Aggiornamento 07-apr-2017

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Con la creazione di questo spazio virtuale di informazione e di discussione, il Comitato Scientifico della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile intende innanzitutto riflettere e rendere accessibili anche in Italia i principali elementi che caratterizzano il dibattito sullo sviluppo sostenibile a livello internazionale. Al tempo stesso vuole fornire agli esperti della Fondazione, e a tutti coloro che vorranno contribuire, una occasione di approfondimento e di scambio intorno al processo della creazione di un pensiero collettivo sullo sviluppo sostenibile in Italia. Le tematiche che verranno sviluppate sono in continua evoluzione. La nostra riflessione si concentrerà sulla transizione in atto che sta cambiando rapidamente ed irreversibilmente paradigmi, teorie e scenari.  La pagina fornirà i principali dati sulla transizione e metterà a disposizione tutti i possibili link con le numerose pagine ed i siti nei quali si lavora allo stesso obiettivo. L'attività progettuale e le iniziative della Fondazione, presentate nel sito web della Fondazione, saranno ulteriormente illustrate ed approfondite  con particolare attenzione agli aspetti metodologici ed ai dati prodotti nei nostri lavori.

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COMITATO SCIENTIFICO

DELLA FONDAZIONE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

 

Il Comitato scientifico, il Presidente e tutti i redattori comunicano la perdita di Carlo Donolo, insostituibile compagno di questa avventura, avvenuta venerdì 6 aprile nella sua casa di Roma. Diamo ai cari familiari testimonianza del più grande affetto. Sappiamo che continueremo il nostro lavoro senza la sapienza ed il garbo di Carlo, ma sappiamo anche che non sarà la stessa cosa (Toni Federico)

 

 

EDITORIALE

 

Marzo 2017: Tre scenari di decarbonizzazione dell’energia a confronto in vista del G20 di Amburgo del luglio 2017, quello dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), quello dell’Agenzia Internazionale per le fonti Rinnovabili (IRENA) e la “carbon law” di Rockström

OECD/IEA, IRENA, 2017, “Perspectives for the energy transition – investment needs for a low-carbon energy system”

Johan Rockström et al., 2017, “A roadmap for rapid decarbonization. Emissions inevitably approach zero with a “carbon law”

 

Nessuna transizione energetica capace di affrontare le pesanti sfide dei cambiamenti globali, climatici e della green economy è pensabile senza l’apporto massiccio degli investimenti pubblici, ma soprattutto del sistema industriale-finanziario privato. La raccolta, trasformazione, trasporto e il consumo delle risorse energetiche sono probabilmente il nodo globale degli equilibri economici a venire. Capire come il panorama degli investimenti energetici può evolvere per soddisfare gli obiettivi della decarbonizzazione dell’economia è indispensabile, basti pensare che circa due terzi dei gas responsabili dell'effetto serra (GHG) derivano dalla produzione e dall’uso dell’energia.

In preparazione del difficile G20 di Amburgo, il governo tedesco ha chiesto all’OECD-IEA e all’IRENA di far luce sugli elementi essenziali di una transizione energetica coerente con l'accordo di Parigi sul clima. I paesi del G20 consumano l’80% dell’energia,  il 95% del carbone e tre quarti del petrolio e del gas naturale a livello globale. Inoltre emettono l’80% dei gas ad effetto serra. Il risultato dell’iniziativa tedesca è uno studio originale il cui obiettivo è quello di analizzare la scala e la portata degli investimenti in tecnologie low-carbon nella produzione e nel consumo di energia nei vari settori: trasporti, costruzioni, riscaldamento, raffreddamento e industria necessari per gestire la transizione in un modo economicamente efficace (scarica il Rapporto).

Nel Rapporto l'IEA e l’IRENA hanno esaminato separatamente le esigenze di investimento, delineando due scenari che metterebbero il mondo sulla strada giusta verso una significativa riduzione delle emissioni di gas serra legate all'energia. Gli scenari proposti dalle due Agenzie limitano l'aumento della temperatura media globale a 2 °C al 2100 con una probabilità del 66%, che è meno di quanto richiesto dall’Accordo di Parigi. Sia l'IEA che l’IRENA fissano un identico budget del carbonio per il settore energetico, ma i percorsi che propongono sono diversi: l'analisi modellistica condotta dall'IEA disegna un percorso tecnologicamente neutro che include tutte le tecnologie a basse emissioni, tenendo conto delle circostanze specifiche di ciascun paese. L'analisi condotta dall’IRENA delinea piuttosto una transizione energetica che fa leva sul potenziale delle energie rinnovabili.

Il Rapporto stima per i due approcci un identico bilancio del carbonio residuo per il settore energetico tra il 2015 e il 2100 pari a 790 GtCO2, al netto delle emissioni non-CO2, delle emissioni da parte dell'industria e dell’uso e del cambiamento d’uso del suolo. Al conteggio degli impegni presi prima di Parigi (INDC) il settore energetico emetterebbe invece 1.260 GtCO2 già entro il 2050. Il profilo dei due scenari non darebbe luogo ad overshoot, cioè al superamento temporaneo del target della temperatura nel corso del secolo, a differenza di molti scenari IPCC che devono però ricorrere per estrarre carbonio dall’atmosfera a tecnologie carbon negative, per ora indisponibili.

Lo scenario IEA (in figura) impone un picco delle emissioni prima del 2020 e la discesa di oltre il 70% dai livelli attuali entro il 2050, che equivale a dimezzare tra 2014 e 2050 la quota di combustibili fossili nella domanda di energia primaria. Nel contempo le fonti energetiche low carbon - compresi secondo l’IEA nucleare e fossili con cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) - devono triplicare fino a coprire il 70% della domanda globale di energia.

Lo scenario IRENA impone un'azione tempestiva, con la quale le emissioni di CO2 legate all'energia dovranno ridursi del 70% entro il 2050 e azzerarsi entro il 2060. IRENA stima che la crescita economica sarebbe pari nel 2050 allo 0,8% del PIL globale
per un guadagno complessivo di $ 19.000 Mld$. Tale azione deve comprendere non solo le più che redditive fonti rinnovabili, ma anche tutte le tecnologie in fase di sviluppo che per ora non danno ritorni di investimento.

Il livello degli investimenti necessari per una tale transizione energetica è considerevole. Lo scenario IEA richiederebbe infatti un investimento medio per l’energia di 3.500 Mld$ all'anno fino al 2050, quasi il doppio dei 1.800 Mld$ investiti globalmente nel 2015. Si tratta di un investimento aggiuntivo non superiore allo 0,3% del PIL mondiale nel 2050 da destinare alle tecnologie low-carbon su parte degli usi finali dell’energia - auto elettriche, riscaldamento e lavori di ristrutturazione degli edifici – dove sono richiesti investimenti in aumento di dieci volte entro il 2050. Gli investimenti nell'approvvigionamento energetico, nel frattempo, rimarrebbero più o meno invariati, perché la spesa calante per i fossili in declino sarebbe più che compensata dalla spesa per le fonti rinnovabili in aumento del 150% entro il 2050.

Lo scenario IRENA richiede un investimento supplementare entro il 2050 leggermente superiore all’IEA, pari allo 0,4% del PIL mondiale e porterebbe ad una domanda di investimento totale di 29.000 Mld$ entro il 2050, in aggiunta ai $ 116.000 Mld$ già previsti dalle politiche pianificate e dalle previsioni di crescita del mercato. Si avrebbe un impatto positivo netto sull'occupazione e sulla crescita economica.

Nello scenario IEA, la quota maggiore del potenziale di riduzione delle emissioni viene dalle rinnovabili e dall'efficienza energetica. Eolico e solare sarebbero la principale fonte di energia elettrica entro il 2030, mentre quasi il 95% di energia elettrica sarebbe low-carbon per il 2050. A quella data il 70% delle nuove auto sarebbe elettrico, 100 volte la quota di oggi. L’intensità carbonica del settore industriale cadrebbe dell’80% e tutti gli edifici di oggi che esistono ancora nel 2050 sarebbero stati ricondizionati. L'intensità energetica dell'economia globale avrebbe bisogno fino al 2050 di diminuire su base annua ad un tasso 3,5 volte superiore alla media del 2,5% degli ultimi 15 anni, cosa che significa raddoppiare i miglioramenti del 2,5% l’anno fino al 2050. L’energia di fonte nucleare rimarrebbe la stessa del 2016 e la CCS sarebbe usata solo nel settore industriale.

Lo scenario IRENA pone ancora di più l'accento su una diffusione crescente delle fonti rinnovabili e delle misure di efficienza energetica. L’effetto combinato darebbe luogo al 90% dell’abbattimento delle emissioni necessario entro il 2050. IRENA prevede una diminuzione dei costi del solare del 65% entro il 2050. La quota di energia rinnovabili in primaria aumenterebbe dal 15 al 65% tra il 2015 e il 2050, portando l’uso finale di energia rinnovabile a quattro volte quello che è oggi. Ciò comporta un aumento medio dell’1,2% all'anno della quota di energie rinnovabili, un tasso sette volte superiore rispetto agli ultimi anni.

L'utilizzo di combustibili fossili è un settore in cui IEA ed IRENA dissentono. Per entrambi i casi, l'uso di combustibili fossili rimane significativo nel 2050, anche se il ricorso al petrolio e al carbone declina rapidamente. Il gas naturale viene però mantenuto come una risorsa di transizione per settori difficili da gestire, come calore e trasporto. Per l’IEA il gas naturale, con ciò che resta degli altri fossili, darebbe ancora il 40% della domanda primaria di energia nel 2050, circa la metà del livello attuale. Nello scenario IRENA, l'uso di combustibili fossili nel 2050 è inferiore, attestandosi ad un terzo del livello attuale, anche la domanda di petrolio sarebbe ancora al 45% del livello di oggi. L’IEA affida un ruolo alla CCS sia nella generazione elettrica che nell'industria, anche per ridurre al minimo la perdita degli utili negli investimenti nel fossile (stranded assets). Lo scenario IRENA utilizza la CCS solo nel settore industriale ed avverte che l'uso del gas naturale come combustibile di transizione è accettabile solo in combinazione con alti livelli di CCS.

Sia IEA che IRENA concordano sulla tendenza crescente allo stranding degli investimenti. Con una transizione ben gestita, l'IEA valuta l'esposizione finanziaria globale in 320Mld$, in gran parte per le centrali a carbone. Tuttavia ritardare la transizione di un decennio triplicherebbe la quantità di investimenti a rischio fino ad oltre $ 1.300 Mld$, ovviamente a carbon budget invariato. Secondo l’IEA il tipico esempio di stranded assets sarebbero le spese per le centrali cinesi a carbone di nuova costruzione.  IRENA mette tali rischi ad un livello molto più alto, con una stima di 10.000 Mld$ per attività a rischio nel suo scenario di transizione energetica, pari al 4% del PIL globale nel 2015, anche se sottolinea che questi costi sarebbero più che compensati dai guadagni negli altri settori dell'economia. Secondo l'IRENA, il massimo di rischio di attivi non recuperabili (stranded) è nel settore dell’edilizia. Nella sua valutazione IRENA include il valore degli investimenti che
andrebbero persi a causa della futura ristrutturazione necessaria per eliminare la dipendenza dai combustibili fossili. La lunga vita degli edifici inefficienti in costruzione oggi costerebbe 5.000 Mld$ quando si dovrà procedere al ricondizionamento. Inoltre IRENA stima che il rischio globale di stranding raddoppierebbe a più di 20.000 Mld$ se la decarbonizzazione del settore energetico fosse in ritardo nel 2030.

Né IEA né IRENA ritengono che i meccanismi di mercato siano sufficienti per gestire la transizione. Tuttavia i meccanismi di prezzo, come i sussidi e il mercato del carbonio (cap&trade e/o carbon tax), sono ritenuti un passaggio obbligato. IRENA osserva che il sovvenzionamento dei combustibili fossili in molti paesi, e il fallimento dei tentativi di stabilire un prezzo del carbonio significano che i "mercati di oggi sono distorti" e che la governance mondiale dell’energia è inadeguata.

Diverse sono anche le valutazioni dei benefici della transizione. I modelli economici e le visioni sono molto diversi. IRENA vede il PIL globale aumentare di circa lo 0,8% (0,6% nel peggiore dei casi) entro il 2050, attraverso la crescita economica e nuove opportunità di lavoro. Il PIL cumulato da ora fino al 2050 ammonterebbe a 19.000 Mld$. Il settore energetico (compresa l'efficienza) creerebbe circa sei milioni di nuovi posti di lavoro nel 2050 compensando pienamente i posti di lavoro perduti. Altri benefici sarebbero indotti dalla transizione, basti pensare alla riduzione dell'inquinamento dell'aria e agli altri vantaggi per la salute. IRENA ritiene che i benefici complessivi sarebbero da due a sei volte superiori ai costi del sistema di decarbonizzazione: in termini assoluti e stima che la riduzione delle esternalità ambientali negative potrebbe apportare globalmente benefici fino a 10.000 Mld$ ogni anno da qui al 2050.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del Rapporto appena presentato, un gruppo di scienziati degli istituti scientifici di punta e, ovviamente, dell’IPCC, tra cui Rockström, Rogelj, Nakicenovic e Meinshausen, indubbiamente le massime autorità mondiali in fatto di cambiamenti globali e climatici, hanno pubblicato su Science un breve, ma non meno impressivo, articolo per presentare quella che chiamano la loro carbon law (scarica l’articolo).

Gli autori vogliono dare una semplificazione netta degli scenari di Parigi che tutti possano facilmente leggere e ricordare a fronte delle elaborazioni esoteriche correnti troppo spesso per addetti ai lavori. Propongono di inquadrare la sfida della decarbonizzazione in termini di una tabella di marcia globale basata su una semplice legge di dimezzamento lordo delle emissioni antropiche di CO2 ogni dieci anni, la “carbon-law”. Accompagnata da una rimozione di carbonio dall’atmosfera di scala adeguata e da uno sforzo di riduzione delle emissioni da uso del suolo, questa progressione porterebbe a zero le emissioni intorno alla metà del secolo, un percorso necessario per limitare il riscaldamento a ben al di sotto dei 2 °C, l'obiettivo di Parigi.

Limitare riscaldamento terrestre a 1,5 °C entro il 2100 con il 50% di probabilità, o a 2 °C con il 66% di probabilità, implica il picco delle emissioni globali entro il 2020 ed emissioni lorde di CO2 che diminuiscono da 40 GtCO2/anno nel 2020, a 24 entro il 2030, 14 al 2040 e 5 al 2050. Dimezzare le emissioni ogni dieci anni è un impegno un po' più severo che limita il carbon budget dal 2017 a fine secolo a circa 700 GtCO2 ma, dicono gli autori,  aggiunge sicurezza a questo percorso. Questa “carbon law” euristica va applicata a tutti i settori in tutti i paesi e a tutte le scale e può servire anche a dare un quadro di maggior chiarezza e ad incoraggiare i governi a farsi carico a breve termine della mitigazione. Significa, per esempio, raddoppiare le quote zero-carbon nel sistema energetico globale ogni 5-7 anni, un tasso che in fondo non è diverso da quello degli ultimi dieci anni. Inoltre, in assenza di alternative valide, occorre portare la capacità di rimozione della CO2 dall’atmosfera da zero ad almeno 0,5 GtCO2/anno nel 2030, 2,5 nel 2040, e 5 entro il 2050. Le emissioni di CO2 da uso del suolo devono diminuire da 4 GtCO2/anno nel 2010 a 2 nel 2030, 1 nel 2040 e fino a zero nel 2050. A fine secolo la concentrazione di CO2 in atmosfera, oggi oltre le 400 ppm, tornerebbe a 380 ppm.

Sono evidenti alcune prime implicazioni necessarie. Intanto gli INDC di Parigi sono insufficienti ed andranno rapidamente aumentati, i sussidi ai combustibili fossili, oggi valutati in 500-600 Mld$, dovranno essere azzerati entro il 2025 e non entro il 2030 come concordato al G7 del 2016, occorre un’immediata moratoria sulla costruzione di nuove centrali a carbone, il sistema europeo ETS deve rapidamente portare il prezzo del carbonio oltre i 50$/t ed entro il 2020 tutte le città e le grandi corporation dovrebbero aver messo in atto la loro strategia  di decarbonizzazione. Infine i 49 paesi già impegnati a essere carbon-neutral entro il 2050 dovrebbero al 2020 diventare più di 100.

Al di là di queste azioni più o meno scontate vanno messi in campo altri sforzi, anche gravosi. Nel 2020, i prezzi del carbonio in tutto il mondo devono coprire tutte le emissioni di gas serra, partendo da 50$/t fino ad oltre 400$/t entro la metà del secolo. L’efficienza energetica da sola potrà ridurre le emissioni del 40-50% intorno al 2030 in molti usi domestici e industriali. Grandi città, seguendo l’impegno già di Copenhagen e Amburgo, dovranno essere fossil-free entro il 2030, dovranno essere fermamente stabiliti dei regimi di mitigazione cap&trade in tutte le scale territoriali ed una adeguata carbon tax, in particolare per i trasporti, anche marittimi ed aerei. Seguendo Norvegia, Germania e Paesi Bassi, molti altri paesi dovrebbero bandire i motori a combustione interna nelle auto nuove al più tardi entro il 2030. Dopo il 2030 tutte le nuove costruzioni dovranno essere carbon-neutral o addirittura negative. La BECCS con biomasse di terza generazione è attesa nella generazione elettrica avere una capacità di rimozione di 1-2 GtCO2 già subito dopo il 2040 per arrivare oltre le 5 GtCO2 al 2050.

In conclusione di questo programma che lascia senza fiato, gli autori chiedono che nella governance globale, la stabilizzazione del clima sia posta alla pari con lo sviluppo economico, i diritti umani, la democrazia e la pace. La progettazione e la realizzazione della roadmap climatica post-Parigi dovrebbe inoltre prendere il centro della scena al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per garantire la stabilità e la resilienza della società e del sistema Terra.

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Gennaio 2017: Trumpeide - America first energy plan: i lineamenti della nuova strategia energetica americana

 

Sfruttare al massimo le risorse energetiche di casa propria (shale gas e shale oil estratto dalle rocce scistose con la tecnologia del fracking) e usare di più il carbone, cancellando il piano di Obama per il clima. Eccole, le linee guida del piano energetico (An America first energy plan) della amministrazione Trump, pubblicate sul sito della Casa Bianca subito dopo l’insediamento.

Make America great again”: anche per quanto riguarda l’energia secondo Trump gli Stati Uniti devono adottare una politica protezionistica, per rendersi indipendenti dall’OPEC,  con la “consapevolezza di possedere riserve energetiche domestiche non sfruttate”.

Il documento parte dall’assunto che “l’energia sia una componente essenziale della vita americana e un pilastro dell’economia mondiale”; per questa ragione “l’amministrazione Trump si impegna a implementare politiche energetiche meno costose per gli americani, che massimizzino l’uso delle risorse locali e rendano liberi dall’importazione di petrolio”. In che modo?

Sfruttando di più le risorse di casa propria ( “L’Amministrazione Trump abbraccerà la rivoluzione del petrolio e del gas di scisto per portare posti di lavoro e prosperità a milioni di americani; dobbiamo approfittare dei circa 50 miliardi di dollari di scisto non sfruttato, in particolare nelle terre federali che gli americani possiedono”) e dando inoltre “ nuovo impulso all’uso del carbone”. Al tempo stesso si annuncia di voler cancellare quelle politiche che il nuovo presidente ritiene “dannose e inutili”, a cominciare dal Climate action plan di Obama che  aveva stabilito l’obiettivo di raddoppiare la produzione di elettricità da fonti rinnovabili, imponendo alle tradizionali centrali di produzione di energia di ridurre le emissioni del 32% entro il 2030 rispetto ai valori del 2005. Nel documento di Trump, invece, le energie rinnovabili non sono neppure citate, e nulla si dice in materia di efficienza energetica. Eppure entrambe risponderebbero perfettamente al criterio guida indicato nel piano di Trump: ridurre la dipendenza dall’estero valorizzando risorse interne.

Sotto esplicito attacco è anche il “Clean water rule”, il provvedimento voluto dalla precedente amministrazione per tutelare i corsi d’acqua nazionali, che  estendeva la protezione dell’EPA, e quindi del governo federale, a due milioni di miglia di corsi d’acqua e a 20 milioni di acri di zone umide, che forniscono acqua potabile ad un terzo del Paese. Ora sarà completamente stralciato.

Sul tema della tutela ambientale solo poche righe.

Ci si limita a dire che la sua “gestione responsabile deve andare di pari passo con il fabbisogno energetico” e che “mantenere l’aria pulita e l’acqua limpida, preservare le nostre riserve e le risorse naturali rimarrà una delle nostre principali priorità”. Ma il segnale è chiaro: “il Presidente Trump rifocalizzarà l’EPA sulla sua essenziale missione  di proteggere la nostra aria e l’acqua”. Come dire che le regole ambientali vanno ridotte e comunque limitate ad una visione  ristretta della tutela dell’ambiente, senza interferire con le strategie economiche.

Un approccio confermato da quanto lo stesso Trump ha detto a conclusione dell’incontro con i top manager delle industrie automobilistiche, annunciando una riduzione della regolamentazione ambientale, contro quello che ha definito “l’ambientalismo fuori controllo”. Una conferma di quanto Trump aveva preannunciato già nella sua campagna elettorale in aperto contrasto con le politiche per il clima e l’energia di Obama, che erano state determinanti per il raggiungimento dell’accordo di Parigi sul clima. Ma forse è ancora troppo presto per capire cosa accadrà davvero negli USA e quali ripercussioni ci potranno essere sugli investimenti nelle tecnologie low carbon, come sembrerebbero testimoniare alcune dichiarazione riguardo la volontà di alcuni Stati, come la California, di continuare a perseguire i propri ambiziosi obiettivi climatici a medio e lungo termine.

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Maggio 2016: Ora applicare il dettato di Parigi

di Andrea Barbabella e Toni Federico

Riprendono in fine di questo maggio i Climate Talks a Bonn, i primi incontri negoziali dopo Parigi e dopo la firma dell’Accordo che ha visto a New York ben 177 paesi sottoscriverlo. I negoziatori di Bonn, quelli di sempre, si sono ritrovati in un clima nuovo, spinto dall’eccezionale carico di ottimismo e di volontà di fare della COP 21, ma con cerimoniali vecchi e vecchie strumentazioni. Praticamente tutti hanno dichiarato di temere di non essere all’altezza di affrontare le infinite questioni aperte dall’Accordo di Parigi nei tempi necessari che è davvero poco, fatti i conti dopo lo spostamento dell’obiettivo del riscaldamento globale medio a fine secolo ben al di sotto dei 2°C e verso gli 1,5 °C. Intanto da tutte le fonti arrivano notizie che gli ultimi mesi sono stati i più caldi della storia e che probabilmente il 2016 sarà l’anno più caldo nei record statistici. Siamo ormai vicini al riscaldamento medio di un grado rispetto al periodo preindustriale. La concentrazione dei gas serra in atmosfera, quella che regola lo scambio termico tra terra e sole ai limiti dell’atmosfera stessa, è oltre le 450 parti per milione, considerato il limite per non superare i 2°C di riscaldamento a fine secolo. Il Carbon budget, cioè la quantità di gas serra che possiamo ancora immettere in atmosfera per rispettare l’obiettivo di Parigi, è variamente stimato tra le 500 e le 1000 GtCO2eq, che, agli attuali ritmi di emissione, poco meno di 50 Gt all’anno in equivalente CO2, se ne andrà in dieci anni o poco più.

Al di là dei target fissati a Parigi, peraltro consensualmente, si entra nello spazio e nel tempo delle trasformazioni irreversibili, esito ben noto a chi studia i sistemi non lineari e complessi di cui il clima è certamente il maggiore, ma non ancora entrati nel lessico comune dei fenomeni da temere. La realtà è che nemmeno la big science mobilitata intorno al clima è in grado di prevederli con una precisione operativa sufficiente. Parliamo di scomparsa delle calotte di ghiaccio, della modificazione delle correnti oceaniche, dello spostamento al Nord delle specie viventi cacciate in alto dalle zone equatoriali roventi e siccitose con l’effetto di profonde modifiche della biodiversità e, come è sotto gli occhi di tutti, di ondate migratorie imprevedibili sotto la spinta della miseria e della mancanza di risorse alimentari.

Non pensi il lettore che si tratti delle solite giaculatorie ecologiste, al contrario si tratta di conoscenze consolidate e condivise. Il problema è per tutti il che fare, quanto costa e in quanto tempo. Parigi, piuttosto che reiterare Protocolli destinati a restare lettera morta, ha restituito nelle mani dei Governi, delle comunità, delle imprese e dei territori la responsabilità di provvedere all’immane compito della mitigazione e di prendere tutte le misure di adattamento che possono entro certi limiti contenere i danni. Ha anche impostato una per ora modesta modalità di finanziamento a carico dei paesi più ricchi, cui spetta anche l’onere massimo di produrre le tecnologie necessarie e trasferirle a quelli che non le hanno, assieme a quanto serve per la capacitazione di quelle popolazioni. Le risposte sono positive da tutte le parti e ciò fa ben sperare. Resta pero il fatto che la somma degli impegni assunti dalla comunità mondiale, i cosiddetti INDC (Intended Naturally Determined Contributions), raccolti dalla Convenzione a monte della COP 21, porterebbero l’anomalia termica a fine secolo oltre i 3°C, quindi non sono sufficienti e vanno in fretta resi di gran lunga più ambiziosi.

Da questa breve disamina emerge che gli accadimenti avverranno largamente al di fuori dell’iniziativa della Convenzione, che si riserva però di monitorarli e contabilizzarli con metodi rigorosi e condivisi. Qual è in sintesi l’Agenda della Convenzione dopo Parigi?

L’Accordo istituisce due cicli quinquennali. Nel primo tutti i Paesi sono invitati a presentare i loro NDC, con l’impegno che ogni contributo successivo dovrà rappresentare un avanzamento del contributo precedente (il meccanismo cosiddetto di ratcheting) il cui punto zero è il citato INDC, se è stato presentato. Sarà rispettato il principio della responsabilità comune ma differenziata secondo le rispettive capacità alla luce delle diverse situazioni nazionali. I Paesi che avevano presentato un INDC a 10 anni dovranno comunicare o aggiornare questi contributi.

Il secondo ciclo conduce al resoconto globale (stocktake) degli sforzi collettivi, a partire dal 2023, preceduto da un dialogo per la facilitazione che avverrà nel 2018. Tutti i Paesi dovranno produrre un Rapporto usando un quadro comune per la contabilità e la trasparenza e tutti sono invitati, nei limiti delle proprie possibilità, o degli obblighi per i paesi ricchi, a dare sostegno ai paesi in via di sviluppo affinché riescano tecnicamente a rispettare gli standard di comunicazione.

L’IPPC, il panel di esperti esterni che supporta la Convenzione, Premio Nobel per la pace 2007, è stato impegnato a disegnare al più presto lo scenario di abbattimento dell’anomalia termica a fine secolo a 1,5°C, valutazione che non è contenuta nel quinto ed ultimo Assessment Report del 2014 il cui scenario di mitigazione più impegnativo era il c.d. RCP2.6 a +2°C.

Nell’Italy Climate Report 2016[1] presentato lo scorso aprile, la Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha analizzato alcuni dei principali trend mondiali dell’economia green e low carbon e ha elaborato delle proposte di “roadmap climatiche” post-Parigi, con l’intento di valutare le implicazioni del nuovo accordo globale sul clima per l’Italia.

Alcuni output della ricerca sono di carattere generale. In primo luogo si evidenzia l’arresto della crescita delle emissioni di gas serra nel biennio 2014-2015: si tratta della prima volta nella storia recente che ciò avviene in una fase di crescita dell’economia globale. E non sembra essere una casualità. Lo steso Accordo di Parigi sarebbe stato forse impossibile da raggiungere anche solo uno o due anni prima. Dietro a questo “quasi decoupling” si nasconderebbero cause profonde e di lungo periodo, a cominciare dal cambio di atteggiamento degli USA e, soprattutto, della Cina che potrebbe essere davvero entrata in quella che Lord Nicholas Stern[2] ha efficacemente indicato come una “nuova normalità dello sviluppo”. Ma sono tanti e diffusi i segnali di una transizione in atto: la crescita delle iniziative di carbon pricing che oramai secondo i dati della World Bank[3] interessano il12% delle emissioni mondiali di gas serra con un mercato da 50 miliardi di $; la diffusione di strumenti e misure in favore di efficienza e tecnologie low carbon, come sistemi di target per le rinnovabili adottati in 164 Paesi nel mondo[4]; la perdita di competitività delle fonti fossili, anche in una fase di prezzi artificialmente bassi, con un 2015 nel quale oltre la metà della nuova potenza elettrica installata nel mondo è alimentata da rinnovabili[5].

Naturalmente si tratta di segnali incoraggianti, ma non ancora sufficienti. Tanto più se si passa dall’obiettivo concordato alla COP di Cancún, di limitare l’aumento della temperatura globale a 2°C rispetto al periodo preindustriale, a quello ben più ambizioso di Parigi, di stare “ben al di sotto della soglia dei 2°C” facendo ogni sforzo per limitare il riscaldamento terrestre a 1,5°C. Può sembrare una inezia, una questione più di forma che di sostanza, ma in un sistema complesso e non lineare come quello climatico il passaggio da 2 a 1,5°C al 2050 si traduce nella necessità non più quasi di dimezzare le emissioni rispetto al 1990, ma di arrivare alla quasi totale decarbonizzazione dell’economia mondiale, a causa di un carbon budget disponibile per il resto del secolo dimezzato.

Per capire concretamente le conseguenze di un aumento delle ambizioni di tale portata, nella ricerca della Fondazione è stata elaborata una Roadmap energetico-climatica per l’Italia tarata su un target intermedio tra 1,5 e 2°C e alla base della proposta per una nuova Strategia energetica nazionale al 2030 (SEN2030). Naturalmente lo scenario che emerge è molto sfidante e gli obiettivi al 2030 attualmente concordati dall’Unione europea dovrebbero essere rivisti in modo sostanziale:

  • le emissioni nazionali di gas serra dovrebbero ridursi non più del 36-40% rispetto al 1990, ma almeno del 50%;

  • le fonti rinnovabili dovrebbero arrivare a coprire non il 27% ma il 35% del consumo finale lordo;

  • le politiche di risparmio ed efficienza energetica dovrebbero portare a un taglio dei consumi rispetto allo scenario tendenziale non del 27% ma di almeno il 40%.

Lo studio approfondisce settore per settore le modalità in cui questi obiettivi potrebbero essere conseguiti indicando, ad esempio, un forte impulso all’efficientamento degli edifici esistenti e alla penetrazione dell’energia elettrica nei consumi finali (pur ipotizzando una diffusione di massa dell’auto elettrica solo dopo il 2030). Tuttavia uno dei principali output dell’analisi riguarda il confronto tra ciò che andrebbe fatto, e che potrebbe sembrare ai più un obiettivo irrealizzabile, e ciò che è stato fatto in passato. Per centrare il nuovo obiettivo sulle emissioni di gas serra, in Italia si dovrebbe passare dalle attuali 430 MtCO2eq circa a 260 nel 2030, tagliando in media ogni anno 10-11 MtCO2eq; tra il 2005 e il 2013 le emissioni nazionali sono calate a un ritmo medio di 15 MtCO2eq/anno. Ridurre del 40% i consumi di energia rispetto allo scenario tendenziale vorrà dire tagliare in media ogni anno circa 2 Mtep; sempre tra il 2005 e il 2013 il fabbisogno energetico nazionale si è ridotto di 20 Mtep. Raddoppiare la quota attuale delle rinnovabili sul consumo finale lordo significa fare 1 Mtep di rinnovabili in più ogni anno, meno di quanto abbiamo già fatto tra il 2005 e il 2013 con circa 10 Mtep di rinnovabili in più.

Quella climatica è la principale sfida ambientale, e non solo, della nostra epoca e la precondizione per ogni ipotesi di futuro benessere. Oggi più di ieri abbiamo la consapevolezza di avere gli strumenti e le capacità per poterla affrontare e vincerla. Dobbiamo ora fare appello a tutta la nostra volontà. Consapevoli che il 2030 potrebbe essere molto diverso da come lo avremmo immaginato anche solo pochi anni fa. Molto migliore.


[1] Ronchi E., Barbabella A., Orsini R., Federico T., 2016, La svolta dopo l’accordo di Parigi – Italy Climate report 2016, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Roma

[2] Stern N. et al., 2016, China’s changing economy: implications for its carbon dioxide emissions, Grantham Res. Inst. Working paper 228

[3] World Bank, 2015, State and trends of carbon princing

[4] IRENA, 2015, Renewable energy target setting

[5] Bloomberg new energy finance, 2016, Global trends in renewable energy investment

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Conclusa la COP 21: si tratta di un cambio di passo

di Edo Ronchi, 13 Dicembre 2105

L’accordo di Parigi segna un cambio di passo globale nel far fronte alla crisi climatica, infatti:

  1.     187 governi di altrettanti Paesi, compresi tutti i grandi emettitori di gas serra, Cina in testa, hanno dichiarato necessari  rilevanti impegni di riduzione, e impegnative politiche di adattamento, e hanno dichiarato impegni nazionali di riduzione, stipulando un patto per verificare periodicamente e globalmente questi impegni;

  2.     hanno affermato un obbiettivo più ambizioso di quello annunciato come prevalente alla vigilia introducendo la necessità di stare molto al di sotto dei 2°C  e di fare ogni sforzo per non aumentare la temperatura media globale rispetto all’era preindustriale di più di 1,5 °C.;

  3.      l’accordo entrerà in vigore, e sarà valido per tutti i Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro del 1992 (quasi tutti, Stati Uniti e Cina compresi), quando sarà sottoscritto da almeno 55 Paesi e  da Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra :quorum che sarà prevedibilmente raggiunto e darà ulteriore forza politica a questo accordo.

Il processo globale messo in moto da queste tre importanti novità  avrà rilevanti impatti sugli investimenti mondali nelle fonti fossili (è prevedibile, e previsto, un forte calo di quelli nel petrolio e nel carbone); innescherà  un assai probabile ulteriore balzo di quelli nelle rinnovabili e nel risparmio energetico e un generale maggiore impegno nell’eco-innovazione. Questo processo mondiale, come previsto (e ormai auspicato?) anche dall’OCSE e dall’IEA, porterà all’estensione di forme di carbon pricing a nuovi settori e nuovi Paesi. L’insieme di questi fattori potrebbe, con buona probabilità, aumentare la competitività anche economica della green economy e quindi la sua forza di sviluppo e di penetrazione, con effetti potenzialmente moltiplicatori.

Ma come affrontare i punti deboli o trascurati (gli  strumenti per raggiungere gli obiettivi), o  rinviati (impegni nazionali di riduzione  delle emissioni più consistenti e corrispondenti al target di 1,5 °C) dall’Accordo di Parigi? 

Visto che è ufficialmente riconosciuto che gli attuali impegni nazionali dichiarati dai 187 Paesi per il 2025 e il 2030, sono sì un passo importante, ma non sarebbero sufficienti per stabilizzare l’aumento delle temperatura a 1,5 °C (ma che ci farebbero andare, con buona probabilità, ben oltre i 2°C) è necessario da subito cavalcare la nuova onda internazionale verso una low carbon economy, alimentata dall’Accordo di Parigi, e impegnarsi per migliorarli e per attivare politiche e misure più efficaci, da parte dei Governi, ma anche dalle amministrazioni regionali e locali e dalle imprese . Così sarebbe possibile arrivare alla prima verifica dell’Accordo di Parigi - quella prevista con la rendicontazione del 2018 - con numeri più sostenibili. In modo che alla COP di revisione - prevista un po’ troppo avanti, nel 2023 - non si arrivi con una situazione già compromessa (con 1,5 °C non più possibili).

E anche l’Europa e l’Italia dovrebbero fare la loro parte sulla via del miglioramento dei rispettivi impegni per il nuovo target di 1,5 °C. L’Europa migliorando i target al 2030 delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e l’Italia migliorando la strumentazione e le sue politiche per la mitigazione climatica.

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L'enciclica "Laudato si" di Papa Francesco

Attesa da tempo, l'Enciclica di Papa Francesco sulle problematiche sociali ed ambientali del nostro tempo, ha colto nel segno in un momento straordinariamente delicato per il futuro dell'umanità, in un anno nel quale a Parigi per il nuovo Patto climatico e a New York per l'Agenda 2015 e per i nuovi obiettivi dello sviluppo sostenibile si dovranno prendere decisioni delicate e irrimandabili. Per certi governi forse l'Enciclica ha colto i governi "nel sonno".

Infatti, scrive Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, l’Enciclica di papa Francesco sottolinea in modo diretto e critico le carenze della politica dei giorni nostri: incapace e troppo debole a livello internazionale, con scarsa lungimiranza e troppo subordinata a logiche economiche di breve termine e troppo fiduciosa in visioni tecnocratiche obsolete. Il giudizio diventa tagliente quando constata "il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste " nella quale "la miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi". C’è invece bisogno di una forte e responsabile iniziativa politica perché "urgono accordi internazionali che si realizzano"…"occorrono quadri regolatori globali che impongano obblighi e che impediscano azioni inaccettabili". Analogo ragionamento riguarda le politiche e le norme di tutela ambientale efficaci da adottare nei singoli Paesi. Per fare questo "abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi… Se la politica non è capace di rompere una logica perversa e inoltre resta inglobata in discorsi inconsistenti, continueremo a non affrontare i grandi problemi dell’umanità".

Per avere cura della casa comune non bastano buone leggi, è indispensabile l’impegno di ciascuno. Suggestiva é la proposta di "conversione ecologica": una vera e propria conversione, nel senso più profondo e più ampio del termine perché "non si tratta tanto di parlare di idee, quanto soprattutto di motivazioni che derivano dalla spiritualità al fine di alimentare una passione per la cura dell’ambiente". Commentando San Francesco, proposto quale riferimento fondante di questa Enciclica, il Papa scrive: "Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea": una sintesi dell’ecologia integrale proposta da Papa Francesco con parole ispirate dalla tradizione cristiana francescana capaci di giungere alla mente e al cuore di tutti.

Stampa e commentatori di ogni parte e partito non hanno mancato di spendere le loro più belle parole per raccontare la "Laudato sì". Lo stesso mondo ecologista, un po' chiuso nel suo angolo autoreferenziale, ha accolto con stupore la voce del Papa, forse sorpreso (e ammirato) dal messaggio esplicito e preciso con cui tratta questa materia, finora poco ascoltata e poco allineata con gli interessi e le visioni dei  governanti e tropo spesso anche dei governati. Per non fare l'errore di affidarsi ai "sentito dire" crediamo che per l'estate la lettura di queste pagine possa dare ad ognuno le sensazioni giuste e cancellare la paura del futuro, gli scetticismi interessati e il pessimismo di molti,  poco gramsciano e poco ragionevole. Ancora più sorprendente sarà per i lettori scoprire la leggerezza e la godibilità delle parole del Papa. Niente a che vedere con i paludamenti un po' noiosi della prosa dell'ambientalismo scientifico, senza però semplificazioni né indulgenze. (> scarica leggi e conserva l'e-book pdf dell'Enciclica Laudato sì

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L'Europa vara la strategia "Energy Union" e il piano d'azione per Parigi 2015

(> vai alla documentazione sul negoziato internazionale per Parigi)

Con una Comunicazione del 25 febbraio la Commissione Europea lancia l’Europa dell’energia. Tempestiva rispetto alla crisi  ucraina e alle difficoltà mediorientali in progressivo aggravamento,  la Comunicazione parte dagli attuali dati ed avanza una proposta, che comprende tutto il quadro delle strategie al 2030 e al 2050 ed una proposta per la Conferenza climatica di Parigi della fine del 2015.

Gli ultimi dati dimostrano che l'UE ha importato il 53% della sua energia ad un costo di circa 400 G€, che la rende il più grande importatore di energia al mondo. Sei Stati membri dipendono da un solo fornitore esterno per le loro importazioni di gas. È stato stimato inoltre che l’incremento marginale dell'1% nel risparmio energetico taglia le importazioni di gas del 2,6%. Il 75% del patrimonio abitativo europeo è inefficiente. Il 94% per cento dei trasporti si basa sui prodotti petroliferi, di cui il 90% è importato. Collettivamente, l'UE ha speso più di 120 M€ l’anno in sovvenzioni per l'energia, spesso non giustificate. Oltre 1 G€ in investimenti è necessario entro il 2020. I prezzi all'ingrosso dell'energia elettrica per i paesi europei sono a livelli bassi, ma ancora superiori del 30% rispetto agli Stati Uniti. Allo stesso tempo, i prezzi dell'energia elettrica  per le famiglie,  imposte comprese, sono aumentati in media del 4,4% dal 2012 al 2013. I prezzi del gas all'ingrosso sono ancora più del doppio di quelli US. Le imprese europee di energia rinnovabile hanno un fatturato annuo di 129 G€ e impiegano oltre un milione di persone. Le imprese europee hanno una quota del 40% di tutti i brevetti per le tecnologie rinnovabili.

Tutto ciò premesso, la proposta di strategia dell'Europa dell’energia poggia su cinque pilastri sinergici e strettamente interdipendenti:

Sicurezza delle forniture. Per ridurre la dipendenza dalle importazioni di fonti energetiche occorre fare meglio, con un uso più efficiente delle fonti energetiche, in particolare quelle interne, e la diversificazione delle fonti e delle forniture esterne. L'Unione europea si è impegnata a diventare il leader mondiale nel settore delle energie rinnovabili, e l’hub globale per sviluppare la prossima generazione di tecnologia delle energie rinnovabili, avanzata e competitiva. L'UE ha fissato un obiettivo pari almeno al 27% per la quota di energia rinnovabile consumata nell'UE nel 2030, essendo già sulla buona strada per raggiungere la quota entro del 20% entro il 2020 nella sua energia e facendo tesoro della riduzione dei costi per energia eolica e fotovoltaica, dovuta in gran parte all'impegno dell'Unione europea in questo settore ed agli incentivi posti in essere.

Mercato interno dell'energia. L’energia deve fluire liberamente in tutta l'UE senza barriere tecniche né regolamentari. Solo allora i produttori di energia potranno liberamente competere e offrire l'energia ai migliori prezzi, e l’Europa potrà realizzare pienamente il suo potenziale di energie rinnovabili. È stato fissato un obiettivo di interconnessione specifico minimo per l'energia elettrica al 10% della capacità di produzione di energia elettrica degli Stati membri entro il 2020. Nel 2016, la Commissione riferirà in merito alle misure necessarie per raggiungere un obiettivo del 15% entro il 2030.

Efficienza energetica. Consumare meno energia significa meno inquinamento, una maggiore protezione delle nostre fonti energetiche interne e la riduzione del nostro bisogno di importazioni di energia. Il Consiglio europeo ha fissato, nell’ottobre 2014, un obiettivo indicativo a livello di UE, pari almeno al 27% di miglioramento dell'efficienza energetica nel 2030, obiettivo che sarà riesaminato entro il 2020, avendo in mente un livello portato al 30%.

Riduzione delle emissioni. Il nostro obiettivo di emettere almeno il 40% in meno di gas serra entro il 2030 è un primo passo. Il prossimo sarà il rinnovo del sistema di scambio delle emissioni europeo (EU – ETS) e investire di più nello sviluppo delle fonti di energia rinnovabili.

Ricerca e innovazione in campo energetico. Se otterremo il ruolo di leader tecnologico in fatto di energie alternative e di riduzione dei consumi, si creeranno alti flussi di esportazione e nuove opportunità industriali, una maggiore crescita spinta e più occupazione. In particolare le reti elettriche devono evolvere in modo significativo. Occorre ampliare le possibilità della generazione distribuita e della gestione della domanda, e sviluppare nuovi collegamenti di lunga distanza ad alta tensione in corrente continua (supergrids) e nuove tecnologie di stoccaggio.

L'obiettivo dell’Europa dell’energia resiliente con una politica climatica ambiziosa è di dare a famiglie ed imprese energia a prezzi accessibili,  sicura, sostenibile e competitiva. Il raggiungimento di questo obiettivo richiede una trasformazione profonda del sistema energetico europeo. Vogliamo che gli Stati membri confidino negli altri per fornire energia sicura ai propri cittadini;  che l'energia fluisca liberamente attraverso le frontiere, sulla base della concorrenza e dell’uso razionale delle risorse, aiutato da una efficace regolamentazione dei mercati energetici europei. L’ Europa dell’energia è a basse emissioni di carbonio e progettata per durare. La forza lavoro europea deve sviluppare le competenze per costruire e gestire questo tipo di energia. I cittadini devono essere protagonisti della transizione energetica e beneficiare di nuove tecnologie per ridurre le bollette.

Per raggiungere questi obiettivi, i combustibili fossili e un’economia dove l'energia è basata un’offerta centralizzata, vecchie tecnologie e modelli di business obsoleti devono essere lasciati alle spalle. Le sovvenzioni ambientalmente dannose devono essere eliminate e deve essere riformato il sistema EU-ETS per dare un importante segnale agli investitori. È altrettanto indispensabile incoraggiare gli Stati membri a stabilire una roadmap per la graduale eliminazione di tutti i prezzi regolamentati.

La roadmap dell’Europa dell’energia è contenuta per punti, in dettaglio, nell’Annesso alla Comunicazione del 25 febbraio 2015.

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 Novembre 2014: I giganti si muovono in vista di Parigi 2015

Stati Uniti - Cina: Dichiarazione congiunta sul cambiamento climatico

Pechino, Cina, 12 Novembre 2014

I due giganti finalmente si muovono. La stessa Fondazione per lo Sviluppo sostenibile dichiarò a valle di Copenhagen che non si sarebbero fatti passi avanti nella trattativa globale senza un accordo tra Cina e Stati Uniti.

Gli Stati Uniti e la Cina hanno presentato in data 12 novembre, con dichiarazione pubblica dei due Presidenti Obama e Xi, un accordo segretamente negoziato per ridurre il loro emissioni di gas a effetto serra, con la Cina che accetta per la prima volta di limitare le emissioni e gli Stati Uniti di impegnarsi in riduzioni profonde entro il 2025. Gli impegni di questo accordo forniscono, secondo il Guardian, una spinta importante agli sforzi internazionali per raggiungere un accordo globale sulla riduzione delle emissioni dopo il 2020 in vista della Conferenza delle Nazioni Unite a Parigi a fine 2015.

La Cina, il più grande emettitore di gas serra nel mondo, ha deciso di invertire la crescita delle sue emissioni nel 2030 o prima, se possibile. In precedenza la Cina si era sempre e solo impegnata a ridurre il rapido tasso di crescita delle proprie emissioni. Ora ha anche promesso di incrementare l'uso di energia da fonti a emissioni zero al 20% entro il 2030.

Gli Stati Uniti si sono impegnati a ridurre le proprie emissioni del 26-28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025.

L'Unione europea, ricordiamo (> consulta la documentazione) ha già approvato, il 23 Novembre, un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40% rispetto al 1990 entro il 2030, vincolante per i suoi paesi membri.

Gli Stati Uniti emettevano nel 2005 un totale di 6197,4 MtCO2. Circa il  massimo, oltre il quale si osserva l’inversione. L’impegno assunto in Cina stabilisce un percorso che nel 2020 porterebbe gli USA entro il 2025 a 4462,1 MtCO2. Ci sembra opportuno ricordare che gli US sottoscrissero nel 1997 a Kyoto, senza poi ratificarlo, un impegno di riduzione del 6% rispetto al 1990 che li avrebbe portati tra il 2008 e il 2012 (in media) a 5065,4 MtCO2, rispetto alle emissioni del 1990 pari a 5388.7 MtCO2 (4748,5 dagli usi finali, fonte US EPA).

 

Viceversa le emissioni registrate nel 2011 dagli US sono pari a 5797,3 MtCO2. Un semplice calcolo lineare ci dice che gli Stati Uniti, se avessero ratificato il Protocollo di Kyoto, e se avessero proseguito la mitigazione con lo stesso ritmo, avrebbero raggiunto nel 2020 le 4935,1 MtCO2 e nel 2025 le 4862.8 MtCO2. Il nuovo impegno US al 2025 è dunque ben più impegnativo di Kyoto, anche se ancora decisamente inferiore a quello europeo, rappresentando una riduzione delle emissioni del 17% su base 1990 al 2025.

Eseguendo il calcolo in termini di convergenza nelle emissioni pro-capite, ricordando che gli US nel 2011, secondo EU EC JRC,  sono a 17,3 tCO2 (17,6 tCO2 in media 2010-2014, fonte World Bank)e la Cina a 7,7 tCO2 (6,2 in  media 2010-2014), a popolazione crescente al ritmo degli ultimi 50 anni .- il 3%-, avremmo per il cittadino US una emissione annuale di 11 tCO2 nel 2025.: un calo importante anche se non in linea con una ipotesi di convergenza in pro capite al 2050 verso un valore inferiore a 3 t pro capite.

Volendo fare i calcoli sulle emissioni complessive di gas serra secondo UNFCCC, nel 1990 USA emetteva 6219 MtCO2eq, nel 2005  erano 7228, nel 2011 (ultimo dato) 6716 MtCO2eq. Il target sottoscritto a Kyoto dagli US, nella media 2008-2012 era pari a 5.846 MtCO2eq. Il target al 2020 già deciso era 5999 MtCO2eq. La proposta attuale di -27% rispetto al 2005 al 2025 corrisponde a 5276, pari al -15% su base 1990.

Il testo del pronunciamento (informale per gli Stati Uniti in assenza di un pronunciamento del Congresso - > leggi il testo completo) è stato reso pubblico dalla casa Bianca. Lo riportiamo di seguito nei punti essenziali in lingua originale, data la delicatezza dell’argomento.

 “1.     The United States of America and the People’s Republic of China have a critical role to play in combating global climate change, one of the greatest threats facing humanity. The seriousness of the challenge calls upon the two sides to work constructively together for the common good.

2.     To this end, President Barack Obama and President Xi Jinping reaffirmed the importance of strengthening bilateral cooperation on climate change and will work together, and with other countries, to adopt a protocol, another legal instrument or an agreed outcome with legal force under the Convention applicable to all Parties at the United Nations Climate Conference in Paris in 2015. They are committed to reaching an ambitious 2015 agreement that reflects the principle of common but differentiated responsibilities and respective capabilities, in light of different national circumstances.

3.     Today, the Presidents of the United States and China announced their respective post-2020 actions on climate change, recognizing that these actions are part of the longer range effort to transition to low-carbon economies, mindful of the global temperature goal of 2 °C. The United States intends to achieve an economy-wide target of reducing its emissions by 26%-28% below its 2005 level in 2025 and to make best efforts to reduce its emissions by 28%. China intends to achieve the peaking of CO2 emissions around 2030 and to make best efforts to peak early and intends to increase the share of non-fossil fuels in primary energy consumption to around 20% by 2030. Both sides intend to continue to work to increase ambition over time.

4.     The United States and China hope that by announcing these targets now, they can inject momentum into the global climate negotiations and inspire other countries to join in coming forward with ambitious actions as soon as possible, preferably by the first quarter of 2015. The two Presidents resolved to work closely together over the next year to address major impediments to reaching a successful global climate agreement in Paris.”

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 Il quinto Assessment Report dell'IPCC

La Fondazione per lo sviluppo sostenibile presenta le traduzioni in italiano dei Sommari per i decisori politici del primo e del secondo volume dell’AR5, il quinto Assessment Report dell’IPCC sul clima globale

 (> vai alla pagina del Rapporto AR5  per scaricare i Sommari, i Rapporti e gli altri documenti)

 

IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change è un comitato scientifico intergovernativo istituito su richiesta dei governi dei paesi membri della Convenzione dell’ONU contro i cambiamenti climatici, la UNFCCC,  United Nations Framework Convention on Climate Change, uno dei trattati multilaterali che si prefigge di stabilizzare il clima mondiale, mitigare le emissioni di gas serra e predisporre misure di adattamento country-specific ai cambiamenti ormai in atto.   

IPCC fu fondato nel 1988 da due organizzazioni delle Nazioni Unite: la World Meteorological Organization (WMO) e il United Nations Environment Programme (UNEP),  e infine accreditato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione 43/53 nell’anno della fondazione. La sua missione è quella di fornire valutazioni scientifiche complete dei dati scientifici, tecnici e socio-economici in tutto il mondo per il rischio di cambiamenti climatici causati dalle attività umane, le sue potenziali conseguenze ambientali e socio-economiche, e le possibili opzioni per adattarsi a queste conseguenze o attenuare la effetti.

IPCC non svolge attività di ricerca in proprio, né fa lavoro di monitoraggio del clima e dei fenomeni correlati. L’attività principale dell'IPCC è la pubblicazione di relazioni specialistiche su argomenti rilevanti per l'attuazione degli obiettivi della Convenzione climatica dell’ONU. L'IPCC basa la sua valutazione principalmente sulla letteratura scientifica peer reviewed e pubblicata. IPCC è aperta a tutti i membri della WMO e dell'UNEP.

L'IPCC si è guadagnata un’autorità indiscussa a livello internazionale sui cambiamenti climatici, mediante la produzione di studi e rapporti che hanno l'accordo di tutti i principali scienziati del clima e il consenso di ciascuno dei governi partecipanti. Il Panel ha fornito con successo consulenze politiche autorevoli con implicazioni di vasta portata per l'economia e stili di vita. In un contesto di opposizione incessante da parte degli interessi costituiti attorno ai combustibili fossili, i primi quattro Assessment Report del IPCC hanno conseguito di fatto lo status di riferimento scientifico internazionale per la scienza climatica.

IPCC è presieduto da Rajendra K. Pachauri. Ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 2007, condiviso, in due parti uguali, tra l'IPCC e Al Gore.

Il V Assessment Report (AR5), che fornirà una visione chiara dello stato attuale delle conoscenze scientifiche in materia di cambiamenti climatici. Esso sarà composto da tre rapporti di altrettanti  Working Group (WG) e una Relazione di sintesi generale (SYR) e verrà presentato nella sequenza temporale seguente:

WKG 1: The Physical Science Basis. Stoccolma, Settembre 2013

WKG 2: Impacts, Adaptation and Vulnerability, Yokohama, Marzo 2014

WKG 3:  Mitigation of Climate Change, Berlino, Aprile 2014

Rapporto di Sintesi: Synthesis Report, Copenhagen, Ottobre 2014

Il Comitato scientifico della Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha prodotto approfonditi resoconti su tutto il ciclo dei Rapporti del V Rapporto IPCC sulle proprie pagine web, (> vai alla pagina dedicata ai resoconti del Quinto rapporto IPCC), a partire dalla pubblicazione dei primi materiali nell’ottobre 2013.

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