Aggiornamento 30-mar-2017

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EDITORIALI del COMITATO SCIENTIFICO

 

Ottobre 2015: Presentato a Roma il nuovo libro di Fritjof Capra sulle basi scientifiche dello sviluppo sostenibile: "Vita e Natura: una visione sistemica"

Roma, Camera dei Deputati, 13 ottobre 2015

Mancava nella cultura italiana un libro capace di mettere ordine nei problemi dello sviluppo e dell’ambiente con una visione inclusiva ed ordinata delle basi scientifiche, dalla fisica quantistica, alla biologia, alle scienze sociali facendo ricorso alla teoria dei sistemi complessi.

Dice Capra: "Il centro della mia agenda sociale è la sostenibilità. Come attivista ambientale ed educatore, il mio obiettivo principale è quello di contribuire a costruire una società sostenibile. Per farlo, bisogna  prima capire veramente il concetto di sostenibilità. Una società ecologicamente sostenibile è una società che è stata progettata in modo tale che le sue forme di vita, le imprese, l’economia, le strutture fisiche, le tecnologie e le istituzioni sociali non danneggiano la capacità intrinseca della natura di sostenere la vita. La caratteristica eccezionale della biosfera è che ha sostenuto la vita per oltre tre miliardi di anni ed ora noi stiamo seriamente compromettendo questi processi che la natura ha sviluppato per sostenere la vita”.

Questo è un libro di testo che disegna un quadro sistematico coerente che integra quattro dimensioni della vita - biologica, cognitiva, sociale ed ecologica e ne discute le profonde implicazioni filosofiche, sociali e politiche. È un libro grande ed ambizioso, che si distingue dalle opere simili per la capacità di riconsiderare le basi scientifiche della conoscenza dei sistemi viventi e riportarle, se non ad una teoria, ad una visione unitaria originale e innovativa. Niente viene lasciato per dato, ma la nuova visione è argomentata in profondità, come filosofia e come sintesi storica della scienza contemporanea.

L'intuizione primaria è il passaggio dal modello della vita come macchina composta di parti ad una concezione in cui la vita è percepita come una rete di relazioni inscindibili, un sistema complesso. Di più, come dai lavori di  Humberto Maturana e Francisco Varela del 1970, i sistemi della vita sono autopoietici in quanto si ricreano continuamente, trasformando o sostituendo i loro componenti (l’esempio di un sistema complesso all’opposto allopoietico è il PC o lo smartphone che avete in tasca). Essi passano attraverso cambiamenti strutturali pur mantenendo il loro modello di organizzazione a rete. Sono sistemi stabili ed al contempo capaci di cambiamento attraverso i processi cognitivi, non processi mentali, ma di interazione sistemica con altre reti.

Gli autori  identificano il  processo di conoscenza con il processo della vita. La conoscenza è l'attività di relazione che condiziona l’autoproduzione e l’auto-perpetuazione delle reti viventi. Le interazioni con l’ambiente sono azioni cognitive e non è il cervello l'unica struttura attraverso la quale esse avvengono, perché l'intero organismo partecipa al processo di conoscenza. È così superata la divisione cartesiana tra spirito e materia che qui sono visti come due aspetti complementari della vita tra loro indissolubilmente collegati. Gli organismi viventi hanno cinque caratteristiche principali. Sono:

  1. Sistemi aperti, dissipativi, lontani dall’equilibrio, attraversati da flussi continui di materia ed energia (qualcuno ricorderà Prigogine).

  2. Le dinamiche dei flussi sono non-lineari, ed il sistema è dunque capace di emersione, cioè di transizioni verso nuovi stati stabili.

  3. Il sistema vivente è una rete di sottosistemi auto generativa ed auto organizzata, dotata di un confine con l’ambiente. Nella rete si stabiliscono gerarchie, ma collaboranti e non competitive.

  4. Il sistema interagisce con l’ambiente e autodetermina la sua organizzazione interna attraverso i processi cognitivi.

  5. La vita è capace di crescere in modo non lineare, non illimitato, arricchendo la sua dotazione relazionale, piuttosto che  accrescendo il peso e il volume dei flussi e degli stock di energia e materia. Questo tipo di crescita è caratteristico della vita, non crescere significa deperire e morire.

(> scarica qui la presentazione completa di Toni Federico)

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Gennaio 2013: Tre domande della Fondazione per lo sviluppo sostenibile a Jean Paul Fitoussi

Intervista a cura di Toni Federico e Valeria Gentili

1. Cosa pensa della possibilità di sviluppare una green economy per uscire dalla crisi economica e da quelle ambientale e sociale?

Penso che questa è una vera via d’uscita ma il problema è che oggi siamo nell’urgenza, perché la crisi sociale diventa così forte che bisogna mettere in opera delle misure subito e non domani o dopodomani. Dunque queste misure possono riguardare l’ambiente, per esempio il rinnovamento urbano,  nelle nuove tecnologie e dell’ambiente e dell’energia, e un modo di fare le infrastrutture necessarie che risparmiano sull’energia classica.

C’è la possibilità di fare questo ma manca il denaro, oggi, perché la prima priorità è quella di ridurre il disavanzo pubblico e questo dipende molto dall’atteggiamento europeo. È quello che si dovrebbe cambiare. Io avevo proposto qualche anno fa di fare una Comunità europea dell’ambiente, dell’energia e della ricerca applicata all’ambiente e all’energia, come prima applicazione del programma di Lisbona. Questo sarebbe un modo di uscire insieme … perché, non bisogna nasconderselo, la crisi è una crisi generale in Europa, non è solamente una crisi in Italia.

C’è una recessione in Europa e non c’è per il momento l’aspettativa che noi andiamo ad uscire da questa recessione. O prendiamo delle misure forti, che hanno per necessità di investire nei settori dove pensiamo e davvero siamo sicuri che la redditività sarà molto elevata, e dunque consentirebbe di ripagare l’investimento, e non continuiamo in questo modo a provare a rimediare al passato piuttosto che a costruire l’avvenire.

2.   Partendo dal Rapporto per il Presidente Sarkozy del 2009, quali proposte si possono sviluppare per avere maggiore equità e per puntare su un nuovo  benessere oltre il PIL?

Mah,  prima di tutto, e quello lo so che lo fa già l’ISTAT, fare dei nuovi indicatori che concernono il benessere e la sostenibilità. Per il benessere l’ISTAT sta facendo uno studio con altri economisti nell’ambito europeo, che è un bello studio, e che contiene molte delle cose che dovremmo fare. Per esempio sappiamo che obbiettivi determinanti del benessere sono l’educazione, il lavoro decente e l’occupazione, perché sappiamo che il costo della disoccupazione è molto più elevato della perdita di reddito dovuto alla disoccupazione. C’è l’ambiente, perché l’ambiente incide sull’inquinamento e sulla salute delle persone, e c’è, in materia sociale,   quello che chiamiamo “capitale sociale”. E dunque qui possiamo prendere delle misure, perché sappiamo (che il capitale sociale) diminuisce quando la disoccupazione cresce, perché le persone sono disintegrate dalla società perché sono fuori dall’attività, che servirebbero al governo per fare delle politiche che incidono sul benessere della popolazione  e non solamente sul PIL o sul tasso di crescita, ma sul benessere delle persone. Sul punto della sostenibilità bisogna costruire degli indicatori che ne danno una visione globale. Adesso parliamo della sostenibilità del debito pubblico. Ma il problema è che la sostenibilità è quella  del capitale globale della nazione. Nella ricchezza globale della nazione ci sono il capitale economico, privato e pubblico, c’è anche il capitale umano, il capitale sociale e il capitale naturale. Se, volendo assicurare la sostenibilità dl debito pubblico, noi diminuiamo le altre componenti della ricchezza della nazione, allora perdiamo. Non è più una situazione sostenibile. E adesso si vede bene, perché con le politiche attuali stiamo distruggendo del capitale umano, stiamo distruggendo del capitale sociale, stiamo distruggendo del capitale economico perché le ditte chiudono, e stiamo distruggendo del capitale naturale perché non abbiamo i soldi per “riparare” l’ambiente, per fare gli investimenti necessari per mantenere il livello dell’ambiente attuale. Dunque sotto l’illusione che noi abbiamo delle politiche di sostenibilità, affatto, abbiamo delle politiche di insostenibilità.

Perché quello che accade quando c’è il 60% di giovani disoccupati è che il futuro è oscurato, perché questi giovani non avranno le competenze per far crescere l’economia come i loro padri. Dunque c’è un vero problema di capire l’effetto delle politiche che noi facciamo sul benessere e sulla sostenibilità. Quello che mi sembra sicuro è che le politiche di austerità che le politiche che l’Europa conduce in un modo generale hanno un effetto molto negativo sia sul benessere che sulla sostenibilità globale dell’economia.

3.   Quali modifiche delle politiche economiche europee dell’austerity ritiene necessarie per uscire da questa crisi?

Bisogna … bisogna non fare più politiche di austerity. Bisogna solamente avere delle politiche normali, come fanno negli Stati Uniti e anche in Giappone. Il Giappone ha deciso un programma di espansione enorme perché occorre avere uno shock sull’economia se vogliamo che l’economia cambi strada. Per il momento noi andiamo verso almeno un decennio perso, almeno un decennio perso. Il Giappone ha perso due o tre decenni. Noi andiamo verso almeno un decennio perso e questo significa che andiamo verso una situazione di insostenibilità politica perché la democrazia non è compatibile con la disoccupazione di massa, perché la disoccupazione di massa è una cosa che mette fine all’eguaglianza della gente davanti al voto. E dunque bisogna fare veramente delle politiche che ridanno la speranza alla gente, altrimenti avremo quello che vediamo in tutti i paesi, un aumento dei consensi alle formazioni estremiste, o populiste. Questo è direttamente legato al fatto che noi abbiamo solamente delle politiche di austerità. Dunque bisogna finire con queste politiche, bisogna avere più immaginazione, bisogna dire che qui in Italia, come in altri paesi europei, abbiamo un bel capitale umano e bisogna farlo crescere e che abbiamo …, per il momento abbiamo ancora, un bel capitale sociale e bisogna farlo crescere, che abbiamo ancora un bel capitale infrastrutturale. Quello è già in questione perché non spendiamo più quello che si dovrebbe per mantenere questo capitale infrastrutturale. Dunque ci sono tanti settori dove c’è la necessità di investire e questo conduce all’espansione. Ma quando dico c’è la necessità di investire, c’è la necessità di investire con due obiettivi, il benessere della popolazione e la sostenibilità. Questo significa che noi lasciamo alle generazioni future una ricchezza almeno uguale a quella di cui abbiamo goduto.

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Dicembre 2012: Da Doha l'urgenza di un nuovo approccio ad un accordo globale sul clima

dagli interventi di Caminiti, Federico, Ferrante, Midulla, Ronchi

Sono deludenti i risultati della Conferenza delle parti della Convenzione ONU contro i cambiamenti climatici, la COP 18 di Doha di fine anno 2012,  dove si è raggiunto il minimo dei livelli di decisione (> vedi in questo sito i commenti, i documenti e i resoconti giornalieri). Di positivo resta senza dubbio poco: il confronto tra stati convocato dal Segretario generale dell'ONU Ban ki-Moon per il prossimo anno ed il fatto che la finestra dell'aumento termico di 2°C sia rimasta aperta. Per quanto riguarda la sorte del Protocollo di Kyoto che scade con l'anno 2012, si è riusciti a fatica a prolungarlo fino al 2020, per ulteriori 8 anni. Il Protocollo non ha raggiunto i suoi scopi e le emissioni globali, anziché diminuire del 5% come convenuto alla firma nel 1997, sono aumentate per effetto dell'aumento delle emissioni da parte dei paesi emergenti, Cina, India, Brasile e, massimamente, della mancata ratifica dell'accordo da parte degli Stati Uniti e pochi altri paesi occidentali. Il nuovo accordo, chiamato per brevità Kyoto 2, fisserà gradualmente nuovi obiettivi di riduzione a partire questa volta dagli impegni soggettivamente sottoscritti dalle parti che verranno dichiarati nel prossimo anno. Non partecipano gli Stati Uniti e si ritirano Giappone, Canada, Nuova Zelanda e Federazione Russa. Restano perciò solo Europa, Norvegia, Svizzera e Australia per un totale provvisorio di emissioni serra pari ad appena il 15% del totale planetario, percentuale destinata a diminuire nel tempo. Davvero poco, ma restano nell'area del secondo Protocollo tutti i paesi cosiddetti non Annesso I, che non avevano e per ora non hanno obblighi di mitigazione. Questi ultimi hanno avuto a cuore sostanzialmente la conservazione delle regole iscritte nel Protocollo, tra tutte il Principio di Rio delle Responsabilità comuni ma differenziate, e dei vantaggi, essenzialmente i meccanismi flessibili. Ai meccanismi flessibili potranno partecipare, a seguito degli ultimativi accordi a Doha solo i paesi Annesso I che hanno assunto impegni per Kyoto 2 che sono una piccola parte. Si è posto il problema che  su Kyoto 2 si sarebbero potuti riversare tutti i permessi hot air del primo periodo. Si tratta dei corrispettivi dei deficit emissivi determinatisi nei paesi est europei per effetto dalla caduta delle economie  nel periodo post-comunista, non quindi vantaggi di politiche reali di abbattimento e decarbonizzazione. In base alle regole concordate, fuori la Russia e gli altri ex URSS, resta l'Europa, cioè la Polonia, ma l'Europa si è impegnata a non inquinare Kyoto 2 con la hot air. Occorre infine a nostro parere chiarire bene quelle che saranno le modalità di  trasferimento al secondo periodo di impegno dei debiti di emissione  per i paesi che, come l'Italia, non hanno raggiunto i propri obiettivi nel periodo 2008-2012 del primo periodo. Tuttavia non si può fare a meno di notare che la crisi economica europea ha indebolito l'iniziativa  negoziale ed anche la capacità di finanziamento del fondo per il clima dell'Europa. I delegati italiani di ritorno da Doha riferiscono finalmente di una nuova e più adeguata presenza del nostro Paese proprio mentre l'Europa è apparsa alquanto marginalizzata anche per la delusione tra i piccoli paesi con i quali l'Europa aveva raggiunto una buona convergenza di intenti.

A conti fatti occorre mettere tutti in guardia sui rischi che una trattativa con questo passo possa conseguire il risultato di Copenhagen, il contenimento dell'anomalia termica entro i +2 °C. In realtà  era già stata messa seriamente in discussione a Copenhagen nel 2009 l'ipotesi di una governance efficace sul clima da parte dell'ONU, nata nel 1992 a Rio con l'introduzione delle problematiche ambientali nelle dinamiche mondiali dello sviluppo. Potremmo ormai aver raggiunto i limiti operativi di questo tipo di ecodiplomazia. Se non succede nulla di rilevante, in particolare da parte degli Stati Uniti e della Cina, il blocco delle trattative sul clima è alle porte senza che l'Europa, pur sempre e da sempre all'avanguardia, possa riuscire a mettere in campo qualche soluzione. Benché si faccia un gran parlare di nuovi regimi fiscali, è da escludere che le idee emergenti in favore di un regime climatico basato sulla carbon tax possa sostituire vantaggiosamente i sistemi cap&trade già operazionali come l'ETS Europeo, pur se i risultati ottenuti dall'ETS sono piuttosto modesti per effetto dei poco ambiziosi cap (i tetti alle emissioni per le aziende) ed anche della crisi economica. Al momento però la Convenzione climatica ONU, la UNFCC, resta l'unica sede nella quale un negoziato per il clima è possibile. Le Nazioni Unite non sono nate per limitare la sovranità degli Stati mentre per il clima tale limitazione sembra dover essere necessaria. Ciò ne spiega la debolezza ma la carta da giocare è solo quella. Non si può pensare che la lotta globale si possa fare solo con il contributo indipendente dei vari paesi sotto la spinta del buon senso e dei risultati scientifici sempre più preoccupanti. Piuttosto va posta attenzione al crescere dell'onda della società civile e delle sue associazioni, che sono state protagoniste a Rio+20 dandosi addirittura una sede di discussione separata e lontana dal circo istituzionale. Lo erano state a Johannesburg, a Copenhagen, a Cancùn, Durban e Dohaa. Le grandi NGO hanno deciso in comune di moltiplicare gli sforzi perché la società civile eserciti pressioni crescenti sui governi, paese per paese. Uno sforzo simile è richiesto anche alle imprese, molte delle quali sono già impegnate per la decarbonizzazione dell'economia. Senza fattori esterni di questo tipo non si vede come il negoziato possa progredire e non si potrà trattare certo solo di sostituire il cap&trade con la carbon tax, un mezzo del tutto fuori scala rispetto agli obiettivi necessari (> leggi il contributo della Elinor Ostrom per un approccio policentrico alla lotta climatica).

In sede Europea sono in discussione gli obiettivi al 2030 con l'ipotesi di passare dal 20 al 30% di riduzione, ma riteniamo che il clima di Doha non favorirà il passaggio generale ad un'ambizione maggiore. è poco probabile che la carbon tax possa essere adottata in chiave comunitaria, circostanza che non contraddice l'opportunità che resti un'arma a disposizione dei singoli paesi. Lo strumento fiscale non sarà determinante per gli obiettivi ambiziosi del clima come determinanti sono invece le politiche energetiche che, con l'abbandono dei combustibili fossili, hanno dimostrato di poter essere il fattore decisivo per la lotta contro i cambiamenti climatici. Dopo tanti ripetuti tentativi e dopo tanti impegni politici nominalmente autorevoli ma vani, va pensata la governance climatica multilaterale. Il metodo assembleare delle Nazioni Unite, una nazione - un voto, non può superare contrasti di interesse duri quanto quelli sullo sviluppo di cui clima ed energia sono componenti determinanti. Nell'Assemblea generale i grandi si coprono tra loro con giochi e tecnicalità le più varie. Per quella strada non si arriva a grandi scelte. Occorre invece che i grandi paesi trovino un accordo politico tra loro per poi  riportarlo in Assemblea per farlo approvare, non va bene il viceversa. Si doveva capire già a Kyoto, dove gli Stati Uniti avevano firmato pur dichiarando che mai il Congresso avrebbe ratificato il Protocollo. Stati Uniti, Cina, UE e forse Giappone, India, Brasile e Indonesia assommano quasi tutte le emissioni mondiali. Senza un accordo tra loro non si va ad un risultato utile. L'Italia dovrebbe fare una proposta all'Europa perché si faccia carico di promuovere e convocare un incontro tra i grandi paesi e presentarsi così nel negoziato come un soggetto unitario sfuggendo alle imboscate di alcuni paesi dalle strane politiche, come a suo tempo l'Italia e oggi a Doha la Polonia. La via da percorrere è quella della decarbonizzazione e lo strumento è la Green economy, recentemente protagonista a Rio+20 ma, oltre a ciò, accolta dalla società civile e dal mondo industriale come una trasformazione efficiente per risanare l'economia e porre le basi dell'arresto della minaccia climatica.

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Dicembre 2012: Rio+20 Commenti finali dell'UNEP

Non particolarmente benevolo il commento dell'UNEP su Rio+20  tardivamente pubblicato in dicembre, autori Dodds e Nayar (Perspectives n°8) col titolo Rio+20, a new beginning. Tutte le conferenze riconducibili allo sviluppo sostenibile, Stoccolma, Rio, Johannesburg e ora Rio +20 si sono tenute durante momenti di difficoltà politiche. Nel follow-up di Stoccolma, appena nata l'UNEP ed in piena guerra fredda c'è stata la crisi petrolifera del 1973 causata dalla guerra dello Yom Kippur e l'embargo petrolifero dell'OPEC; Rio del 1992  ha avuto luogo nel periodo successivo alla prima guerra del Golfo, alla caduta del muro ed alla crisi  di occidentalizzazione del blocco sovietico; Johannesburg ha avuto luogo poco dopo il 9/11, le torri gemelle, e più recentemente, Rio +20 si è confrontata con le conseguenze della crisi finanziaria del 2008. Al di là della scaramanzia a Rio+20 molti paesi sviluppati avevano più di un occhio sulla crisi nella zona euro piuttosto che concentrarsi sul modo in cui potremmo affrontare un consumo eccessivo di corrente o i modelli di produzione e consumo o trasformare strutturalmente  le nostre economie per vivere entro i limiti della natura. La destra in un certo numero di paesi ha continuato a dipingere l'ambiente, il cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile come un complotto globale della sinistra. La riunione del G20 di Los Cabos (18 al 19 giugno 2012), quasi interamente incentrata sulla misure a breve termine per sostenere un sistema economico in rottura, sembrava essere più importante di Rio +20. Leader politici come Barack Obama, John Cameron e Angela Merkel non si sono presentarti a Rio +20. Molti dei paesi sviluppati hanno dovuto essere trascinati al tavolo per partecipare. Mentre il gruppo dei 77 paesi in via di sviluppo aveva originariamente presentato una risoluzione per Rio +20 nel novembre 2008, ci sono voluti dieci mesi prima che l'Unione europea concordasse una posizione comune al vertice di fine settembre 2009.

A parere degli autori (e non solo di loro) la leadership a Rio +20 è stata sostanzialmente nelle mani dei paesi BASIC (Brasile, Cina, India e Sud Africa) segnando un preciso punto di svolta nel rapporto di forza e di iniziativa nel mondo dello sviluppo sostenibile. L'Europa, invece, è sembrata presa dalle sue diatribe interne e, a dispetto dell'intenzione di proporre un testo d'avanguardia con una Roadmap della Green economy che contenesse obiettivi e target comuni, è rapidamente scomparsa nel rumore di fondo del Summit. Il quale Summit ha  certamente esibito cattivi  risultati per il fallimento dell'avvio di un progetto condiviso di Green economy, per la mancanza di un accordo sull'immediato avvio di un processo per sviluppare una migliore biodiversità marina, per la mancanza di un accordo per l'eliminazione dei sussidi dannosi per l'ambiente e per la mancanza di riconoscimento dei diritti riproduttivi della donna come essenziali per lo sviluppo sostenibile. Risultati interlocutori ed in qualche caso incoraggianti si possono individuare nell'impegno di stabilire nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) validi per tutti e coerenti con gli obiettivi del Millennio, pur se occorre ammettere che tale proposta veniva da due paesi sudamericani ed era al di fuori dell'agenda del Bureau, nell'accettazione, quantomeno, del termine Green economy per la prima volta in un accordo di vertice delle Nazioni Unite, nell'accordo per rafforzare e aggiornare UNEP, nell'accordo per adottare formalmente il programma decennale (10YFP) sul consumo e la produzione sostenibili (SCP), a rimedio della fallita e approvazione nella imbarazzante sessione con cui la CSD ha chiuso il suo modesto percorso,  e nell'apertura della possibilità di negoziare convenzioni regionali sul principio 10 di Rio sul diritto all'informazione ambientale per cui fino ad oggi si è riusciti a varare solo la Convenzione di Aarhus dell'UNECE, che tutti ben conosciamo, soprattutto per le sistematiche violazioni di cui è correntemente oggetto in Italia. Di positivo si segnalano solo le materie alquanto autoreferenziali della governance ONU dello sviluppo sostenibile con gli impegni a varare un organismo di alto livello che impegni i capi di stato e non i flebili ministri dell'ambiente, con l'impegno dell'Assemblea generale in questa fase di transizione e con il rafforzamento dell'UNEP la cui rappresentanza diviene universale (erano poco più di 50 paesi), con impegni finanziari aumentati ma senza il ruolo di Agenzia autonoma proposto dai paesi africani con l'insufficiente sostegno dell'Europa (> leggi il documento dell'UNEP).

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Dicembre 2012: Rio+20: Conclusioni del Comitato scientifico della Fondazione per lo sviluppo sostenibile

di Toni Federico

Il negoziato che doveva portare al documento politico finale della Conferenza del ventennale di Rio de Janeiro, UNCSD, Rio+20, ha avuto inizio nell’autunno del 2011 con la raccolta delle proposte dei governi e della società civile, conclusa con oltre 6000 contributi consegnati al Bureau. Vent’anni prima l’ONU aveva per tempo nominato una commissione di grandi saggi presieduta dalla Brundtland che aveva prodotto Our Common future e disegnato i documenti di Rio, i 27 Principi e Agenda 21, con i quali venne lanciato nel mondo il messaggio dello sviluppo sostenibile. Si trattava di novità alquanto esoteriche per il mondo di allora che pure hanno posto le basi di (quasi) tutti i processi multilaterali per la protezione dell’ambiente (> leggi l'intero documento)

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Dicembre 2011: Le priorità per lo sviluppo in Italia alla vigilia di Rio+20

Un dibattito debole. Nell’imminenza del ventennale del Summit di Rio de Janeiro del 1992, Rio+20, riparte nel nostro paese un dibattito debole ed insufficiente sul modello di sviluppo italiano e sulla capacità del paese di sostenere il confronto internazionale.  Questa volta è la grave crisi economico-finanziaria ad avere il posto di primo piano. La pressione esercitata dalla crisi economica e dei suoi pesanti effetti sociali sta oscurando la questione ambientale, benché siano ben noti gli stretti i rapporti che legano l’una all’altra. 

Il debito pubblico. Non è un problema solo italiano. Nel nostro paese il debito pubblico si è accumulato negli anni per effetto della spesa inefficiente delle amministrazioni, della pratica dell’acquisizione del consenso, dell’evasione fiscale troppo a lungo tollerata e della economia sommersa spesso controllata della criminalità organizzata. Sembra probabile che senza crescita, cioè senza un

incremento del PIL, non usciremo dalla trappola del debito, ma questo incremento non potrà essere possibile senza ristabilire una reale giustizia distributiva e senza avviare linee di sviluppo sostenibili. Eppure, mentre abbiamo chiari questi principi, la loro traduzione in azioni e programmi politici è inadeguata. Sembra preistoria la ricetta dell’economia della conoscenza della lontana Lisbona 2000, che avrebbe dovuto unificare le due questioni, la crescita e lo sviluppo. Oggi il bisogno di conoscenza non è diminuito di fronte al grave problema dell’occupazione, della crisi climatica e della grave e per certi versi indecifrabile crisi economica.   Di crescita al 3% in Europa però non se ne parla più.

La folle corsa dei consumi. Una attenta analisi della crisi mostra che le sue cause di fondo non sono da attribuire solo alla speculazione ed alla inadeguata performance delle istituzioni di controllo, quanto piuttosto alla massiccia espansione del credito al consumo per avere più crescita e più profitti. Le potenzialità del circuito produzione-consumo si sono esaurite a fronte della saturazione dei bisogni materiali nei paesi ricchi, dei volumi immensi delle spreco, della scarsità e dalla fragilità delle risorse naturali messe in gioco. Quella macchina ormai autodistruttiva deve essere rallentata e occorre ritornare ad investire sui fondamentali del benessere e dell’ambiente.

Il debito ambientale. La crescita, basandosi sull’impiego di risorse e servizi ambientali, comporta inevitabilmente un sostanziale incremento del debito con la natura, che non sempre potrà essere restituito. Ne sono esempi la grave crisi climatica ed energetica, non meno del forte aumento dei prezzi del petrolio, delle materie prime e dei prodotti agricolo-alimentari, che hanno evidenziato il ruolo svolto nella crisi dall’esaurirsi delle principali risorse del pianeta.

La crisi climatica si aggrava. La COP 17 di Durban ci ha riservato qualche novità positiva ma ha sancito che il passo del negoziato da oggi al 2020 non potrà pareggiare la velocità di evoluzione della crisi climatica (una trattazione estesa si può trovare in questo sito alla pagina di Durban). È palese la sensazione che ormai ci si adatti alla impossibilità di conseguire quasi ormai un fatto di  l’obiettivo di contenere l’aumento termico medio terreste entro i 2°C e la concentrazione dei gas serra in atmosfera entro i 450 ppm.

La crescita non basta. Il carattere recessivo della crisi (caduta della produzione e degli investimenti, contrazione dei consumi e disoccupazione) provoca una grave instabilità economica e una conseguente destabilizzazione sociale (impoverimento, crescente divario tra i redditi e la ricchezza, perdita di status di ampi settori delle classi medie). Nelle azioni dei governi, la crisi è stata affrontata quasi unicamente con politiche mirate alla ripresa della crescita del PIL senza distinguere quale quota di questo flusso sia apportatrice di benessere e quale di degrado sociale ed ambientale. Emerge con forza a questo proposito il dilemma tra crescita come mezzo per garantire la stabilità economica e l’improrogabile necessità di ridurre il consumo di risorse e il degrado ambientale.

Ristabilire la giustizia distributiva. Nella crisi attuale le questioni di sostenibilità sono state sopravanzate da quelle della giustizia distributiva. È il tema del nascente movimento degli indignati a scala mondiale, in antitesi con le ricette FMI e BCE, che, sostenute da quasi tutte le forze politiche, impongono il pareggio dei bilanci attraverso riforme radicali e strutturali dei meccanismi della spesa pubblica e della stessa spesa sociale senza nessun riguardo alla sperequazione distributiva. Raggiungere il pareggio di bilancio in Italia al prezzo di una ulteriore compressione del reddito e del livello di vita delle fasce medio-basse, o di un taglio secco della spesa sociale, sarebbe un rimedio peggiore dei mali - il debito troppo alto e il disavanzo - che l’Europa e il buonsenso impongono all’Italia di curare in fretta.

Investire sui beni comuni. Siamo dalla parte di quelli che dicono che occorrerebbe redistribuire ricchezza e reddito e rinnovare la base produttiva e le ragioni competitive del nostro Paese puntando soprattutto su scuola, formazione, cultura, ambiente, cioè sui beni comuni decisivi sia come basi della coesione sociale sia per fondare un nuovo sviluppo all’altezza delle sfide e dei problemi del tempo presente. È noto che il PIL, al netto delle esportazioni, è la somma dei consumi e degli investimenti (savings). Un nuovo modello di sviluppo basato sulla sobrietà dei consumi, sulle risorse rinnovabili, sulla chiusura dei cicli dei flussi materiali (raccolta differenziata dei rifiuti, riuso, riciclo, etc.), e su maggiori investimenti sui beni comuni può migliorare probabilmente i conti pubblici, certamente i livelli occupazionali, sicuramente il benessere dei cittadini, in una parola può favorire lo sviluppo sostenibile. Si tratta del paradigma della Green economy di cui tratta in sette precisi punti programmatici il Manifesto di Milano della Fondazione per lo  sviluppo sostenibile (> vedi la sezione Green Economy)e che è il tema centrale del Summit 2012 di Rio de Janeiro, UNCSD (> vedi la sezione  dedicata a Rio+20).

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 Settembre 2011: La crisi, lo sviluppo sostenibile e la Green economy ad un anno da Rio+20

Gli eventi della crisi economica mondiale si susseguono senza posa, cambiano in continuazione i ruoli ed i destini dei protagonisti, le certezze vengono rimosse e l'instabilità  fa temere una perdita di controllo del sistema assai più grave ed instilla il dubbio che i governanti non siano all'altezza della situazione. Non è questo il clima giusto per riflettere sulle prospettive del Pianeta e sullo sviluppo sostenibile, anche in vista della ormai prossima scadenza del nuovo Summit sullo Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite previsto a Rio de Janeiro per l'estate prossima (Rio+20). Tuttavia il Comitato Scientifico tenterà nei mesi che restano di dar conto nel proprio sito dei contributi e delle riflessioni che sempre più numerosi verranno proposti a livello internazionale e, nel contempo, solleciterà e promuoverà le iniziative interne alla Fondazione.  A questo proposito segnaliamo il nuovo contributo del nostro Francesco La Camera, importante come sempre per la precisione e il rigore filologico, che il lettore può trovare nel sito della Fondazione o scaricare da qui. Nè può mancare il riferimento alle iniziative della Fondazione, aperte con il Convegno di Primavera 2011 e da qui portate in molte delle sedi più sensibili del dibattito sul territorio nazionale. Fanno riferimento a "Vento a favore", volume scritto a due mani da da Ronchi e Colucci, che è diventato una proposta anticiclica per il consolidamento dello Sviluppo sostenibile e della Green economy nell'Italia della crisi al di là degli schieramenti.

Prima che la crisi italiana ci riportasse ai margini dell'Europa e del mondo sviluppato, scrivevamo che non ci sono alternative strategiche alla Green economy (leggi a fondo pagina). A pochi mesi di distanza tutto il quadro sembra essere cambiato volgendo al peggio, ma, francamente, quelle considerazioni non hanno perso nulla della loro validità. Economia, società ed ambiente sono i tre pilastri sui quali da sempre si appoggia il nostro ragionamento sullo sviluppo sostenibile. Da sempre abbiamo sostenuto e predicato che si tratta di sistemi interconnessi ed interagenti, ma dobbiamo riconoscere che, nei tempi che hanno preceduto l'attuale crisi, avevamo creduto di appuntare l'attenzione sulla priorità delle crisi ambientale e climatica. Nulla è cambiato su quei fronti caldissimi ma la grave crisi dell'economia mondiale si è andata a sommare ad essi con  tempi di evoluzione molto più rapidi, aggravando di molto il già difficile problema della governance sistemica. Al problema delle risposte ambientali in ritardo, la crisi economica aggiunge il problema delle risposte politiche necessarie per riprendere il controllo dell'economia. Diciamo anche che queste risposte per ora non ci sono e che, come portatori di una razionalità ecologista incontestabile, dobbiamo amaramente constatare che nel campo contiguo dei manovratori dell'economia regna una preoccupante confusione.

Tuttavia il filo dell'analisi, se non quello delle proposte, sembra ormai consolidato. Raccomandiamo ed in parte seguiamo le argomentazioni di Giovanni Sartori (Corriere delle sera, 29 agosto 2011). Nessuno sembra più in grado di andare oltre l'affermazione che per venir fuori dalla crisi occorre crescita e per crescita, inutile dirlo, si intende crescita del vituperato PIL. Ma la realtà è che cresce soltanto la popolazione mondiale, mentre nel mondo occidentale i parametri macroeconomici reali puntano verso il basso senza che le ricette degli economisti sappiano invertire la tendenza. La questione è quella del benessere legato ai consumi. Per sostenere i consumi e la crescita sono 50 anni almeno che in occidente si fa deficit spending immaginando che lo sviluppo possa fondarsi sui debiti. In Italia il fronte della spesa pubblica, più che quello del risparmio delle famiglie, è concordemente ritenuto responsabile dell'attuale crisi. Negli Stati Uniti tutti e due i fronti sono nello stato di default imminente (vedi Stiglitz; "Bancarotta. L'economia globale in caduta libera"; 2010).  Qui per anni si è costruita la crescita (dei consumi) inducendo le famiglie a contrarre debiti che non avrebbero potuto pagare o ad usare carte di credito in rosso. Alcuni geni del male dell'economia hanno costruito castelli di titoli tossici, che al fondo della catena avevano in gran parte obbligazioni ovviamente non esigibili. Ma i debiti vanno pagati e molti dei risparmi privati (in Italia) sono investiti nelle obbligazioni di Stato.  Fino a quando le famiglie potranno sostenere i debiti allegramente contratti dalle Amministrazioni?

I consumi ipertrofici ed in gran parte inutili (raccomandiamo la lettura di Giampaolo Fabris; "La società post-crescita. Consumi e stili di vita"; 2010) servono a garantire la crescita. Poiché però la produzione industriale si fa con importi di unità di lavoro decrescenti per effetto dell'innovazione tecnologica o, peggio, con forza lavoro esotica a basso costo e niente diritti, per garantire redditi e consumi e far girare la ruota dell'economia, occorre che i volumi della produzione industriale continuino a crescere. Per un pò abbiamo pensato che l'economia post industriale recuperasse l'occupazione con l'espansione del settore dei servizi, ma questa transizione ha dato tutto quello che poteva dare, lasciando il problema dell'occupazione insoluto, ed anzi creando sacche parassitarie e inefficienza in molte parti del mondo. La globalizzazione, fenomeno discusso tra accesi contrasti al Summit sullo Sviluppo sostenibile di Johannesburg 2002 ed ivi definito come strumento imprescindibile di progresso, sia pure con qualche rischio e qualche ombra, ha creato conflitti tra i lavoratori di paesi diversi per sviluppo e tradizioni sindacali, ai danni per lo più dei lavoratori occidentali. Ha aperto nuovi mercati ma non ha risolto affatto il problema della povertà e ha moltiplicato i conflitti sociali e ingigantito oltre ogni ragionevole limite le disparità di accesso alle risorse e l'iniquità distributiva dei redditi.

Nelle cause della crisi non mancano elementi di vera e propria criminalità finanziaria ovvero di satanica genialità di gente che è riuscita a riempire il mondo di titoli carta straccia in cambio di soldi veri. Ma se il sistema crolla, il disegno criminale sarà stato soltanto inutile ed  autolesionistico. Molte risorse sono state spese dai governi del mondo intero per far ripartire l'economia, le banche etc. La ripresa però non c'è stata e i fondi di stimolo erogati all'inizio della crisi non sono più nella disponibilità dei governi. La parte produttiva di quello sforzo, i cui frutti sono stati evidenti anche nel momento più buio della crisi, si è rivelata essere quella destinata alle energie rinnovabili ed alle nuove tecnologie. Ciò è avvenuto in particolare in quegli stessi paesi, Cina, India, etc., che, con tassi di sviluppo a due cifre, ora stanno comprando i debiti occidentali e stanno drenando le materie prime dai mercati. Si tratta di Green economy, un terreno di competizione globale su cui occorre misurarsi con quello che si ha in casa. Al contrario una Green finance non sarà mai possibile. Questo è un terreno dove devono essere ristabilite regole di ferro e legalità anche se le une e l'altra sono ancora da definire e comunque sono per ora dappertutto prive della strumentazione e della cultura di governo adeguata per il controllo.

Nel complesso, lo si voglia o no, i giri vorticosi della macchina produzione-consumo devono rallentare, l'occupazione deve tornare al centro della scena non più come "fattore di produzione" comprimibile ma come indice primario della qualità del sistema economico. La crescita della ricchezza reale (vedi il Rapporto Stiglitz presentato in altra parte di questo sito) deve dare spazio crescente agli investimenti per la conservazione del capitale tecnologico, naturale, umano e sociale (riteniamo obbligatorio tener conto del modello di sviluppo sostenibile sviluppato dai laburisti inglesi, vedi Tim Jackson; "Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale"; 2009). Con questo abbiamo in sostanza riaffermato che, la Green economy è, ceteris paribus,  un ingranaggio necessario dello sviluppo sostenibile (La Camera, cit.) senza alternative strategiche.

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Novembre 2010: Non ci sono alternative strategiche alla Green Economy

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E’ comprensibile che, a fronte della gravità delle conseguenze della grande recessione del 2008-2009, siamo portati,  non solo in Italia, a  cercare di cogliere i segnali di ripresa,  per capire se  sarà  a breve termine, e  sarà lenta o meno,   se riguarderà subito anche l’Italia. Questa comune e diffusa attenzione alle possibilità di una ripresa economica potrebbe,  tuttavia,  contenere un’insidia: la diffusione dell’illusione che la recessione sia stata solo una breve parentesi,  già chiusa o che si chiuderà rapidamente,   e che,  dopo,  tutto tornerà come prima.  Da una parte,  le imprese più colpite dalla crisi  potrebbero  non avere più la forza per impegnarsi in nuove sfide; dall’altra le imprese che   hanno subito  danni minori,   potrebbero essere portate a pensare di riprendere a fare quello che hanno sempre fatto, senza promuovere cambiamenti.

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La crisi economica,  per la sua portata e vastità, per le conseguenze che produce e per il contesto globale  nel quale si svolge,   non è conclusa nè risolta, ma sollecita cambiamenti profondi  e una riflessione  di vasta portata. In questa crisi intervengono molte variabili a scala globale, è quindi particolarmente difficile capire quando  effettivamente cambierà il vento, ma una cosa è certa:  il  vento non sarà comunque favorevole per chi non saprà dove andare.

La Fondazione ha dedicato alla crisi ed alla "Green Economy" il suo Convegno di Primavera del 2010 che si è tenuto a Bomarzo il 17 aprile con la partecipazione delle aziende e degli esperti della Fondazione e di alcuni economisti. Il Convegno, la cui documentazione è resa disponibile in altra pagina del sito (Bomarzo 2010) è stato introdotto da un documento elaborato da Edo Ronchi (> leggi) e in oltre tre ore di dibattito ha messo sul tavolo tutti i problemi aperti.

La domanda è duplice e simmetrica:

è possibile un'uscita  dalla crisi di tipo congiunturale, senza modificare i parametri del modello di sviluppo di fine secolo?

La crisi economica ha modificato il pensiero sullo sviluppo sostenibile?

Le priorità dello sviluppo.***

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Non vi è dubbio che il collasso del sistema economico-finanziario abbia  mutato il corso degli eventi ed abbia influenzato profondamente il pensiero ecologico. Prima della crisi il ragionamento sulla sostenibilità aveva raggiunto alcuni punti fermi.

Il primo punto era sicuramente quello del posizionamento del cambiamento climatico al top delle priorità  ambientali, in un quadro di emissioni crescenti al di sopra dei limiti fissati dal Protocollo di Kyoto, messo sostanzialmente in discussione dal default nordamericano. Molti eventi avevano contribuito al riposizionamento dell'opinione pubblica mondiale: il quarto rapporto del Panel IPCC e la successiva concessione del Premio Nobel al Panel e ad Al Gore, autore del bel film An Inconvenient Truth e di molte iniziative a livello internazionale, l'impegno esplicito dell'Europa e dei suoi principali leader, il cambiamento dell'amministrazione americana, l'accordo sulla Roadmap di Bali, importante tanto per il carico di attese che aveva innescato, almeno quanto perché con essa gli Stati Uniti rientravano nel discorso sul clima,  la pubblicazione del Rapporto di Sir Nicholas Stern che, per conto del governo inglese, impiegando larghe risorse per la ricerca, mette definitivamente in luce il costo dell’inazione, dimostrando che esso progressivamente crescerà se le politiche di controllo e di mitigazione non saranno poste immediatamente in atto.

In un quadro di crescita alta stabile e pervasiva a fine secolo, la grave questione della povertà nel mondo, venne indicata dall’Assemblea del Millennio delle Nazioni Unite come "emergenza inaccettabile". Non sfuggì allora agli osservatori più attenti che il solenne rilancio della lotta alla povertà adombrava il fallimento dell’idea di Rio 1992 che i paesi ricchi avrebbero trainato lo sviluppo dei paesi poveri sull’onda di una crescita economica senza precedenti nella storia. Non sfuggì a nessuno nemmeno la più amara delle verità, cioè che la povertà dei molti continua ad essere,  a conti fatti, la garanzia per la crescita di pochi. In un pianeta sovraffollato ancora in espansione demografica, in equilibrio instabile per debolezza del sistema economico e per effetto dei cambiamenti globali in atto, caratterizzato da risorse progressivamente sempre più scarse, i conti non potrebbero tornare senza il sacrificio dei più poveri. Ma un modello globale basato su una crescita di pochi, che cosa ha che vedere con lo sviluppo sostenibile? Cambia qualcosa se ai più poveri viene aggiunto qualche dollaro al giorno?

Il terzo punto d'arrivo era stato il riconoscimento del prossimo esaurimento delle risorse fossili e l’accoglimento della teoria del picco di Hubbert, che, non dimentichiamolo, era un funzionario di una società petrolifera. Il tempo di esaurimento del gas naturale e del petrolio restava stimato intorno al mezzo secolo o poco più. Non diversa la sorte dell’uranio. Solo il carbone, pesante di emissioni serra e di inquinamento locale, avrebbe potuto dare supporto per più di due secoli. Analoghi scenari,  senza più  divergenze significative, venivano prospettati per le risorse minerali.

La pubblicazione del monumentale Millennium Ecosystem Assessment da parte delle Nazioni Unite chiariva con una grande messe di dati lo stato del degrado degli ecosistemi naturali e la pericolosa perdita progressiva di quei servizi resi dalla natura all’uomo, tanto benefici quanto indispensabili, che si credevano erogati illusoriamente a costo zero.

Dal Piano B al Piano A.***

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La risposta del mondo ecologista alle soglie del crash economico fu sostanzialmente la scrittura dei Piani B, documenti di stampo riformatore che richiamavano l’intera lista delle contraddizioni tra i modelli correnti e le prospettive di uno sviluppo durevole, sollecitando cambiamenti nelle politiche di governo e nei comportamenti individuali con l’intento di piegare le traiettorie della grande macchina dell’economia mondiale verso percorsi meno devastanti. Prevaleva un giudizio sull’ottimo stato di salute del sistema (ricordate … il capitalismo ha i secoli contati?) e forse una sorta di rassegnazione alle dure leggi della crescita economica. Per certi versi la stessa nuova strategia europea  per lo sviluppo sostenibile può essere annoverata tra i più importanti di questi Piani B.

Non va trascurato un piccolo ma animoso gruppo di ecologisti italo-francesi, seguaci di Georgescu Roegen, fondatore della bioeconomia, scomparso nel 1994, che teorizzò da allora la decrescita come soluzione alla scarsità delle risorse (e delle prospettive), rovesciando specularmente la tesi del pensiero economico liberista con un programma esplicito di inversione degli indici macroeconomici. Non potevano prevedere che di li a poco una crisi di dimensioni spaventose ed incontrollate avrebbe portato infelicità, disoccupazione e conflitti sociali dappertutto.

L’altra grande transizione pre-crisi fu la migrazione di talune tematiche ambientali entro l’area di intervento dei grandi leader mondiali, Nicholas Sarkozy con la Grenelle dell’Ambiente, Angela Merkel con le imponenti iniziative in materia di fonti energetiche rinnovabili, Gordon Brown con la promozione di innumerevoli e pressanti iniziative sulla questione climatica, infine Obama, già dentro la crisi, con alcune coraggiose virate di bordo, non sappiamo quanto condivise e popolari negli USA. Con minor clamore e scarsa attenzione dei media, avvenne in questo stesso periodo la presa di carico da parte di Cina ed India di alcune tematiche della sostenibilità, come prova lo sviluppo delle tecnologie energetico-ambientali in quei paesi molto spesso a torto giudicati vittime del peggior inquinamento e del più arretrato modello di sviluppo industriale.

Fu proprio Nicholas Sarkozy, colpito e preoccupato dall’evidente disagio e dall’impoverimento sociale e culturale del suo paese a chiedersi se non ci fosse un errore di fondo nel posizionare lo sviluppo del suo, come degli altri paesi ricchi, unicamente sui parametri macroeconomici della crescita. Costituì un Comitato di saggi, in gran parte economisti, guidato da Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean Paul Fitoussi, con altri guru internazionali e molti Premi Nobel, cui pose il problema di ridefinire il benessere la ricchezza e la sostenibilità.

Se sviluppo ci sarà. ***

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Un solo piano sembra dunque poter unire (provvisoriamente?) i desideri e le aspettative dei governi, dei cittadini e degli ecologisti nel percorso dentro la crisi.  Si esprime nelle proposte di un Global Green New Deal cui è dedicata l'introduzione di Edo Ronchi al Meeting di Primavera  2010 della Fondazione. Se la crescita "as usual" è impossibile perché mancano le risorse, se la decrescita è altrettanto impossibile per i milioni di lavoratori espulsi dalla produzione e ridotti in miseria, occorre una via ulteriore (terza, quarta ...) con un cambiamento obbligatorio dei paradigmi.

New Deal, un nuovo patto,  perché, a crisi innescata, non poteva essere evitato il riflesso keynesiano condizionato dalla crisi del ’29 e, in fortunata assenza di rischi di un conflitto armato a scala mondiale, l’invocazione di uno spirito emergenziale pari a quello messo in campo con la lotta contro il nazifascismo, nel tentativo di restituire ai cittadini un ruolo di primo piano nel fronteggiamento della crisi economica, sociale ed ambientale.

Green Economy perché al di là dei vuoti economici e politici aperti dalle grandi imprese finanziarie, intente a far soldi con i soldi, la crisi ha mostrato che non il mercato ma la qualità e il contenuto di innovazione del sistema produttivo da un lato ed la sommatoria dei consumi privati e degli investimenti sui beni comuni fanno la solidità dell'economia.  Tramontata l'ipotesi di un mercato regolatore degli equilibri economici globali, ***

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rinviata ,  come in passato,  la prospettiva di una governance mondiale, rinviata anche la  prospettiva di una  governance unitaria  europea,  che per buoni motivi poteva ritenersi più a portata di mano , di fatto viene restituito ruolo ai governi nazionali che devono ora decidere in fretta, pagare i debiti accumulati nel tempo della turbo-economia senza regole, salvare l'occupazione, i consumi e il benessere ponendo mano alle riserve e alle risorse per gli investimenti. Un'economia nuova non può che essere socialmente equa ed ecologicamente sostenibile, dunque green. Tertium non datur.

Partita dall’UNEP, rimbalzata in un’Inghilterra attanagliata dalla crisi ma ricca di un pensiero ecologico originale, la proposta del Global Green New Deal è divenuta popolare con le dichiarazioni del Presidente Obama. Si tratta di un’altra transizione, di dimensioni che non hanno precedenti, le cui peculiarità sono bene illustrate dalla introduzione di Ronchi. Cambiano anche gli attori e le istituzioni. L’allargamento del G8 prelude ad un vicaria mento del ruolo del sistema delle Nazioni Unite, ma senza dichiararne la crisi. È imbarazzante che alla Conferenza di Copenaghen pochi paesi, diciamo di peso politico modesto, abbiano impedito l’adozione di un accordo che, al di là dei pochi meriti, era pur s***

empre l’accordo delle grandi potenze. Nel frattempo il G8, diventato G20, ha già un direttorio di grado due e mezzo, fatto da USA, Cina ed una Europa dimezzata dall’incapacità (o dalla non volontà) di darsi una rappresentazione unitaria minimamente autorevole. Questo è il quadro dentro la crisi e le soluzioni che si prospettano***

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nell’ambito delle quali  sarà indispensabile   anche l’ aspetto di innovazione  istituzionale. 

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