SCHEDE DATI

homepage comitato scientifico           homepage dati

Crescita          Emissioni serra

 

INDICATORI E METODOLOGIE

ISSI CNEL 2005            ISTAT CNEL BES 2013

 

     

Europa 2030: i dati delle emissioni e dell'energia

di Andrea Barbabella

 

In Europa dal 2005 al 2012 i consumi energetici primari della UE28 sono scesi di 128 Mtep, pari a circa 18 Mtep/anno. Per conseguire il target del 27% sul BAU dal 2013 al 2030 dovrebbero ridursi ulteriormente di circa 200 Mtep, con un tasso di 11 Mtep/anno.

L’intensità energetica del PIL (consumo interno lordo per unità di PIL) nello stesso periodo è scesa da 164 a 143 goe/€ (-13%) facendo registrare, dunque, un certo efficientamento dell’economia europea ma che da solo non è sufficiente a giustificare il calo dei consumi. Su questi ha giocato un ruolo non secondario la recessione economica ancora in corso.

Lo scenario Primes 2013, che include le misure attualmente messe in atto e programmate inclusa l’attuazione dei piani nazionali per l’efficienza energetica, al 2030 indica un consumo atteso di quasi 1.500 Mtep. Per conseguire il target del 27% dovranno quindi essere messe in atto ulteriori misure per almeno 100 Mtep, che salgono a 150 Mtep nella ipotesi di un target del 30%.

Dal 2005 al 2012 i consumi energetici finali soddisfatti da fonti rinnovabili della UE28 sono passati da 103 a 156 Mtep, + 51% e quasi 8 Mtep/anno. Il target del 27% al 2030 richiederebbe una ulteriore crescita dal 2013 al 2030 di 126 Mtep, circa 7 Mtep/anno, per arrivare agli oltre 280 Mtep stimati nella ipotesi di centrare il target per l’efficienza. L’obiettivo del 27% prevede, in sostanza, di proseguire sul trend tracciato tra il 2005 e il 2012, in una fase di elevata crescita delle rinnovabili e ingenti incentivi (secondo la Commissione europea nel 2012 gli incentivi alle rinnovabili hanno raggiunto 34,6 miliardi euro).

Il target del 30% (associato al 30% di efficienza) significherebbe al 2030 circa 300 Mtep di rinnovabili, praticamente un raddoppio rispetto al 2012 con oltre 8 Mtep/anno di produzione aggiuntiva.

Dal  1990  al  2012  le  emissioni  di  gas  serra  della  UE28  sono  passate  da  5.696  MtCO2eq  a  4.679, oltre mille Mt in meno (-18% e circa -45 Mt/anno). Guardando solo agli ultimi anni, dal 2005 al  2012  le  emissioni  sono  scese  del  12%  a un  ritmo  di  90  Mt/anno:  su  questa  accelerazione hanno  inciso  ovviamente  le  politiche  attive  per  efficienza  energetica e  rinnovabili  ma  anche  la crisi  economica.  Per  conseguire  il  target  del  40%  al  2030  le  emissioni  dovrebbero scendere al di sotto delle 3.500 MtCO2eq, con un ritmo di -70 Mt/anno. Se il target fosse stato del 45%, al 2030 saremmo dovuti scendere attorno a 3.100 Mt, con un ritmo di 88 Mt/anno , quindi in pratica pari a quello della crisi economica.

Rispetto alle scenario di riferimento utilizzato dalla Commissione, i costi da sopportare per raggiungere il target del 40% di riduzione delle emissioni (circa 2 miliardi € aggiuntivi) sono ampiamente ripagati dal risparmio 7,2 - 13,5 miliardi di euro per riduzione dei costi di controllo inquinamento e danni sanitari, dai 9 miliardi di euro di risparmio sulle importazioni di fossili. Al 2030 rispetto allo scenario di riferimento si avrebbero quasi 700 mila occupati aggiuntivi, che salirebbero a 1,25 milioni fissando il target del 30% per rinnovabili ed efficienza.

La Roadmap europea 2050 del 2011 indicava una traiettoria cost-effective con una riduzione delle emissioni del 40% al 2030 (forchetta 40-44%), del 60% al 2040 e dell’80% al 2050 rispetto al 1990, pari a una riduzione annua dell'1% tra il 1990 e il 2020, 1,5% tra 2020 e 2030 e 2% dal 2030 al 2050, prevedendo una crescente disponibilità di tecnologie low carbon. Il target dell’80% è molto impegnativo e derivava da una ipotesi di dimezzamento delle emissioni globali al 2050 rispetto al 1990 (secondo l’indicazione dell’AR4 IPCC, mentre nell’AR5 si parla di dimezzamento su base 2010) e a una convergenza in emissioni pro capite al 2050 (a 2,3 tCO2eq): è quindi un percorso ancora più impegnativo di quello previsto dall’ultimo rapporto IPCC che indica come obiettivo minimo al 2050 un dimezzamento circa delle emissioni globali rispetto al 2010 (con le emissioni che dal 1990 sono cresciute del 30%).

Dal 2005 al 2012 il consumo finale di energia soddisfatto da fossili nella UE28 è sceso del 12%, a causa della riduzione della domanda complessiva e dell’aumento delle rinnovabili, ma l’intensità carbonica di questo consumo è rimasta praticamente invariata, attorno a 4,9 tCO2eq/tep.Ciò significa che la produzione energetica da fossili non ha fatto passi in avanti significativi in termini di mix energetico e soprattutto di efficienza tecnologica. Per ridurre le emissioni del 40% con il 27% di rinnovabili e di efficienza energetica, sarà necessario ridurre l’intensità carbonica del consumo fossile di circa il 10%, intervenendo sulle tecnologie e, soprattutto, sul mix energetico. Mantenendo il target di riduzione delle emissioni al 40% ma portando i target per rinnovabili ed efficienza al 30% l’intensità carbonica del mix fossile al 2030 potrebbe restare in linea con i valori attuali.

Emissioni serra. In Italia le emissioni di gas serra hanno cominciato a ridursi significativamente dal 2004 - 2005, con un calo di oltre 140 Mtep a fine 2013. L’impegno richiesto dal nuovo target europeo (per l’Italia valutabile secondo la Commissione nel -36% rispetto al 2005, quindi un -30% sul 1990) per proseguire su questa strada riducendo da qui al 2030 le emissioni di altre 6,7 MtCO2eq; nel caso si adottasse un target più stringente a livello europeo, pari al 45% di riduzione, per l’Italia si tratterebbe di un target di 345 MtCO2eq (-90 MtCO2eq rispetto al 2013). Per quanto riguarda gli altri due target, si può ipotizzare che l’Italia al 2030 si allinei sostanzialmente ai target medi europei (al momento – pacchetto 2020 – ciò avviene già per l’efficienza energetica ma non per le rinnovabili, 17% contro 20% europeo).

Efficienza energetica. In Italia i consumi energetici negli ultimi anni hanno subito un forte calo, complice anche la crisi economica: tra il 2005 e il 2012 -15% i consumi finali lordi e -13,5% i consumi primari. Considerando che l’obiettivo dell’efficienza è calcolato in relazione a un tendenziale pre-crisi (il modello Primes del 2007 tra 2005 e 2010 prevedeva una crescita dei consumi primari di energia di oltre 10 Mtep mentre nella realtà sono calati di oltre 15!), risulta comprensibile come gli attuali consumi risultino già nel 2012 inferiori non solo al target 2020 ma anche a quello 2030 (27% sul BAU 2007). Secondo l’ultima elaborazione dello scenario Primes 2013, in pratica, questi obiettivi sarebbero ampiamente superati anche ipotizzando una discreta ripresa economica (+0,9% come media annua nel 2010 - 2020 e +1,5% nel 2020 - 2030). Portando il target per l’efficienza al 30% le cose cambiano ma non di molto, e al 2030 i 153 Mtep di consumi primari come obiettivo sarebbero appena al di sotto del tendenziale, richiedendo uno sforzo aggiuntivo di appena 3 Mtep.

Gli impatti positivi di uno scenario di sviluppo dell’efficienza energetica sono importanti. Secondo la Commissione europea, l’attuazione della Direttiva sull’efficienza e il conseguimento del target del 20% al 2020 porterebbe a livello europeo un aumento del PIL di 34 Mld€ e 400 mila posti di lavoro aggiuntivi.

Secondo la SEN, la mai attivata Strategia Energetica Nazionale, il 24% di riduzione dei consumi rispetto al tendenziale al 2020 avrebbe consentito un risparmio di 20 Mtep/anno (in energia primaria), 55 MtCO2eq in meno e 8 miliardi € risparmiati sulle fonti fossili e investimenti cumulati per 50 - 60 miliardi €. Il potenziale è davvero alto se, come indica l’ultimo Rapporto sull’efficienza dell’Enea, al 2012 sono stati conseguiti meno del 14% dei risparmi previsti al 2020 nella SEN. Uno studio presentato da Fondazione Enel e Politecnico di Milano nel 2013 ha stimato un potenziale di risparmio sul consumo finale al 2020 fino a 25 Mtep: ciò porterebbe fino a 72 Mt CO2eq di emissioni evitate, all’attivazione di un giro d’affari annuo di 64 Mld€ e a 460 mila nuovi posti di lavoro.

Fonti rinnovabili. Tenendo per buono l’obiettivo sull’efficienza energetica del 27%, al 2030 i consumi finali lordi in Italia si attesterebbero al di sotto dei 130 Mtep: centrare l’obiettivo del 27% da rinnovabili richiederebbe 35 Mtep circa di consumo finale lordo soddisfatto da questa fonte, più del doppio del valore 2012. In altri termini, considerando che la crescita sostenuta delle rinnovabili tra 2005 e 2012 è stata pari a 8-9 Mtep, il 27% significa fare tra il 2013 e il 2030 circa il doppio di quanto fatto finora. Nella ipotesi, che si può ritenere  realistica, di arrivare al 2030 a coprire il 15% dei consumi dei trasporti con fonti energetiche rinnovabili (incluse la seconda e la terza generazione ma anche una quota di elettrico) e di ripartire equamente la parte rimanente tra rinnovabili calore ed elettrico, dal 2013 al 2030 bisognerebbe fare ogni anno:

  •  circa 0,2 Mtep di nuove rinnovabili nei trasporti;

  •  circa 0,4 Mtep di nuove rinnovabili termiche;

  •  lo stesso quantitativo di nuove rinnovabili elettriche (pari a circa 3,2 TWh/anno, arrivando a quasi 165 TWh di elettricità da rinnovabili, 40-45 in più rispetto al 2013 e il 45-50% della produzione attesa).

Innalzando il target al 30% (ma anche quello dell’efficienza) l’obiettivo al 2030 sarebbe un CFL, consumo finale lordo, soddisfatto da rinnovabili di 37 Mtep (4 Mtep in più rispetto al 27-27%). Per l’elettrico significherebbe arrivare a quasi 190 TWh di CFL coperto da rinnovabili, con le rinnovabili che salirebbero a oltre il 55% della produzione nazionale.

La SEN prevedeva di raggiungere al 2020 il 20% di rinnovabili sui CFL, pari a 23-24 Mtep (contro i 17 del 2012), con una riduzione delle emissioni di 50 MtCO2eq. Nel settore elettrico avrebbe significato 120-130 TWh (112 nel 2013): ciò avrebbe consentito, a fronte di un costo di incentivazione di 11,5-12,5 Mld euro/anno per 20 anni, stimando 45-50 Mld euro di investimenti cumulati.

Sul discorso ricadute economiche e occupazionali i dati sono discordanti ma soprattutto rispetto ai valori del 2012, e forse anche quelli 2013. In realtà l’occupazione non crescerebbe in maniera significativa o addirittura si ridurrebbe. Secondo lo studio appena presentato da Greenpeace (fatto da Althesys) gli occupati nelle rinnovabili al 2013 sono poco più di 60 mila e nello scenario base, molto vicino al 27% della Commissione, a regime si arriverebbe a poco più di 70 mila.

 

 


 

L'Italia raggiunge l'obiettivo del Protocollo di Kyoto

 

I paesi industrializzati dell’Annesso I del Protocollo di Kyoto, responsabili nel 1990 di oltre la metà delle emissioni mondiali di gas serra e soggetti ad obblighi di riduzione, tra il 1990 e il 2010 hanno diminuito le proprie emissioni di quasi il 9%: da 19 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente (GtCO2eq) a 17,3 miliardi. È molto probabile che i dati definitivi relativi agli ultimi due anni confermeranno il rispetto dell’obiettivo finale del Protocollo, pari a una riduzione delle emissioni Annesso I rispetto al 1990 di almeno 5,2% come media del periodo 2008-2012.

Ciò nonostante, a causa dell’inaspettata e tumultuosa crescita dei paesi emergenti, in primis la Cina, il modello del Protocollo di Kyoto è risultato inadeguato rispetto all’obiettivo principale della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici dell’Onu: la stabilizzazione delle concentrazioni in atmosfera di gas serra a livelli non pericolosi. Infatti, dal 1990 al 2010 le emissioni mondiali sono passate da 37 a quasi 50 GtCO2eq. Se tale trend venisse confermato, entro il 2050 si supererebbero gli 80 GtCO2eq, con un conseguente aumento della temperatura media terrestre di 4°C, ben oltre i 2°C indicati come soglia di sicurezza dalla comunità scientifica internazionale.

Andamento delle emissioni di gas a effetto serra nei paesi Annesso I del Protocollo di Kyoto – valori indice     (Fonte: UN FCCC)

Nel corso della XVII Conferenza delle Parti della Convenzione, svoltasi a Durban nel novembre del 2011, è stato raggiunto l’accordo per redigere entro il 2015 un nuovo trattato mondiale sul clima che fisserà i nuovi impegni di riduzione a partire dal 2020. A questo strumento, attualmente in fase di definizione e che dovrebbe superare i limiti mostrati dal Protocollo di Kyoto, sono ancorate le speranze di evitare una crisi climatica dalle conseguenze potenzialmente disastrose. Il Protocollo di Kyoto ha comunque rappresentato il primo importante banco di prova per la trattativa mondiale sul clima.

Secondo le stime della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, nel 2012 le emissioni di gas serra dell’Italia si sono attestate attorno a 465/470 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (MtCO2eq), oltre 20 milioni in meno rispetto al 2011. Nonostante gli scetticismi e i ritardi accumulati nei primi anni di vita del Protocollo, l’Italia ha centrato, con margine, l’obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni di gas serra, pari a -6,5% rispetto al valore 1990 come media del periodo 2008-2012.

Su questo risultato ha certamente pesato la crisi economica, tutt’ora in corso. Tuttavia, analizzando i dati degli ultimi 7-8 anni, è evidente il netto miglioramento delle performance ambientali del sistema economico nazionale. Un miglioramento confermato dagli indicatori di intensità carbonica ed energetica del PIL, che proprio negli ultimi anni registrano più alti tassi di riduzione delle emissioni di gas serra e dei consumi energetici per unità di Prodotto interno lordo. Un’accelerazione che corrisponde al recente cambio di passo nel campo delle politiche sulle fonti rinnovabili, il cui contributo è raddoppiato in cinque anni, e sull’efficienza energetica, che ha consentito una riduzione della domanda energetica stimata tra 5 e 15 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio.

Questi risultati sono il frutto non solo di politiche e misure di settore, come quelle sugli incentivi alle fonti rinnovabili e agli interventi di efficientamento negli edifici, ma anche di più ampio processo di dematerializzazione dell’economia in corso, guidato dalla diffusione di prodotti e servizi a minore intensità di consumo di risorse ed energia, come anche a comportamenti individuali più sensibili ai temi della tutela ambientale e del risparmio. In Italia la produttività dei materiali, ossia la quantità di ricchezza generata per unità di risorsa consumata, tra il 2000 e il 2009 è cresciuta di circa un terzo, da 1,5 a oltre 2 euro per kg di materia consumtata dall’economica nazionale (Domestic Material Consumption – DMC). Naturalmente su questo gioca un ruolo non secondario il costo crescente delle materie prime e, in particolare, dei combustibili fossili, con una fattura energetica che nel 2012 è arrivata a 65 miliardi di euro, il 4% del PIL, a causa di un costo medio dell’energia da carbone, petrolio e gas passato in appena un decennio da 200 a oltre 450 euro per tonnellata equivalente di petrolio (tep).

Il rispetto del Protocollo di Kyoto rappresenta solo il primo passo per l’Italia, che ad oggi è in linea anche con gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra stabiliti dall’Unione Europea al 2020. Per incrementare il proprio contributo alla lotta ai cambiamenti climatici, l’Italia dovrà allinearsi alle indicazioni della Roadmap al 2050 presentata dalla Commissione europea: secondo l’analisi della Fondazione ciò significherà ridurre le attuali 465/470 MtCO2eq a 440 nel 2020 e 370 entro il 2030. Obiettivi ambiziosi ma non impossibili, che potrebbero essere conseguiti supportando politiche nazionali in favore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica in grado di consolidare i miglioramenti degli ultimi anni, stimolando al tempo stesso la ripresa economica.

TORNA SU

Il Rapporto    Kyoto    2013   della Fondazione per lo sviluppo sostenibile

 

a quindici anni dalla firma

 

Con questo Dossier documentiamo che è stato raggiunto il target fissato per l’Italia dal Protocollo di Kyoto, pari ad una riduzione delle emissioni di gas serra del 6,5 %, come media del periodo 2008-2012, rispetto a quelle del 1990. Da 4 anni i Dossier pubblicati dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile individuavano trend in atto che potevano portare a questo significativo risultato, nonostante lo scetticismo di molti. Il rispetto, che abbiamo verificato al termine del periodo fissato, del Protocollo di Kyoto da parte dell’Italia, è l’occasione per un bilancio.

 Quindici anni fa in Italia su questo Protocollo c’era una forte divisione fra chi sosteneva che non fosse necessario e avrebbe comportato solo costi rilevanti e chi riteneva che fosse necessario ridurre le emissioni di gas serra e che questo impegno avrebbe prodotto opportunità  largamente prevalenti, non solo ambientali. Quando fu raggiunto l’accordo in sede europea per una riduzione complessiva dell’8%, da ripartire fra i vari Paesi dell’Unione in modo differenziato, il dibattito si fece rovente.

E’ noto quanto sia labile la memoria storica: di quel dibattito si è quasi persa traccia sui giornali. Conservo una memoria viva di quel periodo: è difficile scordare l’asprezza degli attacchi che subii. Allora ero il Ministro dell’Ambiente che, prima a livello europeo, poi alla Conferenza delle Parti di Kyoto, aveva negoziato la nostra partecipazione al Protocollo e che, col mandato del Presidente Prodi, lo aveva sottoscritto per l’Italia alle Nazioni Unite, a New York nel febbraio del 1998 .

Il partito del “Protocollo, elevato costo non necessario ”, quando fu reso noto  il target per l’Italia, pari a una riduzione del 6,5% delle emissioni del 1990 da realizzare come media delle emissioni del quinquennio 2008-2012, affermò, senza mezzi termini, che l’obiettivo era eccessivo e irraggiungibile e che avrebbe comportato oneri economicamente insostenibili per il Paese, attaccando duramente il sottoscritto quale responsabile di quella scelta. La parte più aggressiva dello schieramento contrario al Protocollo negava, allora, che fossero le emissioni antropiche di gas serra alla base della crisi climatica e, quindi, riteneva non giustificato spendere soldi per ridurre tale emissioni e aggiungeva che l’Europa sbagliava a partire a ridurre le proprie emissioni anche se altri (Stati Uniti in particolare) non facevano altrettanto. 

 

Emissioni di gas a effetto serra in Italia, andamento storico e percorso Roadmap 2030 – MtCO2eq

(Elaborazione Fondazione per lo sviluppo sostenibile su dati ISPRA, MiSE, EEA e Commissione europea)

Ma come eravamo arrivati a quel 6,5% di impegno per l’Italia? Ad un certo punto della trattativa nel Consiglio dei Ministri europei dell’ambiente per ripartire fra i Paesi membri l’8% di riduzione attribuita dal Protocollo di Kyoto per l’Europa dei 15, mancava circa un punto per completare il raggiungimento dell’obiettivo e non si riusciva a sbloccare l’accordo di ripartizione.  Durante una pausa si riunirono quindi i Ministri dell’Ambiente dei grandi paesi europei (Germania, Italia, Francia e Regno Unito) per cercare di far tornare i conti e non far fallire la trattativa europea. La Germania, che nella trattativa era arrivata a un impegno del 19%, acconsentì a salire al 21%; il Regno Unito, che era a circa l’11,5%, accettò di arrivare al 12,5%; l’Italia era a circa il 6%, ma la Francia non schiodava dallo zero perché aveva già emissioni procapite più basse per la forte presenza di centrali nucleari e perché in futuro prevedeva di ridurre l’uso di tali centrali  in quanto la filiera dei reattori veloci era stata fermata e alcune centrali cominciavano ad essere vecchie. Accettai così, con riserva perché avrei dovuto sentire il Presidente del Consiglio, per consentire un accordo europeo e non rompere l’impegno maggiore della Germania e del Regno Unito, una riduzione lievemente superiore a quella che ci sarebbe spettata, del 6,5%. Il Presidente, e l’intero Governo quando l’impegno europeo fu portato in Consiglio dei Ministri, condivisero quella scelta che divenne quindi l’obiettivo per l’Italia.

Perché pensavo che quell’impegno di riduzione non avrebbe comportato problemi insuperabili per l’Italia?  Perché ritenevo che la previsione di un trend di continua crescita delle emissioni di gas serra per i Paesi più industrializzati, sostenuta dal partito ostile al Protocollo, fosse discutibile e poco fondata. Ritenevo, insieme ai colleghi europei, inoltre, che lo sviluppo dell’efficienza energetica e  delle fonti energetiche rinnovabili, per noi che importavamo una quantità così ingente di combustibili fossili, fosse anche un’opportunità economica. Negli anni novanta del secolo scorso era già in pieno sviluppo un processo di globalizzazione che portava nei Paesi di nuova industrializzazione (Cina in testa) una parte consistente delle produzioni, e dei consumi di energia connessi. Noi dei Paesi industriali più maturi stavamo già sostituendo parte delle nostre produzioni e importando più beni di consumo,producendo invece di più beni immateriali, servizi, prodotti tecnologici, beni di qualità elevata, auto con minori consumi: in genere beni e servizi a minor consumo energetico, anche perché l’energia che importiamo è sempre più cara. E’ vero che vi poteva essere un po’ di effetto rimbalzo (beni a minor consumo specifico di energia costano di meno,ciò incentiverebbe a comprarne e usarne di più, riducendo il beneficio ambientale complessivo del miglior rendimento energetico). Tale effetto non ha, tuttavia, affatto frenato la riduzione  dei consumi di energia per una ragione chiara: l’energia è comunque sempre più cara, anche in presenza di una riduzione dei consumi il costo dell’importazione di petrolio, gas e carbone  è continuamente cresciuto fino ai 65 miliardi stimati nel  2012, arrivando al 4 % del PIL e più che triplicando in termini reali, al netto dell’inflazione quindi, rispetto alla fine degli anni ’90 pur registrando livelli di consumo paragonabili. Erano inoltre note e possibili misure di riduzione dei consumi energetici economicamente vantaggiose che si ripagavano in pochi anni. Un po’ sottovalutato, allora anche in campo ecologista, era il potenziale di sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili: non si pensava che potesse essere così veloce come è stato negli ultimi anni.  Comunque un qualche aumento anche delle rinnovabili veniva messo in conto.

Facendo oggi, molti anni dopo, un bilancio, a conclusione del periodo di verifica (2008-2012) del Protocollo di Kyoto, si può dire che le analisi del partito del “Protocollo,costo elevato non necessario”, erano completamente sbagliate sia dal punto dal vista economico (abbiamo raggiunto l’obiettivo senza costi insostenibili), sia ambientale (i gas serra sono alla base della grave crisi climatica ). Non mi aspetto scuse, ma almeno che si riconosca che quella politica ambientale era buona e utile. È vero che la recessione economica, riducendo produzioni e consumi, ha contribuito a ridurre anche le emissioni; ma è documentabile, e documentato in questo Rapporto, che quando le emissioni crescevano, lo facevano più velocemente del PIL e quando hanno cominciato a diminuire, lo hanno fatto a tassi decisamente più alti del calo del PIL. Attenzione inoltre a un altro dato: senza gli investimenti per l’efficienza energetica e, soprattutto quelli, ingenti, per le fonti rinnovabili, la recessione economica sarebbe stata ben più grave. In genere senza dichiararlo, anche gli avversari del Protocollo di Kyoto hanno messo da parte le loro vecchie critiche: sanno bene che le riduzioni delle emissioni di gas serra richieste per mitigare la crisi climatica, nel prossimo futuro, saranno molto maggiori di quelle del Protocollo di Kyoto. Non si tratta più di un 8%, o del 20% entro il 2020, ma probabilmente del 40% entro il 2030 e dell’80-90% entro il 2050. Chi alzava polveroni contro un impegno del 6,5% era anche poco informato sui tipi di impegno di cui si discuteva nelle sedi internazionali. Non posso non notare che una parte di coloro che  gridavano contro il 6,5% , hanno dovuto poi accettare, una volta al Governo, quello al 2020 del 21% per i settori ETS e del 13%  per i settori non-ETS rispetto al 2005.

Ogni ragionevole dubbio, scientificamente fondato, sulle cause della crisi climatica è stato ormai fugato. Sulla consistenza, fortissima, del taglio di emissioni necessario per contenere la crisi climatica c’è ormai un vasto consenso internazionale (quello che manca è un accordo sulla ripartizione degli impegni fra i vari paesi). La crisi climatica si sta aggravando perché le emissioni mondiali sono fortemente cresciute proprio perché grandi paesi, grandi emettitori di gas di serra (a partire dagli Stati Uniti e dalla Cina) non hanno applicato il Protocollo di Kyoto: il primo uscendone, dichiarando che avrebbe ridotto le emissioni senza l’impegno vincolante del Protocollo (e le ha invece aumentate rispetto al 1990), l’altro, la Cina, che, anche senza obiettivo quantificato vincolante, le doveva contenere, le ha invece triplicate. Visti i futuri impegni di forte riduzione, chi è partito prima a sviluppare tecnologie low carbon, non solo ha contribuito lodevolmente a non rendere peggiore la situazione globale, ma ha acquisito un vantaggio  competitivo. Ricordo che il Presidente Obama, nel discorso di insediamento dopo la rielezione a Presidente, ha dichiarato: Risponderemo alla minaccia del cambiamento climatico ,sapendo che non farlo sarebbe tradire i nostri figli e le generazioni future”. Riconoscendo che gli Stati Uniti hanno, fino ad ora, avuto un ruolo di freno nella trattativa internazionale in materia, ha aggiunto: “ma l’America non può resistere a questa transizione, anzi dobbiamo condurla” non solo perché la crisi climatica è una vera minaccia per il nostro tesoro nazionale: i nostri boschi e corsi d’acqua, i nostri campi coltivati e cime innevate”, ma perché  promuove nuovo sviluppo con una “tecnologia che crea posti di lavoro e nuove industrie” che “non possiamo cedere ad altre nazioni”.

Facendo un bilancio 15 anni dopo, possiamo dire che il Protocollo di Kyoto, strumento indispensabile per avviare l’inizativa internazionale di mitigazione della crisi climatica, non era  così spinto come sostenevano alcuni, ma viceversa troppo poco impegnativo, come ormai sostengono in modo convergente gli studi (dall’IPCC all’UNEP, dalla IEA, dell’OECD, alla World Bank) sulle riduzioni di emissioni di gas serra necessarie per contenere gli aumenti di temperatura entro livelli sostenibili nonché sui costi, ecologici, sociali ed economici, che già stiamo affrontando e che sono destinati a crescere paurosamente, se non cambiamo rotta, attuando tagli  più drastici delle emissioni di gas serra.

E’ stato bene partire col Protocollo di Kyoto, col quorum del 55%  dei Paesi indistrializzati. Non si poteva fare di più: l’alternativa era fermare anche quelli disponibili ad impegnarsi. Ma oggi lo schieramento del Protocollo di Kyoto sarebbe ben lontano dal suo quorum: la Cina è diventata ormai il principale emettitore mondiale. L’OECD ha pubblicato una proiezione che dimostrerebbe con elevata probabilità che, se non intervengono nuove decisioni di riduzione globale delle emissioni, entro il 2017  avremo esaurito  il budget complessivo di emissioni di carbonio consentito nello scenario compatibile con l’obiettivo “non più di 2°C” . L’esempio è stato dato, abbiamo provato che si possono ridurre le emissioni senza costi eccessivi e con vantaggi; ora però è indispensabile che tutti, senza eccezioni, i grandi  emettitori di gas di serra (Cina, USA, Europa, Giappone e India  sono responsabili del 70% delle emissioni mondiali) siano  coinvolti in concreti e vincolanti impegni di riduzione delle loro emissioni e che si arrivi, rapidamente, a obiettivi di riduzione basate sul budget disponibile di emissioni procapite (le emissioni procapite della Cina sono ormai simili a quelle dell’Europa ).

Sarà possibile raggiungere il necessario risultato consistente di riduzione delle emissioni mondiali? Non con il Protocollo di Kyoto  che ha ormai chiuso la sua storia, con il periodo di verifica 2008-2012. Non mi convincono i tentativi di tenerlo formalmente in vita da parte di un gruppo di paesi che, dopo ulteriori defezioni (compreso quello che ha dato il nome al Protocollo, il Giappone) , rappresentano oggi solo il 15% delle emissioni mondiali: anche clausola del 55% porterebbe a non considerare più applicabile il Protocollo di Kyoto. È vero che resta un buco fino al 2020 : le intese internazionali in discussione prevedono, infatti, di definire un nuovo accordo  entro il 2015, accordo che presumibilmente produrrà riduzioni a partire dal 2020.  Anche a livello europeo l’impegno di riduzione dei gas serra al 2020 è rimasto abbastanza basso, al 20%: l’Italia sarebbe di in grado, senza sforzi eccessivi, di fare molto meglio.

La crisi climatica è un problema estremamente serio e siamo moralmente responsabili di fare comunque del nostro meglio per cercare di non aggravarla. Oggi più di ieri, sappiamo di poterlo fare attivando e proseguendo numerose scelte, in vari settori, di nuovo sviluppo a basse o nulle emissioni di carbonio. Le trattative e un nuovo accordo internazionale potrebbero aiutare: speriamo che  questo nuovo accordo arrivi presto e che sia efficace. Ma penso che non sarà solo un trattato a determinare le possibilità di mitigare questa crisi climatica. Penso che avranno molto più peso il  livello di sviluppo e la rapidità di  estensione di quel cambiamento dell’economia in corso che viene chiamato green economy.

TORNA SU

Emissioni mondiali di gas serra dei paesi del G20

Livelli dei paesi del G20 e la quota di aggregati a livello globale 1990, 2005, 2010 e previsti per il 2020 (prima tabella) e quantità corri-spondenti pro-capite (seconda tabella). I paesi del G20 e l'UE a 27 sono stati res-ponsabili di quasi il 75% delle emissioni globali di gas a effetto serra nel  2010, con un in-cremento dal 70% nel 1990. Le emissioni del G20 e quelle globali stan-no crescendo più velocemente nel  periodo 2000-2010 rispetto al 1990-2000 (stime scien-tifiche indicano che il totale delle emissioni  è cre-sciuto da 36 GtCO2eq nel 90 ad almeno 49 GtCO2eq nel 2010, e le emissioni del G20 da 27 GtCO2eq nel 1990, a 29 GtCO2eq nel 2000, a 33 GtCO2eq nel 2005 a 36,6 GtCO2eq nel 2010. 

In uno scenario BAU senza azioni e politiche, le emis-sioni dovrebbero  ulteriormente cre-scere bruscamente (a 59 GtCO2eq nel 2020,  con 45 GtCO2eq nei paesi del G20) mentre con gli impegni sulle emissioni sottoscrit-te volontariamente dopo Copenhagen si andrebbe a 52-54  GtCO2eq  (utiliz-zando norme con-tabili severi), con 39-40 GtCO2eq nel 2020 per i G20.

Le fonte dei dati delle tabelle sono l’UNEP (Emission gap Report del 2012 - Allegato I livelli di emissione non armo-nizzati / Pledges aggiornati e analisi politiche 2012 del PBL, Agenzia Am-bientale dei Paesi Bassi e Ecofys/ Joint Research Center della Com-missione europea: Database emissioni per il Global Atmospheric Research (EDGAR), http://edgar.jrc.ec. europa.eu.

Le stime attraverso tutti gli anni in queste tabelle non sono completamente armonizzate ai livelli del 2005 e le differenze per la misurazione  e rendicontazione non sono ancora dispo-nibili per tutti i paesi e tutte le fonti. Tuttavia, la stima degli effetti degli  impegni (pledges) è costantemente con-trollata per tutti i paesi. Dalla sua analisi del gap delle ambizioni, l'UNEP stima  in 50,1 GtCO2eq il livello aggregato delle emissioni globali nel 2010, tenendo conto di un margine di errore delle stime da -0,3 GtCO2eq a +1 GtCO2eq tra gli studi prima dell’ar-monizzazione, asso-ciato a incertezze circa le stime di alcuni paesi (in particolare per i paesi con una notevole quantità o percentuale di territorio adibito a silvicoltura e le relative emissioni). Le stime dei livelli di BAU 2020 per il Brasile, la Corea del Sud, l’Indonesia e il Sud Africa sulla base delle proiezioni nazionali  mostrano alcune differenze con queste stime internazionali, so-prattutto a causa delle incertezze sul uso del suolo, le emissioni e le proiezioni della cre-scita economica. Le stime del 2020 dei livelli sotto BAU e sotto pledges sono anche  incerte, in quanto alcuni paesi devono ancora chiarire i presupposti e gli elementi metodologici con-nessi al loro  impegno (variazione nel +/-. 0,5 GtCO2eq intorno alle stime mediane, cfr. UNEP, Emissions gap Report 2012).

 

TORNA SU

TORNA SU