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Aggiornamento 05-May-2012 |
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EDITORIALE del COMITATO SCIENTIFICO Le priorità per lo sviluppo in Italia alla vigilia di Rio+20Comitato scientifico, dicembre 2011 Un dibattito debole. Nell’imminenza del ventennale del Summit di Rio de Janeiro del 1992, Rio+20, riparte nel nostro paese un dibattito debole ed insufficiente sul modello di sviluppo italiano e sulla capacità del paese di sostenere il confronto internazionale. Questa volta è la grave crisi economico-finanziaria ad avere il posto di primo piano. La pressione esercitata dalla crisi economica e dei suoi pesanti effetti sociali sta oscurando la questione ambientale, benché siano ben noti gli stretti i rapporti che legano l’una all’altra. Il debito pubblico. Non è un problema solo italiano. Nel nostro paese il debito pubblico si è accumulato negli anni per effetto della spesa inefficiente delle amministrazioni, della pratica dell’acquisizione del consenso, dell’evasione fiscale troppo a lungo tollerata e della economia sommersa spesso controllata della criminalità organizzata. Sembra probabile che senza crescita, cioè senza un incremento del PIL, non usciremo dalla trappola del debito, ma questo incremento non potrà essere possibile senza ristabilire una reale giustizia distributiva e senza avviare linee di sviluppo sostenibili. Eppure, mentre abbiamo chiari questi principi, la loro traduzione in azioni e programmi politici è inadeguata. Sembra preistoria la ricetta dell’economia della conoscenza della lontana Lisbona 2000, che avrebbe dovuto unificare le due questioni, la crescita e lo sviluppo. Oggi il bisogno di conoscenza non è diminuito di fronte al grave problema dell’occupazione, della crisi climatica e della grave e per certi versi indecifrabile crisi economica. Di crescita al 3% in Europa però non se ne parla più. La folle corsa dei consumi. Una attenta analisi della crisi mostra che le sue cause di fondo non sono da attribuire solo alla speculazione ed alla inadeguata performance delle istituzioni di controllo, quanto piuttosto alla massiccia espansione del credito al consumo per avere più crescita e più profitti. Le potenzialità del circuito produzione-consumo si sono esaurite a fronte della saturazione dei bisogni materiali nei paesi ricchi, dei volumi immensi delle spreco, della scarsità e dalla fragilità delle risorse naturali messe in gioco. Quella macchina ormai autodistruttiva deve essere rallentata e occorre ritornare ad investire sui fondamentali del benessere e dell’ambiente. Il debito ambientale. La crescita, basandosi sull’impiego di risorse e servizi ambientali, comporta inevitabilmente un sostanziale incremento del debito con la natura, che non sempre potrà essere restituito. Ne sono esempi la grave crisi climatica ed energetica, non meno del forte aumento dei prezzi del petrolio, delle materie prime e dei prodotti agricolo-alimentari, che hanno evidenziato il ruolo svolto nella crisi dall’esaurirsi delle principali risorse del pianeta. La crisi climatica si aggrava. La COP 17 di Durban ci ha riservato qualche novità positiva ma ha sancito che il passo del negoziato da oggi al 2020 non potrà pareggiare la velocità di evoluzione della crisi climatica (una trattazione estesa si può trovare in questo sito alla pagina di Durban). È palese la sensazione che ormai ci si adatti alla impossibilità di conseguire l’obiettivo di contenere l’aumento termico medio terreste entro i 2°C e la concentrazione dei gas serra in atmosfera entro i 450 ppm. La crescita non basta. Il carattere recessivo della crisi (caduta della produzione e degli investimenti, contrazione dei consumi e disoccupazione) provoca una grave instabilità economica e una conseguente destabilizzazione sociale (impoverimento, crescente divario tra i redditi e la ricchezza, perdita di status di ampi settori delle classi medie). Nelle azioni dei governi, la crisi è stata affrontata quasi unicamente con politiche mirate alla ripresa della crescita del PIL senza distinguere quale quota di questo flusso sia apportatrice di benessere e quale di degrado sociale ed ambientale. Emerge con forza a questo proposito il dilemma tra crescita come mezzo per garantire la stabilità economica e l’improrogabile necessità di ridurre il consumo di risorse e il degrado ambientale. Ristabilire la giustizia distributiva. Nella crisi attuale le questioni di sostenibilità sono state sopravanzate da quelle della giustizia distributiva. È il tema del nascente movimento degli indignati a scala mondiale, in antitesi con le ricette FMI e BCE, che, sostenute da quasi tutte le forze politiche, impongono il pareggio dei bilanci attraverso riforme radicali e strutturali dei meccanismi della spesa pubblica e della stessa spesa sociale senza nessun riguardo alla sperequazione distributiva. Raggiungere il pareggio di bilancio in Italia al prezzo di una ulteriore compressione del reddito e del livello di vita delle fasce medio-basse, o di un taglio secco della spesa sociale, sarebbe un rimedio peggiore dei mali - il debito troppo alto e il disavanzo - che l’Europa e il buonsenso impongono all’Italia di curare in fretta. Investire sui beni comuni. Siamo dalla parte di quelli che dicono che occorrerebbe redistribuire ricchezza e reddito e rinnovare la base produttiva e le ragioni competitive del nostro Paese puntando soprattutto su scuola, formazione, cultura, ambiente, cioè sui beni comuni decisivi sia come basi della coesione sociale sia per fondare un nuovo sviluppo all’altezza delle sfide e dei problemi del tempo presente. È noto che il PIL, al netto delle esportazioni, è la somma dei consumi e degli investimenti (savings). Un nuovo modello di sviluppo basato sulla sobrietà dei consumi, sulle risorse rinnovabili, sulla chiusura dei cicli dei flussi materiali (raccolta differenziata dei rifiuti, riuso, riciclo, etc.), e su maggiori investimenti sui beni comuni può migliorare probabilmente i conti pubblici, certamente i livelli occupazionali, sicuramente il benessere dei cittadini, in una parola può favorire lo sviluppo sostenibile. Si tratta del paradigma della Green economy di cui tratta in sette precisi punti programmatici il Manifesto di Milano della Fondazione per lo sviluppo sostenibile (> vedi la sezione Green Economy)e che è il tema centrale del Summit 2012 di Rio de Janeiro, UNCSD (> vedi la sezione del sito dedicata a Rio+20). La crisi, lo sviluppo sostenibile e la Green economy ad un anno da Rio+20 Comitato scientifico, settembre 2011 Gli eventi della crisi economica mondiale si susseguono senza posa, cambiano in continuazione i ruoli ed i destini dei protagonisti, le certezze vengono rimosse e l'instabilità fa temere una perdita di controllo del sistema assai più grave ed instilla il dubbio che i governanti non siano all'altezza della situazione. Non è questo il clima giusto per riflettere sulle prospettive del Pianeta e sullo sviluppo sostenibile, anche in vista della ormai prossima scadenza del nuovo Summit sullo Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite previsto a Rio de Janeiro per l'estate prossima (Rio+20). Tuttavia il Comitato Scientifico tenterà nei mesi che restano di dar conto nel proprio sito dei contributi e delle riflessioni che sempre più numerosi verranno proposti a livello internazionale e, nel contempo, solleciterà e promuoverà le iniziative interne alla Fondazione. A questo proposito segnaliamo il nuovo contributo del nostro Francesco La Camera, importante come sempre per la precisione e il rigore filologico, che il lettore può trovare nel sito della Fondazione o scaricare da qui. Nè può mancare il riferimento alle iniziative della Fondazione, aperte con il Convegno di Primavera 2011 e da qui portate in molte delle sedi più sensibili del dibattito sul territorio nazionale. Fanno riferimento a "Vento a favore", volume scritto a due mani da da Ronchi e Colucci, che è diventato una proposta anticiclica per il consolidamento dello Sviluppo sostenibile e della Green economy nell'Italia della crisi al di là degli schieramenti. Prima che la crisi italiana ci riportasse ai margini dell'Europa e del mondo sviluppato, scrivevamo che non ci sono alternative strategiche alla Green economy (leggi a fondo pagina). A pochi mesi di distanza tutto il quadro sembra essere cambiato volgendo al peggio, ma, francamente, quelle considerazioni non hanno perso nulla della loro validità. Economia, società ed ambiente sono i tre pilastri sui quali da sempre si appoggia il nostro ragionamento sullo sviluppo sostenibile. Da sempre abbiamo sostenuto e predicato che si tratta di sistemi interconnessi ed interagenti, ma dobbiamo riconoscere che, nei tempi che hanno preceduto l'attuale crisi, avevamo creduto di appuntare l'attenzione sulla priorità delle crisi ambientale e climatica. Nulla è cambiato su quei fronti caldissimi ma la grave crisi dell'economia mondiale si è andata a sommare ad essi con tempi di evoluzione molto più rapidi, aggravando di molto il già difficile problema della governance sistemica. Al problema delle risposte ambientali in ritardo, la crisi economica aggiunge il problema delle risposte politiche necessarie per riprendere il controllo dell'economia. Diciamo anche che queste risposte per ora non ci sono e che, come portatori di una razionalità ecologista incontestabile, dobbiamo amaramente constatare che nel campo contiguo dei manovratori dell'economia regna una preoccupante confusione. Tuttavia il filo dell'analisi, se non quello delle proposte, sembra ormai consolidato. Raccomandiamo ed in parte seguiamo le argomentazioni di Giovanni Sartori (Corriere delle sera, 29 agosto 2011). Nessuno sembra più in grado di andare oltre l'affermazione che per venir fuori dalla crisi occorre crescita e per crescita, inutile dirlo, si intende crescita del vituperato PIL. Ma la realtà è che cresce soltanto la popolazione mondiale, mentre nel mondo occidentale i parametri macroeconomici reali puntano verso il basso senza che le ricette degli economisti sappiano invertire la tendenza. La questione è quella del benessere legato ai consumi. Per sostenere i consumi e la crescita sono 50 anni almeno che in occidente si fa deficit spending immaginando che lo sviluppo possa fondarsi sui debiti. In Italia il fronte della spesa pubblica, più che quello del risparmio delle famiglie, è concordemente ritenuto responsabile dell'attuale crisi. Negli Stati Uniti tutti e due i fronti sono nello stato di default imminente (vedi Stiglitz; "Bancarotta. L'economia globale in caduta libera"; 2010). Qui per anni si è costruita la crescita (dei consumi) inducendo le famiglie a contrarre debiti che non avrebbero potuto pagare o ad usare carte di credito in rosso. Alcuni geni del male dell'economia hanno costruito castelli di titoli tossici, che al fondo della catena avevano in gran parte obbligazioni ovviamente non esigibili. Ma i debiti vanno pagati e molti dei risparmi privati (in Italia) sono investiti nelle obbligazioni di Stato. Fino a quando le famiglie potranno sostenere i debiti allegramente contratti dalle Amministrazioni? I consumi ipertrofici ed in gran parte inutili (raccomandiamo la lettura di Giampaolo Fabris; "La società post-crescita. Consumi e stili di vita"; 2010) servono a garantire la crescita. Poiché però la produzione industriale si fa con importi di unità di lavoro decrescenti per effetto dell'innovazione tecnologica o, peggio, con forza lavoro esotica a basso costo e niente diritti, per garantire redditi e consumi e far girare la ruota dell'economia, occorre che i volumi della produzione industriale continuino a crescere. Per un pò abbiamo pensato che l'economia post industriale recuperasse l'occupazione con l'espansione del settore dei servizi, ma questa transizione ha dato tutto quello che poteva dare, lasciando il problema dell'occupazione insoluto, ed anzi creando sacche parassitarie e inefficienza in molte parti del mondo. La globalizzazione, fenomeno discusso tra accesi contrasti al Summit sullo Sviluppo sostenibile di Johannesburg 2002 ed ivi definito come strumento imprescindibile di progresso, sia pure con qualche rischio e qualche ombra, ha creato conflitti tra i lavoratori di paesi diversi per sviluppo e tradizioni sindacali, ai danni per lo più dei lavoratori occidentali. Ha aperto nuovi mercati ma non ha risolto affatto il problema della povertà e ha moltiplicato i conflitti sociali e ingigantito oltre ogni ragionevole limite le disparità di accesso alle risorse e l'iniquità distributiva dei redditi. Nelle cause della crisi non mancano elementi di vera e propria criminalità finanziaria ovvero di satanica genialità di gente che è riuscita a riempire il mondo di titoli carta straccia in cambio di soldi veri. Ma se il sistema crolla, il disegno criminale sarà stato soltanto inutile ed autolesionistico. Molte risorse sono state spese dai governi del mondo intero per far ripartire l'economia, le banche etc. La ripresa però non c'è stata e i fondi di stimolo erogati all'inizio della crisi non sono più nella disponibilità dei governi. La parte produttiva di quello sforzo, i cui frutti sono stati evidenti anche nel momento più buio della crisi, si è rivelata essere quella destinata alle energie rinnovabili ed alle nuove tecnologie. Ciò è avvenuto in particolare in quegli stessi paesi, Cina, India, etc., che, con tassi di sviluppo a due cifre, ora stanno comprando i debiti occidentali e stanno drenando le materie prime dai mercati. Si tratta di Green economy, un terreno di competizione globale su cui occorre misurarsi con quello che si ha in casa. Al contrario una Green finance non sarà mai possibile. Questo è un terreno dove devono essere ristabilite regole di ferro e legalità anche se le une e l'altra sono ancora da definire e comunque sono per ora dappertutto prive della strumentazione e della cultura di governo adeguata per il controllo. Nel complesso, lo si voglia o no, i giri vorticosi della macchina produzione-consumo devono rallentare, l'occupazione deve tornare al centro della scena non più come "fattore di produzione" comprimibile ma come indice primario della qualità del sistema economico. La crescita della ricchezza reale (vedi il Rapporto Stiglitz presentato in altra parte di questo sito) deve dare spazio crescente agli investimenti per la conservazione del capitale tecnologico, naturale, umano e sociale (riteniamo obbligatorio tener conto del modello di sviluppo sostenibile sviluppato dai laburisti inglesi, vedi Tim Jackson; "Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale"; 2009). Con questo abbiamo in sostanza riaffermato che, la Green economy è, ceteris paribus, un ingranaggio necessario dello sviluppo sostenibile (La Camera, cit.) senza alternative strategiche. ***
Non ci sono alternative strategiche alla Green Economy Comitato Scientifico, 2010 E’ comprensibile che, a fronte della gravità delle conseguenze della grande recessione del 2008-2009, siamo portati, non solo in Italia, a cercare di cogliere i segnali di ripresa, per capire se sarà a breve termine, e sarà lenta o meno, se riguarderà subito anche l’Italia. Questa comune e diffusa attenzione alle possibilità di una ripresa economica potrebbe, tuttavia, contenere un’insidia: la diffusione dell’illusione che la recessione sia stata solo una breve parentesi, già chiusa o che si chiuderà rapidamente, e che, dopo, tutto tornerà come prima. Da una parte, le imprese più colpite dalla crisi potrebbero non avere più la forza per impegnarsi in nuove sfide; dall’altra le imprese che hanno subito danni minori, potrebbero essere portate a pensare di riprendere a fare quello che hanno sempre fatto, senza promuovere cambiamenti. La crisi economica, per la sua portata e vastità, per le conseguenze che produce e per il contesto globale nel quale si svolge, non è conclusa nè risolta, ma sollecita cambiamenti profondi e una riflessione di vasta portata. In questa crisi intervengono molte variabili a scala globale, è quindi particolarmente difficile capire quando effettivamente cambierà il vento, ma una cosa è certa: il vento non sarà comunque favorevole per chi non saprà dove andare. La Fondazione ha dedicato alla crisi ed alla "Green Economy" il suo Convegno di Primavera del 2010 che si è tenuto a Bomarzo il 17 aprile con la partecipazione delle aziende e degli esperti della Fondazione e di alcuni economisti. Il Convegno, la cui documentazione è resa disponibile in altra pagina del sito (Bomarzo 2010) è stato introdotto da un documento elaborato da Edo Ronchi (leggi) e in oltre tre ore di dibattito ha messo sul tavolo tutti i problemi aperti. La domanda è duplice e simmetrica: è possibile un'uscita dalla crisi di tipo congiunturale, senza modificare i parametri del modello di sviluppo di fine secolo? La crisi economica ha modificato il pensiero sullo sviluppo sostenibile? Le priorità dello sviluppo. Non vi è dubbio che il collasso del sistema economico-finanziario abbia mutato il corso degli eventi ed abbia influenzato profondamente il pensiero ecologico. Prima della crisi il ragionamento sulla sostenibilità aveva raggiunto alcuni punti fermi. Il primo punto era sicuramente quello del posizionamento del cambiamento climatico al top delle priorità ambientali, in un quadro di emissioni crescenti al di sopra dei limiti fissati dal Protocollo di Kyoto, messo sostanzialmente in discussione dal default nordamericano. Molti eventi avevano contribuito al riposizionamento dell'opinione pubblica mondiale: il quarto rapporto del Panel IPCC e la successiva concessione del Premio Nobel al Panel e ad Al Gore, autore del bel film An Inconvenient Truth e di molte iniziative a livello internazionale, l'impegno esplicito dell'Europa e dei suoi principali leader, il cambiamento dell'amministrazione americana, l'accordo sulla Roadmap di Bali, importante tanto per il carico di attese che aveva innescato, almeno quanto perché con essa gli Stati Uniti rientravano nel discorso sul clima, la pubblicazione del Rapporto di Sir Nicholas Stern che, per conto del governo inglese, impiegando larghe risorse per la ricerca, mette definitivamente in luce il costo dell’inazione, dimostrando che esso progressivamente crescerà se le politiche di controllo e di mitigazione non saranno poste immediatamente in atto. In un quadro di crescita alta stabile e pervasiva a fine secolo, la grave questione della povertà nel mondo, venne indicata dall’Assemblea del Millennio delle Nazioni Unite come "emergenza inaccettabile". Non sfuggì allora agli osservatori più attenti che il solenne rilancio della lotta alla povertà adombrava il fallimento dell’idea di Rio 1992 che i paesi ricchi avrebbero trainato lo sviluppo dei paesi poveri sull’onda di una crescita economica senza precedenti nella storia. Non sfuggì a nessuno nemmeno la più amara delle verità, cioè che la povertà dei molti continua ad essere, a conti fatti, la garanzia per la crescita di pochi. In un pianeta sovraffollato ancora in espansione demografica, in equilibrio instabile per debolezza del sistema economico e per effetto dei cambiamenti globali in atto, caratterizzato da risorse progressivamente sempre più scarse, i conti non potrebbero tornare senza il sacrificio dei più poveri. Ma un modello globale basato su una crescita di pochi, che cosa ha che vedere con lo sviluppo sostenibile? Cambia qualcosa se ai più poveri viene aggiunto qualche dollaro al giorno? Il terzo punto d'arrivo era stato il riconoscimento del prossimo esaurimento delle risorse fossili e l’accoglimento della teoria del picco di Hubbert, che, non dimentichiamolo, era un funzionario di una società petrolifera. Il tempo di esaurimento del gas naturale e del petrolio restava stimato intorno al mezzo secolo o poco più. Non diversa la sorte dell’uranio. Solo il carbone, pesante di emissioni serra e di inquinamento locale, avrebbe potuto dare supporto per più di due secoli. Analoghi scenari, senza più divergenze significative, venivano prospettati per le risorse minerali. La pubblicazione del monumentale Millennium Ecosystem Assessment da parte delle Nazioni Unite chiariva con una grande messe di dati lo stato del degrado degli ecosistemi naturali e la pericolosa perdita progressiva di quei servizi resi dalla natura all’uomo, tanto benefici quanto indispensabili, che si credevano erogati illusoriamente a costo zero. Dal Piano B al Piano A. La risposta del mondo ecologista alle soglie del crash economico fu sostanzialmente la scrittura dei Piani B, documenti di stampo riformatore che richiamavano l’intera lista delle contraddizioni tra i modelli correnti e le prospettive di uno sviluppo durevole, sollecitando cambiamenti nelle politiche di governo e nei comportamenti individuali con l’intento di piegare le traiettorie della grande macchina dell’economia mondiale verso percorsi meno devastanti. Prevaleva un giudizio sull’ottimo stato di salute del sistema (ricordate … il capitalismo ha i secoli contati?) e forse una sorta di rassegnazione alle dure leggi della crescita economica. Per certi versi la stessa nuova strategia europea per lo sviluppo sostenibile può essere annoverata tra i più importanti di questi Piani B. Non va trascurato un piccolo ma animoso gruppo di ecologisti italo-francesi, seguaci di Georgescu Roegen, fondatore della bioeconomia, scomparso nel 1994, che teorizzò da allora la decrescita come soluzione alla scarsità delle risorse (e delle prospettive), rovesciando specularmente la tesi del pensiero economico liberista con un programma esplicito di inversione degli indici macroeconomici. Non potevano prevedere che di li a poco una crisi di dimensioni spaventose ed incontrollate avrebbe portato infelicità, disoccupazione e conflitti sociali dappertutto. L’altra grande transizione pre-crisi fu la migrazione di talune tematiche ambientali entro l’area di intervento dei grandi leader mondiali, Nicholas Sarkozy con la Grenelle dell’Ambiente, Angela Merkel con le imponenti iniziative in materia di fonti energetiche rinnovabili, Gordon Brown con la promozione di innumerevoli e pressanti iniziative sulla questione climatica, infine Obama, già dentro la crisi, con alcune coraggiose virate di bordo, non sappiamo quanto condivise e popolari negli USA. Con minor clamore e scarsa attenzione dei media, avvenne in questo stesso periodo la presa di carico da parte di Cina ed India di alcune tematiche della sostenibilità, come prova lo sviluppo delle tecnologie energetico-ambientali in quei paesi molto spesso a torto giudicati vittime del peggior inquinamento e del più arretrato modello di sviluppo industriale. Fu proprio Nicholas Sarkozy, colpito e preoccupato dall’evidente disagio e dall’impoverimento sociale e culturale del suo paese a chiedersi se non ci fosse un errore di fondo nel posizionare lo sviluppo del suo, come degli altri paesi ricchi, unicamente sui parametri macroeconomici della crescita. Costituì un Comitato di saggi, in gran parte economisti, guidato da Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean Paul Fitoussi, con altri guru internazionali e molti Premi Nobel, cui pose il problema di ridefinire il benessere la ricchezza e la sostenibilità. Se sviluppo ci sarà. Un solo piano sembra dunque poter unire (provvisoriamente?) i desideri e le aspettative dei governi, dei cittadini e degli ecologisti nel percorso dentro la crisi. Si esprime nelle proposte di un Global Green New Deal cui è dedicata l'introduzione di Edo Ronchi al Meeting di Primavera 2010 della Fondazione. Se la crescita "as usual" è impossibile perché mancano le risorse, se la decrescita è altrettanto impossibile per i milioni di lavoratori espulsi dalla produzione e ridotti in miseria, occorre una via ulteriore (terza, quarta ...) con un cambiamento obbligatorio dei paradigmi. New Deal, un nuovo patto, perché, a crisi innescata, non poteva essere evitato il riflesso keynesiano condizionato dalla crisi del ’29 e, in fortunata assenza di rischi di un conflitto armato a scala mondiale, l’invocazione di uno spirito emergenziale pari a quello messo in campo con la lotta contro il nazifascismo, nel tentativo di restituire ai cittadini un ruolo di primo piano nel fronteggiamento della crisi economica, sociale ed ambientale. Green Economy perché al di là dei vuoti economici e politici aperti dalle grandi imprese finanziarie, intente a far soldi con i soldi, la crisi ha mostrato che non il mercato ma la qualità e il contenuto di innovazione del sistema produttivo da un lato ed la sommatoria dei consumi privati e degli investimenti sui beni comuni fanno la solidità dell'economia. Tramontata l'ipotesi di un mercato regolatore degli equilibri economici globali, rinviata , come in passato, la prospettiva di una governance mondiale, rinviata anche la prospettiva di una governance unitaria europea, che per buoni motivi poteva ritenersi più a portata di mano , di fatto viene restituito ruolo ai governi nazionali che devono ora decidere in fretta, pagare i debiti accumulati nel tempo della turbo-economia senza regole, salvare l'occupazione, i consumi e il benessere ponendo mano alle riserve e alle risorse per gli investimenti. Un'economia nuova non può che essere socialmente equa ed ecologicamente sostenibile, dunque green. Tertium non datur. Partita dall’UNEP, rimbalzata in un’Inghilterra attanagliata dalla crisi ma ricca di un pensiero ecologico originale, la proposta del Global Green New Deal è divenuta popolare con le dichiarazioni del Presidente Obama. Si tratta di un’altra transizione, di dimensioni che non hanno precedenti, le cui peculiarità sono bene illustrate dalla introduzione di Ronchi. Cambiano anche gli attori e le istituzioni. L’allargamento del G8 prelude ad un vicaria mento del ruolo del sistema delle Nazioni Unite, ma senza dichiararne la crisi. È imbarazzante che alla Conferenza di Copenaghen pochi paesi, diciamo di peso politico modesto, abbiano impedito l’adozione di un accordo che, al di là dei pochi meriti, era pur sempre l’accordo delle grandi potenze. Nel frattempo il G8, diventato G20, ha già un direttorio di grado due e mezzo, fatto da USA, Cina ed una Europa dimezzata dall’incapacità (o dalla non volontà) di darsi una rappresentazione unitaria minimamente autorevole. Questo è il quadro dentro la crisi e le soluzioni che si prospettano nell’ambito delle quali sarà indispensabile anche l’ aspetto di innovazione istituzionale. |
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Comitato Scientifico della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile Via dei Laghi 12, 00198 Roma
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Coordinatore: Toni Federico (email:federico@susdef.it) Green economy Rapporto Stiglitz Storia e tendenze Clima Energia Trasporti Territorio |
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