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da fonte:

International Istitute for

Sustainable Development

Tre donne per il futuro del clima

"In listening to the women’s stories throughout COP 17 and hearing the joy and energy in their song, there was no doubt about the transformative potential of these women to play a key role in climate change solutions – both within their communities and on the international stage" Sally Wilkinson, GenderCC

Maite Nkoana-Mashabane   Presidente della COP17/MOP7,   Ministro degli esteri del Sud Africa

Christiana Figueres, Secretario Esecutivo della UNFCCC

        Patricia Espinosa         Presidente  e principale artefice del successo della COP16 di Cancùn

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Le pubblicazioni guida per la Conferenza di Durban e per Rio+20

Il rapporto McKinsey

"Resource Revolution"

 

Il Sommario

Il Rapporto completo

 

UNIONE EUROPEA

Relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio:

 

Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo,al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni

"Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell'impiego delle risorse"

g

 

UNEP

    Il Rapporto sul     Gigatonne Gap

Sommario tecnico

Rapporto completo

 

 

 

 
Il negoziato pre Copenhagen

Copenhaghen, Cancun ed oltre

Il negoziato di Durban

Il negoziato di Doha I dati globali I dati italiani

La Conferenza di Durban

I documenti chiave del Durban Package                                        Il negoziato preparatorio di Panama

  Comunicato della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile

“Salvo il negoziato, ma i tempi della diplomazia internazionale non coincidono con quelli della crisi climatica”

di Edo Ronchi, Lunedì 12 dicembre 2011

Dopo una complessa trattativa, nei tempi supplementari della notte di domenica, la 17-esima Conferenza della Parti della Convenzione quadro sul clima dell’ONU, riunita a Durban, è riuscita ad evitare un fallimento ed a trovare un accordo che sembrava ormai irraggiungibile sul quale aveva puntato l’Unione Europea. Un accordo che include, a differenza del Protocollo di Kyoto, sia gli Stati Uniti che la Cina e che afferma, secondo il modello Kyoto, che saranno fissati obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra legalmente vincolanti.

Dal punto di vista diplomatico si tratta di un successo della linea europea. Purtroppo questo successo diplomatico non supera le debolezze della governance mondiale delle grandi tematiche ambientali che fanno sì che i tempi delle decisioni, rinviate al 2015 e con effetti dal 2020, siano troppo lenti, mentre la crisi climatica avanza velocemente: le emissioni hanno superato i 33 miliardi di tonnellate di gas di serra nel 2010; con i trend attuali e con il continuo rinvio di riduzioni delle emissioni di gas di serra, consistenti e realizzate da tutti i principali paesi emettitori, non saremo in grado di contenere l’aumento di temperatura del pianeta al di sotto dei 2 °C e gli affetti di questa crisi sono così destinati ad aggravarsi.

Le conclusioni di Durban sono, in sintesi, le seguenti:

 la durata del Protocollo di Kyoto, in scadenza a fine 2012, è estesa per altri cinque anni, salvando così i meccanismi flessibili, in particolare i CDM, che stanno a cuore anche ai Paesi in via di sviluppo;

 è stata decisa una Roadmap per arrivare a un nuovo accordo, la cui forma giuridica non è ancora definita, che dovrà avere un carattere vincolante per tutti i paesi che dovranno intraprendere azioni di riduzione delle loro emissioni di gas di serra. Si è convenuto che il nuovo regime sarà concordato entro il 2015, in modo che possa essere implementato a partire dal 2020;

 è stato costituito il Comitato per avviare il processo di definizione dei contributi dei paesi donatori per il fondo di 100 miliardi destinato ad aiutare i paesi più poveri ad adottare misure per far fronte ai cambiamenti climatici;

 è stato stabilito che le Azioni di cooperazione a lungo termine (LCA) per combattere il cambiamento climatico verranno discusse e concordate nel corso dell'anno 2012, prima della prossima COP18.

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I documenti chiave del Durban Package

Decisioni del GdL sulle Azioni di cooperazione a lungo termine, AWG-LCA. Il lavoro negoziale di questo GdL si conclude con l'approvazione di un documento di 55 pagine che contiene lo stato degli accordi raggiunti su tutti i punti (FCCC/AWG-LCA/2011/L.4). In particolare, la decisione sulla creazione di un nuovo gruppo di lavoro ad hoc sulla Piattaforma d'azione avanzata di Durban, fa parte del package, e avvia un processo per sviluppare un protocollo, un altro strumento giuridico o un risultato concordato con forza di legge ai sensi della Convenzione, applicabile a tutte le parti, attraverso un organo sussidiario egualmente sotto la Convenzione, che inizierà il suo lavoro nella prima metà del 2012.

La decisione, tra l'altro:

q     proroga l'AWG-LCA per un anno in modo che essa continui il suo lavoro;

q     decide che il nuovo ad-hoc WG sulla Piattaforma d'azione di Durban (Enhanced AWG-DP) deve pianificare il suo lavoro nella prima metà del 2012;

q     decide che l'AWG-DP deve completare i suoi lavori il più presto possibile, ma non oltre il 2015, al fine di adottare questo strumento giuridico protocollo o accordo risultato con forza di legge alla COP 21 del 2015 per entrare in vigore ed essere attuata a partire dal 2020;

q     decide che il processo deve aumentare il livello di ambizione ed si deve ispirare, tra l'altro, al prossimo quinto rapporto di valutazione dell'IPCC e agli esiti della revisione (Review) del 2013-2015;

q     lancia un piano di lavoro per migliorare l'ambizione di mitigazione a individuare e studiare le opzioni per una serie di azioni che possono colmare il gap tra gli impegni assunti (pledges) e le riduzioni necessarie, al fine di garantire il massimo possibile sforzo di mitigazione da parte di tutti i paesi;

q     decide di tenere un seminario nella prima sessione dei negoziati nel 2012 per esaminare le opzioni e le modalità per aumentare l'ambizione e per le possibili ulteriori azioni.

Decisioni del GdL sugli ulteriori impegni per i paesi Annesso I sotto il Protocollo di Kyoto, AWG-KP. In esito al lavoro dell’AWG-KP,  la CMP7 ha adottato una serie di documenti, in particolare su:

q     la considerazione di ulteriori impegni per le Parti Annesso I del Protocollo di Kyoto: Progetto di conclusioni proposto dal presidente del GdL (FCCC/KP/AWG/ 2011/L.3);

q     i risultati del lavoro dell’AWG-KP 16 che contiene le proposte di emendamento al Protocollo di Kyoto ed ai relativi Annessi (FCCC/KP/AWG/2011/L.3 Add.1);

q     le attività LULUCF sull’uso e i cambiamenti d’uso del suolo (FCCC/KP/AWG/2011/L.3 Add.2);

q     il commercio dei permessi di emissione e i meccanismi flessibili (FCCC/KP/AWG/2011/L.3Add.3);

q     altre questioni, tra cui i metodi di misura comuni delle emissioni (FCCC/KP/ AWG/2011/L.3 Add.4) e le potenziali conseguenze e ricadute ambientali, economiche e sociali delle politiche e delle misure adottate dai paesi Annesso I (FCCC/KP/AWG/2011/L.3 Add.5).

L'esito della attività negoziale dell’AWG-KP contiene i principali accordi per quanto riguarda la continuazione del Protocollo di Kyoto nel suo secondo periodo d'impegno e include nel preambolo:

q     l'importanza di sviluppare una risposta globale al cambiamento climatico;

q     il riconoscimento dell'importanza di garantire l'integrità ambientale del Protocollo di Kyoto;

q     l’intenzione di garantire che le emissioni aggregate di gas serra da parte dei soggetti inclusi nell'Annesso I saranno ridotte di almeno il 25-40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020, facendo notare a questo proposito l'importanza della revisione delle emissioni globali da concludersi entro il 2015.

La CMP 7, la Conference of the Parties serving as the Meeting of Parties to the Kyoto Protocol,  inoltre:

q     decide che il secondo periodo d'impegno ai sensi del protocollo di Kyoto ha inizio il 1° gennaio 2013 e finisce il 31 dicembre del 2017 o del 2020, secondo la decisione del prossimo AWG-KP 17;

q     accoglie con favore gli accordi raggiunti entro la AWG-KP per i vari settori, in particolare il LULUCF e le foreste, lo scambio delle emissioni, i meccanismi flessibili, la lista dei gas a effetto serra, i settori e le categorie delle fonti di emissione e le potenziali conseguenze.

q     prende atto delle modifiche proposte al Protocollo di Kyoto sviluppate dall’AWG-KP e contenute nei già citati allegati 1, 2 e 3 della decisione;

q     prende atto degli obiettivi riduzione delle emissioni da attuare in tutti i settori dell’economia da parte dei Paesi Annesso I, così come presentati nell'allegato 1 della decisione e della volontà di questi Paesi di convertire questi obiettivi in QELROs (target vincolanti) per il secondo periodo d'impegno ai sensi del Protocollo di Kyoto;

q     invita i Paesi dell’Annesso I a fornire informazioni su tali QELROs per il secondo periodo d'impegno ai sensi del Protocollo di Kyoto entro il 1° maggio 2012, per l’esame in sede di AWG-KP 17.

La CMP7 richiede al GdL AWG-KP:

q     di fornire i risultati del suo lavoro sui QELROs per la CMP 8 in vista dell'adozione di tali QELROs come emendamenti all'Annesso B del Protocollo di Kyoto in quella sessione, garantendo al contempo la coerenza con il documento finale già citato dell’AWG-LCA (FCCC/AWG-LCA/2011/L.4);

q     valutare le implicazioni del riporto al secondo periodo di impegno degli Assigned Amount Units, permessi di emissione, AAU,  con una visione aggregata degli obiettivi di riduzione delle emissioni da raggiungere da parte dei Paesi Annesso I con il fine di concordarlo nella sessione AWG-KP 17;

q     chiede infine all’AWG-KP di impegnarsi a fornire i risultati del suo lavoro ai sensi della decisione 1/CMP.1 alla CMP 8 in Quatar.

L'allegato I del documento conclusivo della CMP7, che abbiamo già citato, contiene le modifiche proposte all'allegato B del protocollo di Kyoto, l'allegato II contiene le proposte di modifica dell’allegato A al Protocollo di Kyoto e,infine, l'Allegato III incorpora le proposte di  modifica del Protocollo di Kyoto.

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I resoconti giornalieri

(Vedi il Glossary UNFCCC of climate change acronyms per una guida nella giungla degli acronimi)

 

Lunedì 12 dicembre: il Durban Package in quattro punti: Riassumiamo i conseguimenti (outcomes) della Conferenza di Durban in quattro punti principali ed una serie per ora parziale di commenti. I punti principali sono:

Protocollo di Kyoto: La durata del Protocollo di Kyoto, in scadenza a fine 2012,  è estesa per altri cinque anni. I paesi (le parti di Kyoto) sono divisi in due campi, l'Annesso 1, dei paesi ricchi che devono fare tagli  giuridicamente vincolanti alle emissioni,  ed il non Annesso 1, delle nazioni  in via di sviluppo che devono fare i tagli su base volontaria. Il secondo termine del Protocollo di Kyoto avrà inizio l'1 gennaio 2013.

Futuro regime di governo dei cambiamenti climatici: La conferenza di Durban ha accettato di avviare un processo per sviluppare un  nuovo Protocollo o uscire con un nuovo trattato in cui tutti i paesi dovranno intraprendere azioni vincolanti di riduzione delle emissioni. Sparisce così, in un quadro di conferma del Principio di Rio delle Responsabilità comuni ma differenziate, la divisione in due del mondo che aveva caratterizzato il Protocollo di Kyoto  Si è convenuto che il nuovo regime dovrebbe essere concordato entro il 2015, in modo che questo nuovo accordo possa essere implementato a partire dal 2020. La forma giuridica del nuovo acconto sarà definita in seguito.

Green Climate Fund (GCF): A Cancùn i paesi sviluppati avevano accettato di fornire il Fondo con 100 miliardi dollari per aiutare i paesi poveri ad adottare misure per lottare contro i cambiamenti climatici. Anche se non ci sono soldi, è stato costituito il Comitato per avviare il processo di definizione dei contributi dei paesi donatori. Si è convenuto che il fondo sarà controllato dalla Conferenza delle Parti (COP) della Convenzione. Avrà 24 membri, in pari misura di paesi sviluppati e in via di sviluppo.

Azioni di cooperazione a lungo termine (LCA): Sono le azioni collettive strategiche per combattere il cambiamento climatico. L'India ha segnato un grande successo facendo introdurre nel testo la domanda di equità, un accesso equo allo sviluppo sostenibile per i paesi in via di sviluppo, senza compromissioni per effetto delle riduzioni delle emissioni. Il testo LCA dovrà essere discusso nel corso dell'anno 2012 prima della prossima COP18.

Per quanto riguarda la trasparenza, il Durban Package mette in campo  nuove disposizioni per rendere più trasparenti le azioni intraprese per affrontare le emissioni dai paesi sviluppati ed in via di sviluppo. Questa è una misura fondamentale per costruire fiducia tra le parti.

I paesi poveri hanno il maggior bisogno di finanziamenti per l'adattamento al riscaldamento globale, l'introduzione di energia a basse emissioni e l'innovazione dei processi industriali. Sullo sfondo di una crisi del debito sovrano, le nazioni sviluppate sono anche in difficoltà per erogare il denaro necessario al di là del finanziamento a breve termine che si esaurisce alla fine del prossimo anno. I  Durban Talks hanno fatto progressi sulla definizione del management del GCF, hanno confermato i 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020 per il Fondo, ma non hanno chiarito  dove  verranno presi i soldi. La proposta di fare cassa tassando le emissioni di carbonio del traffico marittimo ed aereo non è sopravvissuta nel testo finale.

Nuovi meccanismi di mercato verranno introdotti nel trattato che succederà al Protocollo di Kyoto, ma le norme saranno elaborate solo nel prossimo anno. I delegati hanno deciso di tenere in conto  le circostanze diverse nelle quali operano i  paesi sviluppati e in via di sviluppo.

La conclusione di Durban rappresenta un indubbio successo per l'Europa e per il Commissario Hedegaard in particolare. Merita di ascoltare la sua ultima Conferenza stampa delle sei del mattino di Domenica con il delegato polacco della Presidenza europea di turno, Marcin Korolec,  che definisce la Conferenza di Durban un successo paragonabile solo al Mandato di Berlino del 1995. La Commissario EU dichiara che l'Europa è entrata a Durban con un Piano A ed esce con il Piano A. si tratta di una "landmark decision, historical, transparent and inclusive, very very robust" che mette in primo piano i beni comuni rispetto agli interessi nazionali. Ella rivendica con orgoglio i meriti ed i sacrifici di tutte le donne del mondo nella lotta politica e quotidiana ai cambiamenti climatici (>ascolta la Hedegaard).

La Ministro degli esteri sudafricana Maite Nkoana-Mashabane  conclude con accenti egualmente orgogliosi la Presidenza della Conferenza di Durban, la più lunga COP della storia della Convenzione, richiamandosi all'insegnamento di Gandhi che unisce il Sud Africa all'India, l'ultimo ostacolo alla conclusione del negoziato. Ella dichiara che l'accordo di Durban conclude il processo di Bali, interpreta gli accordi di Copenhagen e di Cancùn, e segna la fine delle divisioni di ruoli tra paesi sviluppati, in via di sviluppo e poveri, nel rispetto delle rispettive soggettività e dell'obbligo per tutti di impegni vincolanti (> ascolta la Conferenza stampa conclusiva della Ministro Maite Nkoana-Mashabane).

Sabato 10 e Domenica 11 dicembre 2011: L’accordo di Durban è stato raggiunto nella mattina presto di Domenica  dopo la tensione della notte di sabato provocata dalla richiesta dell’India di maggiori concessioni per i paesi in via di sviluppo. Il Durban package è stato chiuso per opera delle tre donne che abbiamo presentato qui nella colonna di sinistra e di una quarta donna, la danese Connie Hedegaard, una conservatrice iscritta al PPE, che nei 20 minuti finali si sono coalizzate “per salvare il pianeta" (The Guardian).

Una grave crisi viene infatti provocata alle tre del mattino di Domenica, quando l'UE si scontra duramente con Cina e India sulla forma legale del nuovo trattato sul clima. L'India inserisce nel testo le parole "legal outcome"; la  Hedegaard, sostenuta secondo i cronisti inglesi da Chris Huhne segretario all’energia del Regno Unito, dichiara che la proposta indiana vanificherebbe il Piano europeo costringendo l'UE ad abbandonare ed il negoziato a fallire. Ai ministri dei 194 paesi presenti a Durban, esausti dopo  sei giorni e tre notti di intense discussioni, Hedegaard dice: "We need clarity. We need to commit. The EU has shown patience for many years. We are almost ready to be alone in a second commitment period (to Kyoto)… We don't ask too much of the world that after this second period all countries will be legally bound. Let's try and have a protocol by 2018".

Il ministro dell'ambiente indiano, Jayanthi Natarajan, risponde duramente che a loro viene chiesto di firmare l'accordo prima che se ne sappiano i contenuti e chiede se si tratti di un modo giusto di trattare i paesi come il suo: "Am I to write a blank cheque and sign away the livelihoods and sustainability of 1.2 billion Indians, without even knowing what the EU Roadmap contains? I wonder if this is an agenda to shift the blame on to countries who are not responsible (of the climate change). I am told that India will be blamed. Please don't hold us hostage. We will give up the principle of equity". Il capo negoziatore cinese, Xie Zhenhua, critica aspramente l'Unione europea in un discorso appassionato, dicendo: "Who gives you the right to tell us what to do?".

La rottura è vicina, la Ministro degli Esteri sudafricano Maite Nkoana-Mashabane ordina a Cina, India, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Svezia, Gambia, Brasile e Polonia di incontrarsi in un piccolo gruppo. Questi, circondati da una folla di quasi 100 delegati al centro della sala, parlano tranquillamente tra di loro in un'atmosfera surreale per cercare di raggiungere una nuova forma di accordo accettabile per tutti. A Figueres, avvocato, capo negoziatore del Brasile, va il merito di trovare il compromesso, proponendo di sostituire "an agreed outcome with legal force" al posto di "legal outcome", la formula indiana. La nuova formulazione, secondo un avvocato UE, è molto più forte e significa "un accordo giuridicamente vincolante".

Il lettore sobbalzerà ma il Durban package è di nuovo in carreggiata. Dopo 16 giorni e due ore il negoziato si conclude ad un passo dalla rottura, con un impegno da parte di tutti i paesi ad accettare tagli di emissione vincolanti entro il 2020.

Come parte del pacchetto di misure concordate, partirà il GCF, il mercato del carbonio sarà ampliato e i paesi saranno in grado di guadagnare denaro attraverso la tutela delle foreste con l’accordo REDD+. Chris Huhne, con in mente evidentemente l’esclusione inglese dall’accordo di Bruxelles sui bilanci, lo definisce "un trionfo della cooperazione europea". Altre dichiarazioni definiscono iniquo il patto per i paesi poveri. "I negoziatori hanno inviato un chiaro messaggio agli affamati nel mondo: mangiate carbonio" (Oxfam). "I governi devono immediatamente alzare le loro ambizioni di riduzione delle emissioni … altrimenti aggiungeremo altri 10 anni di ritardo alla possibilità di restare entro i +2 °C” (Green Climate Fund). "La possibilità di evitare cambiamenti climatici catastrofici sta scivolando attraverso le nostre mani ogni anno che passa che le nazioni non riescono ad accordarsi su un piano di salvataggio per il pianeta" (Greenpeace). "Questo costringerà i governi a riconoscere che gli impegni attuali di riduzione delle emissioni non sono sufficienti per stare entro i +2 °C", (Grantham climate research institute of climate change). "Ritardare l'azione reale fino al 2020 è un crimine di proporzioni globali. Questo significa che il mondo è sulla strada di un aumento della temperatura di 4 °C, una condanna a morte per l'Africa, i piccoli stati insulari, i poveri e i più esposti in tutto il mondo. L'1% più ricco del mondo ha deciso che è accettabile sacrificare il 99% restante" (Friends of the Earth International).

Non possiamo proprio evitare di riferire dell'irritante l'atteggiamento dei media italiani, stampa e televisione, che, dopo due settimane di disinformazione, hanno annunciato con accenti vari il fallimento della Conferenza di Durban, con un indefinibile tono tra il sarcastico e l'ironico eguale per tutti. Evidentemente il cambiamento climatico è un problema solo per gli altri. Ricordate che cosa è successo con la crisi economica?

Venerdì 9 dicembre 2011: alle 10 del mattino conferenza stampa di Connie Hedegaard (> vedi la conferenza stampa), il Commissario dell'Unione Europea Climate Action. La questione centrale è lo stato del negoziato sulla forma  dell'accordo che dovrebbe sostituire il Protocolllo di Kyoto: "Today an agreement is within reach in the form of a Roadmap towards a legally binding deal. A small number of countries are still not on board. We need them, but whe have no more time". Decine di paesi  sostengono la proposta europea, Sud Africa e Brasile sono con l'Europa, ora anche gli Stati Uniti, mentre  la Cina, che pure aveva dichiarato la sua disponibilità condizionata muovendo in avanti gli equilibri negoziali, e l'India non sciolgono ancora le riserve.

Alle 14 la Presidente sudafricana lascia intendere che anche il gruppo G77/Cina si sta avvicinando alla proposta europea. Nella sua conferenza stampa la Presidente sudafricana (> ascolta Maite Nkoana-Mashabane) dichiara che il Green Climate Fund sarà lanciato a Durban e che le delegazioni cercano una soluzione per il secondo periodo di impegno post-Kyoto in un clima di collaborazione.

È un dato di fatto che la possibilità di un accordo si avvicina dopo che ieri Todd Stern per gli Stati Uniti ha detto che il suo paese sarebbe favorevole alla proposta dell'UE per una Roadmap per la negoziazione di un regime giuridico entro il 2020. Il Brasile e il Sud Africa sono già impegnati a sostenerla.  Cina e India verranno anche loro ad un accordo, ma le condizioni poste dalla Cina non hanno ancora avuto una risposta per loro convincente.

Quasi tutti i negoziatori dicono che occorre aspettare il quinto rapporto di valutazione del IPCC, atteso per il 2013-2014, per definire i target di riduzione delle emissioni in funzione dell’obiettivo concordato di contenere il riscaldamento medio globale entro i 2 °C. Tuttavia, gli scenari del quarto rapporto, già mostrano che il trend attuale delle emissioni ci porterà al di sopra dei +2 °C e le analisi tecniche degli impegni di riduzione delle emissioni al 2020 (pledges), fatte a Copenhagen e riaffermate a Cancun, già puntano a +3-4 °C. Questo divario è il cosiddetto "gap delle ambizioni" nel linguaggio della politica della Conferenza.

L'accordo di Durban, se accordo ci sarà, confermerà l’obiettivo di mitigazione di Copenhagen (+2 °C), ormai parte integrante della Convenzione sul clima. L'UE con alcuni altri paesi probabilmente lo iscriveranno come obiettivo vincolante nel secondo periodo di impegno ai sensi del Protocollo di Kyoto. Si otterrà dal documento di Durban un impegno per tutti a rivedere questo obiettivo entro il 2015 a partire dal V Rapporto dell'IPCC. Non è invece ancora chiaro se si otterrà l’impegno ad approvare i contorni politici di un nuovo assetto degli accordi sul cambiamento climatico entro il 2015, per consentire la definizione dei suoi dettagli tecnici e la sua entrata in forza entro il 2020.

Giovedì 8 dicembre 2011: Consultazioni febbrili con il tempo che corre verso la chiusura. In campo l'urgenza di un accordo sul Green Climate Fund e la sorte del secondo periodo di impegno per il Protocollo di Kyoto.  Un delegato commenta: "Everybody  wants to go to heaven but nobody wants to die”. Nella giornata di oggi continua la serie delle dichiarazioni dei vari paesi nel segmento high-level. La plenaria informale per la sintesi dei risultati raggiunti inizia con la dichiarazione che l'accordo sull'inserimento della Carbon Capture and Sequestration nel CDM è stato raggiunto (> vedi documentazione). I gruppi di lavoro principali LCA e KP illustrano i nodi irrisolti che affidano al negoziato politico, pur continuando il lavoro nei gruppi di contatto. La Presidente sudafricana affida separatamente ai ministri di alcuni paesi il compito di procedere verso ogni possibile conclusione sui vari punti.

A titolo di cronaca sulle ultime istanze dei lavori dei gruppi di contatto e di quelli informali, lavorano ancora il Capacity building, lo spin-off KP sugli obiettivi di riduzione: qui si discute sul modo di emendare l'Annesso B e su come considerare le proposte unilaterali dei paesi sviluppati che non vogliono accordi legally-binding. Ma in concreto si ragiona sulla possibilità per gli attuali paesi Annesso B di poter continuare ad usufruire dei CDM e sulla sorte dei permessi di emissione in eccesso (AAU) nella prospettiva di mancato accordo sul secondo periodo. Alcuni minacciano che una riduzione drastica degli AAU può essere causa di opposizione al secondo mandato. Nel gruppo sul finanziamento sembra raggiunto un accordo sulla veste istituzionale e sul paese che ospiterà il Fondo anche per la fase transitoria. La COP conserverà certamente il controllo del Fondo.

Attività negoziali anche per REDD+, per il finanziamento ed il Reporting sull'adattamento, per i gruppi che lavorano sulla mitigazione sia dei paesi sviluppati che per i PVS dove si discute sulle modalità dello IAR, l'assessment indipendente dei report sulle emissioni dei vari paesi, e sull'ICA, lo strumento multilaterale di consultazione e di analisi delle emissioni. Gruppi di delegati lavorano ancora sui Piani nazionali di adattamento, sul trasferimento di tecnologia, sulle misure di risposta e su alcuni aspetti dei CDM.

I negoziatori hanno concordato che il Green Climate Fund, l'Ufficio e la Rete per il trasferimento delle tecnologie, e il Comitato esecutivo per l'Adattamento faranno parte del Durban Package.

Mercoledì 7 dicembre 2011: Alla fine della giornata di oggi viene ancora più chiaramente in campo la volontà della Presidenza Sudafricana di non terminare la Conferenza senza aver tracciato una strada ben chiara per assicurare che impegni vincolanti saranno presi da tutti i paesi. è però altrettanto evidente che la crisi economica paralizza i paesi sviluppati al di là della loro tradizionale scarsa disposizione a modificare i propri punti di vista.

Per tutto il giorno vanno avanti le dichiarazioni delle delegazioni ministeriali in una plenaria aperta, senza però interrompere il lavoro dei gruppi di contatto. Le dichiarazioni dei vari paesi  possono essere viste ed ascoltate all'indirizzo web http://unfccc4.meta-fusion.com/kongresse/cop17/ templ/ovw_live.php?id_kongressmain=201.

Nei due gruppi principali, LCA e KP, i chairmen elencano la lunga lista delle questioni irrisolte che devono essere sottoposte alle delegazioni ministeriali. L'elenco è così  vasto da coprire praticamente tutte le questioni poste in discussione. Più che soluzioni, ai ministri verranno riportate le preoccupazioni e i distinguo delle varie delegazioni. Il gruppo KP, in particolare, dichiara che il lavoro tecnico ha toccato i suoi limiti oltre i quali si potrà andare solo con le mediazioni politiche. Da questo gruppo emerge un vasto schieramento di paesi che dichiarano che senza un impegno chiaro dei paesi sviluppati la situazione non farà alcun passo in avanti. L'Europa ribadisce però che la sua proposta per un secondo periodo di impegno per la mitigazione è sul tavolo e che può essere approvata. In un altro gruppo informale, che constata la difficoltà di esprimere una visione comune, si tenta di aprire alla discussione sugli obiettivi globali di mitigazione a lungo termine, sull'esempio delle Roadmap 2050 prodotte nel 2011 dall'Europa, e sull'altra questione aperta, quella del picco delle emissioni di cui, pur essendo condivisa la necessità, non si riesce a concordare la data.

Martedì 6 dicembre 2011: L'arrivo delle delegazioni ministeriali produce un'accelerazione netta dei lavori di tutti i gruppi nella speranza di concordare testi negoziali quanto più possibile conclusivi ma non si vede, a giudizio di molti delegati,  come potranno essere coronati da un accordo a fine Conferenza i lavori nei gruppi LCA e KP ancora aperti, e lo stesso negoziato sul GCF.

La COP high-level (ministeriale) è aperta dal Presidente, dalla Figueres e dallo stesso Ban-Ki- moon che invita i delegati ad aprire una strada, al di là della contingenza della crisi occidentale,  per arrivare ad un accordo generale e vincolante almeno entro il 2012. Il Presidente sudafricano Zuma dichiara che i paesi disponibili ad un accordo vincolante devono almeno sapere che gli altri ne assumeranno uno presto o tardi. Chiede che almeno siano formalizzati gli impegni unilaterali (pledges) e i criteri per l'intercomparabilità dei target. Si susseguono le dichiarazioni delle delegazioni: G77/Cina, EU, UMBRELLA, LDC, che ripetono le posizioni ben note già espresse nella settimana precedente, ma affiora la preoccupazione per un possibile nulla di fatto e molti si spendono per suggerire vie d'uscita e soluzioni temporanee ratificabili di vario tipo. Nella susseguente riunione informale dei Presidenti la Nkoana-Mashabane dichiara di stare preparando un possibile testo di intesa. I presidenti del LCA e del KP riportano i punti maggiormente critici ed aperti nel loro gruppo. LCA la visione generale e le modalità di rendicontazione (Review) al 2015 sull'ottenimento del target dei +2°C di riscaldamento. KP i target quantificati (QUELROs), la forma e la durata di un possibile Kyoto 2 e la sorte dei CDM nelle varie soluzioni che saranno adottate. Ripete le possibili alternative presentate nel gruppo e da noi già commentate, che vanno dal tutto al niente.

Vanno avanti le elaborazione essenzialmente nei gruppi negoziali che stanno ancora lavorando su tutti gli aspetti dell'adattamento, finanziamento compreso, e sul REDD+. Gli altri gruppi sono sostanzialmente bloccati. EU nell'informale sulle forme legali dell'accordo ritorna, sostenendola, sulla riconsiderazione del Principio delle responsabilità comuni ma differenziate in forma "contemporary and dynamic". Qui la Corea del Sud riconosce di far parte ormai della fascia dei grandi emettitori senza però che nessuno possa pretendere che la CO2 stoccata nell'atmosfera non sia responsabilità riconosciuta dai paesi (ex?) sviluppati. Cina ed India dichiarano che questa interpretazione dinamica equivale ad una revisione della forma originaria della Convenzione sul Clima di Rio.

Nella discussione sul Green Cimate Fund, ormai da molte parti si richiedono garanzie sul finanziamento a lungo termine che, come è evidente, non può essere ritardato quantomeno  per l'adattamento, dal momento che molti paesi sono già ora sotto l'effetto del cambiamento climatico. Si discute sulle possibili fonti di finanziamento e sul ruolo dei privati. Molti paesi sviluppati  sono dell'idea che una forma di carbon-pricing dei bunkeraggi marini ed aerei è la forma di intervento più pronta e sicura, data anche l'accertata capacità dell'IMO e dell'ICAO di gestire questo tipo di carichi. Non è però chiarito il ruolo che dovranno avere i meccanismi di mercato piuttosto che quelli amministrativi (non-market) nel finanziamento del GCF.

Lunedì 5 dicembre 2011: La vera novità di oggi alla quale riteniamo di dedicare la massima attenzione   non è il negoziato ma la conferenza stampa della delegazione cinese mentre stanno arrivando a Durban i ministri di tutti i paesi. Accade quello che gli osservatori più attenti avevano previsto. La Cina si dichiara disponibile alla proposta europea di un accordo vincolante ma ponendo alcune condizioni. In tal modo mette all'angolo i pasdaran del rifiuto ad un rilancio di Kyoto (Canada, Giappone, Russia), toglie campo alla principale obiezione americana sul disimpegno cinese e assume la leadership di fatto del negoziato. Benché sussistano perplessità sulla reale portata della dichiarazione cinese (> vedi il Guardian di oggi) è bene che tutti prendano nota delle condizioni poste dalla Cina attraverso le parole del suo capo delegazione Xie Zhenhua:

"E' tempo per noi di vedere chi agisce in modo responsabile per affrontare la sfida di un patto per il clima, cruciale per tutti gli esseri umani. Siamo pronti a lavorare con il resto del mondo per affrontare la sfida globale del cambiamento climatico". Siamo pronti ad accettare la proposta europea per un accordo vincolante sull'abbattimento delle emissioni a condizione che esso rifletta lo scopo ultimo  della Convenzione Quadro (UNFCCC); che ci sia l'impegno di tutti ad intraprendere un secondo periodo di impegno ai sensi del protocollo di Kyoto; che siano onorati gli impegni a dotare di 100 miliardi  di dollari/anno il Green Climate Fund; che siano attuati gli accordi di Cancùn e che si riaffermi il principio che paesi hanno responsabilità diverse a seconda della loro capacità di ridurre le emissioni.

La Cina, ha aggiunto, prevede di ridurre le sue emissioni del 17% nei prossimi cinque anni, attraverso ristrutturazioni industriali, cambiando il suo mix energetico e seguendo un piano di sviluppo low-carbon. Si è inoltre  posta l'obiettivo di ridurre l'intensità di carbonio tra il 40% e il 45% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020.

Oggi il negoziato ha visto protagonista la plenaria dell'AWG-LCA dove si è discusso il documento di sintesi del chairman. Il livello delle insoddisfazioni dichiarate e delle critiche esplicite si è dimostrato molto alto, le obiezioni riguardano quasi tutti i punti. Il documento verrà quindi rivisto per mercoledì. Nel lavoro dei sottogruppi LCA merita di citare che un gruppo non piccolo di paesi sta proponendo di votare a maggioranza in assemblea per evitare che la COP17 finisca in un nulla di fatto. In un gruppo di contatto informale si ragiona sulle alternative da proporre ai ministri nei prossimi giorni evidenziando quattro alternative: un accordo strategico e vincolante per tutti comprendente target, tempi e l'anno di inversione (peaking) delle emissioni, che dovrebbe essere per il 2015; un accordo di riduzione contestualizzato agli impegni dei vari paesi; una roadmap verso l'accordo di cui ai due punti precedenti; nessun accordo. Più o meno tutti concordano sull'opportunità di portare alla ministeriale queste alternative ma le preferenze tra le opzioni appaiono così differenziate e variegate che non si comprende come il segmento high-level della Conferenza possa arrivare ad un accordo finale positivo a Durban.

Sabato 3 dicembre 2011: Si conclude la settimana con i problemi principali ancora sostanzialmente aperti. Sarebbe già molto, secondo l'opinione dei più,  riuscire a dare attuazione agli accordi di Cancùn. Il gruppo di lavoro LCA sulla strategia a lungo termine è riuscito a produrre un testo di 130 pagine, pur se ancora ricco di controversie irrisolte. Il negoziato sulle politiche, i piani e il finanziamento delle azioni di adattamento marca buoni risultati. Il gruppo KP, sulle prospettive di reiterazione del Protocollo di Kyoto è viceversa paralizzato dai veti incrociati. Lo stato negoziale del Green Climate Fund è una via di mezzo.

Gli organismi della COP, SBSTA e SBI hanno concluso il loro lavoro nella serata con un certo numero di rinvii alla decisione finale della COP. C'è ancora lunedì per mettere a segno qualche progresso nei gruppi di contatto prima che inizi la ministeriale martedì della della prossima settimana. In rapida sintesi: il SBSTA ha prodotto testi contenenti conclusioni provvisorie (draft) in materia di trasferimento di tecnologie; emissioni da traffico marittimo ed aereo; CCS nei CDM - cattura e sequestro del carbonio (L24), sottolineato dall'intervento dell'UE; il programma di lavoro di Nairobi sull'adattamento; la ricerca e le osservazioni sistematiche; il REDD+ e alcune ulteriori questioni. Il SBI ha prodotto testi sui piani di adattamento nazionali; sui danni e le perdite; sulle comunicazioni da parte dei paesi non Annesso 1; sui ricorsi al Board del CDM; sulla capacitazione e sulla gestione finanziaria. I due organismi non hanno potuto raggiungere accordi né produrre testi sulle politiche di risposta e sugli effetti economici e sociali della crisi climatica; sugli inventari annuali dei paesi Annesso 1 e nemmeno sui meccanismi di compliance (conformità e sanzioni) del Protocollo di Kyoto.

Il gruppo di lavoro AWG-LCA ha tenuto in mattinata la plenaria di sintesi della settimana. Il Chairman ha presentato un testo compilativo dello stato degli accordi (pochi) e delle proposte (molte). Non c'è l'auspicata visione condivisa in materia di cambiamenti climatici. Progressi importanti si sono trovati sul Reporting sia dei paesi Annesso i che degli altri paesi. Il testo LCA richiede molti ulteriori interventi prima di poter costituire una base praticabile per il documento finale.

Dei due gruppi spin-off del GdL KP sulle sorti del Protocollo di Kyoto, il primo è in alto mare sulla discussione sui target, il secondo, sul LULUCF, produrrà soltanto un documento informale (non-documento) sul quale si continuerà a lavorare lunedì in un quadro negoziale un po' migliore.

Il Green Climate Fund si discute nella plenaria della COP sotto la presidenza sudafricana che non lesina gli inviti alle Parti affinché portino soluzioni, piuttosto che altri problemi. Lo stato delle cose è ben riassunto dall'intervento dell'UE che, pur riconoscendo le preoccupazioni in materia di stato giuridico e di finanziamento del Fondo,   si è detta fiduciosa che il la COP sarà in grado di raggiungere l'accordo sul progetto in generale e che sarebbe opportuno che le Parti si concentrino sugli accordi provvisori per avviare lo strumento. La UE ha chiesto che il Board di gestione entri in funzione al più presto possibile. Sul Fondo per l'adattamento è invece già disponibile un testo che sarà perfezionato nella giornata di lunedì.

Venerdì 2 dicembre 2011: Difficile individuare sostanziali novità in questa giornata che prosegue nello stile della precedente tanto che più di un delegato commenta che i negoziatori non sembrano del tutto rendersi conto che la gravità della situazione richiede risultati concreti da questa Conferenza. Utilizzando lo stesso metodo espositivo di giovedì vediamo i gruppi di contatto che sono in progresso: il gruppo CDM lavora sulla ammissibilità delle Parti che non sottoscriveranno il secondo periodo di Kyoto; la stessa questione si pone nel sottogruppo LULUCF del KP in cui alcuni vorrebbero mettersi al riparo da un mancato accordo trasferendo la competenza al gruppo AWG-LCA in cui ci sono tutti;  il gruppo sulla Compliance procede al testo; il gruppo REDD+ del SBSTA sta entrando nei meriti degli standard forestali ed emissivi; il gruppo per la valutazione delle perdite e dei danni sta lavorando sul testo per la COP; un gruppo informale  del SBI sui piani nazionali di adattamento valuta le prospettive della capacitazione e del finanziamento dei LDC e l'eventualità di estendere l'obbligo del Piano ad alcuni paesi non LDC più vulnerabili. Valuta anche se prendere in considerazione la questione degli eventi eccezionali a bassa probabilità (i cigni neri di Taleb); nel gruppo LCA sull'approccio settoriale al cambiamento climatico si discute di agricoltura. Sui bunkeraggi le opinioni sulle regole da imporre e sugli strumenti di mercato sono alquanto divergenti ma tutti convengono che IMO (navi) ed ICAO (aerei) debbano avere un ruolo formale nel contenimento delle emissioni.

Altro è il clima nella plenaria dell'AWG-KP che tira le somme del lavoro svolto. Il Chairman, pur verificando un terreno fertile in materia di continuità del commitment, sull'uso dei target e sull'ambizione fa discutere i delegati sul che fare nel probabile caso di un mancato accordo. Si considerano un prolungamento temporaneo, una strategia in due tempi con decisioni parziali, una decisione definitiva al livello di condivisione che c'è oggi o, infine, una decisione unilaterale di alcuni paesi soltanto. Nota inoltre che non ci sono prospettive di compromesso sul ruolo dei paesi che non intendono assumere impegni, sui nuovi meccanismi di mercato (sono tra questi gli standard di fatto sostenuti dal nostro Ministro Clini al Convegno di Roma - nel resoconto di mercoledì -), sull'ammissione del nucleare nei CDM. Un po' migliori sono le prospettive sull'uso dei permessi di emissione in eccedenza che il mercato non ha potuto retribuire dopo l'uscita degli USA e di alcuni altri grandi emettitori. Di rilievo la dichiarazione del Brasile per i G77/Cina di disponibilità a ratificare un emendamento all'Annesso B in cui i pledges vengano annotati sotto forma di target e tempi (QUELROs).

Nel gruppo di contatto della COP sul Green Climate Fund la presidenza sudafricana si spende per un accordo. Tuttavia si manifestano opinioni opposte sulla personalità giuridica del Fondo, sul controllo della COP, sulla scelta dei rappresentanti e del paese ospitante. Alcuni avanzano dubbi sul percorso che porta al completamento del finanziamento a medio termine (per 100 M$) ma ci sono assicurazioni da parte americana. Le stesse perplessità erano state raccolte nel sottogruppo del LCA sul finanziamento . C'è accordo sull'apertura del Fondo ai privati (non solo ai governi) e sull'accesso diretto al Fondo.

Giovedì 1 dicembre 2011: Si comincia a vedere come si va delineando il negoziato. Ci sono progressi nella maggior parte dei gruppi di contatto al lavoro, non però sul secondo "commitment period" del Prortocollo di Kyoto. Dove le cose vanno meglio si sta lavorando per portare a termine entro sabato i testi negoziali e per accompagnarli con i necessari non-documenti. Ciò sta accadendo per il Comitato esecutivo sul trasferimento tecnologico, per il Board di gestione del Fondo per l'adattamento, per il CDM, per il Comitato della Compliance di Kyoto della MOP7, per i piani nazionali per l'adattamento, per le misure di risposta al cambiamento climatico, per la valutazione delle perdite e dei danni e perfino per il gruppo che lavora sul Green Cimate Fund.

Anche all'interno del gruppo di lavoro sulla strategie, (AWG-LCA) qualcosa si muove. Nel gruppo di contatto che valuta l'andamento generale del lavoro il General Chairman americano sta scrivendo un testo di sintesi che espone con chiarezza lo stato, le controversie e i successi dell'intero gruppo. Nel gruppo di contatto sulla forma legale del patto per il clima (Legal options) l'aria è diversa. Il gruppo ha come obiettivo negoziale la migliore attuazione della Convenzione in conformità con i principi e le disposizioni; il livello di ambizione che soddisfa l'obiettivo finale della Convenzione,  l'obiettivo dei 2 °C; una base di accordo multilaterale, basato su regole, certezza, fiducia, equità, integrità ambientale; la flessibilità senza approcci  punitivi. Che è come dire il 90% del problema. I partiti contrapposti sono due e le sfumature sono poche. Il primo vuole la conferma del Protocollo di Kyoto. Si schierano il Venezuela "un grave errore rinunciare"; AOSIS "Il Protocollo è la sola prova della vera ambizione"; l'India "chi non vuole imparare dal passato vuole perseverare negli errori"; la Bolivia "Non crediamo agli impegni di riduzione volontari"; Trinidad "Contrari ad accordi allentati e non punitivi"; Palau, Tuvalu; le Filippine "Riaprire il negoziato è come scoperchiare il vaso di Pandora"; Grenada "Non vedete i paesi già vittima del clima"; la Cina, ovviamente, "Una forma legale della decisione è necessaria". Nel secondo partito la maggioranza è disposta ad un accordo obbligatorio (legally binding) purché comprenda tutte le maggiori economie, quindi anche gli Annesso B, altri semplicemente si schierano qui per far fallire ogni accordo. Gli USA, che sono i primi attori, si spingono ad affermare che il Principio di Rio delle responsabilità comuni ma differenziate è un concetto in "evolving applicability"; il Giappone; l'Australia che vuole impegnare "a broad of Parties"; l'EU, il tradizionale buon padre negoziatore tra le due parti, si schiera in questo gruppo con la dichiarazione di rito in favore di un "multilateral, rules-based, legally binding treaty" poiché  "evidence indicates that treaties are superior to voluntary commitments in terms of ensuring compliance and inspire confidence in governments and markets". La presidenza Polacca dell'EU espone il punto con particolare durezza e si guadagna per questo  il premio "Fossil of the day".

Il gruppo di contatto REDD+ è il più avanzato e sta elaborando un testo che sembra in grado di amalgamare tutti i contributi e di tener conto dei nessi tra stato delle foreste ed  emissioni da deforestazione,  delle garanzie, delle modalità per il MRV e del finanziamento.

Mercoledì 30 novembre 2011: La Conferenza entra con oggi nel vivo mettendo in campo tutti gli strumenti negoziali, le plenarie, gli organismi, i gruppi di lavoro, i gruppi di contatto, gli incontri e le consultazioni informali. Naturalmente ciò rende più difficile seguire l'andamento dei lavori anche per chi è presente. Il grosso dello sforzo della prima settimana sta nel portare avanti i testi negoziali e nel trasformare in testi negoziali i cosiddetti non-documenti che hanno iniziato il loro percorso a Cancùn ed hanno attraversato i meeting intersessionali del 2011.

Gli umori generali dicono che c'è una tendenza generale a superare con qualche forma di compromesso le profonde divisioni tra gli schieramenti, partendo dal fatto incontrovertibile che la somma di tutti gli impegni di riduzione messi volontariamente sul tappeto dai paesi a seguito dell'Accordo di Copenhagen non consentono comunque di superare il ben noto gigatonne gap evidenziato in una decina circa di Gt dal Rapporto dell'UNEP (> vedi il resoconto del 27 novembre). Specialmente i paesi più minacciati dal cambiamento climatico in atto vorrebbero che si andasse oltre il livello di accordo di Cancùn aumentando quella che viene chiamata l'ambizione dei paesi dell'Annesso 1, ma la severa sorveglianza americana probabilmente non lo consentirà. La stessa divisione tra paesi Annesso 1 e non Annesso 1 è ormai datata come mette in luce uno studio inglese. Il mondo è cambiato profondamente  dal 1992. Ad esempio, circa cinquanta paesi non compresi nell'Annesso 1 ora hanno una reddito pro capite maggiore del più povero dei paesi dell'Annesso 1  del Protocollo di Kyoto. Allo stesso modo, quaranta paesi non Annesso 1 hanno una classifica più alta dell'ultimo paese Annesso 1 dell'Indice di Sviluppo Umano, HDI,  già dal 2007. Lo stesso cambiamento si è verificato per i principali emettitori di gas serra. Cumulando le emissioni a partire dal 2000, i primi 25 emettitori di gas serra sono responsabili di circa l'83% delle emissioni globali. I primi cinque emettitori di gas serra di oggi (Cina, Stati Uniti, l'Unione europea, l'India e la Russia) già nel 2000 assommavano ad oltre il 60% delle emissioni globali. Al contrario, la maggior parte dei restanti paesi hanno contribuito molto poco in termini assoluti alle emissioni: i 140 paesi meno inquinanti sono stati responsabili solo del 10% del totale. Tra questi paesi figurano i paesi meno sviluppati del gruppo LDC, e i piccoli stati insulari del gruppo AOSIS.

Tornando a Durban, nella plenaria della COP, Messico e Colombia portano una proposta per consentire un voto di "ultima istanza" in Assemblea nel caso in cui fallisca ogni sforzo per raggiungere il consenso sulle questioni strategiche. Bolivia, Venezuela e Arabia Saudita dichiarano invece che il consenso resta obbligatorio. Russia e alcuni paesi dell'est chiedono una revisione periodica della lista dei paesi di cui agli Annessi 1 e 2, l'Arabia Saudita, ovviamente, si oppone.

Nella delicata trattativa per il Green Climate Fund, GCF, il Comitato transitorio presenta un testo di compromesso che include le proposte di gestione. Lo sostengono l'UE,, Australia, Giappone, Colombia, l'EIG e gli Africani. Con qualche distinguo G77/CINA, AOSIS seguono. Venezuela, Egitto contestano la scarsa democraticità dell'accesso al Fondo e la mancanza di personalità giuridica. Se non vi saranno impedimenti per la scarsità delle risorse finanziarie, un accordo appare possibile.

Nella plenaria COP-MOP la preoccupazione evidente è che il mancato accordo sulla prosecuzione di Kyoto verrebbe a far mancare la ragion d'essere dei meccanismi flessibili CDM e JI e quindi delle relative risorse per i paesi in partnership.

Nei gruppi di contatto e nelle riunioni informali del GdL AWG-LCA sono in discussione gli impegni di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati e per gli altri. Si vorrebbe procedere ad un testo di accordo a partire dai non-documenti di Cancùn. L'EU fissa il punto dicendo che per arrivare al  documento finale occorre un processo per ridurre il divario tra le ambizioni delle due parti, un sistema contabile internazionale basato su regole comuni e un chiarimento sulle assunzioni sottostanti agli impegni attuali. Gli USA sono contrari perché si andrebbe così al di là del consenso di Cancùn. La Cina pretende che il negoziato per i paesi sviluppati resti ben distinto da quello sui PVS. Nella discussione di questo ultimo gruppo non ci sono progressi verso la posizione europea di impegni allargati. Si discute sui NAMA, i piani di mitigazione nazionali, sulle forme, sui registri, sui chiarimenti sui reali impegni, etc. Poco per pensare a un riavvicinamento delle posizioni.

Si discute in un terzo gruppo sui meccanismi di mercato sotto la spinta dell'Europa che vorrebbe un accordo generale a Durban, ma non si va al di là della constatazione che non sarà possibile una modalità unica (top-down) tanto che si potrebbe profilare la necessità di modificare alcuni dei tradizionali approcci della Convenzione.

Mercoledì 30 novembre 2011: Il Convegno di Roma dell'ENEA. Abbiamo ritenuto opportuno inframmezzare i resoconti  con una documentazione del Convegno sui negoziati di Durban organizzato dall'ENEA nel pomeriggio di oggi. Il convegno è presentato da un Discussion paper dell'ENEA "Climate change. Innovare i meccanismi" e da una Introduzione al negoziato di Massimo Caminiti, molto utile per fare un quadro articolato e sistematico delle premesse negoziali e delle attese della Conferenza di Cancun. Di grande rilievo gli interventi del Ministro dell'Ambiente del nuovo Governo Monti, Corrado Clini, (> ascolta l'intervento) che illustra la posizione negoziale italiana a Cancun e una proposta sugli standard de facto  e del nuovo sottosegretario Tullio Fanelli (> ascolta l'intervento). Fanelli ricorda che solo  dichiarando gli importi di CO2 dei prodotti e dei servizi commerciali si potrà riuscire a evitare che siano i prezzi e non la qualità ambientale a guidare le scelte verso un consumo consapevole.

La Green economy è l'unica soluzione che  consentirà di padroneggiare al contempo la crisi economica ed ambientale, dice Gianni Silvestrini, Presidente del Kyoto Club (> ascolta l'intervento). Il Senatore Ferrante ricorda che l'Italia non è irrilevante negli equilibri internazionali e quindi che le scelte italiane contano nella lotta ai cambiamenti climatici (> ascolta l'intervento).

La curva dei prezzi della materie prime del Rapporto McKinsey

Martedì 29 novembre 2011: I delegati partecipano all'apertura dei due gruppi di lavoro ad hoc, LCA e KP per dare poi il via ai gruppi di contatto e le consultazioni informali.

Nella plenaria del gruppo AWG-LCA l'Argentina, per il G-77/Cina dichiara che Durban deve realizzare l'obiettivo ultimo della Convenzione, la stabilizzazione climatica.  Rivendica una maggioranza di PVS nel Comitato per l'adattamento, la definizione rapida del Green Fund e della struttura gestionale del meccanismo per il trasferimento tecnologico. La UE ripete la richiesta di un nuovo accordo quadro globale, completo e legalmente vincolante, da completare entro il 2015. Riafferma il suo impegno per mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020. La Repubblica di Corea (EIG) dichiara l'impegno per una soluzione forte, comprensiva e ambiziosa. AOSIS chiede addirittura una formula parallela per un secondo Protocollo che impegni i paesi sviluppati senza obblighi di riduzione con pari scadenza nel 2012. Sulla sponda opposta l'Austalia si presenta come portatrice del più grande programma industriale nella sua storia orientato alla Green economy.

Il Chairman americano dell'AWG-LCA promette un documento di sintesi per sabato dopo aver raccolto il lavoro dei gruppi di contatto e dei negoziati informali.

I gruppi negoziali di contatto dell'AWG-LCA trattano sul Capacity Building dove si lavora sul non-documento di Panama e sul Technology Transfer per migliorare il lavoro svolto nell'anno.

Nella plenaria del gruppo AWG-KP si stabilisce di lavorare in un gruppo di contatto unico e due sottogruppi per i target e il LULUCF. Il G-77/Cina dichiara con la solita Argentina che l'impegno e i pledges dei paesi sviluppati sono insufficienti. UMBRELLA con l'Australia oppone che sono proprio i pledges il punto di convergenza. La Svizzera (EIG) propone di trasformare i pledges in  QELROs, obiettivi vincolanti di riduzione.  EU si dichiara disponibile per un accordo generalizzato e vincolante che valga fino al 2020. Gli africani del G77 proclamano che Durban non sarà la tomba del Protocollo di Kyoto. Per AOSIS Durban deve produrre un secondo periodo di 5 anni di impegno per Kyoto, emendamenti all'annesso B dei non impegnati, target vincolanti (QUELROs),  impegni maggiori per i paesi sviluppati. Chi vuol lasciare Kyoto, dicono gli LDC, vogliono disimpegno, non più impegno.

I commentatori si chiedono che senso possa avere la dichiarazione cinese per il gruppo BASIC di lunedì che è sembrata meno intransigente delle abituali posizioni della Cina come G77. Come si vede dalla plenaria ogni gruppo espone posizioni rigide che non si vede come possano essere conciliabili. Il Chairman americano prova a chiedere una soluzione di compromesso. Svizzera e Nuova Zelanda (EIG) chiedono quali opzioni siano realmente percorribili e accettano un passaggio graduale a forme di accordo più vincolanti e definitive, studiando un'opportuna forma legale. Per l'Australia (UMBRELLA) comunque il secondo periodo, sulla cui durata si può trattare,  sarà di transizione. Si può trattare anche sul riporto dei permessi di emissione eccedentari. Si salverebbero così i meccanismi flessibili. I gruppi di spin-off dell'AWG-KP. Pur rimarcando la necessità di dare continuità a Kyoto e sicurezza ai mercati, l'Europa si dichiara delusa dalla riduzione del numero dei sostenitori del Protocollo. La preoccupazione di perdere i CDM sembra essere comune a molti dei PVS che però denunciano i tentativi evidenti di disimpegno dei grandi paesi.

La stessa difficile situazione si manifesta nel gruppo  sui target. Prima di provare a fissare target il gruppo richiede conclusioni chiare sui metodi di misura, sugli anni di riferimento per la riduzione, sul fatto che i QUELRO possano essere dei range piuttosto che target secchi, sulle modalità di comparazione e sulla durata del secondo periodo del Protocollo.

Migliore la situazione nel gruppo spin-off del KP sul LULUCF dove si è più vicini ad un punto di vista condiviso. Alcuni paesi presentano proposte organiche, in particolare gli EIG, ma vengono chiesti chiarimenti sulle dinamiche forestali non antropogeniche e sull'attuazione pratica degli accordi di principio.

Gli altri gruppi di contatto sono relativi alle perdite ed al danno ambientale e ai Piani nazionali per l'adattamento. Qui si sottolinea che i Piani  non devono essere prescrittivi ed essere indirizzati al territorio a livello nazionale. Si chiedono reti di cooperazione tra paesi e linee guida comuni. Il gruppo dispone di una bozza di documento che sarà discussa mercoledi.

Sotto la guida del SBSTA, una consultazione informale tratta la continuazione  del lavoro del Programma di Nairobi sull'adattamento. Gli USA chiedono di ampliare la visione del lavoro meduiante un approccio ecosistemico. Si ciedono chiarimenti sui rapporti tra il Programma e il Comitato per l'adattamento di Cancùn, per il quale si richiedono definizioni ed organismi più chiari. Anche per questo tema c'è una bozza di documento.

I delegati della Conferenza apprendono con sorpresa che il Quatar, uno dei peggiori paesi in fatto di emissioni pro capite, ospiterà la COP18 della Convenzione.

Lunedì 28 novembre 2011: Nella cerimonia di apertura della mattina del lunedi 28 novembre la  Presidente della COP 16, Patricia Espinosa, Ministro degli Affari Esteri del  Messico, ha invitato i delegati a dare corso alla piena attuazione degli accordi di Cancùn, a stabilire le forme della capitalizzazione  del Green Climate Fund e a concordare sul futuro del Protocollo di Kyoto, riaffermando l'importanza di un  sistema basato su norme vincolanti.

Il Segretario Esecutivo dell'UNFCCC Christiana Figueres ha sottolineato che i due passi decisivi per la Conferenza di Durban: deve essere completato positivamente il negoziato dalla COP 16 e contestualmente dare risposta ai problemi posti a Cancùn. Ciò px comporta in particolare l'insediamento del Comitato per l'adattamento, rendere operativo entro il 2012 il meccanismo per il trasferimento tecnologico, approvare il Green Climate Fund e dare maggiore chiarezza alle modalità di messa in campo del cosiddetto finanziamento fast-start. Ha inoltre sostenuto la necessità di un processo multilaterale equo e responsabile per l'approvazione delle regole operative della Convenzione climatica.

In apertura dell'Assemblea plenaria molti paesi hanno preso la parola. Citiamo per rilevanza l'Argentina che, per il G-77/CINA, ha sostenuto che un secondo periodo di impegno ai sensi del Protocollo di Kyoto può determinare un risultato equilibrato e completo per Durban, anche perché renderebbe pienamente operativi gli accordi di Cancùn. L'Australia, per il gruppo Umbrella, richiede che la transizione verso una nuova fase della lotta ai cambiamenti climatici necessita dell'impegno di tutte le principali economie, a partire dalle effettive capacità di ogni paese. L'UE, un protagonista atteso della Conferenza, dichiara che la Conferenza di Durban deve riequilibrare il divario nei livelli di ambizione tra i paesi, istituire un sistema comune di contabilità internazionale delle emissioni  e che deve essere avviato un processo che metta capo ad un nuovo accordo quadro  globale globale giuridicamente vincolante entro il 2015.

Grenada, per AOSIS, le piccole isole, interviene per raccomandare un maggiore  livello di ambizione per gli impegni di mitigazione,  un secondo periodo di impegno per il protocollo di Kyoto con un mandato di Durban per un accordo giuridicamente vincolante in conformità con il piano d'azione di Bali.

Affermazioni similari aprono la riunione di apertura della COP/MOP. L'Argentina richiede il secondo periodo e un maggior senso di responsabilità da parte dei paesi sviluppati. L'Australia ripete le affermazioni della plenaria. L'Europa sponsorizza un secondo periodo di impegni vincolanti con la partecipazione delle economie maggiori ma con espressione chiara degli obiettivi e dei tempi per tutti. Perfino l'Arabia Saudita, a nome dei paesi arabi, rigetta i tentativi di emarginare Kyoto. La Cina a nome del gruppo BASIC (BRIC+Sud Africa-Russia) definisce come massima priorità per Durban l'apertura di un secondo tempo per Kyoto. Rigetta però l'iniziativa europea di portare l'aviazione civile entro lo schema cap&trade ETS.

Il clima generale del primo giorno a Durban è l'incertezza, nella convinzione che il difficile negoziato sugli obiettivi vincolanti sarà al centro di un dibattito aspro che influenzerà anche la trattativa nel gruppo di lavoro LCA sull'intesa strategica a lungo termine. I più ritengono che il disimpegno degli USA sarà ancora la zavorra di questa Conferenza. La posizione degli Stati Uniti, ripetuta nella conferenza stampa del  pomeriggio, non favorisce la discussione per un accordo strategico più ampio in questo momento, preferendo restare nel quadro degli accordi concordati a Cancùn. la stampa riporta che intese di largo respiro non saranno possibili prima del 2020. Si riscontra qualche grado di ottimismo in più per quanto riguarda il consolidamento del Green Climate Fund.

Domenica 27 novembre, il punto di partenza del negoziato: La Conferenza di Durban sui cambiamenti climatici inizia il 28 dicembre 2011 ed avrà termine il 9 dicembre. Comprende la diciassettesima  Conferenza delle Parti e il settimo incontro tra le Parti per l'attuazione del Protocollo di Kyoto. A Durban si riuniscono quattro organismi sussidiari, il gruppo di lavoro ad-hoc LCA sulle prospettive di cooperazione a lungo termine, quarta sessione, e il gruppo di lavoro KP sugli impegni successivi alla scadenza del Protocollo di Kyoto, quarta sessione. Si riuniscono inoltre gli organismi per l'implementazione (SBI) e per la consulenza tecnico-scientifica, SBSTA, in 35° sessione.

Il quanto mai delicato tema della COP17/MOP7 di Durban si delinea tra alti e bassi, tra Cancùn e Copenaghen. Due temi principali hanno ricevuto un'attenzione massima: il destino del Protocollo di Kyoto e le infinite complicazioni del negoziato per i finanziamenti per il clima, ivi compreso il ruolo emergente del settore privato.

Il Protocollo di Kyoto è l'unico strumento giuridicamente vincolante in vigore ai sensi della Convenzione, adottato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005 per ridurre le emissioni dei paesi sviluppati al 5%, scade nel 2012. La possibilità e le modalità di un suo secondo ed ulteriore periodo di adempimento non sono condivise tra le Parti della Convenzione. Risultano contrari gli USA, che non hanno mai ratificato, la Russia, scottata dal mancato riconoscimento della massa di permessi di emissione che avrebbero dovuto esserle retribuiti dal Protocollo, il Canada, paese alquanto preoccupato del costo della sua inadempienza e, sorprendentemente il Giappone, paese culla dell'accordo del 1997. Su questa prospettiva, largamente caldeggiata dalla Cina e degli altri paesi emergenti, lavora il Gdl AWG-KP creato a Bali e tuttora in vita, oltre i limiti della scadenza programmata. La Cina e gli altri, che hanno mille ragioni per rivendicare che ad assumere impegni vincolanti siano i paesi sviluppati, emettitori storici di gas serra, non intendono assumerne a carico dei loro paesi. Sappiamo però che la Cina è ora l'emettitore numero uno, anche se le sue emissioni cumulative, che sono quelle che contano per l'avvelenamento termico dell'atmosfera e quelle pro-capite sono largamente al di sotto di quelle dell'occidente. Questo intreccio di ragioni, di torti e molto, molto opportunismo, oscurano l'orizzonte negoziale di Durban e della stessa Convenzione sul Clima. Indiscrezioni di stampa danno per la fine dell'anno il ritiro della ratifica del Protocollo di Kyoto da parte del Canada. A parte i giudizi e i pregiudizi su questo paese, si tratterebbe del primo caso di marcia indietro dopo la ratifica.

L'altro gruppo di lavoro, esso pure in prorogazio da Copenhagen, l'AWG-LCA, che negozia sulle prospettive a lungo termine e che ha dentro tutti, canadesi e statunitensi compresi, risente delle difficoltà negoziali sul Protocollo e delle solite esitazioni dei paesi più ricchi a rispettare gli impegni presi per il finanziamento del clima, 100 miliardi di dollari per il 2020 (di cui 30 milioni per il fast-start), qualcosa che, per capirci bene, è pari ad meno di un ventesimo del debito pubblico italiano.

Nell'anno tra Cancùn e Durban sono stati condotti estenuanti negoziati tecnici  sulla trasformazione degli impegni unilaterali di riduzione delle emissioni, dichiarati dai vari paesi in applicazione dell'accordino di Copenhagen (i famosi pledges. Si vedano per una trattazione completa le altre pagine di questo sito e la serie di Rapporti recentemente pubblicati dall'UNEP), in limitazioni quantificata delle emissioni e in obiettivi vincolanti di riduzione (QELROs); sul riporto delle quantità eccedenti assegnate (AAU); sulle regole regole LULUCF per gli emettitori-assorbitori di carbonio per mutato uso sel suolo e per la dinamica dei patrimoni forestali; e per il futuro dei meccanismi flessibilidi Kyoto, il Clean Development Mechanism (CDM) tra paesi Annesso 1 e non Annesso 1 e la Joint Implementation (JI) tra paesi Annesso 1. Non meno importante è la trattativa sui metodi di Reporting e di Verifica (MRV) sui quali il negoziato è andato avanti (si veda PEW: "Measurement, Reporting and Verification in a post-2012 Climate Agreement").

Con gli impegni dichiarati finora (i già citati pledges), secondo il Rapporto dell'UNEP,  si avrebbero con il calcolo più severo  da 6 ad 11 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente su base annua di emissioni di troppo al 2020 (il gigatonne gap) rispetto alla quantità massima di emissioni, non oltre i 44 Gt, che potrebbe lasciarci una buona probabilità di non superare la soglia critica dei 2°C di riscaldamento  Le emissioni dovranno arrivare il prima possibile al loro picco massimo per poi  diminuire al 2050 del 46% rispetto al livello del 1990 oppure del 53% rispetto a al 2005.

C'è uno spazio negoziale autonomo per l'Europa? A conti fatti se l'Europa decide di sostenere un secondo periodo di impegno, come ha dichiarato in tutte le istanze negoziali, vi è l'effettiva possibilità legale di vararlo anche senza il Giappone, Canada e Russia ed USA, una situazione che alcuni chiamano di Kyoto-minus. Altri parlano di una vaga prospettiva che i paesi in via di sviluppo possano iscrivere volontariamente  obiettivi dichiarati e vincolanti in un ulteriore Annesso al Protocollo di Kyoto, aggiungendosi alla lista delle nazioni che devono già ridurre le emissioni entro il 2012. L'UE sta di fatto sollecitando una maggiore chiarezza sugli impegni delle parti, per una definizione chiara del periodo di inizio e della durata del periodo di impegno. L'UE sollecita anche il GdL AWG-LCA ad assumere un profilo più alto in materia di mitigazione. Tuttavia il Commissario europeo Connie Hedegaard non manca di far sapere che  solo l'11% e responsabilità totale dell'UE in materia di emissioni e dichiara:"What's the point of keeping something alive if you're alone there? There must be more from the 89%".

Se non bastasse, la crisi economica e finanziaria globale si farà sentire pesantemente a Durban. I paesi occidentali hanno, e se non li hanno certamente li accamperanno, alibi pesanti e priorità diverse. c'è il problema del lancio del Green Climate Fund, per il quale il Transitional Committee, incaricato, di elaborare una proposta, ha mantenuto i livelli di impegno di Copenhagen confermati a Cancùn. C'è una chiara tendenza a considerare i fondi del settore pubblico insufficienti a coprire la vasta gamma di attività previste dalla Convenzione a livello internazionale e nazionale. Il settore privato ha quindi organicamente assunto un nuovo ruolo di partner determinante per sostenere lo sforzo comune. tale ruolo è emerso non solo nel gruppo di consultazione del Segretario Generale dell'ONU e nel negoziato sul Green Climate Fund, ma in una approfondita e sorprendente discussione su REDD+, il programma che all'obiettivo originario di REDD per la riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale, aggiunge il ruolo della conservazione, della gestione sostenibile e della valorizzazione degli stock di carbonio delle foreste. Qui si sono registrate molte ed autorevoli iniziative e proposte. Meritevole di attenzione in particolare l'iniziativa della Svizzera per il finanziamento del Programma REDD+ (cfr. FIELD, "The road to Durban", p.14).

In merito ai possibili esiti della Conferenza di Durban molto è stato scritto. Possiamo condividere quanto viene detto in un documento del WWF in preparazione del negoziato sudafricano che, in estrema sintesi, riassume le aspettative generali in soli due punti, su nessuno dei quali si può oggi essere ragionevolmente ottimisti:

• Garantire l’attuazione dell’accordo di Cancun;
• Essere più ambiziosi e gettare le basi per un futuro accordo legalmente vincolante.

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 I Panama talks,  1-7 ottobre 2011

   

La Conferenza intersessionale ONU sui cambiamenti climatici ha avuto luogo dall’1 al 7 Ottobre 2011 a Panama. La Conferenza comprendeva la terza parte della 16° sessione del Gruppo di lavoro ad hoc sugli ulteriori impegni per le parti dell’Annesso I al Protocollo di Kyoto (AWG-KP) e la terza parte della 14° sessione del Gruppo di lavoro ad hoc sull’azione cooperativa a lungo termine ai sensi della Convenzione (AWG-LCA). Per meglio comprendere la lunga sequenza degli eventi negoziali è disponibile una breve storia del negoziato dell’IISD (> leggi).

La Conferenza ha visto la partecipazione di circa 1.836 delegati.

Il centro del negoziato del GdL AWG-KP era su un secondo periodo di impegno ai sensi del Protocollo di Kyoto, a fronte della scadenza del primo periodo alla fine del 2012. I delegati erano concentrati sulle questioni in sospeso, con l’obiettivo di chiarire meglio le opzioni relative agli obiettivi di mitigazione, la possibile natura e il contenuto delle regole per il secondo periodo di impegno, e il ruolo negoziale del lancio di un ulteriore periodo di impegno nel quadro di un possibile risultato positivo della Conferenza delle Parti di Durban.

I progressi compiuti sono contenuti nella versione rivista della proposta da parte del chairman del GdL AWGKP (FCCC/KP/AWG/2011/CRP.2/Rev.1). Le Parti hanno inoltre convenuto di sospendere la  16° sessione del GdL AWG-KP e di riprendere la discussione in Durban nel mese di dicembre.

Nell’altro Gdl strategico, l’AWG-LCA, i delegati si sono impegnati in estese discussioni procedurali, sulla base della decisione 1/CP.16 e del Piano d’azione di Bali. Le Parti si sono raccolte in un gruppo di contatto unico e in una pluralità di gruppi informali che discutevano di adattamento, finanza, tecnologia, capacitazione, sulla visione condivisa, sulla revisione dell’obiettivo globale a lungo termine della Convenzione, sulle opzioni legali e su varie questioni concernenti la mitigazione. Il prodotto per la maggior parte delle discussioni dei gruppi informali è stato un teso da trasmettere alla COP di Durban come base per ulteriori discussioni. Le Parti hanno convenuto di lavorare in questo intervallo per razionalizzare ulteriormente i testi e per accogliere le osservazioni. Sono stati compiuti progressi su alcune questioni, tuttavia molti hanno ritenuto che i risultati siano stati relativamente modesti e che molto lavoro resta da fare a Durban.

Il negoziato nel Gdl AWG-KP sul seguito del Protocollo di Kyoto. Come è noto, primo periodo d’impegno del Protocollo di Kyoto è stato impostato per scadere nel 2012. A Durban si suppone che si consumi l'ultima possibilità di concordare un secondo periodo d'impegno, al fine di evitare un tempo morto (gap) di durata imprevedibile e di garantire la continuità del pacchetto di regole sviluppate nell'ambito del negoziato sul Protocollo di Kyoto, comprese le modalità di attuazione dei meccanismi flessibili, le JI e i CDM.

Tuttavia, un accordo su un secondo periodo d'impegno appare più in dubbio che mai. Il Giappone, il Canada e la Federazione Russa non intendono sottoscrivere un secondo periodo d'impegno. La posizione dell'UE è in favore di un accordo equilibrato, capace di mettere tutti sulla strada di un nuovo accordo mondiale sul clima. L'Europa ha dichiarato che approverà un secondo periodo ai sensi del Protocollo di Kyoto a condizione che i delegati a Durban si accordino per dare  un mandato per stabilire un percorso da compiere verso uno strumento giuridicamente vincolante ai sensi della Convenzione, una posizione che l’Europa vede come una grande concessione da parte sua dopo Bali.

Nella loro conferenza stampa di chiusura gli Stati Uniti hanno ribadito di non credere che le condizioni siano mature per un simile mandato, e che meglio sarebbe concentrarsi sull'attuazione degli accordi esistenti e sul rafforzamento progressivo delle azioni intraprese. Gli Stati Uniti vogliono impegni da parte di tutte le maggiori economie non condizionati dal finanziamento.

I Paesi membri del G-77/Cina sono a loro volta divisi su alcune questioni fondamentali. Mentre tutti i paesi in via di sviluppo desiderano mantenere in vita il Protocollo di Kyoto, essi divergono per quanto riguarda un nuovo accordo ai sensi della Convenzione. AOSIS, le piccole isole, molto chiaramente vuole un trattato giuridicamente vincolante e ha presentato una proposta dettagliata sui possibili elementi per un protocollo o per un  altro accordo giuridicamente vincolante sotto la Convenzione. India e Cina, d'altra parte, non sono favorevoli ad un mandato per negoziare un nuovo accordo.

Se non si concorda un secondo periodo di adempimento del Protocollo di Kyoto si sollevano gravi questioni giuridiche e istituzionali riguardanti la continuità dei meccanismi del Protocollo, come i CDM. Alcuni sostengono che i meccanismi del Protocollo di Kyoto possono continuare perché hanno un duplice obiettivo, vale a dire consentire alle Parti dell'Annesso I di soddisfare gli impegni di riduzione delle loro emissioni e aiutare i PVS nel raggiungimento dello sviluppo sostenibile. Altri dicono che la ragion d'essere dei meccanismi flessibili è di dare un contributo ai Paesi Annesso I per soddisfare i loro impegni e quindi,  se non ci sono impegni all’interno di un secondo periodo, non ha senso che i meccanismi possano continuare.

Nessuno può predire il futuro o il risultato di Durban. Tutti gli elementi negoziali sono intrinsecamente intrecciati e devono essere affrontati contestualmente, sorte inevitabile anche per il destino di un secondo periodo di commitment del Protocollo di Kyoto.

Il negoziato nel Gdl AWG-LCA sulle prospettive a lungo termine della Convenzione. L’accordo tra i governi a Copenaghen e a Cancùn è stato di limitare l’aumento della temperatura media della terra al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali.

Nel 2010 tutti i paesi hanno comunicato alla Convenzione i loro impegni di riduzione delle emissioni (pledges), come richiesto dal modesto Accordo di Copenhagen. Tuttavia, uno sguardo più da vicino agli impegni presentati dimostra che le prospettive sono realisticamente quelle di un aumento della temperatura globale di gran lunga superiore ai 2 °C.

AOSIS continua a chiedere di colmare il divario tra il livello di ambizione degli impegni delle Parti e la riduzione delle emissioni richieste dallo stato attuale della conoscenza scientifica, proclamando che un aumento di oltre 1,5 °C comporterebbe conseguenze catastrofiche per le loro piccole isole.

A Cancùn, i governi hanno deciso di verificare l’adeguatezza dell’obiettivo dei 2 ºC, sulla base della migliore scienza disponibile, ed anche gli effetti di un aumento di 1,5 °C di temperatura. La verifica (Review) è previsto che si farà tra il 2013 e il 2015, e deve essere condotta alla luce degli obiettivi ultimi della Convenzione, e per certificare in generale i progressi verso il loro raggiungimento. Questa verifica eseguita dalla comunità internazionale per chiarire se si è sulla buona strada verso il raggiungimento degli obiettivi dovrebbe portare a “provvedimenti opportuni”. A Durban, i governi devono decidere sul campo di applicazione, le modalità e il processo per la revisione, ma tra le parti rimangono punti di vista diversi.

Gli accordi di Cancun hanno posto le basi per rafforzare questi intenti con obbligazioni diverse per i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. A Panama sono però emerse controversie a proposito del parallelismo e della contestualità  tra gli adempimenti richiesti per produrre i rapporti IAR biennali di International Assessment and Review  per i paesi sviluppati e e le relazioni ICA di aggiornamento biennale, International Consultation and Analysis, per i paesi in via di sviluppo.

Mentre molti paesi sviluppati, hanno sottolineato come sia il meccanismo MRV di Monitoring, Review and Verification  l’elemento centrale del negoziato di Durban, i paesi in via di sviluppo hanno continuato a mettere in prima priorità il Principio della Convenzione delle responsabilità comuni ma differenziate come la bandiera che dovrebbe guidare queste discussioni.

I Paesi in via di sviluppo vedono gli impegni finanziari da parte dei paesi sviluppati come precondizione per intraprendere qualsiasi azione sul cambiamento climatico e stanno sollevando dubbi a proposito della possibilità di un’inadempienza finanziaria, esprimendo il timore che il Fondo verde per il clima possa essere solo guscio vuoto. Il problema nasce dall’ambiguità della disposizione per il finanziamento introdotta nell’accordo di Copenaghen. In quell’accordo, i paesi sviluppati si impegnano a fornire 30 miliardi di US$ per il periodo 2010-2012 e di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per rispondere alle esigenze di sviluppo dei paesi meno sviluppati. La grande domanda è cosa succede negli anni successivi tra il 2012 e il 2020? L’UE, gli USA e gli altri paesi sviluppati hanno sempre minimizzato le preoccupazioni, confermando  il loro impegno a mobilitare le risorse finanziarie da un mix di fonti private e pubbliche.

Tuttavia, sullo sfondo della violenta crisi internazionale del debito e di una cupa prospettiva dell’economia mondiale, queste assicurazioni non tranquillizzano i più. Il G-77 ha lottato duramente a Panama per mantenere l’attenzione sulla questione dei finanziamenti a lungo termine, che i paesi sviluppati sono stati piuttosto riluttanti ad affrontare. Ad un certo punto è fortunatamente sembrato che le discussioni sul finanziamento si siano potute attenuare quando l’Europa ha porto un ramoscello d’ulivo un endorsement sui finanziamenti a lungo termine.

A questa presa di posizione ha fatto seguito una posizione congiunta del Giappone, del Canada e dell’Australia che riaffermano l’impegno di questi paesi per il finanziamento a lungo termine. La realtà è che senza un accordo esplicito sulla finanza che soddisfi i paesi in via di sviluppo, sarà difficile trovare un qualsiasi accordo a Durban e oltre.

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