|
Il negoziato internazionale sul clima e la roadmap di Bali fino a Copenhagen di Toni Federico, 5 novembre 2009 |
|
La risposta internazionale al cambiamento climatico passa attraverso una serie di eventi chiave: q 1988 - Si costituisce il IPCC q 1992 - Viene adottata a Rio la Convenzione quadro UNFCCC sul clima che entrerà in forza nel 1994 q 1995 – la COP1 adotta il “Mandato di Berlino” q 1997 – la COP3 adotta il Protocollo di Kyoto (KP) q 2001 - Accordi di Marrakesh (regole di attuazione) q 2005 - Il Protocollo di Kyoto entra in forza ed ha inizio il negoziato sul post-Kyoto (AWG-KP) q 2007 – Gli Stati Uniti rientrano in gioco. La COP13 adotta il Bali Action Plan. Ha inizio il negoziato sulle prospettive a lungo termine (AWG-LCA) q 2009 - COP15 di Copenhagen. L'attesa per un accordo grande e generale su tutti i punti del Piano d’azione di Bali viene frustrata da un atteggiamento negoziale inadeguato alle difficoltà degli obiettivi (cfr. gli interventi di Ronchi e Degli Espinosa). I principi informatori del negoziato di Copenhagen sono ancora quelli della Convenzione UNFCCC 1994:
Occorre ricordare che la COP2 con il “Mandato di Berlino” e la COP3 con il “Protocollo di Kyoto” hanno introdotto il principio degli impegni e delle norme di attuazione vincolanti per i paesi firmatari. Il quarto Rapporto (AR4) dello IPCC del 2006 stabilisce una serie di assunti, ora generalmente condivisi, che chiudono una lunga fase di prevalente scetticismo: q Il cambiamento climatico è in atto; q la maggior parte dell’aumento della temperatura media della terra osservato a partire dagli anni ’50 è molto probabilmente dovuta all’aumento della concentrazione dei GHG antropogenici; q probabilmente il riscaldamento antropogenico ha avuto effetti netti su molti ecosistemi; q è molto probabile che tutti i paesi, più marcatamente i paesi in ritardo di sviluppo, sopporteranno fasi di declino se l’aumento della temperatura media supererà i 2 – 3 °C; q per evitare gli effetti più pericolosi del cambiamento climatico è necessario che le emissioni abbiano il picco entro i prossimi 10-15 anni e vengano ridotte a livelli molto bassi, molto inferiori al livello del 2000 entro il 2050. Il mondo sta attraversando una crisi economica da molti apparentata alla crisi del ’29. Si registrano da molte autorevoli parti appelli per un nuovo patto globale per lo sviluppo ed il clima. Al di la del loro schieramento politico, i leader mondiali che contano, non più solo quelli con il PIL più alto, promuovono e sottoscrivono documenti che associano la ripresa dell’economia mondiale ala suggestione di un Global Green New Deal. A Copenaghen è atteso un nuovo patto per salvare il clima. I documenti dei due G20 di Londra e Pittsburgh, del G8 de l’Aquila, dei leader delle maggiori economie, i documenti del rilancio interno di Cina, India e Brasile, per non citare le molte prese di posizione dell’EU e di governi come quello inglese, francese o tedesco, sembrano assicurare che il cambiamento climatico e la sostenibilità dello sviluppo sono ormai solidamente incardinati nell’agenda internazionale. I paesi del G8 a Toyako nel 2008 e a L’Aquila nel 2009 hanno condiviso l’obiettivo minimo del 50% di riduzione su scala mondiale rispetto all’anno base del 1990 entro il 2050, obiettivo che vogliono però condividere con tutti i paesi della Convenzione con impegni negoziati e ambiziosi: “…to do wathever necessary to build an inclusive, green, and sustainable recovery... and to address the threat of irreversible climate change, based on the principle of common but differentiated responsibilities...” G20; London. “…we recognise the broad scientific view that the increase in global average temperature ought not to exceed 2°C; … we reiterate our willingness to share the goal of achieving at least a 50% reduction of emissions by 2050, recognising that this implies that global emissions need to peak as soon as possible (IPCC: 10-15 anni) and decline thereafter…. we also support a goal of developed countries reducing emissions by 80% or more by 2050…” G8; L’Aquila. “… to keep the increase in global mean temperature to below 2°C… GHG emissions have to peak by 2020 and be reduced by at least 50% … by 2050 and continue to decline thereafter. Developed countries should reduce their emissions by 80% or more by 2050” EU to G20; Pittsburgh. Sulla riduzione drastica delle emissioni entro il 2050 sono fondamentalmente d’accordo tutti i paesi. I paesi in via di sviluppo chiedono però ai paesi sviluppati impegni sostanziali a lungo termine sottolineati da impegni forti a medio termine. Con il ritorno al tavolo (non a quello del KP) degli USA alla COP13 di Bali, riprende il difficile cammino del negoziato internazionale sulle prospettive a lungo termine (LCA) . La risoluzione principale di Bali invoca una visione condivisa ed una ridefinizione generale degli accordi, un New Deal epocale, per il quale fissa le seguenti quattro aree di intervento ed il termine di due anni chr scade a Copenhagen:
In parallelo al nuovo negoziato procede il negoziato previsto dal Protocollo di Kyoto per il second commitment period oltre 1il 2012. Il gruppo di lavoro AHWG-KP negozia un accordo tra i paesi Annesso I del KP sugli emendamenti all’annesso B, cioè sugli impegni di riduzione delle emissioni oltre il 2012, che devono essere sottoscritti con formula legally-binding dai paesi Annesso I, sulla base del punto KP 3.9 che ha impegnato le parti ad iniziare la trattativa nel 2005, 7 anni prima della scadenza del primo commitment period. Gli altri argomenti sono i meccanismi flessibili, JI e CDM, la questione LULUCF, la nuova lista dei gas serra, l’inclusione dei settori aviazione e trasporto marittimo, finora esclusi. L’accordo post-Kyoto si incardina sugli impegni unilateralmente preannunciati (pledges) dai vari paesi sviluppati per ridurre le proprie emissioni. Centrale è la questione dell’anno di riferimento, 1990 o successivo, e lo scadenzamento degli impegni, se su base annuale o per più anni e sui periodi di impegno successivi al 2012, se 5 anni, due quinquenni o 8 anni. La questione più complessa è il quadro dell’interazione con il gruppo di lavoro AWG-LCA per l’ipotesi che KP possa essere sostituito da un nuovo accordo globale unico, come sostenuto da UE e USA contro il parere della CINA e degli altri paesi in via di sviluppo.
Quattro sono i i principi di equità per la riduzione delle emissioni: q “Chi inquina paga”. Il principio asserisce che il carico di riduzione deve essere sopportato dalle nazioni in funzione delle loro emissioni storiche integrali (USA 10, India 1); q “Capacità di contribuzione”. Il principio stabilisce una proporzionalità tra ricchezza delle nazioni ed oneri di riduzione (USA 12, India 1); q “Il principio di sovranità”. Impone percentuali di riduzione eguali per tutti i paesi (USA 4, India 1); q “Il principio egualitario”. Stabilisce che ogni persona al mondo ha diritto allo stesso importo di emissioni (USA 3.8, India 1). L’accordo per l’abbattimento delle emissioni potrà essere articolato mediante almeno quattro modalità per l’elaborazione dei target, che diventano otto con l’opzione dell’inclusione delle quote LULUCF: q Riduzione in valori assoluti a partire da un anno base. Non dà conto delle differenze tra grandi e piccoli emettitori. q Riduzione % rispetto ad un dato anno base. È il criterio di Kyoto. La scelta di un anno più recente rispetto al 1990 danneggia i paesi che sono stati virtuosi. q Riduzione in quota pro-capite. Svantaggia i paesi con popolazione in crescita. Il principio di equità, invocato da Cina, India, Brasile comporta un target a lungo termine di eguale emissioni pro capite (grossolanamente 2 tCO2eq/p*y al 2050). q Riduzione in intensità energetica rispetto al PIL. È l’indice di decoupling determinato dalla qualità e dall’efficienza energetica del singolo paese. Non garantisce una riduzione netta delle emissioni. Il sostegno allo sforzo economico potrà essere dato soltanto se l’unità di emissione di carbonio avrà un prezzo adeguato.Il mercato del carbonio (ET) nasce con il CDM di Kyoto e con il cap and trade (EU-ETS) europeo ed ora anche americano e di altri paesi. Nel 2007 il mercato valeva globalmente 64G$, il doppio del 2006. Il trend continua, superando i 100G$ a fine 2008. L’espansione del mercato è vitale per supportare l’innovazione basso-carbonica. Occorrono però maggiori certezze e meno volatilità dei titoli di emissione. Dopo aver toccato i 30$/t nel 2006 le EUA hanno perso i 2/3 del loro valore per errori di gestione. Più stabili i CER CDM, intorno agli 11$/t a fine 2006. Senza un accordo a Copenaghen stabile, sicuro ed a lungo termine, il loro valore tenderebbe a zero. Inoltre i progetti CDM hanno finito per concentrarsi nei paesi di nuova economia, Cina, India, Brasile e Messico lasciando fuori Africa e LDC. Grande attenzione dovrà essere posta nel consolidamento e nell’unificazione del mercato dell’ET superando l’attuale frammentazione in iniziative tra loro incoerenti, non sempre sostenibili. Applicare una tassazione pigouviana sulla CO2eq prodotta è più semplice dei sistemi cap&trade. Il prezzo dell’unità di emissione carbonica risulta controllato, mentre il mercato dei permessi controlla il livello massimo delle emissioni, lasciando al mercato la regolazione del prezzo unitario. La polemica tra i due approcci è stata viva negli USA in occasione dell’approvazione del Climate Change Bill di Obama. Ragioni buone ve ne sono in entrambi gli approcci e nulla vieta che possano essere adottati in uno schema combinato, come si appresta a fare Sarkozy in Francia, un paese del sistema EU-ETS. Lui e la Merkel hanno recentemente caldeggiato, con poco seguito e molte polemiche, l’uso di un dazio carbonico sulle importazioni. Ricorderete la Carbon Tax di Edo Ronchi del 1998, abbandonata nel 2000 senza motivazioni chiare. Oggi una Carbon Tax è applicata da Svezia, Finlandia, Olanda, Norvegia, Brithish Columbia (CA) e, localmente in USA.
A Copenhaghen il negoziato è atteso a sciogliere i seguenti punti:
I possibili risultati di Copenhagen: q Un vero accordo globale (Global New Deal) sostenuto genuinamente da Cina e Stati Uniti; q Business as usual: i vari paesi restano legati ai propri obiettivi interni; q un accordo limitato, gestito, ad esempio, dai paesi del G8 al di fuori della Convenzione UNFCCC e delle Nazioni Unite; q il mero prolungamento dell’attuale Protocollo di Kyoto; q La continuazione della COP15 di Copenhagen nel 2010; q Un Window dressing: una grande dichiarazione di principi priva di contenuti.
A Bangkok in ottobre 2009 siamo al punto di arrivo di negoziati della Bali Roadmap sulle prospettive a lungo termine (LCA). Ci sono progressi ma la meta resta lontana. Per accompagnare l’ancora pletorico documento negoziale, da Bangkok sono usciti i documenti non formali (non-paper) che contengono lo stato delle opzioni sulle quali si sta lavorando nei giorni in cui scriviamo queste note a Barcellona con sei gruppi di contatto: q Shared Vision [NP 33] per un’azione collettiva a lungo termine: (Scienza) effetti antropogenici certi, impatti, vulnerabilità, mitigazione ed adattamento; (Economia) transizione low-carbon, sviluppo climate-resilient; costi dell’azione e dell’inazione; Green Global New Deal, effetti sociali; (Principi guida) previsioni, obiettivi, equità e responsabilità comune differenziata, capacità locali; (Leadership) responsabilità dei paesi sviluppati e dei paesi in ritardo, lotta alla povertà; (Target) quantitativi, qualitativi, a medio e lungo termine; (Verifica) ex-post dei percorsi di tutti i paesi. q Mitigazione [NP 17, 18, 25, 18, 26, 30, 32]: inventari nazionali; misure, Programmi e Piani; diffusione dei risultati e trasparenza; quantificazione dei target post Kyoto 2112, impegni di Kyoto; confrontabilità degli obiettivi nazionali, assetti normativi, regole di conteggio, MRV, azioni appropriate di mitigazione nei DC, metodi di registrazione e riconoscimento proporzionale delle quote dei sostegni internazionali; azioni REDD+, principi, fasi e metodi; emissioni dai bunkeraggi; uso dei mercati, costi e benefici, mezzi per ottenere risultati a breve termine, conseguenze economico-sociali delle azioni di mitigazione. Accordi: Trasferimento di tecnologia, adattamento, capacitazione, NAMA, MRV; Disaccordi: Forma istituzionale dell’accordo, obiettivi quantitativi, meccanismi di mercato, accordi settoriali. q Adattamento [NP 31 e 35]: implementazione di un programma quadro generale comprendente i Piani nazionali; azioni a livello nazionale e interregionale, scaling up del supporto economico ai paesi più esposti, meccanismi di copertura internazionali dei rischi, (MRV) Monitoraggio, Reporting, Verifica; assetto istituzionale in ambito UNFCCC. q Trasferimento di tecnologia, TT [NP 29]: individuazione nell’ambito della Convenzione di un sistema per lo sviluppo e il trasferimento delle tecnologie capace di dare il supporto necessario ai DC; reti nazionali e regionali di centri di innovazione; sgravi fiscali; sostegno economico ai DC; preparazione di un Piano internazionale per il TT; preparazione delle roadmap nazionali; azioni settoriali; finanziamento delle iniziative. q Capacitazione [NP 6, 24] : azioni di capacitazione; assetti istituzionali; verifica e monitoraggio dei flussi e revisione dei livelli del sostegno economico. q Investimenti [NP 34]: scala e natura dell’erogazione di risorse addizionali affidabili; risorse economiche per gli investimenti pubblici internazionali; miglioramento del sistema della Convenzione per la gestione degli investimenti; creazione di sezioni per adattamento, mitigazione, REDD+, T D&T, risorse per il capacity building. Accordi: Necessità di un decisivo scaling-up dei fondi per mitigazione, adattamento e capacitazione. Disaccordi: Importi ed impegni per il finanziamento, sistemi di gestione, rapporti pubblico-privato e ruolo del mercato e del cap&trade, sfiducia nelle attuali istituzioni finanziarie, separazione dal sistema ODA, carattere obbligatorio del risarcimento ai DC.
Il Consiglio ambiente di Lussemburgo annuncia che EU ha raggiunto i propri Kyoto commitments, -8% e propone: q lo sviluppo sostenibile low-carbon è la precondizione necessaria per la lotta ai cambiamenti climatici; q in accordo con ONU, G8 e MEF 2009, il riscaldamento globale non deve superare i 2°C sul livello preindustriale e il picco delle emissioni entro il 2020 deve portare ad un abbattimento globale di almeno -50% rispetto al 1990 entro il 2050 con un impegno per i paesi industrializzati oltre l’80%; q l’impegno di mitigazione al 2020 deve essere un abbattimento obbligatorio del 20-40% per i +DC e del 10-30% per i –DC. Gli impegni annunciati (pledges) sono finora insufficienti e dovranno essere adeguati a Copenhagen (-9-16% al 2020); q al 2050 non dovranno essere prodotte in media più di 2 tCO2eq pro-capite con l’impegno di convergere tempestivamente su tale obiettivo per tutti i paesi; q i paesi DC devono contribuire allo sforzo generale di riduzione con un approccio basato sulla responsabilità, la capacitazione e le potenzialità di abbattimento; q i paesi +DC devono assicurare la mutua equivalenza degli sforzi e i necessari metodi di verifica (MRV) dei percorsi; q il settore aereo deve ridurre del 10% e il marittimo del 20% entro il 2020 rispetto al 2005, in forma obbligatoria e accedendo ai meccanismi flessibili; q l’adattamento deve essere un complemento alla mitigazione e deve essere inserito in tutti i piani territoriali di sviluppo sostenibile sulla base di un approccio bottom-up rispettoso delle specificità, delle istituzioni e delle abilità locali. Devono essere destinate a tali azioni risorse aggiuntive adeguate e crescenti in favore dei –DC, secondo le indicazioni del Piano d’azione di Bali; q ridurre la deforestazione di almeno il 50% rispetto ai livelli attuali entro il 2020, fermare la perdita della copertura forestale entro il 2030. Nuove regole di conteggio per il LULUCF; q sostenere il mercato del carbonio ed il suo prezzo attraverso iniziative di cap&trade come EU-ETS. Entro il 2015 mettere in rete tutte le iniziative in area OECD. q CDM e JI devono essere rafforzati con una adeguata riformulazione e con l’adozione di analoghi meccanismi settoriali con obiettivi rilevanti per i –DC e la creazione di crediti alle emissioni per i singoli settori, anche allo scopo di introdurre i paesi –DC nel nascente mercato del carbonio; q un nuovo meccanismo per il TT deve entrare nell’accordo di Copenaghen. Sostenere la creazione di centri di eccellenza internazionali. Raddoppiare entro il 2012 e quadruplicare entro il 2020 la spesa per la RD&D pubblica e privata nell’energia. 57M€ impegnati per un progetto comune CCS EU-Cina. Il Consiglio europeo del 30 ottobre a Bruxelles adotta le conclusioni del Consiglio ambiente del 21 ottobre; inoltre: q sottolinea l'esigenza di un accordo giuridicamente vincolante per il periodo che decorre dal 1º gennaio 2013, che si basi sul protocollo di Kyoto e ne riprenda gli elementi essenziali. Il Consiglio europeo riconosce altresì la necessità che tutti i paesi, compresi quelli che attualmente non sono vincolati dal protocollo di Kyoto, adottino misure immediate; q l’Europa richiede un forte programma obbligatorio per il post Kyoto e sottolinea l’urgenza di concordare e mettere in campo adeguate regole di compliance. L’Est EU non è però disponibile alle riduzioni delle proprie emissioni e vuole valorizzare il patrimonio accumulato di permessi di emissione AAU q il Consiglio europeo approva la stima della Commissione, secondo cui il costo incrementale netto totale della mitigazione e dell'adattamento nei paesi in via di sviluppo è pari a 100 G€/y al 2020 (meno del costo della sanità in Italia). Il contributo pubblico è stimato tra 22 e 50 G€/y; q tutti i paesi, salvo i meno avanzati, contribuiscono a tale finanziamento secondo un criterio di ripartizione basato su emissioni (con un peso prevalente) e PIL; q l’impegno EU sarà tra il 10 e il 30% di tale cifra e comprenderà una erogazione rapida (fast start) dei fondi; q l’Est Europa e la Russia potranno valorizzare la loro riserva di permessi di emissione (AAU per 150 M$) in un quadro di accordi globali e senza danneggiare il mercato del carbonio che può valere fino a 38G€/y entro il 2020; q il Consiglio appoggia l'istituzione di un organismo di alto livello per il finanziamento in ambito UNFCCC.
Non vi è alcun dubbio che la ripresa del negoziato, e la stessa speranza di successo per la Convenzione, sia dovuta al rientro a Bali degli USA nella trattativa LCA sulle prospettive a lungo termine ed alle prese di posizione del Presidente Obama, che si è dotato del più potente staff scientifico al mondo. Gli USA restano però fuori dagli impegni di Kyoto ed inoltre: q rifiutano di assumere impegni obbligatori a meno che la Cina e gli altri DC assumano gli stessi impegni; q il recente Waxman-Markey Bill, approvato faticosamente solo alla Camera, è un passo in avanti, ma non basta; si stima infatti che l’abbattimento delle emissioni che esso produrrebbe, se approvato, sarebbe intorno al -5% al 2020 rispetto al 1990, molto meno dell’impegno di Kyoto (rifiutato) del -7% al 2013 e molto meno degli impegni necessari per lo scenario 450 ppm e per i +2 °C; q gli USA potrebbero rinunciare a questo timido cap&trade, che lascia spazio alle costruzioni di centrali a carbone fino al 2020 e regolare il Clima con il Clean Air Act e l’EPA, sotto il controllo del Presidente. Il fronte politico interno è però una vera incognita; q il Presidente ha ripetutamente ribadito l’impegno degli USA alla riduzione del –80% al 2050 e del -50% su scala mondiale; q gli investimenti interni nella green economy sono decuplicati. Il relativo pacchetto di stimolo equivale a 80 G$. Tutta la narrativa negoziale americana è radicalmente cambiata con Obama in un solo anno; q gli USA fanno pressioni per l’abbandono del KP in favore di un nuovo accordo globale. La stessa preferenza è avanzata da EU, che però intende preservare e rafforzare il KP all’interno del nuovo patto.
Al di là di ogni scetticismo, la Cina, un paese ormai leader nello sviluppo mondiale, vittima di gravi e crescenti catastrofi ambientali sulle coste e nell’interno per effetto del clima in cambiamento, ha dimostrato una capacità di vera leadership in tutta questa fase del negoziato. Nicholas Stern osserva che, anche se la Cina non ha prodotto cifre per il proprio impegno di riduzione, “non c’è dubbio sul suo impegno. La dichiarazione di Hu Jingtao all’ONU a New York in settembre parla di notevoli riduzioni e quando un leader cinese dice notevole è quello che vuol fare. Per questo non è così importante che la Cina faccia dei numeri”. Nota l’IEA che la Cina è sul percorso annunciato di riduzione del 20% di intensità energetica entro il 2010 e che, se la Cina mantiene gli impegni pubblicamente assunti nei documenti ufficiali di piano ridurrà le emissioni di 1,9 Gt/y al 2020 rispetto alle 3,8 Gt/y necessarie per conseguire l’obiettivo delle 450 ppm. Gli stessi USA hanno dato atto della serietà e dell’importanza di tali obiettivi. La Cina ha annunciato un programma per lo sviluppo delle FER per generare il 15% di energia elettrica entro il 2020. Entro 10 anni avrà 150 GW di energia eolica, 5 volte USA 2009. È già il primo produttore di pale eoliche e di pannelli PV . Una casa cinese su 10 ha i pannelli del solare termico. Perfino gli impianti a carbone sono più efficienti che negli USA ed ora superano il 35%. Molti vecchi impianti sono stati chiusi Nel negoziato la Cina è ferma in difesa del principio della netta distinzione degli impegni rispetto ai paesi industrializzati, nello spirito di Kyoto. Nella controversa materia del finanziamento il G77 (Cina + 130 paesi DC) propone un meccanismo internazionale privato+pubblico, governato da tutti i paesi, aggiuntivo rispetto agli ODA. Il livello dei finanziamenti deve essere compreso tra mezzo ed un punto del PIL dei paesi industriali. Propone inoltre un meccanismo separato per il finanziamento del Technology transfer sotto il controllo della Conferenza delle Parti della UN FCCC. L’India è un paese sottoposto alle più severe conseguenze del cambiamento climatico, proprio nella fase del maggior sviluppo. Da Copenhagen l’India si aspetta supporto per il proprio sviluppo economico e sociale in un quadro globale responsabile di stabilità ecologica e climatica: q considera inevitabile l’aumento delle emissioni per tutti i paesi DC che aspirano ad un maggior benessere. Limiterà tuttavia volontariamente le proprie emissioni pro capite al di sotto delle emissioni medie dei paesi +DC. Non accetta però obiettivi di riduzione del 50% al 2050 né target obbligatori o regimi di compliance, nemmeno settoriali; q con 1,1 t/y pro capite contro le 10 dell’Oecd e le 20 degli USA, non si ritiene un grande emettitore (4%) pur se occupa il III posto alle spalle di Cina e USA; q non ritiene significativo il mercato del carbonio né il cap&trade per derivare risorse per i DC; propone un Fondo aggiuntivo per l’adattamento, extra ODA, dello 0,3-1% del PIL dei +DC.
Il Brasile è il paese guida in America Latina per le FER, l’80% della propria produzione è idroelettrica, è leader nel mondo per la coltivazione e l’esportazione di etanolo. È un attore decisivo per la lotta alla deforestazione, che causa il 20% delle emissioni globali di CO2. Va a Copenhagen: q pronto a ridurre dell’80% la deforestazione entro il 2020 rispetto al 50% annunciato dal governo; q pronto ad accettare lo schema REDD e il relativo emission trading, ma contrario alla riduzione degli obblighi interni dei +DC superiori al 10%; q pronto ad aumentare su base volontaria l’abbattimento delle emissioni pro-capite. L’annuncio era stato dato per una stabilizzazione a 2,1 tCO2eq/y entro il 2020, il livello del 2005, ma sta studiando una riduzione a 1,7 t/y pari al -40% rispetto al BAU, 2,7 t/y al 2020; q pronto a bandire la canna da zucchero dall’Amazzonia e dal Pantanal riducendo l’area coltivata a canna per biofuel al 18% del territorio nazionale.
q AOSIS, the Alliance for Small Island. Propone una migliore gestione del rischio e strategie per la riduzione del rischio con meccanismi di condivisione o assicurativi. q Messico. Propone un Fondo globale per il clima con il contributo di tutti i paesi per tutte le attività della Convenzione. Gli aiuti, riservati ai contributori, saranno calibrati su emissioni, popolazione e PIL. La dotazione iniziale del Fondo non potrà essere inferiore a 10 G$/y. q Norvegia. Propone che i fondi per l’adattamento vengano dall’asta di una quota dei permessi di emissione (AAU) di tutti i paesi industriali. I proventi del mercato delle emissioni del trasporto marittimo andranno al fondo per l’adattamento. q Sud Africa. Propone, a nome del gruppo di paesi africani, un cambio di scala di 100 volte nel Fondo per l’adattamento. q Svizzera. Propone una Carbon tax globale di 2$/tCO2. Sono esentati i paesi con meno di 1,5 tCO2/y per persona. La tassa produce 48,5 G$/y, 18,4 dei quali destinati all’adattamento. Al fondo va il 60% del gettito dei +DC, 30% dei DC e 15% dei –DC. q UK. Con il Climate Bill aveva già prefigurato una riduzione del 60% delle emissioni al 2050. Propone ora, ma Cina, India e Brasile si oppongono, che ciascun paese del G-20 trovi la propria strada per il finanziamento del proprio sforzo per controllare il cambiamento climatico. Propone anche che I piani nazionali dei DC (NAMA) siano aperti all’esame della comunità internazionale, incontrando una netta opposizione, in particolare dall’India, e quindi dalla Cina, che hanno di recente presentato i piani nazionali. |