Aggiornamento 21-set-2021

Ottimizzato per Google Chrome

 

 

Comitato Scientifico     Comitato di redazione       I link      Rapporti 

Sviluppo sostenibile                        Storia e tendenze                     La Green economy                  L'Agenda 2030                 Bibliografia

cambiamenti globali                     Clima           Energia          Trasporti          Territorio
    INDICATORI e metodologie                           OLTRE IL PIL

 

Global sustainability offers the only viable path to human safety, equity, health, and progress. Humanity is waking up late to the challenges and opportunities of active planetary stewardship. But we are waking up. Long-term, scientifically based decision-making is always at a disadvantage in the contest with the needs of the present. Politicians and scientists must work together to bridge the divide between expert evidence, short-term politics, and the survival of all life on this planet in the Anthropocene epoch. The long-term potential of humanity depends upon our ability today to value our common future. Ultimately, this means valuing the resilience of societies and the resilience of Earth’s biosphere

Our Planet, Our Future. Nobel Prize Laureates and Other Experts Issue Urgent Call for Action. April 29, 2021

 

 

CHI SIAMO

Il Comitato Scientifico della Fondazione

per lo Sviluppo sostenibile

Il Comitato di redazione

 

DOVE SIAMO

 

I LINK

Tutti i link del Comitato

La Fondazione per lo sviluppo sostenibile

L'Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile

Gli Stati generali della green economy

 

I TEMI

Sviluppo sostenibile 

Storia e tendenze

La Green economy

L'Agenda 2030

La bibliografia

Cambiamenti globali

Clima

Energia

Trasporti

Territorio

Dati statistici e metodologie

Indice ISSI

BES

Crescita e PIL

Emissioni GHG

 

GLI Archivi

Rapporti  

Editoriali 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COMITATO SCIENTIFICO

DELLA FONDAZIONE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Lo sviluppo sostenibile in Italia e nel mondo

 

CLIMA

20 settembre 2021. Mario Draghi: parole chiare sui cambiamenti climatici alle Nazioni Unite. Dissipato il polverone sollevato in Italia nei giorni scorsi, anche per incaute dichiarazioni di membri del suo governo

"Il Panel intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ci ha detto tre cose: che la nostra azione dovrebbe essere immediata, rapida, su larga scala. E se non intraprendiamo questa azione per ridurre le emissioni di gas serra, non saremo in grado di limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi. D’altra parte, vediamo che questo è già in atto, perché assistiamo a eventi meteorologici estremi che negli ultimi mesi sono stati un doloroso promemoria degli impatti del cambiamento climatico. Quindi, questo richiede anche un’azione immediata sull’adattamento. È anche vero che stiamo ancora lottando con la pandemia, ma questa è un’emergenza altrettanto – e forse anche maggiore – e non dovremmo assolutamente diminuire la nostra determinazione ad affrontare il cambiamento climatico.

Molti Paesi – come l’Italia – hanno deciso di mettere al centro dei piani di ripresa e resilienza un modello di crescita più verde e inclusivo. Tuttavia, sappiamo già che occorre fare di più. Sono certamente un convinto sostenitore del ruolo guida dell’Unione europea nella lotta ai cambiamenti climatici. Siamo determinati a mettere l’UE sulla buona strada per una riduzione del 55% delle emissioni di carbonio entro il 2030 e l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050. Ma l’Unione Europea rappresenta oggi solo l’8% delle emissioni globali. Recenti studi mostrano la profonda interconnessione tra produzione di energia, emissioni di gas serra e cambiamento climatico. Quindi, dovremmo convincere le persone e i paesi di tutto il mondo che accelerare la transizione energetica ha dei costi, ma produce anche grandi benefici. Soprattutto nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo, il ritmo dei flussi di investimento verso l’energia pulita è fondamentale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Le misure attuali sono insufficienti per impedire che le emissioni globali di energia tornino ai livelli del 2019 entro il 2022 e continuino a salire dopo il 2023. Tutto questo è chiaro: siamo lontani dalla traiettoria necessaria per raggiungere lo zero netto entro il 2050.

La sfida è evidente: il raggiungimento di una transizione verso l’energia pulita dipende dalla fornitura di un accesso pulito all’elettricità a circa 785 milioni di persone entro il 2030 e da una cucina pulita ai 2,6 miliardi di persone che ancora non vi hanno accesso. Siamo tutti tenuti a fissare non solo obiettivi coerenti a lungo termine, ma anche ad allineare azioni concrete a breve termine. Ad esempio, dovremo rafforzare i nostri sforzi comuni per accelerare l’eliminazione graduale del carbone senza sosta sia a livello nazionale che internazionale. E dobbiamo davvero prendere il destino nelle nostre mani su questo punto. Inoltre, gli investimenti pubblici finalizzati alla ricerca e sviluppo devono diventare prioritari per aree critiche come l’elettrificazione, l’idrogeno, la bioenergia e la cattura, l’uso e lo stoccaggio del carbonio, che oggi ricevono solo un terzo circa dei finanziamenti pubblici.

Allo stesso tempo, il Carbon pricing potrebbe essere uno degli strumenti per accelerare la transizione verde. Il prossimo vertice del G20 a Roma e la COP26 a Glasgow sono un’occasione imperdibile per rispondere a queste sfide e dimostrare la nostra determinazione collettiva. In qualità di Presidenza del G20 e partner del Regno Unito nella COP26, l’Italia sta facendo del suo meglio per promuovere la necessaria fiducia a livello multilaterale su questi temi. Ci impegniamo a fissare obiettivi ambiziosi e lungimiranti attraverso i tre pilastri principali dell’Accordo di Parigi: mitigazione, adattamento e finanza. C’è una grande aspettativa da parte delle giovani generazioni sulla nostra leadership. Il nostro successo si misurerà sulla nostra capacità di rispondere alla chiamata da parte loro con azioni ambiziose. Tra pochi giorni diverse centinaia di giovani si riuniranno a Milano e contribuiranno alla discussione sulle priorità dell’azione per il clima. Questo evento (si chiama Youth4Climate) sarà tenuto con il Pre-COP che aprirà la strada a Glasgow.

Finanziare la transizione è fondamentale e dobbiamo rispettare l’impegno di 100 miliardi di dollari. Ma allo stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli che le risorse pubbliche da sole non possono sostenere l’intero costo della transizione. Altrettanto fondamentale è la mobilitazione del settore privato. Le autorità pubbliche, attraverso investimenti mirati e politiche abilitanti, possono creare le condizioni per sbloccare gli investimenti privati. Ora, il G20 ha istituito il Gruppo di lavoro sulla finanza sostenibile, con l’obiettivo di formare una visione comune di alto livello e lungimirante sull’aumento della finanza sostenibile che supporti gli obiettivi dell’Agenda 2030. Il G20 sta anche facendo importanti progressi nel coordinamento delle strategie di transizione verde, che dovrebbero includere l’aumento degli investimenti in infrastrutture sostenibili e tecnologie innovative per la decarbonizzazione. Quindi, l’Italia giocherà la sua giusta parte. Siamo pronti ad annunciare un nuovo impegno finanziario sul clima nelle prossime settimane".

TORNA SU

 

ENERGIA 06 settembre 2021. Rapido dietro-front del Ministro della transizione ecologica sul nucleare da fissione

 

 

Va a momenti, ma il Ministro Cingolani non riesce a dare conferme convincenti sul suo impegno personale nella transizione che, secondo il Green Deal Europeo, ci deve portare alla decarbonizzazione entro il 2050. Prima di andare a Cernobbio, davanti a una platea di un partito politico di centro-destra, ha accusato gli ambientalisti di essere radical chic e sciagura peggiore del cambiamento climatico. Un affondo alla Chicco Testa, che nessun ministro prima di lui aveva azzardato. Non osiamo pensare al disvelamento del suo pensiero su Greta e i Fridays for future e tutti gli altri che si danno da fare nel mondo. Già, lo scienziato è lui. Ma di quale scienza, dato che ce ne sono tante e quelle che a lui servirebbero sembra averle piuttosto orecchiate. Scivoloni ne ha fatti tanti, dalla affermazione che la transizione sarebbe non il progresso prossimo venturo, ma lacrime e sangue, alla professione di fede nel nucleare da fusione, fuori tempo rispetto agli obiettivi climatici di Parigi, dal rimpallo del nucleare da fissione, respinto in Italia da ben due referendum plebiscitari, che si rilancerebbe con una IV generazione inesistente, parente prossima dei reattorini dei sommergibili atomici, al gas naturale che lui, assieme all'ENI, vorrebbe come chiave della transizione, laddove in Italia il fossile energetico e civile è già adesso tutto gas. per non parlar delle sue bizzarre opinioni sullo sviluppo delle batterie per la mobilità elettrica e le smart grid. Se preso per il suo verso, con interviste e uscite varie sui media, il Ministro appare per lo più garbato, ma ripete una lezioncina imparaticcia senza enfasi nè convinzione nè impegno personale. Mai un riferimento, chessò, ai lavori del IPCC. alle prese di posizione dei grandi della terra. Forse Papa Francesco non è abbastanza scienziato. E Sir Nicholas Stern? E Johan Rockström? E Jeffrey Sachs? E Angela Merkel? E Edo Ronchi? E ... e ...

Poi, come se niente fosse, si rimangia tutto (Sky TG 24).

Tutto sommato le reazioni di quelli che lui ha definito radical-chic sono contenute nei toni e nella sostanza. Giusto perché polemiche inappropriate nuocerebbero all'impegno di tutti. Che non cambierà a differenza del Ministro. Leggete il Manifesto, Huffington Post, Rinnovabili.it, Massimo Scalia1 e 2 su Italia Libera, Greenpeace Italia, il WWF, Legambiente Qualenergia, la Sinistra Quotidiana, Ancora fischia il vento la CEI (in figura il cardinal Bassetti, presidente, a Perugia),  la stessa ENEL con il suo AD Starace.

Parce sepulto!

TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE

23 giugno 2021. Risposta "piatta" della Commissione europea ai PNRR dei paesi membri

 

In aperto e perfino imbarazzante contrasto con quanto elaborato dal Green Recovery Tracker dell'Istituto tedesco Wuppertal e dal gruppo ambientalista E3G, che noi documentiamo in questa stessa pagina, la Commissione della Von der Leyen ha piattamente approvato a voti quasi pieni tutti i PNRR finora presentati, compreso, ciò che più conta, il nostro.

A suggellare la promozione ad ottimi voti della roadmap che sosterrà l'economia italiana post lockdown, tutte A e una B alla voce costi, è stato l'incontro ufficiale di oggi a Cinecittà.  La dotazione massima già concordata per il Next Generation EU copre un totale di 312,5 miliardi destinati e sovvenzioni ai paesi dell'UE è un totale di 360 miliardi di euro in prestiti. Il prefinanziamento prevede un importo fino al 13% disponibile nel 2021.

Per la duplice transizione L'Italia ha proposto di stanziare 12,1 miliardi di euro per l'efficientamento energetico degli edifici residenziali, 32,1 miliardi per la mobilità sostenibile e 13,4 per la digitalizzazione delle imprese. Gli aiuti saranno accompagnati da riforme da attuarsi entro la metà del 2026. I pagamenti rateali sono corrisposti al raggiungimento di traguardi e obiettivi su cui l'Italia riferirà due volte l'anno nel quadro del semestre europeo così come tutti gli stati membri. Il piano italiano risulta essere un contributo adeguato ai 6 pilastri indicati da Bruxelles e illustrati anche nelle raccomandazioni specifiche erga omnes. Gli obiettivi climatici sono il 37% delle risorse consone a supportare la transizione. Idem per la trasformazione digitale a cui vai a 20%. Il piano offre un giusto equilibrio tra riforme e investimenti e sarà soggetto ad un audit sulla distribuzione dei fondi ai progetti per il rilancio e ad un sistema di controllo che garantisca la tutela degli interessi finanziari dell'Unione. Dalla valutazione della commissione emerge che il 25% della dotazione complessiva del PNRR Italia è destinata a misure che favoriscono transizione digitale, tra cui gli investimenti nella digitalizzazione delle imprese, nell'ampliamento della rete ultraveloce a banda larga e della connettività 5G. Altre risorse vanno poi a tradizionali settori della pubblica amministrazione, della sanità, della giustizia, dell'istruzione. Il piano comprende misure volte aumentare la sostenibilità delle finanze pubbliche, a rendere più efficaci le politiche attive del Mercato del Lavoro e a migliorare i risultati scolastici. Ci si attende inoltre che il piano stimolerà gli investimenti al fine di ridurre le disparità regionali, migliorare il tessuto imprenditoriale ed eliminare gli ostacoli alla concorrenza. Il PNRR include anche gli investimenti per finanziare un programma di ristrutturazioni su larga scala per l'efficienza energetica in edilizia (110%), nonché interventi sull'uso delle rinnovabili compreso idrogeno blu (?) e verde. Dedica inoltre un'attenzione particolare  alla riduzione delle emissioni di gas serra nei trasporti,  come nei progetti delle infrastrutture ferroviarie.

Questi i commenti ufficiali all'atto dell'approvazione del Piano.

TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE

13 giugno 2021. Il comunicato finale del G7 in Cornovaglia sulla questione climatica

INTRO ... Proteggere il nostro pianeta promuovendo una rivoluzione green che crea posti di lavoro, riduce le emissioni e cerca di limitare l'aumento delle temperature globali a 1,5 °C. Ci impegniamo ad emissioni zero nette entro il 2050, dimezzando le nostre emissioni collettive nel corso dei due decenni (?) fino al 2030, ad aumentare e migliorare i finanziamenti per il clima fino al 2025, e conservare o proteggere almeno il 30% della nostra terra e degli oceani entro il 2030. Riconosciamo il nostro dovere di salvaguardare il pianeta per le generazioni future.

CLIMA E AMBIENTE

37. Le crisi interdipendenti e senza precedenti del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità rappresentano una minaccia esistenziale per le persone, la prosperità, la sicurezza e la natura. Attraverso un'azione globale e una leadership concertata, il 2021 dovrebbe essere un punto di svolta per il nostro pianeta mentre ci impegniamo per una transizione green che riduca le emissioni, aumenti l'azione di adattamento in tutto il mondo, fermi e inverta la perdita di biodiversità e, attraverso la politica e la trasformazione tecnologica, crei nuovi prodotti di alta qualità, posti di lavoro e aumenti la prosperità e il benessere. In vista della 15° Conferenza delle parti della Convenzione sulla diversità biologica (CBD COP15), della 26° Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC COP26) e della 15° sessione della Conferenza delle parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (CCD COP15), ci impegniamo ad accelerare gli sforzi per ridurre le emissioni di gas serra e mantenerci alla portata della soglia del riscaldamento globale di 1,5°C, a rafforzare l'adattamento e la resilienza per proteggere le persone dagli impatti dei cambiamenti climatici, ad arrestare e invertire la perdita di biodiversità, mobilitare finanziamenti e fare leva sull'innovazione per raggiungere questi obiettivi. Accogliamo con favore e incoraggiamo le imprese, la società civile e gli impegni regionali per il clima globale e la biodiversità attraverso obiettivi basati sulla scienza, tra cui le campagne Race to Resilience e Race to Zero. Insieme accogliamo con favore il ruolo attivo e la partecipazione delle comunità vulnerabili, dei gruppi sottorappresentati e lavoreremo per raggiungere l'uguaglianza, compresa l'uguaglianza di genere, nel settore climatico e ambientale. Continueremo i nostri sforzi per portare avanti la campagna Equal by 30 per l'uguaglianza di genere nel settore energetico.

38. Come membri del G7, riaffermiamo tutti il ​​nostro impegno nei confronti dell'Accordo di Parigi e nel rafforzamento e nell'accelerazione della sua attuazione attraverso solide politiche e misure nazionali e una maggiore cooperazione internazionale. A tal fine, ci impegniamo collettivamente in sforzi ambiziosi e accelerati per raggiungere le emissioni zero nette di gas a effetto serra il prima possibile e al più tardi entro il 2050, riconoscendo l'importanza di azioni significative in questo decennio. In linea con questo obiettivo, ciascuno di noi si è impegnato ad aumentare gli obiettivi per il 2030 e, ove non già fatto, a presentare contributi allineati a livello nazionale (NDC) il prima possibile, prima della COP26, che ridurrà le nostre emissioni collettive di circa la metà rispetto a 2010 o più della metà rispetto al 2005. Ci impegniamo inoltre a presentare strategie a lungo termine (LTS) 2050 alla COP26 e ad aggiornarle regolarmente secondo necessità in linea con l'accordo di Parigi per riflettere gli ultimi progressi scientifici, tecnologici e gli sviluppi del mercato. Riconoscendo l'importanza dell'adattamento nella nostra pianificazione nazionale, ci impegniamo anche a presentare comunicazioni di adattamento il prima possibile e, se possibile, entro la COP26. Nell'adempiere a questi impegni, continueremo ad aumentare i nostri sforzi per mantenere a portata di mano un limite di aumento della temperatura di 1,5°C e tracciare un percorso del G7 verso economie Net Zero. Invitiamo tutti i paesi, in particolare le principali economie emittenti, a unirsi a noi in questi obiettivi come parte di uno sforzo globale, intensificando i loro impegni per riflettere la massima ambizione e trasparenza possibile sull'attuazione nell'ambito dell'accordo di Parigi. Rileviamo inoltre il valore di sostenere iniziative internazionali come il Programma internazionale di azione sul meccanismo per il clima (IPAC) dell'OCSE.

39. Per essere credibili, le ambizioni devono essere sostenute da azioni tangibili in tutti i settori delle nostre economie e società. Guideremo una transizione tecnologica verso Net Zero, supportata da politiche pertinenti, prendendo atto della chiara tabella di marcia fornita dall'Agenzia internazionale per l'energia e dando priorità ai settori e alle attività più urgenti e inquinanti.

Nei nostri settori energetici, aumenteremo l'efficienza energetica, accelereremo la diffusione delle energie rinnovabili e di altre tecnologie ad emissioni zero, ridurremo gli sprechi, sfrutteremo l'innovazione, il tutto mantenendo la sicurezza energetica. A livello nazionale, ci impegniamo a realizzare un sistema energetico definitivamente decarbonizzato negli anni 2030 e ad azioni per accelerarlo. A livello internazionale, ci impegniamo ad allineare i finanziamenti internazionali ufficiali con il raggiungimento globale di emissioni nette di gas serra pari a zero entro il 2050 e per una profonda riduzione delle emissioni negli anni '20. Elimineremo gradualmente ogni nuovo sostegno diretto internazionale dei governi all'energia da combustibili fossili ad alta intensità di carbonio il prima possibile, con eccezioni limitate, coerenti con un ambizioso percorso di neutralità climatica, con l'accordo di Parigi, l'obiettivo di 1,5 °C e la migliore scienza disponibile. Per essere credibili, le ambizioni devono essere sostenute da azioni tangibili in tutti i settori delle nostre economie e società. Guideremo una transizione tecnologica verso Net Zero, prendendo atto della chiara tabella di marcia fornita dall'Agenzia internazionale dell'energia e dando priorità ai settori e alle attività più urgenti e inquinanti.

Riconoscendo che la produzione di energia dal carbone è la principale causa di emissioni di gas serra, e coerentemente con questo approccio generale e i nostri NDC rafforzati, a livello nazionale ci siamo impegnati a sviluppare rapidamente tecnologie e politiche che accelerino ulteriormente la transizione dall'uso del carbone senza sosta, coerentemente con i nostri NDC 2030 e con gli impegni net zero. Questa transizione deve andare di pari passo con le politiche e il sostegno per una transizione giusta per i lavoratori e i settori interessati, in modo che nessuna persona, gruppo o regione geografica venga lasciata indietro. Per accelerare la transizione internazionale dal carbone, riconoscendo che continuare senza sosta ad investire nel mondo nella produzione di energia dal carbone  è incompatibile con il mantenimento dell'obiettivo degli 1,5°C, sottolineiamo che gli investimenti internazionali nel carbone devono fermarsi ora e ci impegniamo da ora a porre fine ai nuovi sostegni diretti dei governi alla produzione internazionale di energia termica da carbone entro la fine del 2021, anche attraverso l'assistenza ufficiale allo sviluppo, il finanziamento delle esportazioni, gli investimenti e il sostegno finanziario e la promozione commerciale. Questa transizione deve essere integrata anche da un sostegno per realizzarla, compreso il coordinamento attraverso il Consiglio per la transizione energetica. Accogliamo con favore il lavoro dei fondi di investimento per il clima (CIF) e i donatori prevedono di impegnare fino a $ 2 miliardi nel prossimo anno per i loro programmi Accelerating the Coal Transition e Integrating Renewable Energy. Queste risorse agevolate dovrebbero mobilitare fino a 10 miliardi di dollari in cofinanziamenti, anche dal settore privato, per sostenere la diffusione delle energie rinnovabili nelle economie in via di sviluppo ed emergenti. Chiediamo ad altre grandi economie di adottare tali impegni e di unirsi a noi nell'eliminazione graduale delle fonti energetiche più inquinanti e nell'aumento degli investimenti nella tecnologia e nelle infrastrutture per facilitare la transizione pulita e green. Più in generale, riaffermiamo il nostro impegno per eliminare i sussidi inefficienti ai combustibili fossili entro il 2025 e invitiamo tutti i paesi ad unirsi a noi, riconoscendo la sostanziale risorsa finanziaria che questo potrebbe sbloccare a livello globale per sostenere la transizione e la necessità di impegnarsi per una tempistica chiara.

Nei settori dei trasporti, ci impegniamo per una mobilità sostenibile e decarbonizzata e per potenziare le tecnologie dei veicoli a emissioni zero, inclusi autobus, treni, navi e aerei. Riconosciamo che ciò richiederà un drastico aumento del ritmo della decarbonizzazione globale del settore del trasporto su strada per tutti gli anni 2020 e oltre. Ciò include il sostegno per accelerare l'implementazione delle infrastrutture necessarie, come le infrastrutture di ricarica e rifornimento e il miglioramento dell'offerta di modalità di trasporto più sostenibili, compresi il trasporto pubblico, la mobilità condivisa, la bicicletta e il camminare. Ci impegniamo ad accelerare l'abbandono delle vendite di auto nuove diesel e benzina per promuovere l'adozione di veicoli a emissioni zero.

Nei settori industriali e di innovazione agiremo per decarbonizzare aree come ferro e acciaio, cemento, prodotti chimici e petrolchimici, al fine di raggiungere emissioni nette pari a zero in tutta l'economia. A tal fine, sfrutteremo i nostri punti di forza collettivi nella scienza, nell'innovazione tecnologica, nella progettazione delle politiche, nel finanziamento e nella regolamentazione, anche attraverso il lancio dell'Agenda di decarbonizzazione industriale del G7 per integrare, supportare e amplificare l'ambizione delle iniziative esistenti. Ciò include ulteriori azioni in materia di appalti pubblici, standard e sforzi industriali per definire e stimolare la domanda di prodotti green e migliorare l'efficienza energetica e delle risorse nell'industria. Ci concentreremo sull'accelerazione dei progressi in materia di elettrificazione e batterie, idrogeno, cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio, trasporto aereo e marittimo a emissioni zero e, per quei paesi che scelgono di utilizzarla, l'energia nucleare. Sosteniamo quindi pienamente l'avvio della seconda fase di Mission Innovation e della terza fase ministeriale sull'energia pulita.

Nelle case e negli edifici, e anche nell'industria, riconosciamo la necessità di un urgente cambiamento di passo nella diffusione del riscaldamento e del raffreddamento rinnovabili e nella riduzione della domanda di energia. Ciò integra i cambiamenti richiesti nella progettazione degli edifici, nei materiali sostenibili e nelle ristrutturazioni. Pertanto, accogliamo con favore l'obiettivo dell'iniziativa Super-Efficient Equipment and Appliance Deployment (SEAD) di raddoppiare l'efficienza dei sistemi di illuminazione, raffreddamento, refrigerazione e motore venduti a livello globale entro il 2030.

Nei settori agricolo, forestale e in altri settori dell'uso del suolo, ci impegniamo a garantire che le nostre politiche incoraggino la produzione sostenibile, la protezione, la conservazione e la rigenerazione degli ecosistemi e il sequestro del carbonio. Accogliamo con favore l'opportunità di discutere questi temi al COP26 Transition to Sustainable Agriculture Policy Dialogue e al Summit delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari a settembre.

40. Raggiungere le nostre ambizioni collettive di una ripresa globale verde e resiliente offre la più grande opportunità economica del nostro tempo per aumentare il reddito, l'innovazione, l'occupazione, la produttività e la crescita, accelerando anche l'azione per affrontare la minaccia esistenziale del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Per colmare il divario tra i fondi necessari e i flussi finanziari effettivi è necessario mobilitare e allineare finanziamenti e investimenti su larga scala verso le tecnologie, le infrastrutture, gli ecosistemi, le imprese, i posti di lavoro e le economie che sosterranno un futuro resiliente a zero emissioni che non lasci indietro nessuno. Ciò include la distribuzione e l'allineamento di tutte le fonti di finanziamento: pubbliche e private, nazionali e multilaterali. Riconosciamo le particolari sfide che il finanziamento della transizione verso un'economia netta zero pone per i paesi in via di sviluppo e sosteniamo i nostri impegni bilaterali e multilaterali a sostegno di questi partner, nel contesto di sforzi di decarbonizzazione significativi e trasparenti. Riaffermiamo l'obiettivo collettivo dei paesi sviluppati di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all'anno da fonti pubbliche e private, fino al 2025, nel contesto di azioni di mitigazione significative e trasparenza sull'attuazione. A tal fine, ci impegniamo ad aumentare e migliorare i nostri contributi finanziari pubblici internazionali globali per il clima per questo periodo e chiediamo ad altri paesi sviluppati di unirsi e migliorare i loro contributi a questo sforzo. Accogliamo con favore gli impegni già assunti da alcuni membri del G7 per aumentare i finanziamenti per il clima e attendiamo con impazienza nuovi impegni da parte di altri ben prima della COP26 di Glasgow. Questo aumento della quantità e della prevedibilità è integrato da una migliore efficacia e accessibilità e include maggiori finanziamenti che contribuiscono all'adattamento e alla resilienza, al rischio di catastrofi e alle assicurazioni, nonché il sostegno alla natura e alle soluzioni basate sulla natura. Ci impegniamo a rafforzare ulteriormente le sinergie tra i finanziamenti per il clima e la biodiversità e a promuovere finanziamenti che abbiano benefici congiunti per il clima e la natura e stiamo lavorando intensamente per aumentare la quantità di finanziamenti per la natura e soluzioni basate sulla natura. Accogliamo con favore gli sforzi degli MDB per aumentare i loro finanziamenti per il clima e la natura, li esortiamo a mobilitare maggiori finanziamenti anche dal settore privato e invitiamo le istituzioni finanziarie per lo sviluppo (DFI), i fondi multilaterali, le banche pubbliche e le agenzie competenti a pubblicare prima della COP26 un piano e una data di alto livello entro cui tutte le loro operazioni saranno pienamente allineate e sosterranno gli obiettivi dell'Accordo di Parigi e degli accordi ambientali multilaterali che sosteniamo.

41. Sosteniamo inoltre la trasformazione in corso per mobilitare ulteriore capitale privato verso questi obiettivi, in particolare per supportare i paesi in via di sviluppo e i mercati emergenti nello sfruttare al meglio le opportunità nella transizione; mitigando e adattandosi ai cambiamenti climatici. Chiediamo agli MDB e ai nostri DFI di dare priorità a strategie, iniziative e incentivi di mobilitazione del capitale all'interno delle loro operazioni. Il G7 si impegna a sfruttare diversi tipi di veicoli finanziari misti, anche attraverso un maggiore approccio strategico al finanziamento dello sviluppo, una maggiore collaborazione tra i nostri DFI e gli  impegni pianificati verso CIF e Green Climate Fund, che mobiliteranno miliardi in più in finanziamenti privati. Incoraggiamo inoltre l'ulteriore sviluppo dei mercati finanziari del rischio di catastrofi. A tal fine, i membri del G7 hanno impegnato centinaia di milioni di nuovi finanziamenti per azioni tempestive, rischi di catastrofi e assicurazioni in linea con la InsuResilience Global Partnership e la Risk-Informed Early Action Partnership (REAP). Ci impegniamo a creare l'infrastruttura di mercato necessaria per la finanza privata per sostenere e incentivare la transizione net zero. Lo sviluppo del mercato globale della finanza green aiuterà a mobilitare i finanziamenti del settore privato e rafforzerà la politica dei governi per soddisfare i nostri impegni net zero. Sosteniamo la Glasgow Finance Alliance for Net Zero, lanciata di recente, e chiediamo una rapida e solida realizzazione dei loro impegni per ridurre le emissioni dell'economia reale. Sottolineiamo la necessità di rendere green il sistema finanziario globale in modo che le decisioni finanziarie tengano conto delle considerazioni sul clima. Sosteniamo il passaggio a informative finanziarie obbligatorie relative al clima che forniscano informazioni coerenti e utili per le decisioni per i partecipanti al mercato e che si basino sul quadro della Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD), in linea con i quadri normativi nazionali. Attendiamo anche con impazienza l'istituzione della Task force sulle informative finanziarie relative alla natura e le sue raccomandazioni. Queste iniziative aiuteranno a mobilitare i trilioni di dollari di finanziamenti del settore privato necessari e rafforzeranno la politica del governo per soddisfare i nostri impegni a zero. Riconosciamo il potenziale dei mercati  ad alta integrità di carbonio e dei prezzi del carbonio per promuovere riduzioni efficienti in termini di costi dei livelli di emissione, guidare l'innovazione e consentire una trasformazione a net zero, attraverso l'uso ottimale di una serie di leve politiche per misurare il carbonio. Sottolineiamo la loro importanza ai fini della definizione di una traiettoria equa ed efficiente dei prezzi del carbonio per accelerare la decarbonizzazione delle nostre economie, per raggiungere un percorso globale di emissioni nette pari a zero. In tutto questo, svilupperemo approcci di genere al finanziamento, agli investimenti e alle politiche per il clima e la natura, in modo che le donne e le ragazze possano partecipare pienamente alla futura green economy.

42. La perdita di biodiversità è una minaccia esistenziale intrinsecamente collegata, che si rafforza a vicenda ed è altrettanto importante per il nostro pianeta e la nostra gente che il cambiamento climatico. In questo contesto, riconosciamo come G7 il nostro impegno verso il declino della biodiversità e ci impegniamo a fare la nostra parte nel suo ripristino e conservazione. Sosteniamo un ambizioso quadro globale sulla biodiversità post-2020 che dovrà essere adottato dalle parti alla CBD COP15 che fissa obiettivi ambiziosi, rafforza l'attuazione e migliora la segnalazione e la revisione regolari. Riconosciamo la nostra responsabilità di sostenere il mondo nell'invertire la traiettoria della perdita di biodiversità e degli ambienti naturali che la supportano, oltre a garantire che l'impatto sulla natura sia pienamente preso in considerazione nel nostro processo decisionale politico.

43. A sostegno dei risultati positivi per la natura alla Convenzione sulla diversità biologica COP-15 a Kunming e alla COP26 di quest'anno, e prendendo atto del Leaders' Pledge for Nature lanciato alla 75a sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2020, adottiamo il G7 2030 Nature Compact a sostegno della missione globale di arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030. Il Nature Compact ci impegna ad agire attraverso quattro pilastri chiave:

In primo luogo, ci impegniamo a sostenere obiettivi globali di biodiversità ambiziosi ed efficaci, tra cui la conservazione o la protezione di almeno il 30% della terra globale e almeno il 30% dell'oceano globale entro il 2030. Contribuiremo conservando o proteggendo almeno il 30% della nostra terra, comprese le acque terrestri e interne, e le aree costiere e marine entro il 2030 con attenzione alle circostanze e agli approcci nazionali. Queste azioni aiuteranno ad arginare la crisi di estinzione, salvaguardare le risorse idriche e alimentari, assorbire l'inquinamento da carbonio e ridurre i rischi di future pandemie. Sosteniamo inoltre pienamente l'impegno della Commissione per la conservazione delle risorse biologiche dell'Antartico (CCAMLR) a sviluppare un sistema rappresentativo di aree marine protette (AMP) nell'area della Convenzione nell'Oceano Antartico sulla base delle migliori prove scientifiche disponibili.

In secondo luogo, sosterremo la transizione verso la gestione e l'uso sostenibili delle risorse naturali e utilizzeremo leve appropriate per affrontare le attività non sostenibili e illegali che hanno un impatto negativo sulla natura e quindi sui mezzi di sussistenza. Ciò include l'intensificazione dell'azione per affrontare i crescenti livelli di inquinamento da plastica nell'oceano, compreso il lavoro attraverso l'Assemblea delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEA) su opzioni tra cui il rafforzamento degli strumenti esistenti e un potenziale nuovo accordo o altro strumento per affrontare i rifiuti di plastica marini, anche presso l'UNEA- 5.2.

In terzo luogo, lavoreremo intensamente per aumentare gli investimenti nella protezione, conservazione e ripristino della natura, compreso l'impegno ad aumentare i finanziamenti per le soluzioni basate sulla natura fino al 2025, massimizzando le sinergie dei finanziamenti per il clima e la biodiversità e garantendo il rilievo della natura sia nella politica che nell'economia il processo decisionale.

Infine, daremo priorità al rafforzamento della responsabilità e ai meccanismi di attuazione degli accordi ambientali multilaterali di cui siamo parti. Attueremo il patto e rivedremo regolarmente i nostri progressi rispetto ad esso attraverso i meccanismi G7 esistenti, anche al vertice dei leader del G7 tra cinque anni, quando esamineremo le opzioni per aumentare la nostra azione e ambizione, se necessario, per garantire la realizzazione della nostra visione 2030. I membri del G7 che fanno parte della CBD sosterranno anche l'attuazione di successo del quadro globale sulla biodiversità post-2020 da concordare alla COP15.

TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE

3 giugno 2021. Il Wuppertal e il E3G pubblicano le analisi degli effetti ambientali dei PNRR dei vari paesi. L'Italia, il paese più dotato di contributi, è il fanalino di coda

Il Primo Ministro Draghi ha presentato il Piano italiano di Recupero e Resilienza (PNRR) definitivo il 27 aprile 2021. Il piano attinge a un totale di 235 Mld€, di cui 191,5 provenienti dal NGEU (sovvenzioni 68,9 miliardi di euro, i prestiti rimanenti), 13 dal Fondo UE REACT e 30,6 da un fondo complementare che utilizza fonti di finanziamento nazionali. Nel complesso, per l'Italia, le misure di risanamento sono inferiori al potenziale di transizione green dei fondi di risanamento disponibili. L'analisi del Green Recovery Tracker identifica le seguenti quote di spesa:

Dal rosso al verde la qualità ecologica min-max degli investimenti

 

Mentre il piano prevede investimenti in misura rilevante per la transizione green, vi è un significativo squilibrio nell'allocazione dei fondi tra settori e attività. Molti degli investimenti green del piano possono solo determinare uno spostamento minimo verso un'economia climaticamente neutra e sembrano piuttosto insignificanti rispetto alle esigenze di una transizione verso un'economia decarbonizzata. In particolare, si evidenzia una mancanza di adeguato supporto per i pilastri essenziali per la transizione: l'espansione della generazione di energia elettrica rinnovabile, l'uso diretto dell'elettricità e la mobilità sostenibile a livello urbano.

l piano e le relative riforme favoriscono le procedure autorizzative per le infrastrutture del gas senza spingere l'elettrificazione nell'uso finale dell'energia. C'è anche il dato che una quota relativamente elevata dei fondi per il recupero sarà assegnata a progetti su, ad esempio, biometano e idrogeno, riconducibili al settore del gas. In alcuni casi, le attività del gas fossile  possono accedere direttamente alle risorse di recupero, ad esempio attraverso il supporto per le caldaie a gas negli investimenti per l'efficienza energetica o il sostegno agli autobus alimentati a gas, che creeranno un lock-in infrastrutturale che rallenterà la transizione climatica.

Il piano di rilancio dell'Italia  raggiunge una quota di spesa green del 16%, al di sotto del parametro di riferimento del 37% dell'UE. Allo stesso tempo, troviamo che il 26% (49,5 Mld€) potrebbe avere un impatto  positivo o negativo sulla transizione verde a seconda dell'attuazione delle misure attuate. Secondo il governo, il PNRR raggiungerebbe una quota di spesa per il clima del 40%. Nel valutare l'intero pacchetto di risanamento (compresi NGEU, REACT EU e Fondo complementare), l'Italia raggiunge una quota di spesa green del 13%. Inoltre, troviamo che, complessivamente, il 28% (66,7 Mld€) può avere un impatto positivo o negativo sulla transizione green a seconda dell'attuazione delle misure pertinenti.

Non vediamo una strategia globale per la transizione verde e nessun uso strategico dei fondi PNRR. Le risorse per le misure rilevanti per la transizione ecologica sono disperse in varie piccole componenti ed elementi, p. es. nelle misure di sostegno alle isole green o all'agrivoltaico, con pochi finanziamenti per la decarbonizzazione industriale o altre importanti aree della transizione, in particolare per quanto riguarda il greening della fornitura di energia elettrica e l'elettrificazione. Esistono, inoltre, significative misure di sostegno che possono finire per favorire il gas fossile, come gli investimenti in biometano e idrogeno, mentre manca una strategia per l'elettrificazione e un aumento della fornitura di energia elettrica rinnovabile. Nel complesso, nonostante le sue dimensioni, il prezzo consigliato non lo fa non forniscono un chiaro impulso alla transizione verso un'economia climaticamente neutra.

Lo scarso supporto per l'utilizzo diretto dell'elettricità, soprattutto nel settore dei trasporti, danneggia la lotta ai cambiamenti climatici.  Gli investimenti complessivi in ​​mobilità elettrica sono di appena 1,2 Mld€. Ci sono altre risorse destinate al trasporto pubblico nei comuni, ma non è chiaro che sosterranno la mobilità elettrica e c'è il rischio che questi fondi possano supportare veicoli a gas fossile. Notevolmente bassa la quota di investimenti in mobilità elettrica, con i finanziamenti dell'UE per la ripresa, rispetto agli altri paesi dell'UE.

Occorre prestare attenzione ai nessi tra il piano di rilancio e la politica climatica generale: il PNRR fissa arbitrariamente obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni al 51% entro il 2030, rispetto al 1990. Non è affatto l'obiettivo nazionale ufficiale di decarbonizzazione. Tuttavia, il piano non collega specificamente le misure di recupero individuali con questo obiettivo generale. Gli impatti complessivi quantificati dal piano ammontano ad una riduzione di 5,6 Mt CO2e, solo il 3% delle necessarie riduzioni delle emissioni fino al 2030. Tuttavia, deve essere osservato che non sono fornite stime per molte misure pertinenti, anche nell'edilizia, la mobilità e i trasporti.

è grave la mancanza di ambizione sulle rinnovabili: nel complesso, il PNRR prevede finanziamenti per 4,2 GW di capacità di generazione rinnovabile aggiuntiva,solo il 70% dei 6 GW che sono necessari in ogni singolo anno per essere sulla buona strada per il 2030. Questo obiettivo è anche significativamente al di sotto della quota nazionale italiana assegnata dalla Commissione che chiede che gli Stati membri utilizzino i fondi di recupero per sviluppare il 40% del 500 GW di capacità di generazione richiesta in tutta l'UE entro il 2030. Le singole misure a sostegno delle rinnovabili sono frammentarie e non legate a una strategia più ampia: non c'è strategia per l'eolico offshore, ma solo un budget generico di 0,6 Mld€ per le tecnologie, molto probabilmente per  la generazione dalle maree. Il supporto chiave per il solare fotovoltaico (2,2 Mld€) è riservato ai comuni con meno di 5000 abitanti e non è accompagnato da alcuna riforma. Sono stati stanziati ingenti fondi per sostenere lo sviluppo del solare fotovoltaico su terreni agricoli (agrivoltaico), con investimenti di 1,5 Mld€ per soli 430 MW. Infine, non ci sono risorse finanziarie o riforme strategiche per sviluppare lo stoccaggio di energia, nonostante l'obiettivo del PNIEC di sviluppare 10 GW di capacità di stoccaggio.

Per l'efficienza energetica vengono complessivamente stanziati 22 Mld€. La maggior parte, 18,5 Mld€, viene utilizzata per un meccanismo di rimborso fiscale (ecobonus) che consiste in un rimborso del 110% dei costi di ristrutturazioni edilizie, con costi relativamente elevati. Purtroppo il meccanismo non è supportato da forti condizionalità di efficienza, poiché richiede un miglioramento di sole due classi energetiche e consente investimenti nel gas fossile per gli impianti di riscaldamento. Non esiste inoltre una strategia di efficienza energetica per il settore pubblico. Infatti, per il miglioramento dell'efficienza degli edifici scolastici, si parla di 195 edifici scolastici su un totale di 32.000, destinando nel contempo ulteriori risorse alla ristrutturazione degli edifici senza vincolo di efficientamento.

Non c'è spinta per la mobilità elettrica e l'allocazione dei fondi per la mobilità è squilibrata: nonostante l'ampio budget complessivo dedicato alle misure di mobilità, in particolare all'alta velocità, il PNRR non destina molte risorse alla promozione della mobilità elettrica e al greening del trasporto pubblico locale. Meno dell'1% dei fondi complessivi è destinato all'elettrificazione della mobilità, con un rischio significativo che l'Italia resti sempre più indietro nel passaggio alla mobilità elettrica. Lo squilibrio nell'allocazione dei fondi nel settore della mobilità sta nella cospicua quota di fondi destinati alle linee ferroviarie a lunga e media distanza rispetto alla mancanza di fondi per intervenire sulla maggior parte dei problemi urgenti nel settore. Nello specifico, le misure fanno poco per ridurre le emissioni a partire dal trasporto stradale e per ottimizzare la qualità dell'aria nelle città, nonostante quest'ultima sia una raccomandazione prioritaria della Commissione Europea nel processo del semestre europeo per il settore trasporti. Secondo la stessa valutazione del governo, gli investimenti  significativi nell'infrastruttura ferroviaria ad alta velocità porteranno a riduzioni delle emissioni di soli 2,3 MtCO2e, una piccolissima parte delle riduzioni di 174 MtCO2e richieste complessivamente entro il 2030 sulla base dell'obiettivo di decarbonizzazione incluso nel PNRR.

Alcune delle riforme incluse nel PNRR consistono nell'accelerare l'iter autorizzativo per le infrastrutture della nuova energia, in linea con gli obiettivi fissati nel PNIEC. C'è il rischio che la riforma proposta favorisca principalmente le centrali elettriche a gas, tanto più che il meccanismo italiano del Capacity Market ha già attivato richieste di autorizzazione di ca. 15 GW di capacità aggiuntiva di gas. Allo stesso tempo, secondo il gestore del sistema di trasmissione Terna, la domanda di punta di 58,8 GW è già significativamente inferiore alla capacità complessiva della rete esistente (119,3 GW). È particolarmente problematico che le centrali termiche, come le centrali a gas, siano autorizzate a livello centrale, mentre la maggior parte degli impianti di energia rinnovabile deve essere approvata a livello regionale, rendendo più complesso il processo di autorizzazione dei progetti di energia rinnovabile. Inoltre, le riforme includono potenziali allentamenti dei regolamenti dei processi autorizzativi per le infrastrutture ferroviarie ad alta velocità, idrogeno e biometano. Mentre una semplificazione delle procedure amministrative è necessaria in linea di principio, data l'attuale complessa infrastruttura della pubblica amministrazione, si teme che ciò possa anche indebolire importanti disposizioni per la protezione dell'ambiente. Sono già molte le associazioni che denunciano i provvedimenti semplificativi delle autorizzazioni temendo che il paesaggio possa essere compromesso dall'invasione dei generatori rinnovabili.

Le principali misure del PNRR in ogni settore con effetti sulla transizione ecologica

 

TORNA SU

 

 

CLIMA

18 maggio 2021. L'IEA rende pubblico un nuovo scenario e una roadmap settoriale dettagliata per l'obiettivo di Parigi a 1,5 °C

 

Secondo il nuovo Rapporto dell’IEA, presentato in vista di Glasgow, c’è bisogno di una svolta radicale verso le rinnovabili per raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050 e raggiungere l'obiettivo di 1,5 °C di Parigi. L'energia rinnovabile dovrebbe superare il carbone entro il 2026 e petrolio e gas prima del 2030. Entro il 2050 dovrebbe soddisfare i due terzi dell'approvvigionamento energetico globale e quasi il 90% della generazione elettrica.

Nel Rapporto di 227 pagine, intitolato "Net-zero by 2050: A roadmap for the global energy sector", l'IEA chiede una trasformazione totale del sistema energetico e propone un nuovo scenario (NZE) per la decarbonizzazione entro il 2050. La roadmap comporta la fine immediata di nuovi investimenti nell'estrazione di combustibili fossili e la decarbonizzazione della generazione elettrica entro il 2040. Lo scenario aumenterebbe il PIL globale, creerebbe milioni di posti di lavoro, fornirebbe l'accesso universale all'energia entro il 2030 ed eviterebbe milioni di morti premature dovute all'inquinamento atmosferico.

La roadmap net-zero NZE

NZE è il primo percorso dettagliato dell'IEA per raggiungere le emissioni nette di CO2 zero da energia e industria entro il 2050 in modo compatibile con l’obiettivo degli 1.5 °C con una probabilità del 50% senza overshoot, se abbinato a tagli rigorosi ai gas serra diversi dalla CO2 e alle emissioni derivanti dalla silvicoltura e dall'uso del suolo.

Le emissioni globali cumulative di CO2 tra il 2020 e il 2050, derivanti dall'uso di energia e dall'industria raggiungerebbero 450 GtCO2 con 45 GtCO2 derivanti dall'uso del suolo e dalla silvicoltura. Rientrerebbero nel carbon budget di 500 GtCO2 calcolato nel Rapporto speciale SR15 dell’IPCC sugli 1,5 °C.

Lo scenario NZE si basa su tre principi:

·      Neutralità tecnologica guidata dai costi, dall’innovazione, dalle condizioni del paese e del mercato ma con obiettivi sociali più ampi;

·      Cooperazione internazionale universale, in cui tutti i Paesi contribuiscono al net-zero, in un'ottica di giusta transizione e dove guidano le economie avanzate;

·      Una transizione ordinata che cerca di ridurre al minimo gli stranded asset, garantendo la sicurezza energetica e riducendo al minimo la volatilità nei mercati energetici.

 NZE è un percorso relativamente aggressivo rispetto a quelli valutati dall'IPCC nel 2018, raggiungendo lo zero netto entro il 2050 senza compensazioni dall'uso del suolo o dalla silvicoltura. NZE consente di prendere in considerazione gli impatti sulla salute dell'inquinamento atmosferico, nonché gli impatti sull'uso del suolo e sulle emissioni della domanda di bioenergia. Ha una maggiore efficienza energetica e più cambiamenti dei comportamenti, un'elettrificazione più ampia, più energia eolica e solare, meno bioenergia, meno cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), meno emissioni negative e un minore utilizzo di combustibili fossili, rispetto alla maggior parte dei percorsi presentati dall'IPCC.

Rispetto a quest’ultimi il nuovo scenario NZE ha un consumo di combustibili fossili notevolmente inferiore, 120 EJ nel 2050 contro 184, un consumo energetico inferiore, 344 contro 404 EJ, una maggiore quota eolica / solare, 70% contro il 53%, meno CCS, 7,6 contro 8,4 Gt, meno BECCS, 1.9 contro 4.5 Gt e meno bioenergia, 102 contro 152EJ.

Tuttavia, lo NZE include ancora un uso significativo di bioenergia, CCS ed emissioni negative da bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS) e cattura diretta dell'aria (DAC), che consentono di usare ancora combustibili fossili nel 2050. Secondo la tradizione IEA è prevista anche una forte crescita della produzione dall'energia nucleare.

Si deve considerare che le politiche consolidate fino ad oggi darebbero luogo solo ad un plateau delle emissioni vicino al livello attuale con il riscaldamento che raggiungerebbe i 2,7 °C a fine secolo (STEPS).

Purtroppo anche se i governi che si sono impegnati raggiungessero in tempo e per intero i loro obiettivi di neutralità, le temperature aumenterebbero comunque di circa 2,1 °C (AIC). Se le emissioni raggiungono lo zero netto entro il 2070, come nel vecchio scenario di sviluppo sostenibile dell'IEA (SDS), le temperature rimarrebbero al di sotto dei 2 °C di anomalia. Infine, se le emissioni scendessero allo zero netto entro il 2050, il riscaldamento rimarrebbe al di sotto di 1,5 ° C (NZE).

La roadmap dell'IEA definisce un progetto per un'economia a emissioni nette zero che sarebbe radicalmente diversa dal mondo che esiste oggi. La quantità di energia utilizzata dall'economia globale diminuirebbe dell'8% entro il 2050, nonostante un raddoppio del PIL, un aumento della popolazione di oltre due miliardi di persone e la fornitura di un accesso universale all'energia entro il 2030. Invece di ottenere circa i quattro quinti dell'energia che guida l'economia globale dai combustibili fossili, l'uso di carbone, petrolio e gas diminuirebbe rapidamente. Entro il 2050 poco più di un quinto delle forniture energetiche proverrebbe dai combustibili fossili, rispetto a più di due terzi dalle energie rinnovabili e circa un decimo dal nucleare.

L'uso del carbone diminuirebbe del 98%, il gas dell'88% e il petrolio del 75%. Il predominio delle rinnovabili sarebbe aiutato dalla diffusa elettrificazione dell'economia, dai trasporti e dal riscaldamento civile e industriale a bassa temperatura. La quota di elettricità della domanda finale di energia aumenterebbe dal 20% attuale a quasi il 50% entro il 2050. Nel frattempo, i combustibili liquidi si dimezzerebbero dal 38% della domanda odierna al 19%. I combustibili gassosi manterrebbero la loro quota del mix, ma l’uso dell'idrogeno corrisponderebbe ad un ruolo ridotto per il gas naturale entro il 2050. Per quanto riguarda i combustibili solidi, la quota del carbone vedrebbe un calo di quattro volte, con una parte di questo sostituita dalla bioenergia.

In termini economici una analisi congiunta dell'IEA e del FMI mostra che lo NZE si traduce in un PIL globale superiore del 4% nel 2030 rispetto a quanto sarebbe basato sulle tendenze attuali. Tuttavia, l'agenzia osserva che i benefici della transizione probabilmente non sarebbero distribuiti in modo uniforme tra o all'interno delle nazioni. Nello NZE, l'occupazione nell'energia pulita aumenta di 14 milioni al 2030, mentre l'occupazione nel settore dei combustibili fossili diminuisce di 5 milioni. Ci sarebbero altri 16 milioni di posti di lavoro creati da cambiamenti nella spesa per elettrodomestici più efficienti, veicoli elettrici e a celle a combustibile e retrofit di edifici e costruzioni ad alta efficienza energetica portando l'aumento netto totale a 25 milioni di posti di lavoro.

Il Rapporto indica anche sette pilastri chiave della decarbonizzazione per i quali le tecnologie sono solo in parte disponibili: efficienza energetica; cambiamenti comportamentali; elettrificazione; energie rinnovabili; idrogeno e combustibili a base di idrogeno; bioenergia e cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). Ma entro il 2050, quasi la metà dei tagli alle emissioni dovrebbe provenire da tecnologie che sono ancora in gran parte in fase di dimostrazione o prototipo, come le batterie avanzate, la CCS e la DAC.

 TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE

30 aprile 2021. Presentato alla Commissione europea il PNRR, Piano nazionale di ripresa e resilienza

 

(da Huffington Post del 25 aprile. Si vedano in questo sito  interventi a commento del PNRR in materia di Clima, Energia e Trasporti)

Il Governo ha trasmesso oggi al Parlamento il testo del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il Piano si inserisce all’interno del programma Next Generation EU, il pacchetto da 750 miliardi di euro concordato dall’Unione europea in risposta alla crisi pandemica. Il Piano italiano prevede investimenti pari a 191,5 miliardi di euro, finanziati attraverso il Dispositivo per la ripresa e la resilienza, lo strumento chiave del Ngeu. Ulteriori 30,6 miliardi sono parte di un Fondo complementare, finanziato attraverso lo scostamento pluriennale di bilancio approvato nel Consiglio dei ministri del 15 aprile. Il totale degli investimenti previsti è pertanto di 222,1 miliardi di euro.

Il Piano include inoltre un corposo pacchetto di riforme, che toccano, tra gli altri, gli ambiti della pubblica amministrazione, della giustizia, della semplificazione normativa e della concorrenza. Si tratta di un intervento epocale, che intende riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica, contribuire a risolvere le debolezze strutturali dell’economia italiana, e accompagnare il Paese su un percorso di transizione ecologica e ambientale.

Il Piano ha come principali beneficiari le donne, i giovani e il Mezzogiorno e contribuisce in modo sostanziale a favorire l’inclusione sociale e a ridurre i divari territoriali. Nel complesso, il 27% è dedicato alla digitalizzazione, il 40% agli investimenti per il contrasto al cambiamento climatico, e più del 10 per cento alla coesione sociale.

Il Piano si organizza lungo sei missioni. La prima missione, “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura”, stanzia complessivamente 49,2 miliardi -di cui 40,7 miliardi dal Dispositivo per la ripresa e la resilienza e 8,5 miliardi dal Fondo. I suoi obiettivi sono promuovere la trasformazione digitale del Paese, sostenere l’innovazione del sistema produttivo, e investire in due settori chiave per l’Italia, turismo e cultura. Gli investimenti previsti nel piano assicurano la fornitura di banda ultra-larga e connessioni veloci in tutto il Paese. In particolare, portano la connettività a 1 Gb/s in rete fissa a circa 8,5 milioni di famiglie e a 9.000 edifici scolastici che ancora ne sono privi, e assicurano connettività adeguata ai 12.000 punti di erogazione del Servizio sanitario nazionale. Viene avviato anche un Piano Italia 5G per il potenziamento della connettività mobile in aree a fallimento di mercato. Il Piano prevede incentivi per l’adozione di tecnologie innovative e competenze digitali nel settore privato, e rafforza le infrastrutture digitali della Pubblica amministrazione, ad esempio facilitando la migrazione al cloud. Per turismo e cultura, sono previsti interventi di valorizzazione dei siti storici e di miglioramento delle strutture turistico-ricettive.

La seconda missione, “Rivoluzione verde e Transizione ecologica”, stanzia complessivamente 68,6 miliardi - di cui 59,3 miliardi dal Dispositivo per la ripresa e la resilienza e 9,3 miliardi dal Fondo. I suoi obiettivi sono migliorare la sostenibilità e la resilienza del sistema economico e assicurare una transizione ambientale equa e inclusiva. Il Piano prevede investimenti e riforme per l’economia circolare e la gestione dei rifiuti, per raggiungere target ambiziosi come il 65% di riciclo dei rifiuti plastici e il 100 per cento di recupero nel settore tessile. Il Piano stanzia risorse per il rinnovo del trasporto pubblico locale, con l’acquisto di bus a bassa emissione, e per il rinnovo di parte della flotta di treni per il trasporto regionale con mezzi a propulsione alternativa. Sono previsti corposi incentivi fiscali per incrementare l’efficienza energetica di edifici privati e pubblici. Le misure consentono la ristrutturazione di circa 50.000 edifici l’anno. Il Governo prevede importanti investimenti nelle fonti di energia rinnovabile e semplifica le procedure di autorizzazione nel settore. Si sostiene la filiera dell’idrogeno, e in particolare la ricerca di frontiera, la sua produzione e l’uso locale nell’industria e nel trasporto. Il Piano investe nelle infrastrutture idriche, con l’obiettivo di ridurre le perdite nelle reti per l’acqua potabile del 15%, e nella riduzione del dissesto idrogeologico.

La terza missione, “Infrastrutture per una mobilità sostenibile”, stanzia complessivamente 31,4 miliardi - di cui 25,1 miliardi dal Dispositivo per la ripresa e la resilienza e 6,3 miliardi dal Fondo. Il suo obiettivo primario è lo sviluppo razionale di un’infrastruttura di trasporto moderna, sostenibile e estesa a tutte le aree del Paese. Il Piano prevede un importante investimento nei trasporti ferroviari ad alta velocità. A regime, vengono consentiti significativi miglioramenti nei tempi di percorrenza, soprattutto nel centro-sud. Ad esempio, si risparmierà 1 ora e 30 minuti sulla tratta Napoli-Bari, 1 ora e 20 minuti sulla tratta Roma-Pescara, e 1 ora sulla tratta Palermo-Catania. Il Governo investe inoltre nella modernizzazione e il potenziamento delle linee ferroviarie regionali, sul sistema portuale e nella digitalizzazione della catena logistica.

La quarta missione, “Istruzione e Ricerca”, stanzia complessivamente 31,9 miliardi di euro - di cui 30,9 miliardi dal Dispositivo per la ripresa e la resilienza e 1 miliardo dal Fondo. Il suo obiettivo è rafforzare il sistema educativo, le competenze digitali e tecnico-scientifiche, la ricerca e il trasferimento tecnologico. Il Piano investe negli asili nido, nelle scuole materne, nei servizi di educazione e cura per l’infanzia. Crea 152.000 posti per i bambini fino a 3 anni e 76.000 per i bambini tra i 3 e i 6 anni. Il Governo investe nel risanamento strutturale degli edifici scolastici, con l’obiettivo di ristrutturare una superficie complessiva di 2.400.000 m2. Inoltre, si prevede una riforma dell’orientamento, dei programmi di dottorato e dei corsi di laurea, ad esempio con l’aggiornamento della disciplina dei dottorati e un loro aumento di circa 3.000 unità. Si sviluppa l’istruzione professionalizzante e si rafforza la filiera della ricerca e del trasferimento tecnologico.

La quinta missione, “Inclusione e Coesione”, stanzia complessivamente 22,4 miliardi - di cui 19,8 miliardi dal Dispositivo per la ripresa e la resilienza e 2,6 miliardi dal Fondo. Il suo obiettivo è facilitare la partecipazione al mercato del lavoro, anche attraverso la formazione, rafforzare le politiche attive del lavoro e favorire l’inclusione sociale. Il Governo investe nello sviluppo dei centri per l’impiego e nell’imprenditorialità femminile, con la creazione di un nuovo Fondo Impresa Donna. Si rafforzano i servizi sociali e gli interventi per le vulnerabilità, ad esempio con interventi dei Comuni per favorire una vita autonoma alle persone con disabilità. Sono previsti investimenti infrastrutturali per le Zone economiche speciali e interventi di rigenerazione urbana per le periferie delle città metropolitane.

La sesta missione, “Salute”, stanzia complessivamente 18,5 miliardi, di cui 15,6 miliardi dal Dispositivo per la ripresa e la resilienza e 2,9 miliardi dal Fondo. Il suo obiettivo è rafforzare la prevenzione e i servizi sanitari sul territorio, modernizzare e digitalizzare il sistema sanitario e garantire equità di accesso alle cure. Il Piano investe nell’assistenza di prossimità diffusa sul territorio e attiva 1.288 Case di comunità e 381 Ospedali di comunità. Si potenzia l’assistenza domiciliare per raggiungere il 10% della popolazione con più di 65 anni, la telemedicina e l’assistenza remota, con l’attivazione di 602 Centrali operative territoriali. Il Governo investe nell’aggiornamento del parco tecnologico e delle attrezzature per diagnosi e cura, con l’acquisto di 3.133 nuove grandi attrezzature, e nelle infrastrutture ospedaliere, ad esempio con interventi di adeguamento antisismico. Il Piano rafforza l’infrastruttura tecnologica per la raccolta, l’elaborazione e l’analisi dei dati, inclusa la diffusione del Fascicolo sanitario elettronico.

Il Piano prevede un ambizioso programma di riforme, per facilitare la sua attuazione e contribuire alla modernizzazione del Paese e all’attrazione degli investimenti. La riforma della pubblica amministrazione affronta i problemi dell’assenza di ricambio generazionale, di scarso investimento sul capitale umano e di bassa digitalizzazione. Il Piano prevede investimenti in una piattaforma unica di reclutamento, in corsi di formazione per il personale e nel rafforzamento e monitoraggio della capacità amministrativa.

La riforma della giustizia interviene sull’eccessiva durata dei processi e intende ridurre il forte peso degli arretrati giudiziari. Il Piano prevede assunzioni mirate e temporanee per eliminare il carico di casi pendenti e rafforza l’Ufficio del Processo. Sono previsti interventi di revisione del quadro normativo e procedurale, ad esempio un aumento del ricorso a procedure di mediazione e interventi di semplificazione sui diversi gradi del processo.

Il Piano prevede inoltre interventi di semplificazione per la concessione di permessi e autorizzazioni, e sul codice degli appalti per garantire attuazione e massimo impatto agli investimenti. Il Piano include anche riforme a tutela della concorrenza come strumento di coesione sociale e crescita economica. I tempi di queste riforme, che vanno dai servizi pubblici locali a energia elettrica e gas, sono stati pensati tenendo conto delle attuali condizioni dovute alla pandemia.

Il Pnrr avrà un impatto significativo sulla crescita economica e della produttività. Il Governo prevede che nel 2026 il Pil sarà di 3,6 punti percentuali più alto rispetto allo scenario di base. Nell’ultimo triennio dell’orizzonte temporale (2024-2026), l’occupazione sarà più alta di 3,2 punti percentuali. Il Piano destina 82 miliardi al Mezzogiorno su 206 miliardi ripartibili secondo il criterio del territorio, per una quota dunque del 40%. In particolare, gli investimenti nelle infrastrutture e nella mobilità sostenibile al sud sono pari 14,5 miliardi, il 53 per cento del totale, e intervengono sull’alta velocità, sul sistema portuale e sulla viabilità nell’Italia interna. Sono stanziati 8,8 miliardi per interventi di inclusione e coesione al sud, pari al 39 per cento del totale, e 14,6 miliardi per misure nell’istruzione e la ricerca, pari al 46 per cento. Questi includono la creazione di nuovi asili, un incremento delle infrastrutture sociali, e politiche per il lavoro. Il Pnrr contribuisce a ridurre il divario tra il Mezzogiorno e il resto del Paese. L’impatto complessivo del Pnrr sul Pil nazionale fino al 2026 è stimato in circa 16 punti percentuali. Per il sud, l’impatto previsto è di circa 24 punti percentuali.

Il Piano prevede inoltre un investimento significativo sui giovani e le donne. Una nuova strategia di politiche per l’infanzia è cruciale per invertire il declino di fecondità e natalità. I giovani beneficiano dei progetti nei campi dell’istruzione e della ricerca; del ricambio generazionale nella pubblica amministrazione; e del rafforzamento del Servizio civile universale. Per i ragazzi e le ragazze, sono stanziati fondi per l’estensione del tempo pieno scolastico e per il potenziamento delle infrastrutture sportive a scuola. In particolare, è promossa l’attività motoria nella scuola primaria, anche in funzione di contrasto alla dispersione scolastica. Per quanto riguarda le donne, il Piano prevede misure di sostegno all’imprenditoria femminile e investimenti nelle competenze tecnico-scientifiche delle studentesse. Inoltre, l’ampliamento dell’offerta di asili, il potenziamento della scuola per l’infanzia e il miglioramento dell’assistenza ad anziani e disabili aiuteranno indirettamente le donne, che spesso devono sostenere la maggior parte del carico assistenziale delle famiglie. Per perseguire le finalità relative alle pari opportunità -generazionali e di genere- il Governo intende inserire per le imprese che parteciperanno ai progetti finanziati dal Ngeu previsioni dirette a condizionare l’esecuzione dei progetti all’assunzione di giovani e donne. I criteri sono definiti tenendo conto dell’oggetto del contratto; della tipologia e della natura del singolo progetto.

La governance del Piano prevede una responsabilità diretta dei ministeri e delle amministrazioni locali per la realizzazione degli investimenti e delle riforme entro i tempi concordati, e per la gestione regolare, corretta ed efficace delle risorse. È previsto un ruolo significativo degli enti territoriali, a cui competono investimenti pari a oltre 87 miliardi di euro. Il ministero dell’Economia e delle finanze monitora e controlla il progresso nell’attuazione di riforme e investimenti e funge da unico punto di contatto con la Commissione Europea.

TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE10 febbraio 2021. Il Parlamento europeo approva il Regolamento  per i Piani di ripresa e resilienza

 

Il regolamento istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza. Esso stabilisce gli obiettivi del dispositivo, il suo finanziamento, le forme di finanziamento  dell'Unione erogabili nel suo ambito e le regole di erogazione di tale finanziamento. L'ambito di applicazione del dispositivo fa riferimento alle aree di intervento di pertinenza europea strutturate in sei pilastri:

a) transizione verde;

b) trasformazione digitale;

c) crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, che comprenda coesione economica, occupazione, produttività, competitività, ricerca, sviluppo e innovazione, e un mercato interno ben funzionante con PMI forti;

d) coesione sociale e territoriale;

e) salute e resilienza economica, sociale e istituzionale, al fine, fra l'altro, di rafforzare la capacità di risposta alle crisi e la preparazione alle crisi;

f) politiche per la prossima generazione, l’infanzia e i giovani, come l'istruzione e le competenze.

L'obiettivo generale del dispositivo è promuovere la coesione economica, sociale e territoriale dell'Unione migliorando la resilienza, la preparazione alle crisi,  attenuandone l'impatto sociale ed economico, contribuendo all'attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali, sostenendo la transizione verde, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi climatici dell'Unione per il 2030 stabiliti nonché al raggiungimento dell'obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 e della transizione digitale, contribuendo in tal modo all'integrazione delle economie dell'Unione e a incentivare la creazione di posti di lavoro di alta qualità.

Il dispositivo finanzia unicamente le misure che rispettano il principio di "non arrecare un danno significativo". Gli importi del fondo sono specificati all'Art. 6,  paragrafo 1, lettera a). Possono coprire anche le spese connesse ad attività di preparazione, monitoraggio, controllo, audit e valutazione necessarie per la gestione del dispositivo e per il conseguimento dei suoi obiettivi, in particolare studi, riunioni di esperti, consultazione dei portatori di interessi, azioni di informazione e comunicazione, comprese azioni di sensibilizzazione inclusive, e la comunicazione istituzionale in merito alle priorità politiche dell'Unione, nella misura in cui si riferiscono agli obiettivi del presente regolamento, spese legate a reti informatiche destinate all'elaborazione e allo scambio delle informazioni, strumenti informatici istituzionali, e tutte le altre spese di assistenza tecnica e amministrativa sostenute dalla Commissione ai fini della gestione del dispositivo.

La Commissione può presentare al Consiglio una proposta di sospensione totale o parziale degli impegni o dei pagamenti se:

a)  il Consiglio adotta due raccomandazioni successive nella stessa procedura per squilibri eccessivi, motivate dal fatto che uno Stato membro ha presentato un piano d'azione correttivo insufficiente;

b) se il Consiglio adotta due decisioni successive nella stessa procedura per squilibri eccessivi con cui accerta l'inadempienza dello Stato membro per non aver adottato l'azione correttiva raccomandata;

... d) se il Consiglio decide che uno Stato membro non adempie al programma di aggiustamento macroeconomico o alle misure richieste da una decisione del Consiglio.

L'ambito e il livello della sospensione degli impegni o del pagamento da imporre sono proporzionati, rispettano la parità di trattamento tra Stati membri e tengono conto della situazione socioeconomica dello Stato membro interessato, in particolare del livello di disoccupazione, povertà o esclusione sociale comparato alla media dell'Unione e dell'impatto della sospensione sull'economia dello Stato membro.

Gli Articoli 11, 12 e 13 fissano gli importi,  le modalità e i tempi del finanziamento e del prefinanziamento di ciascuno stato membro.

A norma dell'Art.17 e sgg. gli Stati membri sono tenuti ad elaborare i loro PNRR che definiscono il programma di riforme e investimenti. I PNRR ammissibili al finanziamento comprendono misure per l'attuazione di riforme e investimenti pubblici, strutturati in un pacchetto completo e coerente, che può anche includere regimi pubblici finalizzati a incentivare gli investimenti privati. I PNRR sono coerenti con le pertinenti sfide e priorità specifiche per paese. Sono inoltre coerenti con le informazioni incluse dagli Stati membri nei programmi nazionali di riforma nell'ambito del semestre europeo, nei piani nazionali per l'energia e il clima (PNIEC), nei piani territoriali per una transizione giusta finanziata con il "Fondo per una transizione giusta") e nei piani di attuazione della garanzia per i giovani.

Il PNRR dev'essere debitamente motivato e giustificato, in particolare con i seguenti elementi:

a) una spiegazione del modo in cui, considerate le misure in esso contenute, il PNRR rappresenta una risposta completa e adeguatamente equilibrata alla situazione socioeconomica dello Stato membro e contribuisce pertanto in modo appropriato a tutti i pilastri sopraindicati, tenendo conto delle sfide specifiche dello Stato membro;

b) una spiegazione del modo in cui il piano contribuisce ad affrontare in modo efficace tutte o un sottoinsieme significativo delle sfide, inclusi i relativi aspetti di bilancio;

c) una spiegazione dettagliata del modo in cui il piano rafforza il potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e la resilienza economica, sociale e istituzionale dello Stato membro, anche attraverso la promozione di politiche per l'infanzia e la gioventù, e attenua l'impatto sociale ed economico della crisi COVID-19, contribuendo all'attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali e migliorando così la coesione economica, sociale e territoriale e la convergenza all'interno dell'Unione;

d) una spiegazione del modo in cui il PNRR garantisce che nessuna misura per l'attuazione delle riforme e degli investimenti in esso inclusi arrechi un danno significativo agli obiettivi ambientali

e) una spiegazione qualitativa del modo in cui le misure previste dal piano sono in grado di contribuire alla transizione verde, compresa la biodiversità e ad affrontare le sfide che ne conseguono, e che indichi se tali misure rappresentano almeno il 37 % della dotazione totale del PNRR sulla base della metodologia di controllo del clima di cui all'allegato VI;  i coefficienti di sostegno per gli obiettivi climatici possono essere aumentati fino a un totale del 3 % delle assegnazioni del piano per i singoli investimenti al fine di tenere conto delle misure di riforma correlate che ne aumentano credibilmente l'impatto sugli obiettivi climatici;

f) una spiegazione paritetica del modo in cui le misure del piano dovrebbero contribuire alla transizione digitale e che indichi se tali misure rappresentano un importo pari ad almeno il 20 % della dotazione totale;

... i) i traguardi e gli obiettivi previsti e un calendario indicativo dell'attuazione delle riforme, nonché degli investimenti da completare entro il 31 agosto 2026;

j) i progetti di investimento previsti e il relativo periodo di investimento;

k) la stima dei costi totali delle riforme e degli investimenti oggetto del piano per la ripresa e la resilienza presentato, fondata su una motivazione adeguata e su una spiegazione di come tale costo sia in linea con il principio dell'efficienza sotto il profilo dei costi e commisurato all'impatto economico e sociale nazionale atteso;

... o) una spiegazione del modo in cui le misure del piano  dovrebbero contribuire alla parità di genere e alle pari opportunità per tutti, come pure all'integrazione di tali obiettivi, in linea con i principi del pilastro europeo dei diritti sociali, nonché con lo UN SDG 5 e la strategia nazionale per la parità di genere;

p) le modalità per il monitoraggio e l'attuazione efficaci del PNRR compresi i traguardi e gli obiettivi proposti e i relativi indicatori;

q) per la preparazione e, ove disponibile, l'attuazione del piano,  una sintesi del processo di consultazione delle autorità locali e regionali, delle parti sociali, delle organizzazioni della società civile, delle organizzazioni giovanili e di altri portatori di interessi;

r) una spiegazione riguardo al sistema predisposto dallo Stato membro per prevenire, individuare e correggere la corruzione, la frode e i conflitti di interessi nell'utilizzo dei fondi forniti nell'ambito del dispositivo e le modalità volte a evitare la duplicazione dei finanziamenti da parte del dispositivo e di altri programmi dell'Unione ...

La Commissione valuta il piano per la ripresa e la resilienza o, se del caso, il suo aggiornamento presentato dallo Stato membro entro due mesi dalla presentazione ufficiale, e formula una proposta di decisione di esecuzione del Consiglio. In sede di tale valutazione la Commissione agisce in stretta collaborazione con lo Stato membro interessato. La Commissione può formulare osservazioni o richiedere informazioni supplementari. Lo Stato membro interessato fornisce le informazioni supplementari richieste e, se necessario, può rivedere il piano anche dopo la sua presentazione ufficiale, per un periodo di tempo ragionevole, se necessario.

Nel valutare il PNRR e nel determinare l'importo da assegnare allo Stato membro interessato, la Commissione tiene conto delle informazioni analitiche sullo Stato membro interessato disponibili nell'ambito del semestre europeo, nonché della motivazione e di ogni altra informazione pertinente tra cui, in particolare, quelle contenute nel programma nazionale di riforma e nel piano nazionale per l'energia e il clima di tale Stato membro, nei piani territoriali per una transizione giusta, nei piani di attuazione della garanzia per i giovani e, se del caso, le informazioni ricevute nell'ambito dell'assistenza tecnica fornita dallo strumento di assistenza tecnica.

La Commissione valuta la pertinenza, l'efficacia, l'efficienza e la coerenza del piano per la ripresa e la resilienza e tiene conto dei seguenti criteri:

Pertinenza: se il piano per la ripresa e la resilienza rappresenta una risposta globale e adeguatamente equilibrata alla situazione economica e sociale, contribuendo in modo adeguato a tutti e sei i pilastri, tenendo conto delle sfide specifiche e della dotazione finanziaria dello Stato membro interessato; se il è in grado di contribuire efficacemente a rafforzare il potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e la resilienza economica, sociale e istituzionale dello Stato membro; se è in grado di assicurare che nessuna misura per l'attuazione delle riforme e dei progetti di investimento in esso inclusa arrechi un danno significativo agli obiettivi ambientali; se prevede misure che contribuiscono efficacemente alla transizione verde, compresa la biodiversità, e alla transizione digitale, impegnando le quote del finanziamento stabilite.

Efficacia: se il PNRR è in grado di avere un impatto duraturo sullo Stato membro interessato; se le modalità proposte dagli Stati membri interessati, compresi il calendario e i target e gli obiettivi previsti, e i relativi indicatori, sono tali da garantire un monitoraggio e un'attuazione efficaci del piano.

Efficienza: se la giustificazione fornita dallo Stato membro in merito all'importo dei costi totali stimati del piano per la ripresa e la resilienza è ragionevole e plausibile ed è in linea con il principio dell'efficienza sotto il profilo dei costi, nonché commisurata all'impatto atteso sull'economia e l'occupazione; se le modalità proposte dallo Stato membro interessato sono tali da prevenire, individuare e correggere la corruzione, la frode e i conflitti di interessi e a evitare la duplicazione dei finanziamenti da parte del dispositivo.

Coerenza: se il PNRR prevede misure per l'attuazione di riforme e di progetti di investimento pubblico che rappresentano azioni coerenti.

Se il piano per la ripresa e la resilienza non risponde in misura soddisfacente a questi criteri, allo Stato membro interessato non è assegnato alcun contributo finanziario. Se il piano, compresi i pertinenti traguardi e obiettivi, non può più essere realizzato, in tutto o in parte, dallo Stato membro interessato a causa di circostanze oggettive, lo Stato membro interessato può presentare alla Commissione una richiesta motivata e proporre un piano modificato o un nuovo piano. Gli Stati membri possono chiedere assistenza tecnica per l'elaborazione di tale proposta.

Se, entro il termine di 18 mesi dalla data di adozione della decisione di esecuzione del Consiglio, non sono stati compiuti progressi concreti da parte dello Stato membro interessato per quanto riguarda il conseguimento dei pertinenti target intermedi o finali, la Commissione risolve gli accordi e disimpegna l'importo del contributo finanziario. Qualsiasi eventuale prefinanziamento è recuperato integralmente.

Alla Commissione è conferito il potere, entro la fine di dicembre 2021, di stabilire gli indicatori comuni da utilizzare per riferire sui progressi e ai fini del monitoraggio e della valutazione del dispositivo per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi generali e specifici e  definire una metodologia per la rendicontazione della spesa sociale, anche a favore dell’infanzia e della gioventù. Gli Stati membri riferiscono alla Commissione in merito agli indicatori comuni.

Il documento si conclude con 7+1 allegati indispensabili per i conteggi e le valutazioni di merito In particolare, l'Allegato VI, denominato "Metodologia di controllo del clima" fornisce le dimensioni e codici delle tipologie di intervento per il dispositivo per la ripresa e la resilienza con i coefficienti per il calcolo del sostegno agli obiettivi in materia di cambiamenti climatici.

 TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE 28 Gennaio 2021. Scompare Paul Crutzen, Padre dell'Antropocene

 

Paul J. Crutzen se ne è andato il 28 gennaio all'età di 87 anni. Crutzen ha scoperto come gli inquinanti atmosferici possono distruggere l'ozono stratosferico, che protegge la Terra dalle dannose radiazioni ultraviolette. Ha condiviso il Premio Nobel 1995 per la chimica per questo lavoro con F. Sherwood Rowland e Mario J. Molina, che avevano dimostrato che tali inquinanti includevano i clorofluorocarburi.

Combinando una ricerca rigorosa con un dono per la comunicazione, Crutzen ha introdotto il termine "Antropocene" per descrivere quella che considerava una nuova epoca, caratterizzata dal predominio umano dei processi biologici, chimici e geologici sulla Terra. Il termine ha subito preso piede e stimolato la discussione in molte discipline. Si ritiene che l '"età degli esseri umani" sia iniziata a metà del XX secolo, con l'accelerazione dello sfruttamento delle risorse del pianeta.

Crutzen è nato ad Amsterdam, nel 1933, e si è formato come ingegnere civile. Negli anni '60, ha studiato meteorologia all'Università di Stoccolma, mentre lavorava come programmatore di computer per sostenere la moglie finlandese, e la famiglia. Come studente laureato, ha combinato le sue capacità di programmazione e scientifiche costruendo un modello informatico della stratosfera. Mentre cercava di spiegare la distribuzione dell'ozono a diverse altezze, ha scoperto che gli ossidi di azoto potrebbero catalizzare le reazioni che distruggono l'ozono. All'inizio degli anni '70, quando gli scienziati iniziarono a discutere i livelli di ossidi di azoto che probabilmente sarebbero stati emessi dalle flotte di aerei supersonici, si rese conto che le emissioni antropiche potevano danneggiare lo strato di ozono stratosferico. Il suo lavoro coincise con quello di Molina e Rowland, che scoprirono che anche i composti contenenti cloro potevano essere utilizzati come propellenti, solventi e refrigeranti. Nel 1985, gli scienziati hanno scoperto un "buco" nello strato di ozono sopra l'Antartico. Crutzen ha contribuito a gettare le basi del Protocollo di Montreal del 1987, i cui stati firmatari si sono impegnati a eliminare gradualmente le sostanze che riducono lo strato di ozono. Lo strato di ozono ora mostra segni di ripresa.

TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE

12 gennaio 2021. Il governo pubblica un PNRR inadeguato

 

Nella bozza del PNRR, presentata dal Consiglio dei ministri il 12 gennaio, v’è una grande questione politica: l’inadeguatezza di una proposta molto lontana da quanto ci si sarebbe aspettati oltreché dagli standard europei. Il programma europeo NGEU, Next Generation EU,  mette a disposizione risorse senza precedenti per il nostro Paese, ma per ricostruire meglio e in modo diverso, con innovazione, sostenibilità, attenzione al disagio sociale e alle disuguaglianze cresciute in questi anni. Nel testo del 12 gennaio, non c’è l’Allegato con le schede progetto necessarie per comprendere la concreta articolazione delle proposte. 

Questa situazione chiama in causa Governo ed opposizione, cui si chiede di parlare al Paese del merito delle proposte, della visione che si vuole portare avanti in modo da andare oltre le scelte ordinarie. È inaccettabile che si dica che non ci sono i tempi per aprire un confronto su queste proposte, pena problemi con Bruxelles e ritardi nel far partire i cantieri.

Gli obiettivi del piano italiano sono numerosi e raggruppati in ben 6 missioni. NGEU è invece centrato su pochi obiettivi, con una priorità molto chiara: un Green Deal basato sulla transizione digitale e green, con il 37% delle risorse destinato alle misure per il clima.  Il Piano francese, a sua volta, è centrato su tre missioni: la transizione ecologica, la competitività con la digitalizzazione e la coesione basata su un programma per i giovani. L’allargamento degli obiettivi priva il Piano italiano di effettive priorità e rischia di renderne più complessa e più difficile l’attuazione.

Per la transizione ecologica, il Piano stanzia 69 Mld, dei quali però solo 36 sono per nuovi progetti. Circa 31 Mld sono, infatti, destinati a sostituire finanziamenti già stanziati per progetti già in essere e per arrivare al totale sono conteggiati anche altri finanziamenti europei già stanziati. Sarebbero disponibili quindi solo 6 Mld l’anno, in media, fino al 2026. Gli obiettivi sono numerosi: rendere la filiera agroalimentare sostenibile, implementare pienamente il paradigma dell’economia circolare, ridurre le emissioni di gas serra in linea con gli obiettivi EU 2030, incrementare la produzione di energia da fonti rinnovabili e sviluppare la rete di trasmissione, promuovere e sviluppare la filiera dell’idrogeno, sostenere la transizione verso mezzi di trasporto non inquinanti e le filiere produttive, migliorare le performance energetiche e antisismiche degli edifici, assicurare la gestione sostenibile della risorsa idrica, contrastare il dissesto idrogeologico e un programma di riforestazione e miglioramento della qualità delle acque interne e marine.

La carenza maggiore si riscontra nella ripartizione delle risorse per finanziare nuovi interventi. Gli investimenti per le nuove misure climatiche non solo non sono ingenti, come dichiarato, ma non sono neppure il 37%. Si sente la mancanza di un aggiornamento del PNIEC, il Piano nazionale integrato energia e clima, e quindi della individuazione delle misure necessarie per arrivare al 2030, ma ci sono solo 1,3 Mld l’anno in più per tutte le rinnovabili, per la filiera e le reti e poco altro per tutto il resto delle misure.  Meglio le misure per l’efficientamento energetico degli edifici sia pubblici sia privati. Largamente inadeguati gli stanziamenti per l’economia circolare.  Per la mobilità urbana sostenibile ci sono solo 760 Ml l’anno che dovrebbero servire per un numero elevato di misure (le ciclovie, la filiera dei veicoli elettrici e ibridi, il rinnovo della flotta autobus, di quella dei treni regionali e dei trasporti navali regionali e per il trasporto rapido di massa) con quasi nulla sul tema strategico della sharing mobility.

Chi si aspettava proposte innovative si trova di fronte a un documento desolante in particolare rispetto al sistema dei trasporti dove si rinuncia ad aggredire gli storici ritardi italiani. I cittadini del Mezzogiorno non vedranno cambiare quanto si attendevano una situazione di linee ancora a binario unico, non elettrificate, con pochissimi treni in circolazione. Si punta ancora sui grandi cantieri infrastrutturali con un elenco di ferrovie ad alta velocità, oltretutto in larga parte già finanziate, come la Brescia-Padova, la Milano-Genova, la Napoli-Bari.

Come sempre per le città il ruolo è marginale, con i titoli giusti – decarbonizzazione, rinnovo del parco circolante, riduzione del gap infrastrutturale – ma con risorse del tutto inadeguate. Il vero deficit è, inutile dirlo, sui mancati investimenti per le città ed il trasporto locale

Che fare quindi per rendere effettivamente prioritarie le nuove misure per il Green Deal, che non è solo richiesto dall’Europa, ma è importante per cogliere e valorizzare i potenziali molto elevati di sviluppo della green economy italiana? Ci sarebbero almeno tre possibilità: distribuire fra tutte le 6 missioni in modo più equo i 66 miliardi di finanziamento dei progetti in essere, lasciando così più risorse disponibili per nuovi progetti; ridurre la gamma degli interventi per concentrare maggiori risorse sulle priorità del Green Deal; usare una parte del prestito  del MES per coprire almeno una parte dei 18 miliardi previsti per la salute e liberare così parte delle risorse per altre destinazioni.

TORNA SU

SVILUPPO SOSTENIBILE

  15 novembre 2020. Un nuovo capitalismo del bene comune

 

Apparsa agli onori della cronaca più larga per aver rifiutato la propria firma al cosiddetto Piano Colao per il rilancio dell'economia italiana, Mariana Mazzucato elabora una visione nuova, non rivoluzionaria, di un capitalismo mosso dall'interesse pubblico. Il fallimento totale del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, prima nella crisi subprime del 2008  e oggi nella gravissima crisi globale del Covid -19, impone cambiamenti immediati e sostanziali degli assetti dell'economia mondiale e l'indirizzamento degli investimenti verso lo sviluppo sostenibile e la green economy, con al centro il recupero della salute, della qualità della crescita e la riparazione degli immensi danni apportati dal capitalismo alla società e al benessere. Con il Covid le imprese, che hanno accumulato denaro a non finire, bussano alla porta dei governi implorando miserabilmente risorse per la sopravvivenza e si preparano a nuovi cicli di accumulazione, tagli e licenziamenti. Tutto ciò è improponibile e solo un rinnovato ruolo degli Stati, in nome della salute e del benessere dei cittadini potrà riportare sulla scena una dimensione di un futuro possibile.

Il nostro invito è alla lettura della Mazzucato, in particolare del pamphlet "Non sprechiamo questa crisi" pubblicato da Laterza e diffuso da Repubblica, che, ricordiamo è ora un giornale di un gruppo imprenditoriale torinese, non noto per la sua inclinazione all'innovazione. L'autrice insegna economia a Londra dove ha fondato lo IIPP, Institute for Innovation and Public Purpose.

Oggi ci si presenta l'occasione di approfittare di questa crisi per capire come fare capitalismo in modo diverso. Occorre ripensare il ruolo dello Stato: i governi dovrebbero assumere un ruolo attivo per una crescita sostenibile ed inclusiva, per orientare la ricerca e lo sviluppo ad obiettivi di interesse pubblico  e per patrocinare partnership pubblico - private guidate dall'interesse pubblico. Quando le aziende si fanno avanti con richieste di salvataggio o assistenza si devono dettare condizioni affinché gli investimenti le portino verso la green economy, la decarbonizzazione in una chiave di inclusione sociale.

Il capitalismo che conosciamo è preda al contempo di una crisi sanitaria, economica e climatica. Ora che lo Stato è tornato a recitare un ruolo da protagonista, sarà esso stesso a fornire le soluzioni pensate in modo da servire l'interesse pubblico. Le aziende che ricevono risorse pubbliche dovranno essere obbligate a mantenere i posti di lavoro e garantire la formazione dei dipendenti ora nella crisi, poi nella transizione e il miglioramento delle condizioni occupazionali. gli interventi pubblici dovranno comportare degli obblighi, come quello di vincolare le imprese ad abbattere le emissioni serra, rinunciare alla delocalizzazione e minimizzare l'outsourcing.

Gli imprenditori sono inclini a socializzare i rischi ma non i guadagni. Nella crisi chiedono aiuti, ma quando l'economia prospera i vantaggi restano rigorosamente privati. Nella loro visione solo le imprese creano valore e lo Stato si deve limitare a facilitare questo processo. In realtà è il concetto stesso di valore che va ridefinito perché abbiamo confuso il valore con il prezzo di mercato e questo ha alimentato la diseguaglianza e distorto il ruolo del settore pubblico il quale invece, attraverso la produzione di beni pubblici (istruzione, sanità ...) e la sorveglianza dei beni comuni (cultura, paesaggio, ambiente ...), produce eccome valori che non hanno prezzo,  ben lontani dal mercato.

La ripresa post - Covid dovrà  essere green e smart. I mercati da soli non riusciranno a individuare percorsi di crescita sostenibili ed equi. Innovazione e regolamentazione dovranno muoversi in una direzione stabile e coerente. Il fatto di subordinare la concessione degli aiuti pubblici al rispetto di determinate condizioni contribuisce a canalizzare le risorse economiche in modo strategico, garantendo che vengano reinvestite in maniera produttiva piuttosto che essere catturate dalla speculazione. Se ben applicate le condizionalità possono allineare i comportamenti delle aziende ai bisogni della società, garantendo uno sviluppo sostenibile. Inoltre, per evitare conseguenze permanenti, l'approccio della Just transition, elaborato nell'ambito del cambiamento climatico, deve essere implementato in tutti i settori brown dell'economia per dare vita a posti di lavoro green e durevoli. Occorre ripristinare il paradigma keynesiano della piena occupazione, sotto tutti gli aspetti un bene comune,  sotto forma di un sistema di garanzie tale da far sì che il capitale umano non vada sprecato né si deteriori.

La sfida a lungo termine più importante che dobbiamo affrontare è il cambiamento climatico. Lo si può fare solo con un Green Deal di pari forza della trasformazione socioeconomica keynesiana del dopoguerra Di essa i principali attori, da Parigi in poi, sono gli Stati, non le imprese. Per questo abbiamo bisogno di piani e programmi per implementare una transizione green. Si rende necessaria una nuova era di investimenti pubblici per riorganizzare il nostro panorama tecnologico, produttivo e sociale.

Le cose da fare

  1. Indirizzare la produzione e la distribuzione di attrezzature richieste con urgenza;

  2. Governare il rischio e premiare la ricerca sul Covid -19;

  3. Salvataggi per le missioni pubbliche, occupazione, migliori condizioni di lavoro, condizioni smart e green, stato sociale e sistema sanitario.

Le cose da non fare

  1. Chiusure aziendali;

  2. Pratiche finanziarizzate

TORNA SU   

 

SVILUPPO SOSTENIBILE 19 settembre 2020. La nuova strategia comunitaria per il 2030

 

La Commissione Europea ha pubblicato un documento di grande importanza che sposta in avanti gli obiettivi climatici ed energetici al 2030. Al termine del processo di co-decisione i nuovi obiettivi diverranno obbligatori per i Paesi membri. Le conclusioni del documento: Rafforzare l'ambizione climatica dell'Europa per il 2030. Investire in un futuro climaticamente neutro a beneficio delle nostre persone, sono le seguenti.

Aumentare l'ambizione dell'UE fino a ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto al 1990 entro il 2030 è fattibile e vantaggioso per la salute, la prosperità e il benessere dei nostri cittadini. Senza sottovalutare la sfida di mobilitare significativi investimenti aggiuntivi nel prossimo decennio e di promuovere una transizione giusta e, nel contesto della ripresa COVID-19, si offre così un'opportunità di investimenti duraturi che possono rilanciare l'economia dell'UE. Una maggiore ambizione per il 2030 contribuirà a un percorso di riduzione delle emissioni più graduale e ad una transizione economica e sociale più equilibrata verso la neutralità climatica nei prossimi 30 anni. Pertanto, sarà più credibile, più prudente e più equa rispetto alle generazioni future.

Agire in modo ambizioso fornirà all'UE e alle sue imprese e industrie il vantaggio di prime mover nell'arena economica internazionale, aumentando la sua competitività nei mercati globali in crescita per le tecnologie sostenibili e verdi. Altrettanto importante è che il miglioramento dell'ambizione porterà vantaggi, insieme alla lotta al cambiamento climatico, come la riduzione del costo di importazione di combustibili fossili, una maggiore sicurezza energetica, inquinamento atmosferico ridotto, salute migliore, biodiversità migliorata, minore dipendenza da materie prime importate e meno rischi derivanti dai rifiuti. Accoppiato con l'aumento delle energie rinnovabili e le politiche di efficienza energetica, taglierà i costi energetici per famiglie e aziende e, a condizione che gli impatti sociali siano affrontati, contribuirà ad alleviare la povertà energetica e  alla crescita e all'occupazione. I cittadini, le imprese e le parti sociali dell'UE richiedono maggiore certezza e prevedibilità sulla via verso la neutralità climatica. Pertanto, la Commissione sta modificando la sua proposta per la prima legge europea sul clima oggi, aggiungendo un obiettivo per il 2030 di almeno il 55% di riduzioni nette delle emissioni di gas serra rispetto al 1990. Questo sarà l'inizio per un percorso possibile affinché l'UE diventi climaticamente neutra entro il 2050.

La Commissione invita il Parlamento europeo e il Consiglio a raggiungere rapidamente un accordo e adottare il regolamento della legge europea sul clima. Nel corso dei prossimi nove mesi, la Commissione riesaminerà la sua legislazione energetica. La presente comunicazione individua già le opzioni chiave per modificarla. La Commissione è convinta che tutti gli strumenti politici rilevanti per la decarbonizzazione della nostra economia devono lavorare in modo coerente per raggiungere gli obiettivi. Un rinforzato schema ETS, un maggiore utilizzo dello scambio di quote di emissioni a livello dell'UE, una efficienza energetica più severa e molta più energia rinnovabile avranno tutti un ruolo importante nel raggiungimento degli obiettivi green europei. Lo stesso vale per le politiche energetiche, gli strumenti a sostegno della mobilità e dei trasporti sostenibili, l'economia circolare e le politiche ambientali, agricole, finanziarie, la ricerca e l'innovazione industriale.

Sarà predisposto un ampio dibattito pubblico e ad un processo di consultazione con il Parlamento, il Consiglio, il Comitato economico e sociale e il Comitato delle Regioni, i parlamenti nazionali e tutti i cittadini e le parti interessate attraverso il Patto europeo per il clima, ma anche la prossima Conferenza sul futuro dell'Europa: la Commissione preparerà le principali proposte legislative necessarie entro giugno 2021. Questo processo dovrebbe aprire la strada alla loro successiva rapida adozione e dare tempo sufficiente a tutti i protagonisti per raggiungere inel 2030 i nuovi obiettivi per il clima e l'energia.

TORNA SU

 

 CLIMA

02 Agosto 2020. Toni Federico: Clima ed energia: le chiavi per uscire dalla crisi pandemica

 

Il Recovery Plan. Un Recovery Plan da 750 Mld€, finanziato con modalità di tipo federalistico, porterà all’Italia tra sovvenzioni e prestiti 209 Mld€, un terzo dei quali obbligatoriamente da investire nella lotta ai cambiamenti climatici. Per accedere a questi fondi ci viene chiesto di presentare entro il prossimo ottobre un Piano nazionale di riforme e di investimenti pubblici che definisca quella che sarà la transizione energetica ed industriale dell’Italia nei prossimi tre decenni. La proposta della Commissione prevede che l’utilizzo delle risorse del Recovery Fund sia finalizzato a investimenti in grado non solo di affrontare l’emergenza, ma di assicurare un futuro alle prossime generazioni. Può dare grande impulso all’occupazione, con attenzione ai processi di conversione industriale e di formazione dei lavoratori e dei giovani. Il Green Deal deve costituire l’elemento di condizionamento e di guida della ripresa, in nome del quale l’azione dei Governi europei e della finanza pubblica riprendono il ruolo di indirizzo dell’attività delle imprese abbandonato in nome del dettato neo-liberista, quello stesso che ha aggravato le diseguaglianze a livello mondiale, che ha scaricato sui lavoratori il peso delle sue utilità e che si dimostrato fallimentare proprio a fronte della pandemia. Il Green Deal non è una fuga in avanti ambientalista, ma un solido programma popolare condiviso dalla maggior parte dei Paesi membri.

Le prime misure da mettere in campo sono quelle per il raggiungimento di target più ambiziosi al 2030, -55% ed oltre di riduzione delle emissioni GHG, che richiedono notevoli investimenti nella transizione energetica, nell’efficienza e nel risparmio energetico, nello sviluppo delle rinnovabili, nella elettrificazione della mobilità di passeggeri e merci e nelle tecnologie per l’idrogeno green e per la cattura e il sequestro del carbonio. Il cambiamento verso un modello circolare di economia, promosso anche dalle nuove direttive europee nella necessaria funzione di accompagnamento della lotta ai cambiamenti climatici e all’inquinamento, richiede investimenti nei processi e nei prodotti industriali, per prolungarne la durata, migliorarne la riparabilità e le possibilità di riuso, per renderli più facilmente riciclabili e per aumentare l’impiego di materie prime seconde.

Accanto alle fonti di energia rinnovabile, l’altra grande dimensione della transizione energetica è l’efficienza, che non è solo risparmio, ma soprattutto innovazione tecnologica e gestione del territorio. L’efficienza dovrà essere interpretata a livello locale, nelle città, investendo in progetti di nuova rigenerazione urbana che comprenda non solo i tradizionali interventi di recupero di edifici e di aree dismesse, ma misure di mitigazione e adattamento climatico e un potenziamento delle infrastrutture verdi.

Non ultima per importanza va ridefinita la strategia agroalimentare europea secondo il modello Farm to Fork, per garantire la sostenibilità della produzione e la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare, per promuovere un consumo alimentare sostenibile e ridurre le perdite e gli sprechi ma anche per assecondare il processo generale di transizione e l’uso del territorio nella chiave climatica.

L’impegno di risorse necessarie per il Green Deal è stato calcolato, nel documento di lavoro che accompagna la Comunicazione della Commissione europea del 27 maggio, in 470 Mld€, così suddivisi: 30 per le rinnovabili, 190 per l’efficienza energetica, 120 per la mobilità sostenibile, 77 per altre misure per il clima e l’ambiente e 53 per l’economia circolare e la gestione delle risorse. È fuori strada pertanto chi pensa all’apertura di una sorta di bancomat dove ciascun Paese possa prelevare soldi, solo con limiti quantitativi, per spenderli come vuole, senza tener conto degli indirizzi e delle priorità indicate a livello europeo.

Il 30% destinato al Green Deal. L’azione per il clima - si dice nel testo delle conclusioni del Consiglio del 21 luglio - sarà integrato nelle politiche e nei programmi finanziati nell’ambito del QFP e di Next Generation EU per il 30% dell’importo totale della spesa, pari per l’Italia a 62,7 Mld€. La condizione è che gli obiettivi devono conformarsi entro il 2050 alla neutralità climatica e ai nuovi milestone climatici dell’Unione per il 2030, che verranno aggiornati entro fine 2020. Un monitoraggio della spesa per il clima e della sua efficienza, incluse la rendicontazione e misure pertinenti in caso di progressi insufficienti, dovrebbe garantire che il prossimo QFP nel suo complesso contribuisca all’attuazione dell’accordo di Parigi. La Commissione riferirà annualmente in merito alle spese per il clima.

Per rispettare queste condizionalità è opportuna l’applicazione al Recovery Plan della Tassonomia europea per gli investimenti sostenibili e green, stabilendo più chiaramente che si può finanziare una serie di progetti che hanno effetti positivi per una serie di obiettivi climatici e ambientali e che comunque non li devono in ogni caso danneggiare. La misura è formulata in modo generico e potrebbe essere facilmente aggirabile dai Piani nazionali.

L’altro pilastro del Green Deal, è l’economia circolare che invece è molto indebolita nelle indicazioni europee del Recovery Plan. Senza economia circolare non vi può essere né economia climaticamente neutra, né Green Deal: da qualche parte questa indicazione per i Piani nazionali dovrebbe essere ben più chiara. Nel conclusioni del Consiglio si trovano diversi riferimenti all’agricoltura e alla PAC, ma non al Green Deal e alla transizione alla neutralità ben declinati dalla recente strategia europea Farm to Fork tanto che anche l’indicazione del 40% dei fondi per l’agricoltura a misure climatiche risulta indebolita.

Si consulti il bel Rapporto di Luigi di Marco sulle iniziative europee pre e post pandemia, Green Deal e New Generation EU.

Il 2019 e la pandemia. Secondo le indicazioni di Italy4climate la pandemia ci riserva una prospettiva di sostanziale incertezza. Non possiamo anzitutto nascondere la situazione come si presentava a fine 2019: si chiude il decennio più caldo mai registrato in Italia, con 13,4 °C di temperatura superficiale media; tra il 2008 al 2019 cresce di 10 volte il numero di eventi estremi in Italia, fino a 1600; le emissioni! di gas serra non diminuiscono sensibilmente da sei anni, stazioniamo sopra i 420 MtCO2eq; l'efficienza energetica dell'economia da diversi anni non migliora più e permane intorno a 93 tep/M€; in sei anni in Italia le rinnovabili elettriche crescono meno che nel resto d'Europa (+3%) anche se erogate a prezzi inferiori, mediamente meno di 5 €cent/kWh. Cala a 20 TWh la produzione elettrica da carbone, così consentendo la discesa dell’impronta carbonica dell’energia elettrica a 289 gCO2/kWh, mentre ne viene confermato il phase-out entro il 2025; le emissioni dei trasporti, pur con meno auto diesel vendute, salgono in media a 119 gCO2/km. Gli effetti sensibili della pandemia ci stanno dicendo che solo nei mesi di marzo e aprile 2020 abbiamo ridotto le emissioni di oltre 20 MtCO2 rispetto all’anno precedente. Nella fase di piena operatività delle misure di restrizione, la riduzione delle emissioni è stata intorno al 35% che, al di là delle apparenze, è in realtà molto vicina a quello che dovrebbe essere il taglio da raggiungere in appena un decennio per centrare gli obiettivi di Parigi e non far precipitare la crisi climatica. Questo ci mostra in maniera molto chiara la dimensione dello sforzo che dovremmo fare nei prossimi anni e anche la distanza dall’obiettivo di contenimento del cambiamento climatico.

Per altro verso, dopo la flessione record registrata ad Aprile in pieno lockdown, il bollettino di Terna per il mese di maggio evidenzia una decisa ripresa dei consumi elettrici (+10%) rispetto al mese precedente, per un totale di 22,7 TWh di elettricità consumata, di cui il 94,4%  è stata soddisfatta con produzione nazionale. Il maggio appena trascorso rispetto allo stesso mese del 2019 ha fatto segnare un -10%. In questo contesto spicca però un importante record positivo: il 51% della domanda nazionale di elettricità è stato coperto da fonti rinnovabili, il valore mensile più alto di sempre. Nello stesso periodo del 2019, la domanda di energia elettrica coperta da FER è stata del 41%. A maggio la produzione di elettricità da fonti rinnovabili è cresciuta dell’12% rispetto allo stesso mese del 2019 e la produzione fotovoltaica, pari a 2,9 TWh, ha superato del 25% il maggio 2019. Quella eolica, pari a 1,8 TWh vale un +6,3%.

Le nostre proposte per la ripresa. Poiché è previsione facile e condivisa che l’atteso rimbalzo del PIL post-Covid si trascinerebbe dietro tutte le variabili energetiche, è evidente la necessità di giocare d’anticipo e quindi la priorità da riservare al rilancio delle fonti rinnovabili e dell’elettrificazione nell’impiego dei primi investimenti che vanno fatti con i fondi europei. Non certo nuove autostrade e nuova cementificazione, ma molte più rinnovabili elettriche, un forte impulso all’autoproduzione elettrica, all’elettrificazione dei trasporti, e finalmente la realizzazione della smart grid elettrica dotata di intelligenza e capacità di stoccaggio. Quest’ultima, e non certo la rete 5G, è la vera innovazione telematica per portare energia rinnovabile a tutti. Certamente portare Internet a tutti è parte integrante del rilancio, ma conta di più l’estensione territoriale e l’alfabetizzazione informatica generalizzata che non l’alta velocità telefonica e il relativo abuso delle piattaforme social con cui le compagnie telefoniche fanno soldi solo nei centri urbanizzati più densi e più ricchi.

Non basta tuttavia promuovere il solo consumo delle rinnovabili, occorre spostare il sistema industriale dall’attuale attitudine soporifera e misoneista verso le produzioni green che possono garantire un gran numero di nuovi posti di lavoro e il recupero di una competitività sui mercati sempre più compromessa. Tra queste va favorita l’introduzione dell’idrogeno green come vettore energetico rinnovabile, prodotto mediante l’energia solare e l’elettrolisi dell’acqua.

Parliamo anche di elettrificazione rinnovabile dei trasporti pubblici e privati puntando sulla mobilità dolce, rilanciata a livello mondiale dalla pandemia, sull’idrogeno verde, sulle celle a combustibile per il trasporto pesante e sulle facility pubbliche e domestiche per la ricarica delle batterie, accompagnate da un programma di costruzione di stazioni di ricarica di potenza in tutte le stazioni di servizio e on demand. Sicuramente l’Europa provvederà alla standardizzazione dell’hardware per la ricarica. Occorre una ulteriore promozione della ferrovia, passeggeri e merci, con la introduzione dell’obbligo dei veicoli elettrici per la logistica merci dell’ultimo km. Agli scettici ricordiamo che sono Amazon e company ad aver ormai sviluppato tutta l’intelligenza artificiale che serve per consegnare le merci. Inutile stare a guardare. Per i trasporti extraurbani niente asfalto o cementificazione aggiuntivi ma manutenzione del capitale infrastrutturale costruito. Lungo questo percorso non si comprende l’incentivazione dei mezzi benzina e diesel Euro 6 introdotta dal Governo nel Decreto rilancio né l'attenuazione delle garanzie ambientali dei appalti adombrate nelle proposte di semplificazione.

Investimenti vanno ad un ulteriore sviluppo dell’efficienza energetica, nella quale l'Italia è meno in ritardo. Si tratta di riduzione e controllo dei consumi, ma anche di innovazione tecnologica. Va riqualificato il patrimonio edilizio con investimenti e incentivi per l’edilizia a consumi ed emissioni zero, apportatori di buona e nuova occupazione. Il riscaldamento e il raffreddamento devono al più presto abbandonare il gas naturale in favore delle pompe di calore, dispositivi elettrici reversibili dal caldo al freddo, riqualificando la progettazione degli edifici. Tra le lezioni della pandemia emerge con forza, nel panorama dell’efficienza, la pratica dello smart working, che sta dando prove straordinarie in fatto di economie di sistema, risparmio energetico, mitigazione della mobilità delle persone, connettività sociale e innovazione tecnologica.

Riscrivere il PNIEC italiano. C’è n’è più che abbastanza per riscrivere l’obsoleto PNIEC italiano, con un rapido adeguamento delle misure e degli impegni alla roadmap 2050 della decarbonizzazione europea del Green Deal e un percorso pianificato per ridurre le emissioni GHG almeno del 55% al 2030. Ricordiamo che i PNIEC sono documenti ufficiali dell’Unione che possono fortemente condizionare l’erogazione dei fondi. La flebile Legge sul clima italiana va riscritta, rimessa al passo con la legge europea e dotata di strumenti attuativi e finanziari all’altezza degli obiettivi. La Commissione Europea ha preparato in marzo per il Parlamento e il Consiglio una Climate Law che propone il target della decarbonizzazione al 2050 come obbligatorio (legally binding) per tutti i paesi membri e nuovi obiettivi per il 2030. Ribadiamo che per stare sul percorso di Parigi è richiesta la conferma del phase out totale del carbone al 2025 con la riduzione del ricorso al gas naturale per energia, riscaldamento e trasporti in favore dell’uso del biometano e dell’idrogeno green. Con le dovute cautele l’Italia deve associarsi ai progetti per la CCS e BECCS a scala europea ed internazionale evitando le fughe in avanti come il Progetto Ravenna dell’ENI. Va promossa la ricerca scientifica sul DAC e sui gravi rischi della geoingegnerizzazione del clima.

Preso atto dell’aumentato sforzo delle Amministrazioni pubbliche per fare fronte al dissesto idrogeologico e al grave degrado delle infrastrutture e del patrimonio architettonico, va prontamente strutturato e dotato di risorse il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici, a partire dalla Strategia esistente ma in una chiave rafforzata dagli orientamenti del Green Deal. Sull’onda dei recenti disastri di Genova, Venezia, Palermo e di altri ancora si dimostra una sinergia sistemica tra queste tematiche e quelle della protezione della salute, che hanno in comune i fattori organizzativi, le finalità ed anche le origini nelle quali si riconoscono gli effetti della violazione degli assetti naturali e degli habitat degli organismi viventi.

Fiscalità ed incentivi dannosi. Una sempre rinviata riforma fiscale ecologica è chiamata ad adeguare le accise sui carburanti, a parità di gettito, in funzione del contenuto in carbonio dei combustibili. Una meditata riflessione deve portare l’Italia all’adozione progressiva di una Carbon Tax generalizzata e alla adozione della Border Tax del Green Deal europeo, equilibrando un prezzo unitario per le emissioni di carbonio tra i settori ETS a controllo europeo e gli altri settori, in particolare civile e trasporti. Dopo interminabili esitazioni va normato con target e scadenze il percorso per la eliminazione degli incentivi ambientalmente dannosi a partire dai combustibili per aviazione civile, autotrasporto, agricoltura e pesca. Si tratta qui non solo e non tanto di offrire compensazioni economiche ai settori colpiti, quanto di offrire alternative sistemiche e dispositivi alternativi, tecnologicamente basati sulle fonti rinnovabili, in particolare sull’idrogeno green.

Si attende un nuovo protagonismo dell’Italia nei rapporti multilaterali, dove clima energia e salute sono la nota dominante. Ci riferiamo al G7 al G20 di Roma del 2021 ma soprattutto alla COP 26, vera occasione mancata dall’Italia che avrebbe dovuto esserne Presidente e protagonista e che ora si trova nel ruolo di comprimaria con il Regno Unito, appena uscito dall’Unione. Nonostante le enormi difficoltà finanziarie del nostro Paese non si vede come ci si possa esimere dall’invocare che l’Italia, partner della Coalizione dei Paesi ambiziosi, onori i propri impegni per il finanziamento del Green Climate Fund, quest’anno alla scadenza dell’obiettivo dei 100 GUS$/anno, ma lontanissimo da questo target.

TORNA SU

CLIMA 20 Dicembre 2019. Edo Ronchi: Dopo Madrid, come realizzare la svolta climatica senza dipendere solo dalle COP  

Il 2019 si sta chiudendo sulla scia della delusione della COP 25 di Madrid sul clima. Ma come è possibile che dopo tante manifestazioni, soprattutto dei giovani, dopo l’attenzione finalmente dedicata dai media, dopo l’evidente aggravamento degli effetti generati dalla crisi climatica, la trattativa internazionale non faccia passi avanti concreti?

Le Conferenze annuali dell’ONU sul cambiamento climatico, le COP, sono di complessa conduzione tecnica e richiedono una grande capacità di gestione anche politica. Nella COP di Madrid queste condizioni erano al minimo: il governo cileno, alla vigilia della Conferenza, ha dovuto, per i noti problemi interni, rinunciare ad ospitarla e quello di Madrid è generosamente subentrato all’ultimo momento. Questa COP è stata, inoltre, caricata da aspettative eccessive. Il nodo all’ordine del giorno era complesso, ma limitato e circoscritto: quello della regolazione internazionale dei crediti di carbonio. Questo nodo poteva essere affrontato meglio, facendo qualche passo avanti concreto, ma, a mio parere, era molto difficile risolverlo ora. Siccome gli impegni di riduzione dei gas serra presi dai Paesi vanno ridiscussi perché sono inadeguati a stabilizzare l’aumento delle temperature al di sotto dei 2°C, pare difficile arrivare ora ad una regolazione condivisa della gestione dei crediti di carbonio che a quegli impegni sono connessi. Le COP sono un momento di confronto e di collaborazione internazionale. Possono essere utili, se ben gestite. Non è però più possibile affidare la non più rinviabile svolta nelle politiche climatiche solo alle COP che, per deliberare, richiedono l’unanimità o, almeno, un  consenso molto ampio,  molto difficile da raggiungere: gli impatti della crisi climatica  sono, infatti, ripartititi in modo diseguale fra i diversi Paesi; la capacità di resilienza dei Paesi è molto diversa;  il peso economico dei combustibili fossili e degli interessi finanziari e industriali connessi con i fossili sono distribuiti in modo molto diverso e sono molto più consistenti in alcuni Paesi; vi sono, per varie ragioni, settori sociali meno sensibili rispetto alle tematiche climatiche e  governi non lungimiranti che frenano che si oppongono ad accordi impegnativi per il clima.

Aspettare l’Accordo internazionale con questi governi per muoversi significa rendere determinante la loro posizione e, nei fatti, rassegnarsi a subire il rapido aggravamento in corso della crisi climatica.  Così come, sapendo che vi sono diversi Paesi governati da dittature, non affidiamo certo il destino della libertà e della democrazia ad un accordo anche con loro, non possiamo più restare fermi in attesa di governi fortemente legati agli interessi dei combustibili fossili. Sarebbe meglio e più efficace muoversi tutti insieme e   nella stessa direzione, in particolare insieme agli Stati Uniti e alla Cina. Ma se questi non si muovono, o frenano, non possiamo più stare fermi, accettando esiti disastrosi della crisi climatica. Oggi - e questa è una novità che cambia i termini di questa discussione - disponiamo di conoscenze, di tecnologie e di capacità, migliorabili in pochi decenni, per decarbonizzare l’economia senza dover sostenere costi eccessivi. Contrastando così l’aggravamento e l’accelerazione della crisi climatica e spingendo, invece di essere frenati, anche i Paesi disimpegnati a inseguire e adeguarsi, dimostrando che un’economia decarbonizzata può essere competitiva, può generare oltre a benefici ambientali, anche nuove possibilità di sviluppo e maggiore occupazione. In questa direzione si stanno muovendo i 58 Paesi che, in sede di Nazioni Unite, hanno costituito l’Alleanza dei Paesi ambiziosi per il clima. In questa direzione ha ripreso a muoversi la nuova Commissione europea che, in sintonia con gli indirizzi espressi dal nuovo Parlamento europeo e con il recente assenso - nonostante l’opposizione della Polonia - del Consiglio, punta alla neutralità carbonica entro il 2050 e ad aumentare il proprio impegno di riduzione dei gas serra dal 40 al 50-55% entro il 2030, puntando su un Green Deal.

E l’Italia che fa? Negli ultimi 5 anni non ha ridotto le proprie emissioni di gas serra e, per ora, mantiene un Piano energia e clima che prevede una riduzione solo del 37% delle emissioni entro il 2030, fortemente inadeguato a fronte dei recenti citati nuovi indirizzi europei.  La nuova Legge di Bilancio per il 2020 ha avviato alcune misure di Green Deal molto limitate, anche se vanno nella giusta direzione. Lo stesso si può dire del recente decreto clima che contiene misure in grado di generare riduzioni molto basse delle emissioni di gas serra del Paese. Il Governo tedesco ha, invece, recentemente stabilito di non consentire più emissioni gratuite di gas serra con l’introduzione di una carbon tax di 25 euro a tonnellata di CO2 dal 2021 che diventeranno 55 euro dal 2025, utilizzando i consistenti maggiori introiti per misure green e per compensazioni sociali.

TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE

11 Dicembre 2019. In dieci punti il Green Deal di Ursula von der Leyen. Finalmente l'Europa al rango programmatico che le appartiene

  1. Europa "climate neutral". Questo è l'obiettivo generale del Green Deal europeo. L'UE punterà a raggiungere emissioni di gas serra nette pari a zero entro il 2050, un obiettivo che sarà sancito da una "legge sul clima" che sarà presentata nel marzo 2020. Ciò significa aggiornare l'ambizione climatica dell'UE per il 2030, con una riduzione del 50-55% delle emissioni di gas serra per sostituire l'attuale obiettivo del 40%. Il dato del 55% sarà soggetto a un'analisi costi-benefici. La Commissione non vuole lasciare nulla di intentato e prevede di rivedere tutte le leggi e i regolamenti dell'UE al fine di allinearli ai nuovi obiettivi climatici. Ciò inizierà con la direttiva sulle energie rinnovabili e la direttiva sull'efficienza energetica, ma anche con la direttiva sullo scambio di quote di emissioni e il regolamento dell'effort sharing, nonché con la direttiva LULUCF che si occupa del cambio di destinazione del suolo. Le proposte saranno presentate come parte di un pacchetto nel marzo 2021. Nel 2020 verrà presentato un piano di integrazione settoriale intelligente che riunirà i settori dell'elettricità, del gas e del riscaldamento in un unico sistema. Verrà presentata una nuova iniziativa per sfruttare l'enorme potenziale dell'eolico offshore.

  2. Economia circolare. Un nuovo piano d'azione per l'economia circolare sarà presentato nel marzo 2020, nell'ambito di una più ampia strategia industriale dell'UE. Includerà una politica di prodotto sostenibile con prescrizioni su come realizziamo le cose al fine di utilizzare meno materiali e garantire che i prodotti possano essere riutilizzati e riciclati. Anche le industrie ad alta intensità di carbonio come acciaio, cemento e tessuti, focalizzeranno l'attenzione nell'ambito del nuovo piano di economia circolare. Un obiettivo chiave è prepararsi alla produzione di acciaio pulita usando l'idrogeno entro il 2030, perché per avere un'industria pulita nel 2050, nel 2030 parte l'ultimo ciclo di investimenti. La nuova legislazione sarà inoltre presentata nel 2020 per rendere le batterie riutilizzabili e riciclabili.

  3. Ristrutturazione edilizia. Sarà uno dei programmi di punta del Green Deal. L'obiettivo chiave è quello di almeno raddoppiare o addirittura triplicare il tasso di ristrutturazione degli edifici, che attualmente si attesta intorno all'1%.

  4. Inquinamento zero. Sia nell'aria, nel suolo o nell'acqua, l'obiettivo è quello di raggiungere un ambiente privo di inquinamento entro il 2050. Nuove iniziative includono una strategia chimica per un ambiente privo di sostanze tossiche.

  5. Ecosistemi e biodiversità. Una nuova strategia sulla biodiversità sarà presentata a marzo 2020, in vista del vertice ONU sulla biodiversità che si terrà in Cina a ottobre. L'Europa vuole dare l'esempio con nuove misure per affrontare i principali fattori di perdita della biodiversità. Ciò include misure per affrontare l'inquinamento del suolo e delle acque, nonché una nuova strategia forestale sia nelle città che nelle campagne. Saranno presentate nuove regole di etichettatura per promuovere prodotti agricoli privi di deforestazione.

  6. Strategia agricola. Da presentare nella primavera del 2020, la nuova strategia mirerà a un sistema di agricoltura verde e più sana. Ciò include piani per ridurre significativamente l'uso di pesticidi chimici, fertilizzanti e antibiotici. I nuovi piani strategici nazionali che dovranno essere presentati il ​​prossimo anno dagli Stati membri nell'ambito della politica agricola comune saranno esaminati per vedere se sono in linea con gli obiettivi del Green Deal.

  7. Trasporti. Un anno dopo che l'UE ha concordato nuovi standard di emissione di CO2 per le automobili, il settore automobilistico è di nuovo nella linea di tiro della Commissione. L'obiettivo attuale è raggiungere 95 gCO2/km entro il 2021 per poi andare verso lo zero negli anni 2030. I veicoli elettrici saranno ulteriormente incoraggiati con l'obiettivo di distribuire 1 milione di punti di ricarica pubblici in tutta Europa entro il 2025. Ogni famiglia in Europa deve essere in grado di guidare la propria auto elettrica senza doversi preoccupare della stazione di ricarica più vicina. I carburanti alternativi sostenibili, biocarburanti e idrogeno, saranno promossi nel settore dell'aviazione, della navigazione e del trasporto pesante su strada dove attualmente non è possibile elettrificare.

  8. Moneta. Per non lasciare indietro nessuno, la commissione propone un meccanismo di transizione per aiutare le regioni maggiormente dipendenti dai combustibili fossili. "Abbiamo l'ambizione di mobilitare € 100 miliardi mirati precisamente alle regioni e ai settori più vulnerabili", ha dichiarato von der Leyen alla presentazione del Green Deal. Ogni euro speso dal fondo potrebbe essere integrato da 2 o 3 euro provenienti dalla regione. Le linee guida dell'UE in materia di aiuti di Stato saranno riviste in tale contesto in modo che i governi nazionali possano sostenere direttamente gli investimenti nell'energia pulita, con la benedizione della direzione della Commissione per la concorrenza. Alle regioni verrà inoltre offerta assistenza tecnica al fine di aiutarle ad acquisire i fondi nel rispetto delle rigide norme di spesa dell'UE. Tuttavia, qualsiasi aiuto di Stato dovrebbe essere verificato dalla Commissione nell'ambito di nuovi piani di transizione regionali presentati in precedenza a Bruxelles. Lo strumento da € 100 miliardi proposto ha tre gambe:

            - Un giusto fondo di transizione che mobiliterà risorse dal bilancio della politica regionale dell'UE;

            - Il programma "InvestEU", con denaro proveniente dalla Banca europea per gli investimenti;

            - Finanziamenti BEI provenienti dal capitale della banca dell'UE.

  1. R&S e innovazione. Con un budget proposto  100 miliardi di € nei prossimi sette anni (2021-2027), anche il programma di ricerca e innovazione di Horizon Europe contribuirà al Green Deal. Il 35% del finanziamento della ricerca dell'UE sarà destinato a tecnologie rispettose del clima in virtù di un accordo concluso all'inizio di quest'anno. E una serie di attività di ricerca dell'UE si concentrerà principalmente su obiettivi ambientali.

  2. Relazioni esterne. Infine, saranno mobilitati gli sforzi diplomatici dell'UE a sostegno del Green Deal. Una misura che potrebbe attirare l'attenzione e le critiche è una proposta per un'imposta daziaria sul carbonio, una border tax. Man mano che l'Europa aumenta le sue ambizioni climatiche, prevediamo che anche il resto del mondo svolgerà il suo ruolo, ma in caso contrario l'Europa non sarà ingenua e proteggerà la sua industria dalla concorrenza sleale.

TORNA SU

 

CLIMA

28 Novembre 2019. Forze politiche italiane, in spregio al dramma di Venezia e della Liguria, votano contro la dichiarazione di emergenza ambientale voluta da Ursula Von der Leyen, presidente della nuova Commissione

Murales di Bansky per Venezia

Mentre l'Italia sta subendo uno dei peggiori attacchi climatici al proprio territorio (Leggi Edo Ronchi sull'Huffington Post), il Parlamento europeo dichiara l'Emergenza climatica e ambientale a scala continentale. I punti salienti della delibera europea sono i seguenti:

  • Considerando  imprescindibile ingaggiare un'azione immediata e ambiziosa per limitare il riscaldamento globale a 1,5 ºC ed evitare una massiccia perdita di biodiversità;

  • Considerando che una tale azione deve essere basata sulla scienza e deve coinvolgere i cittadini e tutti i settori della società e dell'economia, compresa l'industria, in modo socialmente equilibrato e sostenibile, deve sostenere la competitività delle nostre economie ed essere accompagnata da solide misure sociali e inclusive per assicurare una transizione equa e giusta che sostiene la creazione di posti di lavoro, rispettando la necessità di disporre di un elevato livello di protezione sociale nonché di posti di lavoro e di formazione di qualità;

  • Considerando che nessuna emergenza dovrebbe essere mai utilizzata per erodere le istituzioni democratiche o pregiudicare i diritti fondamentali; che tutte le misure saranno sempre adottate mediante un processo democratico;

  1. Dichiara un'emergenza climatica e ambientale; invita la Commissione, gli Stati membri e tutti gli attori globali, e dichiara il proprio impegno, a intraprendere con urgenza le azioni concrete necessarie per combattere e contenere tale minaccia prima che sia troppo tardi;

  2. Esorta la nuova Commissione a effettuare una valutazione completa dell'impatto climatico e ambientale di tutte le proposte legislative e di bilancio, nonché a garantire che tali proposte siano pienamente in linea con l'obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5° C e non contribuiscano alla perdita di biodiversità;

  3. Riconosce la propria responsabilità istituzionale per quanto riguarda la riduzione della propria impronta di carbonio; propone di adottare proprie misure volte a ridurre le emissioni, inclusa la sostituzione del suo parco veicoli con veicoli a emissioni zero, e invita tutti gli Stati membri a trovare un accordo su una sede unica per il Parlamento europeo;

  4. Esorta la nuova Commissione ad affrontare le incoerenze delle attuali politiche dell'Unione in materia di emergenza climatica e ambientale, in particolare attraverso una profonda riforma delle sue politiche di investimento nei settori dell'agricoltura, del commercio, dei trasporti, dell'energia e delle infrastrutture;

  5. Incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri.

Contro questa risoluzione "rivoluzionaria" votano Lega, Fratelli d'Italia, Forza Italia (PPE) e 4 parlamentari su 14 dei 5*, la maggioranza nel Parlamento Italiano.

TORNA SU


SVILUPPO SOSTENIBILE5 Novembre 2019: Dagli Stati generali della Green economy allarme sulla transizione troppo lenta

 

Dagli Stati generali della Green economy 2019, per il resoconto puntuale dei quali rimandiamo al sito, il Rapporto 2019 sulla Green economy lancia un allarme sui ritardi dell'avvio del processo di transizione energetica ed economico sociale che deve mettere l'umanità al riparo dai gravi esiti del cambiamento climatico e accelerare il conseguimento degli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Molti gli interventi di rilievo che si sono succeduti. Di seguito riportiamo alcuni dei contenuti dell'intervento guida del presidente Edo Ronchi e del responsabile energia e clima Andrea Barbabella.

Il sistema energetico mondiale, basato sui combustibili fossili, sta cambiando troppo lentamente Dal 1965 al 2018 la quota del fabbisogno mondiale di energia soddisfatta dai fossili è scesa solo dal 94 all’82%. L’aumento dell’uso di energia nel 2018 è stato ancora soddisfatto per il 71% con carbone e petrolio. Il consumo di energia nel 2018 è cresciuto del 2,9%, il massimo dal 2010. Nel 2018 il consumo di petrolio è cresciuto dell'1,5%, principalmente a causa del settore trasporti e quello di carbone è aumentato dell'1,4%, la crescita più rapida dal 2013. l contributo delle energie fossili alla generazione elettrica è rimasto stabile intorno al 64%.

Lo sviluppo delle fonti rinnovabili è troppo lento. Nel 2017 le rinnovabili hanno soddisfatto il 18,1% del consumo totale di energia. Nel 2018 le fonti rinnovabili hanno fornito il 26% dell'elettricità globale. L’utilizzo di energie rinnovabili nel riscaldamento e nel raffreddamento rimane invece limitato a circa il 10% della domanda.

La crisi climatica globale si sta aggravando. Con gli impegni dichiarati dagli Stati, siamo ben lontani dall’Accordo di Parigi: stiamo marciando verso i 3 °C a fine secolo, ritenuto un livello di riscaldamento globale molto pericoloso, dalle conseguenze sconvolgenti. Dopo tre anni di stabilità, le emissioni di CO2 sono cresciute dell'1,6% nel 2017 e del 2,7% nel 2018, fino a un record di 37,1 Gt. La concentrazione di CO2 in atmosfera ha oramai superato 413 parti per milione, un valore che la Terra non ha mai conosciuto almeno negli ultimi 800 mila anni.

In Italia la green economy ha raggiunto, nel recente passato, risultati importanti, ma siamo probabilmente entrati in una fase di rallentamento e di difficoltà. Le emissioni italiane di gas serra non calano da 5 anni: dal 2014, quando erano di 426 Mt di CO2eq, le stesse del 2018. I dati del primo semestre del 2019 indicano un aumento. Secondo Eurostat, nel 2017 l’Unione europea ha ridotto le proprie emissioni di gas serra di oltre il 23% rispetto al 1990: il Regno Unito le ha ridotte del 40% la Germania del 28%, l’Italia, pur tenendo conto che partiva da emissioni pro capite minori, le ha ridotte solo del 17%.
 

Emissioni comparative in numeri indice rispetto al 1990 dell'Italia e dell'Europa

 

Tra il 2014 e il 2017, con una ripresa economica modesta, il consumo interno lordo di energia è tornato a crescere, da 166 a oltre 170 Mtep. Nel 2018 con una crescita del Pil dello 0,9%, il fabbisogno energetico è aumentato di quasi il 2%, facendo aumentare anche l’intensità energetica.

Dati delle dinamiche energetiche ed economiche italiane

 

Negli ultimi 5 anni la crescita delle rinnovabili in Italia si è quasi fermata. Nel 2017 le fonti energetiche rinnovabili avevano soddisfatto il 18,3% del fabbisogno energetico, contro il 17,5% della media europea, il 17,5% della Spagna, il 16,3% della Francia, il 15,5% della Germania e il 10,2% del Regno Unito.

Crescita delle rinnovabili in Italia

 

In Italia, già Paese europeo con più auto, le emissioni medie di CO2/km delle nuove auto stanno aumentando dal 2018. Nel 2018 l’Italia, con 644 automobili ogni 1000 abitanti (635 nel 2017), è il Paese europeo col tasso più alto di auto. Nei primi otto mesi del 2019, le emissioni medie specifiche delle nuove auto immatricolate sono aumentate a quasi 120 gCO2/km, il 5,5% in più rispetto allo stesso periodo di un anno fa. L’Italia sconta un ritardo storico nella penetrazione di veicoli elettrici: in totale sono state vendute meno di 10.000 auto elettriche (in Germania 68.000) e circa 6200 motoveicoli elettrici. Con 148.000biciclette elettriche vendute, l’Italia è solo il 5° mercato europeo. La gran parte della flotta di autobus pubblici è ancora alimentata a gasolio, per il 50% con standard inferiore o uguale a Euro 4. Solo alcune città italiane hanno avviato l’acquisto di autobus elettrici.

Il Rapporto dell’European Institute on Economics and the Environment e della Fondazione per lo sviluppo sostenibile dimostra che gli impatti economici del cambiamento climatico sono molto più significativi di quanto precedentemente calcolato. Queste analisi mostrano perdite di Pil di oltre l’8% nella seconda metà del secolo per l’Italia, con stime oltre sette volte superiori a quelle precedentemente effettuate. Il riscaldamento globale aumenterà le disuguaglianze economiche. I danni economici nel sud Europa saranno otto volte maggiori di quelli del nord e in Italia il cronico gap del Sud peggiorerà del 60% per la crisi climatica.

Per il clima l’Italia dovrebbe sostenere la posizione del Parlamento Europeo e dei Paesi che chiedono di rivedere gli impegni europei al 2030 per attuare l’Accordo di Parigi e aumentare l’impegno del Piano nazionale energia e clima di riduzione di gas serra dal 37 al 50% rispetto al 1990. Per poter arrivare a neutralizzare le emissioni nette al 2050 è necessario scendere dalle 426 Mt di CO2 del 2018 a 260 Mt nel 2030. Con le misure attuali si arriverebbe a circa 380 Mt. Servono misure aggiuntive per ridurre di ulteriori 120 Mt le emissioni al 2030.

Per l’efficienza energetica occorre rendere più incisiva la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio pubblico e privato, sviluppare l’economia circolare e la mobilità sostenibile.

In materia di rinnovabili per gli usi termici occorre raddoppiare il contributo delle pompe di calore e aumentare geotermia, solare termico e biomasse, in particolare con teleriscaldamento e cogenerazione. Per le rinnovabili elettriche occorre arrivare al 65% al 2030. Per i trasporti va sostenuta l’elettrificazione dei consumi, incentivato lo sviluppo di biocarburanti avanzati, del biometano e la ricerca sull’idrogeno.

Per decarbonizzare i trasporti occorre ridurre l’uso dell’auto in città investendo nella modernizzazione dei servizi di trasporto pubblico, realizzando entro il 2025 15.000 km di corsie preferenziali, 15.000 nuovi km di piste ciclabili e attivando servizi di sharing in ogni città con più di 150.000 abitanti. Sostenere l’innovazione dei mezzi di trasporto e delle infrastrutture verso l’elettrificazione, partendo dai veicoli più leggeri, l’utilizzo del biometano, dei biocarburanti di nuova generazione e delle sperimentazioni con l’idrogeno.

Il quadro delle proposte che emerge dagli Stati generali del 2019 è il seguente:

  1. Puntare su obiettivi climatici ambiziosi

  2. Realizzare la transizione ad un’energia efficiente e rinnovabile

  3. Accelerare la transizione all’economia circolare

  4. Puntare sulla rigenerazione urbana e sulle green city

  5. Tutelare il capitale naturale e l’agricoltura di qualità

  6. Realizzare la decarbonizzazione dei trasporti

  7. Sviluppare formazione, ricerca, innovazione e digitalizzazione orientate alla green economy

  8. Attuare una riforma fiscale che, contemporaneamente, introduca una carbon tax e tagli in modo consistente il cuneo fiscale.

Su questo ultimo controverso punto richiamiamo di seguito le considerazioni che Edo Ronchi ha presentato sul Corriere della sera rilevando che la carbon tax è un passaggio obbligato per ogni possibile green New Deal.

Nel 2009 l’UNEP avanzò la proposta di un green New Deal per affrontare sia la recessione economica sia la crisi climatica. Quando si parla di green New Deal è sempre sottinteso un ingente impegno finanziario pubblico, come quello roosveltiano, e misure impegnative per affrontare la crisi climatica. Le emissioni mondiali continuano ad aumentare. Se si aspetta che tutti i Paesi partano contemporaneamente, non si arriverà in tempo a contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 °C, come previsto dall’Accordo di Parigi. Anche l'ltalia deve fare la sua parte e aumentare il suo impegno per contrastare il cambiamento climatico per fare di questa sfida epocale un'occasione di nuovo sviluppo a basse o nulle emissioni di carbonio.

Negli ultimi anni però le emissioni di gas serra, dopo un periodo di calo, hanno ripreso ad aumentare: nel 2018 sono state le stesse del 2014. Per rispettare l'Accordo di Parigi, occorrerebbe entro il 2030 almeno dimezzare quelle del 1990, facendole scendere a circa 260 Mt. Secondo ISPRA, con le misure vigenti, mancherebbero all'appello 120 Mt (12 Mt l'anno nei prossimi 10 anni), oltre il doppio di quanto previsto dal Piano energia e clima. Il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che chiede di aumentare l'impegno di riduzione al 2030 dal 40 al 55%. Il nuovo governo italiano non ha ancora preso ufficialmente posizione su questa richiesta.

Arrivare alla decarbonizzazione dell’economia in poco più di tre decenni richiede una conversione di ampia portata. Per azzerare le emissioni serra occorre farle diventare economicamente onerose rendendo vantaggiose le alternative. Visti i danni che provocano, non ci si può illudere che si possa continuare ad emettere gas serra gratis o a basso costo. Un impegno serio per il clima e per un green New Deal richiede una riforma della fiscalità che sposti il prelievo fiscale dal lavoro e dagli investimenti green e lo carichi su una carbon tax. I paesi che hanno introdotto misure di carbon pricing sono cresciuti da 19 nel 2010 a ben 56 nel 2019. In Europa già 10 paesi hanno introdotto una carbon tax.  In Italia hanno il carbon pricing solo i grandi impianti regolati a livello europeo dall’ETS che dal 2021 sarà piuttosto impegnativo. La gran parte delle emissioni generate al di fuori di questi grandi impianti non è invece fiscalmente disincentivata. Una carbon tax di 40 euro per tonnellata di C02 per le emissioni diverse da quelle dei grandi impianti comporterebbe un aumento del prezzo del gasolio di 10 eurocent e di 8 quello della benzina. Operando con attenzione, e con misure compensative per evitare impatti negativi e aprendo un dibattito pubblico sulla crisi climatica e sugli impatti che ha sul nostro paese, una carbon tax di questa dimensione può essere condivisa dalla larga maggioranza dei cittadini. Genererebbe 10 miliardi all'anno di nuove entrate che potrebbero rendere più consistenti le misure di green New Deal, sia per aumentare l'occupazione sia per alimentare la ripresa economica con maggiori investimenti green.

TORNA SU


SVILUPPO SOSTENIBILEOttobre 2019: La tutela dell'ambiente nelle costituzioni degli stati membri dell'Unione Europea

 

è del massimo interesse il Dossier (Nota breve 18/140) pubblicato dall'ufficio studi del Senato sulla introduzione nelle Costituzioni dei paesi memb4ri di riferimenti all'ambiente e allo sviluppo sostenibile. Il testo delle Costituzioni degli Stati europei sorte nell'immediato secondo dopoguerra non palesa, in generale, una particolare attenzione verso la tutela dell'ambiente. Non così il testo di Costituzioni più recenti (come la spagnola del 1978), invece dotate di specifiche disposizioni. È però accaduto che in sede di revisione costituzionale disposizioni sull'ambiente siano state inserite in corso di tempo entro una Carta costituzionale o legge fondamentale più risalente (come nei Paesi Bassi nel 1983, in Germania nel 1994 e, con particolare ampiezza, in Francia nel 2005). Il Dossier non riporta i dati per l'Italia nè riferisce delle proposte di inserimento dello sviluppo sostenibile nella Costituzione italiana, proposte avanzate da diversi partiti politici e di recente raccolte anche dal Governo.

TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE

 Settembre 2019: Economia italiana pubblica un numero speciale 2/2019 della Rivista  dedicato a: "Agenda 2030: il punto sullo sviluppo sostenibile"

Gli articoli pubblicati sono di grande interesse e possono essere scaricati liberamente al sito della rivista. Riportiamo di seguito alcuni link diretti: Editoriale:

Enrico Giovannini, Sostenibilità: rischi, opportunità e sfide per il nostro futuro

Fabrizio Barca, Patrizia Luongo, Europa: invertire rotta e aggredire le disuguaglianze

Toni Federico, Il cambiamento climatico e la transizione energetica dopo Parigi

Francesco Timpano, Marco Fedeli, La finanza per lo sviluppo sostenibile: un’analisi dello stato dell’arte

TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE

Estate 2019: L'intervento di insediamento del nuovo Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il Programma del nuovo governo italiano

Il primo in particolare, ma anche il secondo, portano riconoscibili i segni di importanti passi in avanti nella direzione dello Sviluppo sostenibile. Riteniamo perciò opportuno e conveniente disporre nel sito i riferimenti ad entrambe le istanze, augurandoci che non si debba trattare unicamente di citazioni meramente bibliografiche.

Il testo del discorso con cui Ursula von der Leyen si è presentata il 16 luglio 2019 al Parlamento Europeo per ottenere l'incarico di nuova Presidente della Commissione europea è disponibile per intero. Di seguito riportiamo i punti che abbiamo ritenuto determinarti e maggiormente promettenti nel percorso di promozione dello sviluppo sostenibile:

"... Yet it is now clear to each and every one of us that we must once again take a stand and fight for our Europe. The whole world is being challenged by disruptive developments that have not passed Europe by Demographic change, globalisation of the world economy, rapid digitalisation of our working environment and, of course, climate change. None of these meta-developments is new: science predicted them a long way back. What is new is that we, as citizens of Europe — irrespective of the country in which we live — are feeling and experiencing their effects first hand...

Our most pressing challenge is keeping our planet healthy. This is the greatest responsibility and opportunity of our times. I want Europe to become the first climate-neutral continent in the world by 2050. To make this happen, we must take bold steps together. Our current goal of reducing our emissions by 40% by 2030 is not enough. We must go further. We must strive for more. A two-step approach is needed to reduce COemissions by 2030 by 50, if not 55%. The EU will lead international negotiations to increase the level of ambition of other major economies by 2021. Because to achieve real impact, we do not only have to be ambitious at home – we have to do that, yes – but the world has to move together. To make this happen, I will put forward a Green Deal for Europe in my first 100 days in office. I will put forward the first ever European Climate Law which will set the 2050 target into law.

This increase of ambition will need investment on a major scale. Public money will not be enough. I will propose a Sustainable Europe Investment Plan and turn parts of the European Investment Bank into a Climate Bank. This will unlock €1 trillion of investment over the next decade. It means change. All of us and every sector will have to contribute, from aviation to maritime transport to the way each and everyone of us travels and lives. Emissions must have a price that changes our behaviour. To complement this work, and to ensure our companies can compete on a level-playing field, I will introduce a Carbon Border Tax to avoid carbon leakage. But what is good for our planet must also be good for our people and our regions. Of course I know about the importance of cohesion funds. But we need more. We need a just transition for all. Not all of our regions have the same starting point – but we all share the same destination. This is why I will propose a Just Transition Fund to support those most affected...

This is the European way: we are ambitious. We leave nobody behind. And we offer perspectives. If we want to succeed with this ambitious plan we need a strong economy. Because what we want to spend we need to earn first... The world is calling for more Europe. The world needs more Europe. I believe Europe should have a stronger and more united voice in the world – and it needs to act fast. That is why we must have the courage to take foreign policy decisions by qualified majority. And to stand united behind them ...".

In data 9 settembre 2019 il Premier Italiano Giuseppe Conte si è rivolto alla Camera dei deputati per ottenere la fiducia al suo nuovo Governo. Il testo integrale del discorso è disponibile e di esso vanno citati i seguenti passaggi:

"... La politica deve adoperarsi per elaborare un grande piano che attribuisca all’Italia una posizione di leadership nel campo dei nuovi modelli economici eco-sostenibili. Partiamo avvantaggiati. In Europa già ci distinguiamo per l’utilizzo delle energie rinnovabili. Dobbiamo puntare all’utilizzo delle tecniche scientifiche più innovative e sofisticate per consolidare questo primato. Abbiamo progetti all’avanguardia nello sfruttamento dell’energia dai moti ondosi, possiamo sfruttare nuove tecniche di produzione in base alla c.d. biomimesi. L’obiettivo da perseguire deve essere una efficace “transizione ecologica”, in modo da pervenire a un’articolata politica industriale, che, senza scadere nel dirigismo economico, possa gradualmente orientare l’intero sistema produttivo verso un’economia circolare, che favorisca la “cultura del riciclo” e dismetta la “cultura del rifiuto”. Lo sviluppo equo e sostenibile deve spingerci a integrare in modo sistematico, nell’azione di governo, un nuovo modello di crescita, non più “economicistico”. Dobbiamo incentivare le prassi delle imprese socialmente responsabili, che permetteranno di rendere il nostro tessuto produttivo sempre più competitivo anche nel mercato globale. Confido che la cabina di regia “Benessere Italia”, che ho da poco istituita, possa tornare ben utile a questi scopi, anche in futuro...

Più in generale, la politica deve reagire alle sfide del mondo globale rilanciando un ventaglio di proposte e soluzioni che, più volte nei miei interventi, ho riassunto con la formula “nuovo umanesimo”. Non sto qui a riassumerle, ma è stata questa la stella polare che mi ha guidato in questi mesi di governo. Anche sull’Europa, occorre un rinnovato slancio di responsabilità. Gli ideali che avevano nutrito le fasi iniziali del processo di integrazione stanno via via perdendo la loro forza propulsiva e il comune edificio europeo sta attraversando una fase particolarmente critica ...".

Del pari importante è l'esame dei 29 punti del Programma del Nuovo governo. Da essi citiamo:

...

3) Il sistema industriale del nostro Paese sconta problemi di bassa crescita e produttività, ma ha in sé grandi potenzialità per affrontare la sfida di una nuova stagione di sviluppo che faccia dell'Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile il suo punto di forza. Siamo una realtà nella quale la produzione di massa incontra la capacità di personalizzazione del prodotto. La presenza di unità economiche di piccola e media dimensione (settori artigianali, design, manifattura) ci consentono flessibilità nei processi e adesione alle richieste del mercato. Oggi la sfida è quella dell'innovazione connessa a una convincente transizione in chiave ambientale del nostro sistema industriale, allo sviluppo verde per creare lavoro di qualità, alla piena attuazione dell'economia circolare, alla sfida della "quarta rivoluzione industriale": digitalizzazione, robotizzazione, intelligenza artificiale. Il piano Impresa 4.0 è la strada tracciata da implementare e rafforzare. Il Governo intende inoltre potenziare gli interventi in favore delle piccole e medie imprese...

7) Il Governo intende realizzare un Green New Deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell'ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale. Tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell'ambiente, il progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici. Occorre adottare misure che incentivino prassi socialmente responsabili da parte delle imprese; perseguire la piena attuazione della eco-innovazione; introdurre un apposito fondo che valga a orientare, anche su base pluriennale, le iniziative imprenditoriali in questa direzione. È necessario promuovere lo sviluppo tecnologico e le ricerche più innovative in modo da rendere quanto più efficace la "transizione ecologica" e indirizzare l'intero sistema produttivo verso un'economia circolare, che favorisca la cultura del riciclo e dismetta definitivamente la cultura del rifiuto.

8) Occorre prevedere un piano di edilizia residenziale pubblica volto alla ristrutturazione del patrimonio esistente e al riutilizzo delle strutture pubbliche dismesse, in favore di famiglie a basso reddito e dei giovani; adeguare le risorse del Fondo nazionale di sostegno alle locazioni; rendere più trasparente la contrattazione in materia di locazioni.

9) Massima priorità dovranno assumere gli interventi volti a potenziare le politiche per la messa in sicurezza del territorio e per il contrasto al dissesto idrogeologico, per la riconversione delle imprese, per l'efficientamento energetico, per la rigenerazione delle città e delle aree interne, per la mobilità sostenibile e per le bonifiche. È necessario accelerare la ricostruzione delle aree terremotate, anche attraverso l'adozione di una normativa organica che consenta di rendere più spedite le procedure. Occorre intervenire sul consumo del suolo, sul contrasto alle agro-mafie, sulle sofisticazioni alimentari e sui rifiuti zero. Bisogna introdurre una normativa che non consenta, per il futuro, il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. In proposito, il Governo si impegna a promuovere accordi internazionali che vincolino anche i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a evitare quanto più possibile concessioni per trivellazione. Il Governo si impegna altresì a promuovere politiche volte a favorire la realizzazione di impianti di riciclaggio e, conseguentemente, a ridurre il fabbisogno degli impianti di incenerimento, rendendo non più necessarie nuove autorizzazioni per la loro costruzione...

12) Una nuova strategia di crescita fondata sulla sostenibilità richiede investimenti mirati all'ammodernamento delle attuali infrastrutture e alla realizzazione di nuove infrastrutture, al fine di realizzare un sistema moderno, connesso, integrato, più sicuro, che tenga conto degli impatti sociali e ambientali delle opere...

22) Occorre tutelare i beni comuni, a partire dalla scuola pubblica: è necessario intervenire contro le classi troppo affollate e valorizzare, anche economicamente, il ruolo dei docenti, potenziare il piano nazionale per l'edilizia scolastica e garantire la gratuità del percorso scolastico per gli studenti provenienti da famiglie con redditi medio-bassi, contrastare la dispersione scolastica e il bullismo. L'acqua è un bene comune: bisogna approvare subito una legge sull'acqua pubblica, completando l'iter legislativo in corso. Il Governo è impegnato a difendere la sanità pubblica e universale, valorizzando il merito. Occorre inoltre, d'intesa con le Regioni, assicurare un piano di assunzioni straordinarie di medici e infermieri; integrare i servizi sanitari e socio-sanitari territoriali; potenziare i percorsi formativi medici. Sarà rafforzata l'azione di contrasto al gioco d'azzardo patologico. Anche le nostre infrastrutture sono beni pubblici ed è per questo che occorre garantire maggiori investimenti, assicurare manutenzioni ordinarie e straordinarie più assidue, tutelare gli utenti e rafforzare il sistema della vigilanza in ordine alla sicurezza infrastrutturale. Sarà inoltre avviata la revisione delle concessioni autostradali, confermando il piano tariffario unico. È necessario, infine, rafforzare la normativa per tutelare gli animali, contrastando ogni forma di violenza e di maltrattamento nei loro confronti.

23) Per favorire l'accesso alla piena partecipazione democratica e all'informazione e la trasformazione tecnologica, la cittadinanza digitale va riconosciuta a ogni cittadino italiano sin dalla nascita, riconoscendo - tra i diritti della persona - anche il diritto di accesso alla rete...

29) L'agricoltura e l'agroalimentare rappresentano un comparto decisivo rispetto alle sfide che il nostro Paese deve affrontare. È necessario sviluppare la filiera agricola e biologica, le buone pratiche agronomiche; conservare e accrescere la qualità del territorio, contenendo il consumo del suolo agricolo; adottare gli strumenti necessari per preservare le colture tradizionali e biologiche, tutelando peculiarità e specificità produttive, così come l'agricoltura contadina nelle cosiddette "aree marginali"; sostenere le aziende agricole giovanili; investire nella ricerca in agricoltura, individuando come prioritari la sostenibilità delle coltivazioni e il contrasto ai mutamenti climatici, l'uso efficiente e sostenibile della risorsa idrica, la più ampia diffusione dell'agricoltura di precisione. Occorre, inoltre, concorrere al rafforzamento delle regole dell'Unione europea per l'etichettatura e la tracciabilità degli alimenti e porre la massima attenzione, in sede di negoziazione dei trattati commerciali, alla salvaguardia delle produzioni tipiche. Per le imprese agricole si aprirà a breve un negoziato strategico per la nuova PAC: l'Italia dovrà perseguire, anche in quella sede, l'obiettivo di valorizzare le nostre eccellenze agricole e la filiera agroalimentare".

TORNA SU

 

 CLIMA  8 giugno 2019. Stiglitz per il Guardian: The climate crisis is our third world war

 

Advocates of the Green New Deal say there is great urgency in dealing with the climate crisis and highlight the scale and scope of what is required to combat it. They are right. They use the term “New Deal” to evoke the massive response by Franklin Delano Roosevelt and the United States government to the Great Depression. An even better analogy would be the country’s mobilization to fight World War II.

Critics ask, “Can we afford it?” and complain that Green New Deal proponents confound the fight to preserve the planet, to which all right-minded individuals should agree, with a more controversial agenda for societal transformation. On both accounts the critics are wrong. Yes, we can afford it, with the right fiscal policies and collective will. But more importantly, we must afford it. The climate emergency is our third world war. Our lives and civilization as we know it are at stake, just as they were in the second world war.

When the US was attacked during the second world war no one asked, “Can we afford to fight the war?” It was an existential matter. We could not afford not to fight it. The same goes for the climate crisis. Here, we are already experiencing the direct costs of ignoring the issue – in recent years the country has lost almost 2% of GDP in weather-related disasters, which include floods, hurricanes, and forest fires. The cost to our health from climate-related diseases is just being tabulated, but it, too, will run into the tens of billions of dollars – not to mention the as-yet-uncounted number of lives lost. We will pay for climate breakdown one way or another, so it makes sense to spend money now to reduce emissions rather than wait until later to pay a lot more for the consequences – not just from weather but also from rising sea levels. It’s a cliche, but it’s true: an ounce of prevention is worth a pound of cure.

The war on the climate emergency, if correctly waged, would actually be good for the economy – just as the second world war set the stage for America’s golden economic era , with the fastest rate of growth in its history amidst shared prosperity. The Green New Deal would stimulate demand, ensuring that all available resources were used; and the transition to the green economy would likely usher in a new boom. Trump’s focus on the industries of the past, like coal, is strangling the much more sensible move to wind and solar power. More jobs by far will be created in renewable energy than will be lost in coal.

The war on the climate emergency, if correctly waged, would actually be good for the economy. The biggest challenge will be marshalling the resources for the Green New Deal. In spite of the low “headline” unemployment rate, the United States has large amounts of under-used and inefficiently allocated resources. The ratio of employed people to those of working age in the US is still low, lower than in our past, lower than in many other countries, and especially low for women and minorities. With well-designed family leave and support policies and more time-flexibility in our labor market, we could bring more women and more citizens over 65 into the labor force. Because of our long legacy of discrimination, many of our human resources are not used as efficiently as they could or should be. Together with better education and health policies and more investment in infrastructure and technology – true supply side policies – the productive capacity of the economy could increase, providing some of the resources the economy needs to fight and adapt to the climate breakdown. While most economists agree that there is still room for some economic expansion, even in the short run – additional output, some of which could be used to fight the battle against the climate crisis – there remains controversy over how much output could be increased without running into at least short-term bottlenecks. Almost surely, however, there will have to be a redeployment of resources to fight this war just as with the second world war, when bringing women into the labor force expanded productive capacity but it did not suffice.

Some changes will be easy, for instance, eliminating the tens of billions of dollars of fossil fuel subsidies and moving resources from producing dirty energy to producing clean energy. You could say, though, that America is lucky: we have such a poorly designed tax system that’s regressive and rife with loopholes that it would be easy to raise more money at the same time that we increase economic efficiency. Taxing dirty industries, ensuring that capital pays at least as high a tax rate as those who work for a living, and closing tax loopholes would provide trillions of dollars to the government over the next 10 years, money that could be spent on fighting the climate emergency. Moreover, the creation of a national Green Bank would provide funding to the private sector for climate breakdown – to homeowners who want to make the high-return investments in insulation that enables them to wage their own battle against the climate crisis, or businesses that want to retrofit their plants and headquarters for the green economy.

The mobilization efforts of the second world war transformed our society. We went from an agricultural economy and a largely rural society to a manufacturing economy and a largely urban society. The temporary liberation of women as they entered the labor force so the country could meet its war needs had long-term effects. This is the advocates’ ambition, a not unrealistic one, for the Green New Deal. There is absolutely no reason the innovative and green economy of the 21st century has to follow the economic and social models of the 20th-century manufacturing economy based on fossil fuels, just as there was no reason that that economy had to follow the economic and social models of the agrarian and rural economies of earlier centuries.

TORNA SU

 

CLIMA

15 marzo 2019. Lo sciopero per il clima e la presa di posizione di Energia per l'Italia

I due eventi, la manifestazione e la denuncia del ritardo del nostro Paese sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici,  sono non casualmente concomitanti. Nel dare il più grande e commosso riconoscimento al movimento Friday for Future e a Greta Thunberg il Comitato scientifico continua nel suo umile lavoro di fabbricazione di concetti e parole in favore dello sviluppo sostenibile. Certo è che ci auguriamo che Greta, con poche parole e pochi concetti, sappia fare molto di più e più in fretta.

Gli studenti di Friday for Future oggi a Piazza Venezia

Il gruppo di scienziati bolognesi guidati da Vincenzo Balzani pubblica per questa occasione un documento sulla posizione italiana e sul Piano Energia e Clima, il PNIEC che ne denuncia l'inadeguatezza, non diversamente da quanto stanno facendo gli studenti nelle scuole e nelle strade. Questi i concetti principali:

  • In base agli accordi di Parigi e al successivo riesame della situazione presentato a Katowice si devono ridurre le emissioni di CO2 del 45% entro il 2030 e a zero al 2050. Il primo obiettivo che ogni Paese dovrebbe proporsi oggi è quindi una rapida transizione energetica. Non sembra che il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima presentato dal Governo sia molto efficace per svolgere questo compito, poiché non prevede e tanto meno propone una forte riduzione dell’uso dei combustibili fossili e una forte espansione delle rinnovabili. Nel Piano sono presentate molte proposte sulle quali non si può che essere d’accordo, come, ad esempio, la necessità di riorganizzare e potenziare i sistemi di accumulo, l’autoconsumo e la formazione di comunità energetiche. Altri punti pienamente condivisibili sono: l’urgenza di superare le attuali criticità nella distribuzione dell’energia e nell’integrazione del mercato, l’individuazione di meccanismi per risolvere il problema della povertà energetica, la necessità di aumentare i fondi e ridurre la frammentazione nei finanziamenti delle ricerche sull’energia e di promuovere un’azione di informazione e formazione delle persone.

  • Chi si aspettava però un Piano capace di riportare l’Italia nella rotta giusta e di rispondere all’ultima chiamata degli scienziati (IPCC SR15, ndr.) rimarrà deluso. La previsione di raggiungere con le rinnovabili 187 TWh nel 2030, il 38.7% della produzione elettrica, è deludente e notevolmente inferiore, ad esempio, alla previsione del Coordinamento FREE (210 TWh). Nel Piano non c’è traccia della carbon tax, provvedimento molto delicato, ma necessario per la transizione energetica.

  •  Nel periodo 2021-2030 il consumo di energia si dovrebbe ridurre di circa 51 Mtep. Il Piano afferma che si raggiungerà questo obiettivo risparmiando ogni anno lo 0,8% di energia rispetto ai consumi dell’anno precedente. Il Piano prevede grandi risparmi di energia termica derivanti da una forte diffusione delle reti di teleriscaldamento alimentate da centrali termoelettriche a cogenerazione, biomasse, o termovalorizzazione dei rifiuti, mentre insiste molto meno sulla opportunità di diffondere l’uso del solare termico e delle pompe di calore.

  • Nel settore dei trasporti le politiche del Piano sono deludenti. Anzitutto c’è un equivoco, purtroppo molto diffuso, dovuto anche a disposizioni di legge precedenti: si parla di “carburanti alternativi” indicando con questo nome biocarburanti, elettricità da rinnovabili, idrogeno e a volte anche gas naturale, cose che non potrebbero essere più diverse fra loro.Il Piano è chiaramente orientato per continuare con l’uso dei combustibili fossili. Manca qualsiasi accenno a una data indicativa per il phase out dei veicoli a benzina e diesel, fissata per il 2025 in Olanda e per il 2040 in Francia e Regno Unito.

  • I biocarburanti non possono giocare un ruolo importante nelle transizione energetica perché l’efficienza della fotosintesi naturale è molto bassa (0,1-0,2%) e la ricerca scientifica mostra che non è possibile aumentarla in modo significativo. L’efficienza di conversione dei fotoni del sole in energia meccanica delle ruote di un’automobile (sun-to-wheels efficiency) è più di 100 volte superiore per la filiera che dal fotovoltaico porta alle auto elettriche rispetto alla filiera che dalle biomasse porta alle auto alimentate da biocarburanti. La cosa non meraviglia perché i motori elettrici, oltre a non produrre CO2, non inquinano, sono quattro volte più efficienti dei motori a combustione interna, sono molto più facili da riparare e meno costosi da mantenere. Un ultimo grande vantaggio dell’alimentazione elettrica è che l’energia si può ottenere senza occupare suolo agricolo, ma collocando i pannelli fotovoltaici sui tetti e su altre aree inidonee alla agricoltura.

  • L’intendimento del Piano, già contenuto nella Strategia Energetica Nazionale del precedente governo, è fare dell’Italia un hub del gas. Ma il consumo di gas, che era di circa 85 Gmq all’anno nel periodo 2005-2008, è diminuito negli ultimi anni (75,2 Gmq nel 2017). Le previsioni SNAM sono per un consumo di 74,3 Gmq nel 2027 e per una più decisa diminuzione negli anni successivi (70.9 Gmq nel 2030). Gli attuali canali di fornitura del metano sono, dunque, più che sufficienti.

TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE

   27 Febbraio 2019. Lo sviluppo sostenibile nella visione dei partiti politici

 

Nella cornice della presentazione alla Camera dei deputati, del suo Presidente Fico e del Presidente del Consiglio Conte del Rapporto ASviS "La Legge di Bilancio 2019 e lo sviluppo sostenibile" (vedi il resoconto nel sito) i partiti politici sono stati richiesti di esporre pubblicamente il loro posizionamento rispetto allo sviluppo sostenibile ed al modello italiano di governance. In particolare è stato loro chiesto un parere sulla introduzione dello sviluppo sostenibile nella prima parte della Costituzione, per la quale il PD ha presentato una proposta di legge. Tutti i partiti hanno espresso la loro condivisione meno i due di governo. La Lega è contraria, i 5 stelle ci "devono pensare". Di seguito, nell'ordine degli interventi, riassumiamo per concetti le principali posizioni di tutti i partiti. In rosso le affermazioni contrarie alla sostenibilità.

Forza Italia, Mariastella Gelmini

  1. Il Reddito di cittadinanza non sconfigge la povertà.

  2. Bene per la introduzione degli indicatori BES di Benessere equo e sostenibile nel DEF, ma il PIL non va archiviato. Il BES è al più complementare al PIL.

Rossella Muroni, Liberi ed eguali

  1. Gli SDG sono tutt'altro che generici. Richiedono una visione ed una strategia molto forte. Su di essi non si può fare melina.

  2. Essere in favore dello sviluppo sostenibile significa essere per l'Europa.

  3. è essenziale l'empowerment femminile. Le donne sono protagoniste, in particolare nella lotta ai cambiamenti climatici.

5 Stelle, Gianni Girotto, Presidente della Commissione Industria del Senato

  1. Non è vero che non abbiamo introdotto lo sviluppo sostenibile nelle politiche di governo. Infatti abbiamo introdotto l'analisi costi/benefici in tutte le decisioni.

  2. La tecnologia definisce la società e caratterizza lo sviluppo. Oggi l'intelligenza artificiale e la blockchain sono i protagonisti dell'innovazione tecnologica.

  3. Nella transizione energetica stiamo eliminando gli ostacoli all'autoproduzione. In particolare abiliteremo i condomini a vendere l'energia rinnovabile prodotta sui propri tetti che in Italia ha una potenzialità di 70 GW a fronte di un installato che oggi è di 19 GW.

  4. La mobilità attuale è un insulto alla termodinamica (?). Oggi spostiamo 1500 kg per la mobilità di una persona. La nostra politica di incentivazione non è tanto per l'auto elettrica quanto per dimezzare il numero dei veicoli privati potenziando il TPL.

  5. Puntiamo sulle FER. Il gas naturale è un equivoco che produce esternalità negative come ogni altro fossile.

  6. L'impegno della finanza per gli investimenti nello sviluppo sostenibile e nella decarbonizzazione è insufficiente.

  7. Il PIL non è un  indicatore adeguato, secondo la lezione di Kennedy.

Partito Democratico, Graziano Delrio, Capogruppo alla Camera

  1. Non la tecnologia ma la formazione è la chiave dello sviluppo sostenibile. La tecnologia non abbatterà la povertà né renderà sostenibile la società.

  2. La povertà è figlia della crisi. Il nostro Reddito di inclusione è stato tardivo e d insufficiente. Ci batteremo per un Reddito di cittadinanza realmente efficace.

  3. Chiediamo l'abolizione del cipe, un inutile sovrastruttura che ritarda gli investimenti. Riteniamo quindi inutile la trasformazione del CIPE in un Comitato interministeriale per lo Sviluppo sostenibile.

  4. La parità di genere nelle istituzioni è in rapido peggioramento.

+ Europa, Alessandro Fusacchia

  1. Le politiche del Governo sono in fase di bulimia propositiva senza nessuna attenzione alla delivery.

  2. L'istruzione è l'aspetto fondamentale dello sviluppo sostenibile e non è vero che nell'era dell'intelligenza artificiale la scuola è un'istituzione obsoleta.

  3. L'empowerment femminile è in pericolo. Il DdL Pillon è un incubo. Si vada a provvedimenti effettivi, si porti a tre mesi il congedo maschile di paternità.

Lega, Alberto Bagnai, Presidente della Commissione Finanza e Tesoro del Senato

  1. Prima di mettere lo sviluppo sostenibile nella Costituzione togliamo l'obbligo del pareggio di bilancio.

  2. L'Agenda 2030 non è al centro dei miei pensieri. Vive in una sua dimensione retorica che, in nome del politically correct, vuole mettere a tacere le voci di dissenso.

  3. L'Agenda 2020 ha largamente fallito i suoi obiettivi occupazionali. Cosa potrà mai fare l'Agenda 2030? (Confonde EU ed ONU!)

  4. Ho delle resistenze culturali alla sostenibilità che è una eredità Malthusiana.

  5. Ho forti riserve sull'Unione Europea. L'ONU ha fallito nella sua pretesa di governance sovranazionale. Nessuno dei due è indispensabile per lo sviluppo.

  6. Affiancare il BES o magari la felicità lorda (GNH, Buthan) al PIL è tempo perso. Piuttosto, nelle contabilità nazionali,  togliamo gli investimenti sul capitale umano dai consumi e spostiamoli sugli investimenti.

  7. Il PD è responsabile della povertà, non la crisi. Tutti sanno (?) che le crisi si gestiscono. Il PD ha portato il debito pubblico dal 100 al 132% del PIL.

  8. Sono un keinesiano vecchia maniera che ... (?)

Fratelli d'Italia, Guido Crosetto

  1. Siamo i più favorevoli allo sviluppo sostenibile.

  2. Per evitare che gli SDG siano ridotti a slogan di moda nei convegni, occorre lavorare sull'immaginario collettivo, a livello della sensibilità dei cittadini.

TORNA SU

 

INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 Febbraio 2019. I misteri che non sono misteri: la blockchain

"Le decisioni della finanza internazionale vengono sempre più spesso prese mediante l'intelligenza artificiale. Ma essa non è per ora in grado di interiorizzarei principi dello sviluppo sostenibile" Francesco Starace, AD ENEL, 27 febbraio

Molto spesso gli artifizi dell’informatica creano un alone di mistero intorno a sé e con esso coorti di adoratori più o meno disinteressati. Fu il caso della new economy, dell’intelligenza artificiale ed ora della blockchain. Crediamo opportuno dissolvere queste come altre cortine di incomprensione verso le nuove tecnologie. Per questo l’appunto che segue può essere d’aiuto. Ovviamente maneggiare queste tecnologie è un’altra storia, ma tra maneggiare ed essere maneggiati c’è una bella differenza.

La blockchain è una delle più celebrate tecnologie del momento. Ma cos'è? La prima grande applicazione della tecnologia blockchain è il bitcoin, una delle monete digitali in criptovaluta, creata nel 2009. Il bitcoin viene attribuito a Satoshi Nakamoto che non si sa chi sia né se è una persona o un gruppo. La sua visione si trova nel libro bianco di fine 2008, Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System. Utilizzeremo il bitcoin per raccontare la tecnologia blockchain.

La blockchain è un database crittografato e non modificabile né dagli utenti né da eventuali intromissioni che nel bitcoin è sostanzialmente un libro mastro pubblico che ritiene una traccia indelebile ogni transazione che ha avuto luogo. Non può essere alterato o modificato in modo retrospettivo. Pubblico lo si definisce perché non è emesso da un'autorità centrale né da un soggetto privato o da un cartello. Nel bitcoin è stato fissato un limite di 21MɃ, e, a metà 2018 sono in circolazione circa 17 MɃ. Il Ƀ è stato spesso utilizzato per acquistare prodotti illeciti, droghe, armi, etc. La blockchain di Ƀ è gestita da una rete di persone note come miners, nodi della rete web che risolvono in competizione i complessi problemi di crittografia per accreditare una transazione Il vincitore riceve un premio in Ƀ. Ogni transazione Ƀ proviene da un portafoglio che ha una chiave privata di accesso, cioè una firma digitale, e deve essere accompagnata da una prova matematica che la transazione proviene dal proprietario del portafoglio. Le singole transazioni sono raggruppate in un blocco, costruito con rigide regole crittografiche. Il blocco viene inviato alla rete bitcoin, che convalida le transazioni attraverso complessi algoritmi matematici. Il blocco validato viene aggiunto ai blocchi precedenti creando una catena di blocchi da cui il nome blockchain.

Lo schema Ƀ originale di Nakamoto è il seguente. Non provate nemmeno ad interpretarlo, vi scoraggerebbe.

La blockchain è a prova di manomissione. Ogni blocco che viene aggiunto alla catena porta un riferimento rigido e crittografico al blocco precedente che è parte del problema matematico che deve essere risolto per portare il nuovo blocco nella catena. Gli algoritmi elaborano un numero casuale, il nonce, che, combinato con altri dati come la dimensione della transazione, crea un'impronta digitale crittografata chiamata hash. Ogni hash è unico e deve soddisfare determinate condizioni crittografiche per completare il blocco e aggiungerlo alla catena. Se lo si volesse manomettere occorrerebbe riestrarre gli algoritmi crittografici di ogni blocco precedente. Nel bitcoin ce ne sono mezzo milione e quindi la decrittazione è di fatto impossibile.

Ora è chiaro che si tratta di un database bloccato di eventi qualsiasi. Il meccanismo di blocco richiede risorse enormi di lavoro, conoscenze, capacità, soldi ed energia, ma alla fine pare aver convinto molti della sua efficacia.

La blockchain di Ƀ registra tutte le transazioni in bitcoin, non consente pagamenti ripetuti e richiede a più parti di autenticare i movimenti in Ƀ. Poiché non è centralizzata, anche se una parte di essa è compromessa, non collassa l'intera rete, come già avviene per Internet. I database ​​di proprietà di entità aziendali e governative non sono viceversa accessibili al pubblico e sono di fatto aperti a frodi o attacchi che possono paralizzare la rete o saccheggiare i dati.

I problemi non mancano. Nel bitcoin i tempi e i costi delle transazioni sono aumentati a dismisura e la rete è congestionata. Divergenze di vedute tra gli utilizzatori hanno portato a biforcazioni della blockchain. Sono nate la Cash bitcoin e la Gold bitcoin. Niente di male ma il numero di nodi diminuisce e in teoria, se un nodo controlla più della metà del potere di estrazione di una criptovaluta, potrebbe potenzialmente falsificare il registro della blockchain, come è successo con la variante Gold. C’è materiale illecito seppellito nella blockchain Ƀ in cui si sono trovati contenuti come la pornografia infantile, crittografati allo stesso modo e quindi molto difficili da trovare. Per i costi di energia e lavoro Wall Street stima che il prezzo minimo remunerativo è di 8 $ per Ƀ, ma se Ƀ rimane al di sotto per un lungo periodo di tempo, molti miner potrebbero allontanarsi, causando un ulteriore aumento dei tempi di transazione.

Questo tipo di volatilità non è chiaramente adatto per le imprese. Pertanto, molte aziende hanno iniziato a sviluppare in proprio la tecnologia blockchain al fine di avere un registro delle attività condiviso, rendere le transazioni più efficienti, un numero ridotto di parti intermedie coinvolte e minori costi di elaborazione.

Un certo numero di sviluppatori ha creato piattaforme blockchain per le aziende interessate. Tra esse le piattaforme Ethereum, specializzata in contratti smart con una propria criptovaluta, Ripple, che produce xCurrent e gestisce la criptomoneta XRP per le transazioni valutarie internazionali, poi ancora Hyperledger, IBM, R3 etc.

Sono note due applicazioni bancarie importanti, segnalate da CNBC, la Santander e la BBVA.

La Santander ha lanciato un servizio noto come One Pay FX che funziona sulla piattaforma Ripple. Consente ai clienti di inviare denaro da una valuta all'altra in un certo numero di paesi, tra cui la Spagna, il Regno Unito, il Brasile e la Polonia. I clienti possono vedere quanti soldi arriveranno e il costo della transazione nella loro app.

La BBVA ha realizzato un progetto pilota nel quale ha emesso un prestito di 75 M€ utilizzando la blockchain in partnership con una società chiamata Indra costruendo un proprio sistema che usa moneta corrente sulla piattaforma Ethereum. BBVA stima un risparmio di tempo del 50% quando si emette un prestito sulla blockchain rispetto al processo tradizionale.

Come si diffonderà la blockchain? Qualsiasi soggetto che spera di rendere i processi più economici, veloci, tracciabili e sicuri può essere interessato. Il gruppo di borsa Nasdaq ha collaborato con la banca svedese SEB per provare una piattaforma di negoziazione di fondi comuni basata su blockchain. La tecnologia può anche essere utilizzata per tracciare i prodotti lungo l’intera catena del valore di una corporate. Le elezioni sono un altro spazio a cui potrebbe essere applicata la tecnologia blockchain. Nelle elezioni primarie della West Virginia a maggio 2018, alcuni elettori hanno potuto votare tramite una piattaforma mobile basata su blockchain.

Per informazione del lettore, la piattaforma italiana Rousseau dell’azienda milanese Casaleggio associati, dimostratasi manipolabile e vulnerabile, non usa la blockchain ma vorrebbe farlo e sta a tale scopo raccogliendo fondi importanti tra i militanti 5*.

TORNA SU


 

CLIMA

8 gennaio 2019. Pubblicato il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima per il periodo 2021-2030

 

Atteso da molto tempo per fare ordine nelle prospettive italiane su energia e clima, viene inviato finalmente alla Commissione Europea il testo del  documento, che tutti gli Stati membri sono tenuti a produrre, secondo quanto stabilito nel  Pacchetto UE Energia pulita nelle le cinque dimensioni dell’Energy Union decarbonizzazione, efficienza energetica, sicurezza energetica, mercato interno dell’energia, ricerca, innovazione e competitività. Il Piano dovrà essere adottato entro il 31 dicembre 2019 dopo l'approvazione formale della Commissione alla quale, ogni due anni, il nostro Paese  dovrà riferire sui risultati ottenuti. Una volta approvato dalla Commissione, il Piano PNIEC si dovrà ritenere vincolante.

Per dichiarazione del sottosegretario allo Sviluppo economico con delega all’Energia Davide Crippa, il Piano intende dare attuazione a una visione di ampia trasformazione dell’economia, nella quale la decarbonizzazione, l’economia circolare, l’efficienza e l’uso razionale ed equo delle risorse naturali rappresentano insieme obiettivi e strumenti per una economia più rispettosa delle persone e dell’ambiente. Siamo riusciti nei tempi previsti  prossimi 10 anni. Il merito va ad un cambiamento radicale nell’approccio alla politica energetica e all’eccellente lavoro di squadra che ha coinvolto tecnici e policy maker di Mise, Mattm, Mit, Gse, Ispra, Enea, Politecnico di Milano e Arera. Il Piano – ha aggiunto Crippa – è uno strumento che per raggiungere i propri obiettivi avrà bisogno del sostegno e della collaborazione attiva da parte di tutti gli stakeholder, sia nella fase di predisposizione che di realizzazione. Per questo, prevediamo una consultazione a tutti i livelli e, soprattutto, con le parti interessate, comprese le parti sociali.

La gestione del Piano sarebbe affidata ad una apposita struttura di dialogo e confronto che coinvolgerà i ministeri dello Sviluppo economico, dell’Ambiente, delle Infrastrutture e le Regioni, ma anche altri ministeri indispensabili come  i ministeri dell’Economia, dei Beni Culturali, delle Politiche Agricole, dell’Istruzione e del Lavoro.

Secondo il RES Magazine di Roberto Moneta, vicino al Ministero per lo sviluppo,  dall’attuazione del Piano viene stimato al 2030 un aumento dell’occupazione permanente nella produzione di energia di circa 6.700 unità, effetto di un calo di 6.000 occupati nel campo fossile e di un aumento di circa 12.700 unità nelle rinnovabili di cui 9.450 nel solo solare. Il piano stima nel 2017-30 investimenti medi annui di circa 12 Mld, di cui 2 nel fotovoltaico, che produrranno un valore aggiunto di circa 6.700 Mld l’anno, un gettito fiscale di 2 Mld/anno e 74.900 occupati permanenti all’anno. L’Italia si è impegnata a raddoppiare il valore del portafoglio delle risorse per la ricerca pubblica in ambito clean energy, dai circa 222 Mln€ nel 2013 ai circa 444 Mln€ a partire dal 2021. Tra le aree di ricerca e sviluppo su cui concentrarsi, il Piano indica il solare fotovoltaico e a concentrazione e, più in prospettiva, l’energia del mare, i sistemi per l’accumulo, i dispositivi d’impianto per la sicurezza del sistema elettrico, la mobilità elettrica, le bioraffinerie, materiali, processi e sistemi per l’efficienza energetica dell’industria e degli edifici.

TORNA SU

 

 

 

 

CLIMA

 

8 ottobre 2018. Lo IPCC presenta l'atteso Rapporto speciale SR15 sugli impatti del riscaldamento terrestre di 1,5 °C a fine secolo (> vai al commento nella pagina del clima)

Per molti anni, dopo la COP 15 di Copenhagen 2009,  l'obiettivo di fatto per i responsabili politici globali è stato limitare il riscaldamento globale a non più di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali. L'obiettivo era stato formalizzato a Cancùn alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite in Messico nel 2010. Durante i colloqui sul clima svoltisi a Bonn nel maggio 2015, l'ONU aveva pubblicato un nuovo rapporto in cui avvertiva che il limite dei 2 °C non sarebbe stato adeguato per evitare alcuni degli impatti più gravi dei cambiamenti climatici. Raccomandava, pur in assenza di risultanze scientifiche probanti, che si facessero sforzi per spingere la linea di difesa il più in basso possibile.

A dicembre 2015 a Parigi, 195 paesi hanno approvato l'accordo, che comprende l'obiettivo a lungo termine di limitare l'aumento della temperatura globale "ben al di sotto di 2 °C" e di "proseguire gli sforzi verso gli 1,5 °C". Su questo mutamento di scena hanno avuto influenza tanto gli esperti delle Nazioni Unite, quanto i governi delle piccole isole minacciate di sommersione e ormai consapevoli che alcune regioni soffrono di anomalie termiche maggiori della media globale, circostanza che oggi viene confermata. Come parte del testo dell'Accordo, la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) ha invitato" l'IPCC a fornire una relazione speciale entro il 2018 sugli impatti del riscaldamento globale a fine secolo di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali e sui percorsi di emissione relativi ai gas serra. L'IPCC ha accettato questo invito a seguito di un incontro a Nairobi nell'aprile 2016 e ha quindi redatto una bozza del rapporto durante la riunione di Ginevra nell'agosto dello stesso anno. Questo schema è stato approvato due mesi dopo durante un incontro a Bangkok dove il gruppo di esperti scientifici ha concordato sul titolo, la struttura e la portata della relazione speciale

Il Rapporto speciale sugli 1.5 °C (SR15) è stato presentato in data di oggi sotto la guida scientifica congiunta dei Gruppi di lavoro IPCC  I, II e III, con il supporto dell'unità di supporto tecnico. Viene presentato in parallelo un Sommario per i policymaker. Ci sono altre due relazioni speciali in corso di preparazione nell'ambito del Sesto ciclo di valutazione dell'IPCC. Queste relazioni speciali sui cambiamenti climatici e terra (SRCCL) e sull'oceano e la criosfera in un clima che cambia (SROCC) saranno pubblicate rispettivamente in agosto e settembre 2019. Il Rapporto speciale SR15 è composto da cinque capitoli. Il sommario per i responsabili delle politiche (SPM) si basa sui risultati principali di questi capitoli.

Il Rapporto speciale SR15 intende dare un contributo al cosiddetto dialogo talanoa che avrà luogo nel dicembre 2018 alla COP 24 che si terrà in Polonia. Il dialogo talanoa è il processo internazionale per fare il punto sugli sforzi collettivi nei confronti degli obiettivi a lungo termine dell'Accordo di Parigi e per rafforzare gli impegni dei paesi a ridurre le proprie emissioni, a predisporre misure per l'adattamento e per contribuire per la loro parte al finanziamento della lotta ai cambiamenti climatici.

TORNA SU

 

SVILUPPO SOSTENIBILE      9 maggio 2018: Pubblicato il nuovo libro di Edo Ronchi sullo Sviluppo sostenibile e la transizione alla Green economy

Il Meeting di primavera, per il decennale della Fondazione, è stato dedicato alla presentazione del nuovo libro del suo presidente, Edo Ronchi nel contesto di un panel di discussant di rilevo, scelti tra i più autorevoli esponenti dell'attuale complesso quadro politico italiano. Il titolo del libro rinvia al processo in atto che trasporta il sistema economico mondiale verso un modello di Green economy sostenibile, ormai indispensabile a fronte delle gravi crisi economiche, sociali e politiche che attraversano l'umanità. In realtà è a pieno titolo un saggio sullo sviluppo sostenibile di profilo alto abbastanza per costituire un riferimento per il pensiero politico periclitante e per arricchire il ragionamento ecologico che, nel nostro paese e nella nostra lingua, sta vivendo di stenti. Sono molti i significati dell'iniziativa che si colloca a dieci anni dal lancio del programma UNEP sulla Green economy ispirato dalla volontà di contrastare la grave crisi economica appena nata con un Green New Deal di ispirazione roosveltiana. Sono i primi dieci anni di vita della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile che promuove il Consiglio nazionale della Green economy e il progetto di transizione che esso rappresenta per l'imprenditoria italiana. La presenza delle maggiori forze politiche, è inutile dirlo, suona come un appello perché la transizione venga sostenuta nel quadro incerto che si prefigura per la politica italiana.

Il panel è stato gestito da Antonio Cianciullo, recente autore lui pure di un libro sulla "Ecologia del desiderio. Curare il pianeta senza rinunce" che, su un piano narrativo del tutto diverso, originale e stimolante, rinvia alle stesse tematiche della transizione con grande attenzione alla risposta sociale alla crisi ecologica ed economica. è intervenuto a commentare per primo il libro di Ronchi Jean Paul Fitoussi, decano della sostenibilità, protagonista con Amartya Sen e Joseph Stiglitz della elaborazione moderna del concetto dello Sviluppo sostenibile basato sul benessere e la qualità della vita ridefiniti in un nuovo quadro al contempo teorico ed operazionale. Sono poi intervenuti Andrea Orlando, ex ministro dell'Ambiente e della Giustizia, di area Partito Democratico; Giulio Tremonti, ex ministro dell'economia e delle finanze di area Forza Italia; Lorenzo Fioramonti di area 5 stelle (nella immagine),  in odore di incarico come ministro dello sviluppo del governo in costruzione e Rossella Muroni, ex presidente della Legambiente ed attuale deputata di area Liberi ed Uguali.

Dedichiamo alle tematiche della transizione secondo questo libro un editoriale della pagina della Green economy di questo sito (> vai alla presentazione analitica della "Transizione alla green economy").

TORNA SU

  

   

 

        

NEWS RILEVANTI

Sviluppo sostenibile

Gennaio 2018

Dal Summit di Davos del World Economic Forum i dati dello sviluppo mondiale

Gennaio 2018

Il rischio climatico al top della graduatoria dei rischi incombenti secondo il World Economic Forum               (> scarica il Rapporto 2018 del WEF)

Novembre 2017

Eurostat pubblica il Rapporto 2017 sugli indicatori dell'Agenda 2030 (> scarica il Rapporto)

Novembre 2017

Secondo appello della comunità scientifica mondiale per la sopravvivenza del pianeta: World Scientists’ Warning to Humanity: A Second Notice. Il primo, con 1700 firmatari, fu lanciato nel 1992

Ottobre 2017

Approvata dal Consiglio dei Ministri la nuova Strategia Italiana per lo Sviluppo sostenibile

Settembre 2015

L'Assemblea Generale dell'ONU approva l'Agenda 2030 e gli SDG (> vai alla pagina)

Maggio 2015

L'enciclica "Laudato si" di Papa Francesco

Clima

Dicembre 2015

L'Accordo di Parigi sul clima (> vai alla pagina)

Energia

       

 

Novembre 2017

Approvata per decreto la nuova Strategia Energetica Nazionale  (> leggi tutto)

Marzo 2017

Tre scenari di decarbonizzazione dell’energia a confronto in vista del G20 di Amburgo del luglio 2017, quello dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), quello dell’Agenzia Internazionale per le fonti Rinnovabili (IRENA) e la Carbon law di Rockström, uno scenario semplificato capace di conseguire l'obiettivo massimo di Parigi per un riscaldamento di +1,5 °C     (> leggi tutto)

Dicembre 2016

Finalmente chiarito dal Ministero Ambiente il quadro dei sussidi alle fonti energetiche fossili

 TORNA SU

 

 

 

 

Comitato Scientifico della

Fondazione per lo Sviluppo sostenibile

 

Via Garigliano 61a

 00198 Roma

Tel.: +39 06 8414815

info@susdef.it

 

www.fondazione

svilupposostenibile.org

Coordinatore: Toni Federico (email:federico@susdef.it)

  Storia e tendenze dello sviluppo sostenibile           La Green economy          Clima          Energia       Trasporti