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La COP 22 di Marrakech

 Il "Partenariato di Marrakech"

La COP 21 di Parigi

I documenti

 

L'ACCORDO DI PARIGI

versione italiana

Il testo dell'accordo come entra a Parigi

 

CRONACA E STORIA DEL NEGOZIATO CLIMATICO

La governance del Cambiamento climatico

Volume I. Da Bali a Varsavia

Volume II. Da Varsavia a Lima

Volume III. Parigi

Volume IV. Il ruolo dell'Europa

 

IL V RAPPORTO IPCC

 

Il Rapporto di sintesi

ll sommario del Rapporto di sintesi in italiano

Il Rapporto del WKG III

Il sommario in italiano

Il Rapporto del WKG II

Il sommario in italiano

Il Rapporto del WKG I

Il Sommario in italiano

 

I DATI CLIMATICI

I dati globali

I dati italiani

LE PUBBLICAZIONI GUIDA DELLA SCIENZA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

2015: OECD IEA. World Energy Outlook - Energy and Climate Change

UNEP.  La serie dei Rapporti sul Emissions Gap

Rapporto 2017

Rapporto 2016

Rapporto 2015

Rapporto 2014

Rapporto 2013

Rapporto 2012

Il Sommario in italiano (2012)

Rapporto 2010

2014: World Bank. Terzo rapporto sullo stato del pianeta qualora la temperatura media superficiale si alzi di 4°

Il Rapporto 2014

Il Rapporto 2013

Il Rapporto 2012

Il Sommario in italiano (2012)

2013: Relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio:“Progressi nella realizzazione degli obiettivi di Kyoto”

2011: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al CESE e al Comitato delle Regioni

"Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell'impiego delle risorse"

2011: Il rapporto McKinsey

"Resource Revolution"

Il Sommario

Il Rapporto completo

 2010: McKinsey&Company:      Impact of the financial crisis on carbon economics: Version 2.1 of the global greenhouse gas abatement cost curve

2006: Il Rapporto Stern

Le cronache del clima

2015, agosto

Tromba d'aria a Genova

o

2015, luglio.

Tromba d'aria in Veneto

2014, febbraio. L'alluvione sommerge il Regno Unito

filmato 

2014, gennaio.  Il grande freddo in nordamerica

2013, novembre. Il tifone Cleopatra investe la Sardegna 

filmato          

filmato          

2013, novembre. Il tifone Hayian colpisce le Filippine

 

2012, dicembre. Il tifone Bohpa nelle Filippine

2012, novembre. Tromba d'aria a Taranto

 

2012, novembre.  Il ciclone Medusa

 2012, novembre. Albinia

 

  L'alluvione di Albinia del 2012 nei disegni dei bambini

2012, Ottobre. L'uragano Sandy

 

Filmati sul cambiamento climatico

 

IL CLIMA GLOBALE, LA SFIDA PRIMARIA DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

 

Novembre 2017: Dalla COP 23 di Bonn cattive notizie sulle emissioni mondiali di gas serra

Nel corso della COP 23 di Bonn (> leggi il resoconto finale) è stato fatto circolare il Rapporto Global Carbon Budget 2017 pubblicato il 13 novembre su diverse riviste internazionali. La cattiva notizia è che entro la fine del 2017, le emissioni globali di CO2 da combustibili fossili e dall'industria starebbero per aumentare di circa il 2% (0,8 - 3%) rispetto all'anno precedente, dopo tre anni di emissioni relativamente stabili.  Si tratterebbe di 41 Gt CO2. da tutte le fonti. Nello stesso periodo, secondo l'IMF, il PIL crescerebbe del 3,6%.

La delusione è forte, perché era forte la speranza che fossimo pervenuti in anticipo al famoso picco delle emissioni globali. Il 2017 ha dimostrato che i cambiamenti climatici possono amplificare l'impatto degli uragani
con piogge più forti, alti livelli del mare e condizioni oceaniche più calde, favorendo tempeste più potenti. Il riscaldamento globale non dipende dal flusso annuale di gas serra in atmosfera ma dallo stock di GHG ivi immagazzinato per effetto delle emissioni storiche. Si capisce però che per ottenere l'obiettivo di Parigi, ormai più che a rischio, le emissioni devono diminuire in fretta e l'aumento nel 2017 va in senso opposto.

Le emissioni della Cina rappresentano il 28% delle emissioni globali. il ritorno alla crescita delle emissioni globali nel 2017 è in gran parte dovuto alle emissioni cinesi, previste crescere del 3,5% nel 2017 dopo due anni con le emissioni in calo. L'uso del carbone, la principale fonte di combustibile in Cina, potrebbe aumentare del 3% a causa della maggiore crescita della produzione industriale e della minore produzione di energia idroelettrica a causa delle precipitazioni ridotte, altro effetto del cambiamento climatico. L'altro fattore è la crescita dell'economia globale che, seppure lenta, sembra produrre più emissioni dai settori elettrico e industriale. Gli autori temono un ulteriore rialzo nel 2018. In questo caso il tanto auspicato decoupling sarebbe quantomeno relativo.

A nostro parere  è troppo presto per dire se questo è un evento una tantum sulla strada del picco globale delle emissioni, o l'inizio di un nuovo periodo di pressioni al rialzo sulla crescita delle emissioni globali. A lungo termine, sembra improbabile che le emissioni tornino alla persistente crescita elevata, più del 3% all'anno negli anni 2000. È più probabile che le emissioni si stabilizzeranno o avranno una modesta crescita , sostanzialmente in linea con le emissioni nazionali negli impegni INDC presentati a Parigi.

Le emissioni dei vari paesi nel 2017, in un quadro in cui l'energia rinnovabile è aumentata rapidamente del 14% all'anno negli ultimi cinque anni, vengono così stimate nello studio:

  • Emissioni globali  da tutte le attività umane (combustibili fossili, industria e uso del suolo): 41 GtCO2.

  • Emissioni industria ed energia 37 GtCO2.

  • Cina: +3.5% (+0.7 - +5.4%) con il PIL al 6,8%.

  • Stati Uniti: -0,4% (da -2,7% a + 1,9%), calo inferiore all'1,2% all'anno, media del decennio precedente, causato da un aumento del consumo di carbone. Il PIL cresce di circa il 2,2% nel 2017.

  • India: +2% (+ 0,2% a + 3,8%), rispetto alla media del 6% per anno del decennio precedente, con il PIL in aumento del 6,7%.

  • Europa: -0,2% (da -2% a + 1,6%), più del -2,2% all'anno in media del decennio precedente. PIL in rialzo del 2,3% circa.

  • Le emissioni dei paesi rimanenti che rappresentano circa il 40% del totale globale: +2,3% circa (da + 0,5% a + 4%).

Lo stesso Rapporto ricorda che esistono incertezze persistenti nella capacità degli scienziati di stimare i cambiamenti delle emissioni, in particolare quando ci sono cambiamenti inaspettati come negli ultimi anni. Ci vogliono dati di almeno 10 anni  per verificare con sicurezza e in modo indipendente un effettivo cambiamento delle emissioni utilizzando misurazioni delle concentrazioni atmosferiche di CO2.
 

 

Marzo 2017: Tre scenari di decarbonizzazione dell’energia a confronto in vista del G20 di Amburgo del luglio 2017, quello dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), quello dell’Agenzia Internazionale per le fonti Rinnovabili (IRENA) e la carbon law di Rockström, uno scenario semplificato capace di conseguire l'obiettivo massimo di Parigi per un riscaldamento di +1,5 °C

OECD/IEA, IRENA, 2017, “Perspectives for the energy transition – investment needs for a low-carbon energy system”

Johan Rockström et al., 2017, “A roadmap for rapid decarbonization. Emissions inevitably approach zero with a “carbon law”

 

Nessuna transizione energetica capace di affrontare le pesanti sfide dei cambiamenti globali, climatici e della green economy è pensabile senza l’apporto massiccio degli investimenti pubblici, ma soprattutto del sistema industriale-finanziario privato. La raccolta, trasformazione, trasporto e il consumo delle risorse energetiche sono probabilmente il nodo globale degli equilibri economici a venire. Capire come il panorama degli investimenti energetici può evolvere per soddisfare gli obiettivi della decarbonizzazione dell’economia è indispensabile, basti pensare che circa due terzi dei gas responsabili dell'effetto serra (GHG) derivano dalla produzione e dall’uso dell’energia.

In preparazione del difficile G20 di Amburgo, il governo tedesco ha chiesto all’OECD-IEA e all’IRENA di far luce sugli elementi essenziali di una transizione energetica coerente con l'accordo di Parigi sul clima. I paesi del G20 consumano l’80% dell’energia,  il 95% del carbone e tre quarti del petrolio e del gas naturale a livello globale. Inoltre emettono l’80% dei gas ad effetto serra. Il risultato dell’iniziativa tedesca è uno studio originale il cui obiettivo è quello di analizzare la scala e la portata degli investimenti in tecnologie low-carbon nella produzione e nel consumo di energia nei vari settori: trasporti, costruzioni, riscaldamento, raffreddamento e industria necessari per gestire la transizione in un modo economicamente efficace (scarica il Rapporto).

Nel Rapporto l'IEA e l’IRENA hanno esaminato separatamente le esigenze di investimento, delineando due scenari che metterebbero il mondo sulla strada giusta verso una significativa riduzione delle emissioni di gas serra legate all'energia. Gli scenari proposti dalle due Agenzie limitano l'aumento della temperatura media globale a 2 °C al 2100 con una probabilità del 66%, che è meno di quanto richiesto dall’Accordo di Parigi. Sia l'IEA che l’IRENA fissano un identico budget del carbonio per il settore energetico, ma i percorsi che propongono sono diversi: l'analisi modellistica condotta dall'IEA disegna un percorso tecnologicamente neutro che include tutte le tecnologie a basse emissioni, tenendo conto delle circostanze specifiche di ciascun paese. L'analisi condotta dall’IRENA delinea piuttosto una transizione energetica che fa leva sul potenziale delle energie rinnovabili > leggi tutto

Il Rapporto stima per i due approcci un identico bilancio del carbonio residuo per il settore energetico tra il 2015 e il 2100 pari a 790 GtCO2, al netto delle emissioni non-CO2, delle emissioni da parte dell'industria e dell’uso e del cambiamento d’uso del suolo. Al conteggio degli impegni presi prima di Parigi (INDC) il settore energetico emetterebbe invece 1.260 GtCO2 già entro il 2050. Il profilo dei due scenari non darebbe luogo ad overshoot, cioè al superamento temporaneo del target della temperatura nel corso del secolo, a differenza di molti scenari IPCC che devono però ricorrere per estrarre carbonio dall’atmosfera a tecnologie carbon negative, per ora indisponibili.

Lo scenario IEA (in figura) impone un picco delle emissioni prima del 2020 e la discesa di oltre il 70% dai livelli attuali entro il 2050, che equivale a dimezzare tra 2014 e 2050 la quota di combustibili fossili nella domanda di energia primaria. Nel contempo le fonti energetiche low carbon - compresi secondo l’IEA nucleare e fossili con cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) - devono triplicare fino a coprire il 70% della domanda globale di energia.

Lo scenario IRENA impone un'azione tempestiva, con la quale le emissioni di CO2 legate all'energia dovranno ridursi del 70% entro il 2050 e azzerarsi entro il 2060. IRENA stima che la crescita economica sarebbe pari nel 2050 allo 0,8% del PIL globale
per un guadagno complessivo di $ 19.000 Mld$. Tale azione deve comprendere non solo le più che redditive fonti rinnovabili, ma anche tutte le tecnologie in fase di sviluppo che per ora non danno ritorni di investimento.

Il livello degli investimenti necessari per una tale transizione energetica è considerevole. Lo scenario IEA richiederebbe infatti un investimento medio per l’energia di 3.500 Mld$ all'anno fino al 2050, quasi il doppio dei 1.800 Mld$ investiti globalmente nel 2015. Si tratta di un investimento aggiuntivo non superiore allo 0,3% del PIL mondiale nel 2050 da destinare alle tecnologie low-carbon su parte degli usi finali dell’energia - auto elettriche, riscaldamento e lavori di ristrutturazione degli edifici – dove sono richiesti investimenti in aumento di dieci volte entro il 2050. Gli investimenti nell'approvvigionamento energetico, nel frattempo, rimarrebbero più o meno invariati, perché la spesa calante per i fossili in declino sarebbe più che compensata dalla spesa per le fonti rinnovabili in aumento del 150% entro il 2050.

Lo scenario IRENA richiede un investimento supplementare entro il 2050 leggermente superiore all’IEA, pari allo 0,4% del PIL mondiale e porterebbe ad una domanda di investimento totale di 29.000 Mld$ entro il 2050, in aggiunta ai $ 116.000 Mld$ già previsti dalle politiche pianificate e dalle previsioni di crescita del mercato. Si avrebbe un impatto positivo netto sull'occupazione e sulla crescita economica.

Nello scenario IEA, la quota maggiore del potenziale di riduzione delle emissioni viene dalle rinnovabili e dall'efficienza energetica. Eolico e solare sarebbero la principale fonte di energia elettrica entro il 2030, mentre quasi il 95% di energia elettrica sarebbe low-carbon per il 2050. A quella data il 70% delle nuove auto sarebbe elettrico, 100 volte la quota di oggi. L’intensità carbonica del settore industriale cadrebbe dell’80% e tutti gli edifici di oggi che esistono ancora nel 2050 sarebbero stati ricondizionati. L'intensità energetica dell'economia globale avrebbe bisogno fino al 2050 di diminuire su base annua ad un tasso 3,5 volte superiore alla media del 2,5% degli ultimi 15 anni, cosa che significa raddoppiare i miglioramenti del 2,5% l’anno fino al 2050. L’energia di fonte nucleare rimarrebbe la stessa del 2016 e la CCS sarebbe usata solo nel settore industriale.

Lo scenario IRENA pone ancora di più l'accento su una diffusione crescente delle fonti rinnovabili e delle misure di efficienza energetica. L’effetto combinato darebbe luogo al 90% dell’abbattimento delle emissioni necessario entro il 2050. IRENA prevede una diminuzione dei costi del solare del 65% entro il 2050. La quota di energia rinnovabili in primaria aumenterebbe dal 15 al 65% tra il 2015 e il 2050, portando l’uso finale di energia rinnovabile a quattro volte quello che è oggi. Ciò comporta un aumento medio dell’1,2% all'anno della quota di energie rinnovabili, un tasso sette volte superiore rispetto agli ultimi anni.

L'utilizzo di combustibili fossili è un settore in cui IEA ed IRENA dissentono. Per entrambi i casi, l'uso di combustibili fossili rimane significativo nel 2050, anche se il ricorso al petrolio e al carbone declina rapidamente. Il gas naturale viene però mantenuto come una risorsa di transizione per settori difficili da gestire, come calore e trasporto. Per l’IEA il gas naturale, con ciò che resta degli altri fossili, darebbe ancora il 40% della domanda primaria di energia nel 2050, circa la metà del livello attuale. Nello scenario IRENA, l'uso di combustibili fossili nel 2050 è inferiore, attestandosi ad un terzo del livello attuale, anche la domanda di petrolio sarebbe ancora al 45% del livello di oggi. L’IEA affida un ruolo alla CCS sia nella generazione elettrica che nell'industria, anche per ridurre al minimo la perdita degli utili negli investimenti nel fossile (stranded assets). Lo scenario IRENA utilizza la CCS solo nel settore industriale ed avverte che l'uso del gas naturale come combustibile di transizione è accettabile solo in combinazione con alti livelli di CCS.

Sia IEA che IRENA concordano sulla tendenza crescente allo stranding degli investimenti. Con una transizione ben gestita, l'IEA valuta l'esposizione finanziaria globale in 320Mld$, in gran parte per le centrali a carbone. Tuttavia ritardare la transizione di un decennio triplicherebbe la quantità di investimenti a rischio fino ad oltre $ 1.300 Mld$, ovviamente a carbon budget invariato. Secondo l’IEA il tipico esempio di stranded assets sarebbero le spese per le centrali cinesi a carbone di nuova costruzione.  IRENA mette tali rischi ad un livello molto più alto, con una stima di 10.000 Mld$ per attività a rischio nel suo scenario di transizione energetica, pari al 4% del PIL globale nel 2015, anche se sottolinea che questi costi sarebbero più che compensati dai guadagni negli altri settori dell'economia. Secondo l'IRENA, il massimo di rischio di attivi non recuperabili (stranded) è nel settore dell’edilizia. Nella sua valutazione IRENA include il valore degli investimenti che
andrebbero persi a causa della futura ristrutturazione necessaria per eliminare la dipendenza dai combustibili fossili. La lunga vita degli edifici inefficienti in costruzione oggi costerebbe 5.000 Mld$ quando si dovrà procedere al ricondizionamento. Inoltre IRENA stima che il rischio globale di stranding raddoppierebbe a più di 20.000 Mld$ se la decarbonizzazione del settore energetico fosse in ritardo nel 2030.

Né IEA né IRENA ritengono che i meccanismi di mercato siano sufficienti per gestire la transizione. Tuttavia i meccanismi di prezzo, come i sussidi e il mercato del carbonio (cap&trade e/o carbon tax), sono ritenuti un passaggio obbligato. IRENA osserva che il sovvenzionamento dei combustibili fossili in molti paesi, e il fallimento dei tentativi di stabilire un prezzo del carbonio significano che i "mercati di oggi sono distorti" e che la governance mondiale dell’energia è inadeguata.

Diverse sono anche le valutazioni dei benefici della transizione. I modelli economici e le visioni sono molto diversi. IRENA vede il PIL globale aumentare di circa lo 0,8% (0,6% nel peggiore dei casi) entro il 2050, attraverso la crescita economica e nuove opportunità di lavoro. Il PIL cumulato da ora fino al 2050 ammonterebbe a 19.000 Mld$. Il settore energetico (compresa l'efficienza) creerebbe circa sei milioni di nuovi posti di lavoro nel 2050 compensando pienamente i posti di lavoro perduti. Altri benefici sarebbero indotti dalla transizione, basti pensare alla riduzione dell'inquinamento dell'aria e agli altri vantaggi per la salute. IRENA ritiene che i benefici complessivi sarebbero da due a sei volte superiori ai costi del sistema di decarbonizzazione: in termini assoluti e stima che la riduzione delle esternalità ambientali negative potrebbe apportare globalmente benefici fino a 10.000 Mld$ ogni anno da qui al 2050.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del Rapporto appena presentato, un gruppo di scienziati degli istituti scientifici di punta e, ovviamente, dell’IPCC, tra cui Rockström, Rogelj, Nakicenovic e Meinshausen, indubbiamente le massime autorità mondiali in fatto di cambiamenti globali e climatici, hanno pubblicato su Science un breve, ma non meno impressivo, articolo per presentare quella che chiamano la loro carbon law (scarica l’articolo).

Gli autori vogliono dare una semplificazione netta degli scenari di Parigi che tutti possano facilmente leggere e ricordare a fronte delle elaborazioni esoteriche correnti troppo spesso per addetti ai lavori. Propongono di inquadrare la sfida della decarbonizzazione in termini di una tabella di marcia globale basata su una semplice legge di dimezzamento lordo delle emissioni antropiche di CO2 ogni dieci anni, la “carbon-law”. Accompagnata da una rimozione di carbonio dall’atmosfera di scala adeguata e da uno sforzo di riduzione delle emissioni da uso del suolo, questa progressione porterebbe a zero le emissioni intorno alla metà del secolo, un percorso necessario per limitare il riscaldamento a ben al di sotto dei 2 °C, l'obiettivo di Parigi.

Limitare riscaldamento terrestre a 1,5 °C entro il 2100 con il 50% di probabilità, o a 2 °C con il 66% di probabilità, implica il picco delle emissioni globali entro il 2020 ed emissioni lorde di CO2 che diminuiscono da 40 GtCO2/anno nel 2020, a 24 entro il 2030, 14 al 2040 e 5 al 2050. Dimezzare le emissioni ogni dieci anni è un impegno un po' più severo che limita il carbon budget dal 2017 a fine secolo a circa 700 GtCO2 ma, dicono gli autori,  aggiunge sicurezza a questo percorso. Questa “carbon law” euristica va applicata a tutti i settori in tutti i paesi e a tutte le scale e può servire anche a dare un quadro di maggior chiarezza e ad incoraggiare i governi a farsi carico a breve termine della mitigazione. Significa, per esempio, raddoppiare le quote zero-carbon nel sistema energetico globale ogni 5-7 anni, un tasso che in fondo non è diverso da quello degli ultimi dieci anni. Inoltre, in assenza di alternative valide, occorre portare la capacità di rimozione della CO2 dall’atmosfera da zero ad almeno 0,5 GtCO2/anno nel 2030, 2,5 nel 2040, e 5 entro il 2050. Le emissioni di CO2 da uso del suolo devono diminuire da 4 GtCO2/anno nel 2010 a 2 nel 2030, 1 nel 2040 e fino a zero nel 2050. A fine secolo la concentrazione di CO2 in atmosfera, oggi oltre le 400 ppm, tornerebbe a 380 ppm.

Sono evidenti alcune prime implicazioni necessarie. Intanto gli INDC di Parigi sono insufficienti ed andranno rapidamente aumentati, i sussidi ai combustibili fossili, oggi valutati in 500-600 Mld$, dovranno essere azzerati entro il 2025 e non entro il 2030 come concordato al G7 del 2016, occorre un’immediata moratoria sulla costruzione di nuove centrali a carbone, il sistema europeo ETS deve rapidamente portare il prezzo del carbonio oltre i 50$/t ed entro il 2020 tutte le città e le grandi corporation dovrebbero aver messo in atto la loro strategia  di decarbonizzazione. Infine i 49 paesi già impegnati a essere carbon-neutral entro il 2050 dovrebbero al 2020 diventare più di 100.

Al di là di queste azioni più o meno scontate vanno messi in campo altri sforzi, anche gravosi. Nel 2020, i prezzi del carbonio in tutto il mondo devono coprire tutte le emissioni di gas serra, partendo da 50$/t fino ad oltre 400$/t entro la metà del secolo. L’efficienza energetica da sola potrà ridurre le emissioni del 40-50% intorno al 2030 in molti usi domestici e industriali. Grandi città, seguendo l’impegno già di Copenhagen e Amburgo, dovranno essere fossil-free entro il 2030, dovranno essere fermamente stabiliti dei regimi di mitigazione cap&trade in tutte le scale territoriali ed una adeguata carbon tax, in particolare per i trasporti, anche marittimi ed aerei. Seguendo Norvegia, Germania e Paesi Bassi, molti altri paesi dovrebbero bandire i motori a combustione interna nelle auto nuove al più tardi entro il 2030. Dopo il 2030 tutte le nuove costruzioni dovranno essere carbon-neutral o addirittura negative. La BECCS con biomasse di terza generazione è attesa nella generazione elettrica avere una capacità di rimozione di 1-2 GtCO2 già subito dopo il 2040 per arrivare oltre le 5 GtCO2 al 2050.

In conclusione di questo programma che lascia senza fiato, gli autori chiedono che nella governance globale, la stabilizzazione del clima sia posta alla pari con lo sviluppo economico, i diritti umani, la democrazia e la pace. La progettazione e la realizzazione della roadmap climatica post-Parigi dovrebbe inoltre prendere il centro della scena al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per garantire la stabilità e la resilienza della società e del sistema Terra.

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7 novembre 2016: L'equidistanza impossibile di Paolo Mieli

 Dalla pubblicazione dell’articolo di Paolo Mieli del 7 novembre  sul Corriere della sera all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti passano poche ore. Il suo è un invito alla moderazione dei toni degli ultras climatici in occasione dell’apertura della COP 22 di Marrakech “… è ignobile accodarsi al linciaggio di chi muove legittime obiezioni all’assunto che riconduce interamente all’uomo il surriscaldamento del pianeta”, citando due americani, Di Caprio e Schwarzenegger.  Avrà la sgradita sorpresa, e non solo lui, di vedere alla Casa Bianca uno dei più canaglieschi urlatori contro la “truffa” del cambiamento climatico, che non pare per ora farsi alcuno scrupolo né della relatività delle opinioni né del Principio di precauzione, uno dei cardini dello sviluppo sostenibile, che Paolo Mieli accoglie dicendo: “Intendiamoci: è del tutto ragionevole che, sia pure a titolo precauzionale, vengano prese misure anche drastiche per combattere il global warming”.

Il torto di Mieli, sommessamente, sta nella sua improponibile equidistanza tra assertori e negazionisti dell’origine del cambiamento climatico. Una massa imponente di risultati scientifici, incerta quanto si vuole sulla gravità e sulla tempistica delle conseguenze, ha cancellato dalla lavagna scientifica ogni possibile dubbio sull’origine antropica del cambiamento climatico. A questa conclusione l’IPCC, forse il maggior panel scientifico mondiale, premio Nobel, che non produce di suo, ma raccoglie tutte le opinioni scientificamente rilevanti del mondo, è arrivato con estrema cautela, soltanto a conclusione del suo quinto Rapporto quadriennale del 2014. Ed è una conclusione senza appello, quindi “certa” nella misura in cui la certezza può essere un paradigma scientifico. Non vi è più dunque spazio per opinioni. C’è invece tutto lo spazio per intraprendere le azioni di contrasto, come è stato dimostrato alla COP 21 di Parigi, dove per procedere a passi che alcuni giudicano perfino troppo lenti, è stato necessario raggiungere l’unanimità di tutti i paesi rappresentati alle Nazioni Unite. È una acquisizione politicamente straordinaria dalla quale non si può tornare indietro. Analisi scientifiche e decisioni politiche sono ora allineate, e dunque a che serve rimettere la palla in gioco? Il cambiamento climatico non è ora più un affare degli ambientalisti o di strilloni variopinti, è una priorità planetaria. Il problema è ora progettare uno sviluppo economico e sociale che ne tenga il dovuto conto.

La citata questione della Società italiana di Fisica che ritirava, in occasione di Parigi, la sua adesione a un documento troppo incline alle certezze inequivocabili sul clima, appare in questa luce di poco rilievo, al netto delle mancanze di riguardo verso la sua Presidente, che sono invece esecrabili. Ma il di lei argomento che si starebbe mescolando la scienza con la politica è privo di fondamento e privo del rispetto che invoca per sé e che lei dovrebbe ad una compagine mondiale che si sta muovendo misurando i passi.

L’articolo di Paolo Mieli va a concludersi con un paio di citazioni, diciamo ingenue, sull’andamento storico del clima sulla terra ed ancora sulla critica a persone come Al Gore (e il Nobel?), autori di esagerazioni conclamate. Il sapore di questa conclusione è, diciamo, poco equidistante e un po’ sulle orme dei discorsi dei negazionisti. E perché nessun cenno ai soldi spesi dalle lobby del carbone e del petrolio per finanziare gruppi di ricercatori negazionisti?

Peccato perché invece la parte centrale dell’articolo sembra condividere alcune importanti conclusioni di Piketty sulle responsabilità del cambiamento climatico: “I Paesi ricchi continuano a rappresentare la stragrande maggioranza del fronte degli inquinatori e non possono chiedere alla Cina di farsi carico di una responsabilità superiore a quella che le spetta. La metà del pianeta che inquina meno - 3,5 miliardi di esseri umani dislocati principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico - emette meno di 2 tonnellate per persona ed è responsabili di appena il 15 per cento delle emissioni complessive. All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, settanta milioni di individui (il 73% dei quali risiede tra gli Stati Uniti, il Canada e il nostro continente) è responsabile di circa il 15 per cento delle emissioni complessive. Settanta milioni di individui inquinano quanto 3,5 miliardi di persone”.

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4 novembre 2016: Entra in forza l’Accordo di Parigi

Il 4 novembre 2016, è entrato in vigore l’Accordo di Parigi (leggi la versione italiana) che inciderà, e in parte sta già incidendo –sulle politiche globali per il clima dei prossimi decenni. Quasi cento Governi di tutto il mondo hanno oramai terminato il processo di ratifica dell’Accordo, e anche l’Italia lo ha potuto fare dopo l’approvazione della Legge di ratifica da parte del Senato. Questa storica giornata è stata preceduta da una serie di notizie che delineano una situazione variegata, fatta di luci e ombre, ma sulla COP 22 di Marrakech, iniziata poco dopo, ha pesato come un macigno l’elezione del Presidente americano.

Secondo l’Accordo, tutti i Paesi che hanno ratificato, quindi anche Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Unione Europea, hanno legalmente contratto l’obbligo di mantenere il riscaldamento globale entro i 2°C che è il limite che la ricerca scientifica assegna al sistema climatico perché siano evitate trasformazioni irreversibili. L’Accordo prescrive che tale limite sia portato quanto più possibile vicino agli 1,5 °C. Ma cosa sta in realtà accadendo?

Già nel 2015, l’anno più caldo di sempre, ma meno del 2016, la temperatura superficiale media globale della terra era a +1°C rispetto al periodo pre-industriale, molto vicina, quindi, al target aspirazionale di Parigi di +1,5°C e a metà strada dalla soglia dei 2°C, e con una accelerazione improvvisa a partire dagli anni ’80 che ha visto un aumento di oltre mezzo grado in circa un trentennio. La notizia più ripresa dai media è stata quella del superamento della soglia dei 400 ppm di concentrazione media annua di CO2 in atmosfera, che supera i 480 ppm se calcolati includendo anche gli altri gas serra. Secondo i dati rilasciati dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, l’ultimo assessment dell’IPCC, per rimanere al di sotto della soglia dei 2°C con una probabilità maggiore del 66% le concentrazioni equivalenti di gas serra non dovrebbero superare le 450 ppm. Anche accettando un livello di confidenza inferiore, con probabilità maggiori del 50%, la concentrazione equivalente non dovrebbe superare, se non per un lasso di tempo limitato, quota 500. Gli attuali impegni assunti dai vari Paesi si calcola che infatti consentiranno solo di rallentare la corsa delle emissioni globali di gas serra che continueranno a crescere almeno fino al 2030, portando il mondo a fine secolo a +3,4°C. Per puntare all’obiettivo di 1,5°C, al 2030 le emissioni dovrebbero scendere dalle oltre 53 GtCO2eq dello scenario di massima implementazione degli attuali impegni nazionali – INDC – a circa 39-42 GtCO2eq, con un ulteriore taglio, quindi, di 12-15 miliardi di tonnellate di gas serra.

Patricia Espinosa, da luglio 2016 segretario esecutivo della Convenzione climatica, e il Ministro degli esteri del Marocco che ospita la COP 22 hanno congiuntamente dichiarato che “L’umanità guarderà al 4 Novembre 2016 come al giorno in cui il mondo ha chiuso la porta alle devastazioni climatiche ed ha imboccato con fermezza la strada dello sviluppo sostenibile”. Se le parole bastassero…

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Novembre 2016: Pubblicato dall'UNEP l'Emissions Gap Report 2016

 

La porta si chiude sul tentativo di mantenere il riscaldamento climatico medio superficiale a 1.5 °C a meno che i paesi non aumentino drasticamente le loro ambizioni prima del 2020. Una grande azione pre-2020 è la "ultima possibilità" per gli 1.5 °C, dice l'ultimo rapporto UNEP Emissions Gap 2016, pubblicato un giorno prima che l'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici entrasse in vigore e 5 giorni prima dell’elezione dell’ultranegazionista Donald Trump alla Casa Bianca. L'Accordo impegna tutto il mondo a mantenere il riscaldamento "ben al di sotto" dei 2 °C e a compiere sforzi per tenerlo quanto più possibile prossimo a 1.5 °C. La relazione UNEP di quest'anno è la prima a misurare in modo esplicito il "gap delle ambizioni" per gli 1.5 °C e la sua richiesta di azione è più forte di quella espressa nelle relazioni precedenti. Tuttavia, i messaggi chiave sono immutati.

Ogni anno, a partire dal 2010, l'UNEP ha misurato quello che chiamiamo gap, cioè l’eccesso delle emissioni correnti rispetto agli obiettivi di mitigazione.  Il calcolo del gap fissa un anno nel futuro nel quale il livello delle emissioni di gas serra consente ancora una possibilità di limitare il riscaldamento ad una data temperatura. Nei suoi primi rapporti, i punti di riferimento erano le emissioni consentite nel 2020 e un limite di riscaldamento di 2 °C, secondo l’Accordo di Copenhagen e le decisioni della COP 16 di Cancùn. Quest'anno, in linea con l'Accordo di Parigi, l'UNEP ha esteso la sua analisi alle emissioni consentite nel 2030, per i due limiti in discussione di 1.5 o 2 °C.

Le emissioni hanno raggiunto circa 53 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (GtCO2eq) nel 2014. Per una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento a 1.5 °C, questo totale dovrebbe essere di non più di 39 GtCO2eq nel 2030. Per una probabilità del 66% dei 2 °C, il limite è di 42 GtCO2eq. Gli impegni dichiarati a Parigi, attraverso il meccanismo volontario degli INDC, sono nettamente insufficienti: se i Paesi manterranno le loro promesse, le emissioni rimarranno a 53-55 GtCO2eq nel 2030. Ciò lascerebbe aperto un gap di emissioni di 12-14 GtCO2eq per il limite dei 2 °C, o di 15-17 GtCO2eq per il limite degli 1.5 °C.

In parole molto povere gli impegni volontari sono pari a meno della metà dei tagli necessari per raggiungere gli obiettivi di Parigi e per di più c'è ben poco tempo per colmare questa lacuna. L'Accordo di Parigi contiene un meccanismo di non-arretramento (ratcheting), ma solo delle perorazioni per aumentare le ambizioni nel tempo. La prima occasione formale per spingere in alto i livelli dell’impegno globale è nel 2018, quando ci sarà un colloquio generale “di facilitazione” ma, secondo l'UNEP restano solo tre anni per ottenere un innalzamento delle e così cogliere l'ultima occasione per mantenere la possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1.5 °C.

Nella prefazione al rapporto di quest'anno, Erik Solheim, e Jacqueline McGlade, massimi responsabili dell'UNEP, scrivono: "Dobbiamo intervenire con urgenza. Se non lo facciamo, prepariamoci a piangere la perdita della biodiversità e delle risorse naturali. Grave sarà la ricaduta economica. Saremo afflitti per una tragedia umana evitabile; il crescente numero di rifugiati climatici colpite dalla fame, povertà, malattie e conflitti sarà un rimorso perenne per l’inazione di oggi”. Queste parole sono di gran lunga le più drammatiche pronunciate dall’UNEP negli anni recenti.

La relazione contiene anche parole di cautela sulle emissioni negative, che sono incluse nella "maggior parte degli scenari" per 1.5 o 2 °C. Dal rimboschimento e ripristino carbonio nel suolo fino all’uso delle biomasse per la generazione elettrica con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS), tutte le opzioni aprono conflitti sull’uso del suolo e la biodiversità. D'altra parte, per evitare una forte dipendenza degli scenari dalle emissioni negative e non abbandonarsi a speranze fallaci di poter rimandare il problema ... occorre ridurre le emissioni rapidamente nei prossimi 5-15 anni, dice il rapporto UNEP.

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Giugno 2016: Parigi: una nuova governance per il cambiamento climatico

di Toni Federico, Fondazione per lo sviluppo sostenibile,

 Abstract C’è una crisi climatica in atto che mette in seria discussione l’equilibrio ecologico del pianeta e lo stesso sviluppo economico e sociale così come lo conosciamo. La base scientifica del cambiamento climatico è piuttosto evidente, al di là di ogni inutile polemica: pompando in atmosfera gas serra oltre la resilienza dell’ecosistema atmosfera-oceano, cambiano i flussi di energia riemessi dalla terra che si scalda in misura proporzionale all’aumento dello stock atmosferico di gas ad effetto serra. A Parigi, nel Dicembre 2015, al culmine di un quarto di secolo di trattative in un quadro di governance globale piuttosto incerta, si è finalmente trovato un Accordo in base al quale l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe stare ben al di sotto dei 2° C di anomalia rispetto al periodo preindustriale. (> leggi il testo completo)

 

Maggio 2016: Ora applicare il dettato di Parigi - di Andrea Barbabella e Toni Federico

Riprendono in fine di questo maggio i Climate Talks a Bonn, i primi incontri negoziali dopo Parigi e dopo la firma dell’Accordo che ha visto a New York ben 177 paesi sottoscriverlo. I negoziatori di Bonn, quelli di sempre, si sono ritrovati in un clima nuovo, spinto dall’eccezionale carico di ottimismo e di volontà di fare della COP 21, ma con cerimoniali vecchi e vecchie strumentazioni. Praticamente tutti hanno dichiarato di temere di non essere all’altezza di affrontare le infinite questioni aperte dall’Accordo di Parigi nei tempi necessari che è davvero poco, fatti i conti dopo lo spostamento dell’obiettivo del riscaldamento globale medio a fine secolo ben al di sotto dei 2°C e verso gli 1,5 °C. Intanto da tutte le fonti arrivano notizie che gli ultimi mesi sono stati i più caldi della storia e che probabilmente il 2016 sarà l’anno più caldo nei record statistici. Siamo ormai vicini al riscaldamento medio di un grado rispetto al periodo preindustriale. La concentrazione dei gas serra in atmosfera, quella che regola lo scambio termico tra terra e sole ai limiti dell’atmosfera stessa, è oltre le 450 parti per milione, considerato il limite per non superare i 2°C di riscaldamento a fine secolo. Il Carbon budget, cioè la quantità di gas serra che possiamo ancora immettere in atmosfera per rispettare l’obiettivo di Parigi, è variamente stimato tra le 500 e le 1000 GtCO2eq, che, agli attuali ritmi di emissione, poco meno di 50 Gt all’anno in equivalente CO2, se ne andrà in dieci anni o poco più.

Al di là dei target fissati a Parigi, peraltro consensualmente, si entra nello spazio e nel tempo delle trasformazioni irreversibili, esito ben noto a chi studia i sistemi non lineari e complessi di cui il clima è certamente il maggiore, ma non ancora entrati nel lessico comune dei fenomeni da temere. La realtà è che nemmeno la big science mobilitata intorno al clima è in grado di prevederli con una precisione operativa sufficiente. Parliamo di scomparsa delle calotte di ghiaccio, della modificazione delle correnti oceaniche, dello spostamento al Nord delle specie viventi cacciate in alto dalle zone equatoriali roventi e siccitose con l’effetto di profonde modifiche della biodiversità e, come è sotto gli occhi di tutti, di ondate migratorie imprevedibili sotto la spinta della miseria e della mancanza di risorse alimentari.

Non pensi il lettore che si tratti delle solite giaculatorie ecologiste, al contrario si tratta di conoscenze consolidate e condivise. Il problema è per tutti il che fare, quanto costa e in quanto tempo. Parigi, piuttosto che reiterare Protocolli destinati a restare lettera morta, ha restituito nelle mani dei Governi, delle comunità, delle imprese e dei territori la responsabilità di provvedere all’immane compito della mitigazione e di prendere tutte le misure di adattamento che possono entro certi limiti contenere i danni. Ha anche impostato una per ora modesta modalità di finanziamento a carico dei paesi più ricchi, cui spetta anche l’onere massimo di produrre le tecnologie necessarie e trasferirle a quelli che non le hanno, assieme a quanto serve per la capacitazione di quelle popolazioni. Le risposte sono positive da tutte le parti e ciò fa ben sperare. Resta pero il fatto che la somma degli impegni assunti dalla comunità mondiale, i cosiddetti INDC (Intended Naturally Determined Contributions), raccolti dalla Convenzione a monte della COP 21, porterebbero l’anomalia termica a fine secolo oltre i 3°C, quindi non sono sufficienti e vanno in fretta resi di gran lunga più ambiziosi.

Da questa breve disamina emerge che gli accadimenti avverranno largamente al di fuori dell’iniziativa della Convenzione, che si riserva però di monitorarli e contabilizzarli con metodi rigorosi e condivisi. Qual è in sintesi l’Agenda della Convenzione dopo Parigi?

L’Accordo istituisce due cicli quinquennali. Nel primo tutti i Paesi sono invitati a presentare i loro NDC, con l’impegno che ogni contributo successivo dovrà rappresentare un avanzamento del contributo precedente (il meccanismo cosiddetto di ratcheting) il cui punto zero è il citato INDC, se è stato presentato. Sarà rispettato il principio della responsabilità comune ma differenziata secondo le rispettive capacità alla luce delle diverse situazioni nazionali. I Paesi che avevano presentato un INDC a 10 anni dovranno comunicare o aggiornare questi contributi.

Il secondo ciclo conduce al resoconto globale (stocktake) degli sforzi collettivi, a partire dal 2023, preceduto da un dialogo per la facilitazione che avverrà nel 2018. Tutti i Paesi dovranno produrre un Rapporto usando un quadro comune per la contabilità e la trasparenza e tutti sono invitati, nei limiti delle proprie possibilità, o degli obblighi per i paesi ricchi, a dare sostegno ai paesi in via di sviluppo affinché riescano tecnicamente a rispettare gli standard di comunicazione.

L’IPPC, il panel di esperti esterni che supporta la Convenzione, Premio Nobel per la pace 2007, è stato impegnato a disegnare al più presto lo scenario di abbattimento dell’anomalia termica a fine secolo a 1,5°C, valutazione che non è contenuta nel quinto ed ultimo Assessment Report del 2014 il cui scenario di mitigazione più impegnativo era il c.d. RCP2.6 a +2°C.

Nell’Italy Climate Report 2016[1] presentato lo scorso aprile, la Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha analizzato alcuni dei principali trend mondiali dell’economia green e low carbon e ha elaborato delle proposte di “roadmap climatiche” post-Parigi, con l’intento di valutare le implicazioni del nuovo accordo globale sul clima per l’Italia.

Alcuni output della ricerca sono di carattere generale. In primo luogo si evidenzia l’arresto della crescita delle emissioni di gas serra nel biennio 2014-2015: si tratta della prima volta nella storia recente che ciò avviene in una fase di crescita dell’economia globale. E non sembra essere una casualità. Lo steso Accordo di Parigi sarebbe stato forse impossibile da raggiungere anche solo uno o due anni prima. Dietro a questo “quasi decoupling” si nasconderebbero cause profonde e di lungo periodo, a cominciare dal cambio di atteggiamento degli USA e, soprattutto, della Cina che potrebbe essere davvero entrata in quella che Lord Nicholas Stern[2] ha efficacemente indicato come una “nuova normalità dello sviluppo”. Ma sono tanti e diffusi i segnali di una transizione in atto: la crescita delle iniziative di carbon pricing che oramai secondo i dati della World Bank[3] interessano il12% delle emissioni mondiali di gas serra con un mercato da 50 miliardi di $; la diffusione di strumenti e misure in favore di efficienza e tecnologie low carbon, come sistemi di target per le rinnovabili adottati in 164 Paesi nel mondo[4]; la perdita di competitività delle fonti fossili, anche in una fase di prezzi artificialmente bassi, con un 2015 nel quale oltre la metà della nuova potenza elettrica installata nel mondo è alimentata da rinnovabili[5].

Naturalmente si tratta di segnali incoraggianti, ma non ancora sufficienti. Tanto più se si passa dall’obiettivo concordato alla COP di Cancún, di limitare l’aumento della temperatura globale a 2°C rispetto al periodo preindustriale, a quello ben più ambizioso di Parigi, di stare “ben al di sotto della soglia dei 2°C” facendo ogni sforzo per limitare il riscaldamento terrestre a 1,5°C. Può sembrare una inezia, una questione più di forma che di sostanza, ma in un sistema complesso e non lineare come quello climatico il passaggio da 2 a 1,5°C al 2050 si traduce nella necessità non più quasi di dimezzare le emissioni rispetto al 1990, ma di arrivare alla quasi totale decarbonizzazione dell’economia mondiale, a causa di un carbon budget disponibile per il resto del secolo dimezzato.

Per capire concretamente le conseguenze di un aumento delle ambizioni di tale portata, nella ricerca della Fondazione è stata elaborata una Roadmap energetico-climatica per l’Italia tarata su un target intermedio tra 1,5 e 2°C e alla base della proposta per una nuova Strategia energetica nazionale al 2030 (SEN2030). Naturalmente lo scenario che emerge è molto sfidante e gli obiettivi al 2030 attualmente concordati dall’Unione europea dovrebbero essere rivisti in modo sostanziale:

·   le emissioni nazionali di gas serra dovrebbero ridursi non più del 36-40% rispetto al 1990, ma almeno del 50%;

·   le fonti rinnovabili dovrebbero arrivare a coprire non il 27% ma il 35% del consumo finale lordo;

·   le politiche di risparmio ed efficienza energetica dovrebbero portare a un taglio dei consumi rispetto allo scenario tendenziale non del 27% ma di almeno il 40%.

Lo studio approfondisce settore per settore le modalità in cui questi obiettivi potrebbero essere conseguiti indicando, ad esempio, un forte impulso all’efficientamento degli edifici esistenti e alla penetrazione dell’energia elettrica nei consumi finali (pur ipotizzando una diffusione di massa dell’auto elettrica solo dopo il 2030). Tuttavia uno dei principali output dell’analisi riguarda il confronto tra ciò che andrebbe fatto, e che potrebbe sembrare ai più un obiettivo irrealizzabile, e ciò che è stato fatto in passato. Per centrare il nuovo obiettivo sulle emissioni di gas serra, in Italia si dovrebbe passare dalle attuali 430 MtCO2eq circa a 260 nel 2030, tagliando in media ogni anno 10-11 MtCO2eq; tra il 2005 e il 2013 le emissioni nazionali sono calate a un ritmo medio di 15 MtCO2eq/anno. Ridurre del 40% i consumi di energia rispetto allo scenario tendenziale vorrà dire tagliare in media ogni anno circa 2 Mtep; sempre tra il 2005 e il 2013 il fabbisogno energetico nazionale si è ridotto di 20 Mtep. Raddoppiare la quota attuale delle rinnovabili sul consumo finale lordo significa fare 1 Mtep di rinnovabili in più ogni anno, meno di quanto abbiamo già fatto tra il 2005 e il 2013 con circa 10 Mtep di rinnovabili in più.

Quella climatica è la principale sfida ambientale, e non solo, della nostra epoca e la precondizione per ogni ipotesi di futuro benessere. Oggi più di ieri abbiamo la consapevolezza di avere gli strumenti e le capacità per poterla affrontare e vincerla. Dobbiamo ora fare appello a tutta la nostra volontà. Consapevoli che il 2030 potrebbe essere molto diverso da come lo avremmo immaginato anche solo pochi anni fa. Molto migliore.


[1] Ronchi E., Barbabella A., Orsini R., Federico T., 2016, La svolta dopo l’accordo di Parigi – Italy Climate report 2016, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Roma

[2] Stern N. et al., 2016, China’s changing economy: implications for its carbon dioxide emissions, Grantham Res. Inst. Working paper 228

[3] World Bank, 2015, State and trends of carbon princing

[4] IRENA, 2015, Renewable energy target setting

[5] Bloomberg new energy finance, 2016, Global trends in renewable energy investment

 

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Nel 2016 il decennale del Rapporto Stern

 

Parliamo di uno studio, “The Stern Review on the Economic Effects of Climate Change”, che ha portato la crisi climatica al centro di ogni possibile progetto di sviluppo economico per l’umanità. Il rapporto è del 2006 ed è stato commissionato dal governo britannico. Metteva per la prima volta in luce che i danni economici causati dai cambiamenti climatici incontrollati avrebbero potuto arrivare al 5-20% del PIL mondiale ogni anno, ma che la riduzione delle emissioni di carbonio intrapresa subito e con energia sarebbe costata solo l'1% del PIL.

Quello studio aveva messo in guardia contro il ritardo nell'azione, ma non è stato ascoltato, ha detto Stern in una delle conferenze tenute per il decennale. "Abbiamo ritardato l'azione", ha detto. "I danni potenziali ora sono più gravi di quanto ho suggerito allora. In questo senso ho sottovalutato le conseguenze di non andare avanti con l’azione di mitigazione. Ma, al contrario, i costi dell’azione sono inferiori a quello ho indicato allora perché il progresso tecnico è stato più veloce di quanto dieci anni fa immaginavo. Il costo dell’energia solare, per esempio, non è lontano un fattore 10 in meno rispetto al 2006. Oggi un futuro a basse emissioni di carbonio è l'unica opzione per la prosperità. Qualsiasi tentativo di inseguire una crescita appoggiata sui combustibili fossili sarà alla fine autodistruttivo a causa dell’ambiente molto ostile che crea. La vecchia e presunta contraddizione tra crescita economica e responsabilità climatica è semplicemente del tutto falsa”. Stern ha detto che “gli altri driver della crescita economica, come l'utilizzo di tassi di interesse, di modifiche fiscali e le riforme strutturali, hanno un potenziale limitato. Lo sviluppo sostenibile delle infrastrutture e delle città è la storia unica della crescita del futuro. Stiamo vincendo” ha detto “gli argomenti intellettualmente e politicamente contrari, ma è ancora tutto troppo lento".

Vi è un argomento forte caro a Stern ed è che la Cina è ora leader del mondo nell’azione sui cambiamenti climatici, che rende il paese sia un concorrente che una guida per le altre nazioni. La Cina ha stabilizzato le sue emissioni serra già da due anni con cambiamenti radicali nella produzione di energia e nella stessa economia, spostando rapidamente il paese verso le attività nel settore terziario hi-tech. La regione principale della scelta cinese sta nell’assurdità dell’inquinamento dell’aria che ha reso invivibili le sue grandi città e nei primi gravi effetti degli eventi climatici estremi patiti dalla Cina, ma anche nel desiderio di essere il maggior player della green economy a livello mondiale. Sarà bene che i governi occidentali, e gli europei in particolare, tengano tutto ciò nel dovuto conto. Ma quello che vede Stern nel Regno Unito e altrove, è ben diverso. Del resto il presidente americano appena eletto va dicendo che il cambiamento climatico è una trappola ordita dalla Cina ai danni degli Stati Uniti.

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4 maggio 2016: Quali effetti di mitigazione assicurano gli impegni volontari INDC

 

Gli INDC, gli impegni volontari di mitigazione ed adattamento a livello nazionale, erano stati comunicati in vista di Parigi già ad inizio novembre 2015. Da allora sono state pubblicate decine di autorevoli studi per valutarne la adeguatezza rispetto agli obiettivi, in particolare quello dei 2° che era stato generalmente assunto prima della COP 21. Da allora vari Paesi hanno avuto modo di perfezionare i loro INDC, dopo Parigi non più intended, ma acquisiti (NDC). Ciò ha consentito alla Convenzione climatica di sviluppare il Rapporto “Aggregate effect of the intended nationally determined contributions: an update” dotato di un Technical Annex. Un’analisi delle conclusioni di questi studi è stata prodotta dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile (Barbabella).

Gli studi danno una stima degli effetti sulle emissioni globali di gas serra al 2025 e 2030 dell’implementazione dei 161 INDC comunicati da 189 Parti della Convenzione entro il 4 aprile 2016: questi coprono il 99% delle emissioni delle Parti della Convenzione nel 2010 e settori e gas serra da cui si è originato l’87,9% delle emissioni globali nel 2010. Visto che possono esserci alcuni settori e alcuni gas non coperti dagli INDC, la quota delle emissioni complessive di tutte le Parti che hanno inoltrato INDC è più alta ed è pari al 95,7% delle emissioni globali di gas serra nel 2010. Le Parti che hanno presentato gli INDC rappresentano il 98,7% della popolazione mondiale e il 99,7% del Pil mondiale e 137 di loro hanno assunto impegni in materia di adattamento.

La implementazione degli INDC porterà le emissioni globali di gas serra a 55 GtCO2eq nel 2025 e 56,2 GtCO2eq nel 2030.  Le emissioni globali continueranno a crescere ma a un ritmo inferiore, del 16% nel ventennio 2010-2030 a fronte del 24% del ventennio precedente 1990-2010 . Nel dettaglio, dai calcoli della Fondazione, le emissioni saranno più alte:

  • In relazione al 1990, del 42% nel 2025 e del 45% nel 2030;

  • In relazione al 2000, del 37% nel 2025 e del 40% nel 2030;

  • In relazione al 2010, del 14% nel 2025 e del 17% nel 2030.

Le emissioni pro capite medie globali rispetto al 1990 si ridurranno invece dell’8% al 2025 e del 10% al 2030, arrivando a 6,8 e 6,7 tCO2eq/yr. Nel 1990 erano pari a 7,4 tCO2eq/yr, nel 2000 a 6,6 e nel 2010 a 7,0. Dovrà quindi essere invertita la tendenza negativa dell’ultimo decennio

Nello scenario di riferimento pre-INDC le emissioni sono stimate al 2025 e 2030 rispettivamente in 57,7 e 60,8 GtCO2eq . L’implementazione degli INDC porterebbe dunque al -5 e al -8% e a -2,7 e -4,6 GtCO2eq al 2025-2030. Nello scenario 2°C le emissioni dovrebbero essere pari, rispettivamente, a 45,4 e 42,5 GtCO2eq. Nello scenario 1,5°C le emissioni al 2025 e 2030 dovrebbero essere pari a 38,4 e 33,9 GtCO2eq. L’implementazione degli INDC, anche se portata pienamente a termine,  non sarebbe dunque sufficiente in nessun caso. A differenza dello scenario 2°C in cui dopo il 2030 i tassi medi annui di riduzione delle emissioni potrebbero leggermente diminuire (fino a 1,4%), nello scenario 1,5°C questi dovrebbero restare sempre alti attorno al 3,1%.

Infine gli studi adottano i risultati dell’IPCC AR5 in merito al il Carbon budget per il periodo 2011-2100, che per lo scenario dei 2°C, confidenza 66%, è pari a circa 1.000 GtCO2eq (che sale a 1.300 al 50% di probabilità). Per l’obiettivo di 1,5 °C il Carbon budget disponibile, con un livello di confidenza inferiore al 50%, sarebbe pari appena a 550 GtCO2eq, esaurito in meno di dieci anni con i ritmi di emissione dello scenario di riferimento pre-INDC.

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  Dicembre 2015: Conclusa la COP 21. Si tratta di un cambio di passo - di Edo Ronchi

L’accordo di Parigi segna un cambio di passo globale nel far fronte alla crisi climatica, infatti:

    - 187 governi di altrettanti Paesi, compresi tutti i grandi emettitori di gas serra, Cina in testa, hanno dichiarato necessari  rilevanti impegni di riduzione, e impegnative politiche di adattamento, e hanno dichiarato impegni nazionali di riduzione, stipulando un patto per verificare periodicamente e globalmente questi impegni;

    - hanno affermato un obbiettivo più ambizioso di quello annunciato come prevalente alla vigilia introducendo la necessità di stare molto al di sotto dei 2°C  e di fare ogni sforzo per non aumentare la temperatura media globale rispetto all’era preindustriale di più di 1,5 °C.;

     - l’accordo entrerà in vigore, e sarà valido per tutti i Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro del 1992 (quasi tutti, Stati Uniti e Cina compresi), quando sarà sottoscritto da almeno 55 Paesi e  da Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra :quorum che sarà prevedibilmente raggiunto e darà ulteriore forza politica a questo accordo.

Il processo globale messo in moto da queste tre importanti novità  avrà rilevanti impatti sugli investimenti mondali nelle fonti fossili (è prevedibile, e previsto, un forte calo di quelli nel petrolio e nel carbone); innescherà  un assai probabile ulteriore balzo di quelli nelle rinnovabili e nel risparmio energetico e un generale maggiore impegno nell’eco-innovazione. Questo processo mondiale, come previsto (e ormai auspicato?) anche dall’OCSE e dall’IEA, porterà all’estensione di forme di carbon pricing a nuovi settori e nuovi Paesi. L’insieme di questi fattori potrebbe, con buona probabilità, aumentare la competitività anche economica della green economy e quindi la sua forza di sviluppo e di penetrazione, con effetti potenzialmente moltiplicatori.

Ma come affrontare i punti deboli o trascurati (gli  strumenti per raggiungere gli obiettivi), o  rinviati (impegni nazionali di riduzione  delle emissioni più consistenti e corrispondenti al target di 1,5 °C) dall’Accordo di Parigi? 

Visto che è ufficialmente riconosciuto che gli attuali impegni nazionali dichiarati dai 187 Paesi per il 2025 e il 2030, sono sì un passo importante, ma non sarebbero sufficienti per stabilizzare l’aumento delle temperatura a 1,5 °C (ma che ci farebbero andare, con buona probabilità, ben oltre i 2°C) è necessario da subito cavalcare la nuova onda internazionale verso una low carbon economy, alimentata dall’Accordo di Parigi, e impegnarsi per migliorarli e per attivare politiche e misure più efficaci, da parte dei Governi, ma anche dalle amministrazioni regionali e locali e dalle imprese . Così sarebbe possibile arrivare alla prima verifica dell’Accordo di Parigi - quella prevista con la rendicontazione del 2018 - con numeri più sostenibili. In modo che alla COP di revisione - prevista un po’ troppo avanti, nel 2023 - non si arrivi con una situazione già compromessa (con 1,5 °C non più possibili). E anche l’Europa e l’Italia dovrebbero fare la loro parte sulla via del miglioramento dei rispettivi impegni per il nuovo target di 1,5 °C. L’Europa migliorando i target al 2030 delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e l’Italia migliorando la strumentazione e le sue politiche per la mitigazione climatica.

 

Aprile 2015: Pubblicato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile l'Italy Climate Report 2016

Tutto il quadro dell’attività sul cambiamento climatico e sull’implementazione del SDG 13 dell’Agenda 2030 deve essere basato su una ben chiara conoscenza dei dati. Fa testo in questo senso il quinto Assessment Report dell’IPCC, finito di pubblicare nel 2014. Poi c’è Parigi che cambia sostanzialmente il quadro delle politiche e degli obiettivi. I dati più recenti introducono preoccupazioni ma anche speranze. Per una analisi adeguata dello stato del clima, delle politiche e degli scenari fino al 2030 e oltre, la Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha pubblicato il Rapporto “La svolta dopo l’Accordo di Parigi: Italy Climate Report 2016” e ha fatto di Parigi e della situazione climatica l’oggetto tematico del suo Convegno di Primavera 2016.

Il Rapporto aggiorna i dati con riferimento alla situazione globale, all’Europa ed all’Italia ed introduce una prima valutazione di quelli che dovrebbero essere gli scenari di abbattimento delle emissioni per riuscire a cogliere l’obiettivo di Parigi, vicino agli 1,5 °C di riscaldamento globale medio della superficie terrestre a fine secolo. Dal Rapporto si possono raccogliere i dati aggiornati con le stime della Fondazione fino al 2015.

Il Rapporto segnala che a livello globale le emissioni di gas serra nel 2014 e nel 2015 erano essenzialmente stabili a fronte l'incremento annuo di circa il 3% del PIL mondiale: è il primo segno positivo dopo decenni di aumento delle emissioni, come del resto vanno confermando tutti gli studi di quest’anno. In vista della Conferenza di Parigi, l'Europa ha aggiornato il suo quadro strategico impostando un nuovo obiettivo al 2030 per le emissioni di gas a effetto serra in linea con il limite di 2 ° C. Questo nuovo quadro strategico impone una riduzione obbligatoria per tutti i paesi membri delle emissioni di gas serra del 40% rispetto al 1990 e la crescita, peraltro non vincolante, degli impegni per le energie rinnovabili e l'efficienza energetica fino al 27%. L'Agenzia europea dell'ambiente ha pubblicato nel 2015 la Relazione annuale che tiene traccia dei progressi verso gli obiettivi energetici e climatici: l'Unione europea ha ridotto le sue emissioni oltre l'obiettivo del 20% della precedente strategia, nota come EU 2020, con cinque anni di anticipo e le proiezioni future indicano che questo trend positivo continuerà nel i prossimi anni raggiungendo una riduzione tra il -26 e il -28% nel 2020 Si veda il Rapporto EEA sui Key trends. Tuttavia, per raggiungere gli obiettivi prefissati per il 2030, le misure esistenti, anche con l'effettiva attuazione di quelle previste, non sarà sufficiente. Con queste la riduzione delle emissioni al 2030 porterà di fatto l’Europa a galleggiare tra il -30% e il -33%, mancando l'obiettivo del 40%.

A livello europeo, lo scenario coerente con l'obiettivo di 1,5 ° C richiederebbe una riduzione 50-55% delle emissioni entro il 2030 rispetto al 1990, una riduzione del 90-95% entro il 2050 per raggiungere le zero emissioni nette tra il 2060 e il 2070, il che significa un pieno equilibrio tra emissioni e assorbimento di gas ad effetto serra come esplicitamente previsto dall'Accordo di Parigi.

I dati per l’Italia sono contraddittorii. Dopo il picco di 581 MtCO2 eq del 2004, le emissioni di gas serra in Italia sono costantemente diminuite fino a 417 MtCO2 eq nel 2014. Questo significa una riduzione del -28% rispetto al record del 2004 e una riduzione del -20% rispetto al 1990, anno di riferimento. Dal 2005 al 2014, le emissioni sono diminuite di una media annua del 2,6%, con l'eccezione del 2010, primo anno di crescita economica dopo la crisi del 2009. Questa tendenza al ribasso è continuata tra 2011 e 2014. Dall'analisi dei dati preliminari sul consumo energetico nazionale e di diversi indicatori chiave di performance, sembra però che nel 2015 le emissioni siano salite a 428 (± 5) MtCO2 eq, circa il 2,5% in più rispetto al 2014. Ci potrebbero essere cause meteorologiche, un’estate molto calda, economiche, un aumento dei consumi in particolare nel settore dei trasporti, o un peggioramento del mix energetico determinato dall'aumento del consumo di combustibili fossili, favorito dal calo dei prezzi del petrolio e del gas, e associato con il malaugurato arresto nello sviluppo delle fonti rinnovabili.

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Febbraio 2016: Seminario sulla COP 21 della Fondazione per lo sviluppo sostenibile

Gestire l’Accordo di Parigi per rafforzare una svolta climatica e sostenere lo sviluppo di una green economy

Presentazione di Edo Ronchi

L’Accordo di Parigi segna un cambio di passo globale nel far fronte alla crisi climatica. Infatti 195 governi di altrettanti Paesi, compresi tutti i grandi emettitori di gas serra, Cina in testa, hanno riconosciuto necessari rilevanti impegni di riduzione - e impegnative politiche di adattamento - e hanno dichiarato impegni nazionali di riduzione, stipulando un patto per verificare questi impegni periodicamente, con aggiornamenti biennali, con un primo resoconto globale nel 2023 e successivamente ogni cinque anni. Questi Paesi hanno affermato un obbiettivo più ambizioso di quello annunciato come prevalente alla vigilia, introducendo la necessità di stare molto al di sotto dei 2°C e di fare ogni sforzo per non aumentare la temperatura media globale rispetto all’era preindustriale di più di 1,5 °C, nonché di raggiungere, nella seconda metà di questo secolo, un equilibrio fra emissioni antropiche e assorbimenti: quindi un azzeramento delle emissioni globali nette di gas serra.

L’Accordo entrerà in vigore, e sarà valido per tutti i Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro del 1992 (quasi tutti, Stati Uniti e Cina compresi), quando sarà sottoscritto da almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra: quorum che sarà prevedibilmente raggiunto e darà ulteriore forza politica a questo accordo.

Il processo globale messo in moto da queste tre importanti novità avrà rilevanti impatti sugli investimenti mondali nelle fonti fossili (è prevedibile, e previsto, un calo di quelli nel petrolio e nel carbone); innescherà un assai probabile ulteriore balzo di quelli nelle rinnovabili, nel risparmio energetico, nella mobilità sostenibile e un generale maggiore impegno nell’eco-innovazione. L’adozione dell’Accordo di Parigi è avvenuta con l’approvazione di un altro documento, proposto dal Presidente della COP 21, che si chiama appunto "Documento di decisione". Il Documento di decisione non sarà sottoposto alla ratifica, accettazione, approvazione o adesione degli Stati, come l’Accordo, ha quindi un diverso peso e ruolo sia formale sia sostanziale, ma rimane tuttavia un documento oltre che di decisione di adottare l’Accordo, ai sensi della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 1992, anche di decisione sugli organismi e sulle modalità di gestione sia degli impegni di riduzione che di adattamento. In questa Decisione va segnalato il rilievo del paragrafo IV dal titolo: "Azione rafforzata prima del 2020" tesa proprio a spingere i Paesi a compiere "maggiori possibili sforzi di mitigazione nel periodo pre-2020". E di non poco conto è anche il paragrafo V dedicato agli Stakeholder, compresi quelli della società civile, del settore privato e le istituzioni finanziarie (oltre alle città e alle autorità sub-nazionali). Così come l’appello lanciato dal Consiglio nazionale della green economy, alla vigilia di Parigi, e sottoscritto da un gruppo di imprese e di organizzazioni italiane della green economy, la Decisione sollecita anche un diretto impegno di mitigazione climatica del settore privato e afferma un altro contenuto, pure richiamato in quell’appello: "riconosce anche il ruolo importante di fornire incentivi per le attività di riduzione delle emissioni, tra cui strumenti come le politiche nazionali e il carbon pricing".

Gli strumenti economici e il carbon pricing, come auspicato dall’OCSE e dall’IEA, dovrebbero ora essere impiegati in modo più esteso e far crescere, con buona probabilità, la competitività della green economy, la sua forza di sviluppo e di penetrazione, con effetti potenzialmente moltiplicatori.

Il sistema di governance dell’Accordo di Parigi, riconoscendo l’impraticabilità di un Trattato internazionale - vincolante negli obiettivi, provvisto di misure per raggiungerli e di sanzioni per i Paesi che non lo rispettano - per affrontare la crisi climatica, è basato su impegni definiti nazionalmente, gestiti e attuati nazionalmente e comunicati e verificati globalmente, con il supporto di vari strumenti di analisi, di supporto tecnico, gestionale e di cooperazione. Dopo anni di trattative inconcludenti, non credo vi possano essere molti ragionevoli dubbi sul fatto che il modello di governance dell’Accordo di Parigi fosse l’unico praticabile. Resta tuttavia da verificare se tale sistema di governance sarà effettivamente in grado di produrre azioni adeguate e nei tempi necessari per mitigare questa crisi climatica globale. Ma come fare per limitare i rischi del modello di governance dell’Accordo di Parigi? Gestendo al meglio i contenuti positivi dell’Accordo, migliorando significativamente gli impegni nazionale come occasioni, spinte, opportunità di nuovi investimenti, di innovazione, di nuova occupazione e di sviluppo di una green economy.

Visto che è ufficialmente riconosciuto che gli attuali impegni nazionali dichiarati dai Paesi per il 2025 e il 2030, sono un passo importante, ma non sono sufficienti per stabilizzare l’aumento delle temperatura a 1,5 °C - porterebbero invece ad un aumento medio della temperatura, con buona probabilità, ben oltre i 2°C – sarebbe bene non perdere la spinta positiva verso una low-carbon economy alimentata dall’Accordo di Parigi, impegnandosi da subito per migliorarli e per attivare politiche e misure più efficaci da parte dei Governi, ma anche dalle amministrazioni regionali, locali e dalle imprese. Così da arrivare alla prima verifica dell’Accordo - quella prevista con la rendicontazione del 2018 - con numeri più sostenibili e in modo che alla COP di revisione - prevista un po’ troppo avanti, nel 2023 - la situazione non sia compromessa e l’obiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura media entro 1,5 °C, sia ancora possibile.

E anche l’Europa e l’Italia dovrebbero cambiare passo per fare la loro parte sulla via del miglioramento dei rispettivi impegni per il nuovo target di 1,5 °C. L’Europa migliorando i target al 2030 delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e l’Italia migliorando la strumentazione e le sue politiche per la mitigazione climatica come occasione di consolidamento della ripresa economica in atto, consolidamento e riqualificazione del suo sviluppo. Per ora non pare che vi sia in Italia una sufficiente consapevolezza politica dei potenziali positivi di più incisive misure climatiche: per l’efficienza il risparmio energetico e lo sviluppo di fonti energetiche nazionali rinnovabili, per il risparmio, il riciclo e la rinnovabilità dei materiali in un’ottica di circular economy, per una mobilità più sostenibile, città meno inquinate e più vivibili, per migliorare la qualità del territorio e meglio tutelare e valorizzare quella grande risorsa nazionale che è costituita dal nostro capitale naturale e culturale.

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17 Dicembre 2015: Seminario sulla COP 21 della London School of Economics

Chairman: Sir Nicholas Stern

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Novembre 2015: Il Carbon Pricing

Iniziativa dei Capi di Stato e di Governo in favore del carbon pricing alla COP 21 (fonte: World Bank)

Sei capi di stato e di governo, di Francia, Cile, Etiopia, Germania, Messico e Canada, e i leader del gruppo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale hanno chiesto alle imprese e a tutti i paesi di dare seguito alle loro ambizioni di Parigi mettendo un prezzo al carbonio per guidare gli investimenti per un futuro più verde e pulito.

In una notevole dimostrazione di unità di visione,  nel primo giorno dei colloqui sul clima a Parigi, i capi di Stato e di governo di un certo numero di paesi hanno chiesto al mondo di iniziare a dare un prezzo all’inquinamento di carbonio come chiave della lotta contro il cambiamento climatico e di trasformare l'economia globale.

I prezzi del carbonio e l'impatto sulla mitigazione degli strumenti di carbon pricing esistenti (fonte: World Bank)

Il presidente francese, François Hollande si è unito a Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica federale di Germania, Enrique Peña Nieto, presidente del Messico, Justin Trudeau, Primo Ministro del Canada Hailemariam Dessalegn, Primo Ministro della Repubblica federale di Etiopia e Michelle Bachelet presidente del Cile.

L'obiettivo è quello di impostare gradualmente un prezzo sufficientemente alto del carbonio in tutto il mondo per incoraggiare un comportamento migliore, ha detto Hollande. In Francia, la legge sulla trasformazione dell'energia prevede già un sostanziale aumento del prezzo del carbonio, a  22€ per tonnellata nel prossimo anno,  proiettato a 100€  entro il 2030. In Europa, si dovrà migliorare il mercato interno del carbonio, garantendo al tempo stesso che i paesi più rigorosi possano rimanere competitivi. In sostanza una società, consumando meno CO2, dovrebbe ottenere un vantaggio competitivo decisivo.

All’appello dai capi di Stato e di governo hanno fatto eco ministri e amministratori delegati di tutto il mondo, dando vita ad un altro evento a Parigi per lanciare ufficialmente la Carbon Pricing Leadership Coalition (CPLC). La Coalizione riunisce governi chiave come Messico, Germania, Francia, Cile e California, insieme a quasi 90 aziende multinazionali e organizzazioni non governative.

I partner della Coalizione hanno adottato una linea d'azione concordata che promuove il carbon pricing raccogliendo e condividendo le prove migliori del successo della politica dei prezzi del carbonio, la mobilitazione di sostegno alle imprese per un'azione più ambiziosa e la convocazione di dialoghi di leadership in tutto il mondo con l'obiettivo di affrontare le sfide politiche che impediscono un maggiore utilizzo del mercato del carbonio.

Stiamo assistendo ad uno slancio crescente da parte dei capi di stato e di altri leader mondiali per mettere un prezzo all'inquinamento da carbonio, ma sono necessarie ulteriori azioni per ridurre le emissioni inquinanti nocive, ha detto il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim. Queste dichiarazioni di sostegno da parte dei leader di oggi sono di fondamentale importanza, come è il lavoro della Carbon Pricing Leadership Coalition. Dobbiamo garantire che questo slancio per dare un prezzo al carbonio si traduca in un impatto sull’ambiente.

Un esito positivo dei negoziati sul clima di Parigi darà un messaggio forte che le nazioni possono lavorare insieme per il bene del pianeta, ha detto la direttrice del FMI Christine Lagarde. Il giusto prezzo del carbonio dovrebbe essere al centro di questo sforzo. In effetti, dato il crollo dei prezzi dell'energia, non c'è mai stato un momento migliore per la transizione alla determinazione intelligente, credibile ed efficace del prezzo del carbonio. I responsabili politici devono definire il prezzo giusto del carbonio, tassarlo in modo intelligente e farlo subito.

In vista dei colloqui di Parigi più di 90 paesi sviluppati e in via di sviluppo, tra cui l'Unione Europea, hanno manifestato l'intenzione di utilizzare sistemi di tariffazione carbonio internazionali, regionali o nazionali per favorire l’azione di mitigazione.

Il carbon pricing è in grado di dare molteplici vantaggi tra cui la riduzione degli impatti sulla salute e sull'ambiente, come le morti premature dovute all'esposizione all'inquinamento dell'aria. Può fornire ai governi i finanziamenti necessari per promuovere lo sviluppo sostenibile e stimolare maggiori investimenti in una crescita low carbon. Attraverso il carbon pricing, i paesi possono fornire un incentivo per le imprese e gli investitori a ridurre la loro impronta carbonica, accelerando gli investimenti in energia pulita, trasporti puliti e tecnologie pulite.

Circa 40 nazioni e 23 città, stati e regioni hanno attuato o stanno mettendo un prezzo al carbonio con programmi e meccanismi che coprono circa il 12 per cento delle emissioni globali di gas a effetto serra. La copertura è destinato a crescere,  dato il recente annuncio della Cina di apprestare un sistema di scambio di emissioni nazionali entro il 2017.

Un recente rapporto della Banca Mondiale, “State and Trends of Carbon Pricing 2015” (> scarica il Rapporto), mostra che il numero di sistemi di tariffazione del carbonio attuati o programmati in tutto il mondo è quasi raddoppiato dal 2012 e sono ora un valore di circa 50 miliardi di $.

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1 Novembre 2015: Pubblicato dall'UN FCCC il Rapporto sugli effetti attesi degli impegni dichiarati dai vari Paesi in vista di Parigi (INDC)

Il Rapporto di Sintesi della Convenzione (> scarica il Rapporto completo) presenta una valutazione dell'effetto complessivo del 119 contributi volontari stabiliti a livello nazionale (INDC), trasmessi da 147 Paesi entro la scadenza formalmente stabilita alla COP del 2013 dell'1 Ottobre 2015. Esso fornisce una stima dei livelli aggregati delle emissioni di gas serra nel 2025 e il 2030 derivanti dalla attuazione di tali INDC
rispetto ai livelli di emissione del 1990, 2000 e 2010. Traccia anche le traiettorie delle  emissioni con le azioni comunicate dalle Parti per il periodo pre-2020, e con quelle che mantengono l'aumento della temperatura globale media terrestre al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Il risultato delle varie stime è rappresentato nella figura seguente.

L'attuazione degli INDC comunicati è stimata dare luogo a livelli aggregati di emissioni globali annue di 55,2 (52,0 - 56,9) Gt CO2eq nel 2025 e 56,7 (53,1- 58,6) Gt CO2eq nel 2030. I livelli globali di emissioni nel 2025 e il 2030 sono stati calcolati sommando i livelli di emissione aggregati stimati derivanti dall'attuazione degli INDC comunicati,  di 41,7 (36,7 - 47,0) Gt CO2eq nel 2025 e di 42,9 (37,4 - 48,7) Gt CO2eq nel 2030, ai livelli di emissioni che non rientrano negli INDC. Oltre a varie incertezze nella aggregazione degli INDC, questi intervalli comprendono gli obiettivi sia incondizionati che condizionali. Il totale delle emissioni di CO2 cumulative dopo il 2011 dovrebbe  raggiungere le 541,7 (555,8 - 523.6) Gt CO2 nel 2025 e 748,2 (771,7 - 722.8) Gt CO2 nel 2030.

I livelli di emissione aggregati globali derivanti dagli INDC si stimano superiori del 34 - 46%  nel 2025 e del 37-52% nel 2030 rispetto al livello di emissioni globali nel 1990; 29-40% nel 2025 e 32-45% nel 2030 rispetto al 2000 e 8-18% nel 2025 e 11-22% nel 2030 rispetto al 2010. Anche se queste cifre dimostrano che le emissioni globali, considerando gli INDC, continueranno a crescere fino al 2025 e al 2030, la crescita dovrebbe  rallentare in modo sostanziale, alll'11-23% nel periodo 2010-2030 rispetto al 24% del periodo 1990-2010. Il tasso relativo di crescita delle emissioni nel periodo 2010-2030 dovrebbe essere dal 10 al 57% per cento inferiore a quello nel corso del periodo 1990-2010, tenendo conto degli INDC.

I livelli di emissione riportati nel Rapporto e in figura comprendono le emissioni derivanti dal cambiamento di uso del suolo e fanno uso dei GWP (Global Warming Potential) calcolati dall'AR4 dell'IPCC con un orizzonte temporale di 100 anni. Gli intervalli indicati in figura vanno dal 20 all'80% delle gamme intorno ai valori mediani. Le stime delle emissioni nel 2025 e nel 2030, non coperte dagli INDC,  sono state fatte estraendo dagli scenari IPCC AR5, che riflettono gli impegni del 2020 nel quadro degli accordi di Cancún,  i tassi di crescita delle emissioni dei Paesi che non hanno rilasciato finora l'INDC.

La media globale delle emissioni pro-capite, considerando gli INDC,  dovrebbe diminuire dell'8 e del 4% entro il 2025 e del 9 e del 5% entro il 2030 rispetto rispettivamente ai livelli del 1990 e del 2010. La stima media globale delle emissioni pro capite, con gli INDC,  è di 6,8 (6,5 - 7,1) t CO2eq nel 2025 e di 6,7 (6,4 - 7,2) t CO2eq nel 2030. Le emissioni nel 2000 sono state pari a quanto previsto per i livelli di emissioni pro capite nel 2030 e l'1 per cento sopra i livelli attesi al 2025.

L'attuazione degli INDC porterebbe ad emissioni aggregate globali al di sotto delle proiezioni pre-INDC. Il livello di emissioni globali associato agli INDC dovrebbe essere inferiore al livello di emissioni in proiezione pre-INDC di 2.8 (0,2 - 5,5) Gt CO2eq  nel 2025 e di 3,6 (0,0 - 7,5) Gt CO2eq al 2.030. Tenere conto delle componenti condizionali degli INDC abbasserebbe il livello superiore di questo intervallo di 1,0 e 1,9 Gt CO2eq  al di sotto di quello con i componenti incondizionati soltanto.

Rispetto ai livelli di emissione in linea con gli scenari dei 2 °C a costo minimo, i livelli aggregati delle emissioni  derivanti dagli INDC sono più alti di 8,7 (4,7 - 13,0) Gt CO2eq, pari al 19% (10 - 29%) nel 2025 e di 15,1 (11,1 - 21,7) Gt CO2eq, pari al  35% (26 - 59%) nel 2030.

La figura mette a confronto i livelli di emissione globali derivanti dagli INDC nel 2025 e nel 2030 con gli scenari di riferimento pre-INDC e  gli scenari a 2 °C. Gli  scenari di riferimento derivano dal contributo del WKG III dell'AR5 che sono coerenti con le azioni comunicate dalle parti per il periodo pre-2020 (in rosso). Le emissioni aggregate che dovrebbero derivare dagli INDC mostrano un largo intervallo di incertezza a causa delle varie ipotesi e delle condizioni specificate dalle Parti nelle loro dichiarazioni e delle incertezze associate con le lacune nelle informazioni (barre gialle). Gli scenari di mitigazione per una traiettoria a costo minimo per mantenere l'aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 °C sono mostrati in blu, con un miglioramento della mitigazione globale a partire da oggi (blu scuro), entro il 2020 (media blu) o con un ritardo oltre il 2030 (turchese). In questo ultimo caso i tassi di riduzione delle emissioni nel periodo 2030-2050 sono necessariamente superiori per effetto del ritardato inizio del miglioramento globale.

Prospettive per rimanere entro i 2 °C

Con i livelli di emissione aggregati globali annuali, stimati supponendo  l'attuazione piena degli INDC, non si raggiungono le traiettorie di riduzione 2025 - 2030 per restare a costo minimo entro i 2 °C. L'aumento della temperatura globale a fine secolo dipende sia dalle emissioni fino al 2030, che dipendono dal livello di impegno degli INDC e da un eventuale suo aumento conquistato a Parigi, e delle emissioni nel periodo post-2030. Tuttavia, i livelli di temperatura entro la fine del secolo dipendono in larga misura dalle ipotesi sui driver socioeconomici, dallo sviluppo tecnologico e dalle azioni sviluppate dai vari Paesi oltre i tempi indicati nel loro INDC, cioè oltre il 2025 e il 2030.

Se le Parti non dovessero migliorare  a Parigi l'azione di mitigazione fino al 2030 oltre l'azione prevista negli INDC, la possibilità di mantenere l'aumento della temperatura al di sotto dei 2 ° C rimane ancora. Tuttavia, gli scenari dell'IPCC AR5 indicano che questo comporterebbe  costi sostanzialmente più alti dei costi di riduzione delle emissioni annuali rispetto ad un'azione iniziata subito o nel 2020. Di conseguenza,  nel periodo dopo il 2025 e il 2030, saranno necessari sforzi di riduzione delle emissioni molto maggiori di  quelli che gli INDC comportano  per contenere l'aumento di temperatura al di sotto di 2 ° C rispetto ai livelli pre-industriali.

Le riduzioni delle emissioni medie annuali per il periodo tra il 2030 e il 2050, per riportare le emissioni entro gli scenari dei 2 °C, per gli scenari a costo minimo che partono nel 2030 da livelli di emissione in linea con gli INDC,  sono stimate in 3,3 (2,7 - 3,9)%. Si tratta di circa il doppio del tasso rispetto agli scenari a costo minimo che assumono azioni di maggiore  mitigazione entro il  2020, che richiedono una riduzione delle emissioni annue del solo 1,6 (0,7-2,0)% nello stesso periodo.

Tenuto conto del fatto che i gas serra sono longevi nell'atmosfera, e che quindi sono le emissioni cumulative a determinare l'impatto sul sistema climatico, le emissioni più elevate nei primi anni rispetto alle traiettorie a costo minimo, rendono necessarie riduzioni delle emissioni maggiori e più costose in seguito al fine di mantenere l'aumento della temperatura media globale al di sotto dello stesso livello con la stessa probabilità. Secondo l'AR5, il totale delle emissioni cumulative mondiali dal 2011 che sono in linea con un aumento globale della temperatura media di meno di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, con probabilità almeno pari al 66%, non superano le 1.000 Gt CO2. Questo è quello che chiamiamo Carbon Budget. Considerando l'effetto aggregato degli INDC, le emissioni cumulative globali di CO2  corrisponderebbero al 54 (52 - 56)% entro il 2025 e al 75 (72 - 77)%  di 1.000 Gt CO2 entro il 2030.

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22 Ottobre 2015: Anche IDDRI e Potsdam Institute calcolano gli effetti degli INDC per Parigi (> scarica il Rapporto completo)

 

I contributi nazionali (NDC) non riescono ancora a mettere il mondo sulla strada giusta per limitare il riscaldamento a 2 °C, ma imprimono un'accelerazione senza precedenti al processo di mitigazione nelle principali economie di tutto il mondo. È quanto emerge da un Rapporto pubblicato oggi da un consorzio di 14 istituti di ricerca con una dettagliata analisi delle trasformazioni del settore energetico necessarie per attuare i contributi a livello nazionale.

Al 19 ottobre i 123 INDC presentate alla UNFCCC, che coprono 150 paesi,  rappresentano l'86% deile emissioni  di gas a effetto serra nel 2012. Tale copertura ampia, con i paesi di tutti i continenti, livelli di sviluppo e posizioni storiche nei negoziati sul clima, è di per sé un importante passo avanti per l'azione per il clima e un segnale di impegno per i negoziati di Parigi (IDDRI). I criteri per giudicare gli INDC è la loro capacità di assicurare una profonda decarbonizzazione del settore energetico entro il 2050. L'analisi di questo Rapporto dimostra che questa trasformazione sta emergendo ma non veloce né abbastanza in profondità. Le politiche e gli obiettivi futuri devono essere definiti in modo da arrivare ad una profonda decarbonizzazione già nel 2050, in un quadro strategico di percorsi concreti.

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21 Ottobre 2015: L'OECD calcola gli effetti degli INDC per Parigi (> leggi il briefing preparato dall'OECD per Parigi)

 

Il mondo intero è in movimento per Parigi. Oggi anche l'OECD-IEA pubblica i suoi calcoli sull'effetto degli INDC. E l'Italia?

L'Agenzia ritiene che se tutti i paesi riescono a raggiungere gli obiettivi delineati nei loro INDC, la crescita delle emissioni generate dal ciclo dell'energia, che rappresentano i due terzi delle emissioni totali di gas serra, potrà rallentare relativamente entro il 2030. Il fatto che più di 150 paesi, che rappresentano il 90% dell'attività economica globale e quasi il 90% delle emissioni globali dei gas a effetto serra legate all'energia, abbiano presentato impegni di riduzione delle emissioni è, di per sé, notevole, secondo il Direttore Generale IEA. Questi impegni, insieme con il crescente impegno del settore energetico, stanno aiutando a costruire lo slancio politico necessario in tutto il mondo per siglare un accordo sul clima di successo a Parigi.

Gli scenari di domanda e di emissioni GHG del settore energia con gli attuali INDC

Il manuale speciale IEA del WEO rileva che tutte i dati comunicati negli INDC tengono conto delle emissioni del settore energetico e che molti INDC includono obiettivi o azioni per affrontare queste problematiche specifiche. Se sono soddisfatte queste promesse, il gruppo di Paesi che attualmente rappresentano oltre la metà dell'attività economica globale vedranno le loro emissioni di gas serra legate all'energia o in plateau o in declino nel 2030. L'intensità energetica globale, una misura di consumo di energia per unità di produzione economica , migliorerebbe al 2030 ad un tasso quasi tre volte più veloce del 2000. Nel settore energetico, il 70% della produzione addizionale di elettricità da qui al 2030 sarebbe a basso tenore di carbonio. Significativamente, il settore energetico - la più grande fonte mondiale di anidride carbonica legate all'energia - vedrebbe le emissioni stabilizzarsi ai livelli di oggi, rompendo in modo efficace il legame tra l'aumento della domanda di energia elettrica e l'aumento delle emissioni di CO2 correlate.

La piena attuazione di tali impegni richiede il settore energetico di investire 13,5 trilioni di US$ in tecnologie low-carbon e nell'efficienza energetica nel periodo 2015-2030, una media annuale di 840 miliardi di US$.  Tuttavia, nonostante questi sforzi, gli impegni sono ancora insufficienti e richiedono una correzione di rotta maggiore per raggiungere l'obiettivo concordato a livello globale di limitare l'aumento medio della temperatura globale a 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali.

L'industria dell'energia ha bisogno di un segnale forte e chiaro dal vertice sul clima di Parigi, per evitare che gli investimenti energetici vadano nella direzione sbagliata, e si verifichi il blocco insostenibile delle infrastrutture energetiche per decenni. Raggiungere l'obiettivo finale sarà anche un determinante essenziale dell'innovazione nel settore energetico e dello sviluppo di nuove ed emergenti tecnologie energetiche che hanno il potenziale di raggiungere livelli profondi di decarbonizzazione nei decenni a venire.

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25 Settembre 2015: Seconda dichiarazione congiunta Stati Uniti-Cina sulla volontà comune di un accordo forte alla COP 21 di Parigi

 

In occasione della visita di Stato a Washington DC di Xi  Jinping ad Obama, i due Presidenti riaffermano la loro comune convinzione che il cambiamento climatico è una delle più grandi minacce per l'umanità e che i due paesi hanno un ruolo fondamentale da svolgere nell'affrontare questa crisi. I due Presidenti hanno anche riaffermato la loro determinazione ad andare avanti con decisione per attuare politiche climatiche nazionali, a rafforzare il coordinamento e la cooperazione bilaterale  e a promuovere lo sviluppo sostenibile e la transizione verso la green economy a basse emissioni di carbonio e le economie resilienti ai cambiamenti climatici. (> scarica il testo del comunicato congiunto Stati Uniti - Cina)

I due Presidenti ribadiscono la visione comune USA-Cina sul cambiamento climatico espressa dal documento di intesa del 12 novembre 2014. Ricordando il mandato di Durban di adottare un protocollo, un altro strumento giuridico o un risultato concordato con forza legale ai sensi della Convenzione applicabile a tutte le parti, rafforzano la loro volontà di lavorare insieme e con gli altri verso un esito ambizioso e di successo a Parigi che promuova la realizzazione dell'obiettivo della Convenzione, con attenzione all’obiettivo di tenere l’aumento della temperatura globale media sotto sotto i 2° C. Essi ribadiscono il loro impegno a raggiungere un accordo ambizioso nel 2015 che rifletta il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità, alla luce delle diverse situazioni nazionali. Essi considerano inoltre che la differenziazione dovrebbe riflettersi in modo appropriato nei punti essenziali dell'accordo di Parigi.

Gli Stati Uniti e la Cina si sono impegnati a realizzare le loro rispettive azioni post-2020, come annunciato nell’intesa del novembre 2014. Da quel momento, entrambi i paesi hanno compiuto passi importanti verso l'attuazione e si sono impegnati a proseguire con gli sforzi più intensi e a promuovere investimento globali rilevanti nelle tecnologie e nelle soluzioni a basso tenore di carbonio.

 

Dalla data del primo comunicato congiunto, gli Stati Uniti hanno adottato importanti iniziative per ridurre le proprie emissioni, e hanno annunciato proprio oggi importanti piani aggiuntivi di attuazione. Nel mese di agosto 2015, gli Stati Uniti hanno finalizzato il Clean Power Plan, che ridurrà entro il 2030 del 32% rispetto ai livelli del 2005 le emissioni di CO2 dal settore energetico. Nel 2016, gli Stati Uniti finalizzeranno un piano federale per implementare gli standard di emissione di carbonio per le centrali elettriche negli stati che non scelgono di implementare propri piani di attuazione come previsto dal Clean Power Plant. Gli Stati Uniti si impegnano a portare a termine il prossimo passo, l’emissione nel 2016 degli standard di efficienza di portata mondiale del carburante per i veicoli pesanti e la loro attuazione nel 2019. Nel mese di agosto 2015, gli Stati Uniti hanno proposto norme separate per le emissioni di metano dalle discariche e dai settore di petrolio e gas  impegnandosi a portare a termine entrambi gli standard nel 2016. Nel luglio 2015, gli Stati Uniti hanno finalizzato nuove significative misure per ridurre l'uso e le emissioni di HFC attraverso il programma Significant New Alternatives Policy (SNAP), e si impegnano da oggi a continuare a perseguire nuove azioni nel 2016 per ridurre l'uso e le emissioni di HFC. Infine, nel settore dell'edilizia, gli Stati Uniti si impegnano a mettere a punto più di 20 standard di efficienza per gli elettrodomestici e la strumentazione per la fine del 2016.

La Cina, per parte sua, sta facendo grandi sforzi per far progredire la consapevolezza ecologica e per promuovere lo sviluppo sostenibile mediante la green economy a basse emissioni di carbonio, climaticamente resiliente, accelerando l'innovazione istituzionale e migliorando le politiche e le azioni. La Cina ridurrà le emissioni di anidride carbonica per unità di PIL dal 60 al 65% rispetto al livello del 2005 entro il 2030 e aumenterà il volume dello stock forestale di circa 4,5 miliardi di metri cubi entro il 2030 rispetto al livello del 2005. La Cina promuoverà la sua smart grid elettrica, dando la priorità , nella distribuzione e dispacciamento, alla produzione di energia da fonti rinnovabili e di energia fossile da combustibili di maggiore  efficienza e di livelli di emissione più bassi. La Cina prevede inoltre di avviare nel 2017 il suo sistema cap&trade di scambio delle emissioni nazionali, che coprono settori industriali chiave come il ferro e l'acciaio, la generazione di energia, i prodotti chimici, i materiali da costruzione, la fabbricazione della carta e i metalli non ferrosi. La Cina si impegna a promuovere un’edilizia e sistemi di trasporto a basse emissioni di carbonio, con la quota di edifici green che raggiunge il 50% degli edifici di nuova costruzione in città e paesi entro il 2020 e la quota del trasporto pubblico a traffico motorizzato che raggiunge il 30% nelle  città grandi e medie entro il 2020. Finalizzerà in un prossimo passo, nel 2016, gli standard di efficienza dei carburanti per i veicoli pesanti e li attuerà entro il 2019. Continuerà a sostenere ed accelerare le azioni sugli HFC, ed in particolare controlli efficaci  sulle emissioni di HFC-23 entro il 2020.

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11 settembre 2015: Udienza di Papa Francesco in sostegno della lotta mondiale contro i cambiamenti climatici

 

"Siamo qui per rivolgerle umilmente una preghiera: faccia un messaggio, un suo messaggio, alla Conferenza di Parigi. Noi l'aspettiamo e pensiamo che possa fare da contributo importante affinché abbia un esito positivo e veramente importante per tutti".

 

Con queste parole il Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Edo Ronchi,  ha concluso l'11 settembre nella Sala Clementina  del Vaticano la sua presentazione dei risultati della due giorni del  Convegno sulla giustizia ambientale e i cambiamenti climatici (> ascolta una registrazione di sala della presentazione di Edo Ronchi".

 

La presentazione ha dato spunto alle parole del Santo Padre, che a sua volta ha concluso accogliendo la richiesta di Ronchi "... potete contare sul sostegno mio personale e di tutta la Chiesa, a partire da quello, indispensabile, della preghiera. Fin da ora offro al Signore il nostro comune sforzo, chiedendogli di benedirlo perché l’umanità sappia finalmente dare ascolto al grido della terra - oggi la nostra madre terra è tra i tanti esclusi che gridano al Cielo per un aiuto! La nostra madre terra è un'esclusa! -, anche al grido della terra, nostra madre e sorella e dei più poveri tra coloro che la abitano, e prendersene cura. In questo modo la creazione si avvicinerà sempre di più alla casa comune che l’unico Padre ha immaginato come dono per la famiglia universale delle sue creature". (> leggi il testo dell'allocuzione di Papa Francesco oppure ascolta l'allocuzione).

Il Convegno si è tenuto nella sede vaticana a Roma dell'Istituto Patristico Agostiniano dal 10 all'11 settembre. Il Convegno è documentato per intero nei siti della Fondazione (> vedi) e nel sito creato ad hoc per il Convegno (> vai al sito).

La relazione di apertura della fondazione per lo sviluppo sostenibile è stata tenuta dal Presidente Edo Ronchi (> scarica il testo del documento e le slide della presentazione) che dice: "Dal 1990 al 2014 le emissioni sono cresciute di oltre il 30% e la concentrazione di gas serra ha superato le 400 ppm, la più alta negli ultimi 800 mila anni. La temperatura media è aumentata di 0,85°C dal 1880.Il tasso di crescita annua è passato dalla media dell’1,3% del 1970-2000, al 2,2% del 2000-2010". Le proposte principali sono:

  •  Definire target legalmente vincolanti e periodicamente verificabili che,almeno per i grandi emettitori, siano coerenti con l’obiettivo dei 2°C e con il principio di progressiva convergenza in pro-capite.

  • I Paesi con emissioni pro-capite superiori a 3 tonnellate dovrebbero vietare la costruzione di nuove centrali a carbone e cominciare a chiudere quelle più vecchie e inefficienti. Occorre ridurre anche il consumo di petrolio e non realizzare nuove perforazioni per sfruttare giacimenti petroliferi in zone ecologicamente delicate.

  • I sussidi ai combustibili fossili, che sono alla notevole cifra di 510 mld di dollari nel 2014, vanno eliminati.

  • Andrebbe invece estesa l’introduzione della carbon tax.

Interventi di grande rilievo hanno fatto eco all'introduzione di Ronchi. Nella prima giornata sono intervenuti tra gli altri Lord Nicholas Stern, autore nel 2006 del  Rapporto sull'Economia dei cambiamenti climatici, (> scarica il testo e la presentazione) e Jeffrey Sachs della Columbia University (> scarica la presentazione). Nella seconda giornata, introdotta dal Cardinale Madariaga, è intervenuto il direttore dell'UNEP Achim Steiner (> scarica il testo dell'intervento). Tutti gli interventi sono disponibili nei siti sopra referenziati.

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30 Giugno 2015: La Cina presenta il suo INDC nazionale

La proposta è stata trasmessa sotto forma di INDC, come d’obbligo. Si tratta ovviamente di un documento di grande rilievo.

Gli elementi essenziali sono i seguenti: la Cina ridurrà le sue emissioni di gas a effetto serra per unità di PIL (intensità carbonica) del 60-65% rispetto ai livelli del 2005. La Cina dichiara di voler aumentare la quota di energia di origine non fossili  in energia primaria di circa il 20% entro il 2030, e di impegnarsi a fondo per avere il picco delle emissioni alla stessa data o prima ancora. La Cina prevede di aumentare la sua capacità installata di energia eolica a 200GW e solare a circa 100 GW dagli attuali 96 e 28GW. Aumenterà il suo uso di gas naturale con il quale prevede di recuperare oltre il 10% del suo consumo di energia primaria entro il 2020.

Ad una prima valutazione il Piano della Cina comporta installazioni di energia a basso tenore di carbonio pari all'intera capacità del sistema statunitense di energia elettrica fino ad oggi. Impegno della Cina riflette in gran parte gli impegni assunti nel novembre dello scorso anno, come parte di un accordo raggiunto con gli Stati Uniti. Del pari la Cina tenterà di ridurre i livelli di inquinamento atmosferico che sono l’effetto della sua rapida crescita economica basata sul carbone, che il documento descrive come una "piaga" sulla qualità della vita delle persone.

Il consumo di carbone rappresenta ancora circa il 66% del consumo energetico della Cina. L'anno scorso la Cina ha annunciato un piano per limitare il consumo di carbone entro il 2020 ad un livello di 4,2 Gt di carbone riportandolo a meno del 62% del mix di energia primaria entro lo stesso anno. Nel documento la Cina dice che i risultati dei negoziati di Parigi  dovrebbero tener conto delle responsabilità storiche differenziate, dal momento che i paesi sviluppati hanno immesso molto più carbonio nell'atmosfera nel corso del tempo rispetto ai paesi in via di sviluppo. Resta il fatto, riconosciuto dallo stesso governo cinese,  che non è probabile che gli impegni che sono stati presentati, dalla Cina e dagli altri, siano sufficienti a mantenere le temperature globali entro i +2°C. L’impegno generale deve essere ulteriormente aumentato, dicono i cinesi.  (> scarica il Documento INDC della Cina in mandarino e in inglese)

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8 Giugno 2015: Il G7 al castello di Elmau in Baviera si conclude con una chiara posizione dei sette capi di governo per il phase out definitivo dei combustibili fossili

 

I leader del G7, in un quadro di generale scetticismo, hanno inviato un chiaro segnale che il mondo deve abbandonare i combustibili fossili e verso un futuro alimentato da energia rinnovabile. Associazioni ecologiste, investitori e imprese hanno commentato il documento finale interpretandolo come un tentativo positivo di  "avanzare il modello di politica sul clima" (CAN) in vista dei negoziati della COP 21 della UN FCCC delle Nazioni Unite a Parigi nel mese di dicembre di quest'anno. Alcuni hanno sottolineato  l'impegno come "un altro segnale che la fine dell'era dei combustibili fossili è inevitabile", mentre rappresentanti delle imprese dicono che il comunicato rappresenta un "segnale urgente per catalizzare l'azione per il clima": IKEA annuncia un contributo di 1 G€ per il Fonda climatico.

I sette capi di governo  hanno dichiarato, e quindi si sono formalmente impegnati, ad una decarbonizzazione totale nel corso del secolo, dando un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra a livello internazionale dal 40 al 70% entro il 2050, ed a decarbonizzare i loro settori energetici entro la metà del secolo: "We commit to doing our part to achieve a low-carbon global economy in the long-term, including developing and deploying innovative technologies striving for a transformation of the energy sectors by 2050". L'annuncio mostra che le maggiori economie del mondo non vedono un futuro per i combustibili fossili, e mettono in discussione eventuali nuovi investimenti in energia fossile come le centrali a carbone che, a questo punto, dovrebbero essere eliminate dalla programmazione, cosicché nessuna di loro sarebbe più attiva nel 2050.

Si tratta di vedere, come altri hanno commentato, quanti fatti seguiranno queste parole ma, a detta di tutti, riuscire a convincere Canada e Giappone a sponsorizzare la lotta ai cambiamenti climatici e a firmare questo tipo di documento finale, è stato un successo personale ed inatteso di Angela Merkel, cui non sono mancate né la tenacia né il carisma. Segnaliamo che, senza ombra di dubbio, il documento congiunto Cina-USA  dello scorso novembre ha facilitato di molto questo andamento del G7.

Per quanto riguarda gli effetti dei cambiamenti climatici, che non possono essere più evitati, i governi hanno deciso di proteggere e assicurare i paesi più poveri e più vulnerabili. Si sono anche impegnati ad accelerare l'accesso alle energie rinnovabili in Africa, e hanno riconfermato la volontà di conferire i promessi 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020 al Fondo per il clima per sostenere le nazioni in via di sviluppo nei loro sforzi nazionali per la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. Anche qui, poiché ne siamo lontani, ci si attende che i conferimenti avvengano sollecitamente.

Le NGO ecologiste hanno avvertito che "fissare gli obiettivi, senza aumentare i propri impegni nazionali non è accettabile", e hanno esortato i leader ad accelerare il passo prima di Parigi e ad "abbandonare i combustibili fossili nel più breve tempo possibile, sostituendoli con le energie rinnovabili e l'efficienza energetica". l'impegno di questi governi può accelerare la transizione dai fossili alle energie rinnovabili, che  cittadini, scienziati, imprese e investitori di tutto il mondo ormai chiedono. I governi locali e regionali stanno aprendo la strada, e nuovi dati forniti dalla Confederazione mondiale dei Sindacati, dimostrano che nove persone su dieci vogliono che a livello mondiale i loro governanti facciano di più per evitare gli impatti i peggiori dei cambiamenti climatici.

Le letture del G7 tedesco possono essere diverse. Certo è che un'aria di ottimismo viene dalla Baviera, anche in contrasto con l'andamento lento dei Climate Talks (> vai al resoconto) che, praticamente in contemporanea, si sono tenuti a Bonn, che è pur sempre Germania. (> scarica il documento finale del G7 2015)

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28 gennaio2015: Il punto sul negoziato sul clima

di Toni Federico (> leggi l'intera nota)

Nel dicembre 2015, tutti i paesi si incontreranno a Parigi per firmare un accordo globale sul cambiamento climatico. L'accordo, è ormai chiaro, si sta avviando su un sentiero nuovo, diverso da molti degli accordi multilaterali più comuni nel sistema delle Nazioni Unite1. Oggi, l’approccio pone al centro la volontà e le capacità dei singoli paesi, nell’ipotesi, tutta da verificare, che la sommatoria delle ambizioni, benché spesso condizionate da politiche interne inadeguate, consenta al mondo di raggiungere gli obiettivi della Convenzione climatica: ai singoli paesi viene chiesto di presentare i propri progetti per la mitigazione delle emissioni e le proprie politiche di sviluppo, energetiche, di adattamento climatico ed altre ancora. Al livello di governance globale spetta piuttosto assicurare le condizioni necessarie per ottenere i livelli necessariamente alti di ambizione e la capacitazione finanziaria, tecnologica ed informativa di tutti.

Il sostegno finanziario e tecnologico per le azioni di mitigazione e di adattamento deve favorire ovunque una transizione verso economie e consumi a basso tenore di carbonio, deve cioè in sostanza affermare la validità universale della green economy. Un buon accordo potrà fornire un quadro di riferimento, consentendo ai singoli paesi di fare di più di  quello che possono fare da soli e garantendo, per quanto possibile, la trasparenza per migliorare la cooperazione e per rendere possibile una gestione degli sforzi a livello globale.

Il quadro negoziale si sta dunque adeguando alle nuove realtà mondiali, ma con troppo ritardo. L’accordo di Parigi, se sarà raggiunto, andrà in vigore a partire dal 2020 e una prima verifica dei risultati è improponibile prima del 2015. Ma, alla COP 17 di Durban nel 2011, si convenne di accelerare l'azione prima del 2020. Limitare il cambiamento climatico a lungo termine dipende dallo stock delle emissioni cumulative che permane in atmosfera e negli oceani, pertanto fare meno oggi rende necessario uno sforzo maggiore in futuro per cogliere l’obiettivo, ormai condiviso dopo Copenhagen, di limitare l’aumento termico medio terrestre a meno di 2 °C sopra il livello pre-industriale.

Sono più di 90 i paesi che hanno dichiarato impegni di riduzione delle emissioni per il periodo fino al 2020 (pledge) che però, sommati, sono, nelle parole dell’UN FCCC, "Lungi dall'essere sufficienti per colmare il divario delle emissioni rispetto all’obiettivo (emissions gap)". Altrettanto insufficienti sono, fino ad oggi, le contribuzioni finanziarie volontarie al Green Climate Fund, dispositivo concordato a Cancùn, dotato di una propria struttura autonoma a Durban, la cui sede è stata assegnata alla Corea del Sud, per sostenere i paesi svantaggiati nello sforzo contro i cambiamenti climatici.

Il desiderato accordo globale di Parigi dovrebbe includere piani ambiziosi di azione per ogni paese dal 2020 in poi e un pacchetto di azioni pre-2020, con impegni di mitigazione nazionali più ambiziosi degli attuali, una migliore erogazione di risorse finanziarie ed iniziative più esplicite in settori chiave,come l'efficienza energetica, le energie rinnovabili e la protezione delle foreste.(> leggi l'intera nota)

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Settembre 2014: A New York per aprire la strada verso Parigi

 

Mantenendo fede agli impegni presi a Varsavia, il Segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon ha invitato i leader mondiali, governi, finanza, imprese, e società civile ad un Summit sul Clima, questo 23 settembre del 2014 al fine di stimolare e potenziare l’azione per il clima. Ban ha chiesto a tutti i leader di portare a  New York annunci coraggiosi per azioni in grado di ridurre le emissioni serra, rafforzare la resilienza del sistema climatico, e mobilitare le volontà politiche per un accordo vincolante e  significativo da raggiungere a Parigi nella COP del dicembre 2015.

I rappresentanti dei 28 paesi dell'UE hanno per parte loro rinviato ad ottobre la decisione sugli obiettivi climatici dell’Europa per il 2030, per decidere  dopo la conferenza di Ban-Ki-Moon. I leader mondiali presenti al vertice di Martedì 23 dovrebbero offrire una rinnovata azione sul cambiamento climatico,  abbastanza ambizioso per mantenere l'aumento della temperatura globale a livelli di sicurezza – cioè entro i +2°C a fine secolo.

La formula assembleare del Summit lascia alquanto perplessi. Cosa si potrà fare in 24 ore che non sia già stato fatto in tutti questi anni? L’incontro andrebbe bene per una celebrazione di un accordo, che peraltro non c’è. Angela Merkel e il Capo del Governo indiano non verranno. Non verrà il nuovo protagonista assoluto della vicenda climatica, il Presidente Cinese Xi Jinping, al suo posto il vice Zhang Gaoli , ma c’è Barak Obama, già portatore della croce a Copenhaghen. Sono questi due i veri protagonisti, il primo non può spegnere le sue centrali a carbone, il secondo pare non riuscire a convincere i suoi concittadini della gravità della situazione e della necessità di una leadership climatica americana. L’Europa non dissimula la tentazione di fare l’ago della bilancia à l'envers, magari abbandonando alla fine il campo per motivi di competitività industriale.

Ci saranno oltre 120 Capi di Stato e di Governo il 23 a New York. Parleranno? Difficile in un cerimoniale che non prevede che ci si presenti al Summit con posizioni ben consolidate, quindi già note. Ascolteranno? È probabile, per tornare a casa con l’ennesimo fardello di buoni propositi. Né potrà bastare l’azione volontaria da parte del settore privato che non può essere sufficiente da sola. I governi hanno promesso di cercare di limitare il riscaldamento globale a +2 °C, ma l’UNEP calcola che gli impegni di riduzione finora dichiarati (pledge), se onorati,  ci portano dritti dritti ad un aumento di temperatura compresa tra 3 e 4 °C. I governi hanno fissato una scadenza a marzo 2015 per delineare quello che sono disposti a offrire per un nuovo accordo sul clima, compreso quanto essi sono disposti a frenare le proprie emissioni. Se il termine è questo è improbabile che i vari Paesi scoprano le carte a New York la prossima settimana.

Il 21 settembre ci sarà una manifestazione, certamente grande, convocata da Ban ki-moon con Leonardo di Caprio, cui lui stesso parteciperà contro ogni protocollo. altre ce ne saranno nel resto del mondo. Ci saranno le imprese, i gruppi ambientalisti e la popolazione in una nuove alleanza che dovrebbe creare un ambiente che può mettere più pressione sui governi per agire. Ban ha dichiarato: “L’azione sul cambiamento climatico è urgente. Più ritardiamo, più si pagherà in vite umane e in denaro. Il vertice sul clima che sto convocando ha due obiettivi: mobilitare la volontà politica per un accordo universale e significativo del clima il prossimo anno a Parigi; e in secondo luogo suscitare impegni e misure ambiziose per ridurre le emissioni. Prevediamo un'affluenza impressionante dei leader di governo, delle imprese, della finanza e della società civile. Da tutti ci aspettiamo impegni significativi e progressi".

L'ultima volta che Ban ha convocato un vertice come questo è stata prima della conferenza sul clima di Copenaghen del 2009, che è stato un disastro diplomatico, con gli ultimi giorni segnati da caos e recriminazioni. La speranza delle Nazioni Unite è che far incontrare i leader in una serie di incontri privati permetterà loro di assumere più liberamente nuovi impegni, necessari dal momento che gli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni si esauriscono nel 2020.

E la Cina? Zou Ji, vice direttore di un think tank che lavora per il governo cinese in materia di politica climatica, ha detto ai giornalisti che Pechino non specificherà obiettivi per l'accordo sul clima - in corso di negoziato separatamente dal summit - fino alla prima metà del prossimo anno. Xie Zhenhua, funzionario responsabile per il cambiamento climatico, ha segnalato nuovi impegni di lotta al cambiamento climatico in vista del Summit, dicendo che la Cina potrebbe presentare "alcune azioni positive".

La fondazione per  lo sviluppo sostenibile produrrà il resoconto puntuale sul Summit di New York del 23 settembre e tutta la documentazione dell'evento nella pagina http://www.comitatoscientifico.org/temi%20CG/clima/index.htm

 

La manifestazione per il clima del 21 settembre 2014 a Roma

 

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Novembre 2014: I giganti si muovono in vista di Parigi 2015. Stati Uniti - Cina: Dichiarazione congiunta sul cambiamento climatico

I due giganti finalmente si muovono. La stessa Fondazione per lo Sviluppo sostenibile dichiarò a valle di Copenhagen che non si sarebbero fatti passi avanti nella trattativa globale senza un accordo tra Cina e Stati Uniti.

A Pechino, il 12 Novembre gli Stati Uniti e la Cina hanno presentato, con dichiarazione pubblica dei due Presidenti Obama e Xi, un accordo segretamente negoziato per ridurre il loro emissioni di gas a effetto serra, con la Cina che accetta per la prima volta di limitare le emissioni e gli Stati Uniti di impegnarsi in riduzioni profonde entro il 2025. Gli impegni di questo accordo forniscono, secondo il Guardian, una spinta importante agli sforzi internazionali per raggiungere un accordo globale sulla riduzione delle emissioni dopo il 2020 in vista della Conferenza delle Nazioni Unite a Parigi a fine 2015.

La Cina, il più grande emettitore di gas serra nel mondo, ha deciso di invertire la crescita delle sue emissioni nel 2030 o prima, se possibile. In precedenza la Cina si era sempre e solo impegnata a ridurre il rapido tasso di crescita delle proprie emissioni. Ora ha anche promesso di incrementare l'uso di energia da fonti a emissioni zero al 20% entro il 2030.

Gli Stati Uniti si sono impegnati a ridurre le proprie emissioni del 26-28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025.

L'Unione europea, ricordiamo (> consulta la documentazione) ha già approvato, il 23 Novembre, un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40% rispetto al 1990 entro il 2030, vincolante per i suoi paesi membri.

Gli Stati Uniti emettevano nel 2005 un totale di 6197,4 MtCO2. Circa il  massimo, oltre il quale si osserva l’inversione. L’impegno assunto in Cina stabilisce un percorso che nel 2020 porterebbe gli USA entro il 2025 a 4462,1 MtCO2. Ci sembra opportuno ricordare che gli US sottoscrissero nel 1997 a Kyoto, senza poi ratificarlo, un impegno di riduzione del 6% rispetto al 1990 che li avrebbe portati tra il 2008 e il 2012 (in media) a 5065,4 MtCO2, rispetto alle emissioni del 1990 pari a 5388.7 MtCO2 (4748,5 dagli usi finali, fonte US EPA).  

Viceversa le emissioni registrate nel 2011 dagli US sono pari a 5797,3 MtCO2. Un semplice calcolo lineare ci dice che gli Stati Uniti, se avessero ratificato il Protocollo di Kyoto, e se avessero proseguito la mitigazione con lo stesso ritmo, avrebbero raggiunto nel 2020 le 4935,1 MtCO2 e nel 2025 le 4862.8 MtCO2. Il nuovo impegno US al 2025 è dunque ben più impegnativo di Kyoto, anche se ancora decisamente inferiore a quello europeo, rappresentando una riduzione delle emissioni del 17% su base 1990 al 2025.

Eseguendo il calcolo in termini di convergenza nelle emissioni pro-capite, ricordando che gli US nel 2011, secondo EU EC JRC,  sono a 17,3 tCO2 (17,6 tCO2 in media 2010-2014, fonte World Bank)e la Cina a 7,7 tCO2 (6,2 in  media 2010-2014), a popolazione crescente al ritmo degli ultimi 50 anni .- il 3%-, avremmo per il cittadino US una emissione annuale di 11 tCO2 nel 2025.: un calo importante anche se non in linea con una ipotesi di convergenza in pro capite al 2050 verso un valore inferiore a 3 t pro capite.

Volendo fare i calcoli sulle emissioni complessive di gas serra secondo UNFCCC, nel 1990 USA emetteva 6219 MtCO2eq, nel 2005  erano 7228, nel 2011 (ultimo dato) 6716 MtCO2eq. Il target sottoscritto a Kyoto dagli US, nella media 2008-2012 era pari a 5.846 MtCO2eq. Il target al 2020 già deciso era 5999 MtCO2eq. La proposta attuale di -27% rispetto al 2005 al 2025 corrisponde a 5276, pari al -15% su base 1990.

Il testo del pronunciamento (informale per gli Stati Uniti in assenza di un pronunciamento del Congresso - > leggi il testo completo) è stato reso pubblico dalla casa Bianca. Lo riportiamo di seguito nei punti essenziali in lingua originale, data la delicatezza dell’argomento.

 “1.     The United States of America and the People’s Republic of China have a critical role to play in combating global climate change, one of the greatest threats facing humanity. The seriousness of the challenge calls upon the two sides to work constructively together for the common good.

2.     To this end, President Barack Obama and President Xi Jinping reaffirmed the importance of strengthening bilateral cooperation on climate change and will work together, and with other countries, to adopt a protocol, another legal instrument or an agreed outcome with legal force under the Convention applicable to all Parties at the United Nations Climate Conference in Paris in 2015. They are committed to reaching an ambitious 2015 agreement that reflects the principle of common but differentiated responsibilities and respective capabilities, in light of different national circumstances.

3.     Today, the Presidents of the United States and China announced their respective post-2020 actions on climate change, recognizing that these actions are part of the longer range effort to transition to low-carbon economies, mindful of the global temperature goal of 2 °C. The United States intends to achieve an economy-wide target of reducing its emissions by 26%-28% below its 2005 level in 2025 and to make best efforts to reduce its emissions by 28%. China intends to achieve the peaking of CO2 emissions around 2030 and to make best efforts to peak early and intends to increase the share of non-fossil fuels in primary energy consumption to around 20% by 2030. Both sides intend to continue to work to increase ambition over time.

4.     The United States and China hope that by announcing these targets now, they can inject momentum into the global climate negotiations and inspire other countries to join in coming forward with ambitious actions as soon as possible, preferably by the first quarter of 2015. The two Presidents resolved to work closely together over the next year to address major impediments to reaching a successful global climate agreement in Paris.”

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