Gli eventi che hanno fatto la storia dello Sviluppo sostenibile

 1972

 Stoccolma: la Conferenza delle Nazioni  Unite su Human Environment

 

 1987

Il Rapporto Brundtland "Our Common Future"

 

1992

Rio de Janeiro: Il Summit della Terra delle Nazioni Unite  UNCED

2002

L'Assemblea ONU del Millennio del 2000

Il Summit WSSD di Johannesburg delle Nazioni Unite

1997

Il Rapporto Stiglitz

"Measurement of Economic Performance and Social Progress"

 

2012

Rio de Janeiro: La Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo sostenibile UNCSD

 Rio + 20: Resoconti e documentazione

Gli orientamenti del dibattito internazionale sullo Sviluppo sostenibile

Seconda modernità          Riflessività          Capacitazione e conoscenza          Crescita o sviluppo?

 Da Rio 1992 al Global Green New Deal e alla Green economy

NAZIONI UNITE

Stoccolma 1972

 Brundtland 1987

Rio de Janeiro 1992

Assemblea del Millennio  2000

Johannesburg 2002

Rio + 20 2012

Modernità industriale e globalizzazione sono gli ingredienti del modello di sviluppo degli anni novanta che  entra in una crisi profonda e pericolosa proprio nel momento della sua  massima espansione. Con la crisi del 2008 tramonta il mito della crescita economica senza regole che ha riempito il dibattito internazionale dopo la caduta del muro di Berlino. La crisi aggrava  le contraddizione croniche di questo modello di sviluppo: l'insufficienza delle risorse naturali, la povertà crescente, l'iniquità distributiva, l'incapacità di assicurare la pace e la sicurezza agli uomini e di contrastare il degrado dell'ambiente. Si può ipotizzare una transizione verso una modernità di tipo nuovo, capace di contemperare il progresso umano con la natura in un quadro di equità e di sostenibilità.

Lo sviluppo sostenibile è un concetto che si sviluppa storicamente nell'alveo del pensiero ecologico ed ecosistemico.

La data di nascita di un pensiero ecosistemico sullo sviluppo viene comunemente collegata alla pubblicazione de i "Limiti allo sviluppo", in realtà limiti alla crescita (growth), (Rapporto del MIT al Club di Roma; 1972). Il rapporto pone su basi sistemiche il problema dell'esaurimento delle risorse senza chiudere la porta allo sviluppo tecnologico. Seguiranno le crisi petrolifere, Seveso, Bhopal, Chernobyl. La questione ambientale diviene centrale nelle scelte di politica economica a livello mondiale. Il governo dell'ambiente si costituisce le sue sedi istituzionali autonome nei governi, in Europa ed alle Nazioni Unite e nelle Agenzie per la protezione dell'ambiente. Il decennio di fine secolo è ricco di grande fervore ed ottimismo, che  segna profondamente  il pensiero ecologico. Si parte da Rio de Janeiro, Kyoto e l'Assemblea del Millennio fino ai G8 e a Copenhagen. In questo arco di anni e di eventi si spegne l'illusione che l'accrescimento generalizzato della ricchezza, il progresso scientifico e la tecnologia avrebbero portato il pianeta oltre i limiti del Rapporto del MIT. 

Una risposta adeguata a quel Rapporto non c'è in realtà ancora stata. Ci sono state critiche severe e manifestazioni di scetticismo che hanno convinto gli  autori ad affinare questa loro prima analisi nelle pubblicazioni successive.  Il lettore non può privarsi del "gusto" di osservare nelle elaborazioni del MIT del 1972 quelle stesse curve a campana che oggi sono diventate patrimonio comune  con la teoria di Hubbert sul picco di produzione dei combustibili fossili.  I modelli di crescita esponenziale del primo Rapporto erano forse grossolani, infatti le elaborazioni più recenti del MIT li hanno sostituiti con strumenti più sofisticati. Ma leggere nel vecchio rapporto una previsione per la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera all'anno 2000 pari a 365 ppmv contro i 369 ppmv misurati sperimentalmente non manca di dare emozioni particolari al lettore di oggi.

Il libro di E. Ronchi "Sviluppo capace di futuro" del 2000 è la prima sistemazione concettuale dello sviluppo sostenibile rapportata con molta concretezza, documenti, dati e riferimenti, alle vicende del governo delle politiche ambientali in Italia negli anni '90, molte delle quali vissute dall'autore in prima persona come Ministro dell'ambiente. Nello stesso anno della pubblicazione del libro viene fondato  ISSI, Istituto Sviluppo Sostenibile Italia, per raccogliere e promuovere quei  contenuti. L'Istituto pubblica nel 2002 il suo primo Rapporto 2002; "Un futuro sostenibile per l'Italia", nel quale presenta una valutazione quantitativa dello stato della sostenibilità in Italia ed una metodologia nuova per il calcolo di un indice unico di sostenibilità, ISSI, Indice dello Sviluppo Sostenibile in Italia basato sulla combinazione di trenta indicatori chiave cui vengono associati serie storiche, trend e target.

L'idea di una Seconda modernità nasce in ISSI con la pubblicazione del saggio di Ronchi "Ecologia come seconda modernità" e con il  Convegno dell'aprile 2003,  (> ascolta gli interventi ...) che rinnova la tradizione del pensiero ecologico collegandolo ad elaborazioni di matrice politico-sociale sulla "Società del rischio" ed al ruolo di una nuova scienza per la sostenibilità, tanto possibile quanto necessaria.  In questa visione assume un ruolo di rilievo essenziale la questione della riflessività e dei beni comuni cui è dedicato un saggio di Carlo Donolo. Altri saggi ed articoli sono disponibili su questa materia nelle pagine collegate.

Richard Feynman, un grande fisico del secolo scorso, disse una volta: “Whoever says that he understands quantum theory, in all probability does not” Lo stesso vale per lo sviluppo sostenibile. Posto che un mondo sostenibile è piuttosto una fiction (Martens; 2006), il concetto di sviluppo sostenibile "... does not contemplate any statistical state of affairs or finite stocks, but rather emphasizes a positive evolution and positive lines of development. Sustainable development can, in fact, be described as the capacity of a society to move itself, in a certain time period, between satisfactory, adaptable and viable conditions”.

Il pensiero ecologico è un pensiero sistemico ma non è un pensiero unico. Ne fa parte il ragionamento in condizioni di incertezza ma nessuna evasione esoterica o millenaristica è consentita. Si tratta con ogni probabilità di una forma di  pensiero debole, ma chi potrà rinunciare all'istanza di base della sostenibilità, non un teorema né una congettura,  ma un'azione diversificata, complessa, sperimentale per trovare una via per la possibile sopravvivenza della specie umana, delle altre specie viventi e della natura  sulla terra. La conoscenza delle dinamiche globali e locali del pianeta è insufficiente,  quindi  si pone la necessità di un nuovo tipo di scienza,  non riduzionista, interdisciplinare, sistemica, precauzionale, capace di interiorizzare il rischio e l'incertezza e di creare le basi conoscitive per guidare l'azione pratica mentre le cose stanno accadendo ed i cambiamenti sono in atto.  La conoscenza è una risorsa scarsa ma rinnovabile e capace di futuro, è una condizione indispensabile per la sostenibilità  per lo sviluppo e per il progresso umano.

 

* * *

La Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, convocata dalle Nazioni Unite, affermò solennemente i Principi dello sviluppo sostenibile ed approvò  Agenda 21, la guida per l'attuazione dei principi enunciati nella Dichiarazione Politica. La Conferenza di Rio rimase  in realtà del tutto interna all'ipotesi  che la crescita dell'economia e della ricchezza globale avrebbe  determinato un avanzamento generale per l'ambiente, la pace e lo sviluppo. A tal proposito fu deciso che sette parti su mille del reddito prodotto dai paesi più ricchi del Nord industrializzato sarebbero state destinate allo sviluppo dei paesi poveri del resto del mondo. Alla fine del secolo, otto anni dopo Rio, la Dichiarazione dell'Assemblea Generale del Millennio delle Nazioni Unite segna una data di svolta nella consapevolezza dei gravi problemi procurati dall'estendersi della povertà e del degrado ambientale.  Caduta l'illusione della crescita benefica, i conti con i cambiamenti globali restano da fare, l'adozione dei Principi di Rio è ancora ai primi passi, come il Summit di Johannesburg ha stabilito dieci anni dopo Rio, in un clima profondamente mutato.

In Europa, in particolare nel versante nord dei paesi più ricchi, sta la forza viva del pensiero ecologista e della sostenibilità, ma le differenze da paese a paese sono davvero grandi.  Il pensiero ecologista ha trovato una moderata udienza presso le istituzioni dell'Unione, Consiglio, Parlamento e Commissione, più convinta in quest ultima nel periodo compreso tra la pubblicazione del Libro Bianco di Jaques Delors nel 1993 e la Presidenza Prodi nella quale si iscrivono tre importanti processi, di Cardiff (1998), di Lisbona (2000) e di Goteborg (2001), che prendono il nome dalle città nelle quali si è riunito il Consiglio europeo.

E' di assoluto rilievo osservare che lo sviluppo sostenibile è inserito nei Trattati costitutivi dell'Unione Europea di Maastricht (1993), nel quale l'atto finale fa riferimento ad un curioso principio della "crescita sostenibile" e di Amsterdam (1997), che recita "... promuovere il progresso economico e sociale ... tenendo conto del principio dello sviluppo sostenibile e ... del rafforzamento della coesione e della protezione dell'ambiente, nonché ad attuare politiche volte a garantire che i progressi compiuti sulla via dell'integrazione economica si accompagnino a paralleli progressi in altri settori". "... promuovere un progresso economico e sociale e un elevato livello di occupazione e pervenire a uno sviluppo equilibrato e sostenibile". Il Trattato prescrive che "le esigenze connesse con la tutela dell'ambiente devono essere integrate nella definizione e nell'attuazione delle politiche e azioni comunitarie ... in particolare nella prospettiva di promuovere lo sviluppo sostenibile". Lo sviluppo sostenibile è pertanto un principio costituzionale per l'Europa, in anticipo rispetto a gran parte dei Paesi membri.

Nella tradizione europea, in particolare in alcuni paesi del nord ed in Germania, si sono sviluppate importanti esperienze di pianificazione ambientale e territoriale di cui sono espressione i  "Green Plan"  della fine degli anni '80 del secolo scorso. Questi stessi paesi oggi hanno  una strumentazione amministrative e scientifica per il governo dello sviluppo, dell'ambiente e della sostenibilità di livello superiore alla  stessa Commissione Europea. La tradizione comunitaria di una forte ed autorevole direzione per gli affari ambientali, si è costituita quindi con il solido riferimento ad alcune realtà nazionali. La competenza dello sviluppo sostenibile è stata a lungo appannaggio della DG Ambiente della Commissione. Nel 1993, poco dopo Rio, fu prodotto il V Piano d'Azione Ambientale per lo sviluppo sostenibile (V EAP), sotto la duplice influenza dei Green Plan e del modello PSR dell'OECD (1991), ma piuttosto poco coerente al coevo approccio allo sviluppo sostenibile di Rio con Agenda 21. Nello stesso anno, con lo stesso stile, anche l'Italia produsse un analogo piano, che, privo di  risorse gestionali e finanziarie,  finì per avere una eco prevalentemente nella cultura ecologista piuttosto che nelle amministrazioni.

Economia e società sono "fattori di pressione sull'ambiente" secondo il modello PSR, un modello concettuale che ha avuto  successo.  Questa visione  fu causa involontaria di una sorta di "invasione di campo" da parte delle autorità ambientali in settori di competenza diversa, sociale ed economica.   Il Processo di Cardiff nel 1999  ristabilì con il "Principio di integrazione dell'ambiente in tutte le politiche dell'Unione", che  il fattore ambientale è responsabilità diretta di ogni settore e che lo sviluppo sostenibile  è materia coordinata dalla Presidenza. Accade così che i processi base di Cardiff, integrazione delle politiche ambientali e di Lisbona, Europa dell'innovazione e della conoscenza, si saldino a Goteborg nel 2001 in un unico programma strutturale per lo sviluppo, l'occupazione e l'ambiente in Europa (EU SDS). Il Consiglio ha prodotto nel giugno del 2006 un importante documento di valutazione dell'implementazione di tale strategia.

La pianificazione dello sviluppo sostenibile in Italia è appannaggio del CIPE che la legge ha dotato di strutture amministrative dedicate. Per iniziativa del Ministro dell'Ambiente E. Ronchi è stata messa a punto la sezione ambientale del Piano Nazionale per lo Sviluppo sostenibile adottata con la delibera CIPE 57/02 del 2 agosto 2002, vigilia del Summit di Johannesburg. La genesi del Piano, denominato "Strategia di azione ambientale per lo sviluppo sostenibile in Italia", ha per la prima volta compreso un Forum nazionale di consultazione di tutte le categorie, le parti sociali e le associazioni ambientaliste. Una buona discussione del Piano, dei contenuti e delle prospettive si trova nel saggio di F. La Camera, "Sviluppo sostenibile. Origini, teoria e pratica", pubblicato dagli Editori Riuniti.

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