi per fermare il cambiamento climatico, ovvero “chiudere il gap” nel linguaggio dell’UNEP. Ora è a rischio di passare la mano.

Il Rapporto UNEP ribadisce ancora che gli attuali impegni delle nazioni a ridurre le loro emissioni, presi in occasione della COP21 di Parigi,  non arrivano a più di un terzo delle riduzioni necessarie per evitare i 2 °C di riscaldamento globale a fine secolo. Questo "gap delle emissioni" è possibile chiuderlo, secondo l’UNEP, ma solo a condizione di interventi immediati nei settori chiave. Anche se gli attuali impegni nazionali, noti come NDC, saranno pienamente attuati, il carbon budget per limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C sarà stato speso per circa l'80% già nel 2030 mentre il budget per l'obiettivo degli 1,5 °C è forse già esaurito, anche se, in attesa dello studio che l’IPCC si è impegnato a pubblicare nel 2018, questa questione resta ancora molto dibattuta. Un recente studio, peraltro autorevole, firmato da ricercatori attivi nell’IPCC, suggerisce infatti che il carbon budget potrebbe essere stato sottostimato.

L'UNEP avverte che la prossima revisione dei contributi determinati a livello nazionale (NDC) nel 2020, l’anno di partenza dell’Accordo di Parigi, potrebbe rappresentare "l'ultima opportunità" per la comunità internazionale di impegnarsi al livello delle riduzioni richieste per evitare che il riscaldamento vada oltre i 2 °C. Qui il Rapporto sottolinea alcune ragioni di speranza e annota che le emissioni serra globali sono leggermente diminuite nel 2016 e che le emissioni di CO2 dai combustibili fossili sono rimaste pressoché invariate dal 2013. Ma, come abbiamo detto nel post precedente, i dati del 2017 non confermerebbero questa stabilità. Inoltre l’UNEP confida nel ruolo positivo e promettente degli attori non governativi, come città, amministrazioni regionali e aziende.

Letteralmente dal Rapporto: “If the climate targets in the Paris Agreement are to remain credible and achievable, all countries will need to contribute to significantly enhancing their national ambitions, augmenting their national policy efforts in accordance with respective capabilities and different circumstances, and ensuring a full accounting of subnational action. Furthermore, a strong commitment to facilitating and stimulating widespread, equitable and accountable innovation will be needed, to ensure that the best the world can offer in terms of cost-effective technology, policy, and business models is available wherever needed. Non-state actors need to adhere to high standards of accountability in this respect. Missing the 2020 option of revising the NDCs would make closing the 2030 emissions gap practically impossible.

Global greenhouse gas emissions in 2020 are likely to be at the high end of the range of the scenarios consistent with the 2°C and 1.5°C goals respectively, making it increasingly difficult to be on track to meet the 2030 emission goals”.

L'UNEP presenta analisi che suggeriscono che il gap può ancora essere chiuso prima del 2030 adottando tecnologie e best practices già note e convenienti in diversi settori che, dice, si possono identificare in appena sei categorie relativamente standardizzate: energia solare ed eolica, elettrodomestici efficienti, autovetture efficienti, rimboschimento e arresto della deforestazione. Questi sei settori presentano un potenziale combinato di mitigazione fino a 22 GtCO2eq all'anno.

Come parte dell'Accordo di Parigi, molti paesi hanno proposto i propri NDC, obiettivi di riduzione delle emissioni per il 2025 o il 2030. Questi nuovi impegni, combinati con le politiche nazionali esistenti, si traducono in una notevole riduzione delle emissioni e del riscaldamento terrestre rispetto a una linea di base che vede un mondo senza politiche climatiche. La figura seguente mostra la traiettoria mediana di riferimento dell'UNEP in rosso, insieme alle emissioni che risulterebbero dalle attuali politiche in giallo. Gli effetti degli NDC condizionati su cui sono impegnate le azioni di alcuni paesi, così come quelli incondizionati, sono mostrati in blu. Le traiettorie mediane di emissione coerenti con lo stare ben al di sotto dei 2 °C e quanto più possibile vicini agli 1.5 °C sono mostrate in viola e grigio, rispettivamente. La figura nasce da una rielaborazione grafica semplificata dell'originale figura UNEP 3.1 (Hausfather).

Gli attuali impegni NDC portano il mondo a circa metà della strada verso il 2 °C, calcolata in gap eliminato, e solo ad un terzo della strada verso gli 1,5 °C. Si evidenzia un gap di 11-13 GtCO2eq per anno per portare il pianeta sulla traiettoria dei 2 °C e un gap di 16-19 GtCO2eq per arrivare alla traiettoria di 1,5 °C. L’UNEP utilizza uno scenario che è "ben al di sotto di 2C per una probabilità stimata del 66% di evitare più di 2 °C di riscaldamento. Per 1.5 °C, tuttavia, utilizza uno scenario che ha solo una possibilità di 50% di stare sotto agli 1.5 °C. Pochi sono infatti per ora gli studi disponibili su percorsi plausibili al 66% di probabilità di evitare un riscaldamento di 1.5 °C e quindi la relativa traiettoria e il calcolo del relativo gap si potranno fare solo  nel rapporto del prossimo anno.

Le politiche attuali più gli NDC allontanano il mondo dallo scenario di base associato ad alcuni dei peggiori impatti dei cambiamenti climatici. Mentre le traiettorie di emissione a lungo termine coerenti con gli impegni di Parigi continuerebbero, senza ulteriori riduzioni, a procurare  al mondo i problemi causati da un riscaldamento di circa  3 °C, sarebbe evitata l'evenienza ben peggiore di superare i 4 °C o più.

Il direttore della NASA Schmidt dichiara che: “The most recent era in which the Earth was believed to have experienced temperatures of 3 °C above pre-Industrial levels was the Pliocene Epoch — around 3 million years ago. At that time, there was almost no ice anywhere. The sea level was 20 meters or so higher, and forests went to the edge of the Arctic Ocean where there is now tundra. It takes a long time for those changes to manifest, but if we see 3 C … it pushes us in that direction". Per parte sua R. Pierrehumbert, docente ad Oxford: "A world 3 °C warmer would see a significant drop in food production, an increase in urban heat waves akin to the one that killed thousands of people this year in India, and more droughts and wildfires....  I have no doubt that humanity will survive. It’s not an existential threat at 3 C, but it’s still a world where there are likely to be massive disruptions… A warmer world would also potentially lead to more refugees, he said, pointing to the refugee crisis currently unfolding in Europe. When talking about climate refugees, what if Bangladesh becomes uninhabitable? The scale of climate migration could dwarf anything we’ve seen. Many areas of the densely populated and mostly low-lying country could become uninhabitable within a century if warming continues”.

J. Funk,  senior della Union of Concerned Scientists, dice: "A temperature increase of 3 °C would seriously disrupt global economic systems and many people’s livelihoods… It could potentially lead to more conflicts because resources will be impacted, and people will be trying to capture access to those resources. It’s not a pleasant scenario. Right now we have an off-switch if we can reduce emissions and keep warming below a certain level — we can still turn off the climate change process”.  

Il Rapporto pubblica le emissioni annuali per paese nella  figura 2.1, sia per tutti i gas serra che per le emissioni di CO2 dall'uso di combustibili fossili. Noi non la riportiamo deliberatamente perché manca il dato stimato 2017 che sarebbe in crescita del 2%. Il Rapporto dell'UNEP identifica nella crescita ridotta uno dei principali driver del declino dell'uso di carbone dal 2011 al 2016, con riduzioni notevoli sia in Cina che negli Stati Uniti. Altri fattori sono lo sviluppo delle energie rinnovabili, in particolare in Cina e in India, nonché la efficienza energetica potenziata e i cambiamenti strutturali nell'economia globale.

Mentre le dimensioni degli spazi tra gli NDC e le traiettorie dei 2 °C e degli 1.5 °C sono grandi,il Rapporto dell'UNEP suggerisce che possono ancora essere chiusi in modo economicamente efficace. La Relazione analizza, come abbiamo detto,  i contributi che diversi settori dell'economia globale possono dare attraverso l'adozione di tecnologie esistenti economicamente efficienti e impiegando buone pratiche già note. Nella figura 4.1 del Rapporto sono tabulati in dettaglio i potenziali di abbattimento per ogni attività economica.

Il Rapporto rielabora settore per settore il contributo potenziale di mitigazione delle emissioni, in marrone nella figura che è la 4.2 del testo, a fronte dei dati riportati da una serie di modelli di valutazione  integrati ormai accreditati (IAM, barre blu e cerchietti rossi e arancione). I costi di tutte queste riduzioni sono stimati inferiori a $ 100 per tonnellata di CO2eq.

 

La maggior parte delle riduzioni proviene dal settore energetico, ma arrivano anche riduzioni considerevoli dall'industria, dalla silvicoltura, dai trasporti, dall'agricoltura e dagli edifici. La riduzione delle emissioni di metano dalla fornitura di energia e di N2O dall'agricoltura  sono anche una parte importante per colmare il gap. L'emendamento di Kigali per eliminare gradualmente la produzione di idrofluorocarburi, firmato nel 2016, è  evidenziato in figura, con l'accordo stimato per ridurre le emissioni annue di circa 0,7 GtCO2eq nel 2030 rispetto alle politiche attuali.

E le emissioni negative? Si veda una presentazione esauriente di queste tecnologie qui alla pagina "energia". Secondo l'UNEP hanno un ruolo relativamente piccolo da svolgere nella prima parte del secolo in quanto siamo lontani da un accettabile rapporto costo-efficacia per le implementazioni su larga scala, ma possono giocare un ruolo più ampio nelle riduzioni delle emissioni negli anni di fine secolo. Il Rapporto sostiene che rimane incerto se queste tecnologie possano essere promosse per raggiungere gli ambiziosi obiettivi climatici. Pertanto, la mitigazione negli altri settori non dovrebbe essere ritardata nella speranza che in futuro potrebbero essere disponibili a buon mercato tecnologie di cattura e sequestro del biossido di carbonio.

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Marzo 2017: Tre scenari di decarbonizzazione dell’energia a confronto in vista del G20 di Amburgo del luglio 2017, quello dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), quello dell’Agenzia Internazionale per le fonti Rinnovabili (IRENA) e la carbon law di Rockström, uno scenario semplificato capace di conseguire l'obiettivo massimo di Parigi per un riscaldamento di +1,5 °C

OECD/IEA, IRENA, 2017, “Perspectives for the energy transition – investment needs for a low-carbon energy system”

Johan Rockström et al., 2017, “A roadmap for rapid decarbonization. Emissions inevitably approach zero with a “carbon law”

 

Nessuna transizione energetica capace di affrontare le pesanti sfide dei cambiamenti globali, climatici e della green economy è pensabile senza l’apporto massiccio degli investimenti pubblici, ma soprattutto del sistema industriale-finanziario privato. La raccolta, trasformazione, trasporto e il consumo delle risorse energetiche sono probabilmente il nodo globale degli equilibri economici a venire. Capire come il panorama degli investimenti energetici può evolvere per soddisfare gli obiettivi della decarbonizzazione dell’economia è indispensabile, basti pensare che circa due terzi dei gas responsabili dell'effetto serra (GHG) derivano dalla produzione e dall’uso dell’energia.

In preparazione del difficile G20 di Amburgo, il governo tedesco ha chiesto all’OECD-IEA e all’IRENA di far luce sugli elementi essenziali di una transizione energetica coerente con l'accordo di Parigi sul clima. I paesi del G20 consumano l’80% dell’energia,  il 95% del carbone e tre quarti del petrolio e del gas naturale a livello globale. Inoltre emettono l’80% dei gas ad effetto serra. Il risultato dell’iniziativa tedesca è uno studio originale il cui obiettivo è quello di analizzare la scala e la portata degli investimenti in tecnologie low-carbon nella produzione e nel consumo di energia nei vari settori: trasporti, costruzioni, riscaldamento, raffreddamento e industria necessari per gestire la transizione in un modo economicamente efficace (scarica il Rapporto).

Nel Rapporto l'IEA e l’IRENA hanno esaminato separatamente le esigenze di investimento, delineando due scenari che metterebbero il mondo sulla strada giusta verso una significativa riduzione delle emissioni di gas serra legate all'energia. Gli scenari proposti dalle due Agenzie limitano l'aumento della temperatura media globale a 2 °C al 2100 con una probabilità del 66%, che è meno di quanto richiesto dall’Accordo di Parigi. Sia l'IEA che l’IRENA fissano un identico budget del carbonio per il settore energetico, ma i percorsi che propongono sono diversi: l'analisi modellistica condotta dall'IEA disegna un percorso tecnologicamente neutro che include tutte le tecnologie a basse emissioni, tenendo conto delle circostanze specifiche di ciascun paese. L'analisi condotta dall’IRENA delinea piuttosto una transizione energetica che fa leva sul potenziale delle energie rinnovabili > leggi tutto

Il Rapporto stima per i due approcci un identico bilancio del carbonio residuo per il settore energetico tra il 2015 e il 2100 pari a 790 GtCO2, al netto delle emissioni non-CO2, delle emissioni da parte dell'industria e dell’uso e del cambiamento d’uso del suolo. Al conteggio degli impegni presi prima di Parigi (INDC) il settore energetico emetterebbe invece 1.260 GtCO2 già entro il 2050. Il profilo dei due scenari non darebbe luogo ad overshoot, cioè al superamento temporaneo del target della temperatura nel corso del secolo, a differenza di molti scenari IPCC che devono però ricorrere per estrarre carbonio dall’atmosfera a tecnologie carbon negative, per ora indisponibili.

Lo scenario IEA (in figura) impone un picco delle emissioni prima del 2020 e la discesa di oltre il 70% dai livelli attuali entro il 2050, che equivale a dimezzare tra 2014 e 2050 la quota di combustibili fossili nella domanda di energia primaria. Nel contempo le fonti energetiche low carbon - compresi secondo l’IEA nucleare e fossili con cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) - devono triplicare fino a coprire il 70% della domanda globale di energia.

Lo scenario IRENA impone un'azione tempestiva, con la quale le emissioni di CO2 legate all'energia dovranno ridursi del 70% entro il 2050 e azzerarsi entro il 2060. IRENA stima che la crescita economica sarebbe pari nel 2050 allo 0,8% del PIL globale per un guadagno complessivo di $ 19.000 Mld$. Tale azione deve comprendere non solo le più che redditive fonti rinnovabili, ma anche tutte le tecnologie in fase di sviluppo che per ora non danno ritorni di investimento.

Il livello degli investimenti necessari per una tale transizione energetica è considerevole. Lo scenario IEA richiederebbe infatti un investimento medio per l’energia di 3.500 Mld$ all'anno fino al 2050, quasi il doppio dei 1.800 Mld$ investiti globalmente nel 2015. Si tratta di un investimento aggiuntivo non superiore allo 0,3% del PIL mondiale nel 2050 da destinare alle tecnologie low-carbon su parte degli usi finali dell’energia - auto elettriche, riscaldamento e lavori di ristrutturazione degli edifici – dove sono richiesti investimenti in aumento di dieci volte entro il 2050. Gli investimenti nell'approvvigionamento energetico, nel frattempo, rimarrebbero più o meno invariati, perché la spesa calante per i fossili in declino sarebbe più che compensata dalla spesa per le fonti rinnovabili in aumento del 150% entro il 2050.

Lo scenario IRENA richiede un investimento supplementare entro il 2050 leggermente superiore all’IEA, pari allo 0,4% del PIL mondiale e porterebbe ad una domanda di investimento totale di 29.000 Mld$ entro il 2050, in aggiunta ai $ 116.000 Mld$ già previsti dalle politiche pianificate e dalle previsioni di crescita del mercato. Si avrebbe un impatto positivo netto sull'occupazione e sulla crescita economica.

Nello scenario IEA, la quota maggiore del potenziale di riduzione delle emissioni viene dalle rinnovabili e dall'efficienza energetica. Eolico e solare sarebbero la principale fonte di energia elettrica entro il 2030, mentre quasi il 95% di energia elettrica sarebbe low-carbon per il 2050. A quella data il 70% delle nuove auto sarebbe elettrico, 100 volte la quota di oggi. L’intensità carbonica del settore industriale cadrebbe dell’80% e tutti gli edifici di oggi che esistono ancora nel 2050 sarebbero stati ricondizionati. L'intensità energetica dell'economia globale avrebbe bisogno fino al 2050 di diminuire su base annua ad un tasso 3,5 volte superiore alla media del 2,5% degli ultimi 15 anni, cosa che significa raddoppiare i miglioramenti del 2,5% l’anno fino al 2050. L’energia di fonte nucleare rimarrebbe la stessa del 2016 e la CCS sarebbe usata solo nel settore industriale.

Lo scenario IRENA pone ancora di più l'accento su una diffusione crescente delle fonti rinnovabili e delle misure di efficienza energetica. L’effetto combinato darebbe luogo al 90% dell’abbattimento delle emissioni necessario entro il 2050. IRENA prevede una diminuzione dei costi del solare del 65% entro il 2050. La quota di energia rinnovabili in primaria aumenterebbe dal 15 al 65% tra il 2015 e il 2050, portando l’uso finale di energia rinnovabile a quattro volte quello che è oggi. Ciò comporta un aumento medio dell’1,2% all'anno della quota di energie rinnovabili, un tasso sette volte superiore rispetto agli ultimi anni.

L'utilizzo di combustibili fossili è un settore in cui IEA ed IRENA dissentono. Per entrambi i casi, l'uso di combustibili fossili rimane significativo nel 2050, anche se il ricorso al petrolio e al carbone declina rapidamente. Il gas naturale viene però mantenuto come una risorsa di transizione per settori difficili da gestire, come calore e trasporto. Per l’IEA il gas naturale, con ciò che resta degli altri fossili, darebbe ancora il 40% della domanda primaria di energia nel 2050, circa la metà del livello attuale. Nello scenario IRENA, l'uso di combustibili fossili nel 2050 è inferiore, attestandosi ad un terzo del livello attuale, anche la domanda di petrolio sarebbe ancora al 45% del livello di oggi. L’IEA affida un ruolo alla CCS sia nella generazione elettrica che nell'industria, anche per ridurre al minimo la perdita degli utili negli investimenti nel fossile (stranded assets). Lo scenario IRENA utilizza la CCS solo nel settore industriale ed avverte che l'uso del gas naturale come combustibile di transizione è accettabile solo in combinazione con alti livelli di CCS.

Sia IEA che IRENA concordano sulla tendenza crescente allo stranding degli investimenti. Con una transizione ben gestita, l'IEA valuta l'esposizione finanziaria globale in 320Mld$, in gran parte per le centrali a carbone. Tuttavia ritardare la transizione di un decennio triplicherebbe la quantità di investimenti a rischio fino ad oltre $ 1.300 Mld$, ovviamente a carbon budget invariato. Secondo l’IEA il tipico esempio di stranded assets sarebbero le spese per le centrali cinesi a carbone di nuova costruzione.  IRENA mette tali rischi ad un livello molto più alto, con una stima di 10.000 Mld$ per attività a rischio nel suo scenario di transizione energetica, pari al 4% del PIL globale nel 2015, anche se sottolinea che questi costi sarebbero più che compensati dai guadagni negli altri settori dell'economia. Secondo l'IRENA, il massimo di rischio di attivi non recuperabili (stranded) è nel settore dell’edilizia. Nella sua valutazione IRENA include il valore degli investimenti che andrebbero persi a causa della futura ristrutturazione necessaria per eliminare la dipendenza dai combustibili fossili. La lunga vita degli edifici inefficienti in costruzione oggi costerebbe 5.000 Mld$ quando si dovrà procedere al ricondizionamento. Inoltre IRENA stima che il rischio globale di stranding raddoppierebbe a più di 20.000 Mld$ se la decarbonizzazione del settore energetico fosse in ritardo nel 2030.

Né IEA né IRENA ritengono che i meccanismi di mercato siano sufficienti per gestire la transizione. Tuttavia i meccanismi di prezzo, come i sussidi e il mercato del carbonio (cap&trade e/o carbon tax), sono ritenuti un passaggio obbligato. IRENA osserva che il sovvenzionamento dei combustibili fossili in molti paesi, e il fallimento dei tentativi di stabilire un prezzo del carbonio significano che i "mercati di oggi sono distorti" e che la governance mondiale dell’energia è inadeguata.

Diverse sono anche le valutazioni dei benefici della transizione. I modelli economici e le visioni sono molto diversi. IRENA vede il PIL globale aumentare di circa lo 0,8% (0,6% nel peggiore dei casi) entro il 2050, attraverso la crescita economica e nuove opportunità di lavoro. Il PIL cumulato da ora fino al 2050 ammonterebbe a 19.000 Mld$. Il settore energetico (compresa l'efficienza) creerebbe circa sei milioni di nuovi posti di lavoro nel 2050 compensando pienamente i posti di lavoro perduti. Altri benefici sarebbero indotti dalla transizione, basti pensare alla riduzione dell'inquinamento dell'aria e agli altri vantaggi per la salute. IRENA ritiene che i benefici complessivi sarebbero da due a sei volte superiori ai costi del sistema di decarbonizzazione: in termini assoluti e stima che la riduzione delle esternalità ambientali negative potrebbe apportare globalmente benefici fino a 10.000 Mld$ ogni anno da qui al 2050.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del Rapporto appena presentato, un gruppo di scienziati degli istituti scientifici di punta e, ovviamente, dell’IPCC, tra cui Rockström, Rogelj, Nakicenovic e Meinshausen, indubbiamente le massime autorità mondiali in fatto di cambiamenti globali e climatici, hanno pubblicato su Science un breve, ma non meno impressivo, articolo per presentare quella che chiamano la loro carbon law (scarica l’articolo).

Gli autori vogliono dare una semplificazione netta degli scenari di Parigi che tutti possano facilmente leggere e ricordare a fronte delle elaborazioni esoteriche correnti troppo spesso per addetti ai lavori. Propongono di inquadrare la sfida della decarbonizzazione in termini di una tabella di marcia globale basata su una semplice legge di dimezzamento lordo delle emissioni antropiche di CO2 ogni dieci anni, la “carbon-law”. Accompagnata da una rimozione di carbonio dall’atmosfera di scala adeguata e da uno sforzo di riduzione delle emissioni da uso del suolo, questa progressione porterebbe a zero le emissioni intorno alla metà del secolo, un percorso necessario per limitare il riscaldamento a ben al di sotto dei 2 °C, l'obiettivo di Parigi.

Limitare riscaldamento terrestre a 1,5 °C entro il 2100 con il 50% di probabilità, o a 2 °C con il 66% di probabilità, implica il picco delle emissioni globali entro il 2020 ed emissioni lorde di CO2 che diminuiscono da 40 GtCO2/anno nel 2020, a 24 entro il 2030, 14 al 2040 e 5 al 2050. Dimezzare le emissioni ogni dieci anni è un impegno un po' più severo che limita il carbon budget dal 2017 a fine secolo a circa 700 GtCO2 ma, dicono gli autori,  aggiunge sicurezza a questo percorso. Questa “carbon law” euristica va applicata a tutti i settori in tutti i paesi e a tutte le scale e può servire anche a dare un quadro di maggior chiarezza e ad incoraggiare i governi a farsi carico a breve termine della mitigazione. Significa, per esempio, raddoppiare le quote zero-carbon nel sistema energetico globale ogni 5-7 anni, un tasso che in fondo non è diverso da quello degli ultimi dieci anni. Inoltre, in assenza di alternative valide, occorre portare la capacità di rimozione della CO2 dall’atmosfera da zero ad almeno 0,5 GtCO2/anno nel 2030, 2,5 nel 2040, e 5 entro il 2050. Le emissioni di CO2 da uso del suolo devono diminuire da 4 GtCO2/anno nel 2010 a 2 nel 2030, 1 nel 2040 e fino a zero nel 2050. A fine secolo la concentrazione di CO2 in atmosfera, oggi oltre le 400 ppm, tornerebbe a 380 ppm.

Sono evidenti alcune prime implicazioni necessarie. Intanto gli INDC di Parigi sono insufficienti ed andranno rapidamente aumentati, i sussidi ai combustibili fossili, oggi valutati in 500-600 Mld$, dovranno essere azzerati entro il 2025 e non entro il 2030 come concordato al G7 del 2016, occorre un’immediata moratoria sulla costruzione di nuove centrali a carbone, il sistema europeo ETS deve rapidamente portare il prezzo del carbonio oltre i 50$/t ed entro il 2020 tutte le città e le grandi corporation dovrebbero aver messo in atto la loro strategia  di decarbonizzazione. Infine i 49 paesi già impegnati a essere carbon-neutral entro il 2050 dovrebbero al 2020 diventare più di 100.

Al di là di queste azioni più o meno scontate vanno messi in campo altri sforzi, anche gravosi. Nel 2020, i prezzi del carbonio in tutto il mondo devono coprire tutte le emissioni di gas serra, partendo da 50$/t fino ad oltre 400$/t entro la metà del secolo. L’efficienza energetica da sola potrà ridurre le emissioni del 40-50% intorno al 2030 in molti usi domestici e industriali. Grandi città, seguendo l’impegno già di Copenhagen e Amburgo, dovranno essere fossil-free entro il 2030, dovranno essere fermamente stabiliti dei regimi di mitigazione cap&trade in tutte le scale territoriali ed una adeguata carbon tax, in particolare per i trasporti, anche marittimi ed aerei. Seguendo Norvegia, Germania e Paesi Bassi, molti altri paesi dovrebbero bandire i motori a combustione interna nelle auto nuove al più tardi entro il 2030. Dopo il 2030 tutte le nuove costruzioni dovranno essere carbon-neutral o addirittura negative. La BECCS con biomasse di terza generazione è attesa nella generazione elettrica avere una capacità di rimozione di 1-2 GtCO2 già subito dopo il 2040 per arrivare oltre le 5 GtCO2 al 2050.

In conclusione di questo programma che lascia senza fiato, gli autori chiedono che nella governance globale, la stabilizzazione del clima sia posta alla pari con lo sviluppo economico, i diritti umani, la democrazia e la pace. La progettazione e la realizzazione della roadmap climatica post-Parigi dovrebbe inoltre prendere il centro della scena al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per garantire la stabilità e la resilienza della società e del sistema Terra.

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7 novembre 2016: L'equidistanza impossibile di Paolo Mieli

 Dalla pubblicazione dell’articolo di Paolo Mieli del 7 novembre  sul Corriere della sera all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti passano poche ore. Il suo è un invito alla moderazione dei toni degli ultras climatici in occasione dell’apertura della COP 22 di Marrakech “… è ignobile accodarsi al linciaggio di chi muove legittime obiezioni all’assunto che riconduce interamente all’uomo il surriscaldamento del pianeta”, citando due americani, Di Caprio e Schwarzenegger.  Avrà la sgradita sorpresa, e non solo lui, di vedere alla Casa Bianca uno dei più canaglieschi urlatori contro la “truffa” del cambiamento climatico, che non pare per ora farsi alcuno scrupolo né della relatività delle opinioni né del Principio di precauzione, uno dei cardini dello sviluppo sostenibile, che Paolo Mieli accoglie dicendo: “Intendiamoci: è del tutto ragionevole che, sia pure a titolo precauzionale, vengano prese misure anche drastiche per combattere il global warming”.

Il torto di Mieli, sommessamente, sta nella sua improponibile equidistanza tra assertori e negazionisti dell’origine del cambiamento climatico. Una massa imponente di risultati scientifici, incerta quanto si vuole sulla gravità e sulla tempistica delle conseguenze, ha cancellato dalla lavagna scientifica ogni possibile dubbio sull’origine antropica del cambiamento climatico. A questa conclusione l’IPCC, forse il maggior panel scientifico mondiale, premio Nobel, che non produce di suo, ma raccoglie tutte le opinioni scientificamente rilevanti del mondo, è arrivato con estrema cautela, soltanto a conclusione del suo quinto Rapporto quadriennale del 2014. Ed è una conclusione senza appello, quindi “certa” nella misura in cui la certezza può essere un paradigma scientifico. Non vi è più dunque spazio per opinioni. C’è invece tutto lo spazio per intraprendere le azioni di contrasto, come è stato dimostrato alla COP 21 di Parigi, dove per procedere a passi che alcuni giudicano perfino troppo lenti, è stato necessario raggiungere l’unanimità di tutti i paesi rappresentati alle Nazioni Unite. È una acquisizione politicamente straordinaria dalla quale non si può tornare indietro. Analisi scientifiche e decisioni politiche sono ora allineate, e dunque a che serve rimettere la palla in gioco? Il cambiamento climatico non è ora più un affare degli ambientalisti o di strilloni variopinti, è una priorità planetaria. Il problema è ora progettare uno sviluppo economico e sociale che ne tenga il dovuto conto.

La citata questione della Società italiana di Fisica che ritirava, in occasione di Parigi, la sua adesione a un documento troppo incline alle certezze inequivocabili sul clima, appare in questa luce di poco rilievo, al netto delle mancanze di riguardo verso la sua Presidente, che sono invece esecrabili. Ma il di lei argomento che si starebbe mescolando la scienza con la politica è privo di fondamento e privo del rispetto che invoca per sé e che lei dovrebbe ad una compagine mondiale che si sta muovendo misurando i passi.

L’articolo di Paolo Mieli va a concludersi con un paio di citazioni, diciamo ingenue, sull’andamento storico del clima sulla terra ed ancora sulla critica a persone come Al Gore (e il Nobel?), autori di esagerazioni conclamate. Il sapore di questa conclusione è, diciamo, poco equidistante e un po’ sulle orme dei discorsi dei negazionisti. E perché nessun cenno ai soldi spesi dalle lobby del carbone e del petrolio per finanziare gruppi di ricercatori negazionisti?

Peccato perché invece la parte centrale dell’articolo sembra condividere alcune importanti conclusioni di Piketty sulle responsabilità del cambiamento climatico: “I Paesi ricchi continuano a rappresentare la stragrande maggioranza del fronte degli inquinatori e non possono chiedere alla Cina di farsi carico di una responsabilità superiore a quella che le spetta. La metà del pianeta che inquina meno - 3,5 miliardi di esseri umani dislocati principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico - emette meno di 2 tonnellate per persona ed è responsabili di appena il 15 per cento delle emissioni complessive. All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, settanta milioni di individui (il 73% dei quali risiede tra gli Stati Uniti, il Canada e il nostro continente) è responsabile di circa il 15 per cento delle emissioni complessive. Settanta milioni di individui inquinano quanto 3,5 miliardi di persone”.

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4 novembre 2016: Entra in forza l’Accordo di Parigi

Il 4 novembre 2016, è entrato in vigore l’Accordo di Parigi (leggi la versione italiana) che inciderà, e in parte sta già incidendo –sulle politiche globali per il clima dei prossimi decenni. Quasi cento Governi di tutto il mondo hanno oramai terminato il processo di ratifica dell’Accordo, e anche l’Italia lo ha potuto fare dopo l’approvazione della Legge di ratifica da parte del Senato. Questa storica giornata è stata preceduta da una serie di notizie che delineano una situazione variegata, fatta di luci e ombre, ma sulla COP 22 di Marrakech, iniziata poco dopo, ha pesato come un macigno l’elezione del Presidente americano.

Secondo l’Accordo, tutti i Paesi che hanno ratificato, quindi anche Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Unione Europea, hanno legalmente contratto l’obbligo di mantenere il riscaldamento globale entro i 2°C che è il limite che la ricerca scientifica assegna al sistema climatico perché siano evitate trasformazioni irreversibili. L’Accordo prescrive che tale limite sia portato quanto più possibile vicino agli 1,5 °C. Ma cosa sta in realtà accadendo?

Già nel 2015, l’anno più caldo di sempre, ma meno del 2016, la temperatura superficiale media globale della terra era a +1°C rispetto al periodo pre-industriale, molto vicina, quindi, al target aspirazionale di Parigi di +1,5°C e a metà strada dalla soglia dei 2°C, e con una accelerazione improvvisa a partire dagli anni ’80 che ha visto un aumento di oltre mezzo grado in circa un trentennio. La notizia più ripresa dai media è stata quella del superamento della soglia dei 400 ppm di concentrazione media annua di CO2 in atmosfera, che supera i 480 ppm se calcolati includendo anche gli altri gas serra. Secondo i dati rilasciati dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, l’ultimo assessment dell’IPCC, per rimanere al di sotto della soglia dei 2°C con una probabilità maggiore del 66% le concentrazioni equivalenti di gas serra non dovrebbero superare le 450 ppm. Anche accettando un livello di confidenza inferiore, con probabilità maggiori del 50%, la concentrazione equivalente non dovrebbe superare, se non per un lasso di tempo limitato, quota 500. Gli attuali impegni assunti dai vari Paesi si calcola che infatti consentiranno solo di rallentare la corsa delle emissioni globali di gas serra che continueranno a crescere almeno fino al 2030, portando il mondo a fine secolo a +3,4°C. Per puntare all’obiettivo di 1,5°C, al 2030 le emissioni dovrebbero scendere dalle oltre 53 GtCO2eq dello scenario di massima implementazione degli attuali impegni nazionali – INDC – a circa 39-42 GtCO2eq, con un ulteriore taglio, quindi, di 12-15 miliardi di tonnellate di gas serra.

Patricia Espinosa, da luglio 2016 segretario esecutivo della Convenzione climatica, e il Ministro degli esteri del Marocco che ospita la COP 22 hanno congiuntamente dichiarato che “L’umanità guarderà al 4 Novembre 2016 come al giorno in cui il mondo ha chiuso la porta alle devastazioni climatiche ed ha imboccato con fermezza la strada dello sviluppo sostenibile”. Se le parole bastassero…

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Novembre 2016: Pubblicato dall'UNEP l'Emissions Gap Report 2016

 

La porta si chiude sul tentativo di mantenere il riscaldamento climatico medio superficiale a 1.5 °C a meno che i paesi non aumentino drasticamente le loro ambizioni prima del 2020. Una grande azione pre-2020 è la "ultima possibilità" per gli 1.5 °C, dice l'ultimo rapporto UNEP Emissions Gap 2016, pubblicato un giorno prima che l'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici entrasse in vigore e 5 giorni prima dell’elezione dell’ultranegazionista Donald Trump alla Casa Bianca. L'Accordo impegna tutto il mondo a mantenere il riscaldamento "ben al di sotto" dei 2 °C e a compiere sforzi per tenerlo quanto più possibile prossimo a 1.5 °C. La relazione UNEP di quest'anno è la prima a misurare in modo esplicito il "gap delle ambizioni" per gli 1.5 °C e la sua richiesta di azione è più forte di quella espressa nelle relazioni precedenti. Tuttavia, i messaggi chiave sono immutati.

Ogni anno, a partire dal 2010, l'UNEP ha misurato quello che chiamiamo gap, cioè l’eccesso delle emissioni correnti rispetto agli obiettivi di mitigazione.  Il calcolo del gap fissa un anno nel futuro nel quale il livello delle emissioni di gas serra consente ancora una possibilità di limitare il riscaldamento ad una data temperatura. Nei suoi primi rapporti, i punti di riferimento erano le emissioni consentite nel 2020 e un limite di riscaldamento di 2 °C, secondo l’Accordo di Copenhagen e le decisioni della COP 16 di Cancùn. Quest'anno, in linea con l'Accordo di Parigi, l'UNEP ha esteso la sua analisi alle emissioni consentite nel 2030, per i due limiti in discussione di 1.5 o 2 °C.

Le emissioni hanno raggiunto circa 53 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (GtCO2eq) nel 2014. Per una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento a 1.5 °C, questo totale dovrebbe essere di non più di 39 GtCO2eq nel 2030. Per una probabilità del 66% dei 2 °C, il limite è di 42 GtCO2eq. Gli impegni dichiarati a Parigi, attraverso il meccanismo volontario degli INDC, sono nettamente insufficienti: se i Paesi manterranno le loro promesse, le emissioni rimarranno a 53-55 GtCO2eq nel 2030. Ciò lascerebbe aperto un gap di emissioni di 12-14 GtCO2eq per il limite dei 2 °C, o di 15-17 GtCO2eq per il limite degli 1.5 °C.

In parole molto povere gli impegni volontari sono pari a meno della metà dei tagli necessari per raggiungere gli obiettivi di Parigi e per di più c'è ben poco tempo per colmare questa lacuna. L'Accordo di Parigi contiene un meccanismo di non-arretramento (ratcheting), ma solo delle perorazioni per aumentare le ambizioni nel tempo. La prima occasione formale per spingere in alto i livelli dell’impegno globale è nel 2018, quando ci sarà un colloquio generale “di facilitazione” ma, secondo l'UNEP restano solo tre anni per ottenere un innalzamento delle e così cogliere l'ultima occasione per mantenere la possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1.5 °C.

Nella prefazione al rapporto di quest'anno, Erik Solheim, e Jacqueline McGlade, massimi responsabili dell'UNEP, scrivono: "Dobbiamo intervenire con urgenza. Se non lo facciamo, prepariamoci a piangere la perdita della biodiversità e delle risorse naturali. Grave sarà la ricaduta economica. Saremo afflitti per una tragedia umana evitabile; il crescente numero di rifugiati climatici colpite dalla fame, povertà, malattie e conflitti sarà un rimorso perenne per l’inazione di oggi”. Queste parole sono di gran lunga le più drammatiche pronunciate dall’UNEP negli anni recenti.

La relazione contiene anche parole di cautela sulle emissioni negative, che sono incluse nella "maggior parte degli scenari" per 1.5 o 2 °C. Dal rimboschimento e ripristino carbonio nel suolo fino all’uso delle biomasse per la generazione elettrica con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS), tutte le opzioni aprono conflitti sull’uso del suolo e la biodiversità. D'altra parte, per evitare una forte dipendenza degli scenari dalle emissioni negative e non abbandonarsi a speranze fallaci di poter rimandare il problema ... occorre ridurre le emissioni rapidamente nei prossimi 5-15 anni, dice il rapporto UNEP.

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Giugno 2016: Parigi: una nuova governance per il cambiamento climatico, di Toni Federico

Abstract C’è una crisi climatica in atto che mette in seria discussione l’equilibrio ecologico del pianeta e lo stesso sviluppo economico e sociale così come lo conosciamo. La base scientifica del cambiamento climatico è piuttosto evidente, al di là di ogni inutile polemica: pompando in atmosfera gas serra oltre la resilienza dell’ecosistema atmosfera-oceano, cambiano i flussi di energia riemessi dalla terra che si scalda in misura proporzionale all’aumento dello stock atmosferico di gas ad effetto serra. A Parigi, nel Dicembre 2015, al culmine di un quarto di secolo di trattative in un quadro di governance globale piuttosto incerta, si è finalmente trovato un Accordo in base al quale l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe stare ben al di sotto dei 2° C di anomalia rispetto al periodo preindustriale. (> leggi il testo completo)

 

Maggio 2016: Ora applicare il dettato di Parigi, di Andrea Barbabella e Toni Federico

Riprendono in fine di questo maggio i Climate Talks a Bonn, i primi incontri negoziali dopo Parigi e dopo la firma dell’Accordo che ha visto a New York ben 177 paesi sottoscriverlo. I negoziatori di Bonn, quelli di sempre, si sono ritrovati in un clima nuovo, spinto dall’eccezionale carico di ottimismo e di volontà di fare della COP 21, ma con cerimoniali vecchi e vecchie strumentazioni. Praticamente tutti hanno dichiarato di temere di non essere all’altezza di affrontare le infinite questioni aperte dall’Accordo di Parigi nei tempi necessari che è davvero poco, fatti i conti dopo lo spostamento dell’obiettivo del riscaldamento globale medio a fine secolo ben al di sotto dei 2°C e verso gli 1,5 °C. Intanto da tutte le fonti arrivano notizie che gli ultimi mesi sono stati i più caldi della storia e che probabilmente il 2016 sarà l’anno più caldo nei record statistici. Siamo ormai vicini al riscaldamento medio di un grado rispetto al periodo preindustriale. La concentrazione dei gas serra in atmosfera, quella che regola lo scambio termico tra terra e sole ai limiti dell’atmosfera stessa, è oltre le 450 parti per milione, considerato il limite per non superare i 2°C di riscaldamento a fine secolo. Il Carbon budget, cioè la quantità di gas serra che possiamo ancora immettere in atmosfera per rispettare l’obiettivo di Parigi, è variamente stimato tra le 500 e le 1000 GtCO2eq, che, agli attuali ritmi di emissione, poco meno di 50 Gt all’anno in equivalente CO2, se ne andrà in dieci anni o poco più.

Al di là dei target fissati a Parigi, peraltro consensualmente, si entra nello spazio e nel tempo delle trasformazioni irreversibili, esito ben noto a chi studia i sistemi non lineari e complessi di cui il clima è certamente il maggiore, ma non ancora entrati nel lessico comune dei fenomeni da temere. La realtà è che nemmeno la big science mobilitata intorno al clima è in grado di prevederli con una precisione operativa sufficiente. Parliamo di scomparsa delle calotte di ghiaccio, della modificazione delle correnti oceaniche, dello spostamento al Nord delle specie viventi cacciate in alto dalle zone equatoriali roventi e siccitose con l’effetto di profonde modifiche della biodiversità e, come è sotto gli occhi di tutti, di ondate migratorie imprevedibili sotto la spinta della miseria e della mancanza di risorse alimentari.

Non pensi il lettore che si tratti delle solite giaculatorie ecologiste, al contrario si tratta di conoscenze consolidate e condivise. Il problema è per tutti il che fare, quanto costa e in quanto tempo. Parigi, piuttosto che reiterare Protocolli destinati a restare lettera morta, ha restituito nelle mani dei Governi, delle comunità, delle imprese e dei territori la responsabilità di provvedere all’immane compito della mitigazione e di prendere tutte le misure di adattamento che possono entro certi limiti contenere i danni. Ha anche impostato una per ora modesta modalità di finanziamento a carico dei paesi più ricchi, cui spetta anche l’onere massimo di produrre le tecnologie necessarie e trasferirle a quelli che non le hanno, assieme a quanto serve per la capacitazione di quelle popolazioni. Le risposte sono positive da tutte le parti e ciò fa ben sperare. Resta pero il fatto che la somma degli impegni assunti dalla comunità mondiale, i cosiddetti INDC (Intended Naturally Determined Contributions), raccolti dalla Convenzione a monte della COP 21, porterebbero l’anomalia termica a fine secolo oltre i 3°C, quindi non sono sufficienti e vanno in fretta resi di gran lunga più ambiziosi.

Da questa breve disamina emerge che gli accadimenti avverranno largamente al di fuori dell’iniziativa della Convenzione, che si riserva però di monitorarli e contabilizzarli con metodi rigorosi e condivisi. Qual è in sintesi l’Agenda della Convenzione dopo Parigi?

L’Accordo istituisce due cicli quinquennali. Nel primo tutti i Paesi sono invitati a presentare i loro NDC, con l’impegno che ogni contributo successivo dovrà rappresentare un avanzamento del contributo precedente (il meccanismo cosiddetto di ratcheting) il cui punto zero è il citato INDC, se è stato presentato. Sarà rispettato il principio della responsabilità comune ma differenziata secondo le rispettive capacità alla luce delle diverse situazioni nazionali. I Paesi che avevano presentato un INDC a 10 anni dovranno comunicare o aggiornare questi contributi.

Il secondo ciclo conduce al resoconto globale (stocktake) degli sforzi collettivi, a partire dal 2023, preceduto da un dialogo per la facilitazione che avverrà nel 2018. Tutti i Paesi dovranno produrre un Rapporto usando un quadro comune per la contabilità e la trasparenza e tutti sono invitati, nei limiti delle proprie possibilità, o degli obblighi per i paesi ricchi, a dare sostegno ai paesi in via di sviluppo affinché riescano tecnicamente a rispettare gli standard di comunicazione.

L’IPPC, il panel di esperti esterni che supporta la Convenzione, Premio Nobel per la pace 2007, è stato impegnato a disegnare al più presto lo scenario di abbattimento dell’anomalia termica a fine secolo a 1,5°C, valutazione che non è contenuta nel quinto ed ultimo Assessment Report del 2014 il cui scenario di mitigazione più impegnativo era il c.d. RCP2.6 a +2°C.

Nell’Italy Climate Report 2016[1] presentato lo scorso aprile, la Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha analizzato alcuni dei principali trend mondiali dell’economia green e low carbon e ha elaborato delle proposte di “roadmap climatiche” post-Parigi, con l’intento di valutare le implicazioni del nuovo accordo globale sul clima per l’Italia.

Alcuni output della ricerca sono di carattere generale. In primo luogo si evidenzia l’arresto della crescita delle emissioni di gas serra nel biennio 2014-2015: si tratta della prima volta nella storia recente che ciò avviene in una fase di crescita dell’economia globale. E non sembra essere una casualità. Lo steso Accordo di Parigi sarebbe stato forse impossibile da raggiungere anche solo uno o due anni prima. Dietro a questo “quasi decoupling” si nasconderebbero cause profonde e di lungo periodo, a cominciare dal cambio di atteggiamento degli USA e, soprattutto, della Cina che potrebbe essere davvero entrata in quella che Lord Nicholas Stern[2] ha efficacemente indicato come una “nuova normalità dello sviluppo”. Ma sono tanti e diffusi i segnali di una transizione in atto: la crescita delle iniziative di carbon pricing che oramai secondo i dati della World Bank[3] interessano il12% delle emissioni mondiali di gas serra con un mercato da 50 miliardi di $; la diffusione di strumenti e misure in favore di efficienza e tecnologie low carbon, come sistemi di target per le rinnovabili adottati in 164 Paesi nel mondo[4]; la perdita di competitività delle fonti fossili, anche in una fase di prezzi artificialmente bassi, con un 2015 nel quale oltre la metà della nuova potenza elettrica installata nel mondo è alimentata da rinnovabili[5].

Naturalmente si tratta di segnali incoraggianti, ma non ancora sufficienti. Tanto più se si passa dall’obiettivo concordato alla COP di Cancún, di limitare l’aumento della temperatura globale a 2°C rispetto al periodo preindustriale, a quello ben più ambizioso di Parigi, di stare “ben al di sotto della soglia dei 2°C” facendo ogni sforzo per limitare il riscaldamento terrestre a 1,5°C. Può sembrare una inezia, una questione più di forma che di sostanza, ma in un sistema complesso e non lineare come quello climatico il passaggio da 2 a 1,5°C al 2050 si traduce nella necessità non più quasi di dimezzare le emissioni rispetto al 1990, ma di arrivare alla quasi totale decarbonizzazione dell’economia mondiale, a causa di un carbon budget disponibile per il resto del secolo dimezzato.

Per capire concretamente le conseguenze di un aumento delle ambizioni di tale portata, nella ricerca della Fondazione è stata elaborata una Roadmap energetico-climatica per l’Italia tarata su un target intermedio tra 1,5 e 2°C e alla base della proposta per una nuova Strategia energetica nazionale al 2030 (SEN2030). Naturalmente lo scenario che emerge è molto sfidante e gli obiettivi al 2030 attualmente concordati dall’Unione europea dovrebbero essere rivisti in modo sostanziale:

·   le emissioni nazionali di gas serra dovrebbero ridursi non più del 36-40% rispetto al 1990, ma almeno del 50%;

·   le fonti rinnovabili dovrebbero arrivare a coprire non il 27% ma il 35% del consumo finale lordo;

  • le politiche di risparmio ed efficienza energetica dovrebbero portare a un taglio dei consumi rispetto allo scenario tendenziale non del 27% ma di almeno il 40%.

 

 

Lo studio approfondisce settore per settore le modalità in cui questi obiettivi potrebbero essere conseguiti indicando, ad esempio, un forte impulso all’efficientamento degli edifici esistenti e alla penetrazione dell’energia elettrica nei consumi finali (pur ipotizzando una diffusione di massa dell’auto elettrica solo dopo il 2030). Tuttavia uno dei principali output dell’analisi riguarda il confronto tra ciò che andrebbe fatto, e che potrebbe sembrare ai più un obiettivo irrealizzabile, e ciò che è stato fatto in passato. Per centrare il nuovo obiettivo sulle emissioni di gas serra, in Italia si dovrebbe passare dalle attuali 430 MtCO2eq circa a 260 nel 2030, tagliando in media ogni anno 10-11 MtCO2eq; tra il 2005 e il 2013 le emissioni nazionali sono calate a un ritmo medio di 15 MtCO2eq/anno. Ridurre del 40% i consumi di energia rispetto allo scenario tendenziale vorrà dire tagliare in media ogni anno circa 2 Mtep; sempre tra il 2005 e il 2013 il fabbisogno energetico nazionale si è ridotto di 20 Mtep. Raddoppiare la quota attuale delle rinnovabili sul consumo finale lordo significa fare 1 Mtep di rinnovabili in più ogni anno, meno di quanto abbiamo già fatto tra il 2005 e il 2013 con circa 10 Mtep di rinnovabili in più.

Quella climatica è la principale sfida ambientale, e non solo, della nostra epoca e la precondizione per ogni ipotesi di futuro benessere. Oggi più di ieri abbiamo la consapevolezza di avere gli strumenti e le capacità per poterla affrontare e vincerla. Dobbiamo ora fare appello a tutta la nostra volontà. Consapevoli che il 2030 potrebbe essere molto diverso da come lo avremmo immaginato anche solo pochi anni fa. Molto migliore.


[1] Ronchi E., Barbabella A., Orsini R., Federico T., 2016, La svolta dopo l’accordo di Parigi – Italy Climate report 2016, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Roma

[2] Stern N. et al., 2016, China’s changing economy: implications for its carbon dioxide emissions, Grantham Res. Inst. Working paper 228

[3] World Bank, 2015, State and trends of carbon princing

[4] IRENA, 2015, Renewable energy target setting

[5] Bloomberg new energy finance, 2016, Global trends in renewable energy investment

 

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2016: Il decennale del Rapporto Stern

 

Parliamo di uno studio, “The Stern Review on the Economic Effects of Climate Change”, che ha portato la crisi climatica al centro di ogni possibile progetto di sviluppo economico per l’umanità. Il rapporto è del 2006 ed è stato commissionato dal governo britannico. Metteva per la prima volta in luce che i danni economici causati dai cambiamenti climatici incontrollati avrebbero potuto arrivare al 5-20% del PIL mondiale ogni anno, ma che la riduzione delle emissioni di carbonio intrapresa subito e con energia sarebbe costata solo l'1% del PIL.

Quello studio aveva messo in guardia contro il ritardo nell'azione, ma non è stato ascoltato, ha detto Stern in una delle conferenze tenute per il decennale. "Abbiamo ritardato l'azione", ha detto. "I danni potenziali ora sono più gravi di quanto ho suggerito allora. In questo senso ho sottovalutato le conseguenze di non andare avanti con l’azione di mitigazione. Ma, al contrario, i costi dell’azione sono inferiori a quello ho indicato allora perché il progresso tecnico è stato più veloce di quanto dieci anni fa immaginavo. Il costo dell’energia solare, per esempio, non è lontano un fattore 10 in meno rispetto al 2006. Oggi un futuro a basse emissioni di carbonio è l'unica opzione per la prosperità. Qualsiasi tentativo di inseguire una crescita appoggiata sui combustibili fossili sarà alla fine autodistruttivo a causa dell’ambiente molto ostile che crea. La vecchia e presunta contraddizione tra crescita economica e responsabilità climatica è semplicemente del tutto falsa”. Stern ha detto che “gli altri driver della crescita economica, come l'utilizzo di tassi di interesse, di modifiche fiscali e le riforme strutturali, hanno un potenziale limitato. Lo sviluppo sostenibile delle infrastrutture e delle città è la storia unica della crescita del futuro. Stiamo vincendo” ha detto “gli argomenti intellettualmente e politicamente contrari, ma è ancora tutto troppo lento".

Vi è un argomento forte caro a Stern ed è che la Cina è ora leader del mondo nell’azione sui cambiamenti climatici, che rende il paese sia un concorrente che una guida per le altre nazioni. La Cina ha stabilizzato le sue emissioni serra già da due anni con cambiamenti radicali nella produzione di energia e nella stessa economia, spostando rapidamente il paese verso le attività nel settore terziario hi-tech. La regione principale della scelta cinese sta nell’assurdità dell’inquinamento dell’aria che ha reso invivibili le sue grandi città e nei primi gravi effetti degli eventi climatici estremi patiti dalla Cina, ma anche nel desiderio di essere il maggior player della green economy a livello mondiale. Sarà bene che i governi occidentali, e gli europei in particolare, tengano tutto ciò nel dovuto conto. Ma quello che vede Stern nel Regno Unito e altrove, è ben diverso. Del resto il presidente americano appena eletto va dicendo che il cambiamento climatico è una trappola ordita dalla Cina ai danni degli Stati Uniti.

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4 maggio 2016: Quali effetti di mitigazione assicurano gli impegni volontari INDC

 

Gli INDC, gli impegni volontari di mitigazione ed adattamento a livello nazionale, erano stati comunicati in vista di Parigi già ad inizio novembre 2015. Da allora sono state pubblicate decine di autorevoli studi per valutarne la adeguatezza rispetto agli obiettivi, in particolare quello dei 2° che era stato generalmente assunto prima della COP 21. Da allora vari Paesi hanno avuto modo di perfezionare i loro INDC, dopo Parigi non più intended, ma acquisiti (NDC). Ciò ha consentito alla Convenzione climatica di sviluppare il Rapporto “Aggregate effect of the intended nationally determined contributions: an update” dotato di un Technical Annex. Un’analisi delle conclusioni di questi studi è stata prodotta dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile (Barbabella).

Gli studi danno una stima degli effetti sulle emissioni globali di gas serra al 2025 e 2030 dell’implementazione dei 161 INDC comunicati da 189 Parti della Convenzione entro il 4 aprile 2016: questi coprono il 99% delle emissioni delle Parti della Convenzione nel 2010 e settori e gas serra da cui si è originato l’87,9% delle emissioni globali nel 2010. Visto che possono esserci alcuni settori e alcuni gas non coperti dagli INDC, la quota delle emissioni complessive di tutte le Parti che hanno inoltrato INDC è più alta ed è pari al 95,7% delle emissioni globali di gas serra nel 2010. Le Parti che hanno presentato gli INDC rappresentano il 98,7% della popolazione mondiale e il 99,7% del Pil mondiale e 137 di loro hanno assunto impegni in materia di adattamento.

La implementazione degli INDC porterà le emissioni globali di gas serra a 55 GtCO2eq nel 2025 e 56,2 GtCO2eq nel 2030.  Le emissioni globali continueranno a crescere ma a un ritmo inferiore, del 16% nel ventennio 2010-2030 a fronte del 24% del ventennio precedente 1990-2010 . Nel dettaglio, dai calcoli della Fondazione, le emissioni saranno più alte:

  • In relazione al 1990, del 42% nel 2025 e del 45% nel 2030;

  • In relazione al 2000, del 37% nel 2025 e del 40% nel 2030;

  • In relazione al 2010, del 14% nel 2025 e del 17% nel 2030.

Le emissioni pro capite medie globali rispetto al 1990 si ridurranno invece dell’8% al 2025 e del 10% al 2030, arrivando a 6,8 e 6,7 tCO2eq/yr. Nel 1990 erano pari a 7,4 tCO2eq/yr, nel 2000 a 6,6 e nel 2010 a 7,0. Dovrà quindi essere invertita la tendenza negativa dell’ultimo decennio

Nello scenario di riferimento pre-INDC le emissioni sono stimate al 2025 e 2030 rispettivamente in 57,7 e 60,8 GtCO2eq . L’implementazione degli INDC porterebbe dunque al -5 e al -8% e a -2,7 e -4,6 GtCO2eq al 2025-2030. Nello scenario 2°C le emissioni dovrebbero essere pari, rispettivamente, a 45,4 e 42,5 GtCO2eq. Nello scenario 1,5°C le emissioni al 2025 e 2030 dovrebbero essere pari a 38,4 e 33,9 GtCO2eq. L’implementazione degli INDC, anche se portata pienamente a termine,  non sarebbe dunque sufficiente in nessun caso. A differenza dello scenario 2°C in cui dopo il 2030 i tassi medi annui di riduzione delle emissioni potrebbero leggermente diminuire (fino a 1,4%), nello scenario 1,5°C questi dovrebbero restare sempre alti attorno al 3,1%.

Infine gli studi adottano i risultati dell’IPCC AR5 in merito al il Carbon budget per il periodo 2011-2100, che per lo scenario dei 2°C, confidenza 66%, è pari a circa 1.000 GtCO2eq (che sale a 1.300 al 50% di probabilità). Per l’obiettivo di 1,5 °C il Carbon budget disponibile, con un livello di confidenza inferiore al 50%, sarebbe pari appena a 550 GtCO2eq, esaurito in meno di dieci anni con i ritmi di emissione dello scenario di riferimento pre-INDC.

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  Dicembre 2015: Conclusa la COP 21. Si tratta di un cambio di passo - di Edo Ronchi

 

L’accordo di Parigi segna un cambio di passo globale nel far fronte alla crisi climatica, infatti:

    - 187 governi di altrettanti Paesi, compresi tutti i grandi emettitori di gas serra, Cina in testa, hanno dichiarato necessari  rilevanti impegni di riduzione, e impegnative politiche di adattamento, e hanno dichiarato impegni nazionali di riduzione, stipulando un patto per verificare periodicamente e globalmente questi impegni;

    - hanno affermato un obbiettivo più ambizioso di quello annunciato come prevalente alla vigilia introducendo la necessità di stare molto al di sotto dei 2°C  e di fare ogni sforzo per non aumentare la temperatura media globale rispetto all’era preindustriale di più di 1,5 °C.;

     - l’accordo entrerà in vigore, e sarà valido per tutti i Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro del 1992 (quasi tutti, Stati Uniti e Cina compresi), quando sarà sottoscritto da almeno 55 Paesi e  da Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra :quorum che sarà prevedibilmente raggiunto e darà ulteriore forza politica a questo accordo.

Il processo globale messo in moto da queste tre importanti novità  avrà rilevanti impatti sugli investimenti mondali nelle fonti fossili (è prevedibile, e previsto, un forte calo di quelli nel petrolio e nel carbone); innescherà  un assai probabile ulteriore balzo di quelli nelle rinnovabili e nel risparmio energetico e un generale maggiore impegno nell’eco-innovazione. Questo processo mondiale, come previsto (e ormai auspicato?) anche dall’OCSE e dall’IEA, porterà all’estensione di forme di carbon pricing a nuovi settori e nuovi Paesi. L’insieme di questi fattori potrebbe, con buona probabilità, aumentare la competitività anche economica della green economy e quindi la sua forza di sviluppo e di penetrazione, con effetti potenzialmente moltiplicatori.

Ma come affrontare i punti deboli o trascurati (gli  strumenti per raggiungere gli obiettivi), o  rinviati (impegni nazionali di riduzione  delle emissioni più consistenti e corrispondenti al target di 1,5 °C) dall’Accordo di Parigi? 

Visto che è ufficialmente riconosciuto che gli attuali impegni nazionali dichiarati dai 187 Paesi per il 2025 e il 2030, sono sì un passo importante, ma non sarebbero sufficienti per stabilizzare l’aumento delle temperatura a 1,5 °C (ma che ci farebbero andare, con buona probabilità, ben oltre i 2°C) è necessario da subito cavalcare la nuova onda internazionale verso una low carbon economy, alimentata dall’Accordo di Parigi, e impegnarsi per migliorarli e per attivare politiche e misure più efficaci, da parte dei Governi, ma anche dalle amministrazioni regionali e locali e dalle imprese . Così sarebbe possibile arrivare alla prima verifica dell’Accordo di Parigi - quella prevista con la rendicontazione del 2018 - con numeri più sostenibili. In modo che alla COP di revisione - prevista un po’ troppo avanti, nel 2023 - non si arrivi con una situazione già compromessa (con 1,5 °C non più possibili). E anche l’Europa e l’Italia dovrebbero fare la loro parte sulla via del miglioramento dei rispettivi impegni per il nuovo target di 1,5 °C. L’Europa migliorando i target al 2030 delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e l’Italia migliorando la strumentazione e le sue politiche per la mitigazione climatica.

 

Febbraio 2016: Seminario sulla COP 21 della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Gestire l’Accordo di Parigi per rafforzare una svolta climatica e sostenere lo sviluppo di una green economy, Presentazione di Edo Ronchi

L’Accordo di Parigi segna un cambio di passo globale nel far fronte alla crisi climatica. Infatti 195 governi di altrettanti Paesi, compresi tutti i grandi emettitori di gas serra, Cina in testa, hanno riconosciuto necessari rilevanti impegni di riduzione - e impegnative politiche di adattamento - e hanno dichiarato impegni nazionali di riduzione, stipulando un patto per verificare questi impegni periodicamente, con aggiornamenti biennali, con un primo resoconto globale nel 2023 e successivamente ogni cinque anni. Questi Paesi hanno affermato un obbiettivo più ambizioso di quello annunciato come prevalente alla vigilia, introducendo la necessità di stare molto al di sotto dei 2°C e di fare ogni sforzo per non aumentare la temperatura media globale rispetto all’era preindustriale di più di 1,5 °C, nonché di raggiungere, nella seconda metà di questo secolo, un equilibrio fra emissioni antropiche e assorbimenti: quindi un azzeramento delle emissioni globali nette di gas serra.

L’Accordo entrerà in vigore, e sarà valido per tutti i Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro del 1992 (quasi tutti, Stati Uniti e Cina compresi), quando sarà sottoscritto da almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra: quorum che sarà prevedibilmente raggiunto e darà ulteriore forza politica a questo accordo.

Il processo globale messo in moto da queste tre importanti novità avrà rilevanti impatti sugli investimenti mondali nelle fonti fossili (è prevedibile, e previsto, un calo di quelli nel petrolio e nel carbone); innescherà un assai probabile ulteriore balzo di quelli nelle rinnovabili, nel risparmio energetico, nella mobilità sostenibile e un generale maggiore impegno nell’eco-innovazione. L’adozione dell’Accordo di Parigi è avvenuta con l’approvazione di un altro documento, proposto dal Presidente della COP 21, che si chiama appunto "Documento di decisione". Il Documento di decisione non sarà sottoposto alla ratifica, accettazione, approvazione o adesione degli Stati, come l’Accordo, ha quindi un diverso peso e ruolo sia formale sia sostanziale, ma rimane tuttavia un documento oltre che di decisione di adottare l’Accordo, ai sensi della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 1992, anche di decisione sugli organismi e sulle modalità di gestione sia degli impegni di riduzione che di adattamento. In questa Decisione va segnalato il rilievo del paragrafo IV dal titolo: "Azione rafforzata prima del 2020" tesa proprio a spingere i Paesi a compiere "maggiori possibili sforzi di mitigazione nel periodo pre-2020". E di non poco conto è anche il paragrafo V dedicato agli Stakeholder, compresi quelli della società civile, del settore privato e le istituzioni finanziarie (oltre alle città e alle autorità sub-nazionali). Così come l’appello lanciato dal Consiglio nazionale della green economy, alla vigilia di Parigi, e sottoscritto da un gruppo di imprese e di organizzazioni italiane della green economy, la Decisione sollecita anche un diretto impegno di mitigazione climatica del settore privato e afferma un altro contenuto, pure richiamato in quell’appello: "riconosce anche il ruolo importante di fornire incentivi per le attività di riduzione delle emissioni, tra cui strumenti come le politiche nazionali e il carbon pricing".

Gli strumenti economici e il carbon pricing, come auspicato dall’OCSE e dall’IEA, dovrebbero ora essere impiegati in modo più esteso e far crescere, con buona probabilità, la competitività della green economy, la sua forza di sviluppo e di penetrazione, con effetti potenzialmente moltiplicatori.

Il sistema di governance dell’Accordo di Parigi, riconoscendo l’impraticabilità di un Trattato internazionale - vincolante negli obiettivi, provvisto di misure per raggiungerli e di sanzioni per i Paesi che non lo rispettano - per affrontare la crisi climatica, è basato su impegni definiti nazionalmente, gestiti e attuati nazionalmente e comunicati e verificati globalmente, con il supporto di vari strumenti di analisi, di supporto tecnico, gestionale e di cooperazione. Dopo anni di trattative inconcludenti, non credo vi possano essere molti ragionevoli dubbi sul fatto che il modello di governance dell’Accordo di Parigi fosse l’unico praticabile. Resta tuttavia da verificare se tale sistema di governance sarà effettivamente in grado di produrre azioni adeguate e nei tempi necessari per mitigare questa crisi climatica globale. Ma come fare per limitare i rischi del modello di governance dell’Accordo di Parigi? Gestendo al meglio i contenuti positivi dell’Accordo, migliorando significativamente gli impegni nazionale come occasioni, spinte, opportunità di nuovi investimenti, di innovazione, di nuova occupazione e di sviluppo di una green economy.

Visto che è ufficialmente riconosciuto che gli attuali impegni nazionali dichiarati dai Paesi per il 2025 e il 2030, sono un passo importante, ma non sono sufficienti per stabilizzare l’aumento delle temperatura a 1,5 °C - porterebbero invece ad un aumento medio della temperatura, con buona probabilità, ben oltre i 2°C – sarebbe bene non perdere la spinta positiva verso una low-carbon economy alimentata dall’Accordo di Parigi, impegnandosi da subito per migliorarli e per attivare politiche e misure più efficaci da parte dei Governi, ma anche dalle amministrazioni regionali, locali e dalle imprese. Così da arrivare alla prima verifica dell’Accordo - quella prevista con la rendicontazione del 2018 - con numeri più sostenibili e in modo che alla COP di revisione - prevista un po’ troppo avanti, nel 2023 - la situazione non sia compromessa e l’obiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura media entro 1,5 °C, sia ancora possibile.

E anche l’Europa e l’Italia dovrebbero cambiare passo per fare la loro parte sulla via del miglioramento dei rispettivi impegni per il nuovo target di 1,5 °C. L’Europa migliorando i target al 2030 delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e l’Italia migliorando la strumentazione e le sue politiche per la mitigazione climatica come occasione di consolidamento della ripresa economica in atto, consolidamento e riqualificazione del suo sviluppo. Per ora non pare che vi sia in Italia una sufficiente consapevolezza politica dei potenziali positivi di più incisive misure climatiche: per l’efficienza il risparmio energetico e lo sviluppo di fonti energetiche nazionali rinnovabili, per il risparmio, il riciclo e la rinnovabilità dei materiali in un’ottica di circular economy, per una mobilità più sostenibile, città meno inquinate e più vivibili, per migliorare la qualità del territorio e meglio tutelare e valorizzare quella grande risorsa nazionale che è costituita dal nostro capitale naturale e culturale.

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17 Dicembre 2015: Seminario sulla COP 21 della London School of Economics, Chairman: Sir Nicholas Stern

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Novembre 2015: Iniziativa dei Capi di Stato e di Governo in favore del Carbon Pricing alla COP 21 (fonte: World Bank)

Sei capi di stato e di governo, di Francia, Cile, Etiopia, Germania, Messico e Canada, e i leader del gruppo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale hanno chiesto alle imprese e a tutti i paesi di dare seguito alle loro ambizioni di Parigi mettendo un prezzo al carbonio per guidare gli investimenti per un futuro più verde e pulito.

In una notevole dimostrazione di unità di visione,  nel primo giorno dei colloqui sul clima a Parigi, i capi di Stato e di governo di un certo numero di paesi hanno chiesto al mondo di iniziare a dare un prezzo all’inquinamento di carbonio come chiave della lotta contro il cambiamento climatico e di trasformare l'economia globale.

I prezzi del carbonio e l'impatto sulla mitigazione degli strumenti di carbon pricing esistenti (fonte: World Bank)

Il presidente francese, François Hollande si è unito a Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica federale di Germania, Enrique Peña Nieto, presidente del Messico, Justin Trudeau, Primo Ministro del Canada Hailemariam Dessalegn, Primo Ministro della Repubblica federale di Etiopia e Michelle Bachelet presidente del Cile.

L'obiettivo è quello di impostare gradualmente un prezzo sufficientemente alto del carbonio in tutto il mondo per incoraggiare un comportamento migliore, ha detto Hollande. In Francia, la legge sulla trasformazione dell'energia prevede già un sostanziale aumento del prezzo del carbonio, a  22€ per tonnellata nel prossimo anno,  proiettato a 100€  entro il 2030. In Europa, si dovrà migliorare il mercato interno del carbonio, garantendo al tempo stesso che i paesi più rigorosi possano rimanere competitivi. In sostanza una società, consumando meno CO2, dovrebbe ottenere un vantaggio competitivo decisivo.

All’appello dai capi di Stato e di governo hanno fatto eco ministri e amministratori delegati di tutto il mondo, dando vita ad un altro evento a Parigi per lanciare ufficialmente la Carbon Pricing Leadership Coalition (CPLC). La Coalizione riunisce governi chiave come Messico, Germania, Francia, Cile e California, insieme a quasi 90 aziende multinazionali e organizzazioni non governative.

I partner della Coalizione hanno adottato una linea d'azione concordata che promuove il carbon pricing raccogliendo e condividendo le prove migliori del successo della politica dei prezzi del carbonio, la mobilitazione di sostegno alle imprese per un'azione più ambiziosa e la convocazione di dialoghi di leadership in tutto il mondo con l'obiettivo di affrontare le sfide politiche che impediscono un maggiore utilizzo del mercato del carbonio.

Stiamo assistendo ad uno slancio crescente da parte dei capi di stato e di altri leader mondiali per mettere un prezzo all'inquinamento da carbonio, ma sono necessarie ulteriori azioni per ridurre le emissioni inquinanti nocive, ha detto il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim. Queste dichiarazioni di sostegno da parte dei leader di oggi sono di fondamentale importanza, come è il lavoro della Carbon Pricing Leadership Coalition. Dobbiamo garantire che questo slancio per dare un prezzo al carbonio si traduca in un impatto sull’ambiente.

Un esito positivo dei negoziati sul clima di Parigi darà un messaggio forte che le nazioni possono lavorare insieme per il bene del pianeta, ha detto la direttrice del FMI Christine Lagarde. Il giusto prezzo del carbonio dovrebbe essere al centro di questo sforzo. In effetti, dato il crollo dei prezzi dell'energia, non c'è mai stato un momento migliore per la transizione alla determinazione intelligente, credibile ed efficace del prezzo del carbonio. I responsabili politici devono definire il prezzo giusto del carbonio, tassarlo in modo intelligente e farlo subito.

In vista dei colloqui di Parigi più di 90 paesi sviluppati e in via di sviluppo, tra cui l'Unione Europea, hanno manifestato l'intenzione di utilizzare sistemi di tariffazione carbonio internazionali, regionali o nazionali per favorire l’azione di mitigazione.

Il carbon pricing è in grado di dare molteplici vantaggi tra cui la riduzione degli impatti sulla salute e sull'ambiente, come le morti premature dovute all'esposizione all'inquinamento dell'aria. Può fornire ai governi i finanziamenti necessari per promuovere lo sviluppo sostenibile e stimolare maggiori investimenti in una crescita low carbon. Attraverso il carbon pricing, i paesi possono fornire un incentivo per le imprese e gli investitori a ridurre la loro impronta carbonica, accelerando gli investimenti in energia pulita, trasporti puliti e tecnologie pulite.

Circa 40 nazioni e 23 città, stati e regioni hanno attuato o stanno mettendo un prezzo al carbonio con programmi e meccanismi che coprono circa il 12 per cento delle emissioni globali di gas a effetto serra. La copertura è destinato a crescere,  dato il recente annuncio della Cina di apprestare un sistema di scambio di emissioni nazionali entro il 2017.

Un recente rapporto della Banca Mondiale, “State and Trends of Carbon Pricing 2015” (> scarica il Rapporto), mostra che il numero di sistemi di tariffazione del carbonio attuati o programmati in tutto il mondo è quasi raddoppiato dal 2012 e sono ora un valore di circa 50 miliardi di $.

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1 Novembre 2015: Pubblicato dall'UN FCCC il Rapporto sugli effetti attesi degli impegni dichiarati dai vari Paesi in vista di Parigi (INDC)

Il Rapporto di Sintesi della Convenzione (> scarica il Rapporto completo) presenta una valutazione dell'effetto complessivo del 119 contributi volontari stabiliti a livello nazionale (INDC), trasmessi da 147 Paesi entro la scadenza formalmente stabilita alla COP del 2013 dell'1 Ottobre 2015. Esso fornisce una stima dei livelli aggregati delle emissioni di gas serra nel 2025 e il 2030 derivanti dalla attuazione di tali INDC
rispetto ai livelli di emissione del 1990, 2000 e 2010. Traccia anche le traiettorie delle  emissioni con le azioni comunicate dalle Parti per il periodo pre-2020, e con quelle che mantengono l'aumento della temperatura globale media terrestre al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Il risultato delle varie stime è rappresentato nella figura seguente.

L'attuazione degli INDC comunicati è stimata dare luogo a livelli aggregati di emissioni globali annue di 55,2 (52,0 - 56,9) Gt CO2eq nel 2025 e 56,7 (53,1- 58,6) Gt CO2eq nel 2030. I livelli globali di emissioni nel 2025 e il 2030 sono stati calcolati sommando i livelli di emissione aggregati stimati derivanti dall'attuazione degli INDC comunicati,  di 41,7 (36,7 - 47,0) Gt CO2eq nel 2025 e di 42,9 (37,4 - 48,7) Gt CO2eq nel 2030, ai livelli di emissioni che non rientrano negli INDC. Oltre a varie incertezze nella aggregazione degli INDC, questi intervalli comprendono gli obiettivi sia incondizionati che condizionali. Il totale delle emissioni di CO2 cumulative dopo il 2011 dovrebbe  raggiungere le 541,7 (555,8 - 523.6) Gt CO2 nel 2025 e 748,2 (771,7 - 722.8) Gt CO2 nel 2030.

I livelli di emissione aggregati globali derivanti dagli INDC si stimano superiori del 34 - 46%  nel 2025 e del 37-52% nel 2030 rispetto al livello di emissioni globali nel 1990; 29-40% nel 2025 e 32-45% nel 2030 rispetto al 2000 e 8-18% nel 2025 e 11-22% nel 2030 rispetto al 2010. Anche se queste cifre dimostrano che le emissioni globali, considerando gli INDC, continueranno a crescere fino al 2025 e al 2030, la crescita dovrebbe  rallentare in modo sostanziale, alll'11-23% nel periodo 2010-2030 rispetto al 24% del periodo 1990-2010. Il tasso relativo di crescita delle emissioni nel periodo 2010-2030 dovrebbe essere dal 10 al 57% per cento inferiore a quello nel corso del periodo 1990-2010, tenendo conto degli INDC.

I livelli di emissione riportati nel Rapporto e in figura comprendono le emissioni derivanti dal cambiamento di uso del suolo e fanno uso dei GWP (Global Warming Potential) calcolati dall'AR4 dell'IPCC con un orizzonte temporale di 100 anni. Gli intervalli indicati in figura vanno dal 20 all'80% delle gamme intorno ai valori mediani. Le stime delle emissioni nel 2025 e nel 2030, non coperte dagli INDC,  sono state fatte estraendo dagli scenari IPCC AR5, che riflettono gli impegni del 2020 nel quadro degli accordi di Cancún,  i tassi di crescita delle emissioni dei Paesi che non hanno rilasciato finora l'INDC.

La media globale delle emissioni pro-capite, considerando gli INDC,  dovrebbe diminuire dell'8 e del 4% entro il 2025 e del 9 e del 5% entro il 2030 rispetto rispettivamente ai livelli del 1990 e del 2010. La stima media globale delle emissioni pro capite, con gli INDC,  è di 6,8 (6,5 - 7,1) t CO2eq nel 2025 e di 6,7 (6,4 - 7,2) t CO2eq nel 2030. Le emissioni nel 2000 sono state pari a quanto previsto per i livelli di emissioni pro capite nel 2030 e l'1 per cento sopra i livelli attesi al 2025.

L'attuazione degli INDC porterebbe ad emissioni aggregate globali al di sotto delle proiezioni pre-INDC. Il livello di emissioni globali associato agli INDC dovrebbe essere inferiore al livello di emissioni in proiezione pre-INDC di 2.8 (0,2 - 5,5) Gt CO2eq  nel 2025 e di 3,6 (0,0 - 7,5) Gt CO2eq al 2.030. Tenere conto delle componenti condizionali degli INDC abbasserebbe il livello superiore di questo intervallo di 1,0 e 1,9 Gt CO2eq  al di sotto di quello con i componenti incondizionati soltanto.

Rispetto ai livelli di emissione in linea con gli scenari dei 2 °C a costo minimo, i livelli aggregati delle emissioni  derivanti dagli INDC sono più alti di 8,7 (4,7 - 13,0) Gt CO2eq, pari al 19% (10 - 29%) nel 2025 e di 15,1 (11,1 - 21,7) Gt CO2eq, pari al  35% (26 - 59%) nel 2030.

La figura mette a confronto i livelli di emissione globali derivanti dagli INDC nel 2025 e nel 2030 con gli scenari di riferimento pre-INDC e  gli scenari a 2 °C. Gli  scenari di riferimento derivano dal contributo del WKG III dell'AR5 che sono coerenti con le azioni comunicate dalle parti per il periodo pre-2020 (in rosso). Le emissioni aggregate che dovrebbero derivare dagli INDC mostrano un largo intervallo di incertezza a causa delle varie ipotesi e delle condizioni specificate dalle Parti nelle loro dichiarazioni e delle incertezze associate con le lacune nelle informazioni (barre gialle). Gli scenari di mitigazione per una traiettoria a costo minimo per mantenere l'aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 °C sono mostrati in blu, con un miglioramento della mitigazione globale a partire da oggi (blu scuro), entro il 2020 (media blu) o con un ritardo oltre il 2030 (turchese). In questo ultimo caso i tassi di riduzione delle emissioni nel periodo 2030-2050 sono necessariamente superiori per effetto del ritardato inizio del miglioramento globale.

Prospettive per rimanere entro i 2 °C

Con i livelli di emissione aggregati globali annuali, stimati supponendo  l'attuazione piena degli INDC, non si raggiungono le traiettorie di riduzione 2025 - 2030 per restare a costo minimo entro i 2 °C. L'aumento della temperatura globale a fine secolo dipende sia dalle emissioni fino al 2030, che dipendono dal livello di impegno degli INDC e da un eventuale suo aumento conquistato a Parigi, e delle emissioni nel periodo post-2030. Tuttavia, i livelli di temperatura entro la fine del secolo dipendono in larga misura dalle ipotesi sui driver socioeconomici, dallo sviluppo tecnologico e dalle azioni sviluppate dai vari Paesi oltre i tempi indicati nel loro INDC, cioè oltre il 2025 e il 2030.

Se le Parti non dovessero migliorare  a Parigi l'azione di mitigazione fino al 2030 oltre l'azione prevista negli INDC, la possibilità di mantenere l'aumento della temperatura al di sotto dei 2 ° C rimane ancora. Tuttavia, gli scenari dell'IPCC AR5 indicano che questo comporterebbe  costi sostanzialmente più alti dei costi di riduzione delle emissioni annuali rispetto ad un'azione iniziata subito o nel 2020. Di conseguenza,  nel periodo dopo il 2025 e il 2030, saranno necessari sforzi di riduzione delle emissioni molto maggiori di  quelli che gli INDC comportano  per contenere l'aumento di temperatura al di sotto di 2 ° C rispetto ai livelli pre-industriali.

Le riduzioni delle emissioni medie annuali per il periodo tra il 2030 e il 2050, per riportare le emissioni entro gli scenari dei 2 °C, per gli scenari a costo minimo che partono nel 2030 da livelli di emissione in linea con gli INDC,  sono stimate in 3,3 (2,7 - 3,9)%. Si tratta di circa il doppio del tasso rispetto agli scenari a costo minimo che assumono azioni di maggiore  mitigazione entro il  2020, che richiedono una riduzione delle emissioni annue del solo 1,6 (0,7-2,0)% nello stesso periodo.

Tenuto conto del fatto che i gas serra sono longevi nell'atmosfera, e che quindi sono le emissioni cumulative a determinare l'impatto sul sistema climatico, le emissioni più elevate nei primi anni rispetto alle traiettorie a costo minimo, rendono necessarie riduzioni delle emissioni maggiori e più costose in seguito al fine di mantenere l'aumento della temperatura media globale al di sotto dello stesso livello con la stessa probabilità. Secondo l'AR5, il totale delle emissioni cumulative mondiali dal 2011 che sono in linea con un aumento globale della temperatura media di meno di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, con probabilità almeno pari al 66%, non superano le 1.000 Gt CO2. Questo è quello che chiamiamo Carbon Budget. Considerando l'effetto aggregato degli INDC, le emissioni cumulative globali di CO2  corrisponderebbero al 54 (52 - 56)% entro il 2025 e al 75 (72 - 77)%  di 1.000 Gt CO2 entro il 2030. > scarica il Rapporto completo

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22 Ottobre 2015: Anche IDDRI e Potsdam Institute calcolano gli effetti degli INDC per Parigi (> scarica il Rapporto completo)

 

I contributi nazionali (NDC) non riescono ancora a mettere il mondo sulla strada giusta per limitare il riscaldamento a 2 °C, ma imprimono un'accelerazione senza precedenti al processo di mitigazione nelle principali economie di tutto il mondo. È quanto emerge da un Rapporto pubblicato oggi da un consorzio di 14 istituti di ricerca con una dettagliata analisi delle trasformazioni del settore energetico necessarie per attuare i contributi a livello nazionale.

Al 19 ottobre i 123 INDC presentate alla UNFCCC, che coprono 150 paesi,  rappresentano l'86% deile emissioni  di gas a effetto serra nel 2012. Tale copertura ampia, con i paesi di tutti i continenti, livelli di sviluppo e posizioni storiche nei negoziati sul clima, è di per sé un importante passo avanti per l'azione per il clima e un segnale di impegno per i negoziati di Parigi (IDDRI). I criteri per giudicare gli INDC è la loro capacità di assicurare una profonda decarbonizzazione del settore energetico entro il 2050. L'analisi di questo Rapporto dimostra che questa trasformazione sta emergendo ma non veloce né abbastanza in profondità. Le politiche e gli obiettivi futuri devono essere definiti in modo da arrivare ad una profonda decarbonizzazione già nel 2050, in un quadro strategico di percorsi concreti.

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21 Ottobre 2015: L'OECD calcola gli effetti degli INDC per Parigi (> leggi il briefing preparato dall'OECD per Parigi)

 

Il mondo intero è in movimento per Parigi. Oggi anche l'OECD-IEA pubblica i suoi calcoli sull'effetto degli INDC. E l'Italia?

L'Agenzia ritiene che se tutti i paesi riescono a raggiungere gli obiettivi delineati nei loro INDC, la crescita delle emissioni generate dal ciclo dell'energia, che rappresentano i due terzi delle emissioni totali di gas serra, potrà rallentare relativamente entro il 2030. Il fatto che più di 150 paesi, che rappresentano il 90% dell'attività economica globale e quasi il 90% delle emissioni globali dei gas a effetto serra legate all'energia, abbiano presentato impegni di riduzione delle emissioni è, di per sé, notevole, secondo il Direttore Generale IEA. Questi impegni, insieme con il crescente impegno del settore energetico, stanno aiutando a costruire lo slancio politico necessario in tutto il mondo per siglare un accordo sul clima di successo a Parigi.

Gli scenari di domanda e di emissioni GHG del settore energia con gli attuali INDC

Il manuale speciale IEA del WEO rileva che tutte i dati comunicati negli INDC tengono conto delle emissioni del settore energetico e che molti INDC includono obiettivi o azioni per affrontare queste problematiche specifiche. Se sono soddisfatte queste promesse, il gruppo di Paesi che attualmente rappresentano oltre la metà dell'attività economica globale vedranno le loro emissioni di gas serra legate all'energia o in plateau o in declino nel 2030. L'intensità energetica globale, una misura di consumo di energia per unità di produzione economica , migliorerebbe al 2030 ad un tasso quasi tre volte più veloce del 2000. Nel settore energetico, il 70% della produzione addizionale di elettricità da qui al 2030 sarebbe a basso tenore di carbonio. Significativamente, il settore energetico - la più grande fonte mondiale di anidride carbonica legate all'energia - vedrebbe le emissioni stabilizzarsi ai livelli di oggi, rompendo in modo efficace il legame tra l'aumento della domanda di energia elettrica e l'aumento delle emissioni di CO2 correlate.

La piena attuazione di tali impegni richiede il settore energetico di investire 13,5 trilioni di US$ in tecnologie low-carbon e nell'efficienza energetica nel periodo 2015-2030, una media annuale di 840 miliardi di US$.  Tuttavia, nonostante questi sforzi, gli impegni sono ancora insufficienti e richiedono una correzione di rotta maggiore per raggiungere l'obiettivo concordato a livello globale di limitare l'aumento medio della temperatura globale a 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali.

L'industria dell'energia ha bisogno di un segnale forte e chiaro dal vertice sul clima di Parigi, per evitare che gli investimenti energetici vadano nella direzione sbagliata, e si verifichi il blocco insostenibile delle infrastrutture energetiche per decenni. Raggiungere l'obiettivo finale sarà anche un determinante essenziale dell'innovazione nel settore energetico e dello sviluppo di nuove ed emergenti tecnologie energetiche che hanno il potenziale di raggiungere livelli profondi di decarbonizzazione nei decenni a venire.

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11 settembre 2015: Udienza di Papa Francesco in sostegno della lotta mondiale contro i cambiamenti climatici

 

"Siamo qui per rivolgerle umilmente una preghiera: faccia un messaggio, un suo messaggio, alla Conferenza di Parigi. Noi l'aspettiamo e pensiamo che possa fare da contributo importante affinché abbia un esito positivo e veramente importante per tutti".

 

Con queste parole il Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Edo Ronchi,  ha concluso l'11 settembre nella Sala Clementina  del Vaticano la sua presentazione dei risultati della due giorni del  Convegno sulla giustizia ambientale e i cambiamenti climatici (> ascolta una registrazione di sala della presentazione di Edo Ronchi".

 

La presentazione ha dato spunto alle parole del Santo Padre, che a sua volta ha concluso accogliendo la richiesta di Ronchi "... potete contare sul sostegno mio personale e di tutta la Chiesa, a partire da quello, indispensabile, della preghiera. Fin da ora offro al Signore il nostro comune sforzo, chiedendogli di benedirlo perché l’umanità sappia finalmente dare ascolto al grido della terra - oggi la nostra madre terra è tra i tanti esclusi che gridano al Cielo per un aiuto! La nostra madre terra è un'esclusa! -, anche al grido della terra, nostra madre e sorella e dei più poveri tra coloro che la abitano, e prendersene cura. In questo modo la creazione si avvicinerà sempre di più alla casa comune che l’unico Padre ha immaginato come dono per la famiglia universale delle sue creature". (> leggi il testo dell'allocuzione di Papa Francesco oppure ascolta l'allocuzione).

Il Convegno si è tenuto nella sede vaticana a Roma dell'Istituto Patristico Agostiniano dal 10 all'11 settembre. Il Convegno è documentato per intero nei siti della Fondazione (> vedi) e nel sito creato ad hoc per il Convegno (> vai al sito).

La relazione di apertura della fondazione per lo sviluppo sostenibile è stata tenuta dal Presidente Edo Ronchi (> scarica il testo del documento e le slide della presentazione) che dice: "Dal 1990 al 2014 le emissioni sono cresciute di oltre il 30% e la concentrazione di gas serra ha superato le 400 ppm, la più alta negli ultimi 800 mila anni. La temperatura media è aumentata di 0,85°C dal 1880.Il tasso di crescita annua è passato dalla media dell’1,3% del 1970-2000, al 2,2% del 2000-2010". Le proposte principali sono:

  •  Definire target legalmente vincolanti e periodicamente verificabili che,almeno per i grandi emettitori, siano coerenti con l’obiettivo dei 2°C e con il principio di progressiva convergenza in pro-capite.

  • I Paesi con emissioni pro-capite superiori a 3 tonnellate dovrebbero vietare la costruzione di nuove centrali a carbone e cominciare a chiudere quelle più vecchie e inefficienti. Occorre ridurre anche il consumo di petrolio e non realizzare nuove perforazioni per sfruttare giacimenti petroliferi in zone ecologicamente delicate.

  • I sussidi ai combustibili fossili, che sono alla notevole cifra di 510 mld di dollari nel 2014, vanno eliminati.

  • Andrebbe invece estesa l’introduzione della carbon tax.

Interventi di grande rilievo hanno fatto eco all'introduzione di Ronchi. Nella prima giornata sono intervenuti tra gli altri Lord Nicholas Stern, autore nel 2006 del  Rapporto sull'Economia dei cambiamenti climatici, (> scarica il testo e la presentazione) e Jeffrey Sachs della Columbia University (> scarica la presentazione). Nella seconda giornata, introdotta dal Cardinale Madariaga, è intervenuto il direttore dell'UNEP Achim Steiner (> scarica il testo dell'intervento). Tutti gli interventi sono disponibili nei siti sopra referenziati.

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2013: Il Rapporto su Kyoto della Fondazione per lo sviluppo sostenibile a quindici anni dalla firma

 

Con questo Dossier documentiamo che è stato raggiunto il target fissato per l’Italia dal Protocollo di Kyoto, pari ad una riduzione delle emissioni di gas serra del 6,5 %, come media del periodo 2008-2012, rispetto a quelle del 1990. Da 4 anni i Dossier pubblicati dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile individuavano trend in atto che potevano portare a questo significativo risultato, nonostante lo scetticismo di molti. Il rispetto, che abbiamo verificato al termine del periodo fissato, del Protocollo di Kyoto da parte dell’Italia, è l’occasione per un bilancio.

 Quindici anni fa in Italia su questo Protocollo c’era una forte divisione fra chi sosteneva che non fosse necessario e avrebbe comportato solo costi rilevanti e chi riteneva che fosse necessario ridurre le emissioni di gas serra e che questo impegno avrebbe prodotto opportunità  largamente prevalenti, non solo ambientali. Quando fu raggiunto l’accordo in sede europea per una riduzione complessiva dell’8%, da ripartire fra i vari Paesi dell’Unione in modo differenziato, il dibattito si fece rovente.

E’ noto quanto sia labile la memoria storica: di quel dibattito si è quasi persa traccia sui giornali. Conservo una memoria viva di quel periodo: è difficile scordare l’asprezza degli attacchi che subii. Allora ero il Ministro dell’Ambiente che, prima a livello europeo, poi alla Conferenza delle Parti di Kyoto, aveva negoziato la nostra partecipazione al Protocollo e che, col mandato del Presidente Prodi, lo aveva sottoscritto per l’Italia alle Nazioni Unite, a New York nel febbraio del 1998.

Il partito del “Protocollo, elevato costo non necessario ”, quando fu reso noto  il target per l’Italia, pari a una riduzione del 6,5% delle emissioni del 1990 da realizzare come media delle emissioni del quinquennio 2008-2012, affermò, senza mezzi termini, che l’obiettivo era eccessivo e irraggiungibile e che avrebbe comportato oneri economicamente insostenibili per il Paese, attaccando duramente il sottoscritto quale responsabile di quella scelta. La parte più aggressiva dello schieramento contrario al Protocollo negava, allora, che fossero le emissioni antropiche di gas serra alla base della crisi climatica e, quindi, riteneva non giustificato spendere soldi per ridurre tale emissioni e aggiungeva che l’Europa sbagliava a partire a ridurre le proprie emissioni anche se altri (Stati Uniti in particolare) non facevano altrettanto. 

 

Emissioni di gas a effetto serra in Italia, andamento storico e percorso Roadmap 2030 – MtCO2eq

(Elaborazione Fondazione per lo sviluppo sostenibile su dati ISPRA, MiSE, EEA e Commissione europea)

Ma come eravamo arrivati a quel 6,5% di impegno per l’Italia? Ad un certo punto della trattativa nel Consiglio dei Ministri europei dell’ambiente per ripartire fra i Paesi membri l’8% di riduzione attribuita dal Protocollo di Kyoto per l’Europa dei 15, mancava circa un punto per completare il raggiungimento dell’obiettivo e non si riusciva a sbloccare l’accordo di ripartizione.  Durante una pausa si riunirono quindi i Ministri dell’Ambiente dei grandi paesi europei (Germania, Italia, Francia e Regno Unito) per cercare di far tornare i conti e non far fallire la trattativa europea. La Germania, che nella trattativa era arrivata a un impegno del 19%, acconsentì a salire al 21%; il Regno Unito, che era a circa l’11,5%, accettò di arrivare al 12,5%; l’Italia era a circa il 6%, ma la Francia non schiodava dallo zero perché aveva già emissioni procapite più basse per la forte presenza di centrali nucleari e perché in futuro prevedeva di ridurre l’uso di tali centrali  in quanto la filiera dei reattori veloci era stata fermata e alcune centrali cominciavano ad essere vecchie. Accettai così, con riserva perché avrei dovuto sentire il Presidente del Consiglio, per consentire un accordo europeo e non rompere l’impegno maggiore della Germania e del Regno Unito, una riduzione lievemente superiore a quella che ci sarebbe spettata, del 6,5%. Il Presidente, e l’intero Governo quando l’impegno europeo fu portato in Consiglio dei Ministri, condivisero quella scelta che divenne quindi l’obiettivo per l’Italia.

Perché pensavo che quell’impegno di riduzione non avrebbe comportato problemi insuperabili per l’Italia?  Perché ritenevo che la previsione di un trend di continua crescita delle emissioni di gas serra per i Paesi più industrializzati, sostenuta dal partito ostile al Protocollo, fosse discutibile e poco fondata. Ritenevo, insieme ai colleghi europei, inoltre, che lo sviluppo dell’efficienza energetica e  delle fonti energetiche rinnovabili, per noi che importavamo una quantità così ingente di combustibili fossili, fosse anche un’opportunità economica. Negli anni novanta del secolo scorso era già in pieno sviluppo un processo di globalizzazione che portava nei Paesi di nuova industrializzazione (Cina in testa) una parte consistente delle produzioni, e dei consumi di energia connessi. Noi dei Paesi industriali più maturi stavamo già sostituendo parte delle nostre produzioni e importando più beni di consumo,producendo invece di più beni immateriali, servizi, prodotti tecnologici, beni di qualità elevata, auto con minori consumi: in genere beni e servizi a minor consumo energetico, anche perché l’energia che importiamo è sempre più cara. E’ vero che vi poteva essere un po’ di effetto rimbalzo (beni a minor consumo specifico di energia costano di meno,ciò incentiverebbe a comprarne e usarne di più, riducendo il beneficio ambientale complessivo del miglior rendimento energetico). Tale effetto non ha, tuttavia, affatto frenato la riduzione  dei consumi di energia per una ragione chiara: l’energia è comunque sempre più cara, anche in presenza di una riduzione dei consumi il costo dell’importazione di petrolio, gas e carbone  è continuamente cresciuto fino ai 65 miliardi stimati nel  2012, arrivando al 4 % del PIL e più che triplicando in termini reali, al netto dell’inflazione quindi, rispetto alla fine degli anni ’90 pur registrando livelli di consumo paragonabili. Erano inoltre note e possibili misure di riduzione dei consumi energetici economicamente vantaggiose che si ripagavano in pochi anni. Un po’ sottovalutato, allora anche in campo ecologista, era il potenziale di sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili: non si pensava che potesse essere così veloce come è stato negli ultimi anni.  Comunque un qualche aumento anche delle rinnovabili veniva messo in conto.

Facendo oggi, molti anni dopo, un bilancio, a conclusione del periodo di verifica (2008-2012) del Protocollo di Kyoto, si può dire che le analisi del partito del “Protocollo,costo elevato non necessario”, erano completamente sbagliate sia dal punto dal vista economico (abbiamo raggiunto l’obiettivo senza costi insostenibili), sia ambientale (i gas serra sono alla base della grave crisi climatica ). Non mi aspetto scuse, ma almeno che si riconosca che quella politica ambientale era buona e utile. È vero che la recessione economica, riducendo produzioni e consumi, ha contribuito a ridurre anche le emissioni; ma è documentabile, e documentato in questo Rapporto, che quando le emissioni crescevano, lo facevano più velocemente del PIL e quando hanno cominciato a diminuire, lo hanno fatto a tassi decisamente più alti del calo del PIL. Attenzione inoltre a un altro dato: senza gli investimenti per l’efficienza energetica e, soprattutto quelli, ingenti, per le fonti rinnovabili, la recessione economica sarebbe stata ben più grave. In genere senza dichiararlo, anche gli avversari del Protocollo di Kyoto hanno messo da parte le loro vecchie critiche: sanno bene che le riduzioni delle emissioni di gas serra richieste per mitigare la crisi climatica, nel prossimo futuro, saranno molto maggiori di quelle del Protocollo di Kyoto. Non si tratta più di un 8%, o del 20% entro il 2020, ma probabilmente del 40% entro il 2030 e dell’80-90% entro il 2050. Chi alzava polveroni contro un impegno del 6,5% era anche poco informato sui tipi di impegno di cui si discuteva nelle sedi internazionali. Non posso non notare che una parte di coloro che  gridavano contro il 6,5% , hanno dovuto poi accettare, una volta al Governo, quello al 2020 del 21% per i settori ETS e del 13%  per i settori non-ETS rispetto al 2005.

Ogni ragionevole dubbio, scientificamente fondato, sulle cause della crisi climatica è stato ormai fugato. Sulla consistenza, fortissima, del taglio di emissioni necessario per contenere la crisi climatica c’è ormai un vasto consenso internazionale (quello che manca è un accordo sulla ripartizione degli impegni fra i vari paesi). La crisi climatica si sta aggravando perché le emissioni mondiali sono fortemente cresciute proprio perché grandi paesi, grandi emettitori di gas di serra (a partire dagli Stati Uniti e dalla Cina) non hanno applicato il Protocollo di Kyoto: il primo uscendone, dichiarando che avrebbe ridotto le emissioni senza l’impegno vincolante del Protocollo (e le ha invece aumentate rispetto al 1990), l’altro, la Cina, che, anche senza obiettivo quantificato vincolante, le doveva contenere, le ha invece triplicate. Visti i futuri impegni di forte riduzione, chi è partito prima a sviluppare tecnologie low carbon, non solo ha contribuito lodevolmente a non rendere peggiore la situazione globale, ma ha acquisito un vantaggio  competitivo. Ricordo che il Presidente Obama, nel discorso di insediamento dopo la rielezione a Presidente, ha dichiarato: “Risponderemo alla minaccia del cambiamento climatico ,sapendo che non farlo sarebbe tradire i nostri figli e le generazioni future”. Riconoscendo che gli Stati Uniti hanno, fino ad ora, avuto un ruolo di freno nella trattativa internazionale in materia, ha aggiunto: “ma l’America non può resistere a questa transizione, anzi dobbiamo condurla” non solo perché la crisi climatica è una vera minaccia per il “nostro tesoro nazionale: i nostri boschi e corsi d’acqua, i nostri campi coltivati e cime innevate”, ma perché  promuove nuovo sviluppo con una “tecnologia che crea posti di lavoro e nuove industrie” che “non possiamo cedere ad altre nazioni”.

Facendo un bilancio 15 anni dopo, possiamo dire che il Protocollo di Kyoto, strumento indispensabile per avviare l’inizativa internazionale di mitigazione della crisi climatica, non era  così spinto come sostenevano alcuni, ma viceversa troppo poco impegnativo, come ormai sostengono in modo convergente gli studi (dall’IPCC all’UNEP, dalla IEA, dell’OECD, alla World Bank) sulle riduzioni di emissioni di gas serra necessarie per contenere gli aumenti di temperatura entro livelli sostenibili nonché sui costi, ecologici, sociali ed economici, che già stiamo affrontando e che sono destinati a crescere paurosamente, se non cambiamo rotta, attuando tagli  più drastici delle emissioni di gas serra.

E’ stato bene partire col Protocollo di Kyoto, col quorum del 55%  dei Paesi indistrializzati. Non si poteva fare di più: l’alternativa era fermare anche quelli disponibili ad impegnarsi. Ma oggi lo schieramento del Protocollo di Kyoto sarebbe ben lontano dal suo quorum: la Cina è diventata ormai il principale emettitore mondiale. L’OECD ha pubblicato una proiezione che dimostrerebbe con elevata probabilità che, se non intervengono nuove decisioni di riduzione globale delle emissioni, entro il 2017  avremo esaurito  il budget complessivo di emissioni di carbonio consentito nello scenario compatibile con l’obiettivo “non più di 2°C” . L’esempio è stato dato, abbiamo provato che si possono ridurre le emissioni senza costi eccessivi e con vantaggi; ora però è indispensabile che tutti, senza eccezioni, i grandi  emettitori di gas di serra (Cina, USA, Europa, Giappone e India  sono responsabili del 70% delle emissioni mondiali) siano  coinvolti in concreti e vincolanti impegni di riduzione delle loro emissioni e che si arrivi, rapidamente, a obiettivi di riduzione basate sul budget disponibile di emissioni procapite (le emissioni procapite della Cina sono ormai simili a quelle dell’Europa ).

Sarà possibile raggiungere il necessario risultato consistente di riduzione delle emissioni mondiali? Non con il Protocollo di Kyoto  che ha ormai chiuso la sua storia, con il periodo di verifica 2008-2012. Non mi convincono i tentativi di tenerlo formalmente in vita da parte di un gruppo di paesi che, dopo ulteriori defezioni (compreso quello che ha dato il nome al Protocollo, il Giappone) , rappresentano oggi solo il 15% delle emissioni mondiali: anche clausola del 55% porterebbe a non considerare più applicabile il Protocollo di Kyoto. È vero che resta un buco fino al 2020 : le intese internazionali in discussione prevedono, infatti, di definire un nuovo accordo  entro il 2015, accordo che presumibilmente produrrà riduzioni a partire dal 2020.  Anche a livello europeo l’impegno di riduzione dei gas serra al 2020 è rimasto abbastanza basso, al 20%: l’Italia sarebbe di in grado, senza sforzi eccessivi, di fare molto meglio.

La crisi climatica è un problema estremamente serio e siamo moralmente responsabili di fare comunque del nostro meglio per cercare di non aggravarla. Oggi più di ieri, sappiamo di poterlo fare attivando e proseguendo numerose scelte, in vari settori, di nuovo sviluppo a basse o nulle emissioni di carbonio. Le trattative e un nuovo accordo internazionale potrebbero aiutare: speriamo che  questo nuovo accordo arrivi presto e che sia efficace. Ma penso che non sarà solo un trattato a determinare le possibilità di mitigare questa crisi climatica. Penso che avranno molto più peso il  livello di sviluppo e la rapidità di  estensione di quel cambiamento dell’economia in corso che viene chiamato green economy.

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